"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

14 ottobre 2014

Un italiano testimone della fuga degli iracheni cristiani: senza diritti nè doveri tra l'ignavia del mondo

By Baghdadhope *

Non a tutti capita di trovarsi in un dato posto nel momento in cui vi si “fa” la storia.

A volte è la “buona” storia, a volte, invece, è la storia che porta con sé morti e tragedie, la “cattiva” storia.
Essere testimone della “cattiva” storia che ha visto più di 100.000 cristiani iracheni fuggire in piena notte dalle proprie case nel nord dell’Iraq perché minacciati di morte dalle milizie dello Stato islamico, ed arrivare stremati ad Erbil, è ciò che è successo ad un italiano, Ruggero Guanella,* che si trovava nella capitale del Kurdistan iracheno proprio la notte della “grande fuga” dei cristiani, tra il 6 ed il 7  di agosto.
Una fuga annunciata, temuta, prevedibile, da quando all’inizio di giugno quello che all’epoca si chiamava ancora ISIL, Islamic State of Iraq and the Levant, (ora IS = Islamic State) aveva occupato Mosul, profanato le chiese e costretto alla fuga verso i villaggi della Piana di Ninive ed il Kurdistan migliaia di cristiani terrorizzati.
Ad agosto però anche quei villaggi sono rimasti senza difesa alcuna e facile preda dei miliziani, ed a decine di migliaia i cristiani li hanno abbandonati; molti senza nulla, molti portando con sé i propri averi, pochi o tanti che fossero, per vederseli sequestrati ai check point controllati dall’IS lungo la strada per Erbil.
Ruggero Guanella, che ad Erbil si trovava per lavoro, li ha visti arrivare ed a Baghdadhope ha raccontato le sue impressioni.
“La mattina del 7 agosto ero a Erbil, nel quartiere/città cristiano di Ankawa. Dopo una notte abbastanza movimentata in cui avevo ricevuto diversi messaggi che mi suggerivano di scappare, o comunque di prestare molta attenzione poiché – si diceva – i Da’Ash ** stavano attaccando anche Erbil, sono uscito e ho notato, senza capire cosa stesse accadendo, una moltitudine di persone spaesate che cercava rifugio. Era impressionante, l’atmosfera era surreale…. automobili cariche di bagagli e suppellettili, donne, anziani, bambini con espressione attonita, incredula… e i segni di una notte passata in bianco e nel terrore sui visi di tutti. Quelle persone stavano per lo più nei pressi delle principali chiese cristiane caldee, invadendo strade, piazze e giardini antistanti… anche solo in cerca di un muretto su cui sedersi, di una superficie su cui sdraiarsi. Migliaia di “profughi”…. ma direi ancor più migliaia di persone perchè la parola profugo indica una condizione, uno stato….(dal lat. profŭgus, colui il quale fugge per salvarsi, der. di profugĕre «cercare scampo»), mentre la parola persona indica un “essere” che per definizione ha diritti e doveri. Ebbene quelle persone erano state private di tutto…. non avevano né diritti né doveri…. non erano più “esseri”!
Sono rimasto ad Erbil fino al 14 ed ho visitato due chiese adibite a rifugio provvisorio, Mar Yousef e Mart Shmoni. Entrambe erano state allestite in qualche modo per ospitare quelle persone, ma pur in condizioni assolutamente lontane dalla dignità ho capito come gli ospiti di quelle strutture fossero comunque fra i più fortunati: dormivano sul pavimento delle chiese, sul sagrato, nel giardino. Fuori, oltre le mura di protezione, la gente dormiva per terra, in strada, nei giardini pubblici, negli scheletri dei palazzi in costruzione senza luce, acqua o servizi.
L’impressione, lo sgomento e la commozione, unite ad un senso prima di impotenza e poi di rabbia, mi hanno fatto compagnia durante tutta la mia permanenza nel “centro”. Ho pensato a cosa provassero quelle persone inermi, abbandonate, ferite profondamente nell’animo. Visitando una delle due strutture per far visita all’amico sacerdote che vi lavorava (padre Zuhir) ho notato anche qualche sorriso, una voglia di normalità, uniti però ad angoscia e rabbia. Ed anche un palpabile fastidio della gente verso i visitatori, i giornalisti ed i fotografi 'in giacca e cravatta' che si aggiravano tra i profughi alla ricerca della notizia, della 'foto unica,' un ennesimo modo per calpestare la dignità umana di chi deve superare la paura, placare il pianto e provare a sopravvivere. Ho provato un forte senso di imbarazzo se non addirittura di vergogna trovandomi li…. tanto elegante quanto fuori luogo. Allo stesso tempo però ho notato come quella rabbia indirizzata verso l’estraneo non venisse rivolta, o almeno espressa, verso la situazione in sé, come se quelle persone fossero preda di un tragico fatalismo o come se l’abitudine alla guerra le avesse temprate al punto da far considerare l’episodio solo come un’ennesima difficoltà da superare. Forse è proprio così. Da occidentale l’ho trovato singolare ed ho pensato, ad esempio, a quelle che sarebbero state in Italia le reazioni ad una situazione simile immaginandole diverse: più furiose, più scomposte, ma ho poi riflettuto sul fatto che se anche noi fossimo stati sottoposti come i cristiani iracheni a decenni di soprusi, razzismo e violenze anche mirate e su base religiosa, forse la rassegnazione alla fine ci avrebbe piegato.
Sorprendente è stato anche osservare come nonostante tutto quella gente avesse conservato non solo la dignità ma anche, e soprattutto, la capacità di provare a reagire positivamente. Nella tragedia, in mezzo a qualche sorriso, c’era addirittura chi si sposava, chi battezzava un figlio, chi festeggiava la nascita del proprio bambino; poi però c’era il repentino ritorno alla dura realtà fatta di code, caldo, polvere, assenza di una qualsiasi forma di privacy…. e di vita. Inevitabile per loro volgere la mente al  passato senza capacitarsi di come le loro vite fatte solo pochi giorni prima di case, impieghi e campi da coltivare fossero state cancellate, ma nessuno chiedeva soldi, solo di poter stare meglio nel presente.”
Ad Erbil nei giorni della massima emergenza. Cosa può dire dell’operato delle ONG e del Governo Curdo?
“La prima cosa da dire è che ad Erbil sono arrivati contemporaneamente ai cristiani migliaia di cittadini curdi provenienti da Makhmur, anch’essa teatro di scontro tra le forze curde ed i miliziani dell’IS, e mi aspettavo che avrebbero avuto un’accoglienza migliore per correligionarità e co-etnicità ma non è stato così. Non perché non siano state fatte differenze ma semplicemente perché non c’è stata accoglienza alcuna per nessuno, in una sorta di tragica par-condicio negativa.
Una parola forse descrive meglio di ogni altra la situazione: ignavia. Mi aspettavo ad esempio di vedere arrivare fin dalle prime ore di emergenza gli aerei cargo carichi di tende ed aiuti da parte delle grandi organizzazioni internazionali deputate ad intervenire in questi casi. Nulla. Ho visto un solo camion dell’UNICEF da cui sono state scaricate pochissime tende. Non solo ho notato la scarsissima presenza in termini di uomini e mezzi e l’impotenza delle ONG quanto quella di miglioramenti; per quanto una settimana non sia lunga è anche vero che proprio nei primissimi giorni è necessario prestare aiuto a gente che dorme per strada e non ha nulla da mangiare. Pensiamo al terremoto dell’Aquila dove dopo solo 3 giorni c’erano i campi, le cucine, i bagni, tutto ciò che serviva per fronteggiare nell’immediato la catastrofe. Ad Erbil non ho visto nulla di tutto ciò. Non ho visto la volontà da parte di autorità e organizzazioni di fare qualcosa di più. Nessun profugo è stato ospitato negli alberghi, le scuole sono state offerte dal governo curdo solo dopo una settimana dall’arrivo dei profughi per toglierne una parte – minima – dalle strade e dalle piazze. Molto, tutto direi, è stato lasciato alla buona volontà dei cittadini che hanno ospitato in casa propria decine di persone, ed all’iniziativa dei singoli e delle chiese i cui sacerdoti però mi sono sembrati abbandonati a loro stessi a gestire situazioni gravissime senza avere alcun mezzo. La tragedia dei profughi cristiani iracheni sembra non avere l’attenzione che invece meriterebbe, ed anche la Caritas italiana mi sembra fatichi a raccogliere i fondi e ad essere incisiva con atti, gesti e misure forti ed efficaci per aiutare concretamente la gente. Alcune organizzazioni sono presenti in forze in Iraq ma non in questo contesto, forse perché già molto impegnate nei campi profughi allestiti per i siriani fuggiti qualche mese prima dalle furie di IS.
Per costruire e far funzionare un campo dove alloggiare, in questo caso per tempi incerti, 10.000 persone servono 5.000.000 di Euro. Non so quanti soldi siano stati raccolti ma l’impressione che ho avuto è che qualcosa non funzionasse nella catena raccolta-consegna ed è per questa ragione che le realtà ecclesiastiche***  in cui ho avuto occasione di raccontare ciò che ho visto ad Erbil hanno deciso di aiutare quei fratelli inviando direttamente loro i contributi raccolti. In quella settimana mi sono reso conto, e sottolineo, come ciò che serva non sia un aiuto sporadico ma organizzato e continuativo. Tra non molto tornerò ad Erbil e, per quanto già sappia che la situazione non è cambiata molto da come mi scrivono gli amici che sono lì, mi auguro che nel frattempo possa essersi innescato un circuito virtuoso di donazioni-organizzazione degli aiuti per quelle persone che tra poco saranno cacciate anche dalle scuole e non si sa come potranno affrontare il rigido inverno in Kurdistan.”  


*Ruggero Guanella, 44 anni, libero professionista, nato a Bormio (So), Co-titolare con i soci Marco Montani e Margherita Suss di GMS Engineering Company di Milano (www.studiogms.it), società che si occupa di progettazione integrata di grandi opere, ospedali, musei, illuminazione, registrata in Kurdistan da oltre un anno. Ha all’attivo sul territorio diversi progetti quali la nuova sede del Ministero dell’Educazione e relativo teatro/auditorium, il progetto per il nuovo Museo Nazionale del Kurdistan da realizzarsi in Erbil, l’illuminazione della cittadella monumentale dedicata al padre della patria Mustafà Barzani ed altri progetti per committenti privati e pubblici.

** Da’Ash acronimo di
al-Dawlah al-Islāmīyah fī al-ʻIraq wa-al-Shām, Stato Islamico in Iraq e Siria

*** Fondazione Antoniana Rogazionista Padova.
Padre Gaetano Lo Russo
Don Giuseppe Negri, Parrocchia SS. Gervasio e Protasio, Bormio
bormio@diocesicomo.it
Padre Luigi Amato e Padre Renato Spallone,
Parrocchia di San Lorenzo Martire,  Trezzano sul Naviglio
info@parrocchiasanlorenzo.net

**** Leggi anche: Cristiani ad Erbil. Padre Douglas Bazi: Il nostro futuro sono i bambini. Salviamoli!

Tende per gli iracheni cristiani dopo l'IS
Edifici in costruzione come rifugi
 
La Croce
e la bandiera del Kurdistan
Spirituale e materiale:
Santa Messa ed acqua




Matrimonio tra profughi,
unico segno un piccolo
mazzo di fiori

Ruggero Guanella tra le tende
dei profughi ad Ankawa




La consegna degli aiuti dall'Italia