"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

3 febbraio 2026

Card. Sako: a Baghdad (e Teheran) instabilità interna e venti di guerra ‘fanno paura

Dario Salvi
29 gennaio 2026

“Tristezza, grande preoccupazione e un clima di paura” che spinge molte personalità istituzionali e religiose a tacere, rimanere relegate ai margini mentre il Paese rischia di sprofondare nuovamente in una spirale di tensione e di violenze. Anche, e soprattutto, per i nuovi venti di guerra “che spirano in Medio oriente”, oltre a una “instabilità interna” che già in passato si è rivelata uno dei fattori decisivi nel far sprofondare l’Iraq nel caos.
Sono alcune riflessioni affidate ad AsiaNews dal patriarca di Baghdad dei caldei, il card. Louis Raphael Sako, commentando le vicende di queste settimane nel Paese arabo e, più in generale, nella regione teatro di una nuova escalation fra Iran e
Stati Uniti (e Israele).
“In questi giorni - confida il porporato raggiunto al telefono a conclusione di una tre giorni di ritiro e preghiera - diversi politici mi hanno chiesto di intervenire, far sentire la voce di una autorità religiosa” in un contesto diffuso di omertà, di timori e di silenzi che risuonano più forti delle parole.
Paure e ansie generate dall’instabilità interna, con l’attesa dell’elezione - più volte rimandata - del nuovo presidente della Repubblica, il quale dovrà poi affidare il mandato al primo ministro designato di formare il nuovo governo. La componente di maggioranza del Parlamento uscito dalle elezioni generali del novembre scorso sembra essere orientata sulla figura di Nouri al-Maliki, già premier fra il 2006 e il 2014 poi dimessosi in una fase di profonde criticità per il Paese. Una scelta che ha già registrato la bocciatura del presidente Usa Donald Trump il quale lo ritiene responsabile della grave crisi economica e sociale [compresa l’ascesa dello Stato islamico] vissuta dal Paese nel passato, oltre che essere una figura troppo vicina all’Iran.
A conferma di un quadro di tensioni e incertezze, in queste ore vi è anche una falsa lettera che sta circolando sui media e a (presunta) firma del ministro saudita degli Esteri che chiederebbe “un passo indietro” ad al-Maliki per il bene dell’Iraq e della regione. Riyadh non ha sinora commentato le vicende irachene e aspetta notizie ufficiali sulla nuova leadership, ma l’ampio risalto di questo testo fasullo conferma una volta di più il clima di confusione, oltre al tentativo di destabilizzare ancor più la regione.
Di contro, dietro il silenzio dei leader religiosi iracheni, soprattutto sul versante sciita, vi è il timore di ripercussioni - o di ritorsioni - dal fronte iraniano, conseguenza di un legame a doppio filo fra Baghdad e Teheran che va oltre la fede, abbracciando la politica e interessi strategici.
“Non solo in Iraq, ma in tutta l’area, dalla Siria al Libano - afferma il card. Sako - la gente è molto preoccupata. Lo stesso vale per i cristiani, che hanno già pagato un prezzo altissimo in termini di esodo, e che non possono certo vivere senza sicurezza e stabilità. Hanno paura per i loro figli e per il loro futuro. Non ultimo, vi è anche - osserva - un problema collegato ad una economia dipendente al 90% dai proventi del petrolio, che si somma agli altri fattori di criticità” fra i quali vi è anche il ritorno del pericolo rappresentato dall’Isis e da altri gruppi jihadisti. Lo stesso patriarca caldeo si unisce al coro di critiche e perplessità per la decisione presa dagli Stati Uniti di inviare detenuti dello Stato islamico dalla Siria - per ora poco più di un centinaio, ma sono migliaia in totale - al vicino Iraq.
Ad alimentare il quadro di indecisione anche i tempi dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica iracheno, un ruolo in larga parte cerimoniale ma essenziale per sbloccare altre nomine chiave per la vita istituzionale del Paese, a partire dal governo. “Non si sa nulla - ammette il card. Sako - sui tempi, si parla del fine settimana ma non è sicuro”. Fragilità e timori che si riflettono, prosegue il porporato, anche nella “debolezza delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, che non sono più in grado di garantire un ordine globale. L’unico super-potere sembra essere oggi quello degli Stati Uniti, che fanno quello che vogliono” soprattutto col ritorno alla Casa Bianca di Trump. Al contempo preoccupano l’isolamento e il silenzio nella Repubblica islamica. “Non ho avuto la possibilità di parlare con il vescovo e i fedeli in Iran - afferma il card. Sako, parlando della comunità cattolica caldea oltre-confine - perché è tutto chiuso. Internet non funziona e non è possibile comunicare”.
A fronte di cambiamenti e trasformazioni globali, osserva il patriarca caldeo, la società orientale manca di una “profonda consapevolezza degli sviluppi geopolitici in corso, di un’analisi accurata di ciò che sta accadendo e di un atteggiamento razionale e responsabile”. “Sono veramente molto preoccupato” ammette, perché “non si sa come andranno le cose. Oggi siamo qui, domani impossibile prevederlo: ci sono minacce degli Stati Uniti di un attacco all’Iran, che avrebbe un notevole impatto sull’Iraq, ma anche in Libano, in Siria, in tutta la regione”. Ecco perché, avendo da poco concluso un ritiro di tre giorni, il porporato invita ad affidarsi alla preghiera “che è servita per confortare, dare un po’ di speranza” al martoriato Iraq “che sembra non avere mai pace”. “La preghiera - conclude - ci illumina e ci indica come agire e vedere ciò che gli altri non vedono”.

Iraq: card. Sako (patriarca caldeo), “scenari Medio Oriente inquietanti e impressionanti”

29 gennaio 2026

Si sono chiusi ieri i tre giorni di digiuno (26, 27 e 28 gennaio), indetti dal Patriarcato caldeo di Baghdad, per pregare per la pace e per l’Iraq.
I cristiani iracheni danno, anche così, il loro contributo alla crescita del loro paese, come spiega il patriarca caldeo, card. Louis Raphael Sako, in un messaggio diffuso ieri sera e pervenuto al Sir, in cui esprime la sua preoccupazione in merito alle riforme dell’Iraq anche alla luce delle complessità interne, degli intrecci regionali e internazionali e degli “interventi esterni” in corso nel Paese. 
Il messaggio invita la politica irachena ad affrontare “le questioni calde con saggezza, volontà e diplomazia intelligente, e non con emotività”. 
Davanti al sistema unipolare attuale, guidato dagli Usa, spiega Mar Sako, “in cui il presidente Trump prende decisioni e si muove per riorganizzare il nuovo Medio Oriente, e forse il nuovo mondo, attraverso la diplomazia o la forza militare, non possiamo non rammaricarci del fatto che la nostra società orientale manchi di una profonda consapevolezza degli attuali sviluppi geopolitici, di un’analisi attenta di ciò che sta accadendo e di un atteggiamento razionale e responsabile”.
Per il patriarca caldeo, “gli scenari sono inquietanti e impressionanti. Le parole del presidente degli Stati Uniti dovrebbero essere prese sul serio e il dialogo con lui dovrebbe iniziare con razionalità da parte della maggior parte dei paesi, compresa l’Unione Europea”.
Parlando della situazione interna dell’Iraq, il cad. Sako denuncia: “Stiamo vedendo una feroce battaglia per il potere per il denaro e non per il paese e il cittadino è esausto. L’Iraq deve inaugurare una nuova fase di trasformazione, con un governo forte, competente e noto per il suo patriottismo e integrità, per affrontare le sfide e fornire servizi, e per lavorare per una stabilità duratura. L’Iraq possiede capacità amministrative, culturali e nazionali che non sono inferiori ad altre”.
Il cardinale esprime preoccupazione per l’instabilità regionale dovuta anche all’Iran che sostiene gruppi e fazioni all’interno dell’Iraq e che potrebbe, a causa della “proliferazione di armi”, “scatenare un caos nella sicurezza e provocare guerre interne se questi gruppi perdessero la loro fonte di finanziamento e la loro guida esterna”.
Timori anche per la fragile economia irachena che dipende, ricorda il patriarca, “per oltre il 90% dai ricavi petroliferi, e che potrebbe affrontare ulteriori shock, man mano che la valuta irachena si svaluta e i prezzi aumentano”. “L’unità del Paese – avverte Mar Sako – potrebbe essere ulteriormente minacciata dalla debolezza delle istituzioni governative e dalla diffusione della corruzione. Le infrastrutture fatiscenti e il debito estero limiteranno la capacità del governo di rispondere rapidamente. Il ritorno di organizzazioni estremiste e l’escalation delle divisioni settarie potrebbero fare il resto”. “È urgente – conclude Mar Sako – che i saggi e le autorità religiose, in particolare quella sciita di Najaf, che è stata una valvola di sicurezza in molte crisi, guidino chi detiene il potere per evitare ulteriori sofferenze all’Iraq”.

27 gennaio 2026

Dal presidente al premier, in gioco il futuro dell’Iraq ostaggio di Usa e Iran

Dario Salvi

La scelta del nuovo presidente, che si lega a doppio filo alla nomina del primo ministro col possibile ritorno alla guida del Paese del politico di lungo corso Nuri al-Maliki. E ancora, le minacce del più importante gruppo militante sciita filo-iraniano, che parla di “guerra totale” dopo l’invio di Washington nella regione mediorientale della portaerei USS Abraham Lincoln, segnale di un possibile (nuovo) attacco a Teheran. Una situazione di grande tensione e incertezza, a fronte della quale la Chiesa caldea e il suo patriarca, il card. Louis Raphael Sako, richiamano alla preghiera e al digiuno per scongiurare il pericolo di una nuova deriva violenta, foriera di ulteriori conflitti e devastazioni per la popolazione.
Un timore tutt’altro che secondario, anche per quanto sta accadendo negli altri Paesi a partire dalla Siria, dove le autorità di Damasco hanno ingaggiato duri scontri con il fronte curdo che potrebbe avere ripercussioni anche in Iraq. A ciò si aggiunge la scelta, quantomeno controversa, degli Stati Uniti di trasferire circa 150 prigionieri dello Stato islamico (SI, ex Isis) da Hassaké, in Siria, in una “struttura sicura” oltre-frontiera in Iraq, nel novero di un’operazione che potrebbe coinvolgere fino a 7mila combattenti del “califfato”. Mossa che rischia di riaprire vecchie ferite in una nazione che, sinora, non è riuscita ad archiviare drammi e devastazioni del dominio jihadista nel nord, a Mosul e nella piana di Ninive fra il 2014 e il 2017. E che, anche negli anni successivi, ha registrato focolai di tensione legati al fondamentalismo islamico mai del tutto sopiti.

La “guerra totale” di Kataib Hezbollah
Il primo livello di attenzione - e preoccupazione - riguarda lo scenario regionale, soprattutto le implicazioni delle proteste in Iran e il rischio di un intervento statunitense (e israeliano) contro i vertici della Repubblica islamica, con le inevitabili ripercussioni per Baghdad. L’Iraq è da anni al centro di una lotta di potere fra Washington e Teheran, che attraverso forza militare, politica - soprattutto col ritorno di al-Maliki, considerato vicino agli Usa pur rivendicando “amicizia, ma anche autonomia - e milizie “proxy” influenzano la vita del Paese arabo. In questa partita di alleanze e sfere di influenza si registra l’intervento del gruppo militante iracheno Kataib Hezbollah, il quale ha detto di prepararsi ad una “guerra totale” in concomitanza con l’arrivo della portaerei statunitense, che ha messo le forze americane a “portata d’assalto” dell’Iran.
La nuova dichiarazione di Kataib Hezbollah è firmata da al-Hamidawi, che è stato rieletto come leader nel 2022 ed è conosciuto col nome di battaglia di Ahmad Mohsen Faraj al-Hamidawi. Il segretario generale dei combattenti filo-iraniani ha poi avvertito che qualsiasi conflitto con Teheran “non sarà facile”, minacciando gli avversari perché, in caso di scontro, avrebbero “affrontato gravi conseguenze”. Egli si è poi rivolto ai propri miliziani, esortandoli a essere sempre “pronti sul campo”. “Rivolgiamo il nostro invito - ha proseguito - ai nostri fratelli mujahideen ... per prepararsi a una guerra totale a sostegno della Repubblica islamica dell’Iran” ha aggiunto. Parole di guerra che provengono da una delle fazioni più vicine alla Repubblica islamica e ai Pasdaran, in tutto simile ai “fratelli” Hezbollah libanesi che, come loro, possono disporre di una nutrita riserva di armi.
La dichiarazione lanciata ieri è solo l’ultimo esempio di come le milizie sostenute da Teheran in Iraq continuino a minacciare Israele, gli Stati Uniti e la regione. Negli ultimi giorni, questi gruppi si sono schierati al confine siriano, sostenendo di aiutare il governo centrale di Baghdad a proteggere la frontiera da possibili intrusioni. Gli Stati Uniti hanno ucciso il leader di Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis, nel 2020. Muhandis stava viaggiando nello stesso veicolo a bordo del quale vi era il comandante delle Force Quds iraniane Qasem Soleimani, colpito a morte da un drone. Intanto le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno detto di essere in allerta e pronte per “qualsiasi tipo di scenario”, in un crescendo di tensioni.

Nuovo presidente e ritorno di al-Maliki
Intanto la scena politica e istituzionale è dominata da due passaggi cruciali per il futuro della nazione: la scelta del nuovo presidente, che dovrebbe archiviare il mandato di Abdul Latif Rashid, protagonista, fra gli altri, del durissimo scontro col primate caldeo innescato dalla controversa decisione di ritirare il decreto presidenziale, unita alla nomina del nuovo primo ministro. Almeno la prima, secondo la Costituzione, sarebbe dovuta giungere entro il 29 gennaio ma, proprio questa mattina, il Consiglio dei Rappresentanti dell’Iraq (l’Assemblea mono-camerale che guida il Paese) ha approvato il rinvio della sessione dedicata all’elezione del nuovo presidente. Una decisione, spiega il presidente del Parlamento Haibat al-Halbousi, che segue la richiesta del Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e dall’Unione patriottica del Kurdistan (Puk), le due principali fazioni curde, di un rinvio. Il voto slitta “a data da destinarsi” anche se, con tutta probabilità, la prossima riunione sarà prevista per il primo di febbraio quando le due principali fazioni in gioco nella scelta del presidente (che per Costituzione è di etnia curda) avranno raggiunto un’intesa.
Il vice-presidente Farhad Atroushi ha confermato la sospensione della sessione parlamentare di questa mattina, citando il mancato rispetto del quorum legale richiesto per il voto. Un ritardo di qualche giorno, come richiesto prima della riunione di oggi da Kdp e Puk, per concedere ulteriore margine di tempo e di manovra, in un quadro di interessi e alleanze assai precario. Tuttavia, la scelta di posticipare il voto ha sollevato più di un malumore e perplessità fra quanti temono ritardi a cascata sui tempi della nomina del prossimo primo ministro e del governo, che rischiano di minare la stabilità politica e la continuità istituzionale in Iraq. Archiviato il mandato - non senza ombre e scontri - di Rashid, ora i due nomi in lizza per la successione dovrebbero essere quelli del candidato Kdp Fuad Hussein e del rivale Puk Nizar Amedi.
Alla nomina del presidente seguirà poi l’indicazione - fra i suoi primi incarichi formali - della personalità cui affidare l’incarico di formare il nuovo governo. E secondo diversi analisti il compito sarà affidato al politico di lungo corso ed ex primo ministro Nouri al-Maliki come indicato dall’alleanza sciita Coordination Framework (blocco di maggioranza all’Assemblea), scelta che non mancherà di sollevare contrasti e divisioni. Difatti, in gioco non vi è solo la formazione del prossimo esecutivo ma, più in generale, il posizionamento dell’Iraq in mezzo a una crescente rivalità fra Stati Uniti e Iran, fragili relazioni sunnite-sciite e una leadership curda che favorisce la prevedibilità rispetto alla sperimentazione.
In una nota il Quadro di coordinamento afferma che al-Maliki - già premier dalla fine del 2005 al 2014 - è stato scelto “in base alla sua esperienza politica e amministrativa e al suo ruolo nella gestione dello Stato”. Egli si era dimesso in seguito all’ascesa dell’Isis, pur rimanendo sempre un attore politico influente nel panorama settario e confessionale del Paese arabo. Esperti e studiosi sottolineano che, mentre Washington e Teheran spingono in direzioni opposte - e le fazioni irachene alternano principi e pragmatismo - la questione non è se al-Maliki possa tornare, ma se l’Iraq può assorbire quel ritorno senza riaprire le ferite del passato.

Chiesa caldea digiuna per la pace
In questo quadro di tensioni e incertezze per il futuro, la Chiesa caldea ha lanciato un appello ai fedeli invitandoli ad una tre giorni di digiuno e preghiera in programma dal 26 al 28 gennaio “per la pace nella regione”. In questi giorni lo stesso primate caldeo, il card. Louis Raphael Sako, ha pubblicato sul sito del patriarcato un appello in cui sottolinea la “grande preoccupazione” per le “allarmanti notizie” che provengono da diverse aree del Medio oriente.
Nella regione, afferma il porporato nella nota inviata per conoscenza ad AsiaNews, si assiste a una “escalation di conflitti, militarizzazione, polarizzazione e declino della stabilità”. Da qui la richiesta ai vertici del Paese e alla popolazione, cristiani e musulmani, di adottare “misure concrete” per promuovere “la pace e l’armonia” risparmiando alle nazioni dell’area “ulteriori calamità”.
In primis, il porporato esorta le Nazioni Unite ad “assumersi la responsabilità di affrontare i conflitti e raggiungere la pace attraverso il dialogo, al fine di preservare la sovranità dei paesi e i diritti dei loro cittadini”. Inoltre, i governi locali devono “analizzare attentamente la situazione e assumersi la responsabilità diretta di proteggere la nazione e garantire libertà, dignità e un tenore di vita dignitoso a tutti i cittadini”. Infine, per quanto riguarda l’Iraq nello specifico “è giunto il momento di attuare riforme passando dagli slogan ai fatti, affidando allo Stato il monopolio delle armi e contrastando con decisione la corruzione. Il criterio per costruire uno Stato - avverte - è il principio di cittadinanza, competenza e adesione a politiche etiche”. Sul piano della fede, il card. Sako ricorda come “la religione è una questione personale, mentre gli affari pubblici dovrebbero basarsi su competenza e capacità”. E al nuovo governo, conclude, spetterà il compito di assicurare “l’uguaglianza” fra persone, rispettando e accogliendo al tempo stesso “la diversità religiosa ed etnica” poiché rappresenta una risorsa. ”Deve inoltre impegnarsi sinceramente - conclude - per cambiare il discorso nei media, moschee e chiese e migliorare i programmi educativi nelle scuole”.

24 gennaio 2026

Iraq: card. Sako (patriarca), “adottare misure concrete per portare pace in Medio Oriente. Onu si assuma responsabilità”

22 gennaio 2026

La Chiesa caldea segue “con interesse e preoccupazione le notizie inquietanti nella regione mediorientale, che sta assistendo a un’escalation di conflitti, militarizzazione, polarizzazione e calo della stabilità”.
A fronte di questa situazione il patriarca caldeo, card. Louis Raphael Sako, in una nota lancia un appello affinché “si adottino misure concrete per promuovere la pace e l’armonia e per evitare il flagello nei paesi dell’area”.
Per Mar Sako “le Nazioni Unite devono assumersi la responsabilità di affrontare i conflitti e raggiungere la pace attraverso il dialogo, e di salvaguardare la sovranità dei paesi e i diritti dei loro cittadini”.
Inoltre, si legge nella nota pervenuta al Sir, “i governi locali devono leggere la realtà in profondità e assumersi la loro responsabilità diretta per proteggere i rispettivi Paesi e garantire libertà, dignità e abbondanza di vita ai cittadini. Queste misure concrete sono una responsabilità storica e morale, dalla quale non si può sfuggire”.
Guardando all’Iraq, il card. Sako ribadisce: “È giunto il momento delle riforme, passando dagli slogan alle azioni, lasciando le armi solo allo Stato e affrontando la corruzione in modo deciso. Il criterio per costruire una nazione è il principio di cittadinanza, competenza e il rispetto di una politica etica”. “La religione – sottolinea il patriarca -è una questione personale, mentre gli affari pubblici devono dipendere dalla competenza e dalla capacità. Tutti i cittadini sono uguali, senza eccezioni, tutti possiedono la cittadinanza irachena, inclusi i cristiani, che non sono meno competenti degli altri e hanno svolto ruoli importanti in epoche passate”. 
Da qui la richiesta al Governo di “promuovere uguaglianza e rispetto, sostenere realisticamente la diversità religiosa ed etnica, che è ricca, e cercare con lealtà di cambiare il linguaggio nei media, nelle moschee e nelle chiese, oltre a migliorare i programmi educativi nelle scuole”.

1 gennaio 2026

Baghdad: Istituita la "Via dei Caldei"

By Baghdadhope* - Chaldean Patriarchate



Come riportato dal sito del Patriarcato caldeo nel corso della visita alla chiesa di Mar Yousef in occasione del Natale il Primo Ministro iracheno, Mohammad Shia Al Sudani, ha annunciato che la strada in cui si trova l'edificio del Patriarcato caldeo d'ora in poi cambierà nome e si chiamerà "Via dei Caldei."

Cardinal Sako Targeted After Christmas Homily Misinterpreted as Political “Normalization”

By Chaldean Press
December 30, 2025

Chaldean Catholic Patriarch Cardinal Louis Raphaël Sako is facing an escalating campaign of intimidation after a Christmas Mass message was widely misread—and then weaponized—by hardline voices in Iraq and beyond.
According to statements from the Chaldean Patriarchate and reporting on the incident, Cardinal Sako used the word commonly translated as “normalization” during his Christmas homily as part of a spiritual appeal for reconciliation, social healing, and restoring trust among Iraqis. In the Patriarch’s intended meaning, “normalization” was not a geopolitical signal, but a call for Iraq’s internal stability and the rebuilding of relationships—among families, communities, and the nation.
A spiritual word turned into a political accusation
In Iraq’s current climate, language matters—especially language that can be linked, even indirectly, to Israel-related policy. The term “normalization” is often treated as shorthand for “normalization with Israel,” and that association can ignite immediate outrage.
That is what happened here: critics took a word used in a religious, pastoral context and reframed it as political messaging. Within hours, the narrative online shifted from a Christmas appeal for peace to accusations that the Patriarch was endorsing forbidden political positions—an allegation the Patriarchate says is false.
“If you want to take me to trial…”
As rhetoric intensified, a statement attributed to Cardinal Sako began circulating widely:
Whether quoted verbatim or paraphrased across outlets, the meaning is consistent: the Patriarch is presenting himself as willing to bear personal consequences rather than abandon Iraq or retreat from his mission.
For many Chaldeans, that line captured what they have long believed about their Patriarch: he is not seeking confrontation—he is refusing to be bullied into silence.
Clarification came, but the escalation continued
After the uproar grew, the Chaldean Patriarchate clarified that the message was spiritual—not political, emphasizing themes of peace, national cohesion, and Iraq’s dignity. They rejected the claim that Cardinal Sako was calling for normalization with Israel
Yet the controversy did not fade. Instead, demands grew louder—some calling for investigations, prosecution, or worse. What began as a misunderstanding quickly became a campaign.
Why this hits a nerve for Chaldeans everywhere
Chaldeans don’t have the luxury of treating threats as “just talk.” Iraq’s Christian communities have lived through decades of displacement, targeted violence, and the steady erosion of their presence—through insecurity, coercion, and land disputes.
So when a spiritual leader is publicly framed as a criminal or traitor based on a single word—then subjected to a wave of agitation—it feels less like ordinary controversy and more like a familiar pattern: isolate the minority, smear the leader, and apply pressure until the community retreats.
For many believers, Cardinal Sako is not simply a church figure. He represents continuity—an anchor for a people who have lost too much already.
What Chaldean Press found
Chaldean Press spoke with parishioners and community members who followed the Christmas Mass closely. The consistent takeaway was simple: most did not hear politics in the Patriarch’s message. They heard a pastor urging people toward peace and moral renewal—especially fitting for Christmas.
And that’s the heart of the story: a religious message aimed at healing was pulled into political conflict, and the consequences are now falling on the Patriarch and the community he serves.
Where this stands now
Cardinal Sako’s position remains clear: his homily was about Iraq’s social restoration and spiritual peace—not foreign policy. But the campaign against him shows how quickly faith leaders can become targets when language is twisted in a tense environment.
Chaldean Press will continue monitoring developments, including any official actions and any verified threats—because for a community that has already endured so much, this is not a story about “drama.” It’s about safety, survival, and the cost of simply preaching peace.

24 dicembre 2025


Buon Natale e Buon Anno Nuovo

Edo Bri'cho o Rish d'Shato Brich'to

عيد ميلاد سعيد وسنة ميلادية مباركة

Happy Christmas and Happy New Year

Feliz Navidad y Feliz Año Nuevo

Feliz Natal e Feliz Ano Novo

Joyeux Noël et Bonne Année

Fröhliche Weihnachten und Gutes Neues Jahr

God Jul och Gott Nytt År


By Baghdadhope*

Christmas is an Invitation to Reborn

By Chaldean Patriarchate
December 23, 2025


Cardinal Louis Raphael Sako

Christmas is approaching this year too, in the midst of such extremely harsh circumstances, a widespread culture of consuming has contributed to decline in human and spiritual values, as well as a disturbing situation of violence, conflicts which bring death and destruction, to the extent that some countries have begun openly declaring preparations for war. Hence, we find nothing but faith in God that nourishes our hope and ensures that peace, security, and stability will be a concrete reality.
In Iraq, we pray may Christmas and the New Year bring a new government with a firm national vision and a new roadmap that assures country’s renaissance, serving its citizens, creating a healthy environment for peaceful coexistence and putting an end to 22 years of suffering.
Chaldean Church, which is deeply rooted in the land of Iraq and having endured many hardships, I wish her profound peace and steadfast hope in God, who did not abandon her throughout the trials she faced and will not abandon her today. I hope that she will engage with its society to play its role in spreading peace, human and spiritual values, and endorsing coexistence, as an extremely important matter.

An Invitation to Be Born
Christmas is not only a historical event, but an invitation to be born as sons and daughters of God in Jesus Christ (Ephesians 5: 1). This birth is a journey of faith and spirituality, a creative path in which we prepare our hearts to welcome the light of Christ: “The people who walked in darkness have seen a great light… for a child is born to us, a son is given to us; upon his shoulder dominion rests” (Isaiah 9: 1,5). Let us turn our gaze toward Christ’s mystery in order to put his teaching into practice in our lives., so that we may engage with our society, walking in Jesus’ light that illuminates our personal and public lives amid the storms of our world—and make each of our days a birth of goodness, peace, love, hope, and joy. It is with these feelings that peacemakers move.
The angels’ hymn to the shepherds on Christmas Eve—“Glory to God in the highest, and on earth peace and hope to humanity,” (Luke 2: 14), this is a call that should shape our daily lives, to learn the culture of peace and commit ourselves to it. This song teaches us to adhere to hope, that helps in alleviating the suffering of poor, needy, and sick people, just as the friends of the paralyzed man mentioned in the Gospel of Mark (2: 1–12) did, when they fondly brought him to be healed by Jesus, and similar to what the Good Samaritan did (Luke 10: 25- 37).
Peace is the message of Christmas addressed to everyone: Peace is God’s project for all people whom He loves and wants them to live safely. He wishes to embody it in their lives and in their countries, so that freedom, dignity, and abundance. Let us mediate on how often do we say in our prayers, “Peace be with you,” or greet one another with “Peace be upon you”
Peace is a choice, a culture, and a commitment. Each of us has a role to play in countering the destructive actions of our world, such as violence, discrimination, and devastating wars. This way, peace may become a reality, in which we may all live as sisters and brothers created by God to love each other rather than fighting that leads to death.
Christmas is also a message of hope—the hope is God’s promise’ to be with us: “I am with you to save you” (Jeremiah 1: 8), and the words of Jesus, “I am with you always” (Matthew 28: 20). “Hope does not disappoint” (Romans 5:5), therefore, we must keep up our hope. and not give up to despair, fear, or anxiety. Hope helps us to welcome what is new and sustains our presence and our solidarity. We should believe that the future is in our hands. Saint Clement of Alexandria (215 † c.) stated in his book entitled “The Instructor”: “Our journey in this life is actually the seeds of eternity within us”.
May 2025 Christmas be a call to Christians, Muslims, Jews, and all others to uproot the causes of destructive conflicts and the tragedies of injustice, so that we may live together safely in peace, and harmony? Let our hearts overflow with hope, set out with joy, on a path of peace, love, and guidance, making right decisions that bring serenity to our hearts and minds so we can live in a refreshed world of stability
During Christmas time, we think of all those who lost their lives this year and pray for their families.

Wishing you all a Merry Christmas and a Happy New Year 2026.

Baghdad restores Armenian Church after 70-year wait

December 21, 2025

Photo by Iraqi Prime Minister Media Office FB page


Saint Krikor Armenian Orthodox Church in central Baghdad reopened on Sunday after its first major restoration since 1957.
The renovation included extensive maintenance and repairs aimed at reviving one of Baghdad’s key religious and cultural landmarks.
Caretaker Prime Minister Mohammed Shia Al-Sudani attended the reopening, describing the restoration as a symbol of Iraq’s diversity and coexistence, and a step toward preserving the city’s cultural and architectural heritage. In a statement from the PM's media office, Al-Sudani also referred to the church as a witness to the civilians who lost their lives in terrorist attacks, noting that Iraq has emerged “victorious and united” from the fight against terrorism and is moving forward with reconstruction and development. 

Demonstrating the government’s commitment to maintaining Baghdad’s historic sites, he added that work will continue across the city’s old districts.

Armenian Orthodox is one of several sects forming Iraq’s Christian community. Before the 2003 war, Christians—mostly Chaldean Catholics, Assyrians, and Syriac Orthodox—numbered between 1.2 and 1.5 million, concentrated in Baghdad, Mosul, Basra, and northern towns across the Nineveh Plain. Over the past two decades, their population has fallen to under 250,000, according to church and humanitarian estimates.

18 dicembre 2025

Baghdad saluta la missione Onu e guarda - con qualche timore - al futuro governo

Dario Salvi
16 dicembre 2025

Una missione “onorevole, dignitosa e che ha avuto dei meriti” nel processo di stabilizzazione e di sviluppo del Paese. Così un funzionario Onu ha definito gli oltre 20 anni di lavoro della missione di assistenza delle Nazioni Unte (Unami) in Iraq, che il prossimo 31 dicembre conclude il proprio mandato dopo aver vissuto guerre, stravolgimenti politici e lotta allo Stato islamico (SI, ex Isis).
La cerimonia di chiusura si è tenuta la sera del 13 dicembre scorso nella capitale, alla presenza di alte personalità politiche, istituzionali e religiose, musulmane e cristiane, fra le quali vi era anche il patriarca di Baghdad dei caldei, il card. Louis Raphael Sako. Fra le autorità il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e il primo ministro ad interim del Paese Mohammed Shia Al-Sudani, il quale ha elogiato il ruolo dell’organismo internazionale “in 22 anni pieni di sfide, speranze e determinazione”. “La missione Unami - ha proseguito il capo del governo - si è rivelato un partner fondamentale nel sostenere e assistere l’Iraq dopo la liberazione dalla dittatura [di Saddam Hussein] e l'istituzione di un nuovo sistema basato sulla democrazia e sulla libera rappresentanza dei suoi componenti”.

Unami: sacrificio e sostegno
Mohamed Al Hassan, rappresentante speciale del segretario generale (Srsg) e capo Unami ha spiegato che la fine della missione è il riflesso del cambiamento del Paese dalla sua istituzione nel 2003, dopo decenni di dittatura, guerre e terrore. Negli anni Unami ha fornito un ”supporto critico” in molti settori: stabilizzazione politica, dialogo nazionale inclusivo, riconciliazione a livello comunitario nelle aree colpite dal conflitto. E ha anche svolto un ruolo centrale nell’assistenza elettorale, contribuendo a più turni di elezioni locali e nazionali. “Quando è iniziata Unami, l’Iraq era un posto molto diverso da quello di oggi” spiega Al Hassan, che ricorda un evento su tutti: a pochi giorni dall’inizio della missione nell’agosto 2003 vi è stato un attacco al quartier generale Onu a Baghdad che ha causato la morte di 22 membri dello staff e il ferimento di altri 100. Oggi è iniziata una nuova era: “Con i sacrifici degli iracheni prima di tutto, e col sostegno internazionale, in particolare delle Nazioni Unite, l’Iraq è pronto a passare a un’altra fase, consolidando la sua sovranità e integrità territoriale”.
L’esperto delle Nazioni Unite ha proseguito ricordando i recenti sviluppi che confermano il percorso di stabilizzazione, a partire dalle elezioni di novembre che la stessa Unami ha sostenuto e considera tra le più credibili fino ad oggi. Con un’affluenza del 56% degli aventi diritto, sono state anche una dimostrazione di rinnovato impegno pubblico. Tuttavia, il Paese sente ancora l’impatto a lungo termine del conflitto: circa un milione di iracheni sono sfollati interni, tra cui più di 100mila yazidi che vivono ancora nei campi dopo una sofferenza inimmaginabile per mano dell’Isis. E restano criticità anche riguardo ai diritti delle donne e la parità di genere: “L’Iraq oggi è molto meglio di prima per quanto riguarda i diritti delle donne - ha spiegato Al Hassan - ma la violenza è purtroppo aumentata”. Per questo, pur a fronte di una chiusura della missione Unami, “resteranno operative molte altre agenzie come Unicef, Oms, Iom, Undp, oltre a Banca mondiale e Fmi”. Con riserve di petrolio significative e un forte Pil, l’Iraq, conclude, “non deve cercare aiuti o carità, ma ha bisogno del sostegno e dell’amicizia della comunità internazionale”.

Incertezza dalle urne
Intanto la Corte suprema federale irachena ha ratificato, confermandoli, gli esiti emersi nelle prime ore dalla conclusione delle elezioni politiche che si sono tenute il mese scorso, e che hanno restituito un quadro che resta incerto: l’attuale premier ha infatti conquistato il maggior numero di seggi, ma non abbastanza da poter governare da solo e saranno necessari accordi o alleanze con altre forze in Parlamento. La coalizione per la Ricostruzione e lo sviluppo di Mohammed Shia Al-Sudani ha ottenuto 46 dei 329 seggi che costituiscono l’Assemblea. Tuttavia, nelle passate elezioni il blocco che ha vinto il maggior numero di seggi spesso non è stato in grado di imporre il proprio leader e il primo ministro è emerso solo in seguito ad accordi fra fazioni diverse.
La coalizione guidata dall’ex premier Nouri Al-Maliki ha conquistato 29 seggi, il Blocco Sadiqoun, guidato dal leader della milizia Asaib Ahl Al-Haq, Qais Al-Khazali, ha vinto 28 seggi e il Partito Democratico del Kurdistan (Pkd) di Masoud Barzani, uno dei due principali partiti curdi iracheni, ha vinto 27 seggi. Anche il partito Taqaddum (Progress) dell’ex presidente del Parlamento estromesso Mohammed Al-Halbousi ha raccolto 27 seggi, preparando così il terreno per un rientro del suo leader o, in ogni caso, una rinnovata influenza nel panorama politico nazionale. Nel complesso, le alleanze e le liste sciite si sono assicurate 187 seggi, i gruppi sunniti 77, i gruppi curdi 56 seggi e nove seggi riservati ai gruppi minoritari.
Al-Sudani è salito al potere nel 2022 col sostegno del Quadro di coordinamento, una coalizione di partiti sciiti sostenuti dall’Iran, ma non è chiaro se l’alleanza lo sosterrà di nuovo o se saprà raccogliere altrove i voti necessari per restare alla guida del governo. Di certo vi è che senza un singolo blocco in grado di formare un governo da solo, i leader politici dovranno avviare negoziati per costruire una coalizione di governo. Ora la Costituzione prevede che il presidente ha 15 giorni di tempo per convocare il neo-eletto Parlamento, che iniziano dal giorno in cui la Corte ratifica il voto. Fra i primi obblighi l’elezione del nuovo presidente del Parlamento stesso e dei due vice con scrutinio segreto, in base al criterio della maggioranza assoluta. Lo “speaker” dell’Assemblea svolge un ruolo di primo piano, perché è chiamato a guidare e ratificare l’iter che porta all’elezione del capo dello Stato, del primo ministro e della squadra di governo. L’articolo 76 della Costituzione richiede al presidente di nominare il candidato del blocco che ha ottenuto il maggior numero di consensi, il quale avrà poi 30 giorni a disposizione per cercare di formare il nuovo esecutivo. In caso di insuccesso starà il presidente dovrà quindi nominare un nuovo candidato.

Sako: un nuovo Iraq
Per il Paese si apre dunque una fase di incertezza e trattative serrate fra i diversi schieramenti, per cercare di garantire stabilità e, almeno nella prospettiva del premier uscente, continuità nell’azione di governo. In questo quadro si inserisce la riflessione pubblicata in questi giorni dal card. Sako, secondo cui il popolo aspetta con ansia “la nascita di un nuovo Iraq” che sappia archiviare le criticità del passato, non ultime le violenze etniche e confessionali che hanno insanguinato a lungo la nazione. “Dopo la caduta del precedente regime nel 2003, gli iracheni - si legge nella nota a firma del porporato sul sito del patriarcato caldeo - attendevano con ansia la creazione di un Iraq nuovo, sicuro, stabile, democratico e sovrano, con un sistema civile che trattasse tutti i cittadini allo stesso modo. Tuttavia, ciò che accadde fu un sistema di quote settarie e di emirati tribali, che aprì la porta all’amara esperienza dell’Isis, legittimò la corruzione e istituì milizie che, nel tempo, divennero più forti dello Stato, spingendo gli iracheni a emigrare”.
Oggi, dopo 22 anni di esperienza e le nuove elezioni parlamentari, avverte, è necessaria “una coraggiosa presa di posizione” in una prospettiva di “correzione e riconciliazione” per dar vita infine a uno Stato moderno. Per raggiungere l’obiettivo, prosegue il card. Sako, è necessaria “una lettura approfondita degli sviluppi regionali e internazionali in rapida evoluzione” oltre a “unificare le visioni e coordinare le posizioni”. “Le crisi - sottolinea - non si risolvono con la forza, ma aprendosi alla cultura contemporanea, una cultura più razionale e realistica che si preoccupa dei servizi, delle istituzioni sociali, culturali, legali ed economiche, simili a quelle dei paesi sviluppati di tutto il mondo, attraverso il dialogo, la comprensione e la ricerca di un terreno comune”. Per far questo è necessario garantire uno “Stato di diritto” e la “applicazione del criterio di cittadinanza”, mentre la Costituzione deve “proteggere i diritti e le libertà di tutti”. “Ritardare la formazione del governo - conclude il porporato - non giova al Paese, quindi è fondamentale accelerare” l’iter pur salvaguardando il bene comune: un esecutivo che “riflette le aspirazioni” del suo popolo, che sia “sovrano e deciso”, capace di ”ripristinare il benessere e il prestigio dell’Iraq”, che cerchi di “attuare giustizia, uguaglianza e integrità, sappia affrontare fallimenti e crisi”.

15 dicembre 2025

Iraq, card. Sako (patriarca) sui 1.700 anni del Concilio di Nicea: “Non possiamo soccombere allo scandalo della divisione”


La visita di Papa Leone XIV a Nicea con i capi delle altre Chiese “rappresenta una grande opportunità ecumenica. Speriamo che questa occasione aiuti a far rivivere lo spirito che motivò i Padri Sinodali di allora ad esprimere la fede in termini chiari e comprensibili e a cercare ciò che unisce i cristiani nella testimonianza della loro fede e nella credibilità del loro insegnamento”.
Lo ha detto il patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphael Sako, partecipando Venerdì sera, 12 Dicembre 2025, a Baghdad, ad una serata commemorativa dei 1700 anni del Concilio ecumenico di Nicea (325-2025). Presenti i rappresentanti di altre denominazioni cristiane, sacerdoti, suore e fedeli.
“La divisione – ha rimarcato – è un grande ostacolo all’evangelizzazione. L’unità non è solo un’idea, è un progetto fondamentale da incarnare nella vita quotidiana. L’unità è una scelta e una cultura, una presenza e un campo di lavoro, un insegnamento e una testimonianza per rendere credibili le nostre Chiese affinché possano diventare un segno di speranza in un mondo perduto. Non possiamo soccombere allo ‘scandalo della divisione’, perché l’unità cristiana è un progetto vitale, contenuto nella preghiera di Gesù e come tale deve rimanere nelle nostre preghiere e nei nostri sforzi”.
L’unità, ha ribadito Sako, “non è la fusione delle Chiese in un’unica Chiesa. Credo che le chiese possano preservare la loro identità locale, la loro storia, i loro rituali, la loro lingua, il loro patrimonio, ma trovando una nuova formula giuridica per l’unità”. Per il patriarca caldeo “storia, lingua e rituale non dovrebbero essere un ostacolo all’unità. Di fronte alle varie sfide affrontate dalle nostre Chiese – è stato l’appello del card. Sako – dobbiamo cambiare mentalità, purificare le idee preconcette, correggere la rotta, rafforzare il nostro rapporto alla luce dell’unica Fede unica e della comunione dei Sacramenti, e promuovere valori spirituali e morali, solidarietà”.

7 dicembre 2025

Kurdistan: dal patriarcato caldeo ‘ferma condanna’ per un cimitero cristiano profanato


Una “ferma condanna” per un atto sacrilego che ha colpito la comunità cristiana locale, mentre a distanza di giorni ancora non vi sono notizie sui responsabili.
È quanto esprime il patriarcato caldeo in una nota inviata ad AsiaNews a firma del primate, il card. Louis Raphael Sako, per “l’attacco al cimitero cristiano” del villaggio di Koya, nel Kurdistan iracheno con tombe profanate, lapidi abbattute e luoghi di sepoltura distrutti. “Questo attacco criminale contro i cadaveri - si legge nella dichiarazione - è moralmente e religiosamente inaccettabile”. “Noi cristiani - prosegue il porporato - abbiamo già pagato un prezzo elevato per conflitti in cui non siamo coinvolti. Chiediamo che le autorità del Kurdistan conducano un’indagine approfondita e professionale e assicurino alla giustizia i responsabili, affinché ricevano la giusta punizione”.
La richiesta di giustizia lanciata dal patriarca Sako si unisce al coro di indignazione e condanna per l’attacco a un luogo sacro, in un’area in cui la convivenza fra cristiani e musulmani (in maggioranza curdi) locali è pacifica. Tuttavia, nelle scorse settimane anche la regione del Kurdistan iracheno ha registrato attacchi e violenze, dai razzi lanciati contro il giacimento di gas di Khor Mor alle proteste sedate con la forza nell’area di Erbil, che hanno fatto registrare anche alcune vittime.
“Vogliamo assicurare ai cristiani - prosegue la nota del patriarcato caldeo - che sono protetti e al sicuro, altrimenti inizierà una nuova ondata di emigrazione”. Oltre 100 famiglie cristiane vivono ad Harmota e circa 60 nel centro di Koya, per un totale di oltre 700 persone. Harmota rappresenta circa il 9% della popolazione di Koya; nel distretto sorgono due chiese, la più grande delle quali è Maryam Pakiza. “Abbiamo fiducia nel governo regionale - conclude il card. Sako - affinché faccia giustizia e punisca i responsabili di questo crimine efferato”.
A scatenare l’ira e l’indignazione dei cristiani locali la profanazione, stigmatizzata anche dal governo regionale del Kurdistan (Krg), nei giorni scorsi di un cimitero cristiano nel villaggio di Harmota, nel distretto di Koya, provincia orientale di Erbil. Al momento non vi sono maggiori informazioni sugli autori dell’attacco e la matrice del gesto; nel mirino di ignoti almeno una dozzina di tombe che sono state vandalizzate. L’ufficio del primo ministro Masrour Barzani ha diffuso una nota di condanna per un “atto distruttivo e inappropriato” commesso contro “nostri fratelli e sorelle cristiani”. La dichiarazione aggiunge che verranno avviate “le indagini necessarie per identificare e punire” i responsabili del gesto.
Sconcerto e preoccupazione, intanto, si diffondono fra la popolazione cristiana residente nell’area. “Un gran numero di tombe sono state vandalizzate, alcune con martelli, altre con strumenti diversi, e diverse tombe sono state lasciate scoperte” ha spiegato al sito di informazione Rudaw Hawzhin Silewa, membro della comunità cristiana e docente alla Koya University. La portata del danno, prosegue, fa pensare che il gesto di profanazione sia stato effettuato “da più di una persona”, ma al momento “non sappiamo chi sia stato e perché lo ha fatto”. Nei giorni scorsi alcuni rappresentanti della comunità si sono riuniti al cimitero per esprimere la loro indignazione.
L’attacco ha sollevato infine ampie condanne da parte di personalità e gruppi religiosi, politici e civili. Il Movimento democratico assiro (Zowaa) ha detto che rappresenta “un nuovo anello in una catena di incidenti simili che i cimiteri cristiani e i luoghi sacri hanno affrontato negli ultimi anni in diverse aree della regione, tra cui Shaqlawa, Tel Keppe, Zakho e Simele”. Il gruppo aggiunge che tali atti riflettono la diffusione di idee estremiste ostili alla diversità religiosa ed etnica e minano le stesse basi della pace civile nella regione.
Sempre nel Kurdistan aveva destato profonda preoccupazione, oltre che gravi disagi alla popolazione, l’attacco diretto al giacimento di gas di Khor Mor a Sulaymaniyah, che ha causato un’interruzione di corrente con conseguenti danni a civili e istituzioni vitali nella regione. “Questi attacchi insensati e queste dimostrazioni di forza - aveva dichiarato il card. Sako commentando la vicenda -. non fanno che complicare la situazione irachena e non risolvono i problemi”.
Il giacimento di Kormor rappresenta la principale fonte di gas di petrolio liquefatto e di gas naturale utilizzati per la produzione di energia elettrica nella regione del Kurdistan. Secondo il portavoce del Ministero dell'Elettricità, Omid Ahmad, il bombardamento del campo avvenuto la notte del 26 novembre scorso ha causato una riduzione stimata dell'80% della produzione di elettricità. Il giacimento, situato nel distretto di Chamchamal, è una struttura gestita da Pearl Petroleum, consorzio composto dalle società Dana Gas e Crescent, con sede negli Emirati Arabi Uniti (Eau).

4 dicembre 2025

Sako: «Il Papa ha dato speranza a tutti i cristiani del Medio Oriente»

Leone Grotti
3 dicembre 2025

«Libano, rialzati! Sii casa di giustizia e di fraternità! Sii profezia di pace per tutto il Levante!». L’appello che papa Leone XIV ha lanciato ieri al termine dell’omelia, durante la Messa finale della sua visita in Turchia e Libano davanti al porto di Beirut sconvolto dalle esplosioni del 2020, è quello che meglio rappresenta lo scopo e il contenuto del suo primo viaggio apostolico.
«Queste parole sono un progetto che non riguarda solo il Libano, ma anche Iraq, Siria, Palestina, Ucraina: tutti», dichiara a Tempi il cardinale Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei caldei, volato da Baghdad a Beirut per seguire da vicino Leone XIV.
Eminenza, qual è il messaggio principale veicolato da Leone XIV con il suo viaggio in Turchia e Libano?
Il Papa è venuto in Medio Oriente per dire qualcosa di estremamente semplice: basta guerre, basta sangue, è giunto il momento di lavorare per costruire la pace.
Negli ultimi vent’anni il Libano, come anche il suo Iraq, non ha conosciuto che guerra. Come si costruisce la pace?
 Di sicuro non attraverso le armi. Quando sorgono dei problemi, bisogna dialogare. Non c’è altra strada per porre fine a queste guerre senza senso. L’unica via è la diplomazia: vale per la Palestina come per l’Ucraina.
Leone XIV ha citato san Giovanni Paolo II: «Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono». Che senso hanno queste parole nel Medio Oriente di oggi sconvolto dai conflitti?
Papa Wojtyla disse che il Libano è un messaggio di unità e fraternità nella diversità. Il Libano con i suoi tanti gruppi etnici, con le sue tante religioni, con i suoi mille colori, è stato tutto questo. Tutti coloro che venivano perseguitati dai paesi arabi si rifugiavano qui, perché nel paese c’era sicurezza. Ma oggi è cambiato tutto: i problemi, i conflitti e le divisioni non si contano. Ma il Libano non deve perdere la sua dimensione, non deve perdere il suo messaggio perché rappresenta una speranza di convivenza per tutti i paesi del Medio Oriente.
In Libano sono presenti più di 18 comunità religiose diverse e il potere è diviso tra sunniti, sciiti e cristiani. Ma da tempo il modello libanese sembra non funzionare più.
Quando si è aperti gli uni agli altri, la diversità è una bellezza ma come ha ricordato più volte il Papa serve l’unità, perché solo quando si è uniti si possono superare le divisioni. Non dobbiamo vivere in comunità chiuse, dobbiamo cambiare la mentalità e la nostra condotta. Una comunità da sola non può fare nulla, ma insieme possiamo costruire la pace, la convivenza e la libertà.
In Turchia il Papa ha messo in guardia anche dal fondamentalismo, condannando «la strumentalizzazione della religione per giustificare la guerra e la violenza». È un monito per il Medio Oriente, dove il fanatismo non sempre viene respinto?
Il richiamo di Leone XIV è fondamentale, ma devo dire che sia il presidente turco, Erdogan, sia quello libanese, Aoun, hanno parlato molto bene su questo tema. Non bisogna giustificare la politicizzazione della religione. Se Dio è amore, la religione non può essere usata per generare conflitti. Dobbiamo uscire da questa mentalità.
A essere sinceri, da questo punto di vista il Medio Oriente non sembra sulla buona strada. Perché secondo lei?
Il problema principale del Libano, ma anche dell’Iraq, è che ufficialmente c’è uno Stato solo, ma di fatto ci sono molti “Stati privati”, milizie armate che combattono. Questa situazione deve finire: solo lo Stato deve essere legittimato a usare la forza e solo l’esercito deve avere le armi. Queste milizie sono un enorme ostacolo alla pace.
Perché secondo lei il Papa ha scelto proprio Turchia e Libano per il suo primo viaggio apostolico?
Per parlare di pace, come ho detto, ma anche per dare speranza ai cristiani che abitano in Medio Oriente. Leone XIV è venuto a incoraggiarci a sperare e a rimanere in questa terra. Il messaggio era molto chiaro e molto forte. Noi cristiani abbiamo abitato queste terre per primi e abbiamo una missione: testimoniare Gesù Cristo in questi paesi. Non è un caso se siamo nati qui: è la nostra vocazione.
Eminenza, da dove nasce la speranza?
Gesù Cristo che nasce in mezzo a noi a Natale è la nostra speranza. La speranza viene dall’annuncio fatto ai pastori: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra”. Questo avvenimento invita anche noi a nascere di nuovo, a uscire dal nostro guscio per aprirci agli altri.

23 novembre 2025

Final Communique of the 2025 Chaldean Church Synod

November 21, 2025

Photo Chaldean Patriarchate

The annual Chaldean Synod convened this year in November 17 – 22, was held at the Patriarchate headquarters in Al-Mansour district of Baghdad.
Twenty Iraqi bishops came over from the region and diaspora to participate under the leadership of His Beatitude Patriarch Louis Raphael Card. Sako. Absentees due to health problems were the following retirees: Ibrahim Ibrahim, Gabriel Kassab, and Shlemon Warduni.
The morning of day 1, was dedicated to spiritual retreat, led by Bishop Ramzi Garmou, so that God’s renewing light may guide the attendees to serve our people, our Church, and our country.
In collegial and fraternal atmosphere, Synod Fathers went through items listed in their agenda following the opening address in the afternoon, and continued through synod days.
The summary below shows that the light has been shed on few things and some decisions were made:
Message to H. H. The Pope: a letter has been sent to His Holiness Pope Leo XIV, seeking his paternal blessing and prayers for the Chaldean Church, that it may fulfill its mission in serving love and addressing people, moral, spiritual and substantial needs.
Formation of a National Government: Synod fathers expressed their hope that, following the legislative elections of November 11, 2025 in Iraq, a national government would be formed soon to assume its responsibilities in: building Iraq’s unity and sovereignty; strengthening the concept of citizenship; achieving peace and stability; enforcing law, justice, and equality; and providing public services to ensure a dignified life for all citizens.
Christian Suffering: This issue has been highlighted, especially that Christians as indigenous people of this country faced along the past decades: denial of rights; marginalization; exclusion; and seizure of property—forcing many to emigrate looking for a better environment. Therefore, bishops call upon the government to grant them justice and equality through practical steps. Overall, by treating Christians as citizens in representation and employment, the nation will benefit from their skills and contributions.
Regional Situation: Concerned were expressed over the international conflicts, and wars in the region, condemning violence in all its forms, and calling on the international community to safeguard peace, humanity, and heritage.

Synod Fathers Shed the Light on the Following Fundamental Principles
Synodality: Synodality is the core element of the Chaldean Church’s heritage—working in the spirit of one team to serve the Church. Hence, synod fathers affirmed the importance of implementing all Synod decisions, which embody the unity and mission of the Church.
Liturgy: Renewal of the liturgy has been one of the main concerns of previous Synods, based on the documents of the Second Vatican Council (1962–1965). While preserving authenticity and identity of our unique liturgy, it is essential to get adapted to cultural and social changes in the region and in response to the aspirations of our faithful in diaspora. This path is a compulsory choice for today and the future.
Ecumenical Dialogue: We believe that dialogue with sister Churches—marked by openness, listening, cooperation, and respect for diversity—is a Christian witness and a sign of hope and peace. Our commitment to each other is the only way to face a shared destiny. Decisions made for the Chaldean Church
Submitting reports on dioceses, especially pastoral, cultural, and financial activities. Supporting Patriarchal institutions: the Seminary, Babel College, and educational institutes, with emphasis on priestly formation and in-depth Christian education amid the challenges of social media.
Safeguarding children and adults from any harassment or abuse. Continuing the cause of beatification of Chaldean martyrs and saints.
Strengthening the role of the Chaldean Church in dialogue with Islam to promote reconciliation, peace, and coexistence.
Preserving Chaldean heritage, archaeological sites, and manuscripts, with the possibility of establishing a Chaldean center or museum.
Establishing a Chaldean solidarity fund.
Improving the proposed rite for evening prayer in commemoration of St. Mari, Apostle of the East.
Selecting new bishops for the vacant Chaldean dioceses.

Heartfelt thanks to all those who prayed for the Synod

18 novembre 2025

Iraq: Baghdad, aperto il Sinodo caldeo. Card. Sako (patriarca), “rispettare le decisioni e trovare mezzi efficaci per attuarle nelle diocesi quale segno di unità episcopale”



Si è aperto ieri a Baghdad il Sinodo della Chiesa caldea presieduto dal patriarca, card. Louis Raphael Sako. Aprendo i lavori il patriarca ha ribadito il suo appello ai padri sinodali di “rispettare le decisioni del Sinodo e trovare mezzi efficaci per attuarle nelle diocesi quale segno di unità episcopale”. “La Chiesa è una e missionaria – ha ricordato – e questo carisma presente negli apostoli fin dall’inizio dovrebbe essere saldamente radicato in noi, affinché le persone possano conoscere Cristo”.
Un messaggio che per Mar Sako dovrebbe riflettersi anche verso la maggioranza musulmana. “Il valore è il significato della nostra vera autorità risiedono nel nostro servizio alla fede, all’amore seguendo l’esempio di Gesù Cristo, servitore di tutti”.
Il patriarca si è soffermato anche sulla crisi delle vocazioni, sostenendo che questa non è dovuta tanto “all’assenza di giovani disposti a donarsi”, quanto “all’atmosfera tossica che li domina attraverso i social media. Spesso soffrono di instabilità psicologica, ma anche le critiche tra il clero non li incoraggiano”.
Da qui un richiamo ai vescovi per favorire l maturazione dei giovani.
Altro tema toccato dal card. Sako nella sua prolusione è stato il rapporto con le altre Chiese. “Ho lavorato molto per riunire le chiese, e ho convocato più di una volta riunioni e incontri ma gli appelli all’unità non hanno avuto seguito a causa – ha spiegato – della lealtà di alcune chiese ai partiti politici e della paura di altre di vedersi ridurre il loro peso qualora si fossero unite a noi nel coordinamento delle nostre azioni pastorali”.
Mar Sako ha poi definito “buono” il rapporto con le autorità musulmane: “Siamo attivi per promuovere la speranza e la nostra testimonianza è chiara e priva di paura. Il nostro dialogo è il dialogo della vita”.
Ricordando il documento conciliare della Nostra Aetate, Mar Sako ha voluto rimarcare “i grandi progressi nell’organizzare molti incontri su temi di interesse comune riuscendo ad allontanare il discorso d’odio”. Anche alla luce delle recentissime elezioni del Parlamento iracheno, il patriarca caldeo ha allontanato le accuse che vorrebbero il Patriarcato interferire nella politica.
“L’obiettivo della Chiesa – ha spiegato – è illuminare la coscienza sulle questioni che riguardano la vita delle persone nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali. Denuncia l’ingiustizia e chiede l’applicazione della legge, il concetto di cittadinanza e il raggiungimento della pace e della sicurezza. È quello che abbiamo fatto e quello che stiamo facendo. Questa è una priorità vitale per ogni Chiesa, come sta facendo il Papa a livello globale.
La nostra Chiesa –
ha detto con forza il cardinale – non è stata coinvolta nei partiti politici, non ha sostenuto alcun partito politico in particolare, ma ha sostenuto e continua a sostenere la causa dell’istituzione di un sistema civile uguale a tutti i cittadini. Tutti devono capire che stiamo lottando per sopravvivere in Medio Oriente”.
Il Sinodo caldeo ha voluto inviare una lettera a Papa Leone XIV per ribadirgli “affetto filiale e obbedienza”.

Letter to His Holiness Pope Leo XVI from the bishops gathered in Baghdad for the synod of the Chaldean church.

By Chaldean Patriarchate



Patriarch Mar Louis Sako: Iraqi Christians must move beyond emotions and illusions

By Syriac Press - Chaldean Patriarchate
November 15, 2025

Patriarch of the Chaldean Church Mar Louis Raphaël Sako issued a statement, on 13 November, calling on the Chaldeans-Syriacs-Assyrians to unite their voice. This urgent patriarchal call comes against the backdrop of parliamentary elections held earlier this week. 
Within the manipulable quota system, where five parliamentary seats are allocated to Christians, two Chaldean-Syriac-Assyrian candidates were elected to parliament with the backing of a Shia political block and three with the backing of a Kurdish political bloc. Several Chaldean-Syriac-Assyrian parties have strongly denounced the confiscation of this constitutional right to elect their own representatives.
This week’s Iraqi elections have again exposed the precarious political maneuvering space within which the Chaldean-Syriac-Assyrian people of Iraq operate. Addressing the longtime manipulation of the Christian quota and the political weakness within his own people, Mar Louis Sako reiterated in his statement his previous call to the Christians of Iraq to start working as a team and to speak with one voice.
Mar Louis words it as “to move beyond emotions and illusions.” He urges the Christians of Iraq, i.e. basically the Chaldeans-Syriacs-Assyrians, to unite in one independent body, a council that acts as a representative political platform. This council should be formed from Chaldean-Syriac-Assyrian political parties, honorable and trustworthy MPs, activists, experts and consultants from inside and outside Iraq, “without involving clergymen,” hinting at the necessity of separating religion from politics.
Only when Chaldeans-Syriacs-Assyrians unite their demands through a common council can “just political representation” be achieved, Mar Louis states.
Moreover, he mentions several goals that could be achieved if such a unified front would come into being: amendment of the election law to protect the Christian quota; removal of unwanted militias from the Nineveh Plains and replaced by own town guards and police; Chaldeans-Syriacs-Assyrians can obtain a united (self-) administration in the Nineveh Plains; and Chaldeans-Syriacs-Assyrians can return to their hometowns.
To achieve all this, Mar Louis proposes to base the Council on a shared foundation: Christianity. This is perhaps to avoid the heated name debates within the Chaldean-Syriac-Assyrian people. Possibly because he doesn’t want to conflate religious names with historical national names. It’s not entirely clear, and perhaps not important either.
For Mar Louis, “The beauty of unity lies in diversity.”
Whether this admirable idea will resonate within the Chaldean-Syriac-Assyrian people remains to be seen.

Iraq: Alqosh Mayor Denounces Selective Expulsion of Christians

By FSSPX News - Cath.ch
November 13, 2025

Alqosh is a city of approximately 15,000 inhabitants, located in northern Iraq, 45 kilometers from Mosul, on the border with Iraqi Kurdistan. It is in the Nineveh Plains administrative region. It is a center of Christianity, particularly for Assyrian Chaldeans (non-Catholics), some of whom joined the Chaldean Catholic Church in Rome in the 19th century.
The number of Christians in Iraq had already declined sharply after the 2003 American invasion, but it has decreased considerably in recent years due to pressure from Shiite militias, targeted expulsions, and emigration, laments Alqosh Mayor Lara Youssif Zara. She is the first Christian to hold this position in this predominantly Shiite country.

A “Targeted Strategy” to Drive out Christians
These armed militias demand shares in businesses and bribes from Christian merchants, said Lara Youssif Zara. “They are destroying lives. Many Christians have lost all hope. They just want to leave,” she continued. “In reality, it’s about money and control,” added the Chaldean Catholic.
“Those who pay can stay. Those who refuse lose everything.”
This blackmail is part of the system. Ultimately, she asserts, these militias are pursuing a “targeted strategy to drive Christians out of the region.”

The Militias Control Many Areas
According to the 43-year-old woman, Shiites took control of many areas after the fall of ISIS. “They dominate local councils, government offices, and security structures. Their representatives sit on municipal councils and make decisions that deliberately disadvantage Christians,” in order to weaken the once strong Christian presence in the Nineveh Plain.
Lara Youssif Zara believes that the last Christians will leave Iraq if the situation does not improve. According to her information, there are already only 200,000 to 300,000 left in this Middle Eastern country. Estimates suggest that there were as many as 1.5 million before the start of the US-led Iraq War in 2003 and the ensuing turmoil.
“If we disappear, a part of world history will disappear, and a part of humanity with us!”, she declares.
The mayor of Alqosh would like the international community to offer more protection and put more pressure on Baghdad. “We need international observers during the elections, political support, and humanitarian aid.”

Parliamentary Elections on November 11
Parliamentary elections in Iraq were held on November 11. More than 7,000 candidates were vying for the 329 parliamentary seats, elected by 21 million Iraqis. In 2024, the Supreme Court reduced the number of seats reserved for the Christian minority in the Kurdistan Regional Parliament from six to three.
Unlike the United States, Europe has not yet grasped that the survival of an entire religious community is at stake, asserts the Iraqi politician. Only five of the nineteen provinces are officially home to Christians, according to the interfaith Christian organization Open Doors, which estimates that there are currently only 154,000 Christians left in Iraq.
The Constitution establishes Islam as the state religion. Under Islamic law, Muslims cannot change their religion, and Muslim women cannot marry non-Muslims. More than 120 Christian places of worship have been destroyed since 2012.

 Original source: Cath.ch
La maire d’Alqosh dénonce l’expulsion ciblée des chrétiens d’Irak
Jacques Berset
9/11/2025

8 novembre 2025

Patriarch Sako: Vatican does not respect Eastern Churches

November 5, 2025

Vatican officials do not understand the situation of Christians and must learn to “work with the local churches, not above”, according to the head of the Chaldean Catholic Church.
The Chaldean Patriarch of Babylon Cardinal Louis Raphaël I Sako told The Tablet that the Dicastery for Eastern Churches fails to treat Eastern Catholic patriarchs as heads of their own sui iuris Churches.
“They should know they are there to serve the Churches,” the patriarch said. “They have to respect our identity.”
He complained of “a lot of bureaucracy”, with correspondence unanswered for months at a time, and a lack of respect for the patriarchs who “precede all bishops of any degree everywhere in the world” according to the Code of Canons of the Eastern Churches.
Dealings with the patriarchs “should be very polite and very respectful”, Sako said, suggesting the dicastery does not understand their status and the difficulties of their situation. “We are like fathers,” he continued. “We are not businessmen. We are pastors.”
Chaldean Catholics make up 80 per cent of the roughly 200,000 Christians remaining in Iraq, and are also present across the wider Middle East. There were an estimated 1 million Christians in Iraq in 1990, but instability since the US-led invasion in 2003 and persecution by Islamist extremists has driven many to flee the country.
Sako said Pope Leo understands the situation of Eastern Catholics. He spoke frequently to the then-Cardinal Robert Prevost during the conclave in May this year.
“I had time to explain to him what we are,” the patriarch said, recounting their historic character, their “mission towards Muslims” in the modern day and how “our presence is threatened now”.
The Pope addressed pilgrims for the Jubilee of the Eastern Churches on 14 May, days after his election, urging the Latin Church “to preserve and promote the Christian East” and telling Eastern Catholics: “You are precious.”
Leo will hold a private meeting with the five Catholic patriarchs at the nunciature in Beirut on 1 December, during his six-day visit to Turkey and Lebanon.
Since his election, he has given private audiences to the Maronite Patriarch of Antioch Cardinal Béchara Boutros Raï and the Syriac Catholic Patriarch of Antioch Ignatius Joseph III Younan. The Tablet understands that Sako expected to meet Pope Leo privately during a visit to Rome last week, and was disappointed this did not take place.
In his remarks to The Tablet, the patriarch suggested curial officials were not best placed to advise the Pope about Eastern Churches.
“The Pope should be well informed by the dicasteries,” he said, complaining of a lack of local understanding and “practical experience” in the Vatican, with little representation from the Middle East and Asia. “When they speak, they speak occidental speech.”
He said that while the prefect of the Dicastery for Eastern Churches Cardinal Claudio Gugerotti knows Eastern Christianity from his academic background and experience as a nuncio, “he has his own ideas, fixed ideas” about the Churches.
The Vatican’s approach, he continued, “should be academic, but also realistic” about the situation of Eastern Churches. It “should do more [to intervene with local leaders], not only speeches” because it can “make an impact on political life in the Middle East”.
In Rome, the patriarch attended the episcopal ordination of Archbishop Mirosław Stanisław Wachowski in St Peter’s on 26 October, following his appointment as apostolic nuncio to Iraq in September. Sako said he would offer “a map for the new nuncio” to follow.