"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

26 maggio 2026

Zaidi visits new Chaldean patriarch, calls on Iraqi Christian diaspora to return

By +964

Photo by Chaldean Patriarchate
Prime Minister Ali al-Zaidi visited the Chaldean Patriarchate in Baghdad’s Mansour district on Tuesday to congratulate Mar Paulos III Nona on assuming leadership of the Chaldean Catholic Church following his receipt of ecclesiastical communion from the Pope.
Zaidi said his government is committed to “working with all parties to sustain the national fabric of Iraq,” describing Christians as “an authentic component of the Iraqi people,” and called on Christian business people living abroad to return and contribute to economic and reconstruction projects.
Iraq’s Christian population has declined sharply over the past two decades due to conflict, displacement and economic hardship, with many settling in Europe, North America and neighboring countries.
Mar Paulos III Nona was appointed patriarch following Cardinal Louis Raphael Sako’s resignation in March, ending 13 years leading one of Iraq’s most prominent Christian institutions.
Sako’s tenure was marked by a prolonged dispute with Iraqi authorities — President Abdul Latif Rashid revoked a 2013 decree recognizing him as head of the church in July 2023, prompting Sako to relocate from Baghdad to Erbil in protest. The Federal Supreme Court upheld the decision in November 2023, drawing criticism from Iraqi Christians and the Vatican.
The Patriarchate canceled Easter celebrations in 2024 in protest before Prime Minister Mohammed Shia al-Sudani reinstated Sako in June 2024.
Sako said he submitted his resignation voluntarily in March 2026 “to quietly dedicate myself to prayer, writing and simple service.”

Patriarca Nona: ‘Unità e coraggio, la missione di noi caldei in un mondo impaurito’

Dario Salvi
21 maggio 2026

La “responsabilità più importante” è quella di essere “il padre di tutti” e “mantenere l’unità” fra vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli ai quali va trasmessa “la forza” per affrontare le molte criticità di “un mondo che vive immerso nella paura”.
È quanto sottolinea ad AsiaNews il neo-patriarca di Baghdad dei caldei Paolo III Nona, eletto dal Sinodo e confermato da papa Leone XIV il 12 aprile scorso, che il 29 maggio farà il suo ingresso ufficiale con la messa di insediamento.
Una missione che intende svolgere guardando alle esperienze vissute da pastore: fra i fedeli della diaspora in Australia e, prima ancora, a Mosul vivendo sulla propria pelle le persecuzioni confessionali. Da patriarca, aggiunge, “il primo messaggio e il più importante è che l’amore è più forte dell’odio” come testimoniano il martirio di p. Ragheed e mons. Rahho che “hanno sacrificato la loro vita per questo”.
Nato nel 1968 ad Alqosh, nel nord dell’Iraq, il patriarca Nona è figura di rilievo della Chiesa caldea. Dal 2009 ha servito come arcivescovo di Mosul quale successore di mons. Paolo Rahho, ucciso nel 2008, guidando la comunità attraverso uno dei periodi più bui della sua storia: l’ascesa dell’Isis nell’estate del 2014 e lo sfollamento di centinaia di migliaia di cristiani dalla città e dalla piana di Ninive. In seguito è stato nominato eparca di San Tommaso Apostolo di Sydney dei Caldei in Australia, ampliando le responsabilità pastorali nelle comunità della diaspora.
La Chiesa cattolica caldea discende dalla Chiesa d’Oriente, trae origine nell’antica Mesopotamia e dai santi Mar Addai e Mar Mari, discepoli di San Tommaso Apostolo. La sede patriarcale si trova presso la cattedrale di san Giuseppe, a Baghdad, conta diverse eparchie e diocesi in Iraq e nel mondo. I fedeli sono oltre 600mila, la maggior parte (300mila circa) nel Paese arabo, sebbene un tempo il numero superasse gli 1,3 milioni. Dall’invasione Usa dell’Iraq nel 2003, la maggioranza ha scelto di fuggire alimentando le comunità della diaspora. Di seguito, l’intervista integrale del patriarca Nona ad AsiaNews:

Beatitudine, incontrandovi all’inizio del Sinodo papa Leone XIV ha auspicato che “il nuovo patriarca sia anzitutto un padre nella fede e un segno di comunione con tutti e tra tutti”. Che significato hanno queste parole e come intende attuarle?
Il Santo Padre ha espresso una visione molto profonda, indirizzando tutti noi verso quanto è necessario compiere per la nostra Chiesa. Di certo ha inteso sottolineare che il patriarca è il padre di tutti, nonostante vi siano differenze di opinioni e diversità fra persone, ma deve guardare a tutti, senza distinzioni. Questo richiamo è importante oggi nella Chiesa in generale, e nella nostra Chiesa Caldea in particolare, soprattutto nelle situazioni attuali in cui versa il Medio oriente, che sta sperimentando grandi difficoltà. In questo senso non è facile mantenere l’unità, ma è un compito imprescindibile: la responsabilità più importante del nuovo patriarca è quella di essere padre di tutti.
In questi anni la Chiesa caldea ha vissuto momenti di tensione e divisioni interne, anche fra i suoi vescovi. Quanto è importante il richiamo all’unità del papa?
Il cammino verso l’unità è già cominciato ad emergere durante il sinodo che ha portato alla mia elezione. Vi è stata una riflessione profonda in merito a quanto è successo in passato, sulla lezione che si può trarre da quanto è accaduto. E poi andare avanti, affidandosi alla volontà di Dio che è anche ciò che la nostra Chiesa e la nostra gente vogliono. Non è possibile che nella situazione attuale, che coinvolge tutto il mondo ma soprattutto il Medio oriente, vi siano divisioni nella Chiesa. Penso che il lavoro più importante sia già cominciato durante il Sinodo, che giudico in maniera positiva e costruttiva: tutti hanno parlato apertamente delle varie questioni e di quello che dobbiamo fare per il futuro.
Patriarca Nona, richiamandomi a quanto ha appena sottolineato: quali sono le principali sfide e le priorità in questa prima fase?
Sinceramente vi sono diverse questioni aperte: dobbiamo prima di tutto guardare alla Chiesa in Iraq e in Medio Oriente in generale, alle sue necessità mantenendo un buon rapporto fra noi, operando per i sacerdoti, per i fedeli, facendo capire loro che la nostra Chiesa è di tutti e che il patriarca è per tutti. Poi ci sono anche le relazioni con le altre Chiese cattoliche e ortodosse, bisogna lavorare su questo aspetto che è molto importante perché siamo minoranza in questi Paesi, quindi è ancor più urgente essere uniti in quanto cristiani. Vi sono infine altre questioni irrisolte riguardanti la diaspora e i collegamenti con le comunità nel mondo, dall’Australia agli Stati Uniti, al Canada e in Europa. Sono tutte sfide che dobbiamo affrontare, il lavoro non manca!
Venendo dall’Australia, dove ha vissuto gli ultimi 11 anni, lei è innanzitutto il patriarca della “diaspora”; ma è anche il vescovo che ha sofferto in prima persona la tragedia dello Stato islamico a Mosul. Che influenza hanno questi due elementi nella sua missione?
Io ringrazio Dio per le esperienze che ho avuto nella vita come vescovo. Nella diocesi di Mosul, con tutto quello è successo dopo l’invasione dell’Isis [e la fuga in massa dei cristiani verso il Kurdistan iracheno, ndr]. Poi nella diaspora in Australia, con la nostra gente che ha scelto di migrare e vivere esperienze diverse, valorizzando i collegamenti fra persone o con la Chiesa. È una sfida molto grande perché abbiamo generazioni nella diaspora che non sanno niente del loro Paese di origine. Quindi dobbiamo trovare quel punto di incontro, far emergere ciò che vi è in comune fra la nostra terra, il Medio oriente, e le nuove realtà tenendo conto anche delle rispettive differenze. Perché è diversa la situazione a seconda che si parli di Europa, Australia, Stati Uniti o Canada. Per le nuove generazioni è importante riscoprire il collegamento con la propria terra di origine, ma la grande maggioranza dei nostri fedeli della diaspora sono loro stessi i primi migranti, persone nate in Iraq, in Siria, in Libano che hanno bisogno di mantenere questo legame.
Le atrocità dell’Isis rappresentano una delle pagine più buie per i cristiani in Medio oriente, sono forse il punto più alto di una escalation di persecuzioni e uccisioni. Oggi come sta la comunità cristiana in Iraq e come sono i rapporti con i musulmani?
Sono arrivato da poco, quindi sto cercando proprio in questi giorni di approfondire la realtà e conoscere meglio le problematiche e le urgenze. Di certo il rapporto coi musulmani, ma pure con i fedeli di altre religioni, sarà una delle priorità per noi, perché bisogna lavorare partendo dal presupposto che sono cittadini di questo Paese, di questa terra. Per questo ritengo sia molto importante coltivare buoni rapporti. Anche io a Mosul avevo intrecciato legami con molti musulmani e quell’esperienza mi ha fatto capire l’importanza di lavorare, oggi e ancor più domani, per rafforzare il dialogo interreligioso e i rapporti con l’islam.
In queste settimane, dopo la nomina, lei ha ricevuto messaggi da personalità del mondo islamico a Mosul?
Certo! Sono attestati di stima che mi hanno fatto molto piacere, ma preferisco mantenerli riservati.
Mosul, fra l’altro, è la città che più di tutte ha pagato in termini di sangue: quanto è vivo il ricordo del suo predecessore, mons. Paul Faraj Rahho, e di p. Ragheed Ganni, uccisi in circostanze diverse da estremisti? Quanto è attuale il loro messaggio di sacrificio, martirio?
Il primo messaggio e il più importante è che l’amore è più forte dell’odio. Il rispetto è più forte dell’odio e della negazione dei diritti degli altri. P. Ragheed e mons. Rahho hanno sacrificato la loro vita per questo messaggio. L’amore è più forte del dolore, di chi annichilisce l’umanità, di quanti creano solo dolore, odio. Questo messaggio è ancora attuale, come il loro ricordo all’interno della comunità cristiana. In questi anni penso che la città e i suoi abitanti abbiano imparato che bisogna operare per il bene degli altri, non odiare. Penso che la situazione a Mosul, oggi, sia migliore del periodo precedente il 2014: si sta ricostruendo, si sta lavorando, anche se è un cammino lungo.
Beatitudine, perché ha scelto il motto “non abbiate paura, credete”?
Nel tempo trascorso nella diocesi di Mosul ho pensato spesso che la paura fosse collegata alle persecuzioni, alla mancanza di diritti, alle violenze. Tuttavia, quando mi sono trasferito in Australia, nelle comunità della diaspora e nel mondo occidentale, ho scoperto quanto fosse forte e presente anche lì l’elemento della paura. Una paura di tutto, dalla morte a quella delle altre persone, di essere abbandonati, di non avere un buon rapporto con gli altri, delle malattie. Il nostro è un mondo che vive immerso nella paura. Ecco perché penso che proprio questo tema rappresenti, oggi, la sfida più grande in tutto il mondo. In questo senso il messaggio di Cristo ha ancora più valore: non avere paura, ma coltivare la fede, rispondere alla paura con la fede in Gesù.
L’Iraq è spesso al centro di tensioni regionali e guerre per procura fra Iran e Stati Uniti (e Israele); in questi giorni si assiste alla faticosa nascita di un nuovo governo. Che Paese ha trovato al suo ritorno?
Sono arrivato da pochi giorni e non ho ancora un quadro definito della situazione, ma percepisco fra la gente un grande desiderio di normalità, di tornare a vivere in pace. Le persone sono stanche della guerra, di questo odio fra nazioni, dei conflitti, delle tensioni interne all’Iraq o con altri Paesi della regione. Questa voglia di vivere la normalità, il quotidiano, è quanto di più forte ho visto sinora.
Beatitudine, manca una settimana alle messa di insediamento. A conclusione di questa intervista le chiedo: quanto è importante cercare di preservare la presenza cristiana in Iraq e in Medio oriente e che messaggio vuole inviare?
Per il messaggio alla comunità cristiana vi rimando alla messa del 29 maggio, che sarà occasione per parlare a tutta la comunità caldea, in Iraq e nelle nazioni della diaspora. Di sicuro vogliamo lavorare per il bene dell’Iraq, per il nostro Paese, per i nostri vicini e, soprattutto, per i cristiani. In questa prospettiva sarà fondamentale contrastare l’esodo e garantire una presenza in futuro.

12 maggio 2026

Shaleta arrest warrant details embezzlement case

May 11. 2026

While a search warrant remains sealed by court order, a recently unsealed arrest warrant details the extent of financial crimes alleged against Chaldean Bishop Emmanuel Shaleta, whose resignation from ecclesiastical office was accepted by Pope Leo XIV in early March.
A redacted arrest warrant — omitting the names of key witnesses in the case — was ordered unsealed April 12 in the criminal case against Shaleta, who is facing money laundering and embezzlement charges.
The arrest warrant confirms reporting on the case from The Pillar, which in February broke the news that Shaleta had been accused of embezzlement and personal misconduct, amid a Vatican investigation that ended when both Shaleta and former Chaldean Patriarch Cardinal Rafeal Sako saw their resignations from office accepted March 10.
Shaleta, who previously led the Chaldean Catholic eparchy covering the western half of the U.S., was arrested at San Diego’s airport March 5, as he attempted to leave the United States with more than $9,000 in cash.
The bishop is accused of taking hundreds of thousands of dollars in cash from his eparchy, attempting to reimburse missing funds with checks signed by him from a cathedral charity account.
Shaleta pled not guilty March 9 to 16 criminal counts of money laundering and embezzlement, and saw his resignation from office accepted by Pope Leo the next day.
While most documents in the case remain sealed, the bishop’s recently unsealed arrest warrant details the case against him.
Consistent with The Pillar’s reporting, the warrant says that Shaleta first fell under suspicion in December 2024, when “discrepancies” were noticed in eparchy and cathedral bank accounts, including “approximately $427,345 missing from the [eparchy’s ‘needy account’] over an eight-month period.”
The warrant details the allegation that Shaleta perpetrated a rent scam, by directing a tenant to pay him monthly rent on an eparchial property in cash, and then writing checks from the eparchy needy account to cover the missing money in the cathedral account.
Between March 1 and October 31, eight such checks were written from the needy account, the arrest warrant recounted — most for $33,990, but the first for $34,000.
“The cash received by Bishop Shaleta was never placed into the [needy] accounts to reimburse the checks written to the [cathedral accounts],” the warrant alleged.
In addition to the rent scam, the arrest warrant recounted the charge that, “it appeared Shaleta would receive cash for church related trips, perpetual Masses, and other rental hall related costs.”
When that and other funds were found to be missing, “Bishop Shaleta was unable to provide documentation or records of how the cash was spent,” and “later claimed the cash was given to those in need in Iraq without providing further information,” the warrant’s affadavit alleged.
The bishop was released from jail in early March after making a bail of $125,000. 
A San Diego judge ordered the bishop to undergo GPS monitoring until his trial, noting the amount of money he is alleged to have stolen, and the fact that he was arrested while at the airport, with a flight booked to Europe, and more than $9,000 in his possession.
Shaleta is next due in court for a readiness hearing in June, with an eventual trial likely to begin in August
The Pillar first reported a Vatican investigation into Shaleta in February, concerning both the financial crimes detailed in the arrest warrant and the prospect of personal misconduct.
The bishop is alleged to have made frequent trips to a Tijuana brothel linked to the human trafficking industry, and known to have maintained a longstanding and close relationship to a woman with whom he shared a bank account and unfettered access to each others’ homes.
The Pillar also reported that while Shaleta submitted a letter of resignation from his diocesan post in late January, Sako lobbied at the Vatican and among Chaldean bishops to see the bishop transferred to an administrative post in Baghdad, as a high-ranking official of the Chaldean patriarchate.
Sako had previously acknowledged to The Pillar that he raised the prospect of a transfer to Vatican officials, but suggested the idea was floated only before the Vatican-ordered investigation into Shaleta was “clear.”
Sources have told The Pillar that the dicastery received a report on the case in late 2025, well before Sako polled Chaldean bishops about a transfer this year.
Sako’s resignation was accepted March 10, the same day as Shaleta’s, in a move widely taken among Chaldeans as indication of Vatican displeasure with the patriarch’s involvement in the case.
For his part, Shaleta has said he is the victim of a media campaign and of Chaldeans in his diocese who opposed his leadership.
If convicted, Shaleta could face 15 years in prison.

New Chaldean Patriarch: “Do not be afraid, just believe”

May 7, 2026
María Lozano

Mar Polis III Nona
Foto Patriarcato caldeo
In 2015, the then-Archbishop of Mosul left for Australia after his entire flock was exiled, following the rise of the Islamic State. One decade later, he returns to Iraq, now as the newly elected Patriarch of the Chaldean Church.

On May 29, His Beatitude Amel Shamon Nona will be officially installed at St. Joseph’s Cathedral in Baghdad. Before returning to Iraq to lead the Chaldean Catholic Church, the newly elected Patriarch spoke with Aid to the Church in Need (ACN) about his journey from the frontlines of persecution in Mosul to the challenges of the global diaspora.

You were the Bishop of Mosul during one of the most painful periods in recent history, the occupation by the Islamic State, and lived through the exodus of your people and the violence that forced so many to leave their homes. How does that experience of suffering shape your vision as Chaldean Patriarch?
It was a very difficult but defining time. Being a bishop in a city in constant danger, where every week or month, someone was killed, left a deep mark on me. But it also taught me that the faith of our people is their true anchor. Despite everything, they kept their hope alive. To suffer for being a faithful believer certainly deepens your way of looking at life. That is the best contribution of our people: they suffered immensely, yet they have this deep, unshakable belief that their lives must be full of faith and Christian principles. That is the hope I carry into this new mission.
You spent the past decade in Australia, leading the Chaldean diaspora there. How do you plan to bridge the gap between the Church in Iraq and those who have had to leave their homeland?
This is the great challenge of our time. The original home of our Church is in the Middle East, particularly in Iraq, but today, the majority of our people live in the diaspora. Having lived both realities – the agony of Mosul and the life of a shepherd in Australia – I know it is not easy, but it is not impossible. My mission is to build a bridge, particularly for the new generations born abroad who are searching for their roots, their identity, and their faith.
You have chosen as a motto, “Do not be afraid, just believe.” Why these specific words in such a turbulent time?
I believe the biggest challenge in the world today is fear – fear of the future, fear of losing our way of life, and fear of those around us. My motto is taken from Mark 5, when Jesus heals the daughter of Jairus. He does not just say: “Do not be afraid.” He adds “just believe.” That is an important nuance. We may have reasons to be afraid, but if we live our faith as the Lord wants, we can live with those fears while remaining full of faith. That is my belief for our people: we move forward not because the danger is gone, but because our belief is stronger.
In recent years, the Middle East has been the scene of recurring wars. As the new leader of the Chaldean Church, what message would you send to the international community regarding the future of your region?
The desire of all of us is to see a Middle East at peace. We cannot accept that every year, there is a new war in this or that country. The people in the Middle East, like everywhere else, want to live in serenity. What we ask of the international community is simply respect: respect for our peoples and for our sovereignty, so that we can live without the constant threat of war. We want to look at our young people and tell them, “You have a future,” but for that, we need the world to stop turning our land into a constant battlefield.
As you prepare for your installation in Baghdad, what is your message to the young people who are torn between staying in Iraq or seeking a future elsewhere?
The land where we have lived for thousands of years is vital to our faith. I respect the personal choice of anyone who needs to live where they feel they can thrive, but I tell them wherever you are, you have a mission. If you are in the Middle East, your way of achieving that mission is different from someone in the diaspora, but the goal is the same. Practice your faith, preach it through your actions, and live as the Lord wants. That is the basis of our life, regardless of our geography.
Looking ahead, how can organizations like ACN, who have stood by the Church in its darkest hours, support you in this new chapter?
I want to thank ACN from the bottom of my heart. When I was in Mosul between 2010 and 2014, in the midst of the most painful situations, ACN reached us when others could not. You helped us keep our community alive. For this new mission, I rely on your support, particularly for education and formation. If we have an educated generation that understands its faith, that is the best base for our people to stay and flourish. ACN has worked very well in the past, and I believe we will continue that vital work together to ensure that our people have a future and, above all, that they have hope.

3 maggio 2026

Concessione dell’Ecclesiastica Communio al Patriarca di Baghdad dei Caldei

28 aprile 2026

Il Santo Padre Leone XIV, in data 24 aprile 2026, ha concesso l’Ecclesiastica Communio richiestaGli, in conformità al Can. 76 § 2 del CCEO, da Sua Beatitudine Polis III Nona, canonicamente eletto Patriarca di Baghdad dei Caldei il 12 aprile 2026 dal Sinodo dei Vescovi della propria Chiesa sui iuris, celebrato a Roma.
Si pubblica di seguito il testo della Lettera che Sua Santità Leone XIV ha indirizzato al Patriarca di Baghdad dei Caldei per la concessione dell’Ecclesiastica Communio:

A Sua Beatitudine

POLIS III NONA

Patriarca di Baghdad dei CaldeiHo ricevuto la pregiata Lettera con la quale Vostra Beatitudine, canonicamente eletta Patriarca di Baghdad dei Caldei il 12 aprile 2026 dal Sinodo dei Vescovi di codesta Chiesa, celebrato a Roma, mi ha chiesto a norma del canone 76 § 2 del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, la concessione della Comunione Ecclesiastica.
Al riguardo, è con animo colmo di gioia che Le concedo l’Ecclesiastica Communio, quale espressione e vincolo della piena comunione con la Sede Apostolica, nel comune servizio all’unità nella Chiesa e alla edificazione del Corpo di Cristo.
Mi è gradito elevare fervide preghiere affinché Vostra Beatitudine, quale Padre e Capo di codesta amata Chiesa sui iuris, eserciti con sollecitudine pastorale il ministero affidatoLe, guidando il Popolo di Dio secondo il Cuore di Cristo e confermandolo nella fede, nella speranza e nella carità.
Lo Spirito Santo La sostenga nel compimento della missione ricevuta, perché la Chiesa Caldea, ricca della sua antichissima tradizione apostolica e segnata dalla testimonianza luminosa di numerosi martiri e confessori, continui a rendere fecondo l’annuncio del Vangelo, come fece con mirabile spirito missionario, rafforzando la comunione ecclesiale nel territorio proprio e in quelli della sempre più vasta diaspora.
Nel rivolgere il mio paterno saluto ai Vescovi membri del Sinodo, al clero, ai religiosi e alle religiose, ai seminaristi, ai candidati alla vita consacrata e a tutti i fedeli laici, affido Vostra Beatitudine alla materna intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, e alla protezione dei santi Addai e Mari.
L’elezione di Vostra Beatitudine è avvenuta nel giorno in cui la liturgia caldea fa memoria dell’incontro del Risorto con San Tommaso, dal quale trae origine la viva tradizione di codesta Chiesa; l’Apostolo che ha riconosciuto nelle piaghe luminose di Gesù la manifestazione misericordiosa del suo Signore e Dio accompagni il Suo ministero patriarcale nel segno della fede, che tanto coraggio e perseveranza domanda a molti fedeli delle comunità caldee che fronteggiano, da veri credenti, orgoglio della Chiesa, prove spesso alquanto impervie.
A Vostra Beatitudine imparto di cuore la Benedizione Apostolica, pegno di consolazione nel Signore.

Dal Vaticano, 24 aprile 2026

27 aprile 2026

Padre Janan Shamil Aziz nominato Cancelliere del Patriarcato caldeo

By Baghdadhope* - Patriarcato caldeo

Padre Janan Shamil Aziz
è il nuovo Cancelliere del Patriarcato caldeo.
Padre Aziz è nato nel 1973 a Kirkuk dove è stato ordinato sacerdote nel 2006. Laureatosi nel 2009 in Teologia presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma ha conseguito nel 2012 la laurea in Storia e Beni Culturali della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, ed ha terminato i suoi studi presso la stessa università con un master in Storia della Chiesa  conseguito nel 2014.
Per quanto riguarda il suo servizio ecclesiastico ha prestato la sua opera presso il santuario di Mar Elijah ad Ankawa, nell'arcidiocesi di Erbil, e dal 2009 al 2011 ha ricoperto l'incarico di assistente del direttore del seminario patriarcale di Shimon Al-Safa.
Per quanto riguarda la carriera accademica padre Aziz è docente di Storia della Chiesa presso il Babel College, l'istituzione caldea per l'insegnamento della Filosofia e della Teologia e presso l'Istituto di educazione cristiana di Erbil. E' anche responsabile dell'ufficio del Dipartimento Diocesano dell'Arcidiocesi di Erbil dal 2018 e vicedirettore della rivista "Tra i due fiumi" pubblicata dal Patriarcato Caldeo di Baghdad.


Padre David Dominic Stephen: secondo segretario del Patriarcato caldeo

By Baghdadhope* - Patriarcato caldeo

Padre David Dominic Stephen
è stato nominato secondo segretario del Patriarcato caldeo.
Padre Stephen è nato a Baghdad nel 1991 ma nel 1997 è emigrato con la sua famiglia negli Stati Uniti ed il 14 agosto 2015 è stato ordinato sacerdote nella cattedrale caldea di San Pietro a San Diego dall'allora vescovo della diocesi Monsignor Sarhad Y. Jammo.
Per quanto riguarda gli studi universitari Padre Stephen nel 2012 ha conseguito una laurea in Economia aziendale, nel 2014 un master in Teologia biblica presso l'università cattolica dedicata a San Giovanni Paolo II ad Escondido in California, nel 2023 una seconda laurea in Teologia e nel 2024 un master in Teologia morale presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino (Angelicum) di Roma. Attualmente è dottorando in Teologia morale presso la stessa università.
Nell'ambito del servizio ecclesiastico Padre Stephen ha prestato servizio dal 2015 al 2019 presso la chiesa di San Michele a San Diego e dal 2019 al 2021 in diverse parrocchie della California settentrionale e dell'Arizona. Dal 2025 è parroco della chiesa caldea di Sant'Oraha in Arizona e responsabile delle attività giovanili per il Vicariato settentrionale della diocesi di San Pietro Apostolo negli Stati Uniti.

19 aprile 2026

Perchè i patriarchi cattolici caldei indossano paramenti rossi?

By Baghdadhope* - Mar Addai Chaldean - NZ

Sulla pagina facebook della chiesa caldea di Mar Addai, in Nuova Zelanda, è stata pubblicata un'interessante spiegazione, corredata da immagini, del perché i paramenti dei patriarchi cattolici caldei siano di colore rosso.





VESTITO DI ROSSO

Ciò che dicono i paramenti del Patriarca.

Nella chiesa cattolica caldea i paramenti rossi del patriarca hanno un profondo significato storco e spirituale.












LE ORIGINI STORICHE

La tradizione iniziò dopo la persecuzione ed il martirio di Mar Simon Bar Sabbae.

Dopo la sua morte i patriarchi iniziarono a vestirsi di rosso per onorare la sua morte e le continue sofferenze della Chiesa.













SIGNIFICATO SPIRITUALE DEL COLORE ROSSO

Il colore rosso rappresenta il sangue e simboleggia:
-Il sangue di Cristo
-Il sangue dei martiri
-Il sacrificio e la totale dedizione 













ATTUALE SIGNIFICATO

I paramenti rossi rappresentano: 
-La persecuzione continua di cui è vittima la
-La fede in tempi di sofferenza
-La disponibilità al sacrificio per Cristo

Il patriarca indossa il colore rosso per segnalare il suo essere preparato ad essere perseguitato per la propria fede. 







Il post termina con una PREGHIERA PER IL PATRIARCA

Signore Gesù Cristo, hai chiamato il Tuo servo a guidare la Tua Chiesa.
Assicura al nostro Patriarca la forza in tempi di tribolazioni,
coraggio davanti alla persecuzione 
ed un cuore riempito dal nostro amore.

Possa egli guidare il Tuo popolo nella Verità e nella Santità
e rimanerTi fedele fino alla fine.
Amen  


16 aprile 2026

Padre Albert Hisham Naom: nomina a direttore dell'Ufficio Comunicazioni Sociali del patriarcato caldeo

By Baghdadhope* - Patriarcato caldeo


Il sito del Patriarcato caldeo ha annunciato la nomina di padre Albert Hisham Naom a direttore dell'Ufficio Comunicazioni Sociali del patriarcato.
La nomina, si legge, si inserisce nel quadro degli sforzi volti a rafforzare la presenza mediatica della Chiesa e a consolidarne la rilevanza ecclesiastica e culturale, avvalendosi della consolidata esperienza accademica e mediatica di Padre Naom
Nato a Mosul nel 1981, Padre Naom ha conseguito una laurea in Teologia presso il Babel College of Philosophy and Theology e ha completato gli studi post-laurea a Roma, dove ha ottenuto un Master in Comunicazione Ecclesiastica presso l'Università della Santa Croce. Attualmente sta ultimando il dottorato di ricerca nello stesso ambito.
Ordinato sacerdote il 29 giugno 2006 nella cattedrale caldea di San Giuseppe a Kharbanda, dal defunto Patriarca Emmanuel III Delly, ha prestato servizio nella stessa cattedrale come assistente del defunto padre Louis Al-Shabi. Dopo il ritorno da Roma, ha prestato servizio presso la chiesa di San Paolo a Zaafaraniya, poi presso la cattedrale di San Giuseppe e la chiesa di Nostra Signora del Rosario, e dal 2017 è parroco della chiesa dell'Annunciazione a Zayouna.
Nell'ambito della comunizcazione ed in quello accademico, Padre Naom è caporedattore delle riviste "Najm al-Mashriq" e "Bayn al-Nahrayn", pubblicate dal Patriarcato caldeo ed è docente di comunicazione presso diverse istituzioni accademiche tra le quali il Babel College of Philosophy and Theology di Erbil, l'Accademia delle Scienze Umane di Baghdad, l'Istituto di Educazione Cristiana e la Dominican Open University. È inoltre autore di libri e pubblicazioni su "La Chiesa e i media", oltre a traduzioni e articoli pubblicati su riviste ecclesiastiche e culturali.
Padre Naom ha inoltre contribuito all'attività educativa nazionale come facente parte del Comitato per la preparazione dei programmi di educazione cristiana del Ministero dell'Istruzione e la sua partecipazione alla stesura dei programmi di studio per la scuola.
Il comunicato riporta infine la fiducia espressa in Padre Naom dal patriarca Mar Paolo III e con la richiesta "a Dio di concedergli successo nello svolgimento della sua missione mediatica in modo da servire all'annuncio del Vangelo, rafforzare la presenza della Chiesa nella società e stare al passo con le sfide del tempo in spirito di saggezza e verità."

Padre Karam Shamasha: segretario personale del nuovo patriarca caldeo e direttore della segreteria patriarcale

By Baghdadhope* - Patriarcaro caldeo

Il sito del patriarcato caldeo ha riportato la nomina di Padre Karam Shamasha a segretario personale del patriarca Mar paolo III e direttore della segreteria patriarcale. 
La nomina, si legge, "è stata conferita in riconoscimento delle elevate qualifiche accademiche di Padre Karam e della sua vasta esperienza ecclesiastica e accademica."

Padre Shamasha ha conseguito un dottorato e un master in teologia morale presso la Pontificia Accademia Alfonsiana di Roma, un diploma in studi religiosi presso la Pontificia Università Gregoriana, un diploma in formazione sacerdotale presso la Congregazione per il Clero, una laurea in teologia presso la Pontificia Università Urbaniana, un diploma in filosofia e teologia presso il Pontificio Collegio di Babele e una laurea in traduzione presso l'Università di Mosul.
In ambito accademico e amministrativo, attualmente ricopre la carica di Vice Rettore per gli Affari Accademici e Istituzionali presso l'Università Cattolica di Erbil ed è docente di teologia morale in diverse università e istituzioni ecclesiastiche tra le quali la Walsh University negli Stati Uniti; la Pontificia Università Urbaniana di Roma; l'Istituto Diocesano di Formazione Teologica e Pastorale; l'Istituto di Educazione Cristiana di Dohuk ed Erbil e il Pontificio Collegio di Babilonia per la Filosofia e la Teologia.
Nel suo ministero pastorale Padre Shamasha è parroco della parrocchia di Mar Korkis a Tellsquf, nella diocesi caldea di Alqosh. In precedenza ha prestato servizio nelle parrocchie di Alqosh e Tellsquf. È inoltre attivo nel lavoro ecclesiale e caritatevole attraverso la sua collaborazione con diverse organizzazioni, tra cui Hope for Christians of Iraq e Aiuto alla Chiesa che Soffre.
Sua Beatitudine esprime la sua fiducia in questo ministero e affida a Padre Shamasha questa responsabilità, chiedendo a Dio di rafforzarlo con la Sua grazia affinché possa adempierla fedelmente e saggiamente, per il bene della Chiesa e al servizio del
popolo di Dio.

29 maggio 2026. A Baghdad la cerimonia dell'insediamento del nuovo patriarca caldeo: Mar Paulus III Nona

By Baghdadhope -Patriarcato caldeo

 Il sito del Patriarcato caldeo ha pubblicato l'annuncio della data dell'insediamento del nuovo patriarca, Monsignor Emil Shimoun Nona che assumerà il nome di Mar Paulus III Nona.
La cerimonia si terrà il prossimo 29 maggio, in concomitanza della festa del Venerdì Santo, nella cattedrale caldea di San Giuseppe a Baghdad e sarà guidata dalle parole di Marco (5:36) “Non abbiate paura. Abbiate solo fede.”



12 aprile 2026

Monsignor Emil Shimoun Nona è il nuovo patriarca della chiesa caldea. Assumerà il nome di Mar Paolo III

By Baghdadhope*


Monsignor  Emil Shimoun Nona è nato ad Alqosh, nella Piana di Ninive, nel nord dell'Iraq, il 1° novembre 1967.
Dopo gli studi secondari nel 1985 è entrato nel Seminario Patriarcale Caldeo ed è stato ordinato sacerdote l’11 gennaio 1991 a Baghdad. Dal 1993 al 1997 ha servito come vicario parrocchiale ad Alqosh e come parroco fino al 2000 quando si è iscritto alla Pontificia Università Lateranense. Nel 2005 ha conseguito la Laurea in Teologia ed è rientrato in patria svolgendo il ministero pastorale come parroco ad Alqosh. Proto-Sincello dell’Arcieparchia di Alqosh e professore di Antropologia al "Babel College," la facoltà teologica irachena gestita dalla chiesa caldea,  il 13 novembre 2009 Papa Benedetto XVI ha dato il suo assenso alla sua nomina ad Arcivescovo di Mosul per sostituire Monsignor Faraj Paulus Raho, rapito ed ucciso l'anno precedente. 
L'8 gennaio 2010 si è svolta la sua cerimonia di ordinazione per mano dell'allora patriarca Mar Emmanuel III Delly presso il Monastero di Dair al Sayida di Alqosh  diventando, all'epoca, il più giovane vescovo del mondo. 
Diventare arcivescovo di Mosul si rivelò subito difficile se poco più di un mese dopo la sua ordinazione Monsignor Nona si trovò a dover far sentire il suo grido d'allarme per la situazione della comunità cristiana a Mosul. Grido d'allarme che divenne grido disperato quando nel 2014 la città fu "presa" dalle truppe dell'ISIS che ne fecero la capitale irachena del loro "califfato," che segnarono le case dei cristiani con la lettera "NUN", che in arabo è la "N" iniziale di Nazareno e che obbligarono alla fuga le famiglie cristiane che, ancora, dopo tanti anni, sono tornate in pochissime.
Monsignor Nona fu così costretto ad abbandonare la città ed il 7 marzo 2015 fu insediato come Arcivescovo dell'Eparchia caldea di San Tommaso Apostolo per l'Australia e la Nuova Zelanda.    

10 aprile 2026

Sinodo della chiesa caldea: i vescovi partecipanti

By Baghdadhope*

Di seguito l'elenco in ordine alfabetico dei 17 vescovi riuniti a Roma per il sinodo della chiesa caldea che dovrà eleggere il nuovo patriarca dopo le dimissioni, accettate dal Vaticano lo scorso 10 marzo del Patriarca Cardinale Louis Raphael Sako, e che hanno partecipato all'udienza concessa loro da Papa Leone XVI.

1Al Naufali  Habib 
Attuale amministratore patriarcale

2. Anar Sabri
Vescovo di Diarbekir (Amida) dei Caldei

3. Audo  Antoine S.I 
 Vescovo di Aleppo 

4. Jarjis Robert Saeed
Vescovo del Canada

5. Kalabat Francis
Vescovo USA est

6. Kassarji Michael
Vescovo di Beirut

7. Khoshaba Gargees Imad
Arcivescovo di Tehran ed Amministratore Patriarcale di Urmia (Iran)

8. Maqdassi Mikha P.
Vescovo emerito

9. Mirkis, Yousif Thomas  
Arcivescovo di Kirkuk

10. Moussa Najib Mikhael O.P.
Arcivescovo di Mosul

11. Nona Emil S.
Arcivescovo di Australia e Nuova Zelanda

12. Shaba Azad Sabri
Vescovo di Dohuk

13. Shabi Felix (Saeed) Dawood
Vescovo di Zakho ed Amministratore patriarcale diocesi di Alqosh

14. Sirop Saad
Amministratore apostolico diocesi USA ovest

15. Soro Bawai
Vescovo dimissionario del Canada

16. Warda Bashar M.
Arcivescovo di Erbil

17. Yaldo Basel
Vescovo ausiliare di Baghdad e titolare di Bethzabda

Udienza ai membri del Sinodo della Chiesa di Baghdad dei Caldei


Questa mattina, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in Udienza i membri del Sinodo della Chiesa di Baghdad dei Caldei.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

Eccellenze, cari Fratelli Vescovi,
la pace sia con voi! È bello incontrarvi qui a Roma, convenuti per la celebrazione del vostro Sinodo, volto ad adempiere un atto fondamentale per la vita della Chiesa di Baghdad dei Caldei: l’elezione del nuovo Patriarca. Sono lieto di incontrarvi in questo tempo di prezioso discernimento ecclesiale. Attraverso di voi saluto di cuore i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e tutti i cari fedeli della Chiesa Caldea, tanto nel territorio proprio quanto nella numerosa diaspora sparsa nel mondo. So che molti sono uniti spiritualmente a questo momento, partecipandovi intensamente con la preghiera.
La vostra Chiesa affonda le sue radici nella primitiva Chiesa apostolica, rappresentando una tradizione antichissima e feconda che, intimamente legata ai luoghi sorgivi della salvezza, seppe portare il Vangelo oltre i confini dell’Impero romano, sviluppando una cristianità ricca di fede, di cultura e di spirito missionario, fino all’India e alla Cina. Siete custodi di una memoria viva e nobile, di una fede trasmessa nei secoli con coraggio e fedeltà. La vostra storia è gloriosa, ma segnata anche da prove durissime: guerre, persecuzioni, tribolazioni che hanno colpito le vostre comunità e disperso molti fedeli nel mondo. E proprio in queste ferite risplende la testimonianza luminosa della fede, perché se la vostra Chiesa porta impresse le cicatrici della storia, è proprio il Signore risorto a mostrarci come le ferite più dolorose possono diventare in Lui segni di speranza e di vita nuova. Con voi posso fare mie le parole di Sant’Efrem e dire a Cristo: «Gloria a te che della tua croce hai fatto un ponte sulla morte. […] Gloria a te che ti sei rivestito del corpo dell’uomo mortale e lo hai trasformato in sorgente di vita per tutti i mortali» (Discorso sul Signore, 9).
Cari Fratelli, nella speranza pasquale, che invita a non avere paura nell’affrontare senza perdersi d’animo sfide nuove e inattese, il vostro Sinodo rappresenta un tempo di grazia e di forte responsabilità. Siete chiamati a eleggere il Patriarca in una fase delicata e complessa, talora anche controversa. Vi invito a lasciarvi guidare dallo Spirito Santo, trovando in Lui la concordia e ricercando non ciò che appare più utile agli occhi del mondo, ma quel che è più conforme al cuore di Cristo.
Il nuovo Patriarca sia anzitutto un padre nella fede e un segno di comunione con tutti e tra tutti. Potrebbe sembrare che vivere secondo il Vangelo, cioè nella mitezza e nella ricerca paziente dell’unità, sia controcorrente e talvolta persino controproducente, ma in realtà si rivela come la via più sapiente, perché l’amore è l’unica forza che vince il male e sconfigge la morte. A prevalere e a non avere mai fine è quella carità di cui parla l’apostolo Paolo: paziente, perseverante, capace di scusare e sopportare tutto, senza mancare mai di rispetto ad alcuno (cfr 1 Cor 13,4-8).
Sua Beatitudine sia uomo delle Beatitudini: non chiamato a gesti straordinari e a suscitare clamore, ma a una santità quotidiana, fatta di onestà, misericordia e purezza di cuore. Sia Pastore capace di ascoltare e accompagnare, perché l’autorità nella Chiesa è sempre servizio e mai egemonia. E se il mondo o il contesto circostante inducessero a ciò, non lasciatevi ingannare, ma tornate sempre alla semplicità feconda e profetica del Vangelo. Il Patriarca sia guida autentica e vicina alla gente, non figura appariscente e distaccata. Sia uomo radicato nella preghiera, capace di portare il peso delle difficoltà con realismo e speranza, maestro di pastorale che individui cammini concreti per il bene del popolo di Dio insieme con i fratelli Vescovi, in quello spirito di concordia che deve caratterizzare una Chiesa patriarcale, la cui autorità è rappresentata dal Sinodo dei Vescovi presieduto dal Patriarca, promotore di unità nella carità, in piena coesione col Successore dell’Apostolo Pietro.
Alla luce degli eventi che, negli ultimi anni, hanno segnato la vostra Chiesa, avverto con particolare intensità la responsabilità del momento che state vivendo. E vorrei dirvi: sono con voi. Le prove che attraversate vi interpellino a offrire una risposta illuminata dalla fede e improntata alla comunione, anche nei riguardi dei cristiani appartenenti ad altre confessioni, veri fratelli e sorelle nella fede con cui è bene instaurare rapporti di autentica condivisione. Così sarete di grande esempio e incoraggiamento anche per il vostro caro e ammirevole popolo, che porto nel cuore e per il quale prego.
Nel riconoscere con gratitudine i molteplici contributi che i diversi Patriarchi hanno donato alla Chiesa Caldea – mi riferisco anche ai significativi apporti di Sua Beatitudine il Card. Louis Raphaël Sako e ai notevoli sforzi da lui profusi – sento che questo è il tempo del rinnovamento spirituale, di un rinnovamento fedele alle vostre preziose e peculiari tradizioni, che vanno custodite. Penso alla ricchezza del vostro patrimonio liturgico e spirituale, e a tale proposito desidero dare eco a quanto affermato dal Concilio: «Tutti sappiano che il conoscere, venerare, conservare e sostenere il ricchissimo patrimonio liturgico e spirituale degli orientali è di somma importanza per la fedele custodia dell’integra tradizione cristiana» (Unitatis redintegratio, 15).
Permettetemi ancora qualche richiamo fraterno e paterno allo stesso tempo. Vi raccomando di essere attenti e trasparenti nell’amministrazione dei beni, sobri, misurati e responsabili nell’uso dei mass-media, prudenti nelle dichiarazioni pubbliche, affinché ogni parola e comportamento contribuisca a edificare — e non a ferire — la comunione ecclesiale e la testimonianza della Chiesa. Abbiate a cuore la formazione dei presbiteri, vostri primi collaboratori nel ministero: sosteneteli con la vicinanza, edificando con loro e per loro una fraternità concreta e tangibile. E aiutate, anzitutto con l’esempio, le persone consacrate a custodire i doni ineffabili dell’obbedienza e della castità. Accompagnate i fedeli laici, provvedendoli di cure pastorali, perché si sentano incoraggiati, nonostante tutte le prove, a restare saldi nella fede ricevuta dai Padri e a rimanere nei loro territori. Questo è importante per tutta la Chiesa, perché le regioni in cui è sorta la luce della fede – orientale lumen – non possono fare a meno dei credenti in Gesù, dei cristiani, che stanno al Medio Oriente come le stelle al cielo. Si diradino le nubi che oscurano questa luce: i cristiani in tutto il Medio Oriente siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe!
Fratelli, siete segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della gente, ritenuta al massimo come effetto collaterale dei propri interessi. Ma nessun interesse può valere la vita dei più deboli, dei bambini, delle famiglie; nessuna causa può giustificare il sangue innocente versato. Voi, chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto; a gridare al mondo che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe; a ricordare che non saranno le azioni militari a creare spazi di libertà o tempi di pace, ma solo la paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli.
La vostra missione è grande: annunciare Cristo risorto anche in contesti di morte, essere presenza viva di fede e di carità, mantenere accesa la speranza laddove sembra spegnersi. Non scoraggiatevi: il Signore cammina con voi. Io vi ringrazio per quello che fate e vi accompagno, specialmente attraverso il Dicastero per le Chiese Orientali. Affido questo Sinodo e l’elezione del nuovo Patriarca all’intercessione della Beata Vergine Maria, di San Tommaso apostolo e dei suoi discepoli Addai e Mari, autori di una splendida Anafora che ancora resta il vostro vanto. Lo Spirito Santo vi illumini e vi orienti nelle vostre decisioni. Su di voi e su tutti i fedeli della Chiesa Caldea invoco di cuore la benedizione del Signore.

9 aprile 2026

Messaggio di commiato del Cardinale Louis Raphael Sako, Patriarca della chiesa caldea dal 2013 al 2026

Cardinale Louis Raphael Sako



Mentre mi preparo a lasciare la Sede Patriarcale di Baghdad per trasferirmi in seminario ad Ankawa/Erbil, desidero rivolgere loro questo messaggio di commiato. Innanzitutto, ringrazio Dio per tutte le benedizioni che mi ha elargito e tutti coloro che mi sono stati fedeli durante il mio ministero. Esprimo inoltre la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno contattato dopo le mie dimissioni: patriarchi, cardinali, vescovi, sacerdoti orientali e stranieri e persone di ogni fede. Le loro parole mi hanno profondamente commosso. Prometto loro che non li dimenticherò nelle mie preghiere.
Sono lieto di unirmi alla Chiesa caldea nella preghiera per i nostri vescovi riuniti a Roma, affinché il Signore li illumini e li aiuti a scegliere tra loro il più adatto a essere il loro padre, colui che incarna la loro unità e ne assicura la vitalità; colui che ama e serve il popolo, gioisce di esso ed esso gioisce di lui. A questo proposito, affermo di non aver contattato alcun vescovo per chiedergli di votare per un candidato in particolare. La mia assenza dal conclave è espressione del mio rispetto per la coscienza dei vescovi nella loro scelta. Chiunque diffonda tali menzogne ​​e altre simili non ha una coscienza.
Durante tutto il mio servizio alla Chiesa Caldea, tra pesanti fardelli e sfide formidabili, mi sono sforzato di rimanere fedele a una fede illuminata, senza limitarmi ad aggrapparmi a un'eredità chiusa. Ho avuto l'opportunità di sottolineare l'importanza della Chiesa caldea e delle Chiese orientali, sia al suo interno che al di fuori dei suoi confini.  
Negli ultimi 13 anni la Chiesa caldea ha attraversato una trasformazione qualitativa, fondata su autenticità, unità e rinnovamento, come si riflette nel mio motto patriarcale.
L'autenticità scaturisce dalle radici, dallo splendore dell'eredità apostolica e dalla bellezza della tradizione, ma nasce anche dal senso della necessità di rinnovamento e adattamento. La tradizione non è imbalsamazione; è uno spirito che continua a risuonare nel tempo in modo diverso. Purtroppo, questo è un concetto che alcuni non sono riusciti a comprendere!
Fin dalla mia giovinezza e con i miei studi, ho seguito con dedizione lo spirito del Concilio Vaticano II e dei suoi grandi teologi: Congar, Chenaux, Balthasar e Rahner. Per quanto riguarda le mie partecipazioni e solo per citarne solo alcune: la mia presenza dal 2010 ai Sinodi generali dei Vescovi Cattolici e la mia guida della famiglia cattolica nel Consiglio delle Chiese del Medio Oriente per un periodo di cinque anni, un'esperienza che mi ha insegnato molto attraverso l'ascolto, il confronto e le amicizie.
Nei miei scritti, da sacerdote, vescovo e patriarca, ho esplorato, insieme ad altri, le modalità attraverso le quali la Chiesa potesse condurre la propria liturgia e il proprio catechismo in un linguaggio contemporaneo e accessibile, e servire i poveri in modo più efficace. Queste caratteristiche sono fondamentali e presenza costante nella vita della Chiesa affinché essa non perda il suo zelo e la sua vitalità.
Non sono mai stato settario. 
Ho cercato di unificare le posizioni e le dichiarazioni delle Chiese e ho richiesto il cambio di denominazione da "Capi delle Denominazioni" a "Capi delle Chiese" e la modifica dei regolamenti interni.
Non ho però ricevuto risposta perché alcune Chiese erano fedeli a una fazione armata nota per aver confiscato le risorse cristiane. Ho rafforzato il dialogo cristiano-musulmano e siamo riusciti a smantellare i discorsi d'odio. Il Patriarcato è diventato un'autorità religiosa, nazionale e sociale e spero che continui ad esserlo.
Durante tutto il periodo trascorso in Iraq mi sono impegnato a proteggere la comunità cristiana profondamente radicata nel territorio. Ho sostenuto i cristiani nel rimanere in patria nonostante tutte le ingiustizie e l'instabilità politica. Ho promosso uno stato civile basato sulla piena cittadinanza e sull'uguaglianza, non sulla religione, sul settarismo o sulla condivisione del potere tramite quote. Come disse il filosofo Lev Tolstoj: "La patria non è un pezzo di terra o un gruppo di persone, ma l'ambiente in cui viene preservata la dignità umana".
Ho chinato il capo solo davanti a Dio e mi sono rifiutato di cedere al ricatto, alla corruzione o al compromesso, per rimanere libero e fedele alla mia coscienza e alla mia missione.
Ho piena fiducia nella Divina Provvidenza, secondo la quale “chiunque crede in lui non sarà deluso” (Romani 10,11). Attualmente vivo in pace e tranquillità. Le dimissioni non sono la fine del mondo! Piuttosto, sono un nuovo inizio, una vita più serena e un modo più profondo e discreto di servire con umiltà e discrezione.
Con amore e sincerità offro, inoltre, il mio più caloroso saluto ai miei confratelli vescovi, ai sacerdoti e a tutti i fedeli.
Ai vescovi: lavorate come un'unica squadra rispettando i doni elargiti alla Chiesa attraverso un servizio amorevole e umile, e rimanete saldi nell'impegno verso chi è nel bisogno. Mantenete viva la fiamma della speranza prima di tutto nei vostri cuori e poi in quelli dei vostri sacerdoti e dei fedeli. Sant'Efrem dice: "Come è il vescovo, così è il suo gregge" (Inni di Nisibi 2,19). E continua: "Egli è l'educatore della fede e della morale, e il soccorritore dei vulnerabili". Potete avere opinioni diverse, il che è naturale, ma questo non deve portare alla discordia; piuttosto, deve prevalere l'amore. 
Ai sacerdoti: prendete esempio da Gesù. Siate caratterizzati da semplicità e zelo e incarnate l'Eucaristia affinché la fiducia degli altri in voi si rafforzi. Siate testimoni di Cristo e segno della Sua presenza nella vostra vita quotidiana. E alla luce delle parole del Redentore: "non potete servire a Dio e a mammona."(Matteo 6,24).
A tutti i credenti: rimanete saldi nella vostra fede e nei vostri valori cristiani e non lasciatevi ingannare da tattiche subdole. Rimanete fedeli alla vostra Chiesa, alla vostra identità caldea, alla vostra lingua e alla vostra comunità, e portate con orgoglio la fiaccola della vostra eredità.
Dedico infine il mio servizio alla preghiera per la Chiesa, i suoi martiri e i suoi santi, e per l'Iraq, patria per tutti, compresi i cristiani, le cui radici affondano in questo Paese.
Una nota riguardo al passaggio di consegne: personalmente non ho nulla da consegnare al Patriarca entrante. Ciò che possiedo è il resto del mio stipendio, che è simile a quello di qualsiasi vescovo caldeo in Iraq, circa 1.100 dollari USA, insieme ai miei paramenti e alle vesti sacerdotali, e un'importante biblioteca contenente fonti fondamentali sulla storia e il patrimonio della nostra Chiesa. Lascerò questi beni al seminario in un secondo momento.
Il dipartimento finanziario è separato dal patriarcato. È il dipartimento finanziario a detenere i fondi, non il patriarcato, che non possiede denaro se non per quanto il dipartimento finanziario invia mensilmente per la cucina e il carburante per le auto. Tutte le transazioni sono documentate con ricevute dal contabile sotto la supervisione del vescovo Basilios Yaldo. E oggi, il dipartimento finanziario detiene una somma di denaro ingente, mai vista prima dal patriarcato.
L'ufficio finanziario possiede un elenco delle proprietà del Patriarcato, tra cui tre scuole primarie e diversi asili nido.
Il Patriarcato ha un conto presso la Banca Vaticana in euro e dollari, e credo che l'importo sia modesto; non l'ho mai utilizzato per le mie esigenze personali. Pago le spese alberghiere, soprattutto a Roma, per me e per chi mi accompagna. A volte pago anche i biglietti aerei. Ho consegnato la carta di credito al Vicario Patriarcale, Monsignor Basilios Yaldo.
L'oro – tra cui oggetti di valore come croci e anelli – è tutto registrato e la chiave è stata consegnata al Vicario Patriarcale, Vescovo Basilios Yaldo. Non ne ho mai utilizzato nulla. Possiedo solo un anello d'oro, un dono del signor Antoine Hakim, un membro di spicco della comunità in Libano.
Sono a disposizione per rispondere a qualsiasi domanda del nuovo Patriarca.

4 aprile 2026

Iraq, tra Mossul e Erbil una Pasqua vissuta sulla croce

Giada Aquilino

È un’immagine di fortissima tensione e insieme di «fragilità» quella che arriva dall’Iraq, nel contesto generale della guerra in Medio Oriente. Dall’inizio dei raid israelo-americani contro l’Iran, il 28 febbraio scorso, i missili solcano anche i cieli iracheni. «Nella Piana di Ninive, a Bartella come a Qaraqosh, ci troviamo sulla via fra Mossul e Erbil: è di fatto una zona in posizione strategica, in cui si assiste al lancio di missili e droni da parte di gruppi armati e milizie verso Erbil e al contempo a bombardamenti aerei contro questi gruppi che si trovano nell’area di Mossul», spiega padre Behnam Benoka, vicario generale dell’arcidiocesi di Mossul dei siri.

La tensione sul terreno
Mentre la vicina Siria denuncia attacchi con droni provenienti dall’Iraq contro basi dell’esercito di Damasco e degli Stati Uniti, un attacco ha interessato il centro diplomatico e logistico statunitense all’interno dell’aeroporto internazionale di Baghdad. Colpito pure un deposito di lubrificanti nella provincia di Erbil, nella regione del Kurdistan, presa di mira dal lancio di razzi e droni da parte dei gruppi armati filo-iraniani, in una zona dove di contro si concentrano migliaia di combattenti che – secondo gli analisti – sarebbero pronti a colpire la Repubblica islamica. Sono poi ore di apprensione per la giornalista americana Shelly Kittleson, rapita a Baghdad dal gruppo Khatib Hezbollah, milizia paramilitare sciita che figura tra i cosiddetti proxies di Teheran nella regione.
In questo quadro, si inseriscono inoltre le minacce dei «fondamentalisti islamici, che sui social e non solo lanciano da tempo messaggi contro i cristiani della Piana di Ninive», riferisce il sacerdote siro-cattolico da Bartella, a pochi chilometri da Mossul, proprio quando la comunità locale si prepara a celebrare la Pasqua. «Abbiamo dovuto cancellare le processioni, come quelle sempre molto partecipate della Domenica delle Palme per le strade di Bartella e Qaraqosh, e le grandi celebrazioni fuori dalle chiese: abbiamo limitato i riti solo all’interno dei luoghi di culto, aumentando la sicurezza tutt’intorno, per la condizione di guerra» che si sperimenta nel Paese, spiega padre Benoka parlando di «una Pasqua che va vissuta proprio sulla croce, dentro la chiesa e con Cristo», in una terra traumatizzata da quattro decenni di conflitti e violenze jihadiste, oltre che percorsa da profonde tensioni settarie.
A Mossul, un tempo città multietnica, ora «vivono meno di cento famiglie cristiane», spiega il sacerdote. A incidere anni di sofferenze e vulnerabilità, a quasi 12 anni da quel tragico agosto del 2014, quando oltre 100.000 cristiani furono costretti a fuggire dalle loro terre nella Piana di Ninive, sulle rive del fiume Tigri, per la furia dei miliziani del sedicente Stato islamico (Is), che devastò oltre 13 mila abitazioni. «Ora ci sono le minacce dei fondamentalisti sciiti, allora c’erano quelle dei fondamentalisti sunniti che attaccavano i cristiani innocenti, persone che qui sono sempre state ponti di pace».

La Piana di Ninive
Da allora l’esodo è stato continuo anche se, osserva padre Benoka, «nella piana di Ninive una buona parte dei cristiani al tempo sfollati è tornata. E ringraziamo Dio che in questi ultimi anni, dal 2017 fino a poco tempo fa, hanno potuto anche ricostruire piano piano la loro vita grazie all’aiuto di tante organizzazioni cattoliche e internazionali». Ma in questi giorni anche i cristiani, come tutti gli iracheni, «hanno davvero paura che le ondate di questa guerra possano attraversare» più intensamente il Paese. «Speriamo che non succeda, non vogliamo che accada, perché non siamo ancora guariti da quell’attacco dell‘Is. Sono ancora tante le persone che a tutt’oggi soffrono di traumi a causa di quegli eventi del 2014 e non saprei dire con esattezza se avranno poi voglia di continuare a vivere qui», se la situazione dovesse peggiorare. «Questa è la nostra terra, siamo nati qui, l’abbiamo plasmata con la storia anno dopo anno, secolo dopo secolo. Adesso non è facile pensare di lasciare tutto, ma la gente è stanca di soffrire. Ci sono giovani e persone dell’età di 40-45 anni che dicono: “Non abbiamo mai vissuto un giorno di pace dentro l’Iraq”».
Eppure la fede rimane salda e non ha confini. «Abbiamo saputo che c’è stato un attacco ai cristiani in Nigeria – il riferimento è alla strage compiuta il giorno della Domenica delle Palme in tre località servite dall’arcidiocesi di Jos dove, in altrettanti attacchi armati, sono state uccise almeno 27 persone, ndr – e il pensiero va ai nostri fratelli lì, siamo uniti a loro per la sofferenza che ci accomuna», dice padre Benoka. In fondo proprio «l'amore fraterno», assicura, è la speranza per questa Pasqua pure di fronte a chi «vuole rompere ogni legame di fraternità fra gli iracheni». «Da noi si dice che dopo ogni Venerdì Santo c’è una Domenica di Risurrezione, perché la gente continua comunque ad avere la speranza di vedere un futuro, che magari presto questa guerra finisca e cominci una nuova vita».