"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

24 gennaio 2023

New convent beckons Christians to return to Iraq

By Aid to the Church in Need (USA)
Felipe d’Avillez and Fadi Essa

“WE MUST HAVE FAITH TO REBUILD THE VILLAGE, AND YOU ARE A SIGN OF THAT FAITH,” Archbishop Thabet told dozens of Dominican sisters gathered for the inauguration of their new Convent of Saint Joseph.
Batnaya used to be an important hub of Christian life on the Nineveh Plain, in northern Iraq. Around 5,000 Christians, almost all Chaldean Catholics, lived in the village in 2014, but the entire population had to flee when terrorists from the Islamic State (ISIS) overran the region in August of that year.
The jihadist terror group was eventually defeated, but the buildings, including two important churches, were almost destroyed, and the population scattered, some to refugee camps, while others emigrated.
But the Dominican sisters were not willing to give up on their village and their community. Set on returning to Batnaya, they first moved into a house that was loaned to them by a generous resident, before their new Convent of Saint Joseph was built, largely with financial support from Aid to the Church in Need (ACN).
Speaking at the consecration ceremony of the new building on December 18, Archbishop Paul Thabet, of the Chaldean Archdiocese of Alqosh, said that this new construction was about more than bricks and mortar—it was about giving life and hope to the community.
“Consecration is a call through which God builds up the Kingdom of Heaven. Wherever monastics come, they can change the desert into a paradise, and the presence of the nuns and their coming to the stricken and demolished village is a sign of great reconstruction. We are not only rebuilding stones, but we are also restoring humanity,” said the archbishop.
“The presence of the nuns in this village is a sign of encouragement for all the people of the village to return, too. Under the destruction we also see signs of true beauty, the beauty of the soul that you want to build. So, the presence of the monks, nuns, and the Church is a sign of encouragement for our brothers and sisters from this town. We Christians in Iraq have a deep wound; this wound must be healed by faith, and you are the sign of this faith,” he told the many sisters who gathered in the chapel of the convent for the blessing.
Now, the archbishop continued, it is time for other citizens to return as well. 
“Your name and identity are in Batnaya and your roots are in Batnaya, not in the places of emigration. I also encourage you to support the village and be present in it, because otherwise these roots will dry up, and if that happens then the branches will surely die. We must have faith to rebuild the village.”
Speaking on behalf of the Dominican community, Sister Huda Sheto thanked all those who had contributed to the building of their new convent, specifically mentioning ACN. The nuns, she insisted, are in Batnaya to “accompany the believers, to live their faith, to share their prayers, their lives and their needs, and to provide as many spiritual services as possible,” including education for children in the convent’s kindergarten.
The consecration of the new convent was attended by many residents of the village, as well as local authorities, members of the clergy, and ACN’s representative in Iraq. Local women let out traditional ululating cries of joy as Archbishop Thabet cut the ribbon on the gate and blessed the statue of Saint Joseph outside the convent, and all those present shared a celebratory meal after the event, rejoicing in the fact that life and faith have survived terror and are returning to Batnaya.
ACN has been deeply committed to restoring Christian life in Northern Iraq, and has helped fund many rebuilding projects, including in Batnaya. The organization has called on the international community to help Iraq achieve the stability and economic development it needs now, for its population to stabilize and not seek a better life abroad.

Asia News
25 gennaio 2023

23 gennaio 2023

Padre Jalal Yako: dalla Piana di Ninive ad Assisi

TV Prato

Dal minuto 7.00


La chiesa caldea condanna il rogo di una copia del Corano a Stoccolma

By Baghdadhope* - Patriarcato caldeo - AGI

Foto Patriarcato caldeo

Il Cardinale Louis Raphael Sako, patriarca della chiesa caldea, ha condannato  a nome di tutta la comunità da lui rappresentata il rogo di una copia del Corano avvenuta davanti all'ambasciata turca a Stoccolma ad opera del politico di estrema destra Rasmus Paludan che intendeva così protestare contro il veto di Ankara all'ingresso della Svezia nella NATO. 
Come si legge in una nota pubblicata dal patriarcato caldeo: "Questo comportamento è contrario ai valori umani, religiosi e morali, ferisce i sentimenti di milioni di musulmani nel mondo e alimenta l'incitamento all'odio in un momento in cui il nostro mondo ha bisogno di pace civile.
Gli Stati devono assumersi le proprie responsabilità rispettando il diritto di ogni persona a praticare liberamente la propria fede, devono compiere passi decisi nella protezione delle religioni, dei loro simboli e dei credenti in esse, diffondere uno spirito di amore e fratellanza tra i seguaci delle religioni, immunizzare i cittadini da estremismo e violenza e punire i trasgressori per prevenirne il ripetersi."

12 gennaio 2023

Patriarca caldeo Sako: l’unità delle Chiese non è un “gesto di cortesia”, ma fattore primario per custodire la presenza cristiana in Medio Oriente


“Le Chiese orientali hanno bisogno di una boccata di aria fresca”.
Con queste parole singolari e non scontate il Cardinale iracheno Louis Raphael Sako, Patriarca della Chiesa caldea, ha voluto intitolare la riflessione/appello da lui diffusa in vista della prossima settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio).
Il pronunciamento, diffuso dai canali mediatici del Patriarcato caldeo, contiene considerazioni non retoriche in merito al presente e al futuro delle comunità cristiane in Medio Oriente, e si conclude con un forte appello a trovare con urgenza vie di unità e di comunione fraterna tra i cristiani del Medio Oriente, si si vuole davvero garantire continuità alla presenza delle comunità di battezzati nella regione del mondo in cui è nato, morto e risorto Gesù.
In quella regione – riconosce il Patriarca –le comunità cristiane sono fatalmente condizionate dalla società in cui vivono. Nei Paesi del Medio Oriente, dove la popolazione è in grande maggioranza musulmana, la legislazione che norma la convivenza sociale sembra fissata per sempre sulla base di insegnamenti e regole di matrice religiosa, in un rapporto conflittuale con fenomeni della modernità. I cristiani mediorientali sono condizionati da molti fattori, compresa, a volte, la concorrenza-diffidenza tra le diverse tradizioni ecclesiali, e la sovrapposizione totale tra identità etnico-nazionale e appartenenza ecclesiale.
“Nei giorni scorsi, in occasione del Natale e del Capodanno” ammette il Cardinale iracheno “ho letto le lettere di alcuni sacerdoti, ascoltato le prediche, guardato le loro interviste televisive, e ho trovato superate le idee da loro proposte: Quello che dicevano sembrava non aver relazione con la realtà presente”. Quindi le parole di tante prediche e interventi ecclesiali “non toccano i sentimenti dei destinatari, né alimentano la loro speranza, né donano conforto e ristoro”. E se la situazione continua di questo passo, “le generazioni future saranno senza fede”.
Il Patriarca caldeo lamenta “che le Chiese cattoliche orientali non abbiano beneficiato molto dei lavori del Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965) né del Sinodo per l'Oriente del 2010”. E davanti alle urgenze del presente, la priorità va data al tema dell'unità, tanto più che siamo diventati una minoranza nei nostri Paesi. La nostra forza – prosegue il Primate della Chiesa caldea -  è nella nostra unità armoniosa, garanzia per la nostra sopravvivenza e la nostra continuità nel portare il nostro messaggio”.
L’unità dei battezzati – chiarisce il Patriarca – non vuol dire mortificare o cancellare la ricchezza delle diverse tradizioni teologiche, liturgiche e spirituali delle diverse comunità ecclesiali. L’autentica comunione consiste nell’accettare le differenze e rispettarle attraverso l'umiltà reciproca e l'incontro fraterno. La stessa firma delle dichiarazioni cristologiche comuni sottoscritte dalla gran parte dei Capi delle Chiese orientali non può essere archiviata tra i meri “gesti di cortesia”. La condivisione dichiarata della stessa fede in Cristo deve ispirare cammini di unità, aiutare a superare divisioni e diffidenze.
Quando Costantinopoli era assediata – ricorda per inciso il Patriarca, introducendo un riferimento storico -, “i teologi bizantini discutevano sul sesso degli angeli!” Nel tempo presente, i cristiani sono chiamati a esercitare la vigilanza. In terre segnate da conflitti, discriminazioni, violenze che alimentano esodi e migrazioni. In particolare, “i Capi delle Chiese devono superare divergenze non essenziali, fanatismo e paura per custodire la presenza cristiana in Medio Oriente”. Così che non si estingua una storia disseminata dalla testimonianza di moltitudini di martiri, vero tesoro di Chiese che “portano nei loro corpi il dolore di Cristo”, e per questo perseverano anche nella speranza del proprio risveglio.


9 gennaio 2023

Mar Awgin Kuriakose ordained as Metropolitan of the Chaldean Syrian Church of the East


The Chaldean Syrian Church of the East of India on Sunday ordained Mar Awgin Kuriakose as Metropolitan.
Ordination was held at Marth Mariyam Big Church Cathedral, Thrissur.
The ordination ceremony was presided over by Mar Awa III, Patriarch of the Church of the East based in Erbil in Iraq.
“This the happiest day for Chaldean Syrian Church in India and also for Assyrians all over the world. This ordination will be remembered for generations. This is a historic event,” said the Patriarch.
He expressed gratitude to Mar Aprem for serving the Indian Archdiocese as Metropolitan for 55 years. The Patriarch congratulated new Metropolitan Mar Awgin Kuriakose. He thanked the government of Kerala for treating him as an official guest of the State.
The new Metropolitan requested every member of the Church to work for unity and peace. Mar Awgin has been popular among people with his campaigns like “Don’t waste food” & “Avoid using single- use plastics”.
The new Metropolitan will be the charge of Churches in India and Southern Gulf Countries. Mar Awgin Kuriakose was consecrated as the successor of Mar Aprem, Metropolitan. Mar Awgin will be based in Thrissur where he had earlier served as Patriarchal Administrator.
Mar Aprem, Metropolitan of India; Mar Aprim Athneil, Metropolitan of Syria; Mar Paulus Benjamin, Bishop of Eastern USA; Mar Benyamin, Bishop of New Zealand; Mar Emmanuel, Bishop of Canada; Mar Yohanan Yoseph, Bishop of India and Synod Secretary William Thoma were present.
Ordination of a Metropolitan is being held for the first time in India in the history of Chaldean Syrian Church of the East. Hundreds of devotees attended the function.
A public function was held in the afternoon at Chaldean Syrian Higher Secondary School ground to honour Patriarch Mar Awa III and new Metropolitan Mar Awgin Kuriakose.
Goa Governor S. Sreedharan Pillai inaugurated the public function. Ministers K. Rajan and K. Radhakrishnan; Mayor M.K. Varghese, heads of various Churches, MPs and MLAs attended the programme.

Homs e Mosul, dalle vittime dell’Isis i nuovi vescovi siro-cattolici


Papa Francesco ieri ha dato il suo assenso all’elezioni di due vescovi della Chiesa siro-cattolica dalle storie estremamente significative. Seguendo la procedura del Codice delle Chiese Orientali il Sinodo dei vescovi della Chiesa patriarcale di Antiochia dei Siri ha designato, infatti, i propri arcivescovi di Homs in Sira e della martoriata città irachena di Mosul.
Per Homs - l’antichissima sede episcopale di Emesa, che nel II secolo ha dato anche un papa alla Chiesa cattolica (Aniceto che fu sulla cattedra di Pietro tra il 155 e il 168) - la scelta è caduta su p. Jacques Mourad, originario di Aleppo, che nel 2015 fu trattenuto per 5 mesi nelle proprie mani dall’Isis dopo essere stato rapito nella sua comunità di Mar Elian, nei pressi della città di al Qaryatayn. Un’esperienza drammatica per questo monaco oggi 54enne che è il co-fondatore della Comunità di Mar Mousa, creata in un altro antico monastero della Siria insieme a p. Paolo Dall’Oglio, gesuita italiano, anche lui rapito dall’Isis nell’estate 2013 e scomparso nel nulla come migliaia di vittime siriane della guerra. Nel 2016 - poco dopo la sua liberazione - p. Mourad aveva raccontato in un’intervista alla rivista del Pime Mondo e Missione: “In quei giorni è cambiato il senso della mia vita. E le parole di Charles de Foucauld “Padre, mi consegno nelle tue mani”, hanno acquisito per me una forza nuova”.
Con questo spirito - dopo alcuni anni vissuti nei monasteri di Cori in Italia e di Sulaymanyah nel Kurdistan iracheno - l’anno scorso p. Mourad era tornato ad al Qaryatayn, che si trova propria nella diocesi di Homs. E insieme ai cristiani locali vittime insieme a lui del rapimento ha iniziato il difficile cantiere della ricostruzione. A partire dal monastero stesso di Mar Elian - che custodisce le spoglie di san Giuliano, il grande martire di Emesa – che i jihadisti avevano profanato e distrutto. “Ho detto ai cristiani che il santo ci aveva salvato e redento, offrendo il suo monastero e la sua tomba per noi”.
Una ricostruzione che p. Jacques Mourad ha voluto fortemente come segno di riconciliazione. “Questo lavoro - si legge in una lettera inviata in questi giorni dalla Comunità di Mar Mousa - è stato coronato dalla riconsacrazione della chiesa e della cappella per mano del vescovo siro-cattolico di Damasco, mons. Jihad Battah, e del vescovo siro-ortodosso di Homs, mons. Matta el-Khoury. La presenza dei due vescovi ha costituito un solenne atto di riconciliazione delle due Chiese di Qaryatayn, che in passato avevano avuto forti contrasti sulla proprietà del Monastero stesso. Erano presenti molti sacerdoti della diocesi di Homs e numerosi fedeli di Qaryatayn e dintorni, oltre a molti amici della Comunità. Al termine della messa del 9 settembre, giorno della festa di Mar Elian, le ossa del santo sono state deposte nel sarcofago restaurato che era stato distrutto nel 2015. Due cristiani e due musulmani di Qaryatayn hanno portato le reliquie del santo, per la gioia di tutti. È stata una vera e propria celebrazione nuziale, in cui la comunità musulmana di Qaryatayn ha offerto il pranzo a tutti i presenti, più di 300 persone”.

La ricostruzione è la sfida che attende anche p. Qusay Mubarak Abdullah Hano, 40 anni, scelto dal Sinodo del patriarcato siro-cattolico come proprio vescovo di Mosul, la città irachena che del sedicente Stato Islamico fu la capitale. I siro-cattolici a Mosul e nella Piana di Ninive storicamente sono la seconda grande comunità cristiana accanto a quella caldea, guidata dal 2018 da mons. Najib Mikhael Moussa. Proprio a Qaraqosh, una delle città della Piana di Ninive, il nuovo vescovo siro-cattolico è nato e cresciuto. Al tempo dell’Isis, quando i jihadisti diedero alle fiamme l’episcopio di Mosul, p. Hano è stato esule con gli esuli, svolgendo il suo ministero sacerdotale tra gli sfollati a Erbil. Ora la chiamata a raccogliere l’eredità di mons. Youhanna Boutros Moshe, che ha guidato la comunità siro-cattolica di Mosul durante la lunga tempesta.
Compito che resta ancora oggi estremamente difficile. Come raccontava pochi giorni fa da Mosul al quotidiano iracheno Al 'Alam Al Jadeed il sacerdote siro-cattolico p. Raed Adel, a quasi due anni dalla visita del papa sono appena 150 i cristiani ritornati a Mosul, meno dell’1% della comunità presente prima del dominio della cacciata dell’Isis. Pesa soprattutto la questione delle proprietà dei cristiani che dopo la razzia dei jihadisti9 sono state vendute e stentano ad essere restituite. Le stese autorità locali fanno ben poco per frenare il cambiamento demografico nelle aree un tempo abitate dai cristiani. Anche per questo l’ordinazione episcopale di mons. Hano - che il patriarca di Antiochia dei Siri Ignace Youssif III Younan presiederà il 3 febbraio nella grande chiesa dell’Immacolata a Qaraqosh - sarà un segno importante per una Chiesa che vuole ritrovare il suo posto in una terra dove i cristiani hanno una lunga storia e una vocazione che non vogliono abbandonare.

Elezione dell’Arcivescovo di Mosul dei Siri (Iraq) ed elezione dell’Arcivescovo di Homs dei Siri (Siria)

7 gennaio 2023

Elezione dell’Arcivescovo di Mosul dei Siri (Iraq)
Il Sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Siri ha eletto Arcivescovo di Mosul dei Siri il Rev.do Qusay Mubarak Abdullah (Younan) Hano, al quale il Santo Padre aveva concesso il Suo Assenso.

Curriculum vitae
S.E. Younan Hano è nato a Qaraqosh (Iraq) il 10 settembre 1982, dopo gli studi in infermieristica, ha iniziato la sua formazione seminaristica, dapprima a Baghdad ed in seguito in Libano, ove presso l’Università Saint-Esprit ha conseguito il baccalaureato in filosofia e teologia. Ordinato sacerdote il 29 giugno 2011 per l’Arcieparchia di Mosul dei Siri, è stato vicario della parrocchia Mar Jacob a Qaraqosh, Segretario particolare dell’Arcivescovo, quindi con l’invasione della Piana di Ninive si è occupato degli sfollati Siri presso la Chiesa Mar Shmoni in Erbil, e per due anni Protosincello dell’Arcieparchia. Tra gli altri incarichi affidatigli, quello di insegnante di Sacra Scrittura, curatore di un programma radiofonico, Rappresentante della Chiesa iraqena nel Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, collaboratore del Tribunale inter-rituale di Erbil.
Dal 2019 si trova a Roma per gli studi di Dottorato in Teologia Biblica.
Oltre al siriaco e all’arabo, conosce anche l’inglese e l’italiano.

 Elezione dell’Arcivescovo di Homs dei Siri (Siria)
Il Sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Siri ha eletto Arcivescovo di Homs dei Siri (Siria) il Rev.do Yagop (Jacques) Mourad, al quale il Santo Padre aveva concesso il Suo Assenso.

Curriculum vitae
S.E. Jacques Mourad è nato ad Aleppo (Siria) il 28 giugno 1968. Dopo l’ingresso nel Seminario di Charfet, in Libano, ha proseguito la formazione, conseguendo il baccalaureato in filosofia e teologia, e quindi la licenza in Liturgia presso l’Università Saint-Esprit di Kaslik. Entrato nella Comunità Monastica di Deir Mar Musa Al-Abashi, di cui è confondatore, il 20 luglio 1993 vi ha emesso i voti. Il 28 agosto è stato ordinato sacerdote e incardinato nell’Arcieparchia di Homs dei Siri. Dal 2000 al 2015 è stato incaricato del Convento di Mar Elian e della parrocchia di Qaryatayn. Dopo il rapimento subito dai jihaidisti tra il maggio e l’ottobre 2015, ha soggiornato nei monasteri filiali di Cori (Italia) e Sulaymanyah (Iraq). Rientrato in Siria nel 2020, è vice-superiore della Comunità ed economo, occupandosi dei fedeli di Qaryatayn; è membro del Collegio dei Consultori dell’Arcieparchia di Homs.
Oltre all’arabo, conosce il siriaco, il francese, l’inglese e l’italiano.

3 gennaio 2023

The Patriarchate Holds a Funeral Mass for the Pope Emeritus Benedict XVI


The Chaldean Patriarchate mourns Pope Emeritus Benedict XVI and thanks God for all the graces he bestowed upon the Church and humanity through his services.
The late Pope Emeritus Benedict XVI, was great man of prayer, humble and close to people during their difficulties. 
He established through his writings, a firm and important theological bases for faith stability, promoted approach between Churches and religions focusing on the application of scientific thoughts and logic.
He also extended bridges between people by highlighting: human dignity; fraternity and conviviality; peace and environment; as well as spiritual and moral values.
His resignation in 2013 was a “lesson to learn” for all ecclesiastical and political officials: that when “they” cannot perform “their duties” as required, they better step down.
On this occasion, the Patriarchate will hold a funeral mass on Monday, January 9, 2023, at 5:30 PM, at Saint Joseph Cathedral / Karrada.

2 gennaio 2023

VIDEO ARABIC/ENGLISH: Chaldean Catholic Patriarch of Babylon Cardinal Louis Raphaël I Sako Criticizes Forced Conversion of Christian Minors to Islam, Adds: In Iraq, Christians Are Treated as Second-Class Citizens

By MEMRI 

Photo MEMRI TV

Cardinal Louis Raphaël I Sako
, the Chaldean Catholic Patriarch of Babylon, said in a December 30, 2022 interview on Al-Sharqiya News TV (Iraq) that Christians are treated as “second class citizens” in Iraq.
He explained that certain issues in Iraq “violate the rights of the Christians to the core,” such as conversion of Christian minors to Islam.
He also said that in many situations, Christians convert to Islam in order to enjoy social benefits, and not for religious reasons.

Click on the title or here to watch the video interview 

Only 16 Christian families participated in the new year's celebrations in Maysan: official

January 1, 2023

Only 16 families participated in the new year's celebrations held at Maysan's "Our Lady Chaldean Church" yesterday, Saturday, the representative of the Christian community in the southern governorate, Jalal Daniel, said on Sunday.
"Last year, 25 families attended the event," he said in a statement to Shafaq News Agency.
"We hope that the Christian community manages to recover their usurped land this year," he added, "these properties are originally owned by the Church."
Jalal said he contacted a committee the powerful Shiite cleric Muqtada al-Sadr formed to address this problem and the latter promised to visit the governorate soon.
Iraq is overwhelmingly Muslim but hosts several ancient Christian communities, who now number an estimated 200,000 to 300,000 people from the 1.5 million who lived in the country before the U.S. invasion that toppled Saddam Hussein in 2003.
There are 14 officially recognised Christian sects in Iraq.
Most live in Baghdad, the plains of northern Nineveh governorate and Iraq's self-run Kurdistan region.
Chaldeans are the most numerous of Iraq’s Christians, up to 80% of the group.
The Chaldean Church is Eastern Rite affiliated with the Roman Catholic Church but allowed to keep its traditions and rituals. It originated from the Church of the East in Mesopotamia, which emerged in the early centuries after Jesus Christ.
The church is based in Baghdad and headed by Cardinal Louis Raphael Sako. Most Chaldeans live in Iraq, the United States, Iran and Lebanon. They speak a version of Aramaic, a Semitic language spoken at the time of Jesus.
There are 110 Chaldean churches across Iraq.

Card. Sako: Benedetto XVI un ‘grande teologo’ e ‘profeta’ dei rapporti con l’islam

31 dicembre 2022
Dario Salvi

Foto Patriarcato caldeo
Un pontefice “profetico” nel rapporto con l’islam, un “grande teologo” con espressioni “chiare e comprensibili” e un pastore “vicino all’Iraq e al Medio oriente”.
È il ricordo di Benedetto XVI affidato ad AsiaNews del patriarca di Baghdad dei caldei, card. Louis Raphael Sako, che proprio sotto il pontificato del papa emerito è stato eletto primate della Chiesa caldea, a fine gennaio 2013 e a pochi giorni dalla storica rinuncia al pontificato.
“Per Benedetto XVI - sottolinea il porporato - provo una grande stima. É un uomo di Dio, con un volto luminoso. Forse un giorno nella storia della Chiesa sarà proclamato dottore, per tutto quello che ha lasciato nel campo della teologia. Non abbiamo uno studioso del suo peso, oggi!”.
Papa Ratzinger, prosegue il card. Sako raggiunto al telefono a Baghdad, “per noi cristiani del Medio oriente è stato un elemento di profonda vicinanza e attenzione. Fra i ricordi più vivi - prosegue - la visita ad limina [del 2010], quando da arcivescovo di Kirkuk gli ho proposto di fare un sinodo per il Medio oriente. E lui ha accettato subito con entusiasmo, dicendo che ‘è una buona idea e vi do il mio consenso’. Era anche un uomo molto umile, anche se non è bello dire santo subito, lui era davvero un santo per quanto ha fatto” per la Chiesa.
Per quanto riguarda il legame con l’Iraq, il card. Sako lo definisce di “profonda vicinanza” e anche nei rapporti umani era “molto attento: mi ricordo che quando sono stato scelto come patriarca siamo andati da lui in udienza. Il papa non poteva fare discorsi lunghi perché era molto stanco, ma mi ha fatto gli auguri. E guardando mia sorella, mi ha detto che anche lui ne aveva una alla quale era molto legato e che purtroppo era morta”.
L’evento stesso delle dimissioni, aggiunge, poco dopo quell’incontro e che “hanno colpito il mondo intero” sono una “presa di coscienza” del limite umano.
“Quando uno vede che non può portare questa responsabilità - afferma - si ritira e dà il posto a un altro. Questo è un esempio forte, questo è un uomo di Dio”.
Infine, il rapporto con l’islam e la controversia che è seguita al celebre discorso di Ratisbona del 2006, e che ha infiammato molte piazze in Europa e del Medio oriente.
“I musulmani - sottolinea il card. Sako - non lo hanno capito e si è creata una forte tensione. Io ero vescovo di Kirkuk all’epoca e ho sofferto molto, abbiamo anche subito un pesante attentato, un’autobomba esplosa davanti a una chiesa e che ha ucciso un chierichetto caldeo. Solo in seguito hanno capito che aveva ragione e, oggi, con papa Francesco si stanno facendo grandi progressi” sia con mondo sunnita, che verso l’islam sciita come emerge dagli incontri con l’imam di al-Azhar e l’ayatollah al-Sistani.
“Questa vicinanza - aggiunge - ha molto aiutato i cristiani d’Oriente a continuare la nostra vita e a rafforzare la convivenza pacifica”.
Benedetto XVI, conclude il patriarca Sako, è stato “un uomo di valore, di fede, di preghiera, dal rapporto umano profondo e niente affatto superficiale, freddo e distaccato”.
Da giorni la Chiesa irachena pregava per il papa emerito, le funzioni proseguiranno nelle prossime ore alla memoria del papa emerito nelle messe e nelle preghiere.

29 dicembre 2022

Mosul ha accolto il Papa ma non dà il bentornato ai cristiani

By Baghdadhope* - Al 'Alam Al Jadeed

Secondo un articolo pubblicato oggi da Al 'Alam Al Jadeed il ritorno dei cristiani iracheni alle loro abitazioni nella Piana di Ninive dopo la loro cacciata ad opera dell'ISIS nel 2014 è molto ridotto ed addirittura in alcune zone "inesistente." 
Stessa, se non peggior sorte, sta toccando a Mosul dove, come nel caso della Piana di Ninive, la diffusa sfiducia tra i cristiani in ambito sociale e di sicurezza personale, unita alla crisi economica ed alla mancanza di opportunità di lavoro, maggiore invece nella vicina regione autonoma del Kurdistan iracheno, ha portato solo 70 famiglie al ritorno delle migliaia che ci vivevano prima della presa della città da parte dell'ISIS. 
Questi dati sono stati confermati ad Al 'Alam Al Jadeed dal sacerdote responsabile della comunità siro-cattolica di Mosul, Padre Ra'ed Adel che stima al massimo a 150 il numero complessivo di cristiani tornati in città. 
Le ragioni che spingono i cristiani di Mosul a non far ritorno in città sono, secondo il sacerdote, molteplici.
La mancanza di ricostruzione delle infrastrutture distrutte durante l'occupazione da parte dell'ISIS e della guerra per liberare la città è uno di essi.
Solo tre chiese, ad esempio, San Tommaso, San Paolo e quella dell'Annunciazione, sono state ricostruite e sono aperte al culto mentre le altre chiese ed i monasteri, più di trenta in tutto, sono ancora o distrutti o in via di ricostruzione.    
Un altro fattore riguarda le proprietà dei cristiani i cui documenti di proprietà sono stati falsificati e poi rivenduti e dei quali solo alcuni sono stati recuperati tramite azione giudiziaria. 
A confermare queste tristi affermazioni sono le dichiarazioni rilasciate dall'Arcivescovo caldeo di Mosul, Monsignor 
Moussa Najib Mikhael O.P, che descrive il calo del numero dei cristiani in città come un indicatore pericoloso e critica il governo iracheno per aver permesso la violazione dei diritti dei cittadini cristiani e la loro discriminazione in termini di assegnazione di incarichi, opportunità di lavoro e uguaglianza di fronte alla legge. 
Oltre a ciò, pur senza rivelare con precisione a quali "pressioni" si stesse riferendo, l'arcivescovo caldeo le ha però citate come uno dei fattori che hanno contribuito a far fallire i tentativi suoi e del governatore della provincia di Ninive, Najim Al Jubouri, di frenare il cambiamento demografico in atto nelle aree tradizionalmente abitate dai cristiani che di certo non ne sta favorendo il ritorno. 
Le denunce dell'arcivescovo però non si fermano qui. 
Se ciò non bastasse, la rinascita della comunità cristiana nel nord dell'Iraq sta fallendo anche perché "il 95% dei cristiani non ha ricevuto nessun indennizzo" per i danni subiti ai tempi dell'occupazione da parte dell'ISIS ed a ciò si aggiunge il fatto che tutte le organizzazioni che avrebbero voluto aiutare le chiese si sono ritirate a causa degli ostacoli posti dal governo e le percentuali che lo stesso governo vuole ricavare: "Le organizzazioni danno il loro aiuto gratuitamente ma il governo le ricatta" ha concluso l'arcivescovo.   
Eppure i motivi non sono solo questi.
E' il ricercatore cristiano Samer Elias Sa'ed che ricorda come la maggior parte delle case dei cristiani siano state saccheggiate e svuotate dai loro stessi vicini. 
Come è successo a lui stesso la cui casa, nei pressi dell'Università di Mosul, è stata prima sequestrata dall'ISIS quando hanno costretto la sua famiglia ad abbandonarla, nel luglio del 2014, ma dopo la cacciata degli islamisti e la liberazione della città è passata nelle mani dei sostenitori dell'allora governatore della provincia di Ninive, 
Atheel al-Nujaifi, che hanno finito di distruggerla. 
Ad avere parole dure per chi ha di fatto ostacolato il ritorno dei cristiani in Iraq in generale ed a Mosul in particolare è anche il patriarca della chiesa caldea, Cardinale Mar Louis Raphael Sako, che, citando le 20 famiglie cristiane che ogni mese lasciano la patria, addossa la colpa al
"caos, alla frammentazione e al nepotismo  creati dalle milizie settarie” con un chiaro riferimento, secondo Al 'Alam Al Jadeed, alla 30a Brigata delle Forze di mobilitazione popolare, brigata formata in maggioranza da Shabak (musulmani sciiti) che impone la sua autorità assoluta sulla Piana di Ninive, ed è accusata di aver favorito il cambiamento demografico sequestrando immobili di proprietà di cristiani e musulmani sunniti.
"Chi deve proteggere questi cristiani pacifici e fedeli alla loro patria se non il governo?" chiede retoricamente il Cardinale Sako aggiungendo addirittura un appello allo stesso governo: "Se non vuole che i cristiani rimangano come cittadini a tutti gli effetti nel loro paese, l'Iraq, allora che lo dichiari francamente in modo da darci la possibilità di gestire la questione prima che sia troppo tardi."  
Eppure ufficialmente le dichiarazioni sono tutte e sempre a favore del ritorno dei "fratelli cristiani," "cittadini originari del paese."
Un politicamente corretto che si scontra con le testimonianze sopra riportate e trova conclusione nelle scoraggianti parole di W
illiam Isho: "Ciò che si dice sulla costruzione di ponti e sulla tolleranza sono solo parole che non riflettono la realtà e che sono a favore dei mezzi di comunicazione. L'ideologia dell'Isis è ancora presente nonostante ci siano musulmani che rispettano i cristiani ed è il motivo principale per cui i cristiani non tornano a Mosul. "

27 dicembre 2022

La persecuzione ai cristiani oggi (AUDIO)


Don Karam Shamasha, sacerdote di Alqosh, nella Piana di Ninive, in Iraq
Alessandro Monteduro, direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre in Italia

Conduce: Debora Donnini

Clicca sul titolo o qui per ascoltare le interviste

Natale in Iraq/ Mons. Yaldo: tanti vogliono diventare cristiani, la legge però lo vieta

26 dicembre 2022 

L’Iraq, dopo la sconfitta dello Stato islamico che aveva occupato e devastato gran parte del suo territorio, provocando morte e distruzione, non si è mai realmente ripreso da quella tragedia, che si era aggiunta alla guerra portata dagli Stati Uniti nel 2003.
Solo lo scorso 13 ottobre, dopo un anno di stallo politico, manifestazioni, incidenti e proteste, è stato eletto il nuovo presidente della Repubblica.
Si tratta di Abdul Latif Rashid, un ex ministro curdo di 78 anni, che ha poi incaricato Mohammed Shia al Sudani, sciita, di formare un governo. La situazione del Paese è grave, nonostante le grandi risorse petrolifere: corruzione, disoccupazione, divisioni provocate dalle varie minoranze sciite, l’influenza dell’Iran e nelle ultime settimane i bombardamenti congiunti turchi e iraniani nel Kurdistan.
La minoranza cristiana vive il disagio più forte, costretta all’emigrazione, nonostante la visita di Papa Francesco ne avesse riacceso le speranze. Abbiamo parlato di tutto questo e di cosa significhi il Natale in Iraq con monsignor Basel Yaldo, vescovo ausiliare di Baghdad.

Finalmente l’Iraq ha un governo e un presidente. Come è la situazione adesso? La lotta intestina tra le fazioni sciite, nella quale spicca la figura del leader Muqtada al-Sadr, continua a creare problemi?
La situazione in Iraq non è ancora stabile, nonostante abbiamo un governo e un presidente dopo un anno di attesa. Ora la lotta continua tra i partiti politici, poi tra sunniti e sciiti e poi tra gli sciiti stessi.
La situazione economica che aveva spinto la popolazione a protestare nelle strade continua a essere grave?
La situazione economica in Iraq è difficile a causa della corruzione. Mancano servizi sociali, elettricità, lavoro per i giovani e non ci sono più fabbriche locali come prima: ora tutto viene da Iran e Turchia.
Nel Kurdistan iracheno si registrano ultimamente attacchi sia da parte turca che iraniana: qual è la posizione della Chiesa?
Noi chiediamo di fermare questi attacchi e preghiamo sempre per la pace. La Chiesa sta accanto alla gente, proviamo a essere messaggeri di pace.
Come vivono le comunità cristiane del Paese? E i cristiani continuano a emigrare?
Incoraggiamo sempre la nostra gente a rimanere in Iraq. Siamo cristiani qui in Mesopotamia dal primo secolo dopo Cristo e abbiamo un grande patrimonio, tre sono le città menzionate nella Bibbia: Ur dei Caldei, Ninive dell’impero assiro e Babilonia. La nostra Chiesa ha dato tantissimi martiri, per questo motivo si chiama Chiesa dei Martiri. Noi cristiani viviamo in Iraq per migliorare il Paese, perché tutti sanno il ruolo dei cristiani, che danno una testimonianza di vita
Qual è la vera risposta al fondamentalismo islamico? Deve essere solo morale, religiosa, o anche politica?
La vera risposta al fondamentalismo islamico deve essere morale e religiosa, cioè i capi cristiani e musulmani devono essere nei loro discorsi contro la guerra, contro il terrorismo, contro la violenza e contro la corruzione.
Ma non c’è solo il fondamentalismo. Con i musulmani avete anche relazioni costruttive?
I cristiani hanno un buon rapporto con tutte le comunità in Iraq, specialmente con i musulmani. Perché siamo gente pacifica, noi non abbiamo armi o milizie. È vero che siamo la minoranza, ma siamo rispettati da tutti.
Ci sono giovani che scelgono di abbracciare il cristianesimo? Che cosa li attrae?
C’è tanta gente che vuole abbracciare il cristianesimo perché vede la tranquillità, la carità, il perdono, la speranza, ma la legge in Iraq non permette di cambiare religione, specialmente ai musulmani.
I cristiani dal punto di vista politico hanno poca rappresentanza: solo 5 seggi in Parlamento. E dal punto di vista civile e religioso? Sono più o meno rispettati?
A dir la verità, i nostri parlamentari cristiani non rappresentano tutti i cristiani, perché appartengono ai partiti politici, seguono i loro interessi come gli altri, quindi la gente non si affida tanto a queste persone.
In Occidente molti cattolici – oggi in minoranza nella società – rimproverano alla Chiesa di aver parlato troppo con il potere e poco ai cuori. La Chiesa deve parlare o no con il potere? Fino a chiedergli di tutelarla?
Una settimana fa abbiamo incontrato (con*) Sua Eminenza il cardinale Sako il primo ministro iracheno e anche, un mese fa, il nuovo presidente. Era un incontro per parlare della situazione generale dell’Iraq, di come trovare il lavoro per i giovani e di come fermare la corruzione. Abbiamo chiesto, in particolare, di difendere i diritti dei cristiani. La Chiesa deve difendere la loro comunità e dire la verità.
Cosa pensa della guerra che si combatte in Ucraina? Come interroga la sua coscienza e responsabilità di pastore?
Noi dal primo giorno siamo contro la guerra, perché abbiamo già sofferto la guerra in Iraq e conosciamo bene cosa sia una guerra. A pagare è sempre la gente comune, il popolo. Dobbiamo fare tutto il possibile per fermare ogni guerra.
In questo quadro, l’avvenimento del Natale che significato particolare assume?
L’Evento del Natale è un tempo pieno di grazia, speranza e pace. La nostra missione trova un vero significato profondo nell’Avvento, cammino verso la speranza, la gioia e la pace celebrate a Natale. L’Avvento è vissuto in prima persona da ciascuno e da tanti dei nostri fratelli rifugiati. Preghiamo per loro e facciamo nostro il loro dolore, perché la loro realtà ci avvicina senz’altro al mistero del Natale.

*Nota di Baghdadhope

23 dicembre 2022

Buon Natale 2022


Buon Natale e Buon Anno Nuovo

Edo Bri'cho o Rish d'Shato Brich'to

عيد ميلاد سعيد وسنة ميلادية مباركة

Happy Christmas and Happy New Year

Feliz Navidad y Feliz Año Nuevo

Feliz Natal e Feliz Ano Novo

Joyeux Noël et Bonne Année

Fröhliche Weihnachten und Gutes Neues Jahr

God Jul och Gott Nytt År


By Baghdadhope*

Cristiani in Iraq: «Con Gesù Bambino non abbiamo paura!»


Iraq, la terra di Abramo, ma anche terra di persecuzione per i cristiani; terra di minoranza per chi professa la fede in Dio. Dal rapporto diffuso nel novembre scorso dall’organizzazione Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) è stato evidenziato che, seppur rispetto ai report precedenti «il ritmo dell’esodo è molto più lento, la comunità è scesa dai circa 300.000 fedeli presenti prima dell’invasione dello Stato Islamico del 2014 ai circa 150.000 rimasti nella primavera del 2022».
Il mistero del Natale è racchiuso nella Luce; e se il buio sembra avere la meglio, per i cristiani, la parola speranza diventa ancor più luminosa, più forte, proprio quando le tenebre sembrano vincere. 
La Nuova Bussola Quotidiana ha voluto ascoltare, proprio nei giorni in cui la Luce del Bambino Gesù viene celebrata, una voce che in questa terra vive la propria missione.
È suor Narjis Henti, della Congregazione Figlie del Sacro Cuore di Gesù, appartenente alla Chiesa Caldea Cattolica. La sua voce è ferma, decisa, profonda: non ha paura, così come le sue consorelle, così come i cristiani che cercano di vivere la propria fede in un paese così piegato dalle guerre.
Le Figlie del Sacro Cuore di Gesù, Suor Henti, nascono proprio in questa terra, l’Iraq. Può delineare – per sommi capi – la storia, le origini, la missione della congregazione della quale fa parte?
Apparteniamo alla Chiesa caldea cattolica dell'Iraq; la congregazione è nata nel 1911 ad Araden, un villaggio del nord iracheno; nasce grazie all’ispirazione di Padre Abd Al-Ahad Raees, che è stato il nostro fondatore: da questa sua esperienza sul campo, prende vita la nostra congregazione che all’origine ha il desiderio di essere di aiuto alla Chiesa, di servizio al prossimo, soprattutto di aiuto per gli ammalati, i moribondi; nasce con l’intento di aiutare le donne ad organizzare le loro mura domestiche, ad educare i bambini. Poi, la missione della nostra congregazione è cresciuta, ovviamente; come la stessa nostra regola contempla, viviamo la missione secondo le necessità che la realtà circostante ci presenta. 
Attualmente, il nostro servizio è più ampio: lavoriamo nelle parrocchie occupandoci del servizio liturgico; ma, soprattutto, la nostra missione è andata sempre più focalizzandosi sull’aspetto pedagogico: abbiamo, infatti, diverse scuole in Iraq. Abbiamo, inoltre, un centro liturgico a Bagdad e uno ad Erbil.
La storia dell’Iraq ci presenta, purtroppo, diverse pagine tragiche. Quali immagini le vengono in mente maggiormente?
Ci sono stati attacchi da parte dell’Isis che possono ritenersi infernali; attacchi in cui abbiamo vissuto momenti terribili: vittime, sangue, dolore e sofferenza. Ricordo una notte in cui le nostre chiese e le nostre comunità hanno aperto le porte a chi aveva bisogno; in una sola notte sono arrivate 5.000 famiglie depredate di tutto. Le guerre, in fondo, le abbiamo sempre vissute, ma dopo la caduta di Saddam Hussein, il tutto si è andato sempre più accentuando. È terribile pensare che si possa uccidere secondo la propria identità!
Le persecuzioni, le bombe, gli attacchi e i feriti: come si vive tutto questo alla luce della fede?
Come cristiani abbiamo sempre avuto la speranza che con Cristo siamo più forti. Nel 2006, quando sono entrata in comunità, ho sentito una chiamata molto forte per essere al servizio di questo popolo. Ho scelto di essere uno strumento che Dio può utilizzare per dare conforto e speranza. La mia vocazione non ha a che fare con la paura. Siamo ancora più forti, anche se siamo perseguitati.
Mi viene in mente san Paolo, la sua Seconda Lettera ai Corinzi: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (12,10). È questa consapevolezza che ci fa andare avanti nella nostra missione, nella nostra vocazione.
 La Chiesa Caldea è conosciuta nella storia come la “Chiesa del martirio”: siamo fieri di ciò che siamo! Nella nostra liturgia dei Vespri ci sono degli inni che portano il nome di Inni dei martiri; in queste preghiere chiediamo la loro intercessione per tutta l’umanità. Abbiamo, inoltre, grande considerazione di tutti gli scritti dei Padri della Chiesa, che assieme ai martiri rappresentano per noi dei veri e propri fari per condurre il nostro cammino nelle terre di persecuzione. Con loro, non abbiamo paura!
Come si prepara al Natale la popolazione cristiana nel territorio iracheno?
Il Natale è una festa di gioia! E, quindi, con gioia, ci prepariamo ad attendere il Bambino Gesù. Le nostre parrocchie sono sempre piene: le attività con i bambini ci aiutano ad attendere la nascita del Re dei re; in noi vive non il pensiero della persecuzione – che nel nostro tempo presente sta divenendo, molte volte e sempre di più, discriminazione verso i cristiani – ma un pensiero di estrema gratitudine a Dio per averci donato Suo Figlio! E noi rispondiamo a questo dono, lodando il Signore con gioia: basterebbe pensare alla nostra liturgia del tempo di Avvento; sono pagine scritte dai Padri della Chiesa, soprattutto, che ci aiutano a prepararci interiormente al Santo Natale.
Il nostro breviario, in lingua aramaica, in questo tempo così importante, ci offre la possibilità di vivere – con alcune preghiere – la bellezza della nostra Chiesa, soprattutto quella delle nostre origini dal I secolo d.C.!
La nostra gioia, certamente, è data dalla certezza della presenza, della vicinanza del Bambino Gesù, di Cristo, nelle nostre difficoltà quotidiane che incontriamo. A queste difficoltà noi rispondiamo con le stesse parole che l’angelo Gabriele, al momento della sua presentazione alla Vergine, aveva pronunciato: «Non temere!».
Mi fa piacere, sinceramente, cogliere questa occasione per augurare a tutti, davvero a tutti, un santo Natale da vivere nella piena speranza, con cuore pronto, per abbracciare il Re della pace.

Il patriarca della chiesa caldea incontra a Baghdad il presidente del consiglio italiano

By Baghdadhope* - Patriarcato caldeo - Rai News

Nell'ambito della visita effettuata al contingente militare italiano impegnato in Iraq il presidente del consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha incontrato anche il patriarca della chiesa caldea Cardinale Mar Louis Raphael Sako nella sede patriarcale a Baghdad. 
Le fonti patriarcali riferiscono di una conversazione che ha toccato più temi: il sostegno all'unità ed alla sovranità dello stato iracheno, gli sforzi necessari perché diventi uno stato moderno che possa incoraggiare gli investimenti ma anche la situazione dei cristiani, il loro essere emarginati, una cosa denunciata più volte dal patriarca Sako, e le ingiustizie che li hanno colpiti.
L'Europa, si è detto, dovrebbe sostenere i cristiani d'Oriente, gli abitanti originari del paese, incoraggiandoli a rimanere in patria contribuendo alla ricostruzione delle aree in cui vivono e creando progetti per alleviare il problema della disoccupazione.
 
Il presidente Meloni ha anche chiesto quale impatto abbia avuto in Iraq la visita nel paese di Papa Francesco nel marzo 2021 ed il patriarca l'ha definita molto positiva tanto da lasciare un segno profondo nel cuore di tutti gli iracheni, in particolare con i discorsi del Santo padre sul rispetto delle diversità, sulla solidarietà, sul perdono e sul vivere in pace e dignità.            
Sempre a proposito della presenza cristiana in Iraq il presidente Meloni ha anche espresso i suoi ringraziamenti al primo ministro iracheno, Mohammed Shia al-Sudani, per aver decretato il 25 dicembre festa nazionale.
"U
n importante segnale di grande rispetto della libertà religiosa e di rispetto per i cristiani presenti nel paese" ha detto il presidente Meloni.  
 

22 dicembre 2022

Messaggio di Natale 2022 del patriarca Sako

By Patriarcato caldeo

Il Natale è credere nella presenza continua di Dio nella nostra vita, una presenza eterna nel suo amore e nella sua misericordia
Il Natale è un progetto teologico sul piano della fede, dell’uomo e della vita che aiuta le persone a recuperare i valori spirituali e morali per vivere nell’amore e nella pace con gli altri.
Il Natale non è solo una celebrazione di un anniversario di duemila anni fa, o una celebrazione di folclore con fascino esteriore come le decorazioni, i regali e le visite,  il Natale ci insegna la consapevolezza e la fede nella continuazione della presenza di Dio nella nostra vita, una presenza eterna con il suo amore e la sua misericordia. Un inno natalizio dice: “Quando la mia anima si dissolve nell’essere di Dio, io sono nel Natale”. 
Cristo è venuto per riunirci e avvicinarci, per sviluppare le nostre relazioni in uno spirito di fraternità e tranquillità, quindi accogliamolo con spirito nuovo per raggiungere la pienezza dei valori umani e spirituali che ci ha insegnato, e non lasciamo che la festa passi come i giorni del calendario, come ha detto Papa Francesco tre settimane fa nell’Angelus.
Il Natale non finirà e la speranza di una nuova umanità che viva nella pace, nell’amore e nel perdono rimane un desiderio vivo nel cuore di ogni essere umano: “La notte di Natale è cancellato l’odio, la terra fiorisce, la guerra è abolita, l’amore germoglia”. 
Questa speranza deve continuare.
È un peccato che questo Natale arrivi in un momento in cui il mondo soffre di crisi sempre più gravi come la guerra micidiale tra Ucraina e Russia, e divisioni, conflitti e ingiustizie in Iraq, Palestina, Siria, Libano e Yemen, dove i cittadini, e in particolare le minoranze, sono diventati oppressi, oggetto di violenza, e rapina, poveri e sfollati a causa del conflitto su posizioni e interessi.
Il mondo intero deve rendersi conto che le guerre sono fallimenti e i conflitti sono una perdita; questo metodo dovrebbe finire e si deve intraprendere il dialogo diplomatico per risolvere i problemi; inoltre le persone perverse devono rendersi conto che il male non durerà, che Dio li riterrà responsabili e che solo il bene rimane, e, anche se di poca entità, è una benedizione.
Gesù ha vissuto quello che viviamo oggi: le personalità religiose ebraiche lo hanno attaccato come Anna e Caifa; i politici, come il re Erode e il governatore romano Pilato, lo hanno temuto e hanno agito per liquidarlo e metterlo in croce, ma Dio lo ha risuscitato dai morti, motivo per cui i nostri fratelli musulmani lo chiamano “Gesù il vivente”.
Le nostre paure e i nostri desideri trovano nella nascita e nella risurrezione di Cristo la speranza di un lieto fine: “Quando riempiamo i cuori di speranza, siamo nel Natale”. Questa speranza dovrebbe dare energia ai cuori dei buoni e unire i loro sforzi per porre fine alla sofferenza delle persone costruendo un ambiente migliore in cui ogni cittadino, indipendentemente dal colore, dal sesso o dalla religione, viva con dignità, libertà e fierezza.
Il Natale ci insegna ad essere operatori di pace, di carità, di difesa degli oppressi, di sollievo per gli orfani, le vedove e i poveri, e non possiamo crescere e svilupparci senza una vita spirituale, i valori morali e la cooperazione per ristabilire l’armonia in questo mondo, creato bello da Dio, che ce lo ha affidato per organizzarlo, conservarlo e farlo prosperare.
L’Iraq è un paese di civiltà, di culture e di glorie, con grandi persone di tutte le religioni e categorie. È tempo di tornare alla nostra originalità e ai nostri valori, costruire fiducia sociale ed educarci ad accettare la diversità, consolidare la convivenza e la lealtà verso la patria che abbraccia tutti secondo la regola della cittadinanza paritaria. Questo progetto non è compito del solo Primo Ministro, ma i cittadini hanno una grande responsabilità con il loro sostegno, la cooperazione e la cura per proteggere l’unità e la sovranità del paese e il suo progresso in modo che tutti possano vivere in pace e felicità. Onestamente, non c’è altro modo.
Preghiamo e diciamo: o Signore della pace, dona pace e stabilità al nostro Paese e al mondo.
Buona Festa e Buon Anno. Viva l’Iraq!

21 dicembre 2022

A Mosul torneranno a suonare anche le campane della “chiesa dell’Orologio”


Foto di Ammar Aziz in Kirkuknow.com

Il “viaggio” è in programma per il prossimo mese di marzo.
Sarà allora che le tre campane, rinominate coi nomi degli Arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele, partiranno dalla Normandia per arrivare a Mosul e essere ricollocate nel campanile di quella che tutti conoscono come la “chiesa dell’orologio”, o “chiesa dell’ora”.
L’annuncio è apparso nei giorni scorsi sui canali d’informazione dell’Unesco, l’organismo dell’ONU coinvolto nei progetti di ricostruzione della parte storica della città nord-irachena, ancora segnata dalle devastazioni subite durante gli anni dell’occupazione jihadista.
Le tre campane sono state fuse nella fonderia artigianale di Villedieu-les-Poêles Cornille Havard, in Normandia (Francia), atelier dove 15 artigiani specializzati operano facendo tesoro dell’incontro tra i moderni strumenti tecnologiche e tradizioni risalenti al Medioevo. L’Unesco riferisce anche che i lavori di restauro dell’intera chiesa dovrebbero essere completati entro il 2023.
Le fonti locali riportano spesso notizie ambivalenti e comunque non confortanti in merito al “ritorno” delle famiglie cristiane fuggite dal Mosul nel 2014, quando la città divenne capitale irachena dell’auto-proclamato Stato Islamico (Daesh).
Dopo gli anni dell’occupazione jihadista, durata fino al 2017, la convivenza sociale della città tornerà comunque a essere accompagnata anche dal suono delle campane della “chiesa dell’orologio”, uno dei segni più semplici e discreti con cui la presenza cristiana si rende percepibile a tutti, nel passare dei giorni.
La chiesa di Nostra Signora dell’Ora (Al-Saa’a) si trova nel cuore di Mosul, all’incrocio delle due strade principali che attraversano la città vecchia. Costruita alla fine del XIX secolo, è sempre stata considerata uno dei simboli di Mosul, soprattutto per il suo visibilissimo campanile che, con il suo grande orologio, era stato donato alla chiesa dall’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III. La chiesa, officiata storicamente dai Padri Domenicani, era stata gravemente danneggiata (ma non distrutta, come invece sostenevano a quel tempo voci rilanciate da alcuni media inclini al sensazionalismo più ingannevole) durante l’occupazione jihadista.
Il ripristino dell’edificio sacro, come già riferito dall’Agenzia Fides, era stato inserito nel piano di restauro di chiese e monasteri devastati durante il periodo di occupazione jihadista. Un programma di ricostruzione avviato anche grazie a un contributo dell’Unione Europea. L’Unesco ha riservato alla ricostruzione di Mosul il finanziamento offerto dagli Emirati Arabi Uniti.
La chiesa domenicana di Mosul è l’erede di una lunghissima tradizione. L'Ordine dei Predicatori era infatti giunto in Mesopotamia già nel XIII secolo e aveva stabilito un suo convento anche a Mosul.
“I rintocchi dell’orologio di quella chiesa” raccontò nell’aprile 2016 all'Agenzia Fides suor Luigina Sako, superiora della casa romana delle Suore caldee Figlie di Maria (e sorella del Patriarca caldeo Louis Raphael), “hanno scandito la nostra giovinezza, quando Mosul era una città dove si conviveva in pace. Ricordo che da studenti, quando avevamo un esame importante, andavamo tutti, cristiani e musulmani, a portare i biglietti con le nostre richieste d'aiuto alla grotta di Lourdes ospitata presso quella chiesa, che anche i nostri amici islamici conoscevano e onoravano come 'la chiesa della Madonna miracolosa' ”.

20 dicembre 2022

Baghdad: cristiani in festa per l’ordinazione di tre nuovi sacerdoti


Foto Patriarcato caldeo

Il sacerdozio “assume dentro di sé” l’essenza intera di una persona, di un cristiano e ne permea “il suo pensiero, i suoi sentimenti e la sua attività”.
È quanto ha sottolineato il patriarca di Baghdad dei caldei, card. Louis Raphael Sako, durante l’omelia della messa di ordinazione di tre nuovi sacerdoti della Chiesa irakena.
La funzione si è svolta ieri nella cattedrale di san Giuseppe, a Baghdad, e ha rappresentato un momento di festa per una comunità cristiana segnata - come il resto del Paese - da violenze e guerre ma che cerca, negli ultimi tempi, di risollevarsi. Rivolgendosi ai tre nuovi pastori (nelle foto) il porporato ha aggiunto che il sacerdozio non è “un lavoro per guadagnarsi da vivere”, ma è una missione al servizio che deve mantenere viva “la fiamma dell’entusiasmo” e che deve per questo “imparare a rinnovarsi in modo costante”.
I tre nuovi sacerdoti sono: José Emanuel Martins, nato a Madrid, in Spagna, nel 1969. Egli è laureato in Letteratura Araba e ha studiato teologia in Spagna ed è simbolo della comunità caldea della diaspora; Bashar Basil Najeeb, nato a Baghdad nel 1995, è laureato in Informatica e sta per conseguire la laurea in Teologia presso il Pontificio Collegio Babylon, nella capitale irachena. Aiden Elia Jejo, nato ad Alqosh (nel Kurdistan iracheno) nel 1982, emigrato in Olanda dove ha studiato teologia, oggi lavora come professore di inglese ed è sposato con Larsa Khaled Matti.
Alla funzione erano presenti numerose personalità ecclesiastiche locali, oltre a una nutrita schiera di fedeli. Oltre al primate caldeo che ha presieduto l’ordinazione hanno partecipato il nunzio apostolico in Iraq mons. Mitja Leskovar, l’ausiliare di Baghdad e braccio destro del patriarca mons. Basilio Yaldo, gli ambasciatori di Italia, Spagna e Australia, numerosi sacerdoti, suore, monaci e laici della capitale e da altre parti del Paese.
Nell’omelia il patriarca Sako ha sottolineato come uno dei momenti più importanti dell’ordinazione sia quanto il novello sacerdote dichiara la propria fede e la disponibilità a dedicare la propria vita “al servizio di Cristo e dei fratelli”.
E alla domanda risponde “con entusiasmo: sì, eccomi!”.
Vi è poi l’atto dell’inginocchiarsi come “espressone di umiltà, obbedienza e ringraziamento”, per poi ricevere l’olio crismale segno dello Spirito Santo.
Ai nuovi preti, uno dei quali sposato come da tradizione della Chiesa orientale, il patriarca Sako ha rinnovato l’invito alla preghiera, mezzo che ha il sacerdote “per nutrire il rapporto con Dio e con Cristo”. Non è una “routine”, ma un elemento “essenziale” che è anche “fonte di pace, tranquillità e sicurezza”. Il secondo punto è “il rapporto con la Chiesa” al cui interno opera il sacerdote come una “squadra armoniosa” che porta “lo stesso messaggio” e da esso “non si discosta”. Infine il “rapporto con le persone”, con la propria comunità che ogni sacerdote “porta nel cuore” dedicando la propria vita al “loro servizio” come madri, padri, fratelli e figli.
Chiamandoli per nome, il porporato chiede loro di essere “testimoni” dell’amore, del perdono e della salvezza di Cristo e li ringrazia per la scelta del sacerdozio “in una società che perde i valore umani e spirituali” virando sempre più verso il materialismo. Infine, egli ringrazia quanti “hanno contribuito alla vostra educazione: la famiglia, la Chiesa e tutti i sacerdoti che vi hanno preparato a questo giorno speciale”.

16 dicembre 2022

In Iraq, focus is on role of religious actors in promoting social cohesion, inclusive citizenship


Following several interfaith consultations, representatives of different Iraqi religious and ethnic components identified education, media, and the constitution as important pillars of a nation-building process that provides equal rights to all—including the freedom of religion and belief.
The WCC, together with its member churches, the Middle East Council of Churches, CAPNI (the Christian Aid Program in Northern Iraq) and UFUQ (local interreligious civil society organization) and with the support of NCA, initiated the process of revision of educational curriculums so that they reflect the religious and ethnic diversity of the country and they promote equal citizenship.
From 3-6 December, several workshops took place in order to assess the results of the educational revision process and map the way forward.
“Iraq is considered to be a cradle of civilizations. The diversity of its religious and ethnic components is a heritage to all humanity,” said Carla Khijoyan, WCC programme executive for Peace Building in the Middle East.
“Protecting this diversity implies establishing solid inclusive systems in different disciplines, social, political, legal and cultural. Through our collective efforts, together with the indigenous Iraqi communities, we are able to promote models of inclusive citizenship paving the way towards reconciliation and unity.”
A special workshop was held for the input of female religious and ethnic actors on the role of education in inclusive citizenship. Pioneering women, activists, academics, and specialists in the field of education shared their assessments, reflections, and hopes towards the future of their communities. This first phase was followed by a workshop for input from religious leaders. The third workshop focused on next steps in the process and identified the road map to work on media and Iraqi legislation as important actors in shaping Iraqi communities.
Under the theme “Towards a Brighter Future!” the different workshops also explored the relationship between citizenship and religious and social values, healing of collective memories, transitional justice, and reconciliation.
Participants presented recommendations summarizing their concerns, aspirations, and proposals in order to achieve social cohesion and inclusive citizenship in Iraq.
Many outputs and recommendations have been issued and many also have been started to be implemented at the curriculum and legislative levels. Work has also begun in order to establish a media lobby which aims to protect diversity, promote social solidarity, and maintain ethno-religious diversity in Iraq. WCC member churches in Iraq

Summit inedito tra i Patriarchi delle Chiese di tradizione siriaca


Un incontro inedito, e per certi versi storico, tra i Capi delle Chiese di tradizione siriaca, per confrontarsi e riflettere insieme su emergenze e problemi affrontati dalle comunità cristiane in Medio Oriente, alla luce della comune eredità spirituale e dell’insegnamento dei Padri della Chiesa.
 E’ questo il singolare incontro ecclesiale convocato oggi, venerdì 16 dicembre, a Atchaneh (Libano), presso la sede del Patriarcato siro ortodosso. All’incontro, convocato dal Patriarca siro ortodosso Mar Ignatius Aphrem II, prendono parte tra gli altri il Patriarca siro cattolico Ignace Youssif III Younan, il Patriarca maronita Béchara Boutros Raï, il Patriarca assiro Mar Awa III e il Patriarca caldeo Luis Raphael Sako.*

Alla vigilia del summit ecclesiale, in un’intervista rilasciata all’emittente televisiva Tele Lumière-Noursat, il Patriarca Mar Ignatius Aphrem II aveva sottolineato la singolarità dell’incontro, che riunisce per la prima volta i Capi Chiese accomunate dall’appartenenza alla stessa sorgente spirituale e teologica, ma spesso divise in passato da controversie e conflitti. La riunione punta anche a trovare insieme le vie per custodire e rivendicare l’attualità del comune patrimonio spirituale e teologico di matrice siriaca, rappresentato da grandi figure del cristianesimo dei primi secoli, come Sant’Efrem il Siro.
"Ci uniamo oggi” ha detto il Patriarca Mar Aphrem II aprendo l’incontro “per dare insieme testimonianza in questo mondo pieno di provocazioni, e chiediamo a Dio di darci la forza e l'amore per decidere insieme tutto ciò che è meglio per i membri delle nostre Chiese, in ogni parte del mondo”. “Quello che abbiamo in comune” ha soggiunto il Primate della Chiesa sira ortodossa “è molto, anche se per diverse contingenze storiche oggi viviamo ancora delle discordanze nel modo di esprimere la nostra fede. Ma oggi sentiamo l’urgenza di stare insieme, e far tesoro insieme della nostra ricca eredità siriaca”.

*Il patriarca caldeo Cardinale Mar Louis Raphael Sako ha partecipato all'apertura dell'incontro via web come è specificato da Noursat TV e come appare dalle foto pubblicate dalla pagina facebook del patriarca della chiesa siro-ortodossa dove è presente, oltre ai già citati patriarchi, anche il vescovo caldeo di Mosul, Monsignor Najib Mikhael Moussa OP. 
Nota di Baghdadhope

15 dicembre 2022

Hungary stands out for its aid to beleaguered Christians in Iraq. Here's why

Jonah McKeown


Left: Father Karam Naguib Qasha.
Centre: President Katalin Novák
Right: 
Archbishop Boulos Thabet Habib
Hungarian President Katalin Novák visited Iraq last week, stopping at a majority-Christian town that has been rebuilt in recent years almost entirely with Hungarian support, following years of occupation and devastation by the so-called Islamic State.
Novák, a Reformed Christian, on Dec. 9 toured St. George Chaldean Catholic Church in Telskuf, a predominantly Christian village about 20 miles north of Mosul in the Nineveh Plains which suffered greatly under ISIS occupation beginning in 2014.
The church’s priest, Father Karam Naguib Qasha, gave a brief explanation of the reconstruction work of the church building and damaged houses in the town, and the role of the Hungarian government in achieving the reconstruction, reported ACI Mena, CNA’s Arabic-language news partner.
Since 2017, Hungary has given an outsize proportion of the aid needed for persecuted Christians in Iraq and around the world to rebuild and sustain their livelihood. The country’s Hungary Helps program says it has enabled some 250,000 Christians to remain in their homelands. 
Stephen Rasche, an American lawyer, documentarian, and a fellow of the Religious Freedom Institute who has worked and advocated extensively in persecuted Christian communities in both Iraq and Nigeria, told CNA that Hungary has provided timely, tangible help to persecuted Christians in recent years, and remains one of the only countries to do so.
Hungary’s aid has resulted in entire Christian towns being rebuilt in Iraq, and more recently, Catholic schools in territories previously occupied by Boko Haram being reopened in Nigeria.
"They're there directly, in a way that other countries which have substantially more resources can't be found,” Rasche commented.
Hungary’s aid model involves granting funds directly to the local Catholic or other Christian churches for rebuilding and helping Christian communities stay in their ancestral homelands. 
Iraq is home to one of the world’s oldest Christian communities; as recently as 2003, there were 1.4 million Christians in Iraq, but today there are fewer than 250,000. P
Pope Francis visited the beleaguered Christian community in Iraq in March 2021, to an enthusiastic welcome.
Rasche said Hungary was “really the first government” to provide aid by dealing directly with Iraq's persecuted Christians. He said aid that trickles down to Iraq’s Christians through channels such as the United Nations is often received far too late to make a difference — if aid takes a few months to a year to arrive, often the Christians of the area have moved elsewhere or left the country entirely, he said.
After ISIS lost control of Mosul in 2017, Hungary provided a direct grant to the Chaldean Archdiocese of Erbil to rebuild the town of Telskuf.
Rasche, who serves as counsel to the archdiocese, said an admirable quality of Hungary's program is its willingness to trust the local community and to grant them the money to rebuild in a manner that is best for them. 
The direct aid provided by Hungary allowed the local archdiocese to recover and rebuild the town within two to three months. Many of the hundreds of Christian families who were displaced by ISIS have since returned.
The Knights of Columbus later used the same model as Hungary — granting money directly to the local churches — to do a similar project, rebuilding the majority-Christian town of Karamlesh.
"That aid was tremendously effective for recovering those towns rapidly," Rasche said, saying the examples of Karamlesh and Telskuf stand out as "singular successes" in terms of recovery, and "prove that the model works."
He said he hopes that wealthier countries such as the United States will take notice of Hungary’s success in this area.
President Novák’s recent visit to Iraq included a meeting with Archbishop Boulos Thabet Habib of the Chaldean Archdiocese of Alqosh, and a visit to a kindergarten run by the Dominican Sisters, which was being reconstructed with Hungarian government assistance. She also visited a model farm — located on a piece of land granted by the Chaldean Church to Hungarian organizations — that seeks to develop agriculture practices to help local farmers.
Finally, Novák visited the ancient Chaldean monastery of Rabban Hormizd, which dates to the year 640 A.D. and is located in the far north of Iraq.
"We hope that this visit will be a reminder to the international community about these people who are in this region, not to be forgotten,” Archbishop Habib told ACI Mena.
“The process of reconstruction and development of this region and the consolidation of Christians on their land will continue." 
Hungary Helps, while providing vital assistance on the ground to the persecuted, also has an explicitly stated goal of eliminating the “root causes of migration,” including migration to Hungary itself. 
Hungarian Prime Minister Viktor Orbán is known for his hardline stance against immigration to Hungary, which has garnered criticism from his fellow European Union leaders and elsewhere, including from officials at the Vatican.
“The migration and humanitarian policies of the Hungarian government go hand in hand,” Tristan Azbej, State Secretary for the Aid of Persecuted Christians, writes on the welcome page of the Hungary Helps website.
“We are not advocating that people in need should leave their homelands. Rather, we are promoting that they should stay in their home countries or return there. It is our firm and consistent principle that help should be provided where trouble is instead of bringing people in trouble to Europe and to our country.”
In Rasche's view, the aid is making a real difference in Christian communities, regardless of any additional political baggage that may be attached to it.
Whatever the internal politics within Europe may be, the reality and the effectiveness of these programs can't be denied,” he said.
“Our focus, always, is with the people who are affected in these situations,” he said, referring to the persecuted Christians.
“And so we do our best to make sure that we keep away from these other political differences, and keep our focus always on the people affected."