"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

29 settembre 2026

Un viaggio in Iraq per ricostruire. Il lavoro dell’Iniziativa dei Cristiani di Oriente

Andrea Gagliarducci 

È andato con l’Iniziativa Cristiano di Oriente, di cui è presidente, ed ha cercato di comprendere cosa si può fare. Ha sottolineato che c’è bisogno di sostegno politico, progetti economici, educativi e sociali e preghiere.
Il vescovo di Linz Manfred Scheuer ha condiviso la sua esperienza in Iraq, in visita nella regione della Piana di Ninive che, dopo l’invasione del sedicente Stato Islamico, ha visto un esodo dei cristiani nemmeno troppo nascosto. 
C’erano 100 mila cristiani nella piana prima del 2014, e solo una parte di loro è tornata dopo la sconfitta militare dell’ISIS nel 2017, meno del 50 per cento secondo le stime. 
Il vescovo di Linz ha detto che questi cristiani di ritorno hanno bisogno di diverse forme di assistenza. Scheuer, insieme al presidente dell'"Iniziativa Cristiana d'Oriente" (ICO), il Vicario Generale Slawomir Dadas, ha guidato una piccola delegazione di rappresentanti dell'ICO, della sezione di Linz di Pro Oriente e della Fondazione Cardinale König.
Nella cittadina di Qaraqosh, la delegazione ha incontrato il vescovo siro-cattolico Mar Benedictus Younan Hanno. La città, un tempo interamente cristiana, ospitava 11.000 famiglie. Circa 5.000 sono poi tornate. Tuttavia, ora vi risiedono anche musulmani. Questo sta cambiando gli equilibri sociali, ha spiegato il vescovo. Ciononostante, ha riferito di una vivace vita cristiana. La situazione della sicurezza è attualmente piuttosto buona, ha concluso il vescovo.
Ma la situazione politica generale è difficile. La delegazione ha visitato, tra gli altri luoghi, la grande cattedrale siro-cattolica di Qaraqosh, gravemente danneggiata dai terroristi dell'ISIS, che la hanno così danneggiata che dovrebbe essere completamente ricostruita.
La delegazione si è imbattuta in un altro memoriale durante la visita alla Chiesa della Vergine Maria a Qaraqosh. L'ISIS aveva fatto saltare in aria il campanile della chiesa. Dopo la riconquista della città, la chiesa è stata ricostruita entro il 2022 e dotata di due nuove torri. I resti della torre originaria furono lasciati accanto alla chiesa.
Il vescovo di Mosul è Younan Hanno, che però risiede a Qaraqosh, perché la sede a Mosul è stata distrutta. Fu a Mosul che Abu Bakr al-Baghdadi proclamò il califfato dell'ISIS, e l’ISIS ha completamente distrutto o gravemente danneggiato tutte le 35 Chiese della città.
La delegazione austriaca ha visitato la Città Vecchia di Mosul, che è ancora in rovina al 90%. Intorno alla piazza che Papa Francesco ha visitato durante il suo viaggio in città nel marzo 2021, dove ha lanciato un accorato appello alla pace, si trovano cinque chiese di diverse confessioni. La chiesa siro-cattolica è stata ricostruita da allora, ma le altre quattro chiese sono ancora in rovina, come la delegazione ha potuto constatare di persona.
I rappresentanti della Chiesa locale hanno riferito che finora un massimo di 100 famiglie cristiane sono tornate a Mosul. A Mosul, la delegazione ha anche visitato la chiesa di San Paolo, recentemente ristrutturata, che ospita una piccola mostra sulla visita papale, con la croce davanti alla quale il Papa pregò, numerose fotografie e la sedia su cui si sedette il capo della Chiesa.
A Erbil, capitale della Regione del Kurdistan, la delegazione ha incontrato, tra gli altri, il Patriarca caldeo Paolo III Nona e il suo predecessore, il Patriarca emerito Louis Sako, cardinale.
Nona ha sottolineato che senza il sostegno dall'estero, sarebbe quasi impossibile per i cristiani rimasti rimanere nella loro terra. 
L'ex Patriarca Sako ha ricordato, tra le altre cose, la visita di Papa Francesco in Iraq nel 2021. Il Papa ha trasmesso ai cristiani il messaggio che non erano stati dimenticati e che c'era speranza per un futuro migliore, ha affermato Sako. L’Iniziativa Cristiani di Oriente realizza ogni anno tra i 15 e i 20 progetti di aiuto in Iraq. Ad esempio, viene fornito gasolio da riscaldamento alla popolazione indigente nei villaggi remoti della regione montuosa del nord dell'Iraq.
Inoltre, vengono sostenuti gli asili nido, le scuole e gli studenti, nonché un campo profughi che ospita yazidi. Nella piana di Ninive, sono stati cofinanziati progetti che hanno aiutato cristiani e israeliani ad avviare piccole attività e a diventare autosufficienti.

28 settembre 2026

Iraq: card. Sako, “se la situazione resta invariata il 90% dei cristiani rimasti emigrerà”


“I cristiani in Iraq non sono una presenza occasionale, né ospiti sulla loro terra, ma un popolo autoctono e parte integrante della storia dell’Iraq e della regione”. Lo afferma il cardinale caldeo emerito Louis Raphael Sako in una riflessione, inviata al Sir, dedicata al futuro della presenza cristiana nel Paese. 
Nel testo, il porporato richiama il contributo offerto nei secoli dalle comunità cristiane alla vita culturale, scientifica, educativa e sociale della Mesopotamia, ricordando che la loro presenza è precedente alla nascita dell’Islam e che esse hanno partecipato attivamente alla costruzione della civiltà irachena. Il cardinale denuncia però il progressivo ridimensionamento della presenza cristiana a causa di guerre, instabilità, terrorismo e persecuzioni.
“I cristiani sono diventati una minoranza numerica dopo decenni di dure condizioni politiche, economiche e di sicurezza”, scrive, ricordando sequestri, omicidi, attentati contro le chiese, espulsioni forzate e confische di proprietà.
Una situazione aggravata dalla conquista di vaste aree dell’Iraq da parte dell’Isis nel 2014, che ha provocato l’esodo di migliaia di famiglie da Mosul e dalla Piana di Ninive.
Sako sottolinea che la sofferenza dei cristiani “non può essere separata da quella di altri gruppi iracheni, anch’essi colpiti da violenze e persecuzioni”. Per questo invita a una risposta fondata sulla “cittadinanza, sulla pari dignità e sul rispetto reciproco. Noi siamo tutti ‘partner’ nella stessa terra, nella stessa patria e nella stessa storia”, afferma. Tra le priorità indicate figurano “il rafforzamento dello Stato di diritto, la lotta alla corruzione, il controllo delle armi e delle milizie, la tutela della libertà religiosa e la restituzione delle proprietà confiscate”.
Il patriarca emerito propone inoltre “la valorizzazione del patrimonio cristiano iracheno attraverso la protezione di chiese, monasteri e siti storici e la creazione di un museo nazionale dedicato alla storia del cristianesimo in Mesopotamia”.
La riflessione del card. Sako termina con un allarme: “Se la situazione resterà quella attuale, nel mio giudizio, il 90% dei cristiani rimasti emigrerà”. Per Sako, infatti, “preservare la presenza cristiana in Iraq non è un favore che la maggioranza concede a una minoranza, ma parte della salvaguardia dello stesso Iraq”, della sua identità pluralistica e del suo futuro.


Testo originale dalla pagina FB del Cardinale Louis Sako

أكتب هذه السطور بهدف ترسيخ ثقافة العيش المشترك بين جميع المواطنين العراقيين، وتعزيز العلاقات والثقة والمسؤولية الأخلاقية المشتركة، وهي قيم وضرورات أساسية للبقاء والتواصل ومواجهة التحديات الجمّة.
المسيحيون شعب أصيل من تاريخ العراق
المسيحيون في العراق، كما في البلدان المجاورة، ليسوا حالة طارئة على العراق، ولا جالية عابرة، ولا ضيوفًا على أرضه؛ بل هم شعب أصيل وعميق من تاريخ العراق والمنطقة وذاكرتها الحضارية. إنهم أبناء هذه الأرض، أسهموا في بنائها وحفظ تراثها وإغناء ثقافتها.
كان الوجود المسيحي في بلاد ما بين النهرين سابقًا لظهور الإسلام بقرون، واستمر المسيحيون في أداء أدوار مهمة في الحياة العلمية والثقافية والإدارية والاقتصادية في مختلف العصور. ومع قيام الحضارة الإسلامية، شارك علماء ومترجمون مسيحيون في نقل جانب مهم من التراث العلمي والفلسفي اليوناني إلى السريانية والعربية، وأسهموا في حركة الترجمة التي ازدهرت في العصر العباسي، ولا سيما في بغداد. ولم يكن هذا الدور منفصلًا عن التفاعل الحضاري الواسع الذي جمع المسلمين والمسيحيين وغيرهم من أبناء المنطقة.
و أيضًا، في العصر الحديث، أسهم المسيحيون العراقيون في مجالات التعليم والصحة والثقافة والتجارة والحياة الاجتماعية، من خلال المدارس والجامعات والمستشفيات والمؤسسات الثقافية والاقتصادية والاجتماعية. وكان هذا الحضور جزءًا من عملية بناء الدولة والمجتمع وترسيخ قيم المواطنة والانفتاح والتنوع. المسيحيون جزء أصيل من روح العراق وتاريخه وذاكرته، كما أنهم جزء من تاريخ المشرق وحضارته.
وتشهد آثار بلاد ما بين النهرين والعراق على عمق هذا الوجود؛ فقد انتشرت الأديرة والكنائس والمراكز الدينية والتعليمية في مناطق عديدة، ولا تزال آثار كثير منها قائمة حتى اليوم. وبعض المباني الدينية المسيحية القديمة تغيرت وظائفها عبر التاريخ، وهو أمر يعكس تعقيد التاريخ الحضاري للمنطقة وتداخل مراحلها المختلفة.
ماذا حدث للمسيحيين في العقود الأخيرة؟
أما اليوم، فقد أصبح المسيحيون أقلية عددية بعد عقود من الظروف السياسية والأمنية والاقتصادية والاجتماعية القاسية. لقد تعرضوا، إلى جانب مكونات عراقية أخرى، لماسيء حروب متكررة، وإنتهاكات خطيرة على أيدي جماعات متطرفة وإرهابية، من بينها تنظيم القاعدة وتنظيم داعش، فضلًا عن جرائم الخطف والابتزاز ودفع فدية باهضة، والقتل واستهداف رجال الدين وتفجير الكنائس وتهجير العائلات ومصادرة الممتلكات أو الاستيلاء عليها.
وأدت هذه الانتهاكات، ولا سيما بعد سيطرة تنظيم داعش على مناطق واسعة من العراق عام 2014، إلى نزوح أعداد كبيرة من المسيحيين، خصوصًا من الموصل وبلدات سهل نينوى ومناطق أخرى، إلى الهجرة إلى خارج البلاد بحثًا عن الأمن والاستقرار ومستقبل أفضل لأبنائهم.
لكن لا ينبغي النظر إلى هذه المأساة بمعزل عن معاناة بقية العراقيين؛ فقد تعرض المسلمون، والإيزيديون، والصابئة المندائيون، وغيرهم من أبناء العراق، بدورهم، إلى القتل والتهجير والاضطهاد والإرهاب. إن الاعتراف بمعاناة مكوّن معين لا يعني تجاهل معاناة الآخرين، بل ينبغي أن يكون مدخلًا لفهم المأساة العراقية بأبعادها كلها.
المسؤولية المشتركة والمعالجة
ان معالجة قضية المسيحيين لا يمكن أن تقتصر على التعاطف أو الوعود أو الكلمات الجميلة التي اعتدنا عليها. فهي تحتاج إلى معالجة الأسباب التي أدت إلى ضعف الثقة بالدولة وبالمستقبل، ومن بينها هشاشة المؤسسات، وانتشار السلاح خارج إطار الدولة، والفساد، والتوترات الطائفية، وضعف سيادة القانون، وعدم معالجة آثار الجرائم التي ارتكبت بحق المواطنين وممتلكاتهم.
إن بناء دولة قوية وعادلة، تمتلك مؤسسات أمنية وطنية محترفة وقادرة على حماية جميع المواطنين من دون تمييز، يمثل شرطًا أساسيًا لاستعادة الثقة وتهيئة الظروف المناسبة لبقاء المسيحيين وعودة من يرغب منهم في العودة، لكن ان بقي الوضع على حاله ففي تقديري أن 90% من الباقين سوف يهاجرون!
مقترحات عملية لضمان الاستقرار والمستقبل
إن بقاء المسيحيين في العراق وعودة من اضطروا إلى الهجرة لا ينبغي أن يكونا مجرد خطاب إعلامي، بل يجب أن يكونا موضوعًا لبحث جاد وسياسات عملية وإجراءات قابلة للتنفيذ. كلها خطوات ضرورية لبناء بيئة يستطيع فيها المواطن أن يعيش حرًا كريمًا، بصرف النظر عن دينه أو مذهبه أو قوميته.فنحن جميعًا شركاء في الأرض والوطن والتاريخ، ومتساوون في الكرامة الإنسانية والحقوق والواجبات.
وهذه بعض اقتراحات عملية:
1. ترسيخ ثقافة العيش المشترك من خلال نشر ثقافة المواطنة وقيم الأخوة الإنسانية والاحترام المتبادل والمساواة، وترسيخ فكرة أن الحقوق والواجبات تقوم على المواطنة لا على الانتماء الديني أو الطائفي. كما ينبغي مراجعة المناهج والمواد التعليمية وإزالة أي محتوى يحرض على الكراهية أو التمييز، واستبداله بمحتوى يعزز التنوع والتسامح والتفكير النقدي.
2. تعزيز مبدأ المواطنة وسيادة القانون، الدين جزء مهم من حياة الإنسان وقيمه الأخلاقية والروحية" الأمر بالمعروف والنهي عن المنكر" وفضاءٌ لحفظ المجتمع وصلاحه، لكن الدولة ينبغي أن تكون دولة مواطنين متساوين في الحقوق والواجبات، دولة المواطنة التي تُبنى عليها العلاقة بين الفرد والدولة. وكلما اختلط الانتماء الديني أو الطائفي بالحقوق السياسية والمدنية، أصبح تحقيق المساواة الكاملة أكثر صعوبة؛ لذلك ينبغي تعزيز مبدأ حياد مؤسسات الدولة تجاه المواطنين، وضمان حرية الدين والمعتقد للجميع.
3.حماية التراث المسيحي العراقي. الاهتمام بالتراث المسيحي بوصفه جزءًا من التراث العراقي العام، وليس تراثًا خاصًا بفئة من العراقيين فقط. ويمكن التفكير في إنشاء متحف وطني متخصص بالتراث المسيحي العراقي، يعرض تاريخ المسيحية في بلاد ما بين النهرين ومخطوطاتها وفنونها وآثارها على غرار المتاحف والمؤسسات التي توثق التراث المسيحي في بعض دول المنطقة مثلا في مصر المتحف القبطي ونيّة الأردن بانشاء متحف للتراث المسيحي في منطقة المغطس لاستقطاب الزوار الغربيين. يمكن أن يكون هذا المشروع جزءًا من استراتيجية أوسع لتنشيط السياحة الثقافية والدينية والتعريف بالتنوع الحضاري للعراق. الى جانب ذلك وضع برنامج وطني لحماية الكنائس والأديرة والمقابر والمواقع الأثرية المسيحية، وترميم المواقع المتضررة، وتوثيقها رقميًا، وإدراج المواقع ذات القيمة الاستثنائية على برامج الحماية والترميم الوطنية والدولية.
4.عادة الممتلكات وتعويض المتضررين:
إنشاء آليات قانونية واضحة وسريعة للنظر في قضايا الممتلكات التي صودرت أو تم الاستيلاء عليها نتيجة النزوح والصراعات، وضمان إعادة الحقوق إلى أصحابها أو تعويضهم تعويضًا عادلًا عندما يتعذر ذلك.
5. تعزيز التمثيل والمشاركة: ضمان مشاركة فعلية للمسيحيين وغيرهم من المكونات العراقية في الحياة السياسية والإدارية والثقافية على أساس الكفاءة والمواطنة، والمشاركة الفعلية في صنع القرار ومنع تحول تمثيلهم إلى مجرد أرقام أو حصص سياسية او ميليشياوية.
إن الحفاظ على الوجود المسيحي في العراق ليس خدمة تقدمها الأغلبية للأقلية، وإنما هو جزء من الحفاظ على العراق نفسه، فالعراق الذي يحمي مواطنيه جميعًا، ويحترم اختلافاتهم يحافظ على تاريخه ومستقبله.

Syriac patriarch: Planned synodal meeting ‘unlawful’


An Eastern Catholic patriarch said Monday that a meeting called for bishops of the Syriac Catholic Church to vote on his potential removal is unlawful.
In a statement released Sept. 28, Ignatius Youssef III Younan said that since he had already issued a convocation of the sui iuris Church’s synod, an attempt by Syriac bishops to meet in Lebanon this week lacks legal authority, as will any meeting they hold.


A special meeting of the Syriac bishops is scheduled to begin on Tuesday, September 29, having been called for by the senior bishop of the Church after the patriarch. It is the first attempted use of a new law, issued by Pope Leo XIV last month, giving the governing synods of bishops in Eastern Catholic Churches the authority to convene themselves and vote for the removal of patriarchal leaders.
Noting that both the Code of Canons for the Eastern Churches and Pope Leo’s recent motu proprio recognize the patriarch’s right to be the first to call any meeting of the synod, Youssef said he had done so before an attempt by Syriac bishops to summon a peremptory meeting.
On September 2, the patriarch issued an invitation to convene a full meeting of the Church’s synod of bishops from November 17 to 20, based on a proposal of the permanent synod — a kind of standing executive council — which met in Beirut on July 23.
Two days later, bishops of the Syriac Catholic Church called for their own meeting, which would hold a vote to remove Youssef from office. But the patriarch said the sequence of events makes that scheduled meeting illicit. The patriarch urged Syriac bishops to skip the meeting this week, in favor of the one he’s scheduled for November.
“Regarding the invitation issued on September 4 for a synod to be held on September 29 and 30, it is unlawful,” the patriarch wrote on Monday.
“Claiming that the bishop senior by ordination has the right to initiate the call for a synod is incorrect, as the apostolic motu proprio issued by His Holiness the Pope stipulates that if the Patriarch fails to fulfill his duty to convoke a synod, only then does the senior bishop by ordination do so.”
“Therefore, His Beatitude urges the Synod Fathers to understand this matter and to participate in a spirit of communion and fraternal love in the synod to be held in November,” said the statement issued by the patriarchate, stressing that the patriarch remained “open-hearted and ready for any opinion, dialogue, frank discussion, and fraternal meeting at any time, for the good of the Church and the salvation of souls, whether during, before, or after the synod meeting.”
The statement comes after an interview in which the patriarch told The Pillar last week that a Vatican prefect and a Rome-based bishop of his own Church had been working together to orchestrate his removal.
Youssef said the call among Syriac bishops to remove him stems from a dispute with Bishop Flaviano Rami Al-Kabalan, who had served as the Syriac Catholic Church’s procurator in Rome and remains resident in the city, even after Pope Francis supported his removal from that office with a November 2024 decree, the patriarch said.
According to the patriarch, Al-Kabalan refused to return to Beirut and receive a new assignment despite his removal from office, and instead set about organizing support to remove the patriarch by “making promises to his brothers the bishops, or even threatening them.”
Youssef also told The Pillar that Cardinal Claudio Gugerotti, prefect of the Dicastery for Eastern Churches, was the driving force behind the August papal motu proprio which allowed for Eastern Churches’ synods of bishops to convene themselves and vote to remove their own patriarchs.
The patriarch also said that Gugerotti had been instrumental in pushing for his ouster, and has pushed for changes the patriarch regards as theologically problematic.
Youssef told The Pillar that the heads of several Eastern Catholic Churches have written a formal letter to Pope Leo raising complaints about Cardinal Gugerotti’s leadership. “Most of the patriarchs are not so happy with the prefect’s behavior,” Youssef told The Pillar last week. “He has spread the news for the past two years that he is trying to get several patriarchs dismissed, and he says that openly.”
In the statement released on Sept. 28, the patriarch did not step back from his previous allegations regarding the cardinal. However, he emphasized “fervent prayers, love, and submission to His Holiness [Pope Leo], as well as his trust in his wisdom and prudence in shepherding the Church.” “Furthermore,” the patriarchal statement said, “any opinion or evaluation regarding any member of the Roman Curia does not in any way reflect upon His Holiness the Pope, who remains the Father and Supreme Pontiff, [with the patriarch] asking God to sustain him in shepherding the Church through these difficult circumstances in our world today.” Mutua concordia, the papal motu proprio formally issued on Aug. 28, amended the Code of Canons of the Eastern Churches, the body of canon law which applies to all the 23 Eastern Churches in communion with Rome, in addition to their individual governing laws. The reform created a mechanism by which the bishops of an Eastern Church’s synod can convene a meeting to vote for the removal of the patriarch or major archbishop of an Eastern Church if they were found to have caused “irreparable damage” to the communion of Church. 
According to Leo’s new law on the subject, a synodal meeting to remove an Eastern Catholic patriarch should be called by the senior bishop of the synod who is in favor of removal. 
 A two-thirds majority of the voting members of the synod, usually the diocesan bishops of the Eastern Catholic Church, is required to effect the removal, and the pope must confirm a removal decision. While the law does not define legal criteria for defining or establishing the alleged irreparable damage to internal communion, it does require that the patriarch be allowed to defend himself before the synod.

For Iraq’s Christians, Archbishop Warda says long-term stability requires jobs

Georgena Habbaba
September 27, 2026

For Christians in Iraq, remaining in their historic homeland increasingly depends not only on security but also on whether younger generations can find meaningful work and build stable lives, according to Chaldean Catholic Archbishop Bashar Warda of Erbil.
In an interview with ACI MENA, the Arabic-language sister service of EWTN News, Warda said education, professional formation, and sustainable employment have become essential to strengthening Christian communities at a time when economic pressures continue to weigh heavily on young Iraqis.
 The challenge is particularly significant for Christians because their numbers have declined considerably in recent decades, leaving smaller communities more vulnerable to economic pressures. Speaking at the Catholic University of Erbil, Warda pointed to the structure of Iraq’s economy as part of the problem. Government spending and public-sector employment continue to play an outsized role, while the private sector has yet to generate enough sustainable jobs to meet the needs of a young and growing workforce.
A difficult transition from education to employment World Bank data indicate that the country’s unemployment rate stands at 15.5%, while labor force participation is around 38%.
Demographics add another layer to the challenge: Iraqis between the ages of 15 and 29 make up approximately 29% of the population, placing continued pressure on the labor market.
The countryʼs heavy dependence on oil also affects its ability to generate employment. Oil accounted for approximately 88% of government revenue and 91% of merchandise exports in 2025, leaving the economy exposed to fluctuations in energy prices and revenues.
Against that backdrop, Warda said preparing young people for employment requires more than helping them earn university degrees. Education, he said, must also provide the practical and professional skills needed in an increasingly competitive labor market, particularly as opportunities for government employment become more limited. He pointed to university students who take night jobs to finance their education as an example of both the pressures facing young Iraqis and their determination to pursue a future through work.
For Warda, their experience also demonstrates that young people are prepared to take responsibility when meaningful opportunities are available.
Moving beyond emergency assistance Warda praised the support that Aid to the Church in Need provides through scholarships but said the challenge does not end when students graduate.
Helping young Christians move from education into employment, he said, must become a greater priority for the Church and other institutions seeking to sustain Iraqʼs Christian presence. That requires a broader change in approach: from responding primarily to immediate needs to creating the conditions in which families and young people can become economically independent. Warda called for greater investment in people, professional formation, employment, and projects capable of strengthening the private sector and providing young Iraqis with viable alternatives to dependence on government jobs.
The Chaldean Catholic Archdiocese of Erbil has sought to follow that model through a network of educational, academic, healthcare, media, and humanitarian institutions.
Creating opportunities through Church institutions Warda said institutions connected to the archdiocese currently employ approximately 950 people from different communities and backgrounds without discrimination. Yet he raised the question of whether even that number is enough when measured against the scale of the economic challenges facing Iraqi society and, in particular, its Christian communities.
For Warda, expanding sustainable employment will require partnerships and investment beyond what Church institutions can accomplish on their own. He argued that the Churchʼs response should therefore be rooted not simply in charitable assistance but in justice, human dignity, and empowerment. 
The ultimate purpose of assistance, he said, should be to give people the skills and opportunities they need to support themselves and their families rather than allowing short-term assistance to become a source of permanent dependence. For Iraqʼs Christians, that approach places economic opportunity alongside education as an important part of the effort to preserve a living Christian presence in the country, one in which young people can see a future for themselves and their families in their homeland.

This story was first published by ACI MENA, the Arabic-language sister service of EWTN News. It has been translated and adapted by EWTN News English.

Patriarch says Vatican prefect, Syriac bishop coordinated ‘rebellion’

September 23, 2026 

The patriarch of the Syriac Catholic Church told The Pillar Tuesday that a Vatican cardinal is behind a recent papal law allowing Eastern Catholic Church leaders to be deposed, and behind the efforts in his own Church to see him dismissed from his position.
Patriarch Ignatius Youssef III Younan is the first leader of an Eastern Catholic Church to face the prospect of dismissal from office under new norms promulgated by Pope Leo. But the patriarch told The Pillar that both a Syriac Catholic bishop and the prefect of the Dicastery for Eastern Catholic Churches have “mobilized” to challenge his position, even while Youssef claims widespread global support among Syriac Catholics.
“I know my Church,” Youssef told The Pillar. “I have visited all the [Syriac Catholic] dioceses, either in the Middle East or in the diaspora, the Church of the extension. And I know that most of the people love their patriarch and respect him and want him to stay ministering and serving his Church.”
The Pillar was among the first to report earlier this month that bishops of the Lebanon-based Syriac Catholic Church had moved to call for a meeting at which bishops would vote on removing Patriarch Youssef from office, making use of the recently promulgated Mutua concordia, which allows Eastern Catholic bishops to remove their patriarch by majority vote, with subsequent papal confirmation.
Youssef said the call among Syriac bishops to remove him stems from a dispute with Bishop Flaviano Rami Al-Kabalan, who had served as the Syriac Catholic Church’s procurator in Rome and remains resident in the city. The patriarch told The Pillar that a dispute simmering over several years stemmed from his efforts to call Al-Kabalan back to episcopal ministry in the Middle East, and the bishop’s insistence on remaining in residence in Rome.
“I wanted him to return to Lebanon to find a place for his ministry. He didn’t accept and he mobilized his friends in the Roman curia,” the patriarch told The Pillar.
Despite a call to return to Beirut, the bishop — Youssef said — is “still staying in Rome, presenting himself as the procurator,” and insisting that Youssef would require the consent of the Church’s governing synod of bishops to return Al-Kabalan back to Lebanon.
Youssef said he has asked for Vatican assistance on the subject in recent years, explaining in Rome “that this bishop is rebellious. How come that nobody interferes to correct the situation?”
But with the dispute escalating, Youssef said that Al-Kabalan has instigated among bishops the recent move to see the patriarch ousted.
“He is making promises to his brothers the bishops, or even threatening them,” the patriarch charged. “He knows people in the Curia, and if they have problems in their dioceses, he has promised to help them, or to defend their cause — or he threatens them. It’s very sad.”
Al-Kabalan did not respond to requests from The Pillar for comment.
But the patriarch also said that Cardinal Claudio Gugerotti — prefect of the Vatican Dicastery for Eastern Catholic Churches — had been instrumental in pushing for his ouster, and has pushed for changes the patriarch regards as theologically problematic.
Youssef told The Pillar that the heads of several Eastern Catholic Churches have written a formal letter to Pope Leo raising complaints about Cardinal Gugerotti’s leadership.
“Most of the patriarchs are not so happy with the prefect’s behavior,” Youssef said. “He has spread the news for the past two years that he is trying to get several patriarchs dismissed, and he says that openly.”
The patriarch suggested that Gugerotti has adopted an authoritarian stance — and remained aloof from the heads of Eastern Catholic Churches — rather than find ways to work with them for the welfare of Eastern Catholic Churches.
And Youssef charged that Gugerotti developed the August papal motu proprio Mutua concordia — which allows an Eastern Catholic synod of bishops to remove a patriarch for serious reasons, with papal approval — and that the cardinal was involved directly in urging Syriac Catholic bishops to move for his own removal.
Gugerotti, he alleged, has prevented patriarchs and other Eastern Catholic leaders from bringing clear and accurate information to both Pope Leo and to Pope Francis, and used his position to shape Eastern Catholic Churches according to his own preferences.
The cardinal, Youssef said, “is trying to encourage, to instigate, bishops to just have their patriarch get out. And it is not the way in the east, especially for a patriarch.”
Youssef added that, in his view, Mutua concordia does not adequately respect both the theological and historical role of an Eastern Catholic patriarch; the cardinal urged that the motu proprio be reconsidered.
Youssef told The Pillar he hoped Pope Leo would “remember that the patriarch of an Eastern Church is a father and a head of his Church. We can’t ask him or oblige him to resign. This is not acceptable — neither with the Catholics or Orthodox. The patriarch is a father and the bishops — like the children of the father — can’t say, just, ‘we don’t have any trust in our father.’ This is not the way.“
In both a telephone conversation and emails to The Pillar, Youssef pushed back on the reasons apparently given for his dismissal proceedings.
While some Syriac bishops have said their Church lacks “fraternal harmony” under Youssef’s leadership, the patriarch said that his office requires him to make hard decisions, and that the Vatican should support that, rather than “encouraging the bishops to be divided against their patriarch.”
“In this misunderstanding,” he said, “the role of the Dicastery for Eastern Churches is to intervene, to find some kind of mutual reconciliation and to find the truth. But this didn’t happen, and it hasn’t happened.”
Further, he insisted, claims that he had refused to call for a governing synod in recent years are “entirely untrue.”
Youssef said that after a 2023 synod meeting, holding one the next year was impossible because of war in Lebanon. But the patriarch said he called Syriac bishops to consult on moving the synod, and was advised to hold the meeting in June 2025.
“It was then that [Gugerotti] began pressing Pope Francis to summon the bishops to Rome and threatening the patriarch in the name of the ‘Supreme Authority,’ even though the patriarch had repeatedly informed him that a synod had already been convened for Lebanon in June 2025, in accordance with the bishops’ wishes,” the patriarch said.
Amid disagreement in the Syriac Church, Pope Leo called for a July 2025 meeting of the Syriac bishops in Rome — with Youssef alleging that Gugerotti urged the pope to convene the session.
Gugerotti insisted on presiding over the assembly, Youssef said, even while the patriarch said he had both the canonical and customary right to do so.
At that meeting, he said, with “rebellion” already present among some bishops, Gugerotti “asked the bishops to say their accusations against their patriarch.” Those accusations amounted to a “lack of harmony” among the bishops, he said — a charge which in his view should not warrant removal under the terms of Mutua concordia. But Gugerotti did not, he said, “rebuild reconciliation and harmony in our synod,” he lamented.
Instead, Youssef claimed that Gugerotti urged the bishops to make a vote of no confidence in the patriarch’s leadership, “and he took the result of the votes all the way to the pope.” “Even those bishops who were hesitating, they did [in their votes] a lie, because they thought that the Holy Father, because of this prefect, had made already the decision to dismiss their patriarch.” But Youssef called the July 2025 meeting a “farcical-synod, a sort of tribunal condemning the patriarch in the absence of any ‘grave reason,’ [which] was orchestrated by the bishops with the complicity of the Dicastery for Eastern Churches.” “The patriarch did not refuse to hold a synod during these years,” Youssef emphasized.
The patriarch said that while it is possible he could be dismissed by the voting members of his synod, he hopes bishops will consider seriously the “rebellion” against his leadership. “It is truly distressing to see that this entire distortion of the truth is the work of the patriarch’s former procurator … his representative to the Holy See,” Youssef said by email. “Yet, he persists in his rebellion, backed by his friends in the Roman Curia!.”
Gugerotti could not be reached for comment.
There are some 160,000 members of the Syriac Catholic Church, with the majority living in Syria, Iraq, and Lebanon. Roughly 16,000 Syriac Catholics live in the United States, worshipping in the 11 parishes of the Eparchy of Our Lady of Deliverance.
Youssef, 81, was elected patriarch of the Syriac Catholic Church in January 2009. He was ordained a priest in 1971, and spent much of his career as a priest and bishop in North America, overseeing Syriac Catholics in the United States and Canada.
According to Mutua concordia, a synodal meeting to remove an Eastern Catholic patriarch should be called by the senior bishop of the synod who is in favor of removal. A two-thirds majority of the voting members of the synod, usually the diocesan bishops of the Eastern Catholic Church, is required to effect the removal, and the pope must confirm a removal decision. While the law does not define legal criteria for defining or establishing the alleged irreparable damage to internal communion, it does require that the patriarch be allowed to defend himself before the synod. In the case of the Syriac Catholic Church, Youssef said the apparently irreparable harm in question has been cited as a lack of “fraternal harmony.” But the patriarch said that in his view, that does not constitute a sufficiently “grave cause” to warrant his removal. The Syriac bishops, he said, “didn’t have any serious reason, any grave cause, to ask [for] the patriarch to resign, just saying that we don’t have fraternal harmony.” For his part, Youssef said he is trying to entrust his situation to Providence. “Of course, I am praying. I am asking the Lord’s grace and the gifts of the Holy Spirit. And of course, it’s not so easy,” the patriarch told The Pillar.
“We pray to the Lord Jesus. And remember what Jesus said in the gospel: ‘No prophet is honored in his hometown or country.’ It’s very sad.”

Il Patriarcato siriaco nega le accuse contro Younan dopo il tentativo di destituirlo

22 settembre 2026

Il Patriarcato Siro-Cattolico di Antiochia ha respinto le accuse rivolte contro il patriarca Ignazio Giuseppe III Younan, dopo che un gruppo di vescovi ha attivato la procedura prevista dalla nuova legislazione di Leone XIV per promuovere la sua destituzione.
In un comunicato datato 17 settembre a Beirut, il Patriarcato denuncia la diffusione di «affermazioni, invenzioni e bugie» e nega espressamente che Younan abbia trascorso gli ultimi tre anni senza convocare il Sinodo dei Vescovi.
La risposta introduce un nuovo elemento nella crisi interna della Chiesa cattolica siriaca. 
La procedura contro Younan è stata avviata il 4 settembre scorso, pochi giorni dopo la promulgazione di Mutua Concordia, il motu proprio con cui Leone XIV ha istituito un meccanismo per affrontare una grave rottura tra un patriarca o arcivescovo maggiore e il Sinodo della sua Chiesa.

Il Patriarcato nega che Younan non abbia convocato il Sinodo per tre anni
Secondo quanto riportato da The Pillar, il malcontento di diversi vescovi siriaci dura da circa tre anni e ha tra le sue principali motivazioni la mancanza di riunioni regolari del Sinodo, nonostante le richieste avanzate da membri dell’episcopato. Il Patriarcato respinge ora espressamente questa versione.
«Riguardo all’affermazione che Sua Beatitudine non abbia convocato una riunione del Sinodo negli ultimi tre anni, tale affermazione è totalmente priva di fondamento», si legge nel comunicato.
Secondo la spiegazione ufficiale, Younan aveva convocato un Sinodo per novembre 2024, ma l’incontro è stato rinviato di comune accordo con i vescovi fino a luglio 2025 a causa della guerra in Libano. L’incontro si è poi tenuto a Roma. Il Patriarcato aggiunge che il 23 luglio 2026, durante una riunione del Sinodo Permanente, i vescovi hanno concordato di convocare un Sinodo Generale Ordinario per la seconda metà di novembre.

Younan ha convocato formalmente il Sinodo due giorni prima della procedura
La cronologia fornita dal Patriarcato risulta rilevante perché colloca la convocazione formale prima dell’avvio della procedura contro Younan. Secondo il comunicato, il patriarca ha inviato il 2 settembre una convocazione ai vescovi per celebrare il Sinodo tra il 17 e il 20 novembre 2026. La decisione di tenere l’incontro, sostiene inoltre il Patriarcato, era stata adottata durante l’incontro del Sinodo Permanente del 23 luglio, prima della promulgazione di Mutua Concordia. Due giorni dopo la convocazione formale, il 4 settembre, i vescovi favorevoli a promuovere la destituzione di Younan hanno attivato il meccanismo previsto dalla nuova legislazione, secondo quanto riportato da The Pillar.
La convocazione di novembre, tuttavia, non è stata resa pubblica fino a dopo la conoscenza della procedura contro il patriarca. Questa circostanza aveva suscitato l’interpretazione secondo cui Younan avrebbe deciso di riunire finalmente il Sinodo in risposta al tentativo di destituirlo. Il comunicato patriarcale intende smentire proprio questa interpretazione e sostiene che sia la decisione sia la convocazione formale sono state precedenti.

Il Patriarcato si riserva azioni legali
Il testo utilizza termini particolarmente duri per riferirsi alle informazioni diffuse sulla crisi. Il Patriarcato sostiene che i dati relativi a Younan e alla sede patriarcale devono essere ottenuti dai suoi canali ufficiali e respinge le «affermazioni, invenzioni e bugie» che, secondo quanto afferma, «ingannano l’opinione pubblica e distorcono i fatti». Il comunicato non identifica le persone o i media a cui attribuisce tali informazioni. La sede patriarcale assicura che per il momento si asterrà dal rispondere individualmente alle accuse, ma si riserva il diritto di contestarle e di intraprendere azioni legali contro chi le diffonde.

Il primo caso sotto la riforma di Leone XIV
Younan, 81 anni, governa la Chiesa cattolica siriaca dal 2009. La disputa è diventata il primo caso noto in cui si attiva la procedura stabilita da Mutua Concordia. La riforma permette di agire quando la comunione tra un patriarca e i vescovi della sua Chiesa ha subito un danno considerato irreparabile. La procedura deve essere convocata dal vescovo con maggiore anzianità episcopale tra coloro che sostengono la rimozione, mentre il patriarca ha il diritto di presentare la sua difesa. Affinché un’eventuale destituzione abbia successo è richiesto il voto favorevole di due terzi dei membri del Sinodo con diritto di voto e, successivamente, il consenso del Romano Pontefice.
Secondo The Pillar, i vescovi che hanno promosso la procedura contro Younan prevedono di riunirsi tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Il Sinodo convocato dal patriarca stesso, invece, è fissato per i giorni 17 al 20 novembre. 
La pubblicazione del comunicato non pone fine alla procedura avviata contro Younan, ma stabilisce pubblicamente la versione del Patriarcato su uno dei principali punti della disputa: di fronte alle accuse secondo cui il patriarca non avrebbe convocato il Sinodo per anni, la sede patriarcale sostiene che vi siano state convocazioni precedenti e che la prossima riunione era stata concordata e convocata formalmente prima che iniziasse la procedura per la sua possibile destituzione.

Syriac patriarchate denounces ‘lies’ after bishops move to remove patriarch

September 21, 2026 

The Syriac Catholic Patriarchate of Antioch said in a statement Thursday that a gathering of the Eastern Church’s synod had already been called by the Church’s patriarch, before bishops called for a special session to vote on removing the patriarch.
The statement followed speculation that Patriarch Ignace Youssif III Younan had moved to convene the synod of the Eastern Church in response to a move by Syriac bishops to remove him, the first use of a new law issued last month by Leo XIV to create a mechanism for removing an Eastern patriarch. 
The September 17 statement, released in multiple languages via the patriarchate’s website, said it was necessary to “refute all past and potential future writings, rumors, claims, fabrications, and lies that mislead public opinion and distort facts that are as clear as day.” 
The patriarchate’s statement did not indicate what “fabrications and lies” it was aiming to refute, but indicated the prospect of future legal action, presumably against media outlets and social media posts covering the escalating tension within the Eastern Catholic Syriac Church. 
 The statement explained that the patriarch “currently refrains from responding to these claims, fabrications, lies, and vulgar verbal attacks,” while at the same time “it reserves full rights to respond and take legal actions at the appropriate time against those who market and circulate them.” 
But the statement did address the allegation, first made by bishops of the Syria Church, that Youssif has not convened a meeting of the Church’s full synod for a number of years. That charge is believed to be one of the central allegations circulated among the Eastern Church’s bishops which contributed to a Sept. 4 decision to attempt removing Youssif, which came just days after Pope Leo XIV issued the motu proprio Mutua concordia, allowing for the prospect of Eastern Catholic bishops moving to remove their patriarchs. 
“Regarding the claim that His Beatitude [ the patriarch] did not convene for a Synod meeting over the past three years, this claim is entirely unfounded,” the statement said. “His Beatitude had convened for a Synod to be held in November 2024, which was subsequently postponed by mutual agreement with the Fathers of the Synod until July 2025 due to the war in Lebanon at that time, when the ‘so-called Synod’ was convened in Rome.” The “so-called Synod” referred to in the statement was a gathering on the bishops of the ordinary synod of the Syriac Church which was received in private audience with Pope Francis and discussed, according to reports at the time, governance issues in the Eastern Church as well as the ongoing practical challenges facing the Church, the ancient territory of which includes the modern states of Lebanon, Syria, and Iraq. 
The statement added that the patriarch and the Church permanent synod — a kind of standing executive body among the bishops — had already decided at a July meeting to convoke a full synodal meeting of the Church’s bishops.
 “Prior to the issuance of the Apostolic motu proprio by His Holiness the Pope Leo XIX [sic] on August 29, the Fathers agreed to convene an Ordinary General Synod in the second half of November. Consequently, His Beatitude issued a formal invitation to the synod’s fathers on September 2 to hold the Synod meeting from November 17 to November 20, 2026.”
The date of September 2 is significant because on Sept. 4, senior bishops of the Syriac Church’s synod formally triggered the legal mechanism for a vote to remove the patriarch, according to the norms of Mutua concordia. However, the patriarch’s call for a November meeting of the synod was only made public following the Sept. 4 decision. That the patriarch’s call was only made public after the announcement of the effort to remove him led to speculation that Youssif had only called the synodal meeting in November in direct response to the attempt to remove him.
“Therefore, this clarification was necessary,” the statement said.
 The papal motu proprio, formally issued on Aug. 28, amended the Code of Canons of the Eastern Churches, the body of canon law which applies to all the 23 Eastern Churches in communion with Rome, in addition to their individual governing laws. The reform created a mechanism by which the bishops of an Eastern Church’s synod can convene a meeting to vote for the removal of the patriarch or major archbishop of an Eastern Church if they were found to have caused “irreparable damage” to the communion of Church.
According to Leo’s new law on the subject, a synodal meeting to remove an Eastern Catholic patriarch should be called by the senior bishop of the synod who is in favor of removal. A two-thirds majority of the voting members of the synod, usually the diocesan bishops of the Eastern Catholic Church, is required to effect the removal, and the pope must confirm a removal decision. While the law does not define legal criteria for defining or establishing the alleged irreparable damage to internal communion, it does require that the patriarch be allowed to defend himself before the synod. In the Syriac Catholic Church, the bishops are expected to convene in late September or early October for a meeting that could conclude with the deposing of the patriarch, although Youssif’s own announced gathering of the synod would see them instead meet in November.
Patriarch Youssif, 81, has led the Syriac Catholic Church since 2009, his formal title is Patriarch of Antioch and All the East of the Syrians. Dissatisfaction among Syriac bishops has reportedly centered around Youssif’s refusal to convene governing synodal meetings for the Eastern Catholic Church, despite repeated requests from bishops over the past three years.
Sources close to the Syriac Church have told The Pillar that a patriarchal call for a synod this year is likely to be seen as “too late,” among broad episcopal frustration with Youssif.
There are some 160,000 members of the Syriac Catholic Church, with the majority living in Syria, Iraq, and Lebanon. Roughly 16,000 Syriac Catholics live in the United States, worshipping in the 11 parishes of the Eparchy of Our Lady of Deliverance.

Primo caso di Mutua Concordia: i vescovi siriaci promuovono la destituzione del loro patriarca

17 Settembre 2026

La riforma con cui Leone XIV ha permesso ai sinodi delle Chiese cattoliche orientali di promuovere la destituzione dei propri patriarchi ha già il suo primo caso.
I vescovi della Chiesa cattolica siriaca hanno avviato la procedura contro il patriarca Ignace Youssif III Younan, dopo diversi anni di tensioni per il governo di questa Chiesa orientale.
La procedura è stata avviata il 4 settembre, appena sei giorni dopo che Leone XIV ha promulgato il motu proprio Mutua Concordia.
Secondo quanto riferisce The Pillar, il vescovo più anziano tra i membri del Sinodo favorevoli alla rimozione ha attivato il meccanismo previsto dalla nuova legislazione.
Younan, di 81 anni, governa la Chiesa cattolica siriaca dal 2009. 
Tre anni di tensioni per la convocazione del Sinodo
Il conflitto non è nato con la riforma di Leone XIV. Secondo le fonti citate da The Pillar, il malcontento tra i vescovi siriaci si trascina da circa tre anni e ha come uno dei principali motivi il rifiuto di Younan di convocare regolarmente il Sinodo dei Vescovi nonostante le ripetute richieste dei suoi membri.
La questione ha particolare importanza in una Chiesa patriarcale orientale.
Il patriarca è Pater et Caput —Padre e Capo— della sua Chiesa, ma il suo governo si sviluppa insieme al Sinodo, che possiede competenze molto più ampie di quelle corrispondenti a una conferenza episcopale della Chiesa latina. Tra queste si trova la partecipazione decisiva all’elezione dei vescovi e dello stesso patriarca.
La situazione descritta nella Chiesa siriaca coincide, proprio, con il problema che Leone XIV ha voluto affrontare mediante Mutua Concordia: una rottura grave tra il patriarca e i vescovi che renda impossibile il normale funzionamento della struttura sinodale.
Younan risponde convocando finalmente i vescovi
Dopo l’avvio della procedura per la sua possibile rimozione, Younan ha convocato una riunione del Sinodo. I vescovi favorevoli ad attivare la nuova norma avevano previsto di riunirsi tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, mentre la convocazione fatta dal patriarca colloca l’incontro a novembre.
La reazione non sembra aver chiuso la crisi.
Fonti vicine alla Chiesa siriaca citate da The Pillar sostengono che tra un ampio settore dell’episcopato esiste l’impressione che la convocazione arrivi troppo tardi dopo anni di richieste per riunire regolarmente l’organo di governo della Chiesa. Il conflitto dovrà ora essere risolto secondo una legislazione che non è mai stata applicata. 
Due terzi dei vescovi e l’assenso di Leone XIV
Leone XIV
ha promulgato Mutua Concordia lo scorso 29 agosto per colmare una lacuna del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali. Fino ad allora, la sede patriarcale rimaneva vacante per morte o rinuncia del patriarca, ma non esisteva una procedura specifica per affrontare una rottura grave e irreparabile tra il patriarca e il suo Sinodo quando questi si rifiutasse di rinunciare. 
La nuova norma stabilisce che, di fronte a una causa grave, il Sinodo può chiedere formalmente al patriarca di presentare le sue dimissioni. Se si rifiuta, la procedura può continuare sotto la presidenza di un altro vescovo e culminare con un voto segreto. Per rimuovere il patriarca è necessaria una maggioranza di due terzi dei membri del Sinodo con diritto di voto. Il patriarca deve disporre preventivamente della possibilità di difendersi e la decisione sinodale necessita infine dell’assenso del Romano Pontefice per diventare effettiva. La riforma attribuisce così ai sinodi orientali una capacità di azione che non possedevano espressamente fino ad ora, ma conserva a Roma l’ultima parola sulla destituzione.
Patriarca dal 2009 Ignace Youssif III Younan è nato a Hassaké, Siria, nel 1944 ed è stato eletto patriarca di Antiochia dei Siri nel gennaio 2009. In precedenza aveva svolto gran parte del suo ministero episcopale negli Stati Uniti, dove è stato il primo vescovo dell’Eparchia di Nostra Signora della Liberazione di Newark. 
Dalla sua sede patriarcale a Beirut è stato una delle voci dei cristiani orientali di fronte alle guerre e persecuzioni subite dalle sue comunità in Iraq e Siria. La Chiesa cattolica siriaca conta circa 160.000 fedeli, principalmente in Siria, Iraq e Libano, oltre alle comunità stabilite nella diaspora. 
La crisi pone ora Younan in una situazione inedita. Lo stesso Sinodo che partecipa al governo della Chiesa siriaca dovrà decidere se considera irreparabile la rottura con il suo patriarca e se esistono ragioni sufficienti per chiedere la sua uscita. Mutua Concordia è stata presentata da Leone XIV come un modo per rafforzare l’autonomia interna e la tradizione sinodale delle Chiese orientali. Appena sei giorni dopo la sua promulgazione, quella riforma ha cessato di essere una previsione per casi eccezionali: la Chiesa cattolica siriaca è diventata il primo scenario in cui si dovrà verificare fino a che punto arriva nella pratica.

Siro-cattolici, l'assist del Papa per rimuovere il patriarca

By La Nuova Bussola Quotidiana
Nico Spuntoni
15 settembre 2026

Sono bastate due settimane al motu proprio Mutua Concordia per provocare reazioni.
Come avevamo spiegato, la mossa del Papa per le Chiese orientali interessa soprattutto al patriarcato siro-cattolico di Antiochia, che ha sede in Libano.
Al suo interno, infatti, si sta combattendo da tempo un braccio di ferro tra il patriarca Ignace Youssif III Younan e il sinodo dei vescovi.
La Santa Sede è spettatrice interessata, come si è visto dalla pubblicazione del documento papale che introduce la possibilità di rimuovere un patriarca orientale con la maggioranza dei 2/3.
Dopo l'intervento vaticano la bomba siro-cattolica non ha tardato a scoppiare: siamo in grado di rivelarvi, infatti, che venerdì 4 settembre è stato il vescovo più anziano per ordinazione episcopale ad appellarsi alla nuova norma del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium per convocare il sinodo.
Una possibilità che Leone XIV gli ha concesso «qualora il patriarca ometta di adempiere agli obblighi».
L'intenzione della maggioranza dei vescovi è chiara: avvalersi della facoltà di rimuovere l'ormai sfiduciato Younan. Per quanto segreto sarà il voto, il responso delle urne appare scontato ma almeno il patriarca avrà la possibilità di difendersi davanti al sinodo. Poi toccherà al Papa confermare o meno la rimozione.
Se la mossa dei vescovi – che da tre anni chiedevano inutilmente al patriarca la convocazione del sinodo – non sorprende, ad aver lasciato di stucco il Dicastero per le Chiese orientali è stata la reazione dello "sfiduciato".
Come abbiamo appreso da fonti vaticane, infatti, Younan ha a sua volta mandato la convocazione per il sinodo poche ore dopo la lettera spedita dal vescovo più anziano. A differenziare le due convocazioni, però, è la data in cui si dovrebbe tenere la riunione: il vescovo anziano aveva indicato fine settembre, mentre il patriarca ha inserito novembre. Insomma, è come se Younan volesse prendere ulteriore tempo dopo quello "strappato" al Papa con la richiesta di una proroga che gli era stata concessa solo parzialmente. E soprattutto pare ostinarsi a non voler riconoscere le novità giuridiche introdotte da Leone XIV con Mutua Concordia e che mettono la maggioranza dei vescovi di un sinodo nella condizione di poter rimuovere il loro patriarca in casi straordinari. Un potere che comunque ha già le sue origini nella storia delle Chiese orientali, quindi non una concessione del tutto inedita.
A Roma quella di Younan è sembrata la mossa della disperazione perché ora gli altri vescovi dispongono degli strumenti normativi per mandarlo a casa dopo anni di logorante contrapposizione. Gli altri patriarchi cattolici orientali guardano con interesse a quella che potrebbe essere la prima applicazione delle nuove norme del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium e forse cominciano a pensare che non sia il caso di legare il proprio destino a quello di Younan. 
La Santa Sede si è fatta un'idea precisa della situazione e lo ha dimostrato introducendo Mutua Concordia. Ora lo scenario è incerto: ci saranno due sinodi nel giro di pochi mesi quando – con l'eccezione di quello romano del 2025 – non ne venivano più fatti da tre anni? 
Che farà il patriarca a settembre: batterà in ritirata e cercherà la riconciliazione con i vescovi che lo hanno messo in minoranza? 
Una mossa che poi gli permetterebbe di continuare a trattare gli affari della Chiesa nel sinodo da lui convocato a novembre. 
Ma i vescovi si fiderebbero di un cambio di linea dopo che lo scontro è arrivato a questo punto? 
Dopo l'entrata in vigore di Mutua Concordia non è da escludere che a capo della Chiesa siro-cattolica di Antiochia possa essere eletto un nuovo patriarca.

8 settembre 2026

Iraq: card. Sako, “il dialogo cristiano-islamico è un dialogo di destino e di futuro”

5 settembre 2026

“Adottare una moderna Costituzione civile che distingua tra religione e Stato. Consolidare il rispetto reciproco tra le religioni. Promuovere i valori umani e nazionali condivisi. Vigilare sul discorso religioso e contrastare l’incitamento all’odio e il fanatismo e, infine, introdurre la storia delle religioni nei programmi scolastici”: sono le cinque proposte del card. Louis Raphael Sako, patriarca emerito di Baghdad, per favorire un dialogo interreligioso capace di edificare una società laica, fraterna e inclusiva.
In una nota pervenuta al Sir, il cardinale scrive che “il dialogo cristiano-islamico è un dialogo di destino e di futuro”, ricordando come il mondo sia segnato da tensioni, estremismi e da una crescente difficoltà ad accogliere l’altro e le sue differenze. 
Secondo Sako, “il destino dell’umanità dipende dal dialogo tra le religioni”, chiamate a essere punti di riferimento spirituali, culturali e civili. Da qui l’invito a non confondere l’Islam con il terrorismo: “l’Islam è una cosa, l’Isis è un’altra”, ribadisce, richiamando un suo intervento al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 2015.
Per il cardinale, il dialogo autentico “avvicina le posizioni, valorizza ciò che accomuna e riconosce ciò che distingue”, contribuendo a superare pregiudizi, sospetti e divisioni. Sako distingue il dialogo teologico dal “dialogo della vita”, fondato sull’amicizia e sulla comune appartenenza alla famiglia umana.
“Siamo fratelli nell’umanità e cittadini della stessa patria”, scrive, indicando nella pace, nella libertà, nella dignità e nella convivenza gli obiettivi condivisi da cristiani e musulmani. La pace, aggiunge, “non è soltanto un desiderio, ma una scelta, una cultura e un impegno costante”.
Il patriarca emerito ricorda anche l’esperienza di dialogo a Mosul, Kirkuk e Baghdad, dove nel 2017 promosse una Commissione per il dialogo cristiano-islamico con studiosi musulmani e rappresentanti yazidi e sabei.
Guardando all’Iraq, auspica una vera riconciliazione nazionale e la costruzione di “uno Stato della cittadinanza, del diritto e dell’uguaglianza”. Il dialogo cristiano-islamico, conclude, “non è un lusso intellettuale né una semplice attività protocollare, ma una necessità nazionale e umana”.

Il dialogo cristiano-musulmano è un dialogo sul destino e sul futuro. Testo originale dalla pagina FB del Cardinale Louis Sako

31 agosto 2026

Chiese orientali: Sinodi potranno rimuovere patriarchi in caso di divisioni

30 agosto 2026

Papa Leone XIV ha pubblicato ieri una lettera apostolica in forma di motu proprio intitolato Mutua concordia con il quale ha introdotto una nuova disciplina per le Chiese Orientali che tocca molto da vicino alcune comunità cattoliche dell’Asia.
Il provvedimento mira ad affrontare i casi di grave e irrimediabile rottura dei rapporti tra un patriarca e il Sinodo dei vescovi della propria Chiesa, attribuendo ai Sinodi – in determinate condizioni e con l’assenso del Papa - la facoltà di rimuovere un patriarca o un arcivescovo maggiore.
L’obiettivo dichiarato è quello di valorizzare la responsabilità dei Sinodi e ristabilire, nelle situazioni più gravi, l’unità e la comunione ecclesiale. 
All’interno della Chiesa cattolica le Chiese Orientali si caratterizzano non solo per il rito diverso da quello latino ma anche per una propria normativa canonica disciplinata dal Codice dei canoni delle Chiese Orientali, che riconosce specifiche potestà ai Sinodi.
Attualmente sono sei quelle patriarcali: la Chiesa maronita (libanese), la Chiesa caldea (irachena), la Chiesa siro-cattolica, la Chiesa greco-melchita (molto diffusa in tutto il Medio Oriente), la Chiesa armeno-cattolica e la Chiesa copto-cattolica. 
A questo vanno però aggiunte anche le quattro Chiese arcivescovili maggiori cui – specifica il motu proprio Mutua concordia – le nuove regole sulla possibilità di rimuovere la guida eletta dal Sinodo si applicano per analogia: la Chiesa greco-cattolica ucraina, la Chiesa greco cattolica-rumena e le due Chiese indiane di rito orientale: quella siro-malabarese e quella siro-malankarese. 
La nuova normativa - che va a modificare i canoni 106 e 126 del Codice dei canoni delle Chiese Orientali ed è entrato immediatamente in vigore - stabilisce che, qualora il patriarca o l’arcivescovo maggiore non adempiano agli obblighi previsti dal Codice, il Sinodo possa essere convocato anche dal vescovo più anziano per ordinazione episcopale, qualora il Patriarca non provveda alla convocazione. 
Nel caso di una grave causa riconosciuta dal Sinodo, quest’ultimo potrà chiedere al patriarca di rinunciare all’ufficio. Se questi rifiutasse, il Sinodo potrà procedere a una votazione segreta: per la rimozione saranno necessari almeno i due terzi dei membri aventi diritto di voto. Il motu proprio specifica che al patriarca dovrà essere garantito il pieno diritto alla difesa. 
La decisione non sarà comunque definitiva senza l’assenso del Papa. 
Come avviene per l’elezione, al pontefice spetterà infatti di verificare che il voto dei Vescovi sia stato espresso liberamente e senza indebite pressioni, assumendo così un ruolo di garanzia. 
Nell’introduzione alla lettera apostolica papa Leone XIV specifica che “qualora il sacro legame tra il Pater et Caput e gli altri vescovi venisse irreparabilmente compromesso, ciò comporterebbe una grave ferita cui dover porre rimedio, come sollecitato anche da numerosi presuli orientali”.
Dietro a queste parole non è difficile leggere alcune dolorose situazioni che hanno provocato negli ultimi anni gravi divisioni all’interno di alcune di queste Chiese. Particolarmente dura - ad esempio – in India è stata la spaccatura all’interno della Chiesa siro-malabarese che nel 2023 portò alle dimissioni dell’arcivescovo maggiore, il card. George Alencherry.
Le nuove norme emanate da Leone XIV mirano dunque a colmare una lacuna del Codice delle Chiese orientali, ma anche a rafforzare il ruolo dei Sinodi nella gestione dei conflitti interni alle comunità.

Gugerotti: cristiani d'Oriente a rischio estinzione, la speranza è nell'unità

28 agosto 2026

“Una palingenesi” che unisce Oriente e Occidente cristiani, necessaria per far rinascere la speranza soprattutto dinanzi al rischio di estinzione, alle minacce, alla violenza che non fanno intravedere una via d’uscita.
A sottolinearlo è il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, nel suo intervento al Meeting di Rimini, lo scorso 24 agosto. La speranza, per il porporato, trova forza nello Spirito capace di generare “un nuovo soffio di vita” e che ci fa riscoprire fratelli, permette di far fiorire l’ecumenismo e restituisce la capacità di essere creature “capaci di Dio” anche tra le macerie materiali.
“Il cristianesimo – ha sottolineato il cardinale - è una realtà plurale, che non è soltanto la cultura di casa nostra, soprattutto quella di ieri perché oggi la sua presenza appare più precaria e talvolta persino contrastata con forza”.
Una pluralità che è ricchezza nella diversità, “espressione della creatività dello Spirito Santo che ci rende una sinfonia che può arricchire la sensibilità di tutti noi”. Per il prefetto, “il mondo orientale è oggi al centro della guerra: essa imperversa, distrugge e contrappone perfino orientali a orientali, cattolici a cattolici, ortodossi a ortodossi, cioè credenti nello stesso Signore, ma per i quali è ancora più difficile conservare l’unità del corpo di Cristo che è la Chiesa”.

Difficile sopravvivere
Una storia difficile iniziata nel passato e che oggi continua ad essere scritta con l’inchiostro della violenza, “fratelli e sorelle ortodossi sono minacciati di estinzione e fuggono in gran parte dalle loro terre d’origine, così impregnate dei passi stessi di Cristo, per cercare sicurezza in altri luoghi, perché – ha aggiunto Gugerotti - si sentono pesantemente minacciate dopo aver veduto le stragi compiute dall’Isis o aver sperimentato i bombardamenti e la violenza senza limiti di guerre che non conoscono tempo, perché non hanno scopo se non quello di contrapporre nazionalismi o di obbedire alla logica dei pochi mercanti padroni del mondo”.

Un contesto in cui è difficile sopravvivere.
Come allora parlare di ecumenismo se è in gioco la possibilità di rimanere in vita e quando alcune Chiese ortodosse sono contrapposte violentemente tra di loro? È la domanda che il cardinale ha posto sottolineando che “l’essenzialità nella ricerca della sopravvivenza pulirà il volto della Chiesa sia dal consumismo, sia dal rischio di un facile irenismo”.
Essere una cosa sola vuol dire anche mettere in discussione il senso di esclusività che spesso gli occidentali lamentano nei confronti degli orientali, contrastando il mondo del consumo che spesso rende “belve nelle nostre reazioni violente all’interno stesso delle nostre case, abitate da uomini delle caverne, che si accoltellano per un nulla”. Da qui la necessità di una speranza nello Spirito che rigenera.

Un nuovo soffio
“La guerra non è mai un bene, - ha aggiunto Gugerotti - ma la finta pace quando non è più pace, ma trionfo del sopruso e dell’ideologia, di una morale identitaria che ci fa sentire popolo privilegiato più che cristiano coerente, può nascondere essa stessa pericoli mortali per la vita spirituale”. “In questo preciso tempo – ha evidenziato - in cui non sappiamo cosa i potenti della terra potranno inventare dall’oggi al domani, dove la comunicazione è funzionale all’effetto, e soprattutto alle fluttuazioni dei mercati astutamente anticipate e quindi sfruttate a proprio vantaggio, lo Spirito promuoverà un esito purificatorio anche sulla stanchezza del nostro cristianesimo”. La pace, ha affermato il porporato, può cominciare subito, senza aspettare trattati o risoluzioni politiche, nel silenzio e nella preghiera ad esempio dei Padri d’Oriente. “Ogni ecumenismo ma anche ogni rispetto e perfino ogni gusto della varietà nasce da questo moto dell’anima, inatteso e misterioso, che ci libera - ha concluso il Prefetto del Dicastero per le Chiese orientali - dal soffermarci sui dettagli marginali che abbiamo messo al centro della vita e ci restituisce la capacità di essere creature ‘capaci di Dio’ anche tra le macerie materiali”.

Dopo una pausa di cinque anni, il Patriarca Nona presiede una riunione del Consiglio dei Vescovi Cattolici in Iraq

28 agosto 2026

Sua Beatitudine il Patriarca Mar Paolus III Nona, ha presieduto questa mattina, venerdì 28 agosto 2026, una riunione del Consiglio dei Vescovi Cattolici in Iraq, cinque anni dopo l'ultima riunione del 2021, quando i vescovi si preparavano alla storica visita del compianto Papa Francesco in Iraq.
Il consiglio ha rilasciato una dichiarazione, il cui testo integrale è riportato di seguito:

Dichiarazione rilasciata dal Consiglio dei Vescovi Cattolici in Iraq «Affinché siano tutti uno» (Giovanni 17:21)

Il Consiglio dei Vescovi Cattolici dell'Iraq si è riunito venerdì 28 agosto 2026 presso il Complesso Patriarcale Caldeo di Mar Addai e Mar Mari ad Ankawa – Erbil, sotto la presidenza di Sua Beatitudine il Patriarca Mar Paolus III Nona, Patriarca dei Caldei, e alla presenza delle Loro Eccellenze i membri del Consiglio e dell'Arcivescovo Miroslav Wajovsky, Ambasciatore Pontificio in Iraq.
La riunione è iniziata con una preghiera, seguita da un discorso di Sua Beatitudine il Patriarca che ha dato il benvenuto ai membri del Concilio e al Nunzio Apostolico, esprimendo la sua gratitudine per la loro partecipazione e per l'impegno a riprendere il lavoro comune della chiesa.
A seguire è intervenuto Sua Eccellenza il Nunzio Apostolico, dopodiché i membri del Concilio hanno eletto Sua Eccellenza il Vescovo Firas Dardar come Segretario del Concilio.
Nel suo discorso, Sua Beatitudine il Patriarca Nona ha affermato che la riunione dei vescovi non è una mera questione organizzativa o amministrativa quanto un'espressione tangibile della natura della chiesa come comunione nella fede, nella missione e nel servizio. Ha poi sottolineato che il Consiglio dei Vescovi Cattolici in Iraq rappresenta un organismo fondamentale nella vita e nella missione della chiesa e che il rafforzamento della sua efficacia richiede la regolarità delle sue riunioni, il consolidamento di un'autentica responsabilità condivisa, l'attivazione di commissioni e istituzioni comuni e un procedere in spirito sinodale che ascolti la guida dello Spirito Santo per la chiesa. 
Sua Beatitudine ha inoltre sottolineato che la diversità di opinioni non contraddice l'unità della chiesa ma, anzi, la arricchisce quando la ricerca della verità è condotta con spirito di amore, ascolto e discernimento. Ha inoltre esortato a trovare un punto d'incontro di fronte alle sfide comuni, a sostenere i credenti nelle loro diverse circostanze e ad annunciare il messaggio del Vangelo con chiarezza, coraggio e speranza.
Da parte sua, Sua Grazia il Vescovo Miroslav Wajovski ha espresso la sua gioia per la ripresa dei lavori del Concilio dopo una pausa di diversi anni lodando la ricchezza della chiesa cattolica in Iraq e la diversità delle sue chiese di diritto particolare e delle loro tradizioni liturgiche e spirituali che si integrano in un unico mosaico ecclesiastico con Cristo come centro e fondamento della sua unità.
Il Nunzio Apostolico ha trasmesso la sollecitudine di Papa Leone XIV per i cristiani in Iraq e la sua paterna vicinanza a loro sottolineando che tale sollecitudine costituisce un invito a rafforzare la comunione e a intensificare la cooperazione tra le chiese cattoliche affinché la chiesa possa continuare a compiere la sua missione e rimanere un segno vivo di speranza in mezzo alle difficoltà. Il Nunzio ha inoltre evidenziato l'importanza di fornire il sostegno necessario affinché i cristiani possano rimanere nella loro patria salvaguardando i loro diritti, la loro dignità e la piena cittadinanza e creando opportunità per i giovani ed il loro contribuire attivamente al presente e al futuro della chiesa affinché la presenza cristiana in Iraq rimanga una luce inestinguibile e una testimonianza viva del Vangelo nel cuore del Medio Oriente. 
I membri del consiglio hanno successivamente letto la bozza di regolamento interno proposta e ne hanno discusso i punti principali con l'intesa che la discussione si sarebbe conclusa in preparazione all'approvazione nella prossima seduta, prevista per il 26 novembre 2026. 
Sua Beatitudine il Patriarca ha inoltre presentato la decisione del Patriarcato caldeo di aprire le porte del Seminario Patriarcale ai candidati di tutte le chiese cattoliche in Iraq descrivendola come un passo concreto che riflette lo spirito di comunione e cooperazione nella formazione sacerdotale.
Ha inoltre informato il Concilio della costituzione di un organo amministrativo per il seminario che include un sacerdote della chiesa cattolica siriaca rafforzando così il carattere cattolico condiviso di questa istituzione formativa e consentendo alle chiese irachene di contribuire alla sua missione e responsabilità. 
Il Consiglio ha poi ospitato il Direttore di Caritas Iraq che ha fornito una panoramica della situazione attuale dell'organizzazione e della sua missione umanitaria e pastorale ed ha anche presentato i principali programmi e progetti a favore dei bisognosi, degli sfollati, delle famiglie e dei gruppi più vulnerabili, nonché le attività di soccorso, sviluppo e sostegno alle comunità. 
Alla presentazione è seguito un dibattito sulle modalità per migliorare l'operato di Caritas e rafforzare il coordinamento con le chiese e le diocesi cattoliche in Iraq. Alla luce di quanto esposto il Consiglio ha costituito un comitato di vescovi incaricato di studiare la realtà di Caritas Iraq, valutarne la missione e i meccanismi di funzionamento e presentare al Consiglio proposte adeguate che contribuiscano a migliorarne l'operato e a potenziarne il servizio umanitario ed ecclesiale.
Il Consiglio ha inoltre ospitato il Decano del Babel College of Philosophy and Theology che ha presentato una panoramica della situazione attuale dell'istituto, del suo percorso accademico e formativo, dei suoi programmi di studio, delle sfide che deve affrontare e delle prospettive per lo sviluppo della sua missione al servizio della formazione teologica, filosofica e culturale. 
A questo proposito i membri del Consiglio hanno sottolineato l'importanza dell'istituto e il suo ruolo nella preparazione di sacerdoti, uomini e donne consacrati e laici, nonché la necessità di sostenere la sua missione e rafforzare la sua presenza come istituzione accademica al servizio di tutte le chiese cattoliche in Iraq. 
Il consiglio ha anche discusso lo stato attuale dei suoi comitati e istituzioni congiunti esplorando le modalità per migliorarne l'efficacia, definirne le responsabilità e rafforzare il coordinamento tra di essi. Si è discusso inoltre dell'organizzazione dei tribunali ecclesiastici ed è stato nominato un supervisore generale. La selezione dei supervisori per i restanti comitati congiunti sarà completata nella prossima riunione del consiglio. Nella parte conclusiva dell'incontro i vescovi hanno esaminato la situazione delle diocesi e le condizioni generali dei cristiani in diverse zone dell'Iraq concentrandosi sulle sfide demografiche, sociali, economiche e giuridiche che i fedeli e le loro famiglie si trovano ad affrontare. Il Consiglio ha sottolineato la necessità di unire gli sforzi e rafforzare l'azione congiunta per difendere i diritti dei cristiani, consolidare la loro presenza nelle terre ancestrali e nelle aree storiche, sostenere le famiglie e i giovani e collaborare con tutte le persone di buona volontà per costruire uno Stato che rispetti la dignità umana, preservi l'autentica diversità della società irachena e garantisca la parità di cittadinanza e lo stato di diritto. 
Il Concilio ha infine concluso la sua riunione con una preghiera ed offrendo suppliche per la pace, l'unità e la stabilità dell'Iraq e affinché la chiesa cattolica, con tutte le sue chiese e tradizioni, continui la sua missione di servizio all'umanità, di promozione della fraternità e di testimonianza di Cristo e della speranza del Vangelo. 

Consiglio episcopale cattolico dell'Iraq Ankawa-Erbil, 28 agosto 2026

Iraq: card. Sako ai cristiani, “siate fieri della vostra identità. La vostra presenza non è una concessione, ma un diritto”

25 agosto 2026

 I cristiani iracheni sono chiamati a riaffermare il loro ruolo nella società e a respingere ogni logica settaria che ne limiti la piena partecipazione alla vita del Paese.
È quanto scrive il card. Louis Raphael Sako, patriarca emerito di Baghdad dei Caldei, in una riflessione, pervenuta al Sir, dedicata alla presenza e alla missione dei cristiani in Iraq.
Il porporato ricorda anzitutto il legame storico della comunità cristiana con il Paese: i cristiani iracheni, afferma, sono conosciuti per il loro “profondo senso di appartenenza alla nazione”, per la loro identità culturale e per il contributo offerto alla vita intellettuale dell’Iraq. Una fedeltà che “è rimasta salda nonostante le sofferenze e le dure prove” attraversate nel corso degli anni. Di fronte alle sfide attuali, Sako invita a superare le divisioni confessionali. I cristiani, scrive, devono “riaffermare la propria identità come parte integrante del tessuto nazionale” e respingere la logica delle “componenti” e delle appartenenze settarie, che finiscono per isolare i cittadini e ostacolare “la costruzione di una vera partnership fondata su una cittadinanza condivisa e paritaria”.
Non manca il richiamo alle difficoltà ancora vissute dalla minoranza cristiana, soprattutto sul piano della rappresentanza politica e delle opportunità lavorative. Secondo il cardinale è necessario denunciare con chiarezza le situazioni di “disuguaglianza ed emarginazione”, senza accettare che i cristiani vengano associati a interessi particolari o rappresentati da una sola realtà politica.
Al centro della riflessione vi è il concetto di cittadinanza. “La religione appartiene alla sfera personale ed è un diritto umano fondamentale”, afferma Sako, ribadendo che “non può esservi costrizione in materia religiosa”. La vita pubblica, invece, deve fondarsi “sulla competenza, sulla capacità e sull’integrità morale”, garantendo a tutti i cittadini uguaglianza nei diritti e nei doveri. Per il porporato, l’Iraq deve superare la logica delle quote confessionali e adottare la cittadinanza come criterio fondamentale per l’accesso alle responsabilità pubbliche. “Competenza, onestà e capacità devono essere gli unici criteri di scelta”, all’interno di “uno Stato civile che garantisca la piena uguaglianza tra i cittadini”. Da qui l’appello a fare della “cittadinanza eguale un principio saldo della Costituzione e della pratica politica”. Sako sottolinea inoltre l’urgenza del dialogo come strumento per affrontare le sfide nazionali: “Abbiamo bisogno di una visione chiara, non di ulteriori conflitti; di dialogo, non di divisioni”. Un percorso che vede coinvolte sia la Chiesa sia le massime autorità religiose musulmane, chiamate a sostenere un futuro fondato sulla dignità e sui diritti di tutti gli iracheni. Infine, l’incoraggiamento rivolto ai cristiani del Paese: “Non devono avere paura né perdere la speranza”. Il cardinale li esorta a rimanere “saldi nelle proprie radici” e “fieri della loro identità irachena”, ricordando che essi sono stati e continuano a essere “una delle pietre angolari della costruzione culturale e umana dell’Iraq”. La loro presenza, conclude, “non è una concessione di qualcuno, ma il naturale proseguimento di una storia millenaria e di una consolidata condivisione del destino nazionale”.

Testo originale dalla pagina FB del Cardinale Louis Sako 

مستقبلُ المسيحيين العراقيين
يُعرف عن المسيحيين العراقيين أنهم أصحاب أصالة وطنيّة وفُرادة حضاريّة، وريادة ثقافيّة. وقد ظلّ ولاؤهم دوماً للعراق، وطنهم، رغم ما مرّوا به من معاناة متكررة وتحديات قاسية.
واليوم، وفي ظلّ التحديات المصيرية الكثيرة التي تواجه البلاد، يتحتم على المسيحيين أن يؤكدوا هويتَهم بوصفهم شركاء أصيلين في النسيج الوطني، وأن يرفضوا منطق «المكوّنات» الذي يعزل المواطنين عن بعضهم، ويعرقل قيام شراكة متساوية في إطار المواطنة الجامعة.
عليهم أن يعبّروا بوضوح عن قلقهم إزاء مظاهر عدم المساواة والتهميش، ولا سيما في التمثيل السياسي الحقيقي وفرص التوظيف، بعيداً عن اختزالهم في جهة تدّعي تمثيلهم، أو ربطهم بالعصبيّات الفئوية والمصالح الضيقة.
إن الدين شأن شخصي وحق إنساني أصيل؛ فلكل إنسان الحرية الكاملة في أن يؤمن أو لا يؤمن، إذ لا إكراه في الدين. أما الشأن العام، فينبغي أن يقوم على الكفاءة والاقتدار والنزاهة، وأن يساوي جميع المواطنين أمام القانون، في الحقوق والواجبات.
وكما يعيش المسلمون في البلدان ذات الغالبية المسيحية، ويتمتعون بحقوقهم وحرياتهم كاملة، فمن حق المسيحيين العراقيين، وهم أبناء هذا الوطن وأحد مكوّناته الأصيلة ، أن يعيشوا في بلدهم بأمان وكرامة، وأن يتمتعوا بحقوقهم كاملة، من دون تمييز أو تهميش. يجب ان ينظر العراقيون الى بعضهم كعراقيين وليس كمسيحيين ومسلمين..
ينبغي تجاوز منطق الديموغرافيا الدينية واعتماد المواطنة معياراً أساسياً في تولّي المسؤوليات، بحيث تكون الكفاءة والنزاهة والقدرة هي معايير الاختيار، في ظلّ دستور مدني يضمن المساواة الكاملة بين المواطنين. ولنجعل المواطنة المتساوية مبدأً راسخاً في الدستور والممارسة السياسية. فنهضة المجتمع وتقدمه مرتبطان بالحداثة، ولا يمكن تحقيق التقدم من دون ترسيخ قيمها ومؤسساتها.
نحن بحاجة إلى رؤية واضحة، لا إلى مزيد من النزاعات؛ وإلى الحوار، لا إلى الانقسام. ومن هنا، أرى أن الحوار هو أحد مفاتيح المستقبل، وهو مسؤولية مشتركة تقع على عاتق الجميع، كما أنه أداة أساسية لفهم التحديات ووضع الاستراتيجيات التي تمكّن الدولة من أداء دورها على الوجه الصحيح. وهنا أشدد على أهمية دور الكنيسة والمرجعيات الدينية العليا لدى المسلمين في دعم هذا الطموح، الذي يضمن مستقبلاً يليق بالعراقيين جميعاً ويصون كرامتهم وحقوقهم.
وأخيراً، أدعو المسيحيين العراقيين إلى ألّا يستسلموا للظروف الصعبة أو للأفعال غير المقبولة، وأن يتمسكوا بجذورهم، ويفتخروا بهويتهم العراقية وإرثهم الحضاري العريق. عليهم ألّا يخافوا أو يفقدوا الأمل؛ فهم وما زالوا حجراً من أحجار الزاوية في بنائه الحضاري والإنساني. إن مستقبلهم مرتبط بمستقبل العراق، ووجودهم الأصيل فيه ليس منّةً من أحد، بل هو امتداد لتاريخ عريق وشراكة وطنية راسخة. ومن حقهم أن يعيشوا في وطنهم بأمان وكرامة، وأن يسهموا بثقة في بناء مستقبله...