"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

26 giugno 2007

In Iraq i cristiani vogliono ricostruire il Paese a fianco dei “fratelli musulmani”


di Saad Hanna Sirop*

P. Saad Hanna Sirop, uno dei primi sacerdoti caldei rapiti a Baghdad ed ex responsabile del Babel College, torna a ribadire che la persecuzione in atto in Iraq non è un’esclusiva dei cristiani e colpisce anche sciiti e sunniti. L’intervento del sacerdote segue l’unanime bocciatura della Chiesa caldea al progetto della Piana di Niniveh. La necessità di evitare discorsi settari ed esclusivisti, e piuttosto studiare un’“azione universale per il bene del Paese, che è patrimonio di tutta l’umanità”.

I cristiani in Iraq sono prima di tutto "iracheni" e soffrono gli stessi mali dei concittadini musulmani: occorre non alimentare l’errata associazione cristiani-truppe internazionali; lottare “in modo concreto e non a parole” per un Iraq unito così che tutte le sue componenti possano convivere nel rispetto e nell’armonia: sono i punti centrali della riflessione di p. Saad Hanna Sirop. Il sacerdote interviene ancora una volta sul problema della persecuzione cristiana in Iraq, che i fautori della “Piana di Niniveh” stanno cercando di risolvere con una “pericolosa” auto-ghettizzazione nel nord del Paese. La proposta dell’enclave assira è stata bocciata all’unanimità dalla Chiesa caldea in patria. In una recente dichiarazione affidata alprocuratore caldeo presso la Santa Sede, p. Philip Najim, il Patriarca caldeo di Baghdad, Mar Emmanuel III Delly, ha detto: “Una divisione etnico-confessionale dell'Iraq non ha senso. I cristiani sono dappertutto, come lo sono i sunniti e gli sciiti. Perché dividere il nostro Paese?”. Anche mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare della capitale, ha preso le distanze dal progetto della Piana: "Il cristianesimo è come il sale, come la luce, sta dappertutto, non può chiudersi. È necessario rivendicare la libertà religiosa e il rispetto dei cristiani, ed è illogico rinchiuderli in una gabbia. Così facendo diventeremmo ancora di più una preda. Abbiamo tanti monumenti, tanti luoghi di culto storici, come possiamo abbandonarli per andare in un posto nuovo?”.

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"Vorrei anzitutto dire che i cristiani dell’Iraq hanno sempre convissuto con i fratelli musulmani e ne hanno guadagnato il rispetto; la comunità islamica, nel corso del tempo, ha riconosciuto nel cristiano una persona onesta, pacifica e fedele ai suoi principi religiosi. Ma dopo l’intervento Usa del 2003 l’immagine del cristiano è cambiata molto a causa del discorso politico che l’ha accompagnata e degli annunci di tipo religioso, che in alcune occasioni l’hanno addirittura descritta come una Crociata contro i musulmani. Tutto questo ha influiti sulla situazione della convivenza tra musulmani e cristiani e ha causato una grande sfiducia nei confronti l’uno dell’altro.
Ritengo impreciso parlare di persecuzione sistematica da parte dei musulmani, perché loro stessi stanno soffrendo sotto minacce, uccisioni migrazione forzata. È necessario ribadirlo: forse i cristiani in modo maggiore, ma in Iraq tutti sono perseguitati! I cristiani non vogliono perdere la fratellanza e il rispetto costruito nella loro storia con i fratelli musulmani; con loro hanno sempre cercato di instaurare un dialogo vero autentico.
La situazione reale in Iraq è disperata per tutta la popolazione:
centinaia di famiglie cristiane e musulmane lasciano le loro case per sfuggire al terrorismo e alle milizie di questo o quel partito; decine di persone ogni giorno perdono la vita a causa della discriminazione religiosa e dell’odio etnico che si è creato dopo la guerra;
chiese e moschee sono colpite e distrutte ogni settimana e nessun politico iracheno alza la voce o interviene in modo concreto;
il governo di Baghdad è debole e diviso sui linee etnico-confessionali, perciò non può fare nulla per migliorare la situazione, che infatti peggiora progressivamente: c’è più violenza, più corruzione, più divisione, più morti e più distruzione;
la riconciliazione avviata dal governo ha causato separazione profonda e destabilizzazione di tutte le zone, gli attentati sono aumentati nel nord, come nel sud:
i discorsi politici sono di parte e le autorità fanno gli interessi della propria fazione senza uno sguardo globale al bene di tutti, a scapito del rispetto dei diritti umani.
L’Iraq è un bene per tutta l’umanità: è il Paese delle culture e delle civiltà antiche (Sumeri, Babilonesi, Assiri...). In Iraq è nata la scrittura, l’amore per la scienza, la religione spirituale, la legge, alcuni Libri della Bibbia. L’Iraq non è solo degli iracheni, ma è di tutti. Per questo sostengo che tutti siamo responsabile del restauro della vera immagine dell’Iraq. Non bastano le parole ed i discorsi di condanna, ci vuole un’azione internazionale."

* P. Saad Hanna Sirop, 35 anni, era stato sequestrato il 15 agosto 2006. Per 27 giorni ha subito prigionia, minacce e torture. Benedetto XVI aveva fatto un appello per la sua liberazione. Il giovane sacerdote, ordinato a Roma nel 2001, era responsabile della sezione teologica del Babel College, l'università di studi religiosi cristiani a Baghdad. A causa del suo rapimento e dell’accrescersi dell’insicurezza, il Babel College, è stato poi trasferito a Erbil, nel Kurdistan. P. Saad Sirop si trova ora a Roma per studi.