"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

5 marzo 2008

Calpestati i diritti dei cristiani in Iraq: la testimonianza di un sacerdote di Mossul


Resta forte la preoccupazione per mons. Paulos Faraj Rahho, l’arcivescovo caldeo di Mossul rapito in Iraq il 29 febbraio scorso. In un’intervista al SIR, il nunzio apostolico in Iraq e in Giordania, mons. Francis Chullikat, ha chiesto l'intervento della comunità internazionale. Sconcerto è stato espresso dal principe di Giordania.
Al microfono di Christopher Altieri sentiamo la testimonianza di don Firas Al Beno, sacerdote siro-cattolico di Mossul, studente presso l’Università Gregoriana di Roma:
"La mia riflessione mi porta sempre laggiù, in Iraq, di fronte a tutti i problemi che abbiamo, di fronte alla discriminazione e alla violenza contro i nostri diritti, che sono calpestati. Dopo l’ultimo evento, il sequestro dell’arcivescovo, centinaia di cristiani hanno lasciato Mossul. Non si sa ora cosa accadrà dopo che sarà scaduto l’ultimatum, giovedì."
La Chiesa in Iraq è una Chiesa antica. La presenza cristiana è rimasta forte e salda anche in periodi di grave persecuzione. La Chiesa irachena, forse, sta vivendo ora uno di questi periodi. Ma qual è la differenza che lei percepisce tra questo momento e gli altri che si sono susseguiti nella storia?
"Nei primi secoli della diffusione dell’Islam in Iraq, i cristiani erano numerosi, tanto che la loro forza li ha spinti fino in Cina a portare il Vangelo: parliamo del VII-VIII secolo. Ora non abbiamo più tutta quella forza, perché siamo diminuiti tantissimo e questo per tante cause. Poi, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, anche durante la guerra con l’Iran, che è stata la più sanguinosa ed è durata 8 anni, così come durante l’embargo e sotto il regime di Saddam, non c’era spaccatura, non c’era divisione fra cristiani e musulmani, che anzi convivevano normalmente. Dopo l’occupazione, siamo stati considerati come traditori dell’Iraq e questo perché gli americani e l’Europa sono considerati cristiani. Questa guerra è, dunque, considerata un po’ come se fosse una crociata contro i musulmani. Noi siamo cristiani e quindi siamo identificati con gli “occupanti”, come appartenenti a questi “crociati”. Così, purtroppo oggi siamo considerati come traditori dell’Iraq."
Chi è che sta ora spargendo sangue nel Paese e perché?
"Non lo sappiamo. La gente cammina per la strada, viene sequestrata ed uccisa. C’è certamente il conflitto, l’occupazione e il terrorismo e questo porta delle conseguenze. L’Iraq è diventato ormai un campo di guerra."
Cosa serve adesso affinché il cristianesimo riesca a sopravvivere in Iraq?
"Abbiamo anzitutto bisogno di un forte sostegno da parte dei veri cristiani d’Occidente. Noi non abbiamo bisogno di soluzioni politiche, ma abbiamo bisogno di un intervento umanitario che ci porti ad una riconciliazione vera, ad una riconciliazione del popolo iracheno e quindi fra sciiti e sunniti, ad una riconciliazione fra musulmani e cristiani, ma anche fra curdi ed arabi."
Il Santo Padre, la scorsa domenica, ha lanciato un nuovo appello sia per la liberazione dell’arcivescovo di Mossul, sia anche per la cessazione generale della violenza…
"Il Papa ci porta sempre nel suo cuore. E’ un vero padre che porta tutti i suoi figli, con tutte le loro sofferenze, nel cuore e le porta davanti a Dio, attraverso la preghiera. Abbiamo bisogno in modo straordinario di questa preghiera, perché soltanto attraverso la preghiera è possibile compiere dei miracoli. L’Iraq non si potrà salvare se non per mezzo di un grandissimo miracolo, che è quello di riuscire a portare la carità e la pace in Iraq."