"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

31 marzo 2023

Mosul: nel monastero di san Michele prima messa dall’invasione Usa (era deposito armi Isis)


Foto Al Jazeera

Per 20 anni dall’invasione Usa in Iraq del 2003 “abbiamo sperimentato ogni tipo di evento”, inclusi “omicidi, rapimenti ed esplosioni”. Ora, a distanza di tempo, la situazione sembra essere almeno in parte migliorata “e come comunità siamo felici e sollevati” di poter tornare a celebrare una messa nel monastero di Deir Mar Mikhael. Le parole di Hamid Tuzi, raccolte da al-Jazeera, raccontano i sentimenti e lo stato d’animo di una comunità, quella dei cristiani del nord dell’Iraq, che dopo anni di violenze e persecuzioni torna a vivere la propria fede, e prima ancora la propria terra, con un misto di gioia e timore.
Una fase traumatica della loro millenaria storia, culminata nell’estate 2014 con l’ascesa dello Stato islamico e la grande fuga da Mosul e dalla piana di Ninive in direzione del Kurdistan, o all’estero. Oggi, a sei anni dalla liberazione, solo 50 famiglie (su 50mila persone) sono rientrate nelle loro case e l’opera di ricostruzione di abitazioni, luoghi di culto e attività commerciali fatica a decollare, tanto che qualcuno opta ancora per il pendolarismo da Erbil in attesa di tempi migliori.
Ciononostante, la funzione celebrata nel monastero di san Michele dall’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Najib Mikhael Moussa, accompagnato dal vescovo di Alqosh mons. Paolo Thabit Mekko, rappresenta una pietra miliare nel cammino di rinascita. “Questa liturgia - ha sottolineato il prelato - rappresenta l’inizio della ricostruzione del monastero” che avverrà “in un futuro prossimo” e con essa “il ritorno della preghiera” in un luogo caro.
“L’Isis - ha aggiunto - ha saccheggiato tutte le proprietà del monastero, vandalizzandolo in modo deliberato e deturpandolo con graffiti”. Il luogo di culto è stato anche oggetto di bombardamenti aerei, perché i miliziani jihadisti “lo usavano come riparo e deposito per conservare armi e produrre esplosivi”.
Per anni i cristiani di Mosul (e della piana di Ninive) non hanno potuto pregare nelle chiese e nei monasteri, a causa delle violenze e del clima di sicurezza. La ricostruzione parziale di alcuni edifici, come la celebrazione della divina liturgia nel monastero per la prima volta in due decenni sono un nuovo passo verso la stabilità, sebbene il cammino sia ancora lungo. “Speriamo - sottolinea mons. Moussa - di poter continuare a pregare in tutte le chiese e monasteri un tempo distrutti”.
Dopo il 2003, riprende il 31enne Hamid Tuzi, “noi cristiani eravamo soliti restare in casa a lungo e non frequentavamo luoghi di culto per le pessime condizioni di sicurezza e le minacce ai cristiani […] che spesso erano obiettivo di attacchi, per questo hanno dovuto emigrare”. Nella comunità è ancora vivo il ricordo del vescovo, mons. Paul Faraj Rahho, e dei sette sacerdoti - fra i quali p. Ragheed Ganni - uccisi dai fondamentalisti. Fra quanti sono migrati il 69enne Ezzat Sami, che oggi vive a Dohuk, nel Kurdistan iracheno, ma che spesso visita quella che un tempo era la metropoli economica e commerciale del nord. “Siamo felici di tornare a celebrare la messa, perché questo è un modo per ricordare i nostri cari scomparsi, il mio defunto padre. I musulmani - aggiunge - condividevano gioie e dolori, eravamo fratelli e lo siamo ancora. La guardia del monastero è musulmana. Quando abbiamo celebrato la messa, i residenti ci hanno accolto con grande gioia”.
Da Mosul e dalla piana di Ninive, in questi giorni, giunge infine notizia di una clamorosa protesta dei vescovi locali contro la riforma della legge elettorale e la annosa questione delle quote di seggi parlamentari riservate alle minoranze. L’obiettivo non è tanto quello di rivendicare posti, quanto di garantire il “pluralismo” etnico e religioso. Se non verranno adottate adeguate misure che possano garantire la rappresentatività, i prelati raggruppati nel cosiddetto “Consiglio di Ninive” non escludono iniziative forti fra le quali il boicottaggio delle prossime tornate elettorali.


30 marzo 2023

Vescovi del “Consiglio di Ninive”: i cristiani potrebbero boicottare le prossime elezioni

By Fides - Ankawa.com

I Vescovi delle Chiese presenti a Mosul e nella Piana di Ninive, con una iniziativa eclatante, hanno annunciato il possibile boicottaggio delle prossime tornate elettorali da parte della componente cristiana della popolazione irachena, se non verranno prese in considerazione le richieste sollevate in seno a tale componente e volte a tutelare gli spazi di rappresentanza politica garantiti a candidati cristiani in Parlamento e nelle istituzioni politiche nazionali e locali dalle stesse leggi elettorali attualmente in vigore.
I Vescovi che compongono il cosiddetto “Consiglio di Ninive” hanno espresso le loro preoccupazioni in una dichiarazione lunga e articolata, indirizzata in particolare ai rappresentanti istituzionali del Parlamento iracheno.
Al centro dell’iniziativa dell’organismo ecumenico c’è la sempre più controversa questione delle “quote” di seggi parlamentari riservate a componenti minoritarie della popolazione irachena.
L’Iraq - si legge nel testo firmato dai Vescovi - si contraddistingue per la sua pluralità etnica e religiosa, che comprende anche la componente cristiana. La legge elettorale in vigore prevede che cinque seggi del Parlamento siano riservati a candidati appartenenti alle comunità cristiane autoctone, affinché le esigenze della componente cristiana trovino espressione nell’esercizio del potere legislativo. Ma il voto per eleggere i candidati destinati a occupare i seggi riservati alla componente cristiana non è esercitato in via esclusiva da elettori cristiani. Anche i non cristiani possono votare per assegnare i 5 seggi che in teoria dovrebbero essere riservati alla componente cristiana. In questo modo, le forze politiche maggioritarie riescono a pilotare anche l’assegnazione delle quote di seggi riservate alle componenti minoritarie, cristiani compresi. Per questo – si legge nella dichiarazione dei Vescovi - i candidati finiscono per non rappresentare davvero a livello politico le istanze e gli interessi legittimi delle comunità cristiane irachene.
La proposta concreta delineata nella dichiarazione sottoscritta dai Vescovi del “Consiglio di Ninive”, appartenenti a diverse Chiese, è quella di istituire un Registro di elettrici e elettori cristiani abilitati a esprimere il proprio voto per assegnare i cinque seggi parlamentari riservati alla componente cristiana. L’istituzione di un tale registro – scrivono i Vescovi – sarebbe in piena armonia con la Costituzione irachena e con i pronunciamenti della Corte Suprema riguardo alle procedure elettorali. Se invece le legittime richieste provenienti dalle comunità cristiane autoctone non verranno ascoltate, i figli della componente cristiana si troveranno davanti a due possibili scelte: la prima è “quella di chiedere la cancellazione della quota di seggi loro riservata nell’attuale legge elettorale”, per impedire che anche quei seggi riservati a candidati cristiani vengano di fatto occupati da persone che non rappresentano effettivamente le esigenze delle comunità cristiane irachene. In alternativa, se la richiesta di istituzione di un registro elettorale specifico, non resta che la via del boicottaggio elettorale.
La dichiarazione è stata sottoscritta dal domenicano Najib Mikhael Moussa, Arcivescovo caldeo di Musul, da Mar Nicodemus Daoud Matti Sharaf, Vescovo siro ortodosso di Mosul, da mar Isaac Yousif, Vescovo della Chiesa assira d’Oriente, da Mar Benedictos Younan Hano, Arcivescovo siro cattolico di Mosul, e da Mar Chamoun Daniel, Vescovo della Antica Chiesa d’Oriente. Dopo le elezioni legislative del 10 ottobre 2021, come già riferito dall’Agenzia Fides, polemiche e tensioni erano già emerse intorno alla distribuzione e alla modalità di assegnazione dei seggi riservati a candidati cristiani. Allora, le obiezioni più esplicite ai risultati della tornata elettorale erano arrivate dall’ex parlamentare cristiano Joseph Sliwa, spintosi a dichiarare che i cinque nuovi parlamentari aggiudicatari dei seggi di tale quota non rappresentano i cristiani iracheni, visto che a suo dire il 90% dei voti espressi a loro favore in realtà non erano arrivati da elettori cristiani. L’accusa, emersa già in occasione delle elezioni politiche irachene del 2018, chiama in causa formazioni politiche maggiori, di matrice sciita e curda, che secondo i critici, nelle ultime tornate elettorali, avrebbero dirottato una parte dei propri voti sui candidati in corsa per la conquista dei seggi riservati ai cristiani, in modo da piazzare in quei seggi dei parlamentari totalmente allineati alle proprie strategie politiche.
Nel 2021, alle accuse di Sliwa aveva risposto Evan Faeq Yakoub Jabro, ex ministra per i rifugiati e le migrazioni nel governo uscente guidato da Mustafa al Kadhimi, eletta con quasi 11mila preferenze al nuovo Parlamento nelle file del “Movimento Babilonia”, la quale aveva difeso la trasparenza del processo elettorale. Alle elezione del 2021, proprio il “Movimento Babilonia” aveva ottenuto ben 4 dei 5 seggi riservati a candidati cristiani dal sistema elettorale nazionale. Il Movimento Babilonia è nato come proiezione politica delle cosiddette “Brigate Babilonia”, milizia armata formatasi nel contesto delle operazioni militari contro i jihadisti dello Stato Islamico (Daesh) che portarono alla riconquista delle aree nord-irachene cadute nelle mani jihadiste nel 2014. Guidate da Ryan al Kildani (Ryan “il caldeo”), le “Brigate Babilonia” avevano sempre rivendicato la propria etichetta di milizia composta da cristiani, anche se risultava documentato il loro collegamento con milizie sciite filo-iraniane come le Unità di Protezione popolare (Hashd al Shaabi). Anche la sigla politica del “Movimento Babilonia” viene considerata vicina alla “Organizzazione Badr”, movimento politico che alle elezioni era confluito nella Alleanza Fatah, cartello che raggruppava nove sigle e organizzazioni sciite di orientamento filo-iraniano.

29 marzo 2023

Mgr Sako: «Les chrétiens doivent avoir le courage de rester en Irak»


Né il y a 74 ans, à Zakho, dans le nord de l’Irak, Mgr Louis Raphaël Sako, nommé cardinal en 2018 par le pape François, affirme une détermination à toute épreuve et veut garder foi en l’avenir des chrétiens sur l’une de leurs terres originelles.
Cela fait 10 ans que vous êtes à la tête des chaldéens en Irak, quel bilan tirez-vous de cette décennie?
Mgr Louis Raphaël Sako: C’est très douloureux parce que le bilan est très pesant. Un an après mon élection comme patriarche, il y a eu l’invasion de Daech (État islamique). Notamment dans la ville de Mossoul où il y avait au moins 30’000 chrétiens, et plus de 100’000 chrétiens dans la plaine de Ninive. Tous ont été chassés. Il a fallu les accueillir, trouver des logements, créer des camps de réfugiés, des écoles, des dispensaires, leur donner à manger, etc. Cela a été un grand défi pour nous. Les diocèses et le patriarcat, mais aussi les prêtres des villages de la plaine de Ninive, nous sommes mis au service de ces gens qui étaient dépourvus de tout, avec l’aide des agences de bienfaisance, les conférences épiscopales française et italienne, l’œuvre d’Orient, des individus ici et là, tous nous ont montré leur proximité et solidarité morale et économique.
Le second défi a été d’organiser le retour des chrétiens, leurs maisons étaient détruites, les églises étaient brulées… Mais petit à petit, avec l’aide internationale des agences de charité, on a pu les aider à rentrer chez eux. La priorité a d’ailleurs été donnée à la réparation des maisons plutôt que des églises. On peut toujours célébrer la messe sous une tente. 60% des gens sont retournés chez eux, 10 % se sont installés dans la région du Kurdistan d’Irak et 30% ont quitté le pays définitivement et sont allés en France, en Europe ou ailleurs (Australie, Etats-Unis, etc., ndlr).
Vous parlez du départ de nombreux chrétiens, mais comment croire en l’avenir de la communauté chrétienne en Irak, dans ce pays si fragmenté par les conflits?
Depuis 20 ans, l’Irak ne s’est pas remis sur ses pieds et nous ne sentons pas qu’il y a un État irakien indépendant, uni et fort qui impose l’ordre et la loi. Nous sommes face à plusieurs États. Parfois les milices sont plus fortes que l’État lui-même. Nous ne savons parfois pas à qui parler pour résoudre les problèmes. Après la chute de Saddam Hussein, nous avons eu une nouvelle culture avec une mentalité sectaire alors que l’Irak durant l’ancien régime était presque séculier. Le sectarisme a créé des barrières entre les différentes composantes de la société: les chiites, sunnites, chrétiens, Kurdes, Arabes, Turkmènes… C’est horrible! Ils ont détruit la citoyenneté.
Les gens sont pour ou contre des pays voisins, mais vous ne sentez-plus cette conscience de citoyenneté ni d’engagement pour sauver ce pays et le sortir de ses impasses. Et puis, il y a la corruption. Elle est devenue un système. Le pays n’a pas d’argent car il part dans les poches des membres des partis politiques, surtout islamistes, ou bien des fonctionnaires de l’État. Nous avons toujours essayé d’avoir un rapport avec les autorités religieuses et civiles pour protéger et défendre les chrétiens. C’était dans ce but que le pape a visité l’Irak pour encourager les chrétiens à rester et à espérer et ouvrir les musulmans au respect et à la reconnaissance de l’autre sur le critère de fraternité. Une fraternité dans la diversité. Nous sommes frères mais nous sommes différents.
Cette visite du pape François, la première d’un pontife en Irak, il y a tout juste deux ans, a-t-elle été suivie des effets espérés? Son accueil par la population avait marqué les esprits…
Les musulmans ont accueilli le pape d’une manière extraordinaire. Plus que les chrétiens qui sont un peu plus habitués. Il a soulevé les foules en Irak. La personne du pape, son humilité, sa simplicité, sa crédibilité… Tout cela a beaucoup touché les musulmans. Ce qu’il disait sortait de son cœur ou de sa foi. Il n’a pas fait dans la courtoisie, dans le formel ou dans le double langage auquel les Irakiens sont habitués. Sa venue a changé la mentalité au niveau des rapports chrétiens-musulmans, surtout dans la population. Il y a un progrès. Maintenant, on n’entend plus de discours de provocation contre les chrétiens. Au niveau du gouvernement et des partis politiques, cela a en revanche peu évolué, ils ne se concentrent que sur leur lutte pour le pouvoir et l’argent plutôt que de reconstruire le pays et de servir les gens.
Vous œuvrez beaucoup à ce rapprochement entre les communautés et organisez des conférences interreligieuses avec les chiites et les sunnites. Vous avez accueilli la dernière le 24 février, la prochaine sera à Nadjaf. Est-ce que cela a permis quelques avancées dans les liens entre chrétiens et musulmans?
Depuis 2015, j’ai commencé à former un groupe pour le dialogue interreligieux avec les musulmans. On a fait beaucoup. Cela a aussi eu un impact sur nos relations, puis la pandémie à cassé la dynamique. Mais nous avons recommencé. Ce n’est pas facile, il faut bien connaître l’islam, la mentalité musulmane, le Coran et même le fondamentalisme. Les fondamentalistes se basent sur des versets du Coran et pensent que la religion musulmane est l’unique religion véritable. Cette supériorité affichée se transforme parfois en violence. C’est pourquoi il y a eu une mainmise des musulmans sur les propriétés des chrétiens, des Yézidis ou des mandéens. Il y a une sorte de marginalisation et de discrimination des chrétiens et d’autres communautés. Nous réclamons un État démocratique basé sur la citoyenneté égale. Cela va venir car le fondamentalisme n’a pas d’avenir. C’est un projet de long terme qui demande de la patience mais aussi de l’espoir. Il faut que les chrétiens s’engagent et pas seulement l’Église. Que ce soient les activistes ou les quelques partis politiques chrétiens. Il faut penser à l’avenir de l’Irak et renforcer la présence chrétienne.
Comment comptez-vous faire pour renforcer la présence chrétienne en Irak dans un contexte peu favorable?
Il faut réclamer les droits des chrétiens. C’est notre terre, notre pays. La grande majorité du peuple était chrétienne en Mésopotamie bien avant l’arrivée des musulmans. Nous avons beaucoup donné à l’islam. Il faut refaire cela, parler de tout cela. Aujourd’hui encore nous pouvons beaucoup donner à notre pays. Nous sommes une élite. Je crois que les chrétiens ont beaucoup à faire en Irak. L’influence ne dépend pas du nombre mais de la qualité des gens, de leurs qualifications.
Vous voyez les chrétiens comme un pilier du futur de l’Irak, mais tellement sont partis… Beaucoup sont désespérés par leur situation et se sentent poussés dehors, comment pensez-vous que cet état de fait pourrait être renversé?
Le mal n’a pas d’avenir. C’est ce que nous essayons de dire à ceux qui sont restés dans le pays et à la diaspora qui doit jouer un rôle et essayer d’avoir une présence dans les médias et les agences internationales. Il est vrai que les chrétiens d’Irak souffrent d’une instabilité et d’une insécurité. Ils ont perdu confiance dans l’avenir et dans leurs voisins. Certains chrétiens de la plaine de Ninive ont été pillés par les gens des villages voisins et ils font face aux milices. Les chrétiens ne sont pas tranquilles. Mais cela ne va pas durer. Tous les pays ont traversé des problèmes comme le nôtre, mais aujourd’hui certains sont des pays démocratiques et stables. Le problème, c’est que la communauté se sent psychologiquement émigrée car les familles ont été divisées par les départs. Nous, les chrétiens, étions plus d’un million et demi en Irak il y a 20 ans, aujourd’hui nous ne sommes plus que 400’000 à 500’000 (estimation, ndlr). À Bagdad, il y avait des quartiers entièrement chrétiens.
Est-ce que les préoccupations des chrétiens sont entendues par le gouvernement? On a encore vu dernièrement de nombreux chrétiens se sentir marginalisés par la loi de prohibition contre l’alcool qui vient d’être promulguée et qui porte atteinte à leur liberté et aussi parfois à leur activité économique (le marché de l’alcool est principalement tenu par des chrétiens et des Yézidis en Irak)…
Comme je l’ai déjà dit, la population est bien plus ouverte que la classe politique. Il y a chez les gens, surtout les jeunes, une forte réaction contre le fondamentalisme, notamment après Daech. Mais aussi contre l’enseignement religieux de l’islam qui est resté trop classique sans prendre en compte les questions nouvelles autour de la société, de la jeunesse ou de la morale. La classe politique politise la religion pour ses intérêts et pas par amour pour la religion. Par exemple, interdire l’alcool, qu’est-ce que cela signifie? Nous sommes un pays démocratique, de droit personnel. Mais cela n’est pas pris en compte. Je pense que c’était pour montrer leur engagement à respecter la charia, la loi musulmane. Mais je pense surtout que ce sont des mensonges car cela va encourager le trafic de drogues dont certains partis ont le contrôle et cela va les enrichir.
Ne pensez-vous pas qu’aujourd’hui, à travers la politique et l’économie, c’est l’Iran qui domine réellement l’Irak et poursuit le rêve d’un califat islamique chiite?
Non, je ne crois pas. Bien sûr, ils ont ce rêve, celui des anciens empires qui veulent récupérer leurs anciens territoires, comme on peut le voir avec la Russie, la Chine ou la Turquie. Mais ce n’est pas réaliste en Irak. La population n’acceptera pas cela et il y a également une grande influence des pays du Golfe en Irak, sur les sunnites. Beaucoup de partis politiques sont pro-Iran, mais je crois que l’Irak gardera son indépendance. Il y a des problèmes en Iran, des sanctions, sans parler du nucléaire. Tout le monde attend de voir ce qui va arriver dans les mois prochains, mais les Irakiens sont dans le fond assez radicaux sur leur identité irakienne. Bien sûr, il y a des intérêts politiques et économiques, mais la population irakienne est globalement contre cela. Et puis, il y a toute la jeunesse qui a manifesté lors du mouvement de Tishreen (en octobre 2019, ndlr). Les gens sont forts. Si le gouvernement ne fait pas de changement sur les lois, la constitution, la citoyenneté, les travaux et les services, je pense qu’il y aura une révolution.
On a pu voir récemment que le gouvernement irakien tente de serrer la vis autour des droits individuels et de la liberté d’expression, ne pensez-vous pas que l’Irak prend un discret tournant vers la charia comme vous l’avez évoqué précédemment?
Le gouvernement ne peut pas faire cela. Cela n’arrivera pas. Il y a beaucoup de réactions dans la société contre ça. Il y a les activistes qui font beaucoup pour éviter cela, sans compter sur la présence des femmes dans la société civile. On parle beaucoup de leur présence et de leur influence en Iran, mais en Irak leur voix est encore plus forte. Que ce soit au parlement ou dans la vie quotidienne. Le gouvernement actuel veut avancer dans le bon sens, mais il a les mains liées à cause des partis politiques.
Finalement, vous tenez un discours plutôt optimiste au regard de la situation politique actuelle en Irak. Vous pensez donc que les chrétiens ont encore la possibilité de jouer un rôle en Irak?
Oui. Tout est une question de temps. Les chrétiens doivent avoir le courage de rester et de lutter. Lutter pour un avenir meilleur et commun, pour tout le monde. Il ne faut pas attendre une solution magique. Cette mentalité ne marche pas. Il faut rentrer dans le jeu et jouer un rôle. Les gens attendent de l’Église des miracles sans même faire d’efforts eux-mêmes. Regardez, il y a quelques jours, les gens de Qaraqosh se sont révoltés contre les milices et ont demandé au gouvernement central de contrôler la présence des milices. Le résultat est très positif.
Je crois qu’il faut s’engager et chercher à avoir de l’influence et demander au gouvernement sa protection. Il faut se donner les moyens. La passivité crée la faiblesse car vous ne représentez rien. La proximité et la solidarité de l’Église et des chrétiens d’Occident nous aide à garder de l’influence. Les venues récentes de la délégation de la conférence épiscopale française (du 5 au 9 mars) ou la communauté de Sant’Egidio (du 8 au 10 mars) ou d’autres est d’un grand réconfort pour les chrétiens ici. Il faut faire fructifier ces liens.

Archbishop: ‘We want to be treated as Iraqi citizens’

Felipe d’Avillez

Twenty years after the fall of the regime led by Saddam Hussein Christians in Iraq continue to fight for their right to be treated as equal citizens and to live their faith free from persecution. Pope Francis’ March 2021 visit was a landmark of hope in this pursuit.
Christians used to live in peace and safety in Iraq, although that tranquility came at the cost of personal freedoms and the oppression of voices that dared to speak in opposition to Saddam Hussein.
The US-led invasion of 2003 toppled that regime, but instead of ushering in a new era of freedom and democracy, it led to almost two decades of instability, pitting Sunnis against Shiites within the country, with Christians often caught in the middle of the chaos.
The rise of the Islamic State in 2014 signaled the highpoint of persecution as hundreds of thousands of Christians were forced to flee their ancestral lands for the safety of Iraqi Kurdistan or for Western countries. The defeat of the Islamist organization meant that many were able to return home, but many more stayed away, and the Christian community is now a fraction of what it was at the turn of the century.
Archbishop Nathanael Nizar, of the Syriac Catholic Church in Iraqi Kurdistan, prefers not to dwell on the past, however. With his eyes set on the future he raises his voice for equal rights. “We want good relations with the Iraqi government and the government of Iraqi Kurdistan, based on respect for human beings. We don’t ask for anything special as Christians, we want to be treated just as Iraqi citizens, equal to anybody else, no more, no less. We want our human dignity to be respected as all other Iraqi people.”
“What we ask is for a constitution based on humanity, not on religion or anything else, but on humanity. When you have a constitution based on religion, that means you can be treated according to that religion. But we don’t want that. We want to be treated with dignity as Iraqi citizens, because we are people of this country,” the prelate said in an interview with Aid to the Church in Need (ACN).
ACN has long invested in providing Christians with the conditions to continue their lives in Iraq. When the Islamic State overran Mosul in 2014, ACN gave emergency help to settle refugees in Kurdistan, and later organized a campaign to rebuild houses in Christian communities so that they could return home. Just in 2022, for example, ACN set up a scholarship program for the Catholic University in Erbil, finished restoring the church and a monastery in Batnaya, helped reopen a school and a church in the Christian city of Qaraqosh and funded a gathering of Christian young people in Ankawa.
“Without ACN, our situation would be different now. ACN played a crucial role in helping to provide Christians with a good standard of living, in restoring houses, churches, monasteries and supporting other kinds of activities which can help Christians to remain in Iraq. It has done a really great job, and I am sure it will continue to do a great job in the future,” said Archbishop Nizar.
Expressing his thanks to all benefactors who make this possible, Archbishop Nizar asked that Christians all over the world continue to remember their Iraqi brethren. “We want ACN to continue its work in Iraq because we still need help, Iraq is still not fully recovered, the Christian communities are still not fully recovered. Please, regardless of how many of us are here, remember that there are Christians in Iraq and they need you, and with your help they can establish their lives and continue to try to live in safely in this area.”
One important landmark in this continued effort to maintain the Christian presence in Iraq was Pope Francis’ visit to the country in March 2021. Archbishop Nizar, who is a native of Qaraqosh, says that the effects of the papal trip continue to resonate.
“He left us, but he planted hope in our hearts. The visit of our Holy Father first made us feel that we are not forgotten by the Catholic Church, and particularly by Pope Francis, and secondly gave us hope. It was a sign of joy and hope for the entire community. That hope is still in our hearts, and we live with it for the future.”

Approvate tra le polemiche nuove regole elettorali, Cambia anche la distribuzione dei seggi riservati a candidati cristiani


Il Parlamento iracheno ha approvato una serie di controversi emendamenti al sistema elettorale, con modifiche che stanno provocando accese polemiche politiche e toccano anche le modalità di assegnazione dei seggi riservati alle minoranze etniche e religiose, compresi i cristiani.
Il nuovo regolamento, approvato all’alba di lunedì 27 marzo, prevede il ritorno a un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale che dovrebbe favorire le grandi formazioni e coalizioni politiche, a scapito di candidati indipendenti e di sigle politiche minori. La nuova legge prevede anche la suddivisione del territorio in circoscrizioni elettorali molto estese. Il voto di lunedì è stato accompagnato in aula da forti proteste da parte di candidati indipendenti eletti alle elezioni legislative del 2021, indette in forma anticipata dopo le proteste popolari anti-sistema esplose nel 2018 e nel 2019. Alcuni dei candidati che protestavano sono stati espulsi a forza dall’aula.
Gli emendamenti sono stati approvati da 206 parlamentari (i seggi sono complessivamente 219) e hanno avuto il sostegno dei partiti sciiti della coalizione – considerata filo-iraniana – che attualmente ha la maggioranza nell’Assemblea parlamentare. Sabato scorso, centinaia di oppositori avevano protestato contri i nuovi emendamenti, bloccando strade a Baghdad e in altre città irachene. Polemiche in aula hanno riguardato anche la ripartizione dei cinque seggi riservati dal sistema elettorale iracheno a candidati cristiani. I contrasti su questo punto specifico – riferisce il sito d’informazione ankawa.com – avrebbero addirittura portato allo scontro fisico tra esponenti del cosiddetto “Movimento Babilonia” e parlamentari curdi.
Secondo quanto stabilito dai nuovi emendamenti introdotti, i cinque riservati alla componente cristiana saranno assegnati in due distinte mega-circoscrizioni elettorali. I due “seggi cristiani” di Erbil e Dohuk saranno assegnati all’interno della circoscrizione elettorale corrispondente alla regione del Kurdistan iracheno, mentre i tre seggi distribuiti tra Baghdad, Kirkuk e Ninive verranno assegnati all’interno del mega-collegio elettorale comprendente anche le due città e l’area di Mosul e della Piana di Ninive. Secondo il regolamento che presiede alla nuova ripartizione dei seggi della componente cristiana, gli elettori potranno votare solo per i candidati cristiani in lizza per i seggi compresi nella propria circoscrizione elettorale.
Dopo le elezioni legislative del 10 ottobre 2021, polemiche e tensioni erano emerse proprio intorno alla distribuzione e alla modalità di assegnazione dei seggi riservati a candidati cristiani. Allora, come riferito dall’Agenzia Fides, le obiezioni più esplicite ai risultati della tornata elettorale erano arrivate dall’ex parlamentare cristiano Joseph Sliwa, spintosi a dichiarare che i cinque nuovi parlamentari aggiudicatari dei seggi di tale quota non rappresentano i cristiani iracheni, visto che a suo dire il 90% dei voti espressi a loro favore in realtà non erano arrivati da elettori cristiani.
L’accusa, emersa anche in occasione delle elezioni politiche irachene del 2018, chiama in causa formazioni politiche maggiori, di matrice sciita e curda, che secondo i critici, nelle ultime tornate elettorali, avrebbero dirottato una parte dei propri voti sui candidati in corsa per la conquista dei seggi riservati ai cristiani, in modo da piazzare in quei seggi dei parlamentari totalmente allineati alle proprie strategie politiche. Nel 2021, alle accuse di Sliwa aveva risposto Evan Faeq Yakoub Jabro, ex ministra per i rifugiati e le migrazioni nel governo uscente guidato da Mustafa al Kadhimi, eletta con quasi 11mila preferenze al nuovo Parlamento nelle file del “Movimento Babilonia”, la quale aveva difeso la trasparenza del processo elettorale.
Alle elezione del 2021, proprio il “Movimento Babilonia” aveva ottenuto ben 4 dei 5 seggi riservati a candidati cristiani dal sistema elettorale nazionale.
Il Movimento Babilonia è nato come proiezione politica delle cosiddette “Brigate Babilonia”, milizia armata formatasi nel contesto delle operazioni militari contro i jihadisti dello Stato Islamico (Daesh) che portarono alla riconquista delle aree nord-irachene cadute nelle mani jihadiste nel 2014. Guidate da Ryan al Kildani (Ryan “il caldeo”), le “Brigate Babilonia” avevano sempre rivendicato la propria etichetta di milizia composta da cristiani, anche se risultava documentato il loro collegamento con milizie sciite filo-iraniane come le Unità di Protezione popolare (Hashd al Shaabi). Anche la sigla politica del “Movimento Babilonia” viene considerata vicina alla “Organizzazione Badr”, movimento politico che alle elezioni era confluito nella Alleanza Fatah, cartello che raggruppava nove sigle e organizzazioni sciite di orientamento filo-iraniano.

24 marzo 2023

«Quello iracheno è un popolo unito dalla sofferenza»

Simone Cantarini

Quello dell’Iraq è un popolo «unito dalla sofferenza».
È questa l’immagine fornita a Tempi da monsignor Thabet Habib Yousif Al Mekko, vescovo dell’eparchia caldea di Alqosh, città situata nella piana di Ninive a nord di Mosul, della situazione del Paese a 20 anni dall’operazione Iraqi Freedom (Oif) condotta dagli Stati Uniti nel 2003 per rovesciare il regime di Saddam Hussein, la cui caduta e il caos che ne seguì aprirono le porte all’estremismo islamico e il terrorismo prima di Al Qaeda e poi dello Stato islamico. La devastazione della guerra e l’insurrezione che a partire dal 2006 si trasformò in guerra civile hanno decimato la popolazione cristiana, facendo quasi sparire alcune tra le comunità più antiche del mondo.

Da un milione a 300 mila cristiani in vent’anni
«Dopo 20 anni dall’invasione degli Stati Uniti, in Iraq la situazione dei cristiani è questa: da oltre un milione siamo diminuiti a 300.000, cristiani di tutte le confessioni e le chiese. Al nord avevano una vita tranquilla. Facevamo parte di questa realtà. I cristiani erano tanti anche a Baghdad, vivevano in buoni quartieri e case confortevoli e avevano buone posizioni lavorative», racconta a Tempi il vescovo di Alqosh.
«Ora il numero è drasticamente diminuito e tanti sono fuggiti, minacciati dalle milizie e dai gruppi di terroristi che li hanno costretti ad abbandonare le loro abitazioni e il Paese. Chi aveva una buona posizione lavorativa è stato costretto ad abbandonarla in favore di altri», afferma il prelato, che è stato ordinato sacerdote nel 2008 e che ha iniziato il suo apostolato proprio a Mosul, considerata la “città martire” dei cristiani iracheni dopo la sua occupazione nel giugno 2014 da parte dello Stato islamico che la scelse come capitale del suo autoproclamato califfato.
«Dalla piana di Ninive tanti cristiani sono fuggiti e le loro terre sono state spartite», racconta monsignor Al Mekko, precisando che nell’area sono presenti ancora, nonostante la sconfitta territoriale dello Stato islamico nel 2017, gruppi armati, milizie e tensioni.
Nella regione autonoma del Kurdistan, secondo il prelato, i cristiani «stanno meglio», ma anche in questo caso persistono situazioni di soprusi, con esponenti della minoranza religiosa che da anni attendono di poter assistere alla restituzione delle proprie terre.

Povertà e corruzione in Iraq
Tuttavia, il prelato ricorda che non è possibile parlare delle sofferenze dei cristiani senza considerare quanto ha patito e sta ancora patendo tutta la popolazione dell’Iraq che dal 2003 al 2019 ha pagato il prezzo di ben 300.000 morti per attacchi terroristici, esplosione di ordigni, raid aerei. «La corruzione sta distruggendo il Paese», ammette il vescovo di Alqosh, ricordando che «tanti sono i disoccupati», situazione che «riguarda soprattutto i cristiani giovani che cercano lavoro».
Secondo stime delle Nazioni Unite, circa un terzo della popolazione irachena vive in povertà. Nel Paese i servizi pubblici sono in gran parte assenti. Inoltre l’Iraq, pur essendo il secondo produttore dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) e il quinto al mondo, deve importare gas ed elettricità dall’Iran e soffre di continui blackout elettrici, soprattutto durante l’estremo caldo estivo. Proprio a causa della corruzione dilagante e della crisi economica persistente, nell’ottobre del 2019 l’Iraq ha assistito alle più grandi manifestazioni della sua storia recente poi divenute note come il movimento Tishreen.
Nonostante si siano succeduti ben tre governi – Adil Abdul Mahdi, Mustafa al Kadhimi, Mohammed Shia al Sudani – il nepotismo e la corruzione rimangono diffusi in Iraq, dove posti ambiti in un settore statale gonfio sono spesso ottenuti attraverso legami personali.
«Oggi c’è tanta corruzione in tutti i settori», racconta monsignor Al Mekko. «Per avere una carta di identità devi pagare. Tanti vanno a lavorare e cercano un lavoro, ma vogliono solo prendere i soldi. Girano notizie secondo cui gli impiegati iracheni fanno dieci minuti di lavoro ogni giorno. La mentalità ormai è questa: avere un lavoro, un salario e basta. Anche se non fai nulla, se non hai una laurea e magari hai falsificato un certificato», osserva il prelato.

Iraq, un paese multietnico e multireligioso
Monsignor Al Mekko ricorda come l’Iraq sia un Paese multietnico e multireligioso. Nel Paese, i due gruppi etnici più importanti sono gli arabi (tra il 75 l’80 per cento degli abitanti) e curdi (15-20 per cento). Il 95-98 per cento della popolazione è musulmana divisa tra sciiti, (circa il 65 per cento) e sunniti (circa il 30 per cento). Le minoranze etniche e religiose costituiscono fino al 5 per cento della popolazione: turkmeni, yazidi, cristiani, shabak, kaka’i, sabei-mandai, baha’i.
«L’Iraq è composto da tanti gruppi religiosi ed etnici. Vi è una buona relazione ora, ma abbiamo assistito a una guerra religiosa tra sunniti e sciiti», ricorda Al Mekko citando la devastante guerra intra-religiosa culminata con la nascita dello Stato islamico e che ha visto la popolazione maggioritaria sciita, ma anche le minoranze, a costituire milizie in armi.

Che cosa unisce il popolo dell’Iraq
«L’Isis era un gruppo religioso fanatico e i suoi adepti erano contro chi non era come loro, secondo la loro confessione religiosa», ricorda il prelato che facendo riferimento alle divisioni, osserva che è spesso l’agenda politica a muovere questi problemi: «il popolo non ha questa idea, ma viene realizzata da gruppi fanatici che usano questi metodi per mantenere la loro identità, usano questa carta per controllare». Nell’estate del 2014, le bandiere nere dell’autoproclamato califfato di Abu Bakr al Baghdadi dilagarono nella piana di Ninive conquistando i centri abitati e obbligando i cristiani a una scelta: la conversione, il pagamento della jizya (la tassa per i non musulmani) o l’esilio.
Le immagini di Qaraqosh, la più grande città cristiana dell’Iraq che ospitava una popolazione ben 50.000 persone, completamente deserta nell’agosto del 2014, descrivono il dramma di quegli anni, ben tre, in cui lo Stato islamico occupò il nord dell’Iraq, minacciando anche la regione autonoma del Kurdistan, dove trovarono rifugio cristiani, yazidi altre minoranze e i musulmani sunniti che non volevano sottostare a quel regime terroristico.
Parlando della situazione della popolazione irachena oggi, a distanza di tutte queste devastazioni, monsignor Al Mekko afferma: «L’unità del popolo iracheno, c’è, perché tutto il popolo sta soffrendo, e questa cosa unisce il popolo».
Per il prelato la distruzione del Paese e la sofferenza degli iracheni va arretrata di ulteriori 12 anni, al 1991, anno della Prima guerra del Golfo e dei successivi anni di sanzioni, fatto che rende ancora più profonda e complessa la ripartenza. «Abbiamo bisogno di molti anni per ricostruire», afferma il vescovo di Alqosh.

Peacebuilding vicar in Iraq honoured with MBE


The vicar of St George's Anglican Church in Baghdad has been awarded the MBE (Member of the Most Excellent Order of the British Empire) in a ceremony at the British Embassy in the Iraqi capital.
Rev. Canon Faiz Jerjes, was recognised for his contributions to peacebuilding and services to Baghdad's Anglican, Christian and local community.
Initially approved by Her Late Majesty Queen Elizabeth II, the presentation of the award was delayed for more than two years due to the pandemic.
Canon Jerjes is the first and only Iraqi citizen ordained as an Anglican cleric, and he's long been an advocate for the rights of religious minorities and integral to inter-faith reconciliation and peacebuilding efforts.
Lord Ahmad of Wimbledon, the UK's Minister of State for the Middle East, North Africa, South Asia and the United Nations, presented the MBE and cited Canon Jerjes' efforts on behalf of not only Iraqi Christians but all faith groups across the nation, including the beleaguered Yazidi community.
Also in attendance were Mark Bryson-Richardson, British Ambassador to Iraq; Archbishop Michael Lewis, Anglican Diocese of Cyprus and the Gulf; Archbishop Mitja Leskovar, Apostolic Nuncio for the Holy See; Sheikh Ali al-Soudani, the personal representative of the Grand Ayatollah Hussein al-Sadr; and the tribal leader Sheikh Saddam al-Atwani.
In 2017 Canon Jerjes was honoured by the Iraqi Ministry of Culture as one of Iraq's Distinguished Personalities of the Year for his support for human rights. A year later, the Iraqi Army recognised him for "his outstanding contributions to peaceful co-existence in Iraq".
Canon Jerjes has been associated with St. George's since 2006 and served as the church's curate before being named Priest-in-Charge in January 2015.
With the support of both Mosaic Middle East (the working name of The Foundation for Relief and Reconciliation in the Middle East ) and the Anglican Diocese of Cyprus and the Gulf, Canon Jerjes and St. George's supported scores of internally displaced families fleeing ISIS in 2015.
In addition to the church, the vicar oversees the Anglican School of the Redeemer, which opened in September 2018 and is located on the St. George's campus, as well as a medical and dental clinic that provides free healthcare to people of all faiths.
Helen Jackson, executive director of Mosaic Middle East, said: "We are thrilled that Canon Jerjes' tireless work on behalf of the people of Iraq has been recognised in this way. His leadership is characterised by powerful yet humble advocacy, and the whole Mosaic family is looking forward to continuing to work with him to bring hope and healing to many."
St George's Anglican Church, Baghdad is known as an 'oasis of grace' and serves a congregation of over three hundred.

22 marzo 2023

Iraq, Filoni: nessuno ascoltò l’appello di Giovanni Paolo II contro la guerra

By Vatican News
Marie Duhamel 

“Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro, da utilizzare per regolare i contenziosi fra le Nazioni”.
Era il 13 gennaio 2003 quando Giovanni Paolo II, nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, lanciava il suo appello per scongiurare la minaccia della guerra poi abbattutasi sulle popolazioni dell’Iraq. Wojtyla esortava a non trascurare le conseguenze che un conflitto avrebbe comportato “durante e dopo le operazioni militari”.
Appello reiterato anche nell’Angelus del 16 marzo 2003, quando “di fronte alle tremende conseguenze che un'operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell’Iraq e per l'equilibrio dell’intera regione del Medio Oriente, già tanto provata, nonché per gli estremismi che potrebbero derivarne”, disse al mondo: “C’è ancora tempo per negoziare; c'è ancora spazio per la pace; non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare”.
La ragione principale dell’attacco era il timore che Baghdad poteva costruire o già detenere armi di distruzione di massa. Ipotesi poi smentita da inchieste postbelliche. Il segretario di Stato americano, Colin Powell, ammise successivamente come molte fonti dell’intelligence erano sbagliate.
“Il Papa aveva parlato e nessuno l’aveva ascoltato”, ricorda oggi il cardinale Fernando Filoni, all’epoca nunzio apostolico a Baghdad. Con i media vaticani il porporato ricorda, dopo vent’anni, quel momento drammatico per la storia dell’umanità.
Eminenza, il 20 marzo del 2003 gli Stati Uniti avviavano questo intervento militare in Iraq. Lei era lì da mesi e ha visto la guerra arrivare. Come ha vissuto tutto questo? Qual è stata la realtà di questo conflitto?
La sensazione di tutti noi che eravamo in Iraq era di una certa fatalità, cioè che non potevamo fare altro se non sentire sopra di noi decisioni che avrebbero scatenato la guerra e di cui noi eravamo solamente vittime. Dovevamo subirla! Questa era la percezione della gente che io incontravo. Erano tutti in attesa di cosa sarebbe successo. Nessuno poteva sapere come sarebbe stata la guerra, i bombardamenti, gli scontri, cosa sarebbe avvenuto… La gente aveva fatto scorte di riso, di pane, ma nessuno sapeva esattamente come sarebbe andata a finire e come la gente sarebbe stata capace di affrontare i bombardamenti che non sapevamo né dove, né come, né quando sarebbero successi.
Quindi, non si sperava più nella pace …
Erano finite tutte le possibilità. Il Papa aveva parlato e nessuno l’aveva ascoltato, le Nazioni Unite si erano schierate a favore della guerra, in Europa c’erano varie opinioni sulla guerra, ma la determinazione c’era stata pochi giorni prima nelle Azzorre tra il presidente Bush e il primo ministro Aznar e poi Blair, primo ministro inglese, che avevano deciso come e quando attaccare. Ecco, noi eravamo solo vittime di questa realtà. Da parte della leadership irachena, c’era stata una disponibilità. Almeno loro sempre mi avevano manifestato l’intenzione di poter dialogare. Ma una cosa sola chiedevano: non bisogna umiliare i capi, poi possiamo trattare su tutto. Nemmeno questo è stato accettato…
Si attendeva solo l’inizio della guerra…
Sì, vivevamo con la fatale attesa del primo bombardamento che è arrivato tra la notte del 19 e del 20 marzo e ha centrato edifici governativi, colpendo anche le centrali di comunicazioni. I telefoni sono subito saltati, non c’era più la possibilità di comunicare. Poi è cominciata anche l’invasione nel sud del Kuwait dove, sì, c’erano schierate le truppe di Saddam, ma la preponderanza dell’azione militare travolgeva tutte le difese schierate.
Lei, come nunzio, scelse di rimanere per accompagnare il popolo. Perché questa scelta e come ha potuto accompagnare il popolo?
Noi, come servizio diplomatico della Santa Sede, siamo nei diversi luoghi per la pace, per assicurare la libertà della Chiesa, per essere vicino ai nostri cristiani, per manifestare la solidarietà del Papa presso tutte queste Chiese, che siano minoranze o maggioranze. Il nunzio è lì per rappresentare il Santo Padre. Giovanni Paolo II aveva più volte manifestato la sua vicinanza al popolo iracheno. Nonostante quel che si diceva in tanti Paesi, non è vero che tutti erano contro l’Iraq, la Chiesa era contro la guerra e a favore del popolo iracheno. Sulle altre questioni si poteva discutere.
Siete rimasti, quindi, per solidarietà …
Sì, noi eravamo là per manifestare questa solidarietà. E posso dire che non solo il nunzio, ma nessun sacerdote, nessun vescovo, nessun religioso o religiosa è partito: tutti sono rimasti. Molte famiglie che potevano si sono allontanate da Baghdad, qualcuno ha cercato vie per uscire, ma questo è comprensibile quando ci sono bambini e anziani. Però anche il popolo è rimasto sempre lì, l’esodo dei cristiani è cominciato dopo. Quindi era necessario anche per il nunzio, che rappresenta il Santo Padre, rimanere con i cristiani, i sacerdoti, i vescovi. Questo è sempre stato ben apprezzato sia dal popolo iracheno che dalle autorità.
Autorità che, dopo qualche mese, hanno perso il potere. Abbiamo assistito alla caduta di Saddam Hussein. Poi ci sono stati anni molto difficili con un confronto tra sciiti e sunniti e la difficoltà di trovare un potere stabile…
Saddam Hussein era un sunnita e la minoranza islamica sunnita - minoranza consistente - aveva di fatto in mano il potere. Gli sciiti no, anzi erano stati conculcati soprattutto nel Centro-sud. Dunque nel momento in cui è caduto il regime di Saddam, la prima cosa è stata che gli sciiti hanno preso il potere. Per cui, tra gli alleati che avanzavano e facevano cadere il potere del regime e gli altri che non si sapeva come avrebbero reagito, regnava l’anarchia. Ogni giorno c’erano attentati, non militari ma da parte di chi cercava di prendere il potere o comunque trarre vantaggio per rubare. Fu un periodo di incendi enormi, di vittime: solo perché uno passava con una macchina gliela rubavano… C’era il caos, non si sapeva chi comandava, erano scomparsi i militari, i vigili, non c’era nessun tipo di autorità a controllare. Tutti ricordano i saccheggi dei ministeri, tranne di uno che fu subito presidiato: quello del petrolio. Ricordo bene come una delle cose più terribili fu il saccheggio dei musei, dove scomparvero migliaia di opere d’arte. Anche i militari americani le portavano via e infatti furono poi trovate nei loro zaini. Fu terribile pure l’incendio dell’immensa Biblioteca di Baghdad. Per 2-3 giorni ha piovuto cenere sulla città. È stato uno scempio inaccettabile: colpire pure le biblioteche significava colpire la storia, la vita di un popolo, oltre al fatto che tutta l’umanità viene privata di beni dal valore incalcolabile.
Quale conseguenza ha avuto questo periodo di guerra sul volto della Chiesa e come queste conseguenze si riflettono nella Chiesa di oggi?
La Chiesa ha sofferto... È stata la prima ad avere molti martiri, molte uccisioni, esplosioni dentro o davanti alle chiese. I nostri fedeli sono stati tra i primi ad essere presi di mira. Molti beni sono andati perduti perché, essendoci l’anarchia, numerose case di cattolici e cristiani furono occupate. Tutto questo naturalmente ha inciso sulle prospettive future: quale tipo di regime ci sarebbe stato? Quale tipo di governo si poteva instaurare? Fondato su quale legge, visto che molte erano state abrogate? Mi riferisco a quelle sulla libertà religiosa, sui diritti civili, sul diritto di ogni cittadino a vivere nel proprio Paese. Anche quando si è tentato di imporre una legge non veniva rispettata, gli attentati erano continui. Questo è andato avanti per anni. L’Isis è stata la conseguenza di un’anarchia, di problemi che non erano stati risolti, di una difesa non ancora definita. Tutto ciò ha generato il sopravvento di bande e gruppi che hanno messo in crisi la popolazione. Tutta la popolazione, ma in particolare i cristiani che, nella zona del nord Iraq, nella Piana di Ninive, nei villaggi del Kurdistan, sono diventati oggetto di una spietata caccia insieme ad altre minoranze della zona.
Nel 2015 lei è stato mandato da Papa Francesco in Iraq per esprimere la sua prossimità. Poi c’è stato viaggio del Papa. Com’è stata percepita la Chiesa?
La percezione delle autorità ma anche della gente comune è stata di grande rispetto per la Chiesa Cattolica. Non c’era questa percezione prima, non si parlava mai della Chiesa cattolica, i giornali, le televisioni non dicevano mai niente. Ricordo che la gente rimase meravigliata quando per la prima volta, caduto Saddam, hanno potuto comprare le tv che prima era impossibile avere - milioni di antenne satellitari arrivavano con enormi camion - e la gente ha potuto rendersi conto che esiste un mondo fuori e una delle cose che ha scoperto nel periodo in cui era morto Giovanni Paolo II, erano queste file enormi di fedeli che venivano a pregare. E la gente in Iraq ha detto: “Ma come? Ci hanno sempre detto che sono miscredenti e com’è che questa gente prega?”. Era la prima volta che avevano un impatto con una realtà diversa da quella che era stata loro descritta. E questo è rimasto, cioè il fatto che in fondo la Chiesa ha difeso il popolo iracheno. Sempre, sempre, anche durante il regime. Non era una difesa contro Saddam Hussein, ma erano la difesa del popolo, del diritto di un popolo ad avere la sua libertà, la sua dignità, la sua espressione di fede. Questo è continuato anche con le azioni successive del Papa: quando mi ha mandato per solidarietà verso centinaia di migliaia di cristiani fuggiti dalla Piana di Ninive, è stato percepito come un segno di vicinanza del Papa e della Chiesa. È stato molto importante perché la percezione del cristiano prima era quella di un infedele, invece i cristiani erano gli unici che dimostravano una grande vicinanza, non solo a livello morale ma anche economico con il sostegno di Caritas e altri aiuti.
Quindi com'è stato vissuto il viaggio di Papa Francesco in Iraq?
Sì. La visita del Papa è stata la risposta al desiderio di Giovanni Paolo II nel 2000 di andare in Iraq per l’Anno Santo. Desiderio che gli era stato negato. Questo ha completato un’attesa e ha aperto delle porte, a cominciare dal fatto che il Papa si è impegnato nel dialogo con il mondo sunnita e anche con il mondo sciita, andando a trovare Al-Sistani, ha dimostrato che è possibile un dialogo. Queste sono delle porte che sono state aperte e l’inizio di un lungo cammino.

21 marzo 2023

Iraq, quindici anni fa un vescovo martire. In attesa di beatificazione

Andrea Gagliarducci

Foto Patriarcato caldeo
L’auspicio è che la causa di beatificazione prosegua spedita, per il vescovo Paul Faraj Rahho. Ed è una causa importante, perché si tratta del riconoscimento di un martirio, dunque di una beatificazione che non ha bisogno di un miracolo. E martire, per la sua gente, il vescovo Paul Faraj Rahho, arcivescovo di Mosul trovato morto 13 marzo 2008, lo era davvero.
Lo ha sottolineato il Cardinale Raphael Sako, patriarca dei Caldei, celebrando una Messa in suffragio del suo confratello vescovo, uno dei tanti martiri iracheni che ci sono stati nel corso degli ultimi 16 anni. Perché è vero che in Iraq la stagione delle violenze e del martirio era venuta durissima, e mediaticamente esposta, dopo l’invasione della Piana di Ninive da parte del sedicente Stato Islamico.
In realtà, però, i cristiani sperimentavano forme diverse di martirio già da dopo la Seconda Guerra del Golfo del 2003, e infatti in quegli anni cominciò l’inesorabile esodo nascosto dal Medio Oriente, mentre chiese e cristiani vengono attaccati.
Un anno prima della morte dell’arcivescovo Rahho, era stato padre Ragheed Ganni a finire ammazzato brutalmente, insieme a tre catechisti. E recentemente in Iraq si è chiusa la fase diocesana per la beatificazione di 48 martiri uccisi in un attacco terroristico alla chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Baghdad nel 2010.
L’arcivescovo Rahho fu rapito il 29 febbraio 2008, quando una banda armata attaccò l’auto dove viaggiava, sparò alle gomme, uccise l’autista e due suoi collaboratori e lo rapì.
Due settimane dopo, il suo corpo senza vita fu ritrovato nei pressi di un cimitero abbandonato nel distretto di Karama.
Viene considerato da tutti un martire, anche se non si sa se sia morto perché gli abbiano sparato, o per mancanza di medicine o per paura. C’è, di certo, un dossier per la causa di beatificazione dell’arcivescovo.
Sacerdote dal 1965, Rahho divenne arcivescovo di Mosul nel 2001, e lo rimase fino alla morte. Non importa se morì per lo spavento causato dalla morte dei suoi tre compagni, per mancanza di medicine, o perché gli spararono. Quello che è certo è che l’arcivescovo Rahho era stato rapito perché cristiano, ed è morto in cattività perché cristiano. E dunque la sua è una morte procurata in odium fidei”.
Per ricordarlo, il Cardinale Sako ha celebrato Messa nella Cappella Patriarcale Caldea di Baghdad. Concelebranti, Sua Eminenza, l'Arcivescovo Basilios Yaldo, Assistente Patriarcale, e Padre Jose Emmanuel.
Sua Beatitudine ha auspicato che la causa di beatificazione del Vescovo Rahho si concluda rapidamente e il pubblico ha pregato per la pace e la stabilità nel mondo e in Iraq.

Storia di una famiglia e quattro vocazioni religiose, succede in Iraq


Nella piccola città cristiana di Qaraqosh, che conta solo 35.000 mila e si trova nella provincia irachena di Ninive, molte famiglie hanno figli o figlie che dedicano la loro vita come sacerdoti, monaci o suore. Ma anche per questa città, avere più religiosi in una famiglia è una eccezione.
Così è la famiglia Al-Banna con otto figli, metà dei quali ha scelto la vita coniugale e l'altra metà i voti religiosi.
"La nostra casa era un'oasi che ospitava i sacerdoti, i monaci e i diaconi consacrati, e spesso ascoltavamo inni e preghiere", ha detto il fratello Noiran.
Secondo i fratelli, questo ambiente amorevole li ha portati a vedere le proprie vocazioni man mano che maturavano. Hanno anche condiviso che la loro madre e il loro padre hanno dato una formazione alla famiglia che sia cristiana basata sull'amore di Cristo e della Chiesa come punto centrale della loro vita.
Suor Narmin è entrata per prima in convento, unendosi alle suore francescane nel 1994 quando aveva solo 22 anni, seguita dal fratello Nerouan con i Padri francescani nel 2000 all'età di 26 anni. Fratello Noiran è entrato con i Padri Domenicani nel 2005 e all'età di 27 anni, e infine Sorella Nagelin con le Suore del Rosario nel 2019
Parlando di come si sentono quando gli viene data la possibilità di riunirsi come famiglia, i fratelli hanno espresso la gioia che li riempie "non perché apparteniamo a vari ordini, ma perché apparteniamo a questa famiglia che ci ha insegnato l'amore di Cristo soprattutto".
La diversità degli ordini in cui sono entrati è una fonte di ispirazione e arricchimento reciproco per i fratelli, che indicano il messaggio di San Paolo: "Abbiamo talenti che differiscono in base alla grazia che ci è stata data".
Dopo tutto, hanno sottolineato, i discepoli di diversi talenti fondarono una Chiesa universale.
“Lo scopo non è per noi di essere una copia dell'altro, ma come gli stessi discepoli di Cristo, poiché non ci sono due discepoli uguali per talento, stile e metodo. "Piuttosto è sufficiente che colui che li unisce sia Cristo stesso"", ha detto sorella Nagelin"
Secondo il fratello Nerouan, entrare nella vita religiosa non è mai stata solo un'idea che è venuta in mente a nessuno di loro, ma piuttosto una "grazia speciale" che Dio conferisce a chi vuole e la cui fonte è stata incoraggiata dai loro genitori. Parlando del loro defunto padre Nasser Behou Yisi Al-Banna e della madre Shams Paul Jabo Altoni, la sorella Narmin ha detto: “Abbiamo vissuto nella nostra casa materna la verità di ciò che Papa St. Giovanni Paolo II incoraggiato. Una volta disse "la famiglia è la chiesa di casa" come la famiglia di Nazareth".
La comunità di Qaraqosh, che è orgogliosa della sua storia cristiana e la cui cultura è intimamente modellata dalla Chiesa e dal Vangelo, ha svolto un ruolo importante nella decisione dei quattro fratelli di servire il Signore. Decine di migliaia di cattolici partecipano per le strade portando rami d'ulivo e cantando "Benedetto colui che viene nel nome del Signore, Hosanna.", per celebrare il giorno dell'ingresso del Signore a Gerusalemme.

17 marzo 2023

Patriarcato caldeo: alla vigilia dei vent'anni dalla guerra all'Iraq il paese ha bisogno di cambiamenti

By Baghdadhope* - Patriarcato caldeo

Tra tre giorni cadrà il 20° anniversario della guerra scatenata dagli Stati Uniti d'America contro l'Iraq che portò alla caduta del regime guidato da Saddam Hussein. 
Il patriarca della chiesa caldea, il Cardinale Mar Louis Raphael Sako, in una nota pubblicata dal sito patriarcale ha ricordato come nonostante sia passato così tanto tempo gli iracheni, che "attendevano un cambiamento radicale per il paese" sopportino ancora "grandi ingiustizie a causa della mancanza di integrazione tra le componenti" del paese, a causa delle "divisioni e delle lotte per il potere ed il denaro" che hanno generato il fenomeno della corruzione così come "l'emergere dell'estremismo, del terrorismo, della mancanza di servizi e di istruzione" - ci sono attualmente 12 milioni di analfabeti in Iraq sottolinea la nota - della disoccupazione e del fenomeno migratorio."   
"E' tempo" continua la nota "che gli iracheni siano consapevoli della realtà in cui vivono." 
Questa data "è un'occasione per dialogare e confrontarsi con sincera buona volontà, con la mente aperta, libera e responsabile" per trovare "il bene comune e per costruire un sistema democratico che rispetti i diritti umani e applichi le leggi internazionali. L'assenza di democrazia, di giustizia e di uguaglianza significa violare i diritti degli individui e le loro peculiarità."
La nota patriarcale continua con l'elencare quattro "modelli da cambiare:"
1: Onestà: No alla menzogna ed alla prevaricazione. E' un peccato che la menzogna sia diventata il "sale degli uomini,"* anche tra figure religiose cristiane e musulmane.
2: Patriottismo. No al nepotismo, ai favoritismi ed ai pregiudizi.
3: Amore e amicizia. No all'odio, all'ostilità e all'esclusione
4:  La politica è servizio, saggia gestione e rispetto del denaro pubblico
No agli interessi personali e di parte e alla corruzione che divide e indebolisce la società irachena. 
"Questi modelli" conclude la nota, "sono garanzia di pace e stabilità" e promuovono "la convivenza."

* Il riferimento è ad un proverbio siriano secondo il quale però è l'onestà il "sale degli uomini" e non la menzogna. (Nota di Baghdadhope) 

16 marzo 2023

Qaraqosh, tensioni e contestazioni intorno al ruolo delle “Brigate Babilonia”


Foto syriacpress.com

Nell’area di Qaraqosh, città a maggioranza cristiana della Piana di Ninive, crescono le tensioni tra milizie armate e unità di autodifesa locale composte in gran parte uomini armati che rivendicano la loro appartenenza a comunità cristiane autoctone. Al centro delle tensioni ci sono le cosiddette “Brigate Babilonia”, che hanno sempre tenuto a rivendicare la loro etichetta di formazioni paramilitari composte da cristiani, pur venendo solitamente considerate come allineate a più consistenti e potenti milizie sciite filo-iraniane, come le Unità di Protezione popolare (Hashd al Shaabi). Nei giorni scorsi – riferiscono fonti locali – le Brigate Babilonia hanno fermato e sequestrato sette membri cristiani delle cosiddette Unità di Protezione della Piana di Ninive (Plan Protection Units, NPU).
Il sequestro dei membri delle NPU è arrivato dopo che alcune decine di abitanti di Qaraqosh erano scesi in piazza per manifestare il loro sostegno alle NPU  e chiedere alle Brigate Babilonia di farsi da parte e rinunziare alla pretesa di presentarsi come milizie impegnate a esercitare funzioni di ordine pubblico nella Piana di Ninive, area di tradizionale radicamento delle comunità cristiane autoctone irachene. Il sequestro dei 7 membri delle NPU ha riacceso le tensioni e fatto scattare immediati appelli alla liberazione dei sette sequestrati.
L’episodio conferma il protrarsi dell’instabilità e dell’incertezza che pesano sulla Piana di Ninive, dopo che pure sono passati anni dal tempo in cui Mosul e buona parte della regione erano cadute in mano al regime jihadista del sedicente Stato Islamico (Daesh).
Le “Brigate Babilonia” si sono formate come milizia armata proprio nel contesto delle operazioni militari contro i jihadisti di (Daesh) che portarono alla riconquista delle aree nord-irachene cadute nelle mani jihadiste nel 2014.
Guidate da Ryan al Kildani (Ryan “il caldeo”), le “Brigate Babilonia” hanno poi dato vita “Movimento Babilonia”, Partito politico che alle elezioni parlamentari irachene del 10 ottobre 2021 ha piazzato suoi rappresentanti in ben 4 dei 5 seggi riservati a candidati cristiani dal sistema elettorale nazionale.
Subito dopo quelle elezioni, politici cristiani appartenenti a altri Partiti gettarono sospetti sul risultato elettorale, lasciando intendere che sui candidati del “Movimento Babilonia” erano stati dirottati anche voti di elettori sciiti, in modo da piazzare nei seggi riservati ai cristiani rappresentanti che di fatto rispondono a formazioni politiche sciite.

Da syriacpress.com
15/03/2023

Visiting Churches: A Tradition for Muslim Families in Iraq

15/03/2023

Photo by Rudaw

In Iraq, it is not uncommon for Muslim families to visit churches for various reasons, such as seeking blessings, healing, or praying for prosperity.
Recently, Rudaw Media Network reported that many Muslim families, particularly women and girls, have been visiting the Syriac Catholic Church of Jesus Sacred Heart in Basra, Southern Iraq, which reflects the strong community cohesion in the area.
Alaa Talal Yassin, a staff member at the University of Baghdad, spoke with Rudaw and shared that visiting churches has been a tradition for Iraqi families since childhood. “Especially on feasts, we used to light candles,” Yassin stated. “Christians receive us in churches with the warmest welcome.”
Another visitor, Iqbal La’ibi, expressed her comfort and satisfaction while visiting the church. “I light candles and pray to get what I want,” she said.
According to Rudaw, Pastor Butros Abo has called on Christians who left Basra to return to their homes. He also noted that the church welcomes people from all denominations for supplication.
Unfortunately, the number of remaining Christian families in Basra is limited. After the US war in Iraq, most of the 17 churches in the area were abandoned, and many Christian families migrated to other places in the country such as Baghdad and Erbil. The person in charge of the Church of Jesus Sacred Heart, Father Yusef Aziz Yusef, estimated that there are only 175 families left in the area. 

Card. Sako: a 20 anni dall’invasione Usa, l’Iraq è ’un mosaico sfregiato e non riparato’

Dario Salvi
14 marzo 2023

Saddam Hussein “un dittatore”, ma come spesso avviene in Medio oriente “lodato e sfruttato” per garantirsi potere e alimentare “interessi personali”, partendo “dalla famiglia stessa” che ha “approfittato” per prima del ruolo del raìs. Nella primissima fase la popolazione irachena “era contenta” per il cambio di regime legato all’intervento militare Usa e accompagnato da una “propaganda pro-democrazia, libertà, prosperità e diritti”, salvo poi ricredersi a distanza di pochi mesi.
Il patriarca di Baghdad dei caldei, card. Louis Raphael Sako, ripercorre con AsiaNews l’invasione statunitense del marzo 2003, di cui ricorrono i 20 anni, e che ha stravolto la vita dell’Iraq poi segnato da instabilità, violenze confessionali, fondamentalismo (islamico) e corruzione diffusa. Problemi ancora oggi in gran parte irrisolti, sebbene la situazione sia in minima parte migliorata.

L’invasione
Nelle prime ore del mattino di giovedì 20 marzo 2003 il primo missile Usa colpisce il palazzo presidenziale, sulla sponda destra del fiume Tigri. L’attacco segna l’avvio dell’operazione Iraqi Freedom, l’offensiva lanciata dal repubblicano George W. Bush contro Baghdad e il regime baath al potere. Una operazione costata migliaia di miliardi di euro e oltre 151mila morti sono nel quadriennio 2003-2006. Un intervento militare fra i più controversi della storia moderna, per colpire uno Stato canaglia colpevole di nascondere - accusa in realtà mai comprovata - armi di distruzione di massa. Tre settimane di bombardamenti (col sostegno di Londra) e una invasione di terra conclusi con la caduta della capitale il 9 aprile, la dichiarazione di vittoria, la scritta celebrativa che campeggia sopra il presidente nel discorso: “Missione compiuta”. E l’instantanea della statua di Saddam rovesciata, illusione di libertà destinata a svanire in un abisso di violenza, terrore e sangue.
“Mi trovavo a Baghdad per una conferenza - ricorda il primate caldeo, al tempo sacerdote a Mosul prima della nomina ad arcivescovo di Kirkuk nel settembre 2003 - e una mattina, all’improvviso, abbiamo sentito un bombardamento terribile. Siamo usciti in strada, la gente aveva paura, si respirava un clima di miseria, non si sapeva dove andare”.
Quello del raìs, prosegue il card. Sako, era “un regime dittatoriale che ha saputo tenere unito il Paese, a eccezione dei curdi, garantendo ordine e sicurezza”. L’errore più grande, insieme ai massacri e alle violazioni compiute contro la minoranza curda nel nord, è stato “la guerra con l’Iran e il milione e più di morti. Questo evento - prosegue - ha segnato la storia recente del Paese e proprio in quella fase è iniziato il primo esodo, anche dei cristiani, soprattutto giovani contrari al conflitto e che non volevano rispondere alla chiamata al fronte”. Archiviata la guerra con la Repubblica islamica si apre la fase dell’invasione del Kuwait, nel 1991, anche in questo caso “assurda, distruttrice, disastrosa e in palese violazione del diritto internazionale”. “Ricorda - sottolinea il porporato - quanto sta avvenendo oggi con il conflitto russo in Ucraina. E la popolazione che viveva con la paura dei bombardamenti, cercavamo rifugi di fortuna sotto terra, perché non c’erano ancora bunker anti-aerei”.

L’illusione di libertà
Il fallimento dell’operazione militare Usa, giustificata in sede Onu con l’accusa mai dimostrata di armi distruzione di massa da parte di Saddam (poi catturato, processato e impiccato nel dicembre del 2006), consiste nell’aver totalmente affossato la nazione. Un Paese prima di allora fra i più prosperi e sviluppati del Medio oriente, con illustri scuole e atenei. Oggi, a 20 anni di distanza, fatica persino a conservare integrità territoriale, coesione sociale e unità istituzionale dopo le drammatiche vicende legate allo Stato islamico (prima ancora al-Qaeda) e le proteste di piazza contro la classe politica. “I primi tempi post invasione - ricorda il card. Sako - stavo a Mosul e vedevo i soldati passeggiare per le strade, andare in visita alle famiglie. Tuttavia, in poco tempo il clima è cambiato, le frontiere aperte hanno permesso l’ingresso del fondamentalismo, le istituzioni non hanno saputo controllare un Paese grande e non si è dato vita a una squadra capace di imprimere una guida autorevole. Lo stesso Bremer [Paul, a capo dell’Autorità provvisoria di Coalizione, ndr] ha governato senza conoscere lingua, mentalità, cultura. Questa illusione di libertà è presto evaporata, la gente delusa, gruppi di potere in esilio da 30 anni sono rientrati e la nazione è sprofondata nell’anarchia tanto che oggi, qualcuno, sente nostalgia dell’uomo”.
“Il vuoto di potere che si è creato - prosegue il cardinale - è stato riempito da al-Qaeda, dall’Isis e dagli stessi partiti islamici, di ispirazione fondamentalista, spesso in lotta fra loro per potere e denaro. Non si è mai arrivati a formulare una visione di Stato, abbiamo subito le interferenze dei Paesi vicini che hanno fatto i loro interessi. L’Iraq è una nazione ricca, ma debole, nella quale tutti hanno potuto rubare più o meno indisturbati”. In questo, prosegue, vi è “grande colpa degli iracheni, che non hanno mai saputo raggiungere un accordo, lasciando campo libero a una distruzione che è forse peggiore dell’epoca precedente la caduta di Saddam. Nella mente di tutti è ancora vivo il ricordo dei rapimenti, delle violenze anche contro i cristiani come l’uccisione di sette sacerdoti e di mons. Rahho, l’arcivescovo di Mosul, fra il 2007 e il 2008. E poi la grande fuga seguita all’arrivo dell’Isis, le centinaia di migliaia di sfollati, il problema delle milizie che in alcuni casi sono più forti dello Stato, la deriva settaria e le divisioni fra arabi e curdi, fra sciiti e sunniti, la corruzione diffusa e sistematica con l’enorme fiume di denaro nelle tasche dei partiti”.

L’esodo dei cristiani
“Sotto Saddam - racconta il card. Sako - i cristiani non godevano di maggiore libertà, ma potevano beneficiare di un certo clima di sicurezza, lasciare aperta la porta delle case, dormire tranquilli. In seguito all’invasione ha iniziato a regnare un clima di paura, che ha alimentato la grande emorragia di una popolazione che da oltre un milione e mezzo si è ridotta a circa un terzo”.
Tuttavia, la fase post-invasione è stata anche occasione per “sperimentare” l’inizio di un lungo percorso di dialogo e di confronto col mondo musulmano e i suoi leader. “Gli statunitensi - racconta - avevano formato un concilio municipale a Mosul e io ne facevo parte come rappresentante cristiano. In quel periodo ho imparato il rapporto con i musulmani, a quel tempo ho conosciuto un imam dalle idee radicali, ma pian piano si è creato un sentimento di amicizia coltivato nel tempo. Sia lui che il sindaco sono venuti alla consacrazione, quando mi hanno nominato arcivescovo di Kirkuk. Penso che papa Francesco abbia colto appieno il valore dell’amicizia, che può cambiare il rapporto con il mondo islamico: non discorsi teologici, ma vicinanza e amicizia”.
Ciononostante, a 20 anni di distanza da quel 20 marzo 2003 il Paese è ancora impantanato nelle sabbie mobili della crisi, incapace di risolvere mali che finora sono apparsi incurabili. In questo quadro si prospetta di difficile applicazione l’ambizioso programma di riforme del primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, sul quale attori regionali e internazionali non devono fare eccessivo affidamento. Ragione e dialogo, spesso invocati dai vertici cristiani, sembrano essere la posizione più realistica per cominciare davvero a costruire le fondamenta future del Paese e scongiurarne l’implosione. “In questo modo saremo in grado di salvaguardare - conclude il patriarca caldeo - il prezioso mosaico iracheno”.

13 marzo 2023

Papa Francesco, 10 anni al fianco dei cristiani perseguitati


In occasione del 10° anniversario di pontificato di Papa Francesco, Aiuto alla Chiesa che Soffre ricorda la vicinanza del Santo Padre ai cristiani che soffrono persecuzioni in tutto il mondo e il suo particolare interesse per il dialogo interreligioso e la difesa della libertà religiosa.
Papa Francesco «si è mostrato anche estremamente interessato al nostro lavoro in ACS. Ricordiamo con affetto e gratitudine l'occasione in cui, nel febbraio 2018, ricevette una delegazione della fondazione che si recò a Roma con Rebecca, una cristiana nigeriana perseguitata da Boko Haram, per ascoltare la sua terribile storia di stupri e sofferenze», afferma Thomas Heine-Geldern, presidente esecutivo di ACS Internazionale. Lo scorso «8 marzo, dopo l'Udienza generale del mercoledì, ha salutato due giovani donne, anche loro molto colpite dal terrorismo islamico nel nord della Nigeria. E come non ricordare le sue parole rivolte alla famiglia di Asia Bibi», incarcerata per 10 anni con false accuse di blasfemia?, aggiunge Heine-Geldern.
Altro esempio della sollecitudine di Francesco per chi è perseguitato per motivi di fede è la serie di video mensili del Santo Padre, in cui trasmette le sue intenzioni di preghiera. Nel 2017 e nel 2019 ha chiesto che i cristiani perseguitati fossero sostenuti con la preghiera e l'aiuto materiale di tutta la Chiesa, mentre nel gennaio 2022 ha definito la persecuzione religiosa «inaccettabile e disumana», oltre che «follia».
I suoi viaggi apostolici in Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana, il Kazakistan o l'Iraq dimostrano che il Papa è vicino alla Chiesa che soffre, ai dimenticati e a quanti hanno fame di pace e giustizia.

In Iraq, Francesco ha visitato le chiese distrutte dal sedicente Stato islamico e ha fatto visita al Grande ayatollah al-Sistani, in un gesto che è stato definito da alcuni “una pietra miliare sulla strada del dialogo interreligioso”.

Francesco ha ripetutamente dimostrato il suo interesse per l’attività di ACS. Nel 2017 ha invitato i fedeli a compiere opere di misericordia attraverso la fondazione pontificia in occasione della campagna “Sii la misericordia di Dio”, e in diverse occasioni ha parlato della campagna di ACS “Un milione di bambini pregano il Rosario” per la pace nel mondo.
«Ho assistito personalmente a quelle occasioni in cui Papa Francesco ha mostrato grande cura e sollecitudine per i nostri fratelli e sorelle sofferenti, come quando ha benedetto una candela, o l'icona della Madonna Addolorata della Siria, per pregare per la pace in Siria», ricorda Heine-Geldern. In quell'occasione il Papa ha benedetto 6.000 rosari che ACS ha poi inviato alle famiglie siriane che avevano perso i propri cari a causa della guerra, della violenza e del terrore.
La fondazione ricorda inoltre con gratitudine le dichiarazioni scritte e orali del Papa sull'importanza della libertà religiosa. La più recente è del febbraio 2023, quando ha parlato al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede sulla difesa della libertà religiosa come chiave per una vera pace nel mondo. «Siamo particolarmente grati al Santo Padre per la sua sapiente analisi dei tempi che stiamo vivendo in questo momento, durante i quali in molti Paesi assistiamo a una “educata” e nascosta persecuzione dei cristiani, non più segnata dalla violenza terroristica ma dalla mancanza di rispetto per la coscienza e dalla pressione esercitata per indurre a vivere in modo contrario ai valori morali e al sacro», conclude Heine-Geldern.
Francesco ha fatto molteplici riferimenti al diritto alla libertà religiosa. Una di queste occasioni risale al 2014, durante la preghiera dell'Angelus in San Pietro, quando ha affermato che il sacrificio dei moderni “martiri”, perseguitati per la loro fede cristiana, non fa che rafforzare l'impegno per la libertà religiosa in tutto il mondo. Più recentemente, durante la sua visita in Kazakhstan, ha preso parte al Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, nel corso del quale ha affermato che ognuno ha il diritto di testimoniare pubblicamente la propria fede e di proporla senza imposizioni.

Leader musulmano: con papa Francesco rapporto islamo-cristiano ‘chiaro e trasparente’

Dario Salvi

Francesco gode “di grande ammirazione” nel mondo islamico per la sua “fede salda e profonda nella fraternità umana” e per il suo “sostegno costante e duraturo” alla “risoluzione dei conflitti” nel mondo, soprattutto “nelle nazioni in via di sviluppo”.
É quanto sottolinea ad AsiaNews Sultan Al Remeithi già segretario generale del Consiglio musulmano degli anziani e membro del Comitato superiore della Fratellanza umana, raccontando il rapporto fra il papa argentino e il mondo musulmano nel decennio di pontificato. Le relazioni fra cristiani e musulmani, prosegue, “sono diventate molto più chiare e trasparenti dal 2013”, perché il mondo islamico “ha iniziato a distinguere chiaramente tra la spiritualità e i valori del cristianesimo e il decadimento morale delle società moderne [occidentali] materialistiche”.
Uno degli elementi che hanno caratterizzato il pontificato del papa argentino, salito al soglio di Pietro il 13 marzo di 10 anni fai, è anche il rapporto con il mondo musulmano sunnita (con un dialogo privilegiato con l’imam di al-Azhar) e sciita, dopo gli anni di tensione e incomprensione del papato di Benedetto XVI che pure aveva aperto nuovi spazi di dialogo con l'islam. Sono tre i momenti più importanti di questa decade: la firma del documento sulla “Fratellanza” durante lo storico viaggio negli Emirati Arabi Uniti (Eau) nel 2019; il viaggio apostolico in Iraq, il primo di papa Francesco dopo le chiusure e il fermo forzato a causa della pandemia di Covid-19, nel marzo di due anni fa e l’incontro con l’ayatollah al-Sistani a Najaf; la visita in Bahrein, nel vicariato apostolico del Nord Arabia nel novembre dello scorso anno, in cui ha ribadito l’impegno comune al dialogo, alla libertà religiosa e ad un impegno comune nella tutela del creato e, soprattutto, della lotta alla violenza ammantata dalla fede.
Sultan Al Remeithi ha ricoperto il ruolo di segretario generale del Consiglio musulmano degli anziani, un’autorevole istituzione con base ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti (Eau) presieduta dall’imam di al-Azhar Ahmed al-Tayyib. Fondata il 18 luglio 2014 per “promuovere la pace nelle comunità musulmane” e “disinnescare i conflitti” come spiega il documento di presentazione, essa riunisce saggi musulmani, esperti di legge, dignitari “conosciuti per la loro saggezza, il senso di giustizia, indipendenza e moderazione”. Uno degli obiettivi è anche quello di contrastare “la violenza confessionale e il settarismo”, un compito fondamentale per una associazione nata nel periodo in cui lo Stato islamico (SI, ex Isis) con la sua ideologia fondata sul terrore e la morte arrivava ad occupare quasi la metà dei territori di Iraq e Siria.
“La Chiesa cattolica - sottolinea Al Remeithi - da tempo è attiva nella promozione del dialogo interreligioso” attraverso un Dicastero vaticano dedicato allo scopo. “Da che è diventato pontefice, papa Francesco ha voluto visitare e vedere con i propri occhi diverse nazioni del Medio oriente, le cui popolazioni sono in prevalenza musulmane”.
Scelte e gesti che “trascendono il dialogo” come una ulteriore “estensione della buona volontà e dell’interazione” personale. “Questo - avverte l’esperto musulmani - è stato senza dubbio un passo molto positivo nel rafforzare il dialogo e nel coltivare” un clima di “buona volontà fra le generazioni future”.
Il dialogo in genere, avverte l’ex segretario, richiede “pazienza e determinazione” perché i risultati sul campo siano “chiaramente visibili”, un elemento che è stato “evidenziato” anche all’interno dell’enciclica “Fratelli tutti”. “Il Medio oriente - prosegue - è stato a lungo un crogiolo per i conflitti e tutte le parti devono lavorare assieme per assicurare una pace duratura ed efficace nella regione”.
A consolidare il rapporto fra il papa e il mondo islamico vi sono anche, e soprattutto, i tre viaggi apostolici in nazioni a maggioranza musulmana, dagli Emirati al Bahrein passando per l’Iraq, e che hanno rappresentato una prima assoluta per un pontefice. Viaggi preparati nel tempo e ispirati all’opera di dialogo e di incontro del santo di Assisi di cui il pontefice porta il nome.
“Non vi è dubbio - afferma Sultan Al Remeithi - che queste tre visite siano state momenti significativi nella storia delle relazioni” fra cristiane e musulmani. In ognuna di esse il papa “ha parlato in modo chiaro e sincero delle sfide che la regione deve affrontare, chiedendo che prevalga la voce della ragione. Allo stesso modo, i suoi appelli al mondo arabo per sostenere il Libano nella sua attuale crisi hanno mostrato il suo genuino e profondo amore per la regione e il suo popolo”.
Le religioni “incoraggiano” le persone a mostrare “amore e rispetto” per il mondo in cui vivono, conclude, e questi “valori” devono “prevalere nelle società” perché “il  dialogo interreligioso abbia successo e perché qualsiasi conflitto in sospeso sia risolto”.