"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

8 febbraio 2021

Francesco e il grande ayatollah sciita in dialogo su diritti umani e libertà di religione… Soltanto un sogno?

Sandro Magister

Nel pomeriggio di giovedì 4 febbraio papa Francesco era fisicamente a Roma ma virtualmente ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, a celebrare in streaming la prima Giornata Internazionale della Fratellanza Umana indetta dalle Nazioni Unite, assieme allo sceicco ospitante Mohammed Bin Zayed, al grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb e al segretario generale dell’ONU Antonio Guterres. Durante la celebrazione è stato anche assegnato per la prima volta il Premio Zayed per la Fratellanza Umana, allo stesso Guterres e all’attivista francese d’origine marocchina Latifa Ibn Zayatin, il cui figlio Imad fu ucciso da un giovane fanatico nel 2012.
Sia la giornata che il premio hanno un precedente e un seguito. Il precedente è il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato congiuntamente il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar.
Il seguito è la visita che Francesco vuole compiere in Iraq tra meno di un mese, dal 5 all’8 marzo. È una visita che il papa vuole fortissimamente. Lo ha ridetto il 1 febbraio conversando con i giornalisti americani del Catholic News Service. Vuole andare in Iraq “anche a costo di prendere un normale aereo di linea”, perché l’importante è che “quel popolo veda che il papa è lì nel loro paese”, non importa che lo veda solo in tv a motivo dei divieti di affollamento imposti dal Covid.
Soltanto se vi sarà “una nuova grave ondata di contagi” il viaggio potrebbe essere rimandato. Francesco non ha detto nulla sul pericolo di attentati. Evidentemente per lui questo rischio non è tale da sconsigliarli il viaggio, nonostante in queste ultime settimane gli attentati ad opera di islamisti si siano moltiplicati in Iraq e abbiano mietuto numerose vittime. Il più tremendo di questi attentati, con 32 morti e più di 100 feriti, è stato compiuto il 21 gennaio in un’affollata piazza di Baghdad ed è stato rivendicato dall’ISIS, cioè da quell’autodichiarato Stato Islamico che dal 2017 non ha più un territorio ma è sempre in piena attività armata. Ma oltre a questo l’ISIS ha rivendicato nell’ultimo anno in Iraq 1.422 attentati con 2.748 vittime, 19 dei quali nell’ultima settimana di gennaio con 176 tra morti e feriti, per lo più concentrati nell’area tra Baghdad e il confine con l’Iran.
Nei giorni scorsi, le autorità irachene hanno reso noto d’aver ucciso alcuni capi dell’ISIS, tra i quali Abu Yasser Al-Issawi che si qualificava come vicecaliffo e “wali”, cioè governatore, dell’organizzazione terroristica in Iraq. Ma anche la formazione antiterrorista irachena che ha il nome di Popular Mobilization Forces, in arabo Ashd Al-Shaabi, ha avuto il 2 febbraio cinque caduti, in uno scontro armato con uomini dell’ISIS.
A creare nel 2014 questa formazione militare fu una “fatwa”, una sentenza, del grande ayatollah Sayyid Ali Husaini Al-Sistani, la più alta autorità spirituale dell’islam sciita in Iraq, che esortò i giovani iracheni a prendere le armi contro gli islamisti fanatici dell’ISIS. Costituita su base volontaria, questa formazione antiterrorista fu poi integrata nel 2016 nelle forze armate regolari. 
Ebbene, proprio l’incontro con il grande ayatollah Al-Sistani è l’obiettivo preminente del viaggio che Francesco vuole fare in Iraq. In particolare, il papa vuole che anche il grande ayatollah sciita Al-Sistani aggiunga la sua firma al documento già sottoscritto nel 2019 da lui, Francesco, e dal grande imam sunnita di Al-Azhar, per mostrare al mondo quanto la “fratellanza umana” predicata dal capo della Chiesa cattolica possa accomunare anche le due correnti dell’islam storicamente tra loro nemiche.
Questa inimicizia risale alle origini dell´islam. Alla morte di Maometto si aprì la disputa su chi dovesse assumere il comando della comunità musulmana. Per gli uni il potere doveva essere affidato a un discendente del Profeta: ed erano quelli del partito – la “shia” – di Alì, lo sposo della figlia di Maometto, Fatima. Per gli altri il califfo doveva essere eletto.
A vincere, anche sul campo di battaglia, furono questi ultimi, in seguito chiamati sunniti, quelli della “sunna”, la tradizione. Ma gli sciiti, da allora, hanno sempre giudicato il potere califfale usurpato e illegittimo. E hanno letto la propria storia come una storia di passione e martirio, annualmente celebrata con un dramma sacro collettivo, il “taziyeh”, nei primi dieci giorni del mese di Muharram.
Oggi gli sciiti sono il 15 per cento dei musulmani nel mondo, 180 milioni in un centinaio di paesi. In Iran sono la quasi totalità della popolazione e in Iraq la maggioranza, con le due città sante di Karbala e Najaf.
A Najaf c’è la tomba di Alì e hanno studiato e insegnato per secoli i più rispettati ayatollah, prima che con l’avvento del regime teocratico di Khomeini il maggiore centro di formazione sciita diventasse Qom, in Iran.
Ma dai primi anni Duemila il progetto di riportare il primato a Najaf ha trovato nuova vita e ha avuto il suo artefice proprio nel grande ayatollah Al-Sistani.
Al-Sistani è nato 90 anni fa in Iran, in un villaggio nei pressi di Mashad. A 5 anni sapeva l’intero Corano a memoria, a 11 entrò in seminario, a 20 proseguì gli studi a Qom, nel 1952 emigrò a Najaf e divenne il discepolo prediletto del grande ayatollah Abul Qassim Khoei, per quarant´anni la più alta autorità mondiale dell’islam sciita. Khoei morì nel 1992, dopo che Saddam Hussein l’aveva messo agli arresti domiciliari, e Al-Sistani fu riconosciuto come suo successore. Anche lui arrestato e avversato, dopo la caduta del despota seppe però far rifiorire le scuole teologiche sciite non solo a Najaf ma anche in altri paesi, con le offerte dei suoi seguaci in tutto il mondo.
Ma Al-Sistani non era solo un grande imprenditore della formazione. Sosteneva – e sostiene tuttora – anche una precisa visione, la stessa del suo maestro Khoei e dei suoi predecessori degli ultimi due secoli: una visione di tipo "quietista", secondo la quale il maestro insegna teologia, diritto e morale, chiede che i principi dell’islam siano rispettati nella vita pubblica, ma non reclama per sé il potere politico, né pretende di esercitare su di esso un controllo.
Questa visione è sempre stata prevalente a Najaf. L’ayatollah iraniano Khomeini, che visse in questa città dal 1965 al 1978 e sosteneva una tesi opposta, era del tutto isolato. La tesi di Khomeini, alla quale diede corpo nel 1979 con la sua rivoluzione teocratica in Iran, era che "solo una buona società può creare buoni credenti". E conferiva ai chierici il potere politico necessario per instaurare la società perfetta. Khoei e Al-Sistani, al contrario, sostenevano che "solo buoni cittadini possono creare una buona società". 
E respingevano ogni idea di teocrazia. 
La dottrina sciita insegnata a Najaf negli ultimi due secoli ha sempre distinto lo spazio della politica da quello della religione.
Se dei trasgressori della tradizione vi sono stati, questi sono piuttosto Khomeini e i suoi seguaci in Iran.
Oggi Al-Sistani vive ritirato, parla raramente in pubblico e fa pronunciare da altri i suoi sermoni del venerdì in moschea. È stato operato a metà gennaio per una frattura al femore a seguito di una caduta, Ma grazie a lui Najaf è rinata come capitale spirituale dell’islam sciita in tutto il mondo.
Ed è a Najaf, 130 chilometri a sud di Baghdad, che papa Francesco vuole recarsi di persona, per incontrare Al-Sistani e aggiungere anche la sua firma al documento sulla “fratellanza umana”.
Dal pulpito della principale moschea di Najaf, venerdì 29 gennaio, l’imam Sadruddin Qabbanji, sicuramente ispirato da Al-Sistani, ha già espresso al papa il benvenuto degli sciiti iracheni.
Ma se tra i propositi di papa Francesco c’è anche quello di riconciliare sunniti e sciiti, ed entrambi con i cristiani, un appello generico come quello del documento di Abu Dhabi può rimanere sterile.
Perché anche l’Europa è passata attraverso sanguinose guerre di religione tra cattolici e protestanti, ma ne è uscita dandosi dapprima un ordine interstatuale e poi un pensiero ecumenico liberale, capace di governare pacificamente le diversità.
L’islam invece non ha ancora elaborato un analogo ecumenismo per far pace tra sunniti e sciiti in uno stato di diritto, e anche all’interno dell’islam sciita permane la frattura tra la visione quietista e quella teocratica.
E allora perché non riprendere, per impulso anche del papato, il cammino di riflessione intrapreso da Benedetto XVI a partire dal suo epocale discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, cammino poi rimasto interrotto?
Quel discorso suscitò reazioni di virulenza inaudita non solo dal mondo musulmano ma anche dalla parte cattolica.
Pochi però ricordano che in quello stesso settembre del 2006 rappresentanti di Al-Sistani resero visita due volte all’allora segretario della nunziatura vaticana a Baghdad, Thomas Hlim Sbib, per esprimere stima e amicizia a Benedetto XVI e il desiderio di un incontro con lui a Roma.
Ancora da Ratisbona prese vita nel 2007 la “Lettera dei 138” dotti musulmani indirizzata a papa Joseph Ratzinger per avviare un cammino di riflessione non solo tra islam e cristianesimo, ma anche dentro il mondo musulmano.
In particolare, quel cammino di riflessione avrebbe potuto affrontare proprio quelle “vere conquiste dell’illuminismo” – parole di Ratzinger – che in campo cristiano sono da tempo materia di ricerca fruttuosa, sia pure “mai conclusa”, mentre in campo musulmano sono ancora largamente un tabù.
er capire meglio la questione in gioco tanto vale rileggere le cristalline parole di Benedetto XVI dopo il suo viaggio in Turchia di quello stesso drammatico autunno del 2006.
È troppo sognare che queste parole facciano da traccia al colloquio tra papa Francesco e il grande ayatollah Al-Sistani?

“IN UN DIALOGO DA INTENSIFICARE CON l’ISLAM…” di Benedetto XVI
In un dialogo da intensificare con l’islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell'illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica. [...] Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l'uomo di suoi specifici criteri di misura. D'altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l'autenticità della religione. Come nella comunità cristiana c'è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte. Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s'impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà.
 (Dal discorso alla curia romana del 22 dicembre 2006)