"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

15 ottobre 2021

Liturgia, verso dove?

Card. Louis Raphael Sako

La liturgia, la preghiera ufficiale della Chiesa, è di fondamentale importanza nella vita dei cristiani, quindi deve essere caratterizzata da un’alta spiritualità, poiché attraverso la partecipazione attiva ad essa si approfondisce il senso di unità e di comunità e l’importanza della irradiazione spirituale e della solidarietà fraterna nella speranza di raggiungere la pienezza della statura di Cristo, che ci chiama a inserirci nel suo mistero pasquale. Questo è quanto hanno vissuto i nostri santi e i nostri martiri, e questo è ciò a cui dobbiamo tendere ardentemente.
Credo nell’esistenza di un vero amore, a cui si aggancia la mia vita e il mio destino, il che mi porta ad essere coinvolto nel mondo per testimoniare questo fascino e questo amore. Sono convinto che la mia vita è un dono di Dio, e io devo donarla a mia volta per il bene degli altri.

La liturgia è la più forte espressione della fede viva della chiesa.
La liturgia è la celebrazione (la festa)della presenza di Cristo nel suo mistero pasquale, in modo attraente, entusiasta e gioioso. Questo è ciò che dovremmo percepire in ogni celebrazione liturgica. È deplorevole dire che in alcune pratiche liturgiche , compresa la messa, ci sentiamo come se fossimo in un lutto e, o in una scena di spettacolo, (show) e non nella gioia di celebrare la presenza del Cristo glorificato, caparra della nostra eternità! Così vediamo alcuni fedeli che recitano il rosario durante la messa. È una grossa mancanza liturgica.
La celebrazione liturgica è l’occasione speciale in cui la Chiesa esprime la sua fede come comunità viva e celebrativa. Essa nutre, educa, matura la fede del fedele che vi partecipa e lo incoraggia a sollevarsi e ad unirsi a Dio.
La parola di Dio proclamata e cantata dagli orientali, il celebrante che prega con consapevolezza, gli inni commoventi, i salmi e le intenzioni, l’altare, le candele e le rose, la croce glorificata (senza il crocifisso presso i Caldei), le icone, il pane, il vino, l’incenso, i movimenti di alzarsi, sedersi, inchinarsi, il segno di croce, tutto questo incarna la fede della comunità celebrante, dando al fedele che partecipa grazia e forza, luce, pace e gioia, affinché la sua vita diventi veramente una liturgia in mezzo alla sua lotta quotidiana.
Da qui l’importanza della liturgia nella vita della chiesa e la necessità di preparare bene la celebrazione. I tempi rituali (i tempi liturgici) disegnati dal calendario ecclesiastico apportano preghiere proprie, con canti e letture, per ogni stagione, per aiutare il fedele a vivere il tempo (l’evento) che si celebra.
Nella benedizione finale della messa domenicale e festiva dei Caldei, il celebrante prega: “Dio che ci ha benedetti con tutte le benedizioni spirituali in Gesù Cristo nostro Signore… benedica la nostra assemblea ♰, ci riunisca ♰ e santifichi il nostro popolo ♰ che è venuto e ha goduto della potenza di questi gloriosi misteri…”. Ma il fedele, se non li comprende, come ne può godere? Dovrebbe anche essere rispettata la durata del tempo, dovrebbe essere fissato un tempo adeguato alla celebrazione, sia che fosse di sera o di mattina, e si dovrebbe tener conto delle circostanze degli studenti e degli impiegati, non di quelle del celebrante, sia vescovo che sacerdote.

La liturgia, il contenuto e la forma
L’espressione liturgica, nel suo contenuto e la sua forma attuale, trova difficile aggiornarsi a causa delle sue radici in una cultura speciale e in una lingua che oggi raramente si parla. I nostri riti attuali risalgono a più di 1.400 anni fa, e talvolta il loro contenuto, il loro linguaggio e stile non si legano alla cultura e alla sensibilità del nostro tempo. I Padri hanno formulato i loro riti e la loro fede con vocaboli del loro tempo, il che è normale, ma noi oggi abbiamo il diritto di avere dei riti attualizzati e rinnovati che esprimano la nostra fede con la cultura che viviamo e nella lingua che conosciamo chiaramente, e in un modo che ci attrae e ci aiuta a comprenderne i significati e incarnarli nella nostra vita, altrimenti non hanno senso. Il Concilio Vaticano II dice: “Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia. […] In tale riforma l’ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria. A tale scopo il sacro Concilio ha stabilito le seguenti norme di carattere generale (Costituzione sulla sacra liturgia, 21).
La Costituzione dà precise istruzioni da seguire nel processo di aggiornamento e di rinnovamento.

La sfida: mantenere l’originalità e la necessità di rinnovamento
La Tradizione nella concezione cristiana non è indietro, cioè nostalgia del passato, ma piuttosto porta avanti. La Tradizione è anzitutto fedeltà di Cristo alla sua Chiesa nel dono continuo dello Spirito Santo, aprendo la strada verso il presente e il futuro, altrimenti sarà trasformata in un museo!
Nell’ultima metà del secolo scorso i nostri fedeli hanno lasciato le campagne verso le grandi città dove ci sono scuole e università, e in seguito la maggior parte della popolazione è emigrata a causa del deterioramento della situazione della sicurezza verso le grandi nazioni, dove la cultura è diversa, il sistema è diverso, gli usi e costumi sono diversi, la lingua è diversa, e l’interesse principale della società riguarda i mezzi di sussistenza e non la Chiesa!
La mia domanda è: come può la Chiesa rimanere presente e influente senza l’idoneità della sua liturgia e del suo insegnamento in un modo che risponda alle esigenze di questi cambiamenti?
Di fronte a queste trasformazioni fondamentali nella nostra società di oggi, il cambiamento è necessario, ma bisogna conoscere la natura di questo cambiamento: si tratta di una riforma relativa (aggiornamento), ossia tornare alle radici e mantenere l’originale, rifiutando quello che non è genuino e venuto dall’esterno, oppure si tratta di una riforma essenziale?
Questo è ciò che la Chiesa deve studiare attentamente, alla luce della consapevolezza della sua responsabilità come questione primaria, per avere una presenza e un influsso. Vedo che il processo di rinnovamento e aggiornamento, nonostante le critiche di conservatori ed estremisti, come un’opportunità perché il cristianesimo e la Chiesa possano continuare a influire, soprattutto perché viviamo in un mondo basato sulla conoscenza, la tecnologia e il digitale, che rifiuta le cose utopiche e le spiegazioni semplici tradizionali.
La Chiesa dovrebbe fare affidamento, riguardo al rinnovamento della liturgia, agli studi teologici e biblici, ai Padri della Chiesa, agli studi liturgici, artistici e linguistici, da parte di persone che hanno un rapporto diretto con i gruppi pastorali e non sono solo da parte di specialisti (insegnanti) che si occupano della loro carriera. Qui sottolineo l’importanza della centralità nella Chiesa per non cadere nel caos!

I carismi nella chiesa
Dopo 2.000 anni, la Chiesa deve uscire dal suo quadro altamente strutturato e dai suoi vecchi metodi (arcaismo) per accogliere i molteplici doni della comunità ecclesiale, per un servizio migliore e per un messaggio più efficace: “Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore… E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12, 4-5.7).
Quindi si tratta dell’istituzione ecclesiastica per condividere le responsabilità pastorali con i laici, uomini e donne, affinché diano il loro contributo nei vari campi, perché questi doni, come ricorda Papa Francesco, costituiscono semplicemente la stragrande maggioranza del popolo di Dio (Evangelii Gaudium 12), specialmente dato che alcuni laici sono esperti in scienze ecclesiastiche. Ricordo, ad esempio, che un numero di laici di ambedue i sessi da noi hanno studiato le scienze ecclesiastiche nel collegio universitario pontificale “Babel” e negli istituti culturali cristiani, perché non usufruirne? Speriamo che il Sinodo generale dei Vescovi del 2023 riguardo alla sinodalità produca una svolta peculiare per mettere in azione il ruolo dei laici nella Chiesa.

La chiesa porta la parola di Dio
Indipendentemente dal contesto storico e sociale e dalla fragilità della natura umana, la Chiesa rimane sempre portatrice della parola di salvezza di Dio. Questa è la particolarità del suo messaggio e la consapevolezza di sé. La Chiesa ha ricevuto da Cristo la parola della sua fondazione, non è Egli stesso il Verbo? “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio…Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,1-4).
Perciò la missione della Chiesa è quella di rivelare agli uomini che Dio è vicino a loro, è accanto a loro, in vita e in morte, e questo trovando un modo che illustri tutti gli aspetti della fede cristiana.
Mi domando: Come può la Chiesa presentare il cristianesimo ai musulmani in oriente, e agli occidentali dove il laicismo è diventato la religione? Queste sono sfide che si devono affrontare con coraggio. Papa Francesco ha fatto molto tramite i suoi discorsi, i suoi incontri riguardo alla chiesa istituzionale e riguardo al problema generale (res publica) , attirando l’attenzione di molti.

La nostra chiesa caldea al bivio
Francamente, ritengo personalmente che la maggior parte del nostro clero non abbia questa preoccupazione ecclesiastica riguardo alla missione e alla testimonianza verso i nostri contemporanei. Mi domando: sentono di avere una missione? Hanno programmi costantemente rinnovati? O sono abituati al lavoro di ufficio tradizionale lontano da qualsiasi prospettiva futura?
In generale, la maggior parte delle nostre parrocchie oggi ha perso la pratica della preghiera rituale a causa della lingua, della lunghezza, della ripetizione e della mancanza di aggiornamento. Anche riguardo al rinnovamento che abbiamo portato avanti in questi ultimi anni nonostante la consultazione di specialisti, la discussione e l’approvazione dei Padri del Sinodo, e la ratifica della Santa Sede, trovo che ci sono lacune per cui occorre rivederlo dopo pochi anni.
Nella diocesi di Baghdad, abbiamo mantenuto le chiese e preparato una vera e propria architettura ecclesiastica, dopo che la maggior parte di esse erano sale di preghiera, preparando l’altare, il bema, le tribune per le letture, l’acustica, le icone e la croce glorificata, e addestrando i diaconi in modo che tutto sia appropriato per coloro che vi abitano e per coloro che le frequentano per pregare.
Riconosco che i diaconi sono un ostacolo alla celebrazione della liturgia, poiché la maggior parte di loro manca di formazione teologica e liturgica, di esercizio nel servizio e di un’adeguata educazione linguistica. Perché non ordiniamo i diplomati del Pontificio Collegio di Babilonia o degli Istituti di formazione cristiana?
La liturgia caldea è bella, ma la sua bellezza e la sua ricchezza dovrebbero essere evidenziate anche attraverso la sua bella preparazione ed esecuzione…

14 ottobre 2021

Iraq: Baghdad, il 30 ottobre l’apertura della fase diocesana del Sinodo. Card. Sako, “importante momento di svolta”

By AgenSIR
13 ottobre 2021

Un invito a partecipare alla fase diocesana di preparazione del Sinodo dei vescovi sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” è stato rivolto oggi alle diocesi irachene dal patriarca caldeo, card. Louis Raphael Sako.
Per il porporato si tratta di un “importante momento di svolta per accogliere e valorizzare i talenti dei laici. La Chiesa è tutto il popolo di Dio. L’augurio è che questi eventi contribuiscano a formare credenti impegnati e dediti alla vita della loro Chiesa”.
Il Sinodo è stato aperto ufficialmente, lo scorso 10 ottobre, dal Papa nella basilica vaticana. Nelle diocesi sarà aperto il 17 ottobre o nei giorni seguenti, per concludersi a Roma nell’ottobre 2023 dopo essere passato attraverso la fase diocesana, nazionale e continentale. Per quanto riguarda la diocesi di Baghdad, l’appuntamento è sabato mattina 30 ottobre, alle ore 10, presso la chiesa cattedrale di san Giuseppe, nel distretto di Karrada.

12 ottobre 2021

Baghdad: al-Sadr vince le elezioni, ma non ha la maggioranza parlamentare


Con il 94% circa delle schede scrutinate e un risultato che appare ormai cristallizzato, il vincitore delle elezioni in Iraq è senza dubbio il leader radicale sciita Moqtada al-Sadr, il cui partito consolida il primo posto già ottenuto nel 2018 aumentando il numero dei seggi. Nessun blocco appare però in grado di assicurarsi una netta maggioranza in Parlamento e nominare, da solo, il prossimo primo ministro chiamato a formare il nuovo esecutivo.
Ben distanziato dal Sadrist Movement che avrà comunque un ruolo di leadership vi è il blocco guidato dall’ex primo ministro Nouri al-Maliki, che si contende la seconda posizione con la fazione sunnita guidata dal presidente del Parlamento Mohammed al-Halbousi. Quest’ultimo è accreditato di 38 voti, mentre la coalizione State of Law di al-Maliki è ferma a quota 37, in un panorama politico dominato dai movimenti sciiti dall’invasione Usa del 2003, che ha determinato la caduta di Saddam Hussein.
A dispetto degli appelli dei capi religiosi, dal primate caldeo al grande ayatollah al-Sistani, il livello di partecipazione è inferiore alle votazioni del 2018 e il dato dei votanti si ferma a un modesto 41%, a conferma di una disillusione generale della popolazione soprattutto giovanile. Di positivo vi è il fatto che le operazioni si sono svolte con regolarità e non si sono registrati particolati incidenti, in attesa di possibili denunce per brogli.
Il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres si è congratulato col popolo iracheno “per il modo in cui si sono svolte le elezioni”, lanciando al contempo un appello alla calma in attesa dei risultati definitivi e la formazione del governo “in un ambiente di pace, sicurezza e tranquillità”.
Dai dati provenienti da diverse province e dal collegio elettorale di Baghdad risulta che il movimento di al Sadr ha ottenuto oltre 73 seggi, sui 329 in totale del Parlamento, ben oltre i 54 delle elezioni 2018.
Il suo leader Moqtada - nemico giurato degli Usa, ma distante pure da Teheran - ha rivendicato la vittoria e promesso un governo nazionalista e patriottico libero da ingerenze straniere. “Chiediamo a tutte le ambasciate - ha aggiunto - di non interferire negli affari interni dell’Iraq” e ha precisato che i festeggiamenti di piazza si svolgeranno “senza armi”.
I partiti curdi dovrebbero ottenere un totale di 61 seggi, 32 dei quali al Partito democratico del Kurdistan che governa la regione autonoma nel nord (15 al rivale Unione patriottica del Kurdistan).
Per quanto riguarda il voto cristiano, al “Movimento Babilonia” dovrebbero andare quattro dei cinque seggi riservati ai cristiani, sui nove in totale appannaggio delle minoranze. Il quinto, che fa riferimento al collegio elettorale di Erbil, dovrebbe finire al candidato indipendente Farouk Hanna Atto. Un risultato secondo alcuni osservatori sorprendente e che potrebbe alimentare polemiche e accuse di manipolazioni politiche sui seggi riservati alle minoranze. Il movimento è infatti l’emanazione politica delle “Brigate Babilonia”, cristiane sulla carta e guidate da Ryan “il caldeo”, ma di fatto legate a doppio filo alle milizie sciite filo-iraniane protagoniste della lotta contro lo Stato islamico (SI, ex Isis). Vi sono infatti sospetti di una convergenza di voti e di elettori sciiti sui candidati cristiani, per assicurare la vittoria alle personalità più “gradite”.

Elezioni, il “Movimento Babilonia” conquista 4 dei 5 seggi riservati a candidati cristiani


Le elezioni parlamentari irachene svoltesi domenica 10 ottobre hanno assegnato a rappresentanti del “Movimento Babilonia” ben 4 dei 5 seggi riservati a candidati cristiani dal sistema elettorale nazionale. Lo riferiscono fonti locali consultate dall’Agenzia Fides, sulla base dei primi dati forniti dalla Alta Commissione elettorale. Secondo le stesse fonti, il quinto seggio, assegnato nel distretto di Erbil, è stato assegnato al candidato indipendente Farouk Hanna Atto.
Il risultato elettorale relativo alla quota di seggi riservati a candidati cristiani, per certi versi sorprendente, non mancherà di riaccendere polemiche sulle potenziali manipolazioni politiche a cui appare esposta la assegnazione dei posti in Parlamento riservati a membri delle comunità cristiane locali o appartenenti a altre minoranze etniche e religiose.
Il Movimento Babilonia è nato come proiezione politica delle cosiddette “Brigate Babilonia”, milizia armata formatasi nel contesto delle operazioni militari contro i jihadisti dello Stato Islamico (Daesh) che portarono alla riconquista delle aree nord-irachene cadute nelle mani jihadiste nel 2014. Guidate da Ryan al Kildani (Ryan “il caldeo”), le “Brigate Babilonia” avevano sempre rivendicato la propria etichetta di milizia composta da cristiani, anche se risultava documentato il loro collegamento con milizie sciite filo-iraniane come le Unità di Protezione popolare (Hashd al Shaabi). Anche la sigla politica del “Movimento Babilonia” viene considerata vicina alla “Organizzazione Badr”, movimento politico che alle elezioni è confluito nella Alleanza Fatah, cartello che raggruppava sigle e organizzazioni sciite di orientamento filo-iraniano.
Nei primi commenti critici, politici cristiani appartenenti a sigle che non hanno ottenuto seggi gettano sospetti sul risultato elettorale, lasciando intendere che sui candidati del “Movimento Babilonia” sarebbero stati dirottati anche voti di elettori sciiti, in modo da piazzare nei seggi riservati ai cristiani rappresentanti che di fatto rispondono a formazioni politiche sciite. In maniera analoga, secondo alcuni commentatori anche il candidato cristiano Farouq Hanna Atto, eletto come indipendente per il seggio riservato ai cristiani nel distretto di Erbil, avrebbe in realtà prevalso sui suoi concorrente grazie ai voti riversati a suo favore dal Partito Democratico del Kurdistan (PDK).
Secondo i primi dati forniti in via provvisoria dalla Commissione elettorale, il candidato del Movimento Babilonia Aswan Salem avrebbe conquistato il seggio riservato ai cristiani nel Governatorato di Ninive con 9498 voti. Il seggio riservato a candidati cristiani nella città di Baghdad sarebbe stato conquistato da con 10822 voti da Evan Faeq Yakoub Jabro, ex ministra per i rifugiati e le migrazioni nel governo uscente guidato da Mustafa al Kadhimi. A Kirkuk e a Dohuk, i candidati del Movimento Babilonia Duraid Jamil e Badaa Khader hanno prevalso ottenendo rispettivamente 4279 e 10619 voti, mentre il candidato Farouk Hanna Atto ha conquistato il seggio riservato ai cristiani nel distretto elettorale di Erbil con 4221 voti.
I dati ufficiali finora comunicati sui risultati elettorali non permettono ancora di delineare un quadro preciso del futuro scenario politico iracheno. Nessun blocco politico in gara riuscirà a controllare da solo la maggioranza dei 329 seggi in Parlamento. Fonti diverse confermano la crescita del Partito Sadrista, guidato dal leader sciita Muqtada al Sadr, che nel Parlamento precedente controllava 58 seggi e nella prossima assemblea parlamentare dovrebbe averne conquistati almeno 70. Viene invece data in calo la rappresentanza parlamentare dei Partiti sciiti di orientamento filo-iraniano, confluiti nell’Alleanza Fatah, che nel precedente Parlamento controllavano 48 seggi.
Ai seggi si è recato solo il 41% degli aventi diritto al voto, soglia che rappresenta il minimo storico delle 6 elezioni parlamentari tenutesi in Iraq dal 2003, dopo la fine del regime di Saddam Hussein.
L’appuntamento elettorale, fissato per il 2022, era stato anticipato dopo le proteste popolari che nell’autunno 2019 avevano manifestato scontento generalizzato verso l’intera dirigenza politica irachena, accusata di corruzione e cattiva gestione. Le elezioni si sono svolte in un clima di generale apatia, segnato da appelli al boicottaggio anche da parte di sigle coinvolte nelle mobilitazioni popolari anti-sistema del 2019.

11 ottobre 2021

Si avvicina lo storico incontro tra il Grande Ayatollah sciita Ali al-Sistani e il sunnita Grande Imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb. Si lavora intanto alla preparazione di un summit cattolico-sciita-sunnita in Vaticano


Lo scorso 10 maggio abbiamo scritto sul discreto e difficile cammino di avvicinamento, dopo molti secoli di aperte ostilità di ogni tipo, tra i musulmani sunniti (ramo maggioritario) e i musulmani sciiti (ramo minoritario). [1]
Di questa possibilità, fino a poco tempo fa impensabile, si cominciò a parlare con insistenza e fondamento proprio quando Papa Francesco visitò l'Iraq (5 - 8 marzo 2021 - Eventi e allocuzioni) e in particolare quando si trasferì a Najaf, città santa dei sciiti, per incontrare, colloquiare e rendere omaggio all'anziano e autorevole Grande Ayatollah Ali al-Sistani.
Qualche settimana dopo, fu Sayyid Jawad Al-Khoei, Segretario Generale dell'Istituto Al-Khoei e professore all'Hawza di Najaf, a rivelare per la prima volta che il Grande Imam Ahmad al-Tayyeb preparava con la collaborazione di molti dignitari musulmani, nonché autorità statali, un inedito incontro con il Grande Ayatollah Al- Sistani presso la residenza del leader spirituale nella città di Najaf a 160/170 km a sud di Baghdad.
Ora in ambienti politici arabi, tra diplomatici del Medio Oriente nonché in alcuni media arabi specializzati e ben informati si conferma che il giorno dell'incontro tra i due leader, al-Sistani (91 anni) e al-Tayyeb (75 anni), si avvicina rapidamente poiché le principali difficoltà e reciproche precondizioni sarebbero state sostanzialmente superate. Il Grande Imam di al-Azhar tra l'altro dovrebbe essere a capo di un'ampia Delegazione di esperti e studiosi - lui stesso è considerato il più importante giurista islamico sunnita del mondo - che in rappresentanza di al-Azhar visiterà la capitale dell'Iraq, Baghdad, e anche le città di Erbil e Mosul.
A Najaf, il Grande Imam egiziano farà visita agli studiosi anziani del seminario (Hawza) così come al famoso santuario della città, Masjid ʿAlī o moschea di Alī, considerata dai circa 200 milioni di sciiti del mondo il terzo luogo santo dell'islam (dopo La Mecca e la Moschea del Profeta, Medina).
Sayyid Jawad Al-Khoei, Segretario Generale dell'Istituto Al-Khoei ha precisato che le date esatte della visita devono ancora essere confermate dagli uffici dei rispettivi vertici religiosi sunniti e sciiti ma ha fatto capire che l'incontro si potrebbe svolgersi "alla fine di ottobre o all'inizio di novembre".
Khoei ha sottolineato ad alcuni media arabi, inoltre, che "sebbene Al-Azhar sia ovviamente una delle più grandi istituzioni dell'Islam sunnita, hanno comunque chiarito che questa visita non sarà solo per una parte dell'Iraq o per i seguaci di una unica religione, ma piuttosto un'opportunità per entrare in contatto con iracheni di ogni provenienza confessionale” (...) e rafforzare "in tutta la regione la lotta contro il settarismo e promuovere la coesione della comunità".

La pastorale di Francesco e le divisioni del mondo musulmano
Negli ultimi tre anni tra sciiti e sunniti si sono registrate, nell'ambito del dialogo e dello scambio, numerose iniziative con esito positivo per far cadere secoli di diffidenza e accrescere la fiducia reciproca. La totalità degli studiosi attribuisce a Papa Francesco un ruolo discreto, silenzioso, ma fondamentale in questo percorso di dialogo ma anche di amicizia sociale.
Non sarebbe un caso la vicinanza temporale dei viaggi del Papa agli Emirati Arabi Uniti per la firma della Dichiarazione sulla fratellanza umana con il Grande Imam al-Tayyeb, che il Pontefice ha incontrato ancora una volta pochi giorni fa a Roma e in Vaticano, e poi il recente Pellegrinaggio in Iraq che ha incluso l'inatteso incontro con il Grande Ayatollah sciita al-Sistani.
In questo contesto interreligioso, complesso, delicato e a volte fragile poiché molto condizionato anche da ottiche politiche, diplomatiche e geopolitiche, va sottolineato un'autorevole indiscrezione che potrebbe essere una grande svolta nel dialogo tra le grandi religioni, tra Islam e Cristianesimo: parallelamente a quanto riferito, sono in corso diversi sforzi e lavori per arrivare prossimamente ad un summit cattolico-sciita-sunnita in Vaticano, sulla via di quanto si è detto sempre negli incontri di Francesco con al-Tayyeb e poi con al-Sistani sette mesi fa.
Per ora non si conoscono le date possibili e neanche i nomi dei partecipanti. Alcune testate arabe ipotizzano che l'incontro potrebbe aver luogo entro la fine del 2021. A molti appare scontata la presenza del Papa e del Grande Imam di al-Azhar. L'anziano e malato Ali al-Sistani potrebbe delegare il compito ad un altro alto dignitario dello sciismo.
_________________________________
 [1] - In preparazione incontro storico tra il Grande Ayatollah sciita Ali al-Sistani e il sunnita Grande Imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb
(R.C. - a cura Redazione "Il sismografo")
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Visita di cortesia al Grande Ayatollah Al-Sistani e Incontro Interreligioso ad Ur (Sala stampa della Santa Sede) - 6 marzo 2021

[2] ʿAlī ibn Abī Ṭālib, cugino e genero di Maometto, quarto califfo ortodosso per i sunniti e primo Imam per gli sciiti vi è sepolto. Inumato accanto ad ʿAlī vi sarebbero, per gli stessi sciiti, i resti di Adamo ed Eva, nonché di Noè (per i musulmani Nūḥ).

Iraq, l'appello alla speranza da un medico caldeo di Mosul

Antonella Palermo

Siamo agli inizi di luglio, a Parigi. Entriamo nella Maison Saint Jean de Malte - Maison d’Accueil Spécialisée (MAS), in rue d’Hautpoul, un Centro per disabili gestito dai Cavalieri di Malta. Corridoi colorati con foto di gruppo e lavoretti a mano appesi alle pareti. Qualche pianta, persone in carrozzina, giovani per lo più.
Il dottor Bassam Moucice ci accoglie e ci conduce in una sorta di sala da pranzo. Con sobrietà e grande umiltà ci parla della comunità caldea della zona di Sarcelles, regione dell’Île-de-France. Lui ne fa parte. Giunto vent'anni fa da Mosul ora è membro del Consiglio pastorale della parrocchia di Notre-Dame dei Caldei a Parigi.

I cattolici francesi e le porte aperte per i profughi caldei
In tutta la regione si contano circa 12mila caldei. Ci viene detto che a Sarcelles c'è la più grande chiesa caldea d'Europa e che i caldei sono molto presenti in Francia: a Lione c'è una importante comunità, ma anche a Strasburgo e a Marsiglia. Sono sparsi un po' ovunque, soprattutto dal 2014, profughi iracheni. Il dottor Moucice ci spiega che i cattolici francesi hanno aperto le porte delle proprie case a queste persone in cerca di una nuova dimora. E sottolinea quanto questo gesto di apertura e solidarietà sia l'espressione della carità concreta che risponde agli appelli di Papa Francesco.

Quel viaggio 'impensabile' del Papa in Iraq
"Il Viaggio Apostolico del Papa in Iraq sembrava impensabile e invece è stato possibile realizzarlo ed è stato vissuto con una gioia immensa dalla popolazione, anche da chi lo ha potuto seguire solo attraverso la tv da lontano, come noi".
Sono le parole di questo medico che si commuove quando pensa a chi ancora vive nel Paese ferito dalla guerra, dalla povertà, dalla crisi economica. "La presenza del Papa in quella terra è stata un segnale di speranza; forse un giorno ci sarà possibile ritornare nei luoghi dei nostri avi, chissà...".
Il ricordo del proprio Paese d'origine è quanto mai vivo: quell'Iraq appena uscito dalle elezioni legislative anticipate a cui erano chiamate anche 120mila persone sfollate irachene. Una trentina sono i campi profughi sparsi in tutto il Paese, in particolare nel centro e nel nord, nelle aree investite tra il 2014 e il 2017 dall'offensiva dell'Isis e dalla guerra intestina.

L'integrazione sociale e religiosa
Bassam ci racconta quanto l'integrazione dei caldei nella società francese sia ormai un dato di fatto che non presenta difficoltà particolari, soprattutto con le persone musulmane. "Qui è un mosaico e io ci vivo benissimo", dice con molta naturalezza. Sua moglie è ortodossa di origine siriana. Hanno due figli e la sua serenità è ora lampante, nonostante le perdite familiari che la guerra, soprattutto, gli ha causato nel tempo: il papà e un fratello morti all'epoca della guerra Iran-Iraq, un altro ancora nella seconda guerra del Golfo.
"Mia madre, un altro fratello e mia sorella vivono a Lione. Due fratelli vivono in Canada. In pratica siamo emigrati tutti. Io ho tentato per sette volte di lasciare l'Iraq. Abitavo davanti a una chiesa del 790, a Mosul", racconta.
Molti caldei - spiega - hanno cominciato ad arrivare in Francia negli anni Ottanta passando per la Turchia.
"Prima avevano attività commerciali - dice Bassam - poi con il tempo sono diventati tutti professionisti e ormai appartengono alla classe media. Ciò è accaduto soprattutto a Sarcelles dove solo imprenditori sono riusciti ad acquistare case anche molto belle e hanno potuto fare donazioni importanti per costruire chiese in quella regione".

La pandemia e il senso di comunità
Dalle rovine affiora la resurrezione. E' la sintesi del suo messaggio, che non è altro che il Vangelo. "Gesù, che è morto, è stato massacrato, sceso all'Inferno, è risuscitato", ricorda. "Il Santo Padre ci incoraggia alla speranza, possiamo risorgere nella nostra terra, possiamo ricostruire le chiese, ma soprattutto possiamo ricostruire l'essere umano, dall'interno. Questo vale sia per i cristiani che per i musulmani".
E conclude guardando al tempo più difficile vissuto in mezzo alla pandemia. "La pandemia ha causato diversi contagi nella comunità di cui faccio parte - dice Bassam - e io ho fatto quanto ho potuto, in qualità di medico, per venire incontro alle esigenze delle persone che si erano ammalate. Qui la vita si svolge molto all'insegna del contatto amicale perché forte è il senso di appartenenza e di comunità; questo aspetto ha inciso sulla diffusione del virus che però adesso è sotto controllo. La solidarietà è stata visibile in questo frangente".

8 ottobre 2021

Elezioni politiche, il Patriarcato caldeo condivide l’appello al voto del Grande Ayatollah Al Sistani

By Fides

Mentre i cittadini iracheni si preparano a recarsi alle urne per eleggere i 329 membri del nuovo Parlamento, il Patriarcato caldeo unisce la sua voce a quella del Grande Ayatollah Ali al Sistani, che in precedenza aveva sottolineato l’urgenza e l’opportunità di onorare l’appuntamento elettorale in agenda domenica 10 ottobre. In una dichiarazione firmata dal Patriarca caldeo Luis Raphael Sako, si richiama il precedente appello del Grande Ayatollah sciita, definendolo “la Guida Suprema”, che aveva esortato la popolazione irachena alla “partecipazione consapevole e responsabile” al voto, indicandola come “la via più sicura per indirizzare il Paese verso un futuro migliore”.
Nel messaggio sottoscritto dal Cardinale Sako si indicano le elezioni come uno strumento utile per provare a realizzare le riforme istituzionali, politiche e amministrative richieste negli ultimi anni anche attraverso imponenti mobilitazioni popolari non violente. “Invitiamo gli elettori” si legge nel comunicato patriarcale, “a valutare i comportamenti degli ex rappresentanti che si ripresentano alle elezioni e dei nuovi candidati, per non lasciarsi ingannare da promesse ingannevoli e non vendere il Paese a opportunisti e corrotti".
Le elezioni parlamentari si svolgeranno con voto da esprimere in 83 collegi plurinominali. Un quarto dei 329 seggi totali è riservato alle donne, mentre 9 seggi sono riservati alle minoranze (5 per i cristiani e 1 ciascuno per Yazidi, Shabak, mandei e feili curdi, curdi iracheni sciiti che fanno parte a sé rispetto alla popolazione curda, quasi totalmente sunnita, concentrata nel Kurdistan iracheno).
Secondo rilevazioni effettuate al momento della presentazione delle liste, i candidati cristiani in lizza alle elezioni sono almeno 34.  Le attività di propaganda elettorale di candidati cristiani si sono concentrate in zone di maggior radicamento della popolazione cristiana, come la città di Dohuk. Alla fine di luglio, il Partito dei figli dei due fiumi (Beth Nahrain), sigla politica che raccoglie dirigenti e militanti provenienti dalle comunità cristiane irachene, aveva ufficialmente annunciato l’intenzione di boicottare le elezioni parlamentari del 10 ottobre.
 “Le forze politiche irachene, noi compresi – avevano scritto i dirigenti di Beth Nahrain in un testo che giustificava la drastica decisione facendo riferimento allo strapotere di milizie armate e alle mobilitazioni popolari anti-corruzione del 2019 - avevano chiesto che le armi fossero esclusivamente nelle mani dello Stato, che gli assassini dei manifestanti fossero assicurati alla giustizia, venisse affrontata con risolutezza la questione della lotta alla corruzione”. Purtroppo – aggiungevano i leader di Beth Nahrain – nessuna di queste richieste ha trovato risposte adeguate, ed è facile prevedere che anche il processo elettorale avverrà in condizioni in cui non è garantita sufficiente trasparenza e equità”.
Il sistema delle “quote”, attualmente in vigore, che riserva 5 seggi a candidati membri delle diverse comunità cristiane, viene accusato da diversi analisti critici di non favorire una adeguata rappresentanza politica delle componenti cristiane, perché nella sua forma attuale esso rende possibili operazioni di manipolazione elettorale che già negli ultimi anni hanno permesso ai Partiti maggiori di far assegnare anche quei seggi a propri emissari. In occasione delle elezioni del 2018 – come ricordava anche il comunicato dei dirigenti di Bet Nahrain – i Partiti più consistenti dirottarono migliaia dei voti dei propri militanti per sostenere candidati a loro fedeli che gareggiavano per conquistare uno dei 5 seggi riservati alla componente cristiana.

Elezioni, card. Sako: voto in massa contro i brogli, per un vero cambiamento

Dario Salvi

Le elezioni rappresentano un “momento di speranza” per un “vero cambiamento” a patto che vi sia una “ampia partecipazione”; per questo a tutti gli iracheni, ma soprattutto ai giovani “dico di andare a votare” per “contribuire a un avvenire migliore”, altrimenti “tutto resterà come prima e non potrete lamentarvi”.
È quanto afferma ad AsiaNews il primate caldeo, card. Louis Raphael Sako, alla vigilia di un voto cruciale per il futuro del Paese, anticipato di un anno rispetto alla scadenza naturale della legislatura in risposta alle proteste di piazza dell’autunno 2019. “L’Iraq - aggiunge il porporato - ha bisogno di un cambiamento frutto di una larga partecipazione”.
I giovani iracheni, protagonisti delle manifestazioni di due anni fa da Baghdad a Bassora, sono “delusi”. Qualcuno fra di loro si presenterà al voto come candidato, prosegue il card. Sako, ma “non so quante possibilità abbiano di affermarsi”. Dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003 “abbiamo acquistato libertà e democrazia”, perdendo in “stabilità” in un clima di “confusione”. Il Paese e il suo popolo sono “più poveri” stretti nella morsa di “interessi e nazioni contrapposte: serve una vera svolta democratica, perché il Paese è ricco ma i soldi vengono dirottati da corruzione e malaffare”.
Le elezioni politiche del 10 ottobre rappresentano il quinto voto per rinnovare il Parlamento mono-camerale dall’invasione Usa che ha portato alla caduta del raìs e generato un complesso sistema multipartitico. Alle urne sono chiamati circa 25 milioni di aventi diritto, che dovranno scegliere 329 deputati su 3.200 candidati in 83 collegi elettorali. Il 25% dei seggi è riservato alle donne. La futura Camera dovrà indicare il presidente e il primo ministro, al quale verrà poi affidato il compito di formare il governo. La vittoria dovrebbe andare ai movimenti sciiti già al potere, sebbene all’interno presentino profonde divisioni.
Nell’ultimo periodo diversi leader religiosi, fra i quali il patriarca caldeo e la massima autorità sciita, il grande ayatollah Ali al-Sistani, hanno lanciato appelli contro l’astensionismo: “Le nostre parole - conferma il cardinale - hanno avuto una vasta eco nella popolazione. Lo stesso presidente mi ha ringraziato per questo appello, che è forte proprio per incoraggiare la gente anche se la situazione resta complicata”. Vi è il pericolo di boicottaggio delle urne anche di semplici cittadini “delusi da non aver visto alcun cambiamento in 18 anni”. Anche questo, osserva, è un “grande pericolo” perché ci sono forze interessate a “ostacolare” il voto per formare “un governo di emergenza. Molte fazioni sperano in una bassa partecipazione, per fare ciò che vogliono”.
Sulle elezioni vigilerà la comunità internazionale, che definisce l’appuntamento con le urne una opportunità che i cittadini devono sfruttare per determinare in modo democratico il loro futuro. Decine di nazioni, fra le quali Stati Uniti, Australia, Canada e membri dell’Unione europea hanno elogiato il lavoro di preparazione della Commissione elettorale indipendente irachena. L’auspicio è che possa essere un voto libero, giusto, inclusivo e senza episodi di violenza. “Se la gente partecipa - conferma il card. Sako - sarà possibile un cambiamento rispetto al passato. Nel 2018 vi sono stati casi documentati di frode e corruzione, in realtà solo il 20% delle persone avrebbe votato. Gli iracheni hanno paura dei brogli, che le stesse persone del passato tramino per restare al potere” e a loro bisogna rispondere “con una grande partecipazione”. Bisogna lottare, prosegue, contro quanti muovono in politica solo “per interessi personali, senza una visione del futuro”. Il primate caldeo non risparmia infine critiche ai politici cristiani, anch’essi implicati in passato in vicende di corruzione o “voti di scambio, con promesse indebite per guadagnare consensi”. Per questo, conclude, sarebbe importante rivedere la questione delle quote riservate alle minoranze, perché così “non hanno senso e servono solo ai politici per conquistare un seggio, non alla comunità per migliorarne la vita”.

7 ottobre 2021

Shiism specialist says a meeting of Muslim leaders would be partly thanks to Francis


A meeting between the senior leaders of the two great branches of Islam would be significant, and — according to a scholar in Shiite Islam — any such meeting could claim, at least in part, inspiration in Pope Francis.
A year after Pope Francis signed his encyclical on human fraternity on October 3, 2020, and some months after the Holy Father’s trip to Iraq, I.MEDIA interviewed a Shiite Islam specialist to understand Francis’ influence on relations between the Catholic Church and the Shiite world.
For Fr. Christopher Clohessy, a lecturer at the Pontifical Institute for Arabic Studies and Islamology (PSAI), an encyclical needs time, but Pope Francis was able to move some lines with his trip to Iraq and his meeting with the Shiite al-Sistani in March 2021.
Has the encyclical Fratelli tutti had an impact on relations between the Catholic Church and Shiite Islam?
Fr. Clohessy: An encyclical is, in general, a rather dense document that must be dissected with care and theological precision. Relations between the Catholic Church and Shi’a Islam have been ongoing for years, and I am not convinced that this document has added much. It contains concepts that are well known in the non-Islamic world; but they appear foreign in an Islamic context where there is a sometimes very different understanding of rights, duties, the nature of brotherhood, and gender issues.
I know that a Shiite group has studied the document on human brotherhood carefully—from a particular theological perspective. But Fratelli tutti seems to me to be a text that has not had any significant impact. In general, encyclicals by their very nature take years to do so.
Is the meeting between Pope Francis and Ayatollah al-Sistani last March already bearing fruit?
Fr. Clohessy: I could say the same is true of the fruits of the papal visit to Iraq, especially given the complexity of the socio-economic and religious problems besetting the country. There is no doubt that Francis’ visit marks a high point in his pontificate; it was flawless in its timing, words, and gestures. Beyond all the words that were spoken, or the statements that were made, the visit to Iraq in general and to the cities of Najaf and Ur in particular are extremely symbolic gestures in many ways.
In addition to his words of consolation and hope for Iraq’s small Christian minority—a community which, along with the Iraqi people as a whole, has suffered unspeakably for so many years—his conversation with al Sistani was a subtle but clear challenge to the Iraqi government.
Iraqi authorities must begin a conversation that may not be comfortable, about whether they would be willing to adhere to the principles set forth in the Document on Human Fraternity for World Peace and Living Together. A document which, after all, is a joint declaration of Christians and Muslims.
It is not only a question of claiming to be tolerant, but also of actually accepting the other, an acceptance of which this papal trip was a significant gesture. The need for freedom of worship and equal rights and the sharing of resources was highlighted, without forgetting the needs of other minority groups such as the Kurds and the Yezidis.
There is talk of a possible meeting between the Sunni Ahmed al-Tayeb of al-Azhar University and the great Shiite leader al-Sistani. How important would this be?
Fr. Clohessy: If Ahmed al-Tayeb, who signed the statement, does meet with al-Sistani, it would be another meeting of great importance. I am willing to go so far as to say that such a meeting would be—at least in part—inspired by Francis.
Shiites and Sunnis are not two monolithic communities; each is divided within itself by language, class, geography and ethnicity. Within each there are major disagreements over law, theology, politics and divisions between the practicing, the non-practicing and the secularized. There is and always has been a sectarian substructure that permeates all Middle Eastern politics.
But while there have been many periods of violence between Shiites and Sunnis—sometimes so severe that some minority Shiite communities speak of “Shiite genocide”—there have also been long periods of harmony. Contemporary scholars describe moments not only of harmony, but also of active cooperation, so that we have a picture of Shiite-Sunni interaction that oscillates between enmity and cooperation, harmony and collision.
Any meeting between the senior leaders of these two Islamic families, if genuine and inspired by good intentions, would have a great impact.

6 ottobre 2021

Ground broken for Armenian church in Iraqi Kurdistan


Photo by Public Radio of Armenia

The groundbreaking ceremony of the Armenian St. Mariam Astvatsatsin (Mother Mary) Armenian Church was held in the city of Zakho in Iraqi Kurdistan.
The ceremony was presided over by Primate of the Iraqi Diocese of the Armenian Church Archbishop Avag Asaturyan.
Attending the event were Consul of the Armenian Embassy in Iraq Alik Gharibyan and Armenian Consul to Erbil
Andranik Harutyunyan
.
According to the ritual of the Armenian Apostolic Church, 16 stones washed by water and wine were placed in the foundations of the church under the singing of hymns and psalms.

Kurdistan: il sobborgo cristiano di Ankawa diventa distretto con pieni poteri


Ankawa, il sobborgo cristiano di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, che in passato ha accolto migliaia di famiglie cristiane fuggite da Mosul e dalla piana di Ninive per l’ascesa dello Stato islamico (SI, ex Isis) è distretto amministrativo a tutti gli effetti. A comunicare la decisione è stato Masrour Barzani, primo ministro della regione autonoma nel nord dell’Iraq, durante una visita nell’area compiuta lo scorso 4 ottobre. Un riconoscimento significativo, accolto con favore dallo stesso arcivescovo della capitale curda: “È una decisione molto importante”, sottolinea mons. Bashar Matti Warda, e una mossa “strategica” per mantenere la presenza cristiana nella regione e investire nella sua comunità.
La scelta di accrescere il grado di autonomia e rappresentatività di quello che un tempo era un sobborgo (cristiano) è condivisa dal ministero degli Interni del Kurdistan, dal governatore di Erbil e dal Consiglio provinciale locale. Con la nuova denominazione, Ankawa passa sotto il “controllo amministrativo” dei suoi abitanti cristiani - la gran parte in fuga da persecuzioni dalla piana di Ninive, dall’Iraq e dalla Siria - e diventerà “il più grande distretto cristiano del Medio oriente”.
Da sotto-distretto a distretto a tutti gli effetti, dunque, con i residenti che potranno votare funzionari e rappresentanti, i loro amministratori, assumere il controllo della sicurezza e beneficiare, a differenza del passato, di un sindaco con “autorità diretta”. Per le massime cariche del Kurdistan, che già in passato avevano aperto le porte ai cristiani durante l’ascesa dell’Isis, l’obiettivo è mostrare alla comunità internazionale la sicurezza della regione per cristiani (e non), attirando così investimenti e occasioni di sviluppo in chiave economica.
Durante la visita, Barzani ha parlato di Ankawa come di una casa per “la coesistenza sociale e religiosa” e un “luogo per la pace. Esso - ha proseguito - è diventato un centro per molti dei nostri fratelli e sorelle cristiani, che hanno dovuto abbandonare i luoghi o le regioni di origine per una svariata serie di motivi”.
Una notizia accolta con gioia e soddisfazione dagli stessi abitanti, che hanno usato i social per sottolineare come nel Kurdistan iracheno “tutti i gruppi religiosi e le etnie possono beneficiare di diritti e cittadinanza” nel “rispetto e piena libertà”.
La formalizzazione della decisione di concedere il controllo amministrativo ad Ankawa, in cui sorgono diverse chiese e una università cattolica, oltre a un seminario, avverrà dopo le elezioni parlamentari irachene in programma il 10 ottobre. L’arcivescovo caldeo di Erbil ha ricordato come i cristiani siano stati spesso vittime in passato dei “danni collaterali” delle decennali violenze settarie. La loro condizione era peggiorata con la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, ma “hanno trovato in Ankawa un luogo di coesistenza e di prosperità economica e sociale”. Mons. Warda ha rilanciato l’appello di restare in Iraq e nel Kurdistan: “Stiamo cercando - ha detto il prelato a Kurdistan24 - di attuare molti progetti come scuole, università e ospedali […] La nostra fiducia nel futuro del Kurdistan ci spinge a incoraggiare i cristiani non solo a rimanere, ma anche a investire in questa regione”.

Rudaw

PM Barzani announces Ainkawa will be made its own district

Kurdistan24

Patriarca caldeo Sako: il futuro dei cristiani in Medio Oriente dipende innanzitutto da loro


La presenza delle comunità cristiane in Medio Oriente e la loro sopravvivenza nelle terre della prima predicazione apostolica chiamano in causa “prima di tutto” le responsabilità degli stessi cristiani mediorientali, chiamati anche a “ammettere i propri errori” a liberarsi da una perdurante “mentalità settaria” per costruire insieme ai loro concittadini istituzioni civili consone a garantire la convivenza tra diversi. Così il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako vede il presente e il futuro dei cristiani mediorientali, questione delicata e controversa posta al centro di una lunga e articolata riflessione diffusa dal cardinale iracheno attraverso gli strumenti ufficiali di comunicazione del Patriarcato caldeo.
Lo spunto ispiratore delle nuove riflessioni patriarcali è rappresentato dalle imminenti elezioni politiche irachene, in agenda il prossimo 12 ottobre. Un appuntamento considerato cruciale da molti analisti – sottolinea il Patriarca Sako, - “e che porta con sé ancora una volta la domanda: c’è un futuro per i cristiani dell'Iraq e della regione?”. Le considerazioni del Patriarca sulla condizione dei cristiani in Medio Oriente esprimono uno sguardo diverso e lontano dai registri vittimistici dominanti nelle ‘narrazioni mediatiche’ sulle comunità cristiane mediorientali che imperversano soprattutto in Occidente. Molti spunti di riflessione offerti dal porporato iracheno appaiono invece in piena sintonia con le sollecitazioni contenute nel documento “noi scegliamo la vita”, recente contributo di approfondimento sulla condizione e le prospettive future della presenza cristiana in Medio Oriente, curato dall’equipe ecumenica di teologi e studiosi Nakhtar al Hayat  Anche il Patriarca Sako invita i cristiani mediorientali a affrancarsi da un certo “complesso di minoranza” che porta alcuni a attendere la soluzione dei problemi da parte di entità politiche e geopolitiche esterne, o magari dalle stesse istituzioni ecclesiali. Il Patriarca invita a prendere le distanze da battezzati che delegano a istituzioni civili o organismi ecclesiastici il compito di liberarli da difficoltà e apprensioni che segnano il loro vissuto quotidiano.
In una breve ricapitolazione storica, il Patriarca caldeo non nasconde le violenze e gli altri fattori di angoscia che dal 2003, dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein, hanno spinto “più di un milione di cristiani iracheni a emigrare”. Nella riflessione del cardinale iracheno si ricorda il dilagare di correnti islamiste estremiste e di una generale “cultura settaria”. Nel contempo, il Patriarca caldeo invita anche a riconoscere responsabilità e errori compiuti dai cristiani, compresi quelli di ordine socio- politico. “Dopo la caduta del regime – ricorda tra l’altro il cardinale iracheno - alcuni cristiani formarono partiti politici nazionali, e si trattò di un inizio incoraggiante”. Ma poi sigle e rappresentanti politici cristiani “non hanno unito le forze in un’azione condivisa, con un'unica visione e un preciso piano d'azione”, e molti si sono ripiegati a tutelare “ristretti interessi personali”. Adesso, di fronte a una situazione in chi crescono segnali preoccupanti, conviene che i cristiani per primi abbandonino forme di settarismo che li spingono anche a dividersi tra loro, per provare a abbracciarsi “come una compagine unita nei discorsi e nelle posizioni”, disposta a collaborare con i concittadini di fede islamica per costruire insieme istituzioni civili fondate sul principio di cittadinanza e di giustizia.
Nel suo intervento, il cardinale Sako rilancia anche le riflessioni recentemente proposte dall’Arcivescovo Michel Sabbah, Patriarca emerito di Gerusalemme dei Latini, rilanciate dall’Agenzia Fides. Le domande e anche le incertezze che aleggiano sul futuro dei cristiani in Medio Oriente – aveva sottolineato il Patriarca Sabbah commentando anche lui il documento pubblicato dal gruppo Nakhtar al Hayat “non sono innanzitutto una questione di numeri, anche se i numeri sono importanti, ma sono una questione di fede”.

5 ottobre 2021

Archbishop Bashar Warda praises decision to turn Erbil's Ainkawa into district


The Chaldean Archbishop of Erbil, Bashar Matti Warda, Monday evening praised the decision to convert Ainkawa into a district, describing it as a "strategic" move, as he called on Kurdistan's Christians to remain in the region and invest in their communities.
The statement came in an interview with Kurdistan 24 after Kurdistan Region Prime Minister Masrour Barzani declared Ainkawa a district of its own earlier in the day.
Barzani affirmed in a tweet thread, "Ainkawa will be the biggest district of Christians in the Middle East," adding that the move "gives Christians, and other groups, rights to nominate civic leaders, appoint officials, manage their own security and directly shape their destinies."
It is a "very important decision for Ainkawa," Archbishop Warda said, highlighting the area as a success story of coexistence common to Erbil.
The religious figure explained that Christians have sought refuge in Ainkawa since 2003 when they were getting targeted for their beliefs in Baghdad, Basra, Kirkuk, and Nineveh provinces.
As ISIS overran a third of Iraq, Ainkawa reportedly welcomed 13,000 more Christain families throughout the country.
Archbishop Warda explained that Christians have been "collateral damage" in Iraq's sectarian conflicts for decades, adding that their situation only worsened after the fall of the former Saddam Hussein-led regime.
However, "Christians have found in Ainkawa a place for coexistence and economical, and social prosperity."
He also thanked the Kurdistan Regional Government (KRG) for designating the area a district and stated that the move would have "positive results on public services" residents of the area benefit from.
Archbishop Warda then urged Christians to stay in Iraq and the Kurdistan Region, in particular.
"We are trying to implement many projects such as schools, universities, and hospitals," he said, affirming, "our confidence in the future of Kurdistan makes us encourage Christians not only to stay but also to invest in this region."

PM Barzani announces Ainkawa will be made its own district


The Kurdistan Regional Government (KRG) is taking steps to make the pre-dominantly Christian town of Ainkawa its own district, Prime Minister Masrour Barzani announced on Monday.
“We have come here as the government to tell you we will task the minister of interior, Erbil governor, and the Erbil provincial council to declare Ainkawa a district so we can serve this area more,” Barzani said during a visit to the town.
Ainkawa currently is considered a suburb of Erbil, falling under the capital’s mayoral authority. Becoming a district, it will have its own mayor “under the direct authority of the governor,” head of Erbil’s provincial council Ali Rasheed told Rudaw English.
The town is home to a large Christian population, several churches, and a Catholic university.
When the Islamic State group (ISIS) seized control of vast swathes of northern Iraq in the summer of 2014, thousands of Iraqi Christians fled their homes, seeking shelter in the Kurdistan Region. Churches in Ainkawa took in thousands of their brethren before they were resettled in camps or emigrated abroad.
Barzani praised it as a home for “religious and social coexistence and a place for peace. It has become a center for many of our Christian brothers and sisters who have not been able to stay in other places and regions of Iraq for whatever reason.”
Rasheed said the necessary procedures to formalize Ainkawa as a district will be implemented after the October 10 Iraqi parliamentary election.

Additional reporting by Layal Shakir

1 ottobre 2021

Fra cittadinanza e dignità, le Chiese orientali in una regione in piena evoluzione

Fady Noun

Dignità umana, rapporto con l’altro, cittadinanza, partenariato e rifiuto di una mera alleanza fra minoranze: sono questi gli assiomi più importanti di un rinnovamento teologico, geopolitico e sociale al quale fa appello un gruppo di lavoro ecumenico ribattezzato “Scegliamo la vita”.
Un documento che offre una sintesi di questi propositi è stato presentato in questi giorni alla chiesa di Mar Élias d’Antélias, alla presenza di 11 firmatari fra i quali figurano Souraya Bechaalany, ex segretario generale del Consiglio delle Chiese del Medio oriente, il politologo Ziad el-Sayegh e p. Gabriel Hachem. La riflessione, tanto religiosa quanto politica, va contro-corrente rispetto a un sentire comune geopolitico attuale. Essa propone nello specifico alle Chiese del mondo arabo, a dispetto di alcune reticenze provenienti dal fronte ortodosso, di discernere nel profondo di una storia tormentata le scelte che porteranno a un rinnovamento e a una attualizzazione della fede comune, indipendentemente dal peso demografico di ciascuna.
Alla presentazione del documento hanno partecipato il nunzio apostolico in Libano, mons. Joseph Spiteri, cheikh Fadel Selim esponente dello sceicco Akl per la comunità drusa, cheikh Hussein Chéhadé in rappresentanza dell’ulema Ali Fadlallah e il vicario patriarcale maronita mons. Boulos Sayah. Presenti anche Rodelmar Bueno de Faria, segretario generale di Act Alliance (ong internazionale che promuove uno sviluppo sostenibile e duraturo con base a Ginevra), Fayçal el-Khalil a nome di Civil Influence Hub, oltre a diverse personalità di primo piano della cultura, della società civile, delle religioni oltre agli organi di stampa.
In apertura, il politologo Ziad el-Sayegh ha delineato il quadro che ha giustificato l’approccio del suo gruppo. “L’essenza stessa della persona umana e della sua dignità - ha spiegato - sono oggi minacciate da distorsioni di natura ideologica, statale e politica, che hanno stravolto la bussola morale e persino il senso stesso di dignità”. “Non siamo minoranze” ha aggiunto con piglio risoluto al-Sayegh. “E rifiutiamo l’alleanza delle minoranze e il ricorso a protezioni straniere. Noi siamo parte integrante di una maggioranza araba che aspira a uno Stato di natura civile, basato sulla cittadinanza attiva, rispettando e promuovendo la diversità e il pluralismo”.
Parlando a sua volta Najla Kassab, ordinato ministro del Sinodo evangelico nazionale di Siria e Libano e presidente della Comunione mondiale delle Chiese riformate (Wcrc, una organizzazione ecumenica internazionale), ha sottolineato che il documento “ci invita a impegnarci scegliendo la vita come vittoria sulla morte, sullo scoraggiamento, sulla distruzione, la povertà e l’esodo forzato”. Egli ha aggiunto che “scegliere la vita vuol dire impegnarsi in un dialogo approfondito su stato di cittadinanza, diritto alla differenza, giustizia sociale, integrità economica, buona gestione ecologica, solidarietà umana e buona testimonianza a favore della verità, della giustizia, della libertà e dei diritti umani. Secondo Kassab, “quella cristiana non è una presenza passiva”.

Il concetto di cittadinanza
Da parte sua, citando passaggi chiave del documento proposto, il professor Assaad Kattan, che occupa la cattedra di teologia ortodossa presso l’università di Munster (Germania), ha spiegato come “le rivoluzioni della primavera araba non hanno ancora portato all’istituzione di regimi politici democratici”. Egli auspica inoltre che “il concetto di cittadinanza sia posto al centro della pratica politica”. “Stiamo assistendo - ha aggiunto - a una riconfigurazione del presente di questa regione“.
Il vecchio ordine ha portato a esplosioni, ma il nuovo ordine non si è ancora materializzato. A suo avviso “i cristiani in Medio oriente sono tenuti, con i loro fratelli musulmani e altri partner, a costruire in tutte le sue ramificazioni uno Stato di natura civile, in cui la cittadinanza viene applicata senza discriminazioni o eccezioni”. Il professor Kattan ha anche invitato le Chiese a ”denunziare l‘ingiustizia di cui le donne, nel corso dei secoli, sono state vittime e, attraverso iniziative coraggiose, a lavorare per cambiare il loro destino e stabilire una rigorosa uguaglianza tra loro e gli uomini”.
La cerimonia ha incluso gli interventi attraverso una piattaforma virtuale del card. Raphael Louis Sako, patriarca della Chiesa caldea, del patriarca emerito Michel Sabbah, ex primate latino di Gerusalemme, del ministro ordinato Anne Émile Zaki (Cairo), della senatrice Hanna Grace (Egitto), della ricercatrice e teologa Viola Raheb (Palestina/Austria) e del domenicano p. Amir Jaji (Iraq).

Apertura al dibattito
“Queste proposte sono aperte alla discussione” conferma una fonte vicina ai firmatari del documento. Non sostituiscono le riflessioni precedenti, ma si aggiungono a loro. È il futuro del mondo arabo che sta emergendo, le cui pietre miliari sono la primavera araba, il documento sulla fratellanza umana di Abu Dhabi (2019) firmato dal papa e dallo sceicco di al-Azhar e le sfide del fenomeno della globalizzazione. Le chiese sono invitate a riflettere su ciò che va oltre i confini del Libano; il documento pone notevoli sfide a ecclesiastici, ricercatori, intellettuali e politici del Paese dei cedri e nel mondo arabo, anche se alcune delle proposte, come l’alleanza delle minoranze, e l’opzione di cittadinanza non sono negoziabili. E aggiunge: “La grande sfortuna è che questa tabella di marcia rischia di subire il destino di tante altre, rimaste poi lettera morta”.

30 settembre 2021

Baghdad, deputata cristiana: votare ‘doveroso’, cambiamento ‘marginale’

Dario Salvi

Gli iracheni non guardano alle prossime elezioni politiche, in programma il 10 ottobre, come a un fattore di “cambiamento radicale”, ma “partecipare è doveroso” anche se l’apporto sarà “minimo e marginale”.
È quanto spiega ad AsiaNews Rihan Hanna Ayoub, 37enne parlamentare cristiana del collegio di Kirkuk, secondo cui “il quadro rimarrà invariato” pure all’indomani del voto e non si registreranno “marcati progressi in senso positivo” nella vita quotidiana di un popolo da troppo tempo “misera”. Ancora oggi fra gli elettori non vi è grande conoscenza dei programmi dei vari partiti, mentre è evidente un clima generale di sfiducia e disinteresse verso una classe dirigente su cui pende l’accusa di incompetenza e corruzione.
Le elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale della legislatura sono una risposta alle proteste divampate nell’autunno del 2019 contro caro-prezzi, disoccupazione, corruzione e crollo del servizio pubblico. Gli aventi diritto al voto sono quasi 25 milioni, chiamati a scegliere i 329 deputati del Parlamento unicamerale su 3.200 candidati sparsi in 83 collegi elettorali. Il voto, previsto in un primo momento a giugno, è poi slittato al 10 ottobre per problemi organizzativi e di sicurezza.
La maggioranza necessaria per procedere alla formazione del nuovo governo è fissata a quota 165. La neo-eletta Camera sarà poi chiamata ad eleggere il presidente e il premier. Il 25% degli scranni parlamentari è riservato alle donne, ma la rappresentatività, il peso politico e la presenza all’interno delle massime cariche dello Stato è ancora oggi molto limitata.
“Purtroppo - conferma Rihan Hanna Ayoub - in Iraq le donne sono ancora oggi private della partecipazione nel processo decisionale”. A tre anni dall’ultima tornata, nel maggio 2018, restano diverse questioni irrisolte. Prima fra tutte la morte, il sequestro o le intimidazioni ad attivisti ed esponenti della società civile. Anche questo è fonte di scontento, soprattutto fra i giovani, e alimenta spaccature.
Per quanto riguarda la comunità cristiana, secondo Ayoub “le aspettative non sono molto diverse da quelle di tutta la società irachena” che resta in attesa di un “vero cambiamento” da attuare “dall’interno del panorama politico”. Tuttavia, avverte, si tratta di un discorso più ampio e le elezioni di per sé “non produrranno un’evoluzione significativa”. Resta però fondamentale la tappa elettorale, come ha sottolineato di recente il patriarca caldeo: “Rilanciamo l’appello [del cardinale] - sottolinea la parlamentare - per una partecipazione in massa a garanzia della legittimità del voto”, che deve essere più forte “della sfiducia in una fetta della popolazione”.
La deputata cristiana è nata a Zakho, nel Kurdistan iracheno, e sta per concludere la sua prima legislatura. Laureata in Giurisprudenza all’università di Dohuk nel 2006, prima dell’ingresso in Parlamento ha svolto la professione forense praticando in tutti i rami del diritto. Potrà cambiare “una manciata di voti” rispetto alla precedente tornata, ma questo “non deve impedire di arrivare a un consenso diffuso attorno al nuovo esecutivo”, perché “se le forze politiche non saranno in grado di formare una compagine di governo solida, sarà l’Iraq a pagarne le conseguenze entrando in un tunnel lungo e buio”. Malgrado ciò, Ayoub non teme uno “scenario afghano” per l’Iraq pur dovendo mantenere alta l’allerta sui movimenti estremisti: “Possiamo contare su elementi di grande potere e forza - sottolinea - grazie ai quali possiamo affermare che il Paese non perderà la sua anima, l’essere iracheno nel profondo. Ciò detto, una ritirata delle truppe internazionali avrà un impatto negativo, perché permetterà a gruppi e organizzazioni fuorilegge di acquistare maggiore potere di coercizione, se non vi saranno forze in campo sufficienti per contrastarli”.

29 settembre 2021

Il Patriarca emerito Michel Sabbah: il futuro dei cristiani in Medio Oriente non è una questione di numeri, ma di fede


Le domande e anche le incertezze che aleggiano sul futuro dei cristiani in Medio oriente “non sono innanzitutto una questione di numeri, anche se i numeri sono importanti, ma sono una questione di fede”.
Lo sostiene l’Arcivescovo palestinese Michel Sabbah, Patriarca emerito di Gerusalemme dei latini, prendendo spunto dalle tante sollecitazioni contenute nel documento “noi scegliamo la vita” sulla condizione e le prospettive future della presenza cristiana in Medio Oriente, curato dall’équipe ecumenica di teologi e studiosi Nakhtar al Hayat.
Nell’intervento inviato come contributo alla presentazione ufficiale del documento, svoltasi martedì 28 settembre nella città libanese di Antelias, Sabbah ha indicato nella pubblicazione del testo una occasione offerta a tutte le Chiese e comunità ecclesiali mediorientali per “riconsiderare il nostro messaggio cristiano”.
Cristo stesso – ha proseguito il Patriarca - ”ha detto che se si fosse trovato un po’ di fede si potevano spostare le montagne, cioè si potevano cambiare le condizioni in cui ci si trova. La domanda è: siamo credenti? E allora perché non possiamo spostare le montagne?”
Nella sua presentazione e valorizzazione dei tanti spunti disseminati nel documento, il Patriarca emerito di Gerusalemme dei Latini ha richiamato l’attenzione sui problemi “che riguardano innanzitutto noi in quanto cristiani, come ad esempio la nostra unione, il fatto di avere un solo cuore e condividere gli stessi intento.
Occorre rispettare le peculiarità di ogni Chiesa – ha proseguito Sabbah – ma l'amore non ha confini, e nessun settarismo lo soffoca. Conviene che ogni cristiano venga educato ad amare ogni altro cristiano, sia della sua Chiesa che di altre Chiese. E poi, occorre collaborare con tutti costruire insieme la nostra società plurale”. Proseguendo la sua presentazione del Documento, il Patriarca Sabbah ha ricordato che anche le comunità cristiane mediorientali sono chiamate a ridefinire l’approccio nei confronti di quello che lui ha definito “l’Occidente politico” e con i processi della globalizzazione, per evitare di cadere nelle trappole di nuove forme di “colonialismo palese o nascosto”.
Anche il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako ha espresso la propria gratitudine per lo stimolante lavoro di riflessione condivisa confluito nella pubblicazione del documento “Noi scegliamo la vita”. I cento paragrafi del documento – ha sottolineato il cardinale iracheno in un intervento filmato diffuso durante la presentazione ufficiale svoltasi a Antelias – possono aiutare a predisporre “la ‘road map’ per una nuova opera ecclesiale e civile, per un ‘rinascimento’ nella nostra difficile realtà mediorientale”, e offrono piste di riflessione che vanno presi sul serio anche da “tutti i capi delle Chiese orientali, e in primo luogo dal Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, che per me è come una ‘tenda ecumenica’ “.
Il documento diffuso ieri è il prodotto di un lavoro di riflessione e studio portato avanti per un anno e mezzo da un gruppo ecumenico di studiosi di teologia, diritto, politica e scienze sociali che si è denominato Nakhtar al Hayat (gruppo “Noi scegliamo la vita”), formula che riecheggia un versetto del Deuteronomio.
La riflessione comune è stata condivisa da cristiani appartenenti a diversi Paesi e varie Chiese e denominazioni ecclesiali del Medio Oriente (compresi maroniti, anglicani, greco-cattolici e greco-ortodossi). Il lungo testo è disseminato di spunti lucidi riguardo alla condizione presente e futura delle comunità cristiane in Medio Oriente. Considerazioni spesso fuori dagli stereotipi di matrice vittimistica che dilagano sui media occidentali riguardo alle vicende vissute dai cristiani mediorientali, appartenenti a Chiese e tradizioni spirituali di origine apostolica. 
Ad esempio, nel paragrafo 57 del documento si legge che “il ‘discorso’ dei cristiani in Medio Oriente sta affrontando oggi l’urgenza di destrutturare il ‘complesso della minoranza’, in cui c’è sempre bisogno di invocare protezione interna e esterna”. Nel paragrafo 63, ricorrendo a interessanti riferimenti alla stagione storica del cosiddetto “Rinascimento arabo”, si prende atto che “oggi molti cristiani in Medio Oriente vivono sotto la pressione di quella che potrebbe essere definita come una ‘crisi di ruolo’. Durante il periodo del Rinascimento arabo, e anche dopo, celebri personalità cristiane hanno svolto ruoli di primo piano sul terreno della riflessione, nella cultura, nella politica, nell'educazione e nella sanità, ma raramente troviamo nei loro scritti una discussione teorica sul ‘ruolo dei cristiani’. La maggior parte di loro non ha inteso la propria identità cristiana, religiosa in senso stretto o culturale in senso lato, come appartenenza a un blocco sociale monolitico. Invece oggi, dopo il declino di molti dei ruoli che ricoprivano i cristiani, si sente molto teorizzare sul ‘ruolo cristiano’ e sulla sua importanza, suggerendo che il declino di questo ruolo comporta la necessità di costruire un discorso enfatizzante su di esso”. I cristiani – rimarcano invece gli autori del documento – dovrebbero evitare di “concepirsi come un blocco monolitico che deve svolgere un ruolo reale o virtuale per legittimare per sé o per altri la propria esistenza, ma come un insieme di cittadini, uomini e donne, che, insieme agli altri contribuiscono al bene comune attraverso i molteplici ruoli da loro svolti”.

28 settembre 2021

Il presbiterato celibe e uxorato nelle Chiese orientali

By Settimana News
Cardinale 
Louis Raphaël I Sako

Su domanda del mio amico don Francesco Strazzari vorrei offrire un piccolo contributo pratico sulla prassi del presbiterato celibe e uxorato nelle Chiese orientali cattoliche e ortodosse.
Il presbiterato celibe e uxorato è una prassi antica in Oriente. Nelle Chiese orientali coesistono i due modelli: sacerdoti celibi e sacerdoti sposati. Talvolta lo sposato risulta superiore nella sua testimonianza, nell’amore, nell’onestà e nell’umiltà…
Personalmente ho ordinato dieci preti sposati, sono molto bravi e sono fiero di loro. Questi preti, prima della loro ordinazione, hanno frequentato gli studi e hanno una solida formazione umana, teologica e pastorale
Sono sposati, è vero, ma perché non approfittare del loro carisma? Nel rito di ordinazione chiedo il consenso della moglie se intende aiutare il marito nel suo servizio.
Personalmente chiedo ai seminaristi cosa vogliono diventare: un presbitero celibe o sposato e, insieme, facciamo un discernimento e prendiamo una decisione.
I preti sposati si trovano nelle Chiese cattoliche orientali: maronita, melkita, sira, armena e copta. Il matrimonio dev’essere celebrato prima dell’ordinazione sacerdotale. Solo i parroci sono sposati e non i vescovi!
In Oriente, i parroci delle chiese ortodosse non sono monaci in generale, sono persone sposate. Nelle chiese cattoliche orientali, ci sono preti sposati e ci sono preti celibi, vivono nelle parrocchie per servire i fedeli, seguono la loro formazione alla fede per viverla nei dettagli della vita quotidiana, del servizio liturgico e del servizio di carità.
I monaci (religiosi) vivono nel loro monastero, seguono la regola del loro ordine e sono chiamati con il loro nome: francescani, domenicani, gesuiti…
I monaci fanno il voto di vivere in povertà, obbedienza e castità (non sposarsi) e di vivere una vita comunitaria, a differenza dei parroci che vivono soli o con altri sacerdoti, e questo è per loro un grande sostegno per uscire dalla solitudine.

Il futuro?
Giorno dopo giorno trovo che il mondo è cambiato. I social media e la pandemia di coronavirus hanno imposto all’umanità una nuova realtà diversa da quella attuale: una nuova visione, un nuovo pensiero, una nuova logica, una nuova sensibilità…
La Chiesa che, per natura, deve rinascere è chiamata a rispondere alle domande dei fedeli e ai loro bisogni con onestà, chiarezza e rispetto, in modo che le risposte siano appropriate per dare il senso della fede e della vita ecclesiale, invece che fornire “vecchie risposte pronte” che non corrispondono alle aspirazioni della gente.
Le pratiche e il vocabolario teologico attuali risalgono a più di mille anni fa. A volte, non corrispondono alla cultura, alla sensibilità e alla realtà del nostro tempo.
Ci vuole un’apertura mentale e una lettura profonda della storia e delle sfide pastorali oggi. Il concetto di famiglia e di società nella visione occidentale appare intaccato da individualismo, consumismo e agnosticismo! Per non parlare della crisi delle vocazioni.
La pratica del presbiterato celibe e uxorato è una disciplina nella Chiesa, una tradizione e non una dottrina… Nei primi secoli non era così. Questo è accaduto con l’apparire degli ordini religiosi (monaci) e della loro influenza. Lo vediamo nella liturgia. La liturgia celebrata in cattedrale è abrogata in favore della lunga liturgia monastica. Solo il concilio Vaticano II ha fatto delle riforme!
Nelle chiese ortodosse i parroci sono in maggioranza sposati, mentre i monaci vivono una vita di comunione nelle loro comunità, in un’atmosfera familiare e non nella pura osservanza della regola.
La Chiesa, che è comunione, partecipazione e missione, ha l’impegno di cercare come incarnare questa immagine nella cultura di oggi.
Bisogna puntare molto sulla formazione dei candidati al sacerdozio: una formazione umana, psicologica, teologica, spirituale e pastorale.
Perché non imparare dalla tradizione orientale? Perché la scelta esclusiva del celibato nella Chiesa occidentale? Occorre, invece, dialogare con i seminaristi, vagliando i loro desideri e i loro timori, mediante un esame approfondito nello stile del discernimento.

Louis Raphaël I Sako è un cardinale e patriarca cattolico iracheno, dal 31 gennaio 2013 è patriarca di Babilonia dei Caldei.

Documento sul futuro dei Cristiani in Medio Oriente: non ci aiutano “protezioni” occidentali o “alleanze tra minoranze"


In Medio Oriente ci sono realtà ecclesiali che “per ottenere assistenza da alcuni gruppi cristiani americani ed europei, adottano idee che militano contro la convivenza, esagerano le sofferenze dei cristiani e promuovono la teoria della persecuzione sistematica da parte dei musulmani”.
Altri soggetti ecclesiali puntano tutto sulla strategia della “alleanza tra minoranze” o sulla protezione di regimi autoritari come uniche vie per assicurare la sopravvivenza in Medio Oriente delle comunità cristiane autoctone. 
Si tratta di scelte e orientamenti fuorvianti, che rischiano di pesare negativamente sul futuro delle presenze cristiane nell’area mediorientale e di rinnegare la stessa missione a cui oggi la Chiesa chiamata nella parte del mondo ha vissuto la sua vita terrena. 
Sono queste alcune delle provocazioni disseminate nel documento intitolato “Cristiani in Medio Oriente: per un rinnovamento delle scelte teologiche, sociali e politiche”. 
Il denso contributo, articolato in cento paragrafi, si offre come un tentativo sistematico do considerare in profondità la condizione presente delle comunità cristiane nel contesto arabo-mediorientale. Si tratta di una iniziativa che non ha uguali nella storia recente della riflessione teologica e pastorale sul presente e il futuro dei cristiani in Medio oriente. Il documento, diffuso oggi nel corso di una presentazione ufficiale organizzata presso la sala conferenze della chiesa di Sant’Elia, a Antelias (Libano), è frutto del lungo lavoro compiuto da un’equipe ecumenica di specialisti in teologia, studi sociali e questioni geopolitiche. 
Uomini e donne, ministri ordinati e laici, che hanno voluto confrontarsi con franchezza e libertà anche “su questioni che qualcuno può considerare non consone a un dibattito pubblico”.
Nell’equipe, che ha assunto come sigla una formula che riecheggia un versetto del Deuteronomio (“Noi scegliamo la vita in abbondanza”), figurano tra gli altri la professoressa Souraya Bechealany, già segretaria generale del Consiglio sulle Chiese del Medio Oriente, e il sacerdote maronita Rouphael Zgheib, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie del Libano.
In molti passaggi, il documento si smarca dagli stereotipi che condizionano e offuscano la rappresentazione dominante sui media occidentali in merito alle comunità cristiane mediorientali, presentate sempre come “minoranze” assediate e bisognose di protezione esterna, di ordine finanziario o geopolitico.
I cristiani in Medio Oriente – riconoscono gli autori del documento - affrontano emergenze e provocazioni enormi “che ci mettono di fronte a scelte dalle quali dipende la nostra esistenza e presenza futura”. Il “graduale affievolirsi della nostra presenza e testimonianza” rende “imperativo intraprendere un esame approfondito della nostra situazione, attingendo a una lettura critica pacata”. Nelle convulsioni geopolitiche mediorientali, analizzate dal documento con dovizia di lucidi riferimenti storici alle stagioni del “rinascimento” arabo” e del “risveglio islamico”, il documento rimarca che il rischio più insidioso per le attuali comunità cristiane mediorientali consiste nell’ “approccio riduzionista basato esclusivamente sulla logica della maggioranza e della minoranza”.
Una lettura distorta della realtà che spinge alcuni a cercare protezione “attraverso una ‘alleanza di minoranze’, vedendo in questo una garanzia per perpetuare la presenza cristiana in Medio Oriente”. Una opzione che – sostengono gli autori del documento – alla lunga “snatura una genuina testimonianza cristiana”, fondata “non sull'uso della religione come strumento politico, né sulla rivendicazione di specifici diritti o privilegi per mantenere una rigida identità, ma piuttosto sull'apertura all'altro nel dialogo”.
Il lungo documento descrive con realismo le conseguenze del settarismo e del fanatismo religioso come fattori devastanti per ogni progetto di “convivenza tra diversi” che riscopra la matrice “plurale” della storia dei popoli e delle civiltà del Medio Oriente.
Si riconosce che le comunità cristiane nei Paesi dell’area vivono all’interno di società “permeate dall'Islam”, dove “l'Islam è diventato un fattore intrinseco” anche per le vie assunte dalla predicazione del Vangelo. Si sottolinea che l'emigrazione dei cristiani, intensificatasi negli ultimi decenni, non può essere interpretata esclusivamente come un effetto diretto del sorgere di violenti movimenti islamisti, mentre vengono indicati con realismo anche tanti fattori di “debolezza interna” che appesantiscono lo spirito apostolico di istituzioni e realtà ecclesiali. Tra le altre cose, si prende atto che “il linguaggio utilizzato dall'establishment religioso, in molti casi, è ancora lontano dalla realtà quotidiana, dalle sofferenze e dalle paure dei cristiani locali”, e perde gradualmente la propria forza di attrazione per le giovani generazioni, tra le quali cresce una tendenza all’indifferentismo e addirittura all’ateismo non ancora ‘registrata’ dalle ordinarie direttive pastorali. Il documento descrive in termini critici i casi di competizione tra istituzioni ecclesiastiche impegnate a tempo pieno a cercare di trovare risorse finanziarie per garantire la propria sopravvivenza, e in diversi passaggi deplora la modalità di rapporto delle istituzioni ecclesiali con i poteri politici, spesso dominata “da interessi personali e di fazione, una mentalità minoritaria e una ricerca di ristrette conquiste settarie”.
Tra le “soluzioni sbagliate” sperimentata per affrontare i problemi delle comunità cristiane mediorientali, il documento indica la tendenza che spinge rappresentanti e gruppi ecclesiali “ad aderire a ideologie totalitarie, regimi autoritari”, o la corsa a “occupare posizioni di influenza e acquisire benefici e protezioni autoritarie” sostenendo che ciò possa “garantire la continuità e il valore della loro presenza in Medio Oriente”.
Oltre ai rilievi critici, il documento suggerisce anche piste costruttive da sperimentare per affrontare le urgenze che assediano le comunità cristiane mediorientali. Nel documento ricorre in molti passaggi il richiamo a riscoprire il tesoro delle proprie tradizioni ecclesiali: “La maggior parte delle Chiese storiche del Medio Oriente” fanno notare gli autori del testo “sono patriarcali o sinodali. Entrambi i sistemi si ispirano all'idea di sinodalità, che, nel suo significato originario, si riferisce alla comunione e al camminare insieme”. Questi tratti tradizionali della vita ecclesiale delle comunità d’Oriente vanno oggi recuperati, mentre “purtroppo oggi nelle nostre Chiese vediamo spesso il popolo di Dio – soprattutto donne e giovani – emarginato nelle decisioni importanti. Spesso assistiamo alla crescita di uno spirito autoritario, che cancella la responsabilità condivisa, il governo equilibrato e lo spirito di responsabilità tra le persone e i loro pastori”.
Secondo gli autori del documento, la vita ecclesiale delle comunità mediorientali deve liberarsi “da pratiche che riducono le donne a esseri di seconda classe, pratiche contrarie allo spirito del Vangelo". Inoltre i cristiani in Medio Oriente “dovrebbero rifiutarsi di aderire a regimi politici dittatoriali, sia ideologicamente laici, teocratici o feudali, o di identificarsi con essi. Devono anche rifiutare una “alleanza di minoranza” e la scelta di chiedere protezione”. La prospettiva suggerita è quella di riconoscere la comunanza di destino dei cristiani con i concittadini di altre fedi e “favorire il loro coinvolgimento nella sfera pubblica e la lotta per uno Stato civile”, governato secondo il principio di cittadinanza e uguaglianza. Uno stato “guidato dal diritto civile moderno”, che sia in grado di abbracciare e integrare tutte le “diversità e le pluralità del Medio Oriente.

PM Masrour Barzani meets a delegation of bishops from Kurdistan Region and Ninevah plain.

September 25, 2021

Photo Kurdistan Regional Government
Prime Minister Masrour Barzani on Saturday met a delegation of Christian bishops from Kurdistan Region and the Ninevah plain.
Prime Minister Barzani reiterated his support for promoting forgiveness, coexistence, religious freedom, and human rights in the Kurdistan Region.
Both sides discussed the situation of Christians locally and praised coexistence in the Kurdistan Region, noting it is a unique place where they live in peace and their rights are preserved.
They thanked PM Barzani for protecting the rights of every one, carrying out reform, and steering the country away from the crises.