"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

25 febbraio 2021

Al Sistani, l’uomo chiave in Iraq

Elisa Pinna
24 Febbraio 2021

Durante il suo imminente viaggio in Iraq papa Francesco farà tappa nella città santa di Najaf, cara ai musulmani sciiti e dimora dell'ayatollah Al Sayyed Ali al Husseini al Sistani.
Chi è questo anziano leader religioso? E perché conta?
 Chi è il grande ayatollah sciita Al Sayyed Ali al Husseini al Sistani, il leader religioso con cui papa Francesco si incontrerà nella città santa di Najaf il prossimo 6 marzo, in uno dei momenti più significativi della sua visita in Iraq? Qualcuno potrebbe rispondere che è il vero uomo al comando in un Paese in cui i governi e le forze armate sono perennemente troppo deboli e incapaci di difendere la sovranità nazionale.
In realtà Sistani è molto di più. La sua autorità morale e il suo seguito popolare travalicano i confini dell’Iraq, facendo di questo religioso, fragile, silenzioso, ultranovantenne, un punto di riferimento per la maggioranza degli sciiti della regione, Iran compreso.
Persino l’onnipotente generale Qassem Soleimani, che dal 2014 al 2016 organizzò e guidò in Iraq la controffensiva contro l’Isis, ammetteva senza imbarazzo che l’unica persona a cui obbediva era l’ayatollah di Najaf, facendo probabilmente rabbrividire non solo il governo di Baghdad ma anche molti chierici di Qom.
Di origini iraniane, e il suo accento ancora oggi lo rivela, al Sistani è il simbolo vivente di un islam sciita che in tanti rimpiangono: una fede fatta di preghiere, di consigli ed esempi spirituali per i credenti, di compassione e solidarietà, di alterità rispetto al potere terreno.
È il «quietismo» contrapposto alla teocrazia politica degli ayatollah imposta in Iran dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Sistani raramente esce dalla sua modesta casa, che si trova in un vicolo di Najaf a due passi dalla Moschea di Alì, il sito sacro più venerato dagli sciiti di tutto il mondo, probabilmente più amato della stessa Mecca. Fuori della porta vi è sempre una fila infinita di persone. L’ayatollah le riceve seduto a gambe incrociate su un tappeto, in una stanza dalle mura disadorne; il turbante nero, la grande barba bianca, le folte sopracciglia ed occhi che cercano sempre il contatto visivo con l’ospite. Davanti a lui si accovacciano talvolta politici iracheni, capi-milizie, in passato anche generali statunitensi, ma soprattutto persone semplici alla ricerca di un conforto, di un’indicazione, di una spiegazione per piccoli o grandi eventi della vita. Sistani non fa discorsi pubblici. Quando è il caso affida i suoi messaggi ai portavoce, che li diffondono anche tramite internet. Nella recente e turbolenta storia irachena, è intervenuto solo nei momenti chiave e il più delle volte ha salvato il Paese dall’abisso.
Nel 2004, riuscì a fermare i combattimenti, scoppiati propria a Najaf tra le milizie sciite da una parte ed esercito iracheno e soldati americani dall’altra. Più tardi cercò di impedire le rappresaglie sciite contro la minoranza sunnita irachena, senza però avere altrettanto successo. Essenziale è stato il suo appello agli iracheni, nel 2014, ad unirsi per combattere insieme lo Stato islamico. Il suo soft power sembra talvolta invincibile. Negli ultimi anni ha appoggiato le proteste di piazza contro la corruzione del potere e dopo l’omicidio di Soleimani a Baghdad il 3 gennaio 2020 (deciso dal presidente statunitense Donald Trump) ha sostenuto la fine delle ingerenze esterne in Iraq. Un segnale agli Stati Uniti e, certamente, all’Iran degli ayatollah khomeinisti, ma non all’Iran della gente comune, stanca della crisi economica e della sovraesposizione internazionale del proprio Paese.
Non bisogna dunque immaginare che il Papa parli con Sistani con l’obiettivo di coinvolgere anche le autorità iraniane. Del resto i rapporti diplomatici tra Santa Sede e Iran sono buoni. Il grande ayatollah di Najaf è comunque la persona giusta per arrivare al cuore del mondo sciita. Sistani è un uomo di pace e sicuramente con Francesco affronterà il tema cruciale di come ricucire i rapporti di fiducia tra la minoranza cristiana, ormai ridotta a 200mila persone, e le componenti musulmane maggioritarie.
Il religioso è pronto a gesti coraggiosi. Nei primi mesi della pandemia di Covid-19, i cimiteri iracheni rifiutavano i morti da virus nel timore che contaminassero il suolo. I parenti erano disperati, non sapevano dove portare i loro cari. A Najaf vi è uno dei più grandi cimiteri del mondo: tutti gli sciiti vogliono farsi seppellire vicino alla Moschea di Ali, le tombe sono milioni e milioni. Ebbene, Sistani decise di dedicare uno spazio ancora inutilizzato della «Valle della pace» per accogliere coloro che nessuno voleva, i morti di Covid-19, gratis e senza guardare alla fede professata. Adesso, in quell’angolo di terra che si confonde quasi col deserto, migliaia di sciiti e di sunniti – persino qualche cristiano – riposano uno accanto all’altro.

Baghdadhope
16 giugno 2020