"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

19 aprile 2026

Perchè i patriarchi cattolici caldei indossano paramenti rossi?

By Baghdadhope* - Mar Addai Chaldean - NZ

Sulla pagina facebook della chiesa caldea di Mar Addai, in Nuova Zelanda, è stata pubblicata un'interessante spiegazione, corredata da immagini, del perché i paramenti dei patriarchi cattolici caldei siano di colore rosso.





VESTITO DI ROSSO

Ciò che dicono i paramenti del Patriarca.

Nella chiesa cattolica caldea i paramenti rossi del patriarca hanno un profondo significato storco e spirituale.












LE ORIGINI STORICHE

La tradizione iniziò dopo la persecuzione ed il martirio di Mar Simon Bar Sabbae.

Dopo la sua morte i patriarchi iniziarono a vestirsi di rosso per onorare la sua morte e le continue sofferenze della Chiesa.













SIGNIFICATO SPIRITUALE DEL COLORE ROSSO

Il colore rosso rappresenta il sangue e simboleggia:
-Il sangue di Cristo
-Il sangue dei martiri
-Il sacrificio e la totale dedizione 













ATTUALE SIGNIFICATO

I paramenti rossi rappresentano: 
-La persecuzione continua di cui è vittima la
-La fede in tempi di sofferenza
-La disponibilità al sacrificio per Cristo

Il patriarca indossa il colore rosso per segnalare il suo essere preparato ad essere perseguitato per la propria fede. 







Il post termina con una PREGHIERA PER IL PATRIARCA

Signore Gesù Cristo, hai chiamato il Tuo servo a guidare la Tua Chiesa.
Assicura al nostro Patriarca la forza in tempi di tribolazioni,
coraggio davanti alla persecuzione 
ed un cuore riempito dal nostro amore.

Possa egli guidare il Tuo popolo nella Verità e nella Santità
e rimanerTi fedele fino alla fine.
Amen  


16 aprile 2026

Padre Albert Hisham Naom: nomina a direttore dell'Ufficio Comunicazioni Sociali del patriarcato caldeo

By Baghdadhope* - Patriarcato caldeo


Il sito del Patriarcato caldeo ha annunciato la nomina di padre Albert Hisham Naom a direttore dell'Ufficio Comunicazioni Sociali del patriarcato.
La nomina, si legge, si inserisce nel quadro degli sforzi volti a rafforzare la presenza mediatica della Chiesa e a consolidarne la rilevanza ecclesiastica e culturale, avvalendosi della consolidata esperienza accademica e mediatica di Padre Naom
Nato a Mosul nel 1981, Padre Naom ha conseguito una laurea in Teologia presso il Babel College of Philosophy and Theology e ha completato gli studi post-laurea a Roma, dove ha ottenuto un Master in Comunicazione Ecclesiastica presso l'Università della Santa Croce. Attualmente sta ultimando il dottorato di ricerca nello stesso ambito.
Ordinato sacerdote il 29 giugno 2006 nella cattedrale caldea di San Giuseppe a Kharbanda, dal defunto Patriarca Emmanuel III Delly, ha prestato servizio nella stessa cattedrale come assistente del defunto padre Louis Al-Shabi. Dopo il ritorno da Roma, ha prestato servizio presso la chiesa di San Paolo a Zaafaraniya, poi presso la cattedrale di San Giuseppe e la chiesa di Nostra Signora del Rosario, e dal 2017 è parroco della chiesa dell'Annunciazione a Zayouna.
Nell'ambito della comunizcazione ed in quello accademico, Padre Naom è caporedattore delle riviste "Najm al-Mashriq" e "Bayn al-Nahrayn", pubblicate dal Patriarcato caldeo ed è docente di comunicazione presso diverse istituzioni accademiche tra le quali il Babel College of Philosophy and Theology di Erbil, l'Accademia delle Scienze Umane di Baghdad, l'Istituto di Educazione Cristiana e la Dominican Open University. È inoltre autore di libri e pubblicazioni su "La Chiesa e i media", oltre a traduzioni e articoli pubblicati su riviste ecclesiastiche e culturali.
Padre Naom ha inoltre contribuito all'attività educativa nazionale come facente parte del Comitato per la preparazione dei programmi di educazione cristiana del Ministero dell'Istruzione e la sua partecipazione alla stesura dei programmi di studio per la scuola.
Il comunicato riporta infine la fiducia espressa in Padre Naom dal patriarca Mar Paolo III e con la richiesta "a Dio di concedergli successo nello svolgimento della sua missione mediatica in modo da servire all'annuncio del Vangelo, rafforzare la presenza della Chiesa nella società e stare al passo con le sfide del tempo in spirito di saggezza e verità."

Padre Karam Shamasha: segretario personale del nuovo patriarca caldeo e direttore della segreteria patriarcale

By Baghdadhope* - Patriarcaro caldeo

Il sito del patriarcato caldeo ha riportato la nomina di Padre Karam Shamasha a segretario personale del patriarca Mar paolo III e direttore della segreteria patriarcale. 
La nomina, si legge, "è stata conferita in riconoscimento delle elevate qualifiche accademiche di Padre Karam e della sua vasta esperienza ecclesiastica e accademica."

Padre Shamasha ha conseguito un dottorato e un master in teologia morale presso la Pontificia Accademia Alfonsiana di Roma, un diploma in studi religiosi presso la Pontificia Università Gregoriana, un diploma in formazione sacerdotale presso la Congregazione per il Clero, una laurea in teologia presso la Pontificia Università Urbaniana, un diploma in filosofia e teologia presso il Pontificio Collegio di Babele e una laurea in traduzione presso l'Università di Mosul.
In ambito accademico e amministrativo, attualmente ricopre la carica di Vice Rettore per gli Affari Accademici e Istituzionali presso l'Università Cattolica di Erbil ed è docente di teologia morale in diverse università e istituzioni ecclesiastiche tra le quali la Walsh University negli Stati Uniti; la Pontificia Università Urbaniana di Roma; l'Istituto Diocesano di Formazione Teologica e Pastorale; l'Istituto di Educazione Cristiana di Dohuk ed Erbil e il Pontificio Collegio di Babilonia per la Filosofia e la Teologia.
Nel suo ministero pastorale Padre Shamasha è parroco della parrocchia di Mar Korkis a Tellsquf, nella diocesi caldea di Alqosh. In precedenza ha prestato servizio nelle parrocchie di Alqosh e Tellsquf. È inoltre attivo nel lavoro ecclesiale e caritatevole attraverso la sua collaborazione con diverse organizzazioni, tra cui Hope for Christians of Iraq e Aiuto alla Chiesa che Soffre.
Sua Beatitudine esprime la sua fiducia in questo ministero e affida a Padre Shamasha questa responsabilità, chiedendo a Dio di rafforzarlo con la Sua grazia affinché possa adempierla fedelmente e saggiamente, per il bene della Chiesa e al servizio del
popolo di Dio.

29 maggio 2026. A Baghdad la cerimonia dell'insediamento del nuovo patriarca caldeo: Mar Paulus III Nona

By Baghdadhope -Patriarcato caldeo

 Il sito del Patriarcato caldeo ha pubblicato l'annuncio della data dell'insediamento del nuovo patriarca, Monsignor Emil Shimoun Nona che assumerà il nome di Mar Paulus III Nona.
La cerimonia si terrà il prossimo 29 maggio, in concomitanza della festa del Venerdì Santo, nella cattedrale caldea di San Giuseppe a Baghdad e sarà guidata dalle parole di Marco (5:36) “Non abbiate paura. Abbiate solo fede.”



12 aprile 2026

Monsignor Emil Shimoun Nona è il nuovo patriarca della chiesa caldea. Assumerà il nome di Mar Paolo III

By Baghdadhope*


Monsignor  Emil Shimoun Nona è nato ad Alqosh, nella Piana di Ninive, nel nord dell'Iraq, il 1° novembre 1967.
Dopo gli studi secondari nel 1985 è entrato nel Seminario Patriarcale Caldeo ed è stato ordinato sacerdote l’11 gennaio 1991 a Baghdad. Dal 1993 al 1997 ha servito come vicario parrocchiale ad Alqosh e come parroco fino al 2000 quando si è iscritto alla Pontificia Università Lateranense. Nel 2005 ha conseguito la Laurea in Teologia ed è rientrato in patria svolgendo il ministero pastorale come parroco ad Alqosh. Proto-Sincello dell’Arcieparchia di Alqosh e professore di Antropologia al "Babel College," la facoltà teologica irachena gestita dalla chiesa caldea,  il 13 novembre 2009 Papa Benedetto XVI ha dato il suo assenso alla sua nomina ad Arcivescovo di Mosul per sostituire Monsignor Faraj Paulus Raho, rapito ed ucciso l'anno precedente. 
L'8 gennaio 2010 si è svolta la sua cerimonia di ordinazione per mano dell'allora patriarca Mar Emmanuel III Delly presso il Monastero di Dair al Sayida di Alqosh  diventando, all'epoca, il più giovane vescovo del mondo. 
Diventare arcivescovo di Mosul si rivelò subito difficile se poco più di un mese dopo la sua ordinazione Monsignor Nona si trovò a dover far sentire il suo grido d'allarme per la situazione della comunità cristiana a Mosul. Grido d'allarme che divenne grido disperato quando nel 2014 la città fu "presa" dalle truppe dell'ISIS che ne fecero la capitale irachena del loro "califfato," che segnarono le case dei cristiani con la lettera "NUN", che in arabo è la "N" iniziale di Nazareno e che obbligarono alla fuga le famiglie cristiane che, ancora, dopo tanti anni, sono tornate in pochissime.
Monsignor Nona fu così costretto ad abbandonare la città ed il 7 marzo 2015 fu insediato come Arcivescovo dell'Eparchia caldea di San Tommaso Apostolo per l'Australia e la Nuova Zelanda.    

10 aprile 2026

Sinodo della chiesa caldea: i vescovi partecipanti

By Baghdadhope*

Di seguito l'elenco in ordine alfabetico dei 17 vescovi riuniti a Roma per il sinodo della chiesa caldea che dovrà eleggere il nuovo patriarca dopo le dimissioni, accettate dal Vaticano lo scorso 10 marzo del Patriarca Cardinale Louis Raphael Sako, e che hanno partecipato all'udienza concessa loro da Papa Leone XVI.

1Al Naufali  Habib 
Attuale amministratore patriarcale

2. Anar Sabri
Vescovo di Diarbekir (Amida) dei Caldei

3. Audo  Antoine S.I 
 Vescovo di Aleppo 

4. Jarjis Robert Saeed
Vescovo del Canada

5. Kalabat Francis
Vescovo USA est

6. Kassarji Michael
Vescovo di Beirut

7. Khoshaba Gargees Imad
Arcivescovo di Tehran ed Amministratore Patriarcale di Urmia (Iran)

8. Maqdassi Mikha P.
Vescovo emerito

9. Mirkis, Yousif Thomas  
Arcivescovo di Kirkuk

10. Moussa Najib Mikhael O.P.
Arcivescovo di Mosul

11. Nona Emil S.
Arcivescovo di Australia e Nuova Zelanda

12. Shaba Azad Sabri
Vescovo di Dohuk

13. Shabi Felix (Saeed) Dawood
Vescovo di Zakho ed Amministratore patriarcale diocesi di Alqosh

14. Sirop Saad
Amministratore apostolico diocesi USA ovest

15. Soro Bawai
Vescovo dimissionario del Canada

16. Warda Bashar M.
Arcivescovo di Erbil

17. Yaldo Basel
Vescovo ausiliare di Baghdad e titolare di Bethzabda

Udienza ai membri del Sinodo della Chiesa di Baghdad dei Caldei


Questa mattina, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in Udienza i membri del Sinodo della Chiesa di Baghdad dei Caldei.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

Eccellenze, cari Fratelli Vescovi,
la pace sia con voi! È bello incontrarvi qui a Roma, convenuti per la celebrazione del vostro Sinodo, volto ad adempiere un atto fondamentale per la vita della Chiesa di Baghdad dei Caldei: l’elezione del nuovo Patriarca. Sono lieto di incontrarvi in questo tempo di prezioso discernimento ecclesiale. Attraverso di voi saluto di cuore i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e tutti i cari fedeli della Chiesa Caldea, tanto nel territorio proprio quanto nella numerosa diaspora sparsa nel mondo. So che molti sono uniti spiritualmente a questo momento, partecipandovi intensamente con la preghiera.
La vostra Chiesa affonda le sue radici nella primitiva Chiesa apostolica, rappresentando una tradizione antichissima e feconda che, intimamente legata ai luoghi sorgivi della salvezza, seppe portare il Vangelo oltre i confini dell’Impero romano, sviluppando una cristianità ricca di fede, di cultura e di spirito missionario, fino all’India e alla Cina. Siete custodi di una memoria viva e nobile, di una fede trasmessa nei secoli con coraggio e fedeltà. La vostra storia è gloriosa, ma segnata anche da prove durissime: guerre, persecuzioni, tribolazioni che hanno colpito le vostre comunità e disperso molti fedeli nel mondo. E proprio in queste ferite risplende la testimonianza luminosa della fede, perché se la vostra Chiesa porta impresse le cicatrici della storia, è proprio il Signore risorto a mostrarci come le ferite più dolorose possono diventare in Lui segni di speranza e di vita nuova. Con voi posso fare mie le parole di Sant’Efrem e dire a Cristo: «Gloria a te che della tua croce hai fatto un ponte sulla morte. […] Gloria a te che ti sei rivestito del corpo dell’uomo mortale e lo hai trasformato in sorgente di vita per tutti i mortali» (Discorso sul Signore, 9).
Cari Fratelli, nella speranza pasquale, che invita a non avere paura nell’affrontare senza perdersi d’animo sfide nuove e inattese, il vostro Sinodo rappresenta un tempo di grazia e di forte responsabilità. Siete chiamati a eleggere il Patriarca in una fase delicata e complessa, talora anche controversa. Vi invito a lasciarvi guidare dallo Spirito Santo, trovando in Lui la concordia e ricercando non ciò che appare più utile agli occhi del mondo, ma quel che è più conforme al cuore di Cristo.
Il nuovo Patriarca sia anzitutto un padre nella fede e un segno di comunione con tutti e tra tutti. Potrebbe sembrare che vivere secondo il Vangelo, cioè nella mitezza e nella ricerca paziente dell’unità, sia controcorrente e talvolta persino controproducente, ma in realtà si rivela come la via più sapiente, perché l’amore è l’unica forza che vince il male e sconfigge la morte. A prevalere e a non avere mai fine è quella carità di cui parla l’apostolo Paolo: paziente, perseverante, capace di scusare e sopportare tutto, senza mancare mai di rispetto ad alcuno (cfr 1 Cor 13,4-8).
Sua Beatitudine sia uomo delle Beatitudini: non chiamato a gesti straordinari e a suscitare clamore, ma a una santità quotidiana, fatta di onestà, misericordia e purezza di cuore. Sia Pastore capace di ascoltare e accompagnare, perché l’autorità nella Chiesa è sempre servizio e mai egemonia. E se il mondo o il contesto circostante inducessero a ciò, non lasciatevi ingannare, ma tornate sempre alla semplicità feconda e profetica del Vangelo. Il Patriarca sia guida autentica e vicina alla gente, non figura appariscente e distaccata. Sia uomo radicato nella preghiera, capace di portare il peso delle difficoltà con realismo e speranza, maestro di pastorale che individui cammini concreti per il bene del popolo di Dio insieme con i fratelli Vescovi, in quello spirito di concordia che deve caratterizzare una Chiesa patriarcale, la cui autorità è rappresentata dal Sinodo dei Vescovi presieduto dal Patriarca, promotore di unità nella carità, in piena coesione col Successore dell’Apostolo Pietro.
Alla luce degli eventi che, negli ultimi anni, hanno segnato la vostra Chiesa, avverto con particolare intensità la responsabilità del momento che state vivendo. E vorrei dirvi: sono con voi. Le prove che attraversate vi interpellino a offrire una risposta illuminata dalla fede e improntata alla comunione, anche nei riguardi dei cristiani appartenenti ad altre confessioni, veri fratelli e sorelle nella fede con cui è bene instaurare rapporti di autentica condivisione. Così sarete di grande esempio e incoraggiamento anche per il vostro caro e ammirevole popolo, che porto nel cuore e per il quale prego.
Nel riconoscere con gratitudine i molteplici contributi che i diversi Patriarchi hanno donato alla Chiesa Caldea – mi riferisco anche ai significativi apporti di Sua Beatitudine il Card. Louis Raphaël Sako e ai notevoli sforzi da lui profusi – sento che questo è il tempo del rinnovamento spirituale, di un rinnovamento fedele alle vostre preziose e peculiari tradizioni, che vanno custodite. Penso alla ricchezza del vostro patrimonio liturgico e spirituale, e a tale proposito desidero dare eco a quanto affermato dal Concilio: «Tutti sappiano che il conoscere, venerare, conservare e sostenere il ricchissimo patrimonio liturgico e spirituale degli orientali è di somma importanza per la fedele custodia dell’integra tradizione cristiana» (Unitatis redintegratio, 15).
Permettetemi ancora qualche richiamo fraterno e paterno allo stesso tempo. Vi raccomando di essere attenti e trasparenti nell’amministrazione dei beni, sobri, misurati e responsabili nell’uso dei mass-media, prudenti nelle dichiarazioni pubbliche, affinché ogni parola e comportamento contribuisca a edificare — e non a ferire — la comunione ecclesiale e la testimonianza della Chiesa. Abbiate a cuore la formazione dei presbiteri, vostri primi collaboratori nel ministero: sosteneteli con la vicinanza, edificando con loro e per loro una fraternità concreta e tangibile. E aiutate, anzitutto con l’esempio, le persone consacrate a custodire i doni ineffabili dell’obbedienza e della castità. Accompagnate i fedeli laici, provvedendoli di cure pastorali, perché si sentano incoraggiati, nonostante tutte le prove, a restare saldi nella fede ricevuta dai Padri e a rimanere nei loro territori. Questo è importante per tutta la Chiesa, perché le regioni in cui è sorta la luce della fede – orientale lumen – non possono fare a meno dei credenti in Gesù, dei cristiani, che stanno al Medio Oriente come le stelle al cielo. Si diradino le nubi che oscurano questa luce: i cristiani in tutto il Medio Oriente siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe!
Fratelli, siete segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della gente, ritenuta al massimo come effetto collaterale dei propri interessi. Ma nessun interesse può valere la vita dei più deboli, dei bambini, delle famiglie; nessuna causa può giustificare il sangue innocente versato. Voi, chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto; a gridare al mondo che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe; a ricordare che non saranno le azioni militari a creare spazi di libertà o tempi di pace, ma solo la paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli.
La vostra missione è grande: annunciare Cristo risorto anche in contesti di morte, essere presenza viva di fede e di carità, mantenere accesa la speranza laddove sembra spegnersi. Non scoraggiatevi: il Signore cammina con voi. Io vi ringrazio per quello che fate e vi accompagno, specialmente attraverso il Dicastero per le Chiese Orientali. Affido questo Sinodo e l’elezione del nuovo Patriarca all’intercessione della Beata Vergine Maria, di San Tommaso apostolo e dei suoi discepoli Addai e Mari, autori di una splendida Anafora che ancora resta il vostro vanto. Lo Spirito Santo vi illumini e vi orienti nelle vostre decisioni. Su di voi e su tutti i fedeli della Chiesa Caldea invoco di cuore la benedizione del Signore.

9 aprile 2026

Messaggio di commiato del Cardinale Louis Raphael Sako, Patriarca della chiesa caldea dal 2013 al 2026

Cardinale Louis Raphael Sako



Mentre mi preparo a lasciare la Sede Patriarcale di Baghdad per trasferirmi in seminario ad Ankawa/Erbil, desidero rivolgere loro questo messaggio di commiato. Innanzitutto, ringrazio Dio per tutte le benedizioni che mi ha elargito e tutti coloro che mi sono stati fedeli durante il mio ministero. Esprimo inoltre la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno contattato dopo le mie dimissioni: patriarchi, cardinali, vescovi, sacerdoti orientali e stranieri e persone di ogni fede. Le loro parole mi hanno profondamente commosso. Prometto loro che non li dimenticherò nelle mie preghiere.
Sono lieto di unirmi alla Chiesa caldea nella preghiera per i nostri vescovi riuniti a Roma, affinché il Signore li illumini e li aiuti a scegliere tra loro il più adatto a essere il loro padre, colui che incarna la loro unità e ne assicura la vitalità; colui che ama e serve il popolo, gioisce di esso ed esso gioisce di lui. A questo proposito, affermo di non aver contattato alcun vescovo per chiedergli di votare per un candidato in particolare. La mia assenza dal conclave è espressione del mio rispetto per la coscienza dei vescovi nella loro scelta. Chiunque diffonda tali menzogne ​​e altre simili non ha una coscienza.
Durante tutto il mio servizio alla Chiesa Caldea, tra pesanti fardelli e sfide formidabili, mi sono sforzato di rimanere fedele a una fede illuminata, senza limitarmi ad aggrapparmi a un'eredità chiusa. Ho avuto l'opportunità di sottolineare l'importanza della Chiesa caldea e delle Chiese orientali, sia al suo interno che al di fuori dei suoi confini.  
Negli ultimi 13 anni la Chiesa caldea ha attraversato una trasformazione qualitativa, fondata su autenticità, unità e rinnovamento, come si riflette nel mio motto patriarcale.
L'autenticità scaturisce dalle radici, dallo splendore dell'eredità apostolica e dalla bellezza della tradizione, ma nasce anche dal senso della necessità di rinnovamento e adattamento. La tradizione non è imbalsamazione; è uno spirito che continua a risuonare nel tempo in modo diverso. Purtroppo, questo è un concetto che alcuni non sono riusciti a comprendere!
Fin dalla mia giovinezza e con i miei studi, ho seguito con dedizione lo spirito del Concilio Vaticano II e dei suoi grandi teologi: Congar, Chenaux, Balthasar e Rahner. Per quanto riguarda le mie partecipazioni e solo per citarne solo alcune: la mia presenza dal 2010 ai Sinodi generali dei Vescovi Cattolici e la mia guida della famiglia cattolica nel Consiglio delle Chiese del Medio Oriente per un periodo di cinque anni, un'esperienza che mi ha insegnato molto attraverso l'ascolto, il confronto e le amicizie.
Nei miei scritti, da sacerdote, vescovo e patriarca, ho esplorato, insieme ad altri, le modalità attraverso le quali la Chiesa potesse condurre la propria liturgia e il proprio catechismo in un linguaggio contemporaneo e accessibile, e servire i poveri in modo più efficace. Queste caratteristiche sono fondamentali e presenza costante nella vita della Chiesa affinché essa non perda il suo zelo e la sua vitalità.
Non sono mai stato settario. 
Ho cercato di unificare le posizioni e le dichiarazioni delle Chiese e ho richiesto il cambio di denominazione da "Capi delle Denominazioni" a "Capi delle Chiese" e la modifica dei regolamenti interni.
Non ho però ricevuto risposta perché alcune Chiese erano fedeli a una fazione armata nota per aver confiscato le risorse cristiane. Ho rafforzato il dialogo cristiano-musulmano e siamo riusciti a smantellare i discorsi d'odio. Il Patriarcato è diventato un'autorità religiosa, nazionale e sociale e spero che continui ad esserlo.
Durante tutto il periodo trascorso in Iraq mi sono impegnato a proteggere la comunità cristiana profondamente radicata nel territorio. Ho sostenuto i cristiani nel rimanere in patria nonostante tutte le ingiustizie e l'instabilità politica. Ho promosso uno stato civile basato sulla piena cittadinanza e sull'uguaglianza, non sulla religione, sul settarismo o sulla condivisione del potere tramite quote. Come disse il filosofo Lev Tolstoj: "La patria non è un pezzo di terra o un gruppo di persone, ma l'ambiente in cui viene preservata la dignità umana".
Ho chinato il capo solo davanti a Dio e mi sono rifiutato di cedere al ricatto, alla corruzione o al compromesso, per rimanere libero e fedele alla mia coscienza e alla mia missione.
Ho piena fiducia nella Divina Provvidenza, secondo la quale “chiunque crede in lui non sarà deluso” (Romani 10,11). Attualmente vivo in pace e tranquillità. Le dimissioni non sono la fine del mondo! Piuttosto, sono un nuovo inizio, una vita più serena e un modo più profondo e discreto di servire con umiltà e discrezione.
Con amore e sincerità offro, inoltre, il mio più caloroso saluto ai miei confratelli vescovi, ai sacerdoti e a tutti i fedeli.
Ai vescovi: lavorate come un'unica squadra rispettando i doni elargiti alla Chiesa attraverso un servizio amorevole e umile, e rimanete saldi nell'impegno verso chi è nel bisogno. Mantenete viva la fiamma della speranza prima di tutto nei vostri cuori e poi in quelli dei vostri sacerdoti e dei fedeli. Sant'Efrem dice: "Come è il vescovo, così è il suo gregge" (Inni di Nisibi 2,19). E continua: "Egli è l'educatore della fede e della morale, e il soccorritore dei vulnerabili". Potete avere opinioni diverse, il che è naturale, ma questo non deve portare alla discordia; piuttosto, deve prevalere l'amore. 
Ai sacerdoti: prendete esempio da Gesù. Siate caratterizzati da semplicità e zelo e incarnate l'Eucaristia affinché la fiducia degli altri in voi si rafforzi. Siate testimoni di Cristo e segno della Sua presenza nella vostra vita quotidiana. E alla luce delle parole del Redentore: "non potete servire a Dio e a mammona."(Matteo 6,24).
A tutti i credenti: rimanete saldi nella vostra fede e nei vostri valori cristiani e non lasciatevi ingannare da tattiche subdole. Rimanete fedeli alla vostra Chiesa, alla vostra identità caldea, alla vostra lingua e alla vostra comunità, e portate con orgoglio la fiaccola della vostra eredità.
Dedico infine il mio servizio alla preghiera per la Chiesa, i suoi martiri e i suoi santi, e per l'Iraq, patria per tutti, compresi i cristiani, le cui radici affondano in questo Paese.
Una nota riguardo al passaggio di consegne: personalmente non ho nulla da consegnare al Patriarca entrante. Ciò che possiedo è il resto del mio stipendio, che è simile a quello di qualsiasi vescovo caldeo in Iraq, circa 1.100 dollari USA, insieme ai miei paramenti e alle vesti sacerdotali, e un'importante biblioteca contenente fonti fondamentali sulla storia e il patrimonio della nostra Chiesa. Lascerò questi beni al seminario in un secondo momento.
Il dipartimento finanziario è separato dal patriarcato. È il dipartimento finanziario a detenere i fondi, non il patriarcato, che non possiede denaro se non per quanto il dipartimento finanziario invia mensilmente per la cucina e il carburante per le auto. Tutte le transazioni sono documentate con ricevute dal contabile sotto la supervisione del vescovo Basilios Yaldo. E oggi, il dipartimento finanziario detiene una somma di denaro ingente, mai vista prima dal patriarcato.
L'ufficio finanziario possiede un elenco delle proprietà del Patriarcato, tra cui tre scuole primarie e diversi asili nido.
Il Patriarcato ha un conto presso la Banca Vaticana in euro e dollari, e credo che l'importo sia modesto; non l'ho mai utilizzato per le mie esigenze personali. Pago le spese alberghiere, soprattutto a Roma, per me e per chi mi accompagna. A volte pago anche i biglietti aerei. Ho consegnato la carta di credito al Vicario Patriarcale, Monsignor Basilios Yaldo.
L'oro – tra cui oggetti di valore come croci e anelli – è tutto registrato e la chiave è stata consegnata al Vicario Patriarcale, Vescovo Basilios Yaldo. Non ne ho mai utilizzato nulla. Possiedo solo un anello d'oro, un dono del signor Antoine Hakim, un membro di spicco della comunità in Libano.
Sono a disposizione per rispondere a qualsiasi domanda del nuovo Patriarca.

4 aprile 2026

Iraq, tra Mossul e Erbil una Pasqua vissuta sulla croce

Giada Aquilino

È un’immagine di fortissima tensione e insieme di «fragilità» quella che arriva dall’Iraq, nel contesto generale della guerra in Medio Oriente. Dall’inizio dei raid israelo-americani contro l’Iran, il 28 febbraio scorso, i missili solcano anche i cieli iracheni. «Nella Piana di Ninive, a Bartella come a Qaraqosh, ci troviamo sulla via fra Mossul e Erbil: è di fatto una zona in posizione strategica, in cui si assiste al lancio di missili e droni da parte di gruppi armati e milizie verso Erbil e al contempo a bombardamenti aerei contro questi gruppi che si trovano nell’area di Mossul», spiega padre Behnam Benoka, vicario generale dell’arcidiocesi di Mossul dei siri.

La tensione sul terreno
Mentre la vicina Siria denuncia attacchi con droni provenienti dall’Iraq contro basi dell’esercito di Damasco e degli Stati Uniti, un attacco ha interessato il centro diplomatico e logistico statunitense all’interno dell’aeroporto internazionale di Baghdad. Colpito pure un deposito di lubrificanti nella provincia di Erbil, nella regione del Kurdistan, presa di mira dal lancio di razzi e droni da parte dei gruppi armati filo-iraniani, in una zona dove di contro si concentrano migliaia di combattenti che – secondo gli analisti – sarebbero pronti a colpire la Repubblica islamica. Sono poi ore di apprensione per la giornalista americana Shelly Kittleson, rapita a Baghdad dal gruppo Khatib Hezbollah, milizia paramilitare sciita che figura tra i cosiddetti proxies di Teheran nella regione.
In questo quadro, si inseriscono inoltre le minacce dei «fondamentalisti islamici, che sui social e non solo lanciano da tempo messaggi contro i cristiani della Piana di Ninive», riferisce il sacerdote siro-cattolico da Bartella, a pochi chilometri da Mossul, proprio quando la comunità locale si prepara a celebrare la Pasqua. «Abbiamo dovuto cancellare le processioni, come quelle sempre molto partecipate della Domenica delle Palme per le strade di Bartella e Qaraqosh, e le grandi celebrazioni fuori dalle chiese: abbiamo limitato i riti solo all’interno dei luoghi di culto, aumentando la sicurezza tutt’intorno, per la condizione di guerra» che si sperimenta nel Paese, spiega padre Benoka parlando di «una Pasqua che va vissuta proprio sulla croce, dentro la chiesa e con Cristo», in una terra traumatizzata da quattro decenni di conflitti e violenze jihadiste, oltre che percorsa da profonde tensioni settarie.
A Mossul, un tempo città multietnica, ora «vivono meno di cento famiglie cristiane», spiega il sacerdote. A incidere anni di sofferenze e vulnerabilità, a quasi 12 anni da quel tragico agosto del 2014, quando oltre 100.000 cristiani furono costretti a fuggire dalle loro terre nella Piana di Ninive, sulle rive del fiume Tigri, per la furia dei miliziani del sedicente Stato islamico (Is), che devastò oltre 13 mila abitazioni. «Ora ci sono le minacce dei fondamentalisti sciiti, allora c’erano quelle dei fondamentalisti sunniti che attaccavano i cristiani innocenti, persone che qui sono sempre state ponti di pace».

La Piana di Ninive
Da allora l’esodo è stato continuo anche se, osserva padre Benoka, «nella piana di Ninive una buona parte dei cristiani al tempo sfollati è tornata. E ringraziamo Dio che in questi ultimi anni, dal 2017 fino a poco tempo fa, hanno potuto anche ricostruire piano piano la loro vita grazie all’aiuto di tante organizzazioni cattoliche e internazionali». Ma in questi giorni anche i cristiani, come tutti gli iracheni, «hanno davvero paura che le ondate di questa guerra possano attraversare» più intensamente il Paese. «Speriamo che non succeda, non vogliamo che accada, perché non siamo ancora guariti da quell’attacco dell‘Is. Sono ancora tante le persone che a tutt’oggi soffrono di traumi a causa di quegli eventi del 2014 e non saprei dire con esattezza se avranno poi voglia di continuare a vivere qui», se la situazione dovesse peggiorare. «Questa è la nostra terra, siamo nati qui, l’abbiamo plasmata con la storia anno dopo anno, secolo dopo secolo. Adesso non è facile pensare di lasciare tutto, ma la gente è stanca di soffrire. Ci sono giovani e persone dell’età di 40-45 anni che dicono: “Non abbiamo mai vissuto un giorno di pace dentro l’Iraq”».
Eppure la fede rimane salda e non ha confini. «Abbiamo saputo che c’è stato un attacco ai cristiani in Nigeria – il riferimento è alla strage compiuta il giorno della Domenica delle Palme in tre località servite dall’arcidiocesi di Jos dove, in altrettanti attacchi armati, sono state uccise almeno 27 persone, ndr – e il pensiero va ai nostri fratelli lì, siamo uniti a loro per la sofferenza che ci accomuna», dice padre Benoka. In fondo proprio «l'amore fraterno», assicura, è la speranza per questa Pasqua pure di fronte a chi «vuole rompere ogni legame di fraternità fra gli iracheni». «Da noi si dice che dopo ogni Venerdì Santo c’è una Domenica di Risurrezione, perché la gente continua comunque ad avere la speranza di vedere un futuro, che magari presto questa guerra finisca e cominci una nuova vita».

Viaggio in Siria e Iraq, dove la Pasqua si celebra a porte chiuse. «Credere, nonostante tutto»

By Avvenire - EWTN
Irene Funghi, Agnese Palmucci

«A Damasco, tra timori di islamizzazione, minacce e stanchezza latente»
Nelle ferite aperte della Siria i riti della Settimana Santa e di Pasqua si fanno strada, pur rimanendo confinati nel perimetro degli edifici religiosi.
La decisione di limitarne lo svolgimento nelle chiese è arrivata il 29 marzo assieme alla condanna da parte dei patriarchi delle Chiese presenti nel Paese di quanto accaduto ad al-Suqaylabiyah, nella regione di Hama, segno evidente di un clima di tensione dilagato in tutta la Siria. Nel piccolo villaggio, dopo un diverbio tra un gruppo di musulmani e dei cristiani che nei loro locali vendevano alcol, un centinaio di giovani dei villaggi circostanti è tornato sul luogo, determinato a devastare la zona e incutere timore. Così, nel raid, è stata distrutta in una piazza anche una statua della Madonna.
«Questo clima – spiega l’arcivescovo di Homs dei Siri Jaques Mouradè voluto, pilotato dall’esterno». Anche perché «non ho mai visto nessun crimine di questo tipo punito dal governo e inizia a circolare il sospetto che tra chi compie questi gesti possa esserci qualche esponente delle forze di polizia».
Affermazioni che valgono anche per i massacri conto gli alauiti, che a Homs avvengono quasi quotidianamente e «a volto coperto». Anche per questo lì i riti pasquali si erano già tenuti in forma dimessa, senza dimostrazioni pubbliche anche lo scorso anno. «Non è una buona testimonianza – spiega l’arcivescovo – festeggiare, fingendo che vada tutto bene». La paura, però, rimane quella di una volontà «di islamizzazione, che non fa stare i nostri fedeli tranquilli». Tanto più se «ciò che accade è il frutto di aver lasciato che le armi si concentrassero nelle mani dei soli sunniti, che sentono di poter compiere vendette e ingiustizie impunemente».
Nel resto del Paese, l’episodio di al-Suqaylabiyah ha acuito la paura mai sopita lasciata dall’attentato dello scorso giugno nella chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia a Damasco, dove decine di cristiani avevano perso la vita. Nella capitale, la proibizione della vendita di alcolici, escluse alcune zone ristrette, era già stata sentita come una discriminazione contro le altre confessioni religiose.
«Passa il messaggio che i cristiani siano degli alcolizzati», spiega Mourad. Così le comunità hanno fatto proprie le disposizioni dei capi religiosi «per motivi di sicurezza, ma anche per chiedere al governo di prendere posizione e impegnarsi per ritirare le armi che alcuni gruppi e tribù detengono senza autorizzazione».
A spiegarlo è l’ispettore dei salesiani del Medioriente don Simon Zakerian, di origine siriana e in questi giorni in visita alle comunità di Aleppo, Damasco e in un villaggio vicino a Homs.
Un tempo, sotto il governo Assad, «erano possibili processioni, il coinvolgimento degli scout che si occupavano della musica, iniziative e spettacoli che abbracciavano tutto il Paese», dice. Adesso, però, nonostante l’assenza di conflitti armati faccia presagire una calma apparente, il clima di tensione e insicurezza porta ad evitare ogni manifestazione pubblica.
Una cautela entrata già nella pastorale da tempo: «Organizziamo gli spostamenti dei giovani a piccoli gruppi, senza dare nell’occhio, e facciamo attenzione a non far vedere ragazzi e ragazze che camminano insieme, usanza non sempre accettata dagli islamici. E appena veniamo a sapere che la tensione sale interrompiamo le attività», racconta il salesiano. Che non nega: «Dopo anni di guerra la gente è stanca».
«Affamata e malata, senza possibilità di cura», aggiunge Mourad, anche lui all’opera in questi giorni per aiutare la comunità a «meditare sull’umiltà che permette a Gesù di accogliere la sofferenza come una forza, capace di superare quella degli uomini e delle armi dei potenti».

«Così noi cristiani di Baghdad viviamo la fede, anche se intorno a noi resta la paura»
Da Baghdad a Mosul, la Pasqua in Iraq si vive chiusi nelle chiese, con la tensione che cresce al rumore dei missili e dei droni che solcano il cielo. I cristiani, specialmente nella regione del Kurdistan, stanno vivendo le celebrazioni del Triduo in un clima di costante allerta per il rischio di bombardamenti iraniani. Per decisione dei vescovi locali in tutto il Paese le parrocchie stanno celebrando i riti limitando le funzioni all’interno delle chiese e vivendo le festività in forma “ridotta”, come non accadeva, nelle zone del nord, dagli anni dell’occupazione da parte dell’Isis.
In una nota l’arcivescovo siro cattolico di Mosul Benedictus Younan Hano ha esortato le comunità a evitare grandi assembramenti per motivi di sicurezza, e ad astenersi da celebrazioni all’aperto, «come segno di solidarietà verso coloro che soffrono e sono colpiti dagli orrori della guerra».
Anche l’arcivescovo di Erbil, Bashar Matti Warda in un’intervista ad Ewtn News ha confermato che, per esigenze di sicurezza, in questi giorni i riti sono limitati alle Messe, alle preghiere serali e alla Via Crucis, strettamente all’interno delle chiese. Dall’inizio della guerra, nell’arcidiocesi sono interrotte tutte le attività di catechismo e gli incontri dei giovani nelle parrocchie. Non si sono svolte neppure le processioni della domenica delle Palme, manifestazioni tra le più attese e partecipate dai cattolici d’Iraq, soprattutto nelle diocesi della piana di Ninive, dove si concentra il maggior numero di cristiani. La tradizione si è fermata soltanto in circostanze eccezionali, tra cui gli anni di sfollamento forzato per l’avanzata di Daesh e la pandemia da Covid-19.
«Vivo a Baghdad da quando sono nata, ma in questi giorni è diventata un’area molto a rischio - racconta Marina Francis, 30 anni, che fa parte del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, organismo promosso dalla Cei -. Sto cercando di stare in questo tempo con fede, perché anche se credere non annulla del tutto la paura, ti dà forza, speranza, coraggio per andare avanti».
Nella capitale irachena, ha aggiunto Marina, che lavora nell’università della città, durante la Quaresima le comunità cristiane hanno continuato a organizzare momenti di preghiera verso la Pasqua, adottando via via precauzioni sempre maggiori. «Come cristiana irachena - ha concluso la ragazza - ho imparato a vivere, pregare, lavorare anche in mezzo alla sofferenza e al timore, affidandomi a Dio». Forse questa è già Pasqua.

Iraqi Christians: Living in the Shadow of the Cross

By Aid to the Church in Need
April 3, 2026

 

Security fears prompt changes to Holy Week and Easter celebrations in Iraq

Georgena Habbaba
March 25, 2026

The war unfolding in the Middle East and the security challenges accompanying it have affected how Iraqi Christians will observe Palm Sunday, Holy Week, and the feast of Easter this year.
The Syriac Catholic Archdiocese of Mosul and its dependencies called on the faithful to reflect deeply on the true meaning of the feast and on the One it commemorates, and to live it in a spirit of faith, prayer, and fraternal solidarity by avoiding large gatherings and refraining from outward displays of festivity, “as an expression of solidarity with those suffering and those affected by the horrors of war, and in order to preserve everyone’s safety.”
The archdiocese also announced that holiday celebrations would be limited to church interiors, especially for Palm Sunday, meaning that the large annual procession through the city’s streets will not be held this year. It also canceled the customary exchange of holiday greetings throughout the archdiocese.

No procession in Ankawa
For its part, the Chaldean Archdiocese of Erbil announced the cancellation of its annual Palm Sunday procession, which it had traditionally organized in cooperation with the apostolic churches in Ankawa.
Speaking to ACI MENA, the Arabic-language sister service of EWTN News, Archbishop Bashar Matti Warda said security necessities required the cancellation of the Palm Sunday procession, which the faithful await each year with joy and eagerness, in order to guard everyone’s safety.
He explained that the archdiocese has limited its activities to the usual Masses, evening prayer, and the Way of the Cross while canceling catechism classes for all age groups and youth meetings since the beginning of the war and the targeting of Erbil by missiles and drones.
Other churches in Iraq have not officially announced specific measures or changes to the schedules of liturgical celebrations, Masses, and rites. However, it appears that dioceses and parishes across Christian towns and villages are moving toward canceling the customary processions and confining celebrations to church buildings.

Youth gathering postponed
The Chaldean Archdiocese of Erbil also announced through ACI MENA the postponement of the 2026 Ankawa Youth Gathering, which was scheduled for March 18–21, for the same reasons.
Qaraqosh, Ankawa, Alqosh, and other Christian towns and villages in Iraq have long organized large Palm Sunday processions. This tradition has only been interrupted under exceptional circumstances, including the years of forced displacement during the ISIS occupation (2014–2017) and the coronavirus pandemic.

3 aprile 2026

Iraq: card. Sako, “Amatevi con il cuore. L’unico antidoto a un mondo diviso”

2 aprile 2026

“Il comandamento dell’amore consegnato da Gesù nell’Ultima Cena come testamento spirituale rimane oggi l’urgenza più grande per la Chiesa e per il mondo”.
A ribadirlo in una sua riflessione in vista della Pasqua è il card. Louis Raphael Sako, già patriarca caldeo, diffusa attraverso i canali patriarcali. In una società segnata da “divisioni, conflitti, paure e distorsione della verità”, anche a causa dell’uso improprio dei social media e dell’intelligenza artificiale, il patriarca indica nell’amore evangelico “la via per ricostruire fiducia e relazioni autentiche” e ricorda che l’amore cristiano “non è un sentimento astratto né uno slogan”, ma nasce da una relazione concreta, da incontri reali con persone ‘di carne e ossa’: famiglia, comunità, parrocchia, vicini, colleghi.
"È a partire da queste relazioni quotidiane — sostiene — che si costruiscono la pace, l’unità e la riconciliazione”. Riprendendo i versetti di Giovanni, “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”, il patriarca parla di un amore che “riempie il cuore di pace” e diventa segno visibile del Vangelo in un mondo lacerato.
E invita i cristiani a essere “profeti dell’amore e servitori della riconciliazione”, seguendo la misura dell’amore trinitario: un amore che unisce e non divide. Il messaggio si chiude con le parole della preghiera quaresimale del rito caldeo — “Che l’amore non cessi tra noi fino alla fine del mondo” — e con la certezza che “chi ama rimane vivo, mentre il malvagio è già morto anche se cammina”.

In his Farewell Message Jesus says: “Love each another with your heart!”


In his Farewell Message Jesus says: “Love each another with your heart!”

Aprile 2, 2026
Cardinal Louis Raphael Sako

Our world is going through an extremely difficult situation: divisions, conflicts, wars, and fears, along with the distortion of truth on social media and through artificial intelligence under pseudonyms. Yet Jesus affirms that love is a real value that affects life and strengthens relationships and peace. When people truly love one another and trust each other, many things change.
These words of Jesus came in the context of the Last Supper.They are like His final testament to His disciples and to all of us: love is the foundation of Christianity because “God is love” and the Church must be love, and her mission is love. Christians are called to become a sign of love in the heart of a torn world. Love is built on true friendship, not on interests or beautiful slogans. The spirituality of love fills the heart with comfort and peace.
“I give you a new commandment: love one another. As I have loved you, so you also should love one another. By this everyone will know that you are my disciples, if you have love for one another… May they all be one, as you, Father, are in me and I am in you; may they also be in us, so that the world may believe” (John 13:34–35; 17:21).
When we read this passage, we are struck by its intensity. These verses convey a double message: looking toward God, who is love, and looking toward loving people. God is at the centre, to bring peace and justice in the world. Christians are encouraged to be “prophets of love and servants of reconciliation” in difficult times.
From his divine love, Christian learns how to love his neighbour with purity of heart and to accept them as they are in the fullness of their being—even when they make mistakes—without belittlement, revenge, or spite. Love is not the love of a “theoretical human being” as presented by the philosopher Nietzsche, nor of humanity in general; rather, is love expressed toward a specific person of flesh and blood whom we know, before it extends to a wider space.
At the Last Supper—where He instituted the sacrament of the Eucharist, the sacrament of love—Jesus emphasizes that to live well means to love and do good for others, and not to do so is evil.
He offers two teachings: the first concerns love—the “new commandment” on which the mystery of the Holy Trinity is founded. The second concerns unity: that we should be united, not divided. John brings these two teachings together in one context, so that each reflects the other, forming a teaching that inspires sincere love and unity modelled on God’s love and the unity of the Trinity, which is beyond all boundaries.

A homily provoked me
A few months after my priest ordination, I attended a homily by a priest older than me, in which he said: “We must love all people!” When the Mass ended, I asked him in surprise: “Father, how can we love all people? Who are these people? How do we love those we do not know?” He was surprised by my question, and I continued: “Father, only God can love all people, because He knows them. As for us, we must love those we know—those we live with at home, in the parish church, at work, in neighbourhood, or those we meet.” He did not respond—perhaps because he was not convinced, even though he was a pious priest.
In the evenings during Lent, according to the Chaldean rite, we pray: “May love not cease among us until the end of the world.”
I believe that those who love will die, yet remain alive, while the wicked are dead even though they are alive.
“The wicked spring up like grass, and all evildoers flourish, only to be destroyed forever” (Psalm 92:7). “The righteous flourish like the palm tree and grow like a cedar of Lebanon” (Psalm 92:12).