mercoledì, luglio 09, 2014

 

Arcivescovo di Mosul: Sfollati senza acqua ed elettricità. I fedeli scavano pozzi per cristiani e musulmani


"Oggi ho compiuto un lungo giro nella diocesi, in particolare nella zona orientale, in una parrocchia fuori Mosul ed è davvero fonte di profondo dolore vedere le condizioni di vita delle persone, degli sfollati. Mancano acqua ed elettricità, la situazione resta drammatica". È quanto racconta ad AsiaNews mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, nel nord dell'Iraq, dove circa 500mila persone, cristiani e musulmani, sono fuggite il mese scorso, originando una crisi umanitaria, economica e politica.
Il prelato riferisce che "la Chiesa sta costruendo dei pozzi per attingere l'acqua dal sottosuolo", ne sono stati realizzati "almeno otto" in questi giorni "ma non sono sufficienti" per soddisfare i bisogni di tutti, anche se "è meglio di niente". L'elettricità viene distribuita "dalle due alle quattro ore al giorno", per il resto si cerca di sopperire come possibile, grazie anche all'uso di generatori. 
Il prelato, attivo fin dal primo giorno nell'opera di assistenza agli sfollati, chiarisce che i pozzi per l'acqua scavati dalla comunità locale, "sono utilizzati da tutti gli abitanti, musulmani e cristiani, scena distinzione alcuna". L'opera della Chiesa, aggiunge, "non è solo per i cristiani, ma per tutti gli abitanti, per i musulmani e per i membri delle altre etnie". Mons. Nona rinnova l'appello alla preghiera per tutta la popolazione irakena, oltre che per le suore e i bambini rapiti dalle milizie islamiste. "Non vi sono novità sostanziali sul sequestro" conclude il prelato, che auspica massima prudenza e attenzione sulla vicenda a salvaguardia delle vite degli ostaggi. 
In queste ore il Patriarca della Chiesa caldea Mar Louis Raphael I Sako - che nei giorni scorsi ha lanciato un appello per la liberazione delle suore e degli orfani nelle mani dell'Isis - ha lasciato Baghdad per Bruxelles, accogliendo l'invito lanciato da Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs). Sua Beatitudine ha in calendario incontri ufficiali con il Consiglio dei vescovi europei e con il Parlamento europeo, per discutere della situazione del Paese e dei possibili interventi per arginare l'emergenza, in particolare quella relativa ai profughi e sfollati. Ad accompagnare Mar Sako vi sono mons. Boutrous Moshe, vescovo siro-cattolico di Mosul e mons. Yousif Toma S.J, vescovo caldeo di Kirkuk.
Intanto i ribelli Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis, formazione sunnita jihadista già legata ad al Qaeda) hanno assunto il controllo di una vecchia fabbrica di armi chimiche; la conferma arriva da fonti ufficiali a Baghdad, in una lettera inviata alle Nazioni Unite in cui ammettono di non poter rispettare la promessa di distruggere le armi chimiche. Il complesso di Muthanna, a nord-ovest di Baghdad, ospita ancora una parte dell'arsenale del regime di Saddam Hussein (cercato per anni e mai scoperto dagli Stati Uniti). Secondo Washington e l'Onu il materiale è deteriorato e gli islamisti non sarebbero in grado di usarlo o ricavarne testate chimiche. Resta il fatto che i miliziani, dopo aver conquistato importanti impianti petroliferi come la centrale di Baiji, a nord della capitale, e assediato una diga nei pressi di Haditha, strategica per la nazione, puntano sugli armamenti e sul materiale bellico un tempo a disposizione del regime.
In una lettera indirizzata al segretario generale Ban Ki-moon, l'ambasciatore irakeno alle Nazioni Unite Mohamed Ali Alhakim spiega che i miliziani hanno conquistato il complesso di Muthanna l'11 giugno scorso, dopo aver disarmato le guardie del sito. I responsabili della sicurezza confermano il "saccheggio di attrezzature e altri congegni" e aggiungono che il governo provvederà a smantellare l'arsenale "non appena avrà riguadagnato il controllo della struttura". Dalle informazioni ufficiali risulta che nell'impianto sono conservati almeno 2500 razzi con vari agenti chimici, fra cui i famigerati gas sarin e mustard. Fonti delle Nazioni Unite riferiscono che, nel solo mese di giugno, almeno 2417 irakeni, fra cui 1513 civili, sono morti "in atti di violenza o terrorismo". Oltre un milione di persone hanno abbandonato le proprie abitazioni a causa dei combattimenti fra esercito e milizie islamiste.

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