"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

4 marzo 2017

Iraq: sondaggio Acs, aumentano le famiglie cristiane che vogliono rientrare nei loro villaggi nella Piana di Ninve liberata dall’Isis

By SIR
Daniele Rocchi

Cresce il numero delle famiglie cristiane sfollate dalla Piana di Ninive che vuole fare rientro nei loro villaggi e nelle loro abitazioni. È quanto emerge da un’indagine condotta il mese scorso da Acs, Aiuto alla Chies che soffre, su un campione di 1500 famiglie sfollate cristiane (1308 i questionari consegnati) e attualmente accolte a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. I dati rivelano che il 41,36% di queste famiglie intende fare ritorno nei loro villaggi di origine, a fronte di un 12% che ha risposto ‘No’, e con un 46,64% che ha detto ‘forse’. “Un numero in crescita – commenta al Sir il direttore di Acs Italia, Alessandro Monteduroche pure non nasconde le difficoltà sul terreno che Acs  intende aiutare a risolvere varando un vero e proprio ‘Piano Marshall’ per ricostruire i paesi cristiani della Piana di Ninive. Oggi, infatti, dopo i recenti successi conseguiti contro le milizie fondamentaliste dall’esercito iracheno e dai peshmerga curdi si pone l’urgenza della ricostruzione, in primis delle abitazioni”. Su questo punto i dati della ricerca sono preoccupanti: 
“attualmente il 74,54% delle famiglie non ha documenti di identità perché sottratti loro dai miliziani dello Stato islamico. Circa le loro abitazioni il 56,96% delle famiglie ha subito saccheggi, il 22,25% le ha viste distrutte, il 19,42% incendiate. L’1,38% non sa che fine abbiano fatto le loro case”. 
A Mosul e nella Piana di Ninive, prima dell’arrivo dell’Isis (2014), la presenza cristiana era stimata in 130 mila fedeli. Attualmente sono circa 90 mila di cui 40 mila sono già andati via a causa della persecuzione. Per procedere alla ricostruzione, spiega Monteduro – occorre effettuare delle  ricognizioni su ciò che è rimasto in piedi, rimuovere le macerie e la bonifica delle mine. Inoltre è urgente provvedere alla fornitura di luce e acqua, rimettere a posto le strade, ricostruire e riequipaggiare ospedali, cliniche, scuole, e luoghi di culto. 
Fino ad oggi il Patriarcato caldeo ha stanziato l’equivalente di oltre 400mila dollari, ma si stima che ogni abitazione danneggiata avrà bisogno di ulteriori 3000 dollari da usarsi per rinnovare infissi, tinteggiatura e per acquistare elettrodomestici. Diverso il discorso per chi ha avuto le case distrutte e completamente saccheggiate. Per costoro il programma di aiuto prevede un villaggio più moderno con tutte le infrastrutture necessarie, a partire da scuole, mercato, centro di comunità. Un’altra esigenza che appare prioritaria è la sicurezza: “occorre mantenere alcune delle Forze che hanno contribuito alla liberazione dei villaggi, sostenute anche da guardie cristiane di questa area. Importante potrebbe rivelarsi anche la presenza di osservatori internazionali Onu e Ue, come già accade a Baghdad e Erbil”. In questa fase che precede il ritorno nelle loro case la Fondazione Acs continua a sostenere le famiglie di sfollati, fornendo ogni mese pacchi viveri ad oltre 12.000 nuclei familiari. Oltre a ciò Acs paga affitti per 641 abitazioni per 1.800 famiglie; ma si punta ad arrivare a oltre 3.000 case per più di 5.000 famiglie. “Un obiettivo ambizioso, ma confidiamo nella generosità di molti” fanno sapere da Acs che dall’inizio della crisi irachena (2014) ad oggi ha finanziato progetti per oltre 25 milioni di euro in tutto il Paese.