"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

3 novembre 2017

Sacerdote irakeno: la ‘sconfitta militare’ dell’Isis non cancella la minaccia jihadista

By Asia News

Dal punto di vista “militare” lo Stato islamico (SI, ex Isis) in Iraq “è stato sconfitto” e non ha più un territorio “sotto il suo diretto controllo”; tuttavia, “resta attuale” la “minaccia” rappresentata dal gruppo jihadista, perché “se non vi sarà una lotta culturale, politica ed economica unitaria” esso ritornerà in futuro “con un volto nuovo”. È quanto afferma ad AsiaNews p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (Kurdistan), che cura 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi che hanno lasciato le loro case nel 2014 per sfuggire ai miliziani del “Califfato”. “Certo, lo Stato islamico ha subito una sconfitta durissima - aggiunge il sacerdote - perché il cuore del movimento era l’Iraq, non la Siria, e da qui provenivano le ricchezze, le fonti economiche e la base strategica dei vertici e delle loro famiglie”.
Questa mattina l’esercito irakeno è penetrato ad Al-Qaim, nel governatorato di Anbar, in un’area desertica non lontano dal confine siriano, ultima roccaforte dei jihadisti in Iraq. Con il sostegno dei raid aerei della coalizione a guida statunitense, le truppe hanno assunto il controllo della città. I miliziani avrebbero incendiato numerose abitazioni di civili, nel tentativo di coprire la fuga. Nell’area vivevano circa 150mila persone, la maggior parte delle quali tribali sunnite ed era l’ultimo grande centro ancora sotto il controllo dell’Isis. 
Intanto da Mosul, liberata nei mesi scorsi al termine di una imponente offensiva congiunta arabo-curda, filtrano nuove testimonianze dei massacri compiuti dalle milizie del “Califfato” prima di cedere il controllo della zona. Fonti Onu riferiscono che i jihadisti avrebbero ucciso “con modalità da esecuzione” circa 741 civili nelle fasi finali della battaglia. A questo si aggiungono sequestri di massa, persone usate come scudi umani, case colpite e distrutte di proposito, civili presi di mira mentre tentavano una fuga disperata verso la salvezza. Fra novembre 2016 e luglio 2017, nel contesto delle operazioni militari sono morte 2.521 persone - di queste 461 sotto le bombe della coalizione a guida statunitense - e altre 1673 sono rimaste ferite. 
P. Samir, fra i principali sostenitori della campagna di AsiaNews "Adotta un cristiano di Mosul", sottolinea che “a livello territoriale l’Isis è finito”, ma restano “piccoli gruppi, nascosti nel deserto fra Siria e Iraq, o cellule slegate fra loro nelle città”. A questo si aggiunge il problema “gravissimo” delle migliaia di bambini “indottrinati” per aver vissuto in tutti questi anni sotto il giogo jihadista. “Hanno subito il lavaggio del cervello - aggiunge - e perfino dal linguaggio che utilizzano ci si rende conto di quanto l’ambiente vissuto li abbia permeati nel profondo. Fra questi vi sono anche yazidi che parlano arabo, usando gesti e vocaboli caratteristici del movimento estremista”. 
Il sacerdote ricorda come sui principali siti della propaganda di Daesh [acronimo arabo per lo SI] si afferma che “a fronte di una sconfitta territoriale, la guerra santa [il jihad] prosegue senza interruzioni”. Ecco perché, prosegue, sarà necessario “stabilizzare le città e i territori, ricostruire un tessuto sociale ed economico, perseguire l’unità della nazione pur senza annullare le differenti anime che la compongono”. In caso contrario “lo Stato islamico tornerà con un’altra faccia, come è avvenuto in passato dopo la sconfitta di al Qaeda: corruzione politica, guerre fra sunniti e sciiti, divisioni fra Baghdad ed Erbil con il rischio di un nuovo conflitto, influenza di nazioni straniere sono terreno fertile per la nascita di un nuovo gruppo combattente” più radicale e pericoloso. 
La conquista di Mosul, conclude p. Samir, ha rappresentato un momento “di grande gioia per tutta la popolazione, compresi i cristiani. Tuttavia, le nuove tensioni che hanno seguito il referendum curdo per l’indipendenza hanno fatto svanire ben presto questa gioia. La speranza è che i leader politici trovino un accordo che dia garanzia di pace”.