By Tempi
Giancarlo Giojelli
«La nostra forza è una Presenza. Ed è viva nell’unità della Chiesa con il Papa».
Parla senza timori né enfasi Polis III, eletto ad aprile patriarca della Chiesa caldea e riconosciuto a ottobre da Roma nella comunione ecclesiale.
L’annuncio è risuonato in una Piazza San Pietro baciata dal sole per bocca del cardinale Luis Antonio Tagle, decano del Sacro Collegio, che ha letto il messaggio di un papa Leone costretto in ospedale.
Una solenne liturgia davanti a 112 tra cardinali, patriarchi e vescovi giunti da ogni angolo del globo per confrontarsi sulla famiglia, a dieci anni dall’uscita della Amoris Laetitia. Non si tratta di un semplice atto canonico o di un riconoscimento formale. È il culmine del cammino di un uomo la cui vicenda personale s’intreccia indissolubilmente con quella della sua comunità: una parabola che si fa storia di tutti, simbolo del martirio, del coraggio e della fede incrollabile dei cristiani d’Oriente, oltre che un monito esplicito per le Chiese d’Occidente.
«La nostra forza è una Presenza. Ed è viva nell’unità della Chiesa con il Papa».
Parla senza timori né enfasi Polis III, eletto ad aprile patriarca della Chiesa caldea e riconosciuto a ottobre da Roma nella comunione ecclesiale.
L’annuncio è risuonato in una Piazza San Pietro baciata dal sole per bocca del cardinale Luis Antonio Tagle, decano del Sacro Collegio, che ha letto il messaggio di un papa Leone costretto in ospedale.
Una solenne liturgia davanti a 112 tra cardinali, patriarchi e vescovi giunti da ogni angolo del globo per confrontarsi sulla famiglia, a dieci anni dall’uscita della Amoris Laetitia. Non si tratta di un semplice atto canonico o di un riconoscimento formale. È il culmine del cammino di un uomo la cui vicenda personale s’intreccia indissolubilmente con quella della sua comunità: una parabola che si fa storia di tutti, simbolo del martirio, del coraggio e della fede incrollabile dei cristiani d’Oriente, oltre che un monito esplicito per le Chiese d’Occidente.
Nella storia di Sua Beatitudine Amel Shamon Nona — questo il suo nome al secolo prima di assumere il nome patriarcale di Polis III — si condensa il lungo travaglio vissuto nei luoghi in cui il cristianesimo ha mosso i suoi primi passi.
Una scia di persecuzioni resa ancora più amara dall’indifferenza e dal silenzio del mondo “libero”.
Chiese distrutte, ma c’erano le persone
Consacrato arcivescovo di Mosul nel novembre del 2009, a soli 43 anni, Nona ereditava una cattedra segnata dal sangue: il suo predecessore, Paul Faraj Rahho, era stato rapito e ucciso un anno prima dai radicali islamici. A quel tempo la comunità caldea legata a Roma contava cinquantamila anime. Erano i “nashri”, i nazareni, bollati con la lettera Nu dell’alfabeto arabo e presi di mira dall’Isis. Per quattro anni l’arcivescovo ha guidato la resistenza umana e spirituale del suo popolo, mentre molti, travolti dal terrore, sceglievano la via dell’esilio verso l’Europa, l’America e l’Oceania.
Poi, nella notte tra il 9 e il 10 giugno 2014, la morsa dello Stato Islamico si è serrata definitivamente su Mosul: conversioni forzate, la tassa di sottomissione o la morte.
I superstiti si sono dati alla fuga e il loro pastore li ha seguiti a piedi, trovando riparo a Erbil, nel Kurdistan iracheno.
«La mia diocesi era svanita, le chiese distrutte o confiscate — racconta —. Ma le persone, quelle erano rimaste».
«La mia diocesi era svanita, le chiese distrutte o confiscate — racconta —. Ma le persone, quelle erano rimaste».
Dopo un periodo trascorso a Sydney per decisione di papa Francesco, è infine rientrato a Baghdad. Oggi diverse strutture sacre di Mosul sono state ricostruite, ma i fedeli tornati si contano sulle dita di una mano: non più di cinquanta famiglie.
La Chiesa caldea — fondata secondo la tradizione nel I secolo dall’apostolo Tommaso, che portò il Vangelo fino al cuore dell’Asia — conta ormai appena 600 mila fedeli nel mondo, e meno della metà risiede in Mesopotamia.
«La diaspora, tuttavia, ci rende presenti ovunque — osserva il Patriarca — e la nostra ancora resta la comunione con la sede di Pietro»
La Chiesa caldea — fondata secondo la tradizione nel I secolo dall’apostolo Tommaso, che portò il Vangelo fino al cuore dell’Asia — conta ormai appena 600 mila fedeli nel mondo, e meno della metà risiede in Mesopotamia.
«La diaspora, tuttavia, ci rende presenti ovunque — osserva il Patriarca — e la nostra ancora resta la comunione con la sede di Pietro»
Una presenza millenaria
Attorno a noi, durante il colloquio, si stringe una folla festosa di fedeli caldei arrivati da tutta Europa per riabbracciare la loro guida.
«Dobbiamo pregare per il Papa», dice loro Polis. «È la nostra colonna ed è triste saperlo soffrente. Ma da cristiani crediamo che Gesù sia qui e ora: uniamoci nella preghiera con il mondo intero».
Glielo faccio notare: ci sono ancora tante regioni della Terra in cui i cristiani vengono perseguitati, e il Pontefice non smette di chiedere preghiere per il Medio Oriente.
«È così», risponde. «Eppure non tutti percepiscono la gravità della situazione. La nostra è una presenza millenaria ed è proprio per questo che siamo nel mirino del fanatismo. Ma siamo vivi: lavoriamo, aiutiamo i poveri, annunciamo il Regno dei Cieli con l’appoggio della Chiesa universale. Siamo un corpo solo, anche se la mentalità secolare spinge per dividerci. Ogni giorno è una nuova trincea».
Un gruppo di bambini gli si avvicina e lo stringe in un abbraccio spontaneo. Il Patriarca sorride, poi riprende: «Dobbiamo comprendere perché la Chiesa cattolica viene attaccata: perché è unita, difende la vita, protegge le famiglie e lavora per la pace. Resiste e dice no alle chiacchiere vuote del mondo. Noi siamo orgogliosi delle nostre radici millenarie».
Puntare sull’educazione
Polis Nona conosce bene il volto atroce dei conflitti. «Il Medio Oriente è da sempre terra di guerre, ambita per via del petrolio. Costruire ed educare alla pace in mezzo a tanta tensione è un’impresa ardua. Il fondamentalismo si nutre di ignoranza per imporre la sharia; per essere davvero libere, invece, le persone hanno bisogno di cultura, di orizzonti che vadano oltre il dogmatismo. È per questo che puntiamo tantissimo sulle scuole: ogni parrocchia ha un asilo e un istituto, e al Nord abbiamo persino università cattoliche».
Nel Paese, spiega Nona, «la situazione ha fatto qualche passo avanti, ma muoversi resta difficile». La paura più grande? «Un nuovo conflitto tra Iran e Stati Uniti». Guarda i connazionali che lo circondano con affetto: sa bene che un’ulteriore escalation finirebbe per spazzare via ciò che resta dei cristiani d’Oriente.


