"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

25 settembre 2007

Iraq: Mons. Sako (Kirkuk) "Paese verso la divisione"

Fonte: SIR

E' un paese verso la divisione, l’Iraq di oggi, segnato da violenze settarie, affossato da un’economia che stenta a decollare, e a rischio di epidemia di colera. E nonostante le istituzioni parlino di “progressi tangibili” sul fronte della sicurezza le comunità cristiane vengono perseguitate e minacciate. E’ in sintesi quanto afferma, in un’intervista al Sir (domani on line su agensir.it) l’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako. “E’ vero che c'è un miglioramento seppure limitato – dice Sako - ma la violenza è sempre forte e i conflitti settari sono gravi e continueranno. L'Iraq sta andando verso la divisione. I curdi hanno già la loro autonomia, gli sciiti si stanno organizzando e lo stesso stanno facendo i sunniti arabi. In questa situazione i cristiani sono isolati praticamente e psicologicamente, costretti ad emigrare verso Nord o verso la Siria”. Tuttavia spiega l’arcivescovo la Chiesa non rinuncia a parlare di riconciliazione: “La chiesa può giocare un ruolo di ponte e di dialogo”. In merito ad un ritiro graduale delle truppe Usa dall’Iraq Sako non ha dubbi: “con tutti i sacrifici che gli americani hanno fatto, non lasceranno l'Iraq. Hanno un’agenda e piani per rimanere qui per sempre. I conflitti e le ambizioni regionali stanno peggiorando progressivamente. Come si può pensare che gli americani lascino campo libero?”.


Click on "leggi tutto" for the abstract of the interview by SIR abcd



MGR. SAKO (KIRKUK), “COUNTRY ABOUT TO SPLIT”
A country about to split is today’s Iraq, exhausted by sectarian violence, sunken by an economy that has trouble taking off, and risking a cholera epidemic. And, even if the institutions speak of “tangible progress”, in terms of security the Christian communities are persecuted and threatened. This is briefly what has been stated, in an interview with SIR (online tomorrow at su
agensir.it), by the archbishop of Kirkuk, mgr. Louis Sako. “It is true that there is some improvement, although small – says Sako –, but violence is still rife, and sectarian conflicts are serious and will go on. Iraq is about to split. The Kurds already have their independence, the Shiites are getting geared for that, and the Arab Sunnis are doing the same. In these circumstances, Christians are practically and psychologically isolated, forced to migrate north or to Syria”. However, explains the archbishop, the Church does not fail to speak of reconciliation: “The Church can act as a bridge and promote dialogue”. As to the gradual withdrawal of the US troops from Iraq, Sako has no doubts: “with all the sacrifices the Americans have made, they will not leave Iraq. They have an agenda and plans to stay here forever. Conflicts and regional ambitions are progressively getting worse. How can we think the Americans will ever retreat?”.

22 settembre 2007

A new priest for the Chaldean community in Germany: Father Sami Al Rais




In the photo: second from the right Father Sami Al Rais, followed on his right by
Mgr. Philip Najim and Father Saad Sirop Hanna.

Ankawa.com website published the photos of last Sunday ceremony in Essen (Germany) when the new priest, Father Sami Al Rais, was introduced to his community living there. To the celebration, guided by Mgr. Philip Najim, Chaldean Apostolic Visitor in Europe, was also present Father Saad Sirop Hanna. Father Sami and Father Saad share many things. Both young, both students in Rome, both kidnapped when living in Baghdad, (15 August/ 11 September 2006 Father Saad and 4-10 december of the same year Father Sami) and now both living in Europe, to be the guide of his community the first and to go into more depth study the other.

Nuovo sacerdote caldeo in Germania: Padre Sami Al Rais



Nella foto: a sinistra Padre Sami Al Rais, Monsignor Philip Najim al centro, Padre Saad Sirop Hanna a destra

Il sito Ankawa.com ha pubblicato le foto della cerimonia di presentazione alla comunità caldea di Essen (Germania) del suo nuovo sacerdote, Padre Sami Al Rais, svoltasi la scorsa domenica.
Alla cerimonia, condotta da Monsignor Philip Najim, Visitatore Apostolico dei Caldei in Europa, ha partecipato anche Padre Saad Sirop Hanna. Padre Saad e Padre Sami condividono molte cose. Entrambi giovani, entrambi studenti a Roma presso le università pontificie, entrambi vittime di rapimenti quando ancora vivevano a Baghdad (15 agosto/11 settembre 2006 Padre Saad e 4 -10 dicembre dello stesso anno Padre Sami) ed entrambi ora in Europa, l'uno alla guida di una comunità, l'altro per approfondire i suoi studi.

15 settembre 2007

Gli iracheni approfittano della politica svedese per i rifugiati

Fonte: CBC News

Una città svedese stracolma di rifugiati dall’Iraq sta terminando le risorse per aiutarli, dice il suo sindaco.
“E’ impossibile. Penso che stiamo arrivando al limite” ha dichiarato il sindaco di Sodertalje, Anders Lago, alla CBC News. “Dobbiamo fermarci.”
Sodertalje, una città di 82,000 abitanti ha accolto il doppio dei rifugiati iracheni rispetto agli Stati Uniti. La Svezia è diventata una destinazione tra le preferite per chi fugge dall’Iraq. Secondo il servizio di immigrazione svedese tra gennaio e luglio 2007 ben 10.800 iracheni hanno richiesto asilo, e nel 2006 erano stati 8,950. Il governo assiste i richiedenti asilo con denaro, istruzione, aiuto all’avviamento al lavoro ed una casa, ma
ha modificato la sua politica in materia di rifugio lo scorso luglio, quando sia le case che i lavori sono finiti. Gli iracheni che richiedono asilo devono ora dimostrare di essere in pericolo di vita prima di ottenere lo status di rifugiati.
I funzionari di Sodertalje sono frustrati dalla riluttanza delle altre nazioni ad accogliere un maggior numero di iracheni, secondo la giornalista Adrienne Arsenault.
“Un funzionario ha dichiarato che se i rifugiati vengono spinti a lasciare il paese ed ad andare in Svezia .. è perchè sanno che la Svezia si prenderà cura di loro.”
Meno di 400 rifugiati iracheni sono stati accolti lo scorso anno in Canada, un numero che secondo i funzionari canadesi salirà a 1,400 nel 2007.
With files from the Associated Press

Traduzione di Baghdadhope

Guarda il video (in inglese)
Adrienne Arsenault reports on Iraqi refugees finding safe haven in Sweden

Iraqis strain Sweden's refugee policy

Source: CBC News

A Swedish city overwhelmed by refugees from Iraq is running out of resources to help them, its mayor says.
"It's impossible. I think we [are] coming to the end now," Sodertalje Mayor Anders Lago told CBC News. "We must stop."
Sodertalje, with a population of 82,000, has taken in twice as many refugees from Iraq as the United States. Sweden has become a favoured destination for people fleeing Iraq. The country's immigration service reports that 10,800 Iraqis requested asylum between January and July 2007, up from 8,950 for the whole of 2006. The government provides those who request asylum with money, education and help finding a job and a home.
Sweden modified its refugee policy in July, as homes and jobs filled up. Iraqis seeking asylum now have to prove that their lives are in danger before they will be granted refugee status.
Swedish officials are frustrated with other countries' reluctance to take in more Iraqi refugees, Adrienne Arsenault reported from Sodertalje.
"One official said it's as if asylum seekers are pushed out of other countries and right into Sweden … because [they] know the Swedes will take care of it," she said.
Fewer than 400 Iraqi refugees were accepted to Canada last year. Officials expect that number to increase to 1,400 this year.
With files from the Associated Press

Campo estivo in Libano per i bambini iracheni rifugiati

Fonte: Save the Children Alliance

Click on the title for the article in English

Bambini iracheni, libanesi e palestinesi hanno partecipato ad una campo estivo organizzato da Save the Children Svezia, nella prima iniziativa di questa organizzazione rivolta ai rifugiati iracheni.
Trenta bambini iracheni, libanesi e palestinesi hanno ballato, cantato, fatto teatro e sfilate di moda in una piccola casa sulle montagne che sovrastano la città di Hermel, nel Libano nord occidentale. Il campo estivo di 4 giorni si è svolto dall’8 al 12 settembre finanziato dalla sezione svedese di Save the Children ed è stata un’iniziativa voluta per dare ai bambini uno spazio sicuro dove potessero, con le varie attività ed il divertimento, vivere normalmente.
“Ci siamo divertiti tanto. Spero che organizzino presto degli altri campi” ha detto Emila Sheybo, una rifugiata irachena di 12 anni.
Emila è una dei più di due milioni di persone che sono fuggite dalla violenza che in Iraq ha seguito l’invasione a guida americana del 2003. La maggior parte di loro hanno cercato rifugio in Siria o Giordania. Non esistono statistiche ufficiali ma si stima che 40.000 iracheni siano fuggiti in Libano. Ad essi è stato garantito lo status di rifugiati ed hanno la possibilità di registrarsi negli elenchi dell’UNHCR. (Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite) Eppure assicurare loro i diritti all’istruzione, al lavoro ed alla salute è ancora una sfida. Emila e la sua famiglia hanno vissuto a Beirut, la capitale libanese, per due anni e mezzo ed i genitori hanno pagato perché lei frequentasse una scuola privata. Emila non vuole tornare in Iraq: “ho paura di essere uccisa o rapita, eppure allo stesso tempo non voglio stare in Libano. Non so cosa succederà in futuro.”
Poche delle famiglie irachene rifugiate in Libano possono affrontare i costi delle scuole private. Persino gli iracheni un tempo ricchi stanno rimanendo senza denaro dove anni vissuti come rifugiati. La tredicenne Mariam Kaneni ha vissuto con i genitori ed i fratelli in una sola stanza di un povero sobborgo di Beirut per due anni e mezzo. “Studio in una scuola privata la cui retta è pagata da un’organizzazione non governativa. Spero che un giorno ci sia la pace in Iraq così che io possa tornare dai miei parenti.”

Traduzione di Baghdadhope
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Molti bambini iracheni invece non possono uscire di casa in Libano per svariate ragioni che includono la paura di essere arrestati perché senza visto per la residenza. Come spiega Emila: “Viviamo in 6 in due piccole camere dove passo la maggior parte del mio tempo dopo la scuola , non esco quasi mai perché non mi sento sicura fuori e non ho amici libanesi.”
Lo scopo principale del campo è dare ai bambini un posto sicuro dove giocare, conoscersi ed esprimersi. Dei 30 bambini che vi hanno partecipato metà sono iracheni e l’altra metà rifugiati libanesi e palestinesi. La grande maggioranza dei circa 400.000 rifugiati palestinesi in Libano vivono in campi profughi e di raccolta. Molti degli iracheni in Libano vivono nelle zone più povere delle città ed hanno pochi contatti con i libanesi. Il campo estivo è stata una magnifica opportunità per i bambini iracheni di interagire con quelli libanesi e palestinesi come ha spiegato Emila: "al campo ho incontrato bambini libanesi e palestinesi che sono diventati miei amici. “ Mariam ha descritto il campo come un’opportunità per tutti di “conoscersi e conoscere i paesi di ognuno.”
Non c’è dubbio che i bambini abbiano apprezzato le attività del campo estivo: “la cosa più bella è stata vivere nella stessa stanza con bambini di due altre nazioni e divertirsi con loro” ha raccontato Ali Alam, un libanese di 14 anni. Dala Abdel Razek, rifugiato palestinese di 13 anni, ha dichiarato che il vivere con bambini di diverse nazionalità è stata un’esperienza arricchente: "abbiamo capito di essere uguali.”
Oltre a giocare ed a svolgere varie attività il campo ha dato la possibilità ai bambini di discutere dei loro diritti, focalizzandosi sulla percezione che di essi hanno come individui come ha raccontato Mariam Kenani: “tutti i bambini hanno diritto alle cure mediche, al cibo ed a non subire abusi da parte degli adulti” e Ranjwa Bleibel ha aggiunto che: "l’istruzione è un diritto basilare per tutti.”
Ci sono decine di migliaia di bambini iracheni rifugiati in Giordania, Libano e Siria che non hanno accesso all’istruzione. “Persino se questi paesi non hanno firmato la convezione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati, essi hanno sottoscritto quella dei Diritti del Bambino che include il diritto all’istruzione. Se i governi non hanno le risorse per aiutare i bambini rifugiati noi faremo il possibile per farlo. Se la Svezia ricevesse centinaia di migliaia di rifugiati in un breve periodo di tempo sarebbe una grossa sfida. Questo è ciò che è successo in paesi come la Giordania, la Siria ed il Libano” così ha dichiarato Sanna Johnsson, il rappresentante regionale di Save the Children Svezia in Libano. L’obiettivo di Save the Children Alliance è arrivare a sostenere dai 10.000 ai 50.000 bambini iracheni per il 2010 con particolare attenzione per i bambini vulnerabili che hanno bisogno di protezione in Giordania, Libano e Siria.
Nel giugno 2007 Save the Children Svezia ha iniziato a lavorare con i bambini iracheni ma la mancanza di statistiche affidabili sulla prsenza degli iracheni in Libano è stato un grosso ostacolo. Molti di loro non si sono registrati negli elenchi dell’UNHCR per paura di essere deportati. Alcuni volontari delle organizzazioni libanesi partners di Save the Children Svezia hanno svolto esercitazioni di mappatura ed identificazione ed hanno parlato con più di 180 bambini iracheni durante l’estate. Il 31% di loro ha detto di non essere iscritto a scuola per l’anno scolastico a venire, mentre il 37% non lo era stato in quello passato. Il 17% lavorava ed il 45% aveva avuto problemi inclusi depressione, violenza, detenzione e discriminazione. “Ci assicureremo che i bambini che non hanno accesso alla scuola possano averlo in autunno. Ci sono molte scuole che vogliono accoglierli, specialmente private o semi-private” dice Sanna Johnsson.
Save the Children Svezia punta ad assicurare il diritto all’istruzione per tutti i bambini ed i suoi partners sosterranno i bambini iracheni dando loro supporto extra scolastico, classi di recupero e sostegno psicologico.

International Save the Children Alliance

Save the Children ITALIA

http://www.savethechildren.it/2003/index.asp

Save the Children SVEZIA (anche in inglese)

Vescovi statunitensi chiedono più aiuto per i rifugiati iracheni

Fonte: Zenit
Un rapporto descrive le conclusioni di un viaggio di 12 giorni in Medio Oriente

WASHINGTON, D.C., venerdì, 14 settembre 2007
Secondo i Vescovi statunitensi, gli Stati Uniti, trovandosi a capo delle forze di coalizione in Iraq, dovrebbero anche guidare la risposta umanitaria alla piaga dei rifugiati. Lunedì 10 settembre, la Conferenza Episcopale USA ha reso noto un rapporto di 31 pagine (in inglese) in cui esorta il Governo ad aumentare l’assistenza offerta ai rifugiati iracheni e ai Paesi nei quali si stanno riversando. Il Vescovo Nicholas DiMarzio di Brooklyn, New York, consultore del Comitato episcopale sulle Migrazioni, ha informato sui risultati del rapporto dopo aver guidato una delegazione che ha trascorso, a luglio, quasi due settimane in Medio Oriente per monitorare le condizioni dei rifugiati iracheni. “La situazione dei rifugiati iracheni diventa ogni giorno più grave”, ha detto il Vescovo. “Ciò che non è cambiato è che la risposta internazionale a questa crisi, e soprattutto quella degli Stati Uniti, rimane deprecabilmente inadeguata”.Come esempio, il presule ha ricordato la lunga trafila cui sono costretti i rifugiati che cercano di inserirsi negli Stati Uniti. Anche se il Governo indica che dovrebbero essere 7.000 i rifugiati reinseriti nel corso dell’anno, attualmente ne sono arrivati solo 700.Il rapporto analizza anche l'aiuto e l'ospitalità forniti da Paesi come la Giordania, la Siria, la Turchia e il Libano ai 2,2 milioni di rifugiati iracheni in Medio Oriente.

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Obispos estadounidenses piden más ayuda para los refugiados iraquíes
Informe episcopal tras un viaje a Medio Oriente para comprobar la situación

WASHINGTON, viernes, 14 septiembre 2007
Dado que Estados Unidos es el líder de la coalición de fuerzas en Irak, debería también liderar la respuesta humanitaria a la situación de los refugiados, afirman los obispos del país norteamericano. La Conferencia Episcopal estadounidense hizo público el lunes un informe de 31 páginas en inglés, urgiendo al Gobierno a incrementar la ayuda a los refugiados iraquíes y a los países a los que están huyendo.El obispo Nicholas DiMarzio de Brooklyn, Nueva York, consultor de la Comisión Episcopal sobre Migraciones, hizo público el informe tras presidir una delegación que estuvo en julio unas dos semanas en Oriente Medio comprobando la situación de los refugiados iraquíes. «La situación de los refugiados iraquíes empeora cada día --dijo el obispo DiMarzio--. Lo que no ha cambiado es que la respuesta internacional a esta crisis, y especialmente la de Estados Unidos, sigue siendo muy insuficiente». Como ejemplo, el prelado aludió al lento procedimiento para aquellos refugiados que desean integrarse en Estados Unidos. Aunque los datos del Gobierno indican que deberían ser examinados en este año los expedientes de siete mil refugiados, sólo han analizado unos 700.El documento informa también que Jordania, Siria, Turquía y Líbano están afrontando, como países de acogida, a los 2,2 millones de refugiados iraquíes en Oriente Medio.

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http://www.zenit.org/article-24820?l=spanish


Bispos norte-americanos pedem mais ajuda para refugiados iraquianos
Informe episcopal após uma viagem ao Oriente Médio para comprovar a situação

WASHINGTON, sexta-feira, 14 de setembro de 2007
Dado que os Estados Unidos são o líder da coalizão de forças no Iraque, o país deveria também liderar a resposta humanitária à situação dos refugiados, afirmam os bispos do país norte-americano. A Conferência Episcopal americana publicou na segunda-feira um informe de 31 páginas em inglês, instando o Governo a aumentar a ajuda aos refugiados iraquianos e aos países aos quais estão fugindo. O bispo Nicholas DiMarzio, de Brooklyn, Nova York, consultor da Comissão Episcopal sobre Migrações, publicou o informe após presidir uma delegação que esteve, em julho, aproximadamente duas semanas no Oriente Médio comprovando a situação dos refugiados iraquianos. «A situação dos refugiados iraquianos piora a cada dia – disse o bispo DiMarzio. O que não mudou é que a resposta internacional a esta crise, e especialmente a de Estados Unidos, continua sendo muito insuficiente.» Como exemplo, o prelado aludiu ao lento procedimento para aqueles refugiados que desejam integrar-se nos Estados Unidos. Ainda que os dados do Governo indiquem que deveriam ser examinados neste ano os expedientes de sete mil refugiados, só analisaram cerca de 700. O documento informa também que a Jordânia, Síria, Turquia e Líbano estão enfrentando, como países de acolhida, os 2,2 milhões de refugiados iraquianos no Oriente Médio.

permalink:
http://www.zenit.org/article-16138?l=portuguese

U.S. Bishops Urge More Help for Iraqi Refugees

Source: Zenit
Report Details Findings From 12-Day Trip to Mideast

WASHINGTON, D.C., SEPT. 13, 2007
Since the United States is the leader of the coalition forces in Iraq, it should also lead the humanitarian response to the plight of the refugees, say the U.S. bishops.The U.S. bishops' conference released a 31-page report Monday, urging the government to increase assistance offered to Iraqi refugees and the countries to which they are escaping. Bishop Nicholas DiMarzio of Brooklyn, New York, consultant to the episcopal Committee on Migration, released the report after heading a delegation that spent almost two weeks in the Middle East in July assessing the situation of Iraqi refugees."The situation of Iraqi refugees grows worse as each day passes,” Bishop DiMarzio said. "What has not changed is that the international response to this crisis, and particularly that of the United States, remains woefully inadequate."As an example, the prelate reported on the slow processing of refugees looking to resettle in the United States. Though government figures indicated that 7,000 refugees would be processed during the calendar year, only about 700 have actually arrived.The report includes a look at how Jordan, Syria, Turkey and Lebanon are faring as host countries for 2.2 million Iraqi refugees in the Middle East.

14 settembre 2007

Chaldeans in Europe. The Apostolic Visit of Mgr. Philip Najim

By Baghdadhope

The apostolic journey of Mgr. Philip Najim, Procurator of the Chaldean Church to the Holy See and Apostolic Visitor in Europe, will start on Sunday, 16 of September. The journey will begin in Germany and will proceede to Denmark, Norway and Sweden.

We asked Mgr. Najim about his busy agenda.
“The apostolic visit will start from Germany where, on next Sunday, during two celebrations in the cities of Essen and Mönchengladbach, I will officially introduce to the two communities their new priest, Father Sami Al-Rais.”
Is the Chaldean community in Germany a big one?
“Yes. Only considering the cities of Essen and Mönchengladbach we are speaking about 450 families.”
Has Father Sami Al-Rais, the new priest, been living in Germany for a long time?
“No, he has just arrived there. Father Sami is one of the priests who were kidnapped in Iraq last year (he was kidnapped on the 4 of December and released after 6 days, editor’s note) and for security reasons he has been living in the north of Iraq since his release. The same area where the Senior Chaldean seminary Fr. Sami was the director of when he was kidnapped was transferred in January 2007.”

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It will be a happy occasion for him and the whole community…
“Certainly. The faithfuls need a priest to refer to and they are looking forward his arrival.”
But your journey will not stop in Germany..
“No, the duty of the Apostolic Visitor in Europe is to meet the communities to listen to their needs, to make them feel that even in a foreign land, and may times not for their choice, they can count on the unifying and consolatory presence of the Church. Once in Germany I will also officialy deliver to the Diocese of München the letter of introduction for the admittance of a seminarist, the second, who will study in that city.
From Germany I will go to Denmark where about 400 Chaldean families live and where I will meet their priest, Father Faris Toma and the Catholic Bishop, Mgr. Czeslaw Kozon. From Denmark I will go to Sweden, a country that, considering the high number of Chaldean faithfuls, about 20.000 persons, has been divided into three centres.”

And you will visit all the three…
“Sure. From the south of Sweden, where I will visit the new Chaldean centre with the priest, Father Samir Dawood, to Sodertalje, where most Chaldeans live and where the priest is Father Maher Malko, to Eskilstuna where I will meet Father Paul Rabban and his community. It will be also an occasion to meet the youth, our future, to understand the problems of their age, of their living far from their mother country. I consider these meetings with the youth of fundamental importance.
A very busy agenda…
“Yes. Besides the communities I will meet the Catholic Bishop of Stockholm, Mgr. Anders Arborelius, who is really helping our people there, and I will visit the about 100 Chaldean families living in Norway who still don’t have a priest and for whom I will celebrate the Holy Mass”
Most Chaldean faithfuls coming from Iraq live in Sweden, what’s their situation there?
“Emigration to Sweden is not recent. Sweden has always been ready to welcome people who, leaving back situations of disadvantage or danger, wanted to start a new life. So it was for many Chaldean families who in the past decades fled dictatorship, wars and embargo and who are now integrated in the social tissue of the country. The war of 2003 and the terrible episodes of violence that followed it accelerated this flight. That’s because I talked about the no-choice situation of many emigrants, but of their being forced to flee to what no one denies is going on in Iraq: the persecution of Christians. It’s clear that for these people who dreamt a different future, and who found themselves in the uncomfortable position to become refugees, reality is particularly hard and for this reason they need not only material help but moral comfort too.”
What about the other European countries?
“There are countries where the communities have been living since decades ago, and others where there are not. A part from the already mentioned countries there are Chaldean communities in France, Holland, Austria, Greece, Belgium, Great Britain and Georgia. In Georgia, for example, with the help of the Detroit Chaldean Diocese of the Western United States guided by Mgr. Ibrahim N. Ibrahim, we are building the first Chaldean church in Caucasus, a hall for the people and the rectory for the parish priest, Father Benni Bet-Yadkar, the first Chaldean priest in the country in twelve years”
And what about Italy?
“The presence of Chaldean faithfuls in Italy is limited to few families and to the priests, the nuns and the monks who live in Rome for studying or working. It’s the case of the Chaldean Nuns and Monks who have a convent and a nunnery there, of the seminarists and priests coming from Iraq to study -two of them arrrived just a month ago – and mine who work in Rome representing the Chaldean Patriarchate to the Holy See.”
So, there is not a Chaldean church in Italy …
“No, for our celebrations we use Santa Maria degli Angeli Church in Rome. Obviously every Chaldean faithful who lives where there is not a Chaldean church or a Chaldean priest to refer to, can continue his/her life of faith in the Catholic churches, in Italy and all over the world.”
Are there Chaldean churches in Europe?
“Talking about churches of the Chaldean rite, that is an oriental catholic rite, there are three of them. One in Paris, one in Sarcelles, in the outskirts of the French capital, and one in Marseille. There are also Roman Catholic churches where our rite is celebrated. In Lyon, Wien, and the countries I mentioned before. With a growing number of faithfuls in Europe we are trying to build new churches. In Sweden, for example, we are buying a piece of land just for this. In Germany the Archbishopric of München gave to the Chaldean Mission a three-storey building that is now being renovated, that will be ready in 2008 and where there will be also some rooms for the catechism. It is very important for the children born in Germany or who arrived there as babies not to forget their Chaldean Catholic religious roots.”
A lively presence in the European Catholicism…
“Yes, lively and beautiful. Last summer I visited the Chaldean communities in Holland and Belgium. On the 15 of August, the Assumption Feast, I celebrated with Father Firas Ghazi the Holy Mass in the Belgian city of Banneux. There were more than 3000 people coming from Belgium, Holland, Germany and France. It was really a happy day.”
After the Apostolic visit will you come back to Rome?
“Maybe for one day. As Secretary of the Council of the Catholic Patriarchs of Oriental Rites by the 15 of October I will be in Lebanon for its annual meeting. It will be an important occasion to take stock of the different situations of the Catholic faithfuls in the Middle East, and surely Iraq will have a relevant part in it.”
We will be glad to have from you a report of this long Apostolic visit, but by now we wish you a good journey and great days of work.”
“Thanks but I must confess that more than a job this journey is a blessing. To be near to the faithfuls is every time an occasion of joy and hope that our very ancient Church can survive the events and find love also in the hearts of future generations.”

13 settembre 2007

I caldei in Europa. Il viaggio apostolico di Monsignor Philip Najim

By Baghdadhope



Inizierà domenica 16 settembre il viaggio apostolico di Monsignor Philip Najim, Procuratore della Chiesa Caldea presso la Santa Sede e Visitatore Apostolico in Europa. Un viaggio che inizierà in Germania per continuare in Danimarca, Norvegia e Svezia.
Abbiamo chiesto a Monsignor Najim di spiegarci le ragioni di questa fitta agenda.
“Il viaggio apostolico inizierà in Germania dove, domenica prossima, in due cerimonie nelle città di Essen e Mönchengladbach presenterò ufficialmente alle due comunità il loro nuovo sacerdote, Padre Sami Al-Rais
La comunità caldea in Germania conta molti fedeli?
“Si, considerando per esempio solo le città di Essen e Mönchengladbach si tratta di circa 450 famiglie”
Padre Sami Al Rais, il nuovo parroco vive da molto tempo in Germania?
“No, è arrivato da poco. Padre Sami è uno dei sacerdoti che lo scorso anno sono stati vittime di rapimenti in Iraq (fu rapito il 4 dicembre 2006 e rilasciato dopo 6 giorni, ndr) e per ragioni di sicurezza ha vissuto fino a poco tempo fa nel nord dell’Iraq, dove peraltro sin da gennaio del 2007 è stato trasferito il Seminario Maggiore di cui era direttore al momento del rapimento.”

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Sarà quindi un’occasione felice per lui e la comunità tutta..
“Certamente, i fedeli hanno bisogno di un loro sacerdote cui fare riferimento e Padre Sami è atteso con impazienza.”
Il suo viaggio però non si fermerà in Germania..
“No, il compito del Visitatore Apostolico in Europa è proprio quello di visitare le comunità dei fedeli per raccoglierne i bisogni, far loro sentire che seppur in terra straniera, e molte volte non per scelta, essi possono contare sulla presenza unificante e consolatoria della chiesa. In Germania avrò anche occasione di consegnare ufficialmente alla Diocesi di Monaco la lettera di presentazione per l’ammissione di un altro seminarista, il secondo, che studierà in quella città.
Dalla Germania mi sposterò poi in Danimarca dove vivono circa 400 famiglie caldee e dove incontrerò sia il loro sacerdote, Padre Faris Toma, sia il Vescovo Cattolico, Monsignor Czeslaw Kozon. Da lì mi recherò in Svezia che, vista la presenza di fedeli, circa 20.000 persone, è stata divisa in tre centri di competenza per meglio seguirli."
Li visiterà tutti e tre quindi..
“Certo. Dal sud della Svezia, dove con il parroco, Padre Samir Dawood visiterò il nuovo centro caldeo, a Sodertalje, la città che ospita il maggior numero di fedeli caldei guidati da Padre Maher Malko, a Eskilstuna dove incontrerò Padre Paul Rabban e la sua comunità. Sarà anche un’occasione per incontrare i giovani, il nostro futuro, e capire i problemi della loro età, del loro vivere lontani dal paese di origine. Sono incontri, questi con i giovani, che io ritengo di fondamentale importanza”
Un’agenda fitta di impegni..
“Si. Infatti oltre agli incontri con le comunità vedrò il vescovo di Stoccolma, Monsignor Anders Arborelius, che sta veramente aiutando la comunità, e visiterò la comunità in Norvegia, circa 100 famiglie che non hanno ancora un sacerdote e per le quali celebrerò la Santa Messa”
La Svezia è il paese che accoglie più fedeli caldei provenienti dall’Iraq, in che situazione si trova la comunità?
“L’emigrazione in Svezia non è recente. La Svezia è stata sempre pronta ad accogliere coloro che, partendo da situazioni di svantaggio o pericolo volevano rifarsi una vita. Così è stato per molte famiglie caldee irachene che nei decenni passati hanno lasciato alle loro spalle la dittatura, le guerre e l’embargo e che ora sono integrate nel tessuto sociale del paese. Certamente la guerra del 2003 ed i terribili episodi di violenza ad essa successivi hanno accelerato la fuga. Ecco perché ho accennato non ad una scelta di molti emigrati, ma di una costrizione per sfuggire a quella che ormai nessuno nega sia in atto in Iraq: la persecuzione dei cristiani. E’ chiaro che per queste persone che immaginavano un futuro diverso e che si sono ritrovati negli scomodi panni di rifugiati, la realtà sia particolarmente dura e proprio per questo hanno bisogno non solo di aiuto materiale ma anche di conforto morale.”
Qual'è la situazione nel resto dell’Europa?
“Ci sono paesi dove le comunità sono oramai stabili da decenni, ed altri dove in pratica non esistono. A parte i paesi già citati ci sono comunità in Francia, Olanda, Austria, Grecia, Belgio, Gran Bretagna e Georgia. In Georgia, ad esempio, con l’aiuto della Diocesi Caldea degli Stati Uniti Occidentali con sede a Detroit guidata da Monsignor Ibrahim N. Ibrahim, stiamo costruendo la prima chiesa caldea nel Caucaso, una sala per i fedeli e la casa del parroco, Padre Benni Bet-Yadkar, il primo sacerdote caldeo in quel paese da dodici anni a questa parte.”
Ed in Italia?
“No. La presenza di fedeli caldei in Italia è limitata a poche famiglie ed ai sacerdoti, i monaci e le suore che vivono a Roma per motivi di studio o di lavoro. E’ il caso delle Suore e dei Monaci Caldei che a Roma hanno un convento, degli studenti che provengono dall’Iraq per studiare, due sono arrivati un mese fa, e mio, che a Roma lavoro rappresentando il Patriarcato Caldeo presso la Santa Sede.”
Non c’è quindi in Italia una chiesa caldea?
“No, per le cerimonie siamo ospiti della chiesa di Santa Maria degli Angeli, a Roma. Ovviamente ogni fedele caldeo che si trovi a non avere una chiesa, intendendo un edificio di culto, ed un sacerdote caldeo cui fare riferimento, può continuare la sua vita di fede presso le chiese cattoliche romane, in Italia e nel mondo.”
Ci sono chiese caldee in Europa?
“Se per chiese intendiamo edifici interamente dedicati al rito caldeo, che è un rito cattolico orientale, ce ne sono tre, a Parigi, a Sarcelles, nella periferia della capitale francese, ed a Marsiglia. Ci sono poi altre chiese cattoliche romane dove viene celebrato anche il nostro rito. A Lione, a Vienna e negli altri paesi che ho già elencato. Con l’aumentare dei fedeli stiamo anche cercando di costruire altri edifici di cult0. In Svezia, ad esempio, stiamo acquistando un terreno destinato a questo scopo. In Germania l’Arcivescovado di Monaco ha assegnato alla missione caldea un edificio di tre piani ora in fase di ristrutturazione che sarà finito nel 2008 e che ospiterà tra le altre cose anche le aule per il catechismo, molto importanti perché i bambini nati in Germania o arrivati lì piccolissimi non dimentichino le loro radici cattoliche caldee.”
Una presenza viva quindi nell’ambito del cattolicesimo europeo, quindi.
“Si, e bella. Quest’estate ho visitato le comunità in Olanda ed in Belgio ed il 15 agosto, il giorno della festa dell’Assunta ho celebrato insieme al parroco, Padre Firas Ghazi, una Santa Messa nella cittadina belga di Banneux. C’erano più di 3000 persone provenienti da Belgio, Olanda, Germania e Francia. Un giorno molto felice, davvero.”
Dopo questo viaggio tornerà a Roma?
“Forse per un solo giorno. Come Segretario del Consiglio dei Patriarchi Cattolici di Rito Orientale il 15 di ottobre sarò in Libano per la sua annuale riunione. Sarà un’occasione importante per fare il punto delle diverse situazioni che i cattolici stanno vivendo in Medio Oriente e certamente l’Iraq ne rappresenterà una parte rilevante.”
Saremo felici di avere da lei un resoconto di questo lungo periodo di viaggio apostolico, per adesso però le auguriamo buon viaggio e buon lavoro.
“Grazie. Ma confesso che più che un lavoro questo viaggio è una benedizione. Stare vicino ai fedeli è ogni volta un’occasione di gioia e speranza che la nostra antichissima chiesa possa sopravvivere agli eventi e trovare amore anche nel cuore delle generazioni future.”
Le foto si riferiscono alla celebrazione dell'Assunta a Banneux (Belgio) il 15 agosto 2007. Officiante Monsignor Philip Najim.

12 settembre 2007

Giovani in Kurdistan, “speranza per la Chiesa d’Iraq”

Fonte: Asia News

La diocesi di Ahmadiya ha ospitato un raduno di 300 giovani, che hanno riflettuto sul senso della missione nell’Iraq di oggi e su come affrontare le sfide che terrorismo e violenze confessionali pongono alla Chiesa locale. Senza abbandonare la speranza.

Erano in 300 i giovani che da 10 diversi villaggi del Kurdistan iracheno si sono ritrovati ad Ahmadiya, lo scorso 7 settembre, per incontrare il loro vescovo e gli altri sacerdoti della diocesi. Con loro hanno riflettuto sul “senso della missione della Chiesa nel mondo e nell’Iraq di oggi, martoriato da terrorismo e violenze confessionali, e sono tornati a casa pieni di gioia e speranza”. A raccontarlo ad AsiaNews è lo stesso vescovo caldeo di Ahmadiya, mons. Rabban Al-Qas.
L’“emozionante” giornata, come la definisce il presule, si è svolta nell’antica chiesa di Sultana Mahadokht, risalente al VII sec. d.C. Scopo dell’iniziativa: “approfondire il mistero della Chiesa cattolica e la sua missione nel mondo, in modo da aiutare i giovani ad affrontare le sfide che incombono sui cristiani d’Iraq”. A questo proposito p. Najib Mosa ha voluto soffermarsi sull’importanza di ricordare sempre che “la persona di Cristo è la base della Chiesa ed è Lui la buona novella”. “I giovani – dice mons. Al-Qas – hanno sentito la voce della Chiesa, sposa di Cristo, che chiede loro di portare il Suo amore al mondo islamico in cui vivano; con la loro testimonianza questi ragazzi infondono speranza anche ai propri cari, fuggiti in Kurdistan da più parti del Paese”.
Al termine dell’incontro il vescovo ha celebrato una messa a cui sono seguiti canti e giochi di gruppo. È stato, infine, deciso di ripetere l’appuntamento 4 volte all’anno.

Young people in Kurdistan, “hope for the Church of Iraq”

Source: Asia News

The diocese of Ahmadiya hosts a meeting of some 300 young people who came together to reflect upon mission’s meaning in today’s Iraq and on the ways to meet the challenges that terrorism and sectarian violence represent for the local Church, all without losing hope.

Some 300 young people from ten different villages in Iraqi Kurdistan met last Saturday in Ahmadiya with the bishop and other priests from the diocese. Together they reflected upon “the meaning of the Church’s mission in the world and in today’s Iraq, a country suffering from terrorism and sectarian violence. At the end they went home full of joy and hope,” said Mgr Rabban al-Qas, Chaldean bishop of Ahmadiya, who spoke to AsiaNews.
“A day full of emotions,” as the prelate put it; the meeting took place in the ancient church of Sultana Mahadokht, built in 7th century AD. The gathering was organised for the purpose of “deepening the mystery of the Catholic Church and its mission to the world in order to help young people with the challenges Christians face in Iraq.”
Fr Najib Mosa focused an important need, namely to remember always that “the person of Christ is the basis of the Church and that He is the Good News.”
“Young people have felt the voice of the Church, Christ’s bride, which calls upon them to bring His love to the Islamic world in which they live. With their witness these kids can bring hope to their own families who fled to Kurdistan from various parts of the country,”
said Mgr al-Qas.
At the end of the meeting the bishop celebrated mass. The service was followed by songs and group games.
Finally, those present decided to meet again on a regular basis, four times a year.

11 settembre 2007

Vescovo iracheno: in calo la violenza, ora è tempo di educare la popolazione

Fonte: Asia News

Mons. Rabban al Qas
, di Ahmadiya, concorda con il rapporto Petraeus che registra la diminuzione di attentati soprattutto a Baghdad. E spiega: “La vera soluzione alla crisi deve venire dal popolo iracheno, educandolo alla pace e ai valori democratici”, conosciuti dopo il 2003.

“Una concreta soluzione alla crisi irachena deve venire dal popolo stesso e non dalle armi”. A ribadirlo ancora una volta è mons. Rabban al Qas, vescovo caldeo di Ahmadiya, in Kurdistan. Il leader cristiano parla all’indomani dell’attesa audizione davanti alle Commissioni difesa ed esteri della Camera dei rappresentanti Usa, del comandante delle truppe in Iraq, gen. David Petraeus, circa i risultati seguiti all’aumento delle truppe statunitensi nel Paese.
Petraeus ha riferito che la maggior parte dei risultati prefissati con l'invio dei rinforzi a gennaio sono stati raggiunti; ci sono progressi nella sicurezza; i conflitti settari sono diminuiti. Ma la situazione attuale - secondo il generale - è ancora troppo instabile per un ritiro immediato dei soldati statunitensi. Che potrebbe però avvenire, in modo parziale, a metà del 2008 con il rientro di circa 30mila uomini dei 168mila presenti nel Paese del Golfo.
Il governo iracheno ha accolto con favore il rapporto Petraeus. Mowaffaq al Rubaie, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha lodato l’“enorme sacrificio” degli Usa e ha detto che l’Iraq è pronto ad affrontare una riduzione dell’impegno militare statunitense sul suo territorio. Si è detto però contrario ad ogni ritiro affrettato.
Da Baghdad la popolazione conferma il calo delle violenze, ma “non tanto da permettere di uscire di casa senza paura”. Anche mons. Rabban al Qas, citando suoi contatti nella capitale, dice che i kamikaze sono diminuiti negli ultimi mesi e parla di una “seconda fase” della guerra: “Ora che si sono raggiunti risultati, seppur deboli, sul terrorismo, ora che Washington ha cambiato mentalità riguardo la sua politica in Iraq, ora è il momento di cambiare la mentalità degli iracheni, di educare i giovani alla pace e ai valori democratici che in questi 4 anni hanno iniziato a circolare nel Paese”. “Ora dobbiamo aprire le porte alla riconciliazione, pur continuando a lavorare per garantire la sicurezza”, conclude.
Petraeus e l’ambasciatore Usa in Iraq, Crocker, continueranno anche oggi ad illustrare il rapporto davanti al Congresso.

Iraqi bishop acknowledges drop in violence, says it is time to educate the population to peace

Source: Asia News

Mgr Rabban al-Qas
, bishop of Ahmadiya, agrees with the Petraeus report with regard to the drop in attacks, especially in Baghdad. A real solution though must come from Iraqis themselves, from educating the people to the values of peace and democracy learnt since 2003.

“A concrete solution to the Iraqi crisis must come from the people themselves, not from the barrel of the gun,” said Mgr Rabban al-Qas, Chaldean bishop of Ahmadiya, in Kurdistan, speaking a day after the US commander in Iraq, General David Petraeus, began presenting his report to the Armed Services and Foreign Affairs committees of the US Congress on the impact of the recent surge of US troops in Iraq.
General Petraeus said that most objectives had been met by the troop reinforcement. Progress has been reported in the area of security, and sectarian violence has dropped. However, he acknowledged that the current situation remained unstable, preventing an immediate trop withdrawal.
The general did say though that around 30,000 troops could be drawn down from the current level of 168,000 by the middle of next year.
The Iraqi government welcomed General Petraeus’s report. Iraqi National Security Adviser Mowaffaq al-Rubaie praised the “enormous sacrifice” made by the United States, predicting a reduced combat role for US troops, adding however that his government opposed any quick pullout.
In Baghdad many residents have noticed a drop in the level of violence, but “not enough to go out without fear.”
From talks with his contacts in the capital, Bishop al-Qas said that suicide attacks have declined in the last few months. In his view, the war has “entered a second phase.”
“Now that some results have been achieved against terrorism, albeit small ones, after Washington changed its attitude towards Iraq, it is also time for Iraqis to change attitudes. We must educated the young to peace and instil the democratic values that have started circulating in the country in the last four years,”
he said.
“Now we must open the doors to reconciliation whilst ensuring security.”
General Petraeus and US Ambassador to Iraq Ryan Crocker are continuing today the presentation of their report to Congress
.

10 settembre 2007

Dall'arcidiocesi di Kirkuk gli auguri ai musulmani per il Ramadan

Fonte: SIR

Un messaggio per i musulmani e il calendario con i riti del Ramadan per i cristiani. È all’insegna del dialogo l’iniziativa dell’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako, in vista del mese sacro ai musulmani che comincia il 13 settembre. Per l’occasione l’arcivescovo ha inviato un messaggio ai musulmani in cui si legge: “Nella vigilia del sacro mese del Ramadan invio, da parte di tutti i cristiani di Kirkuk, a tutti i nostri fratelli musulmani auguri sinceri. Questo è un momento speciale per la preghiera e il progresso verso la virtù, la riconciliazione, il perdono, la compassione e la pace in favore di tutti gli iracheni”. ”È un mese – aggiunge mons. Sako - in cui ci affidiamo alla pazienza e alla forza per creare una società di amore, armonia, verità e giustizia, curare le nostre ferite, realizzare le nostre speranze di vivere in sicurezza, libertà e allontanare la violenza che ci sovrasta”. Per dare concretezza a queste parole l’arcivescovo invita “i fedeli cristiani a rispettare i sentimenti dei cittadini musulmani e quindi di non mangiare né bere in pubblico durante il mese, non indossare un abbigliamento succinto e unirsi a loro nella preghiera per l’unità, la stabilità, la vita e la dignità degli iracheni”. L’arcidiocesi ha anche pubblicato un calendario dei riti del Ramadan e l’ha distribuito a tremila famiglie della città.

6 settembre 2007

Benedetto XVI riceve il vice-presidente siriano, che gli consegna un messaggio personale del presidente Bashar Al-Assad

Fonte:Radiovaticana

Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina (5 settembre) in Vaticano il vice-presidente della Repubblica Araba di Siria, Faruk Al-Sharaa il quale ha consegnato al Papa un messaggio personale del presidente siriano Bashar Al-Assad. Successivamente Al-Sharaa si è incontrato con il segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Dominique Mamberti.

Nel corso dei due colloqui, dopo aver sottolineato lo sforzo di accoglienza da parte della Siria di centinaia di migliaia di profughi iracheni e l’aiuto che ci si attende dagli organismi multilaterali, ci si è soffermati sulle condizioni ed i problemi dei cristiani nel Paese arabo e sul contributo decisivo che la Siria può dare per superare le gravi crisi che travagliano molti popoli del Medio Oriente.

5 settembre 2007

Quando anche in Iraq? Echi della festa di Loreto a Baghdad

Di Daniele Rocchi

"Ho visto le immagini dei giovani italiani, intorno al Papa, a Loreto e ho pianto a lungo. Mi sono ricordato delle volte che con padre Raghid Ganni, (il sacerdote caldeo ucciso il 3 giugno a Mosul con i suoi suddiaconi, ndr), l'ultima due anni fa, siamo stati in pellegrinaggio nella Santa Casa. Vedevo quei volti festanti e mi chiedevo: Quando anche noi faremo festa così in Iraq?".
Esordisce così mons. SHLEMON WARDUNI, vescovo caldeo ausiliare di Baghdad. Al telefono dalla capitale irachena racconta le sue emozioni davanti a quelle immagini e per un momento dimentica le gravi condizioni in cui versa la minoranza cristiana, perseguitata da integralisti e fondamentalisti islamici, e tutto l'Iraq.
Eccellenza, sapeva che a Loreto c'erano anche alcuni giovani iracheni, che facevano parte della delegazione libica?
"Davvero? Ne sono felice e cosa hanno fatto?"
Hanno fatto conoscere ai loro coetanei italiani quanto accade in Iraq e le difficoltà in cui versa la Chiesa e a causa delle quali sono stati costretti a lasciare la loro casa.
"Abbiamo bisogno di aiuto concreto e preghiera. La situazione qui è leggermente migliorata ma le violenze, le minacce, i rapimenti e le uccisioni non mancano. E queste riguardano anche noi cristiani. È quanto mai necessario dare a questo lento miglioramento continuità. Senza di questa non è possibile sperare. Non possiamo muoverci e uscire con sicurezza per cui la gente preferisce restare a casa. Abbiamo da pochi giorni riaperto il nostro asilo ma i bambini sono solo sei. Prima ne avevamo circa settanta. Molte famiglie sono emigrate in cerca di salvezza altre hanno paura a mandarli".

Clicca su "leggi tutto" per l'intervista di Daniele Rocchi

Eppure Bush, in una visita lampo a Baghdad ha detto che "se i progressi nella sicurezza continueranno sarà possibile ridurre le truppe". È d'accordo?
"Ho saputo di questa visita dalla tv. Secondo me, non è importante ridurre o meno le truppe quanto porre il fondamento della pace nella nazione operando con tutte le forze. Che colpa ha commesso l'Iraq per vivere in questo inferno? Viviamo in condizioni pietose. Qui in questo periodo la temperatura arriva a toccare i 45°; come si fa a vivere senza elettricità? Chi possiede un generatore ha poi difficoltà a reperire benzina e gasolio che è aumentato in maniera spropositata. Per non parlare della divisione che c'è nel Paese".
Non è di molto tempo fa la notizia di un tentativo di riconciliazione nazionale tra sciiti, sunniti e curdi. Una cosa possibile?
"Ogni tentativo di parlare e dialogare è una pietra che si pone nell'edificio della pace, una costruzione che ha bisogno di tanti mattoni. Se mettiamo pietre di incontro, e non di inciampo, giorno dopo giorno alimenteremo la speranza in un futuro migliore. C'è bisogno di dire al Paese che le divisioni sono nefaste e non servono, che la cosa essenziale è il dialogo per avvicinare i cuori. Da questo processo di riconciliazione devono restare fuori gli interessi economici e personali di ogni parte. Serve solo il bene comune. La Chiesa irachena non farà mancare il suo apporto su questo tema decisivo".
E come?
"Va detto subito che ciò che trafigge i nostri cuori è vedere le chiese semivuote. Un tempo traboccavano di fedeli. Ma dobbiamo andare avanti per coloro che restano. I giovani si incontrano, i bambini frequentano il catechismo, anche se le lezioni sono spostate al sabato perché il venerdì c'è coprifuoco. Nelle catechesi cerchiamo di insegnare la pazienza, la tolleranza, la condivisione con i più bisognosi. Abbiamo organizzato un comitato per assistere coloro che sono stati costretti a lasciare le loro case a Dora, un tempo quartiere cristiano. Sono più di 3.000 famiglie. Di queste 1.700 hanno trovato rifugio al Nord o presso dei parenti. Dora è quasi vuota delle 5.000 famiglie cristiane che prima vi abitavano. Queste famiglie hanno bisogno di tutto, sono dovute partire solo con i sandali ai piedi. Non sappiamo cosa fare per aiutarle."

4 settembre 2007

Riduzione truppe, Mons. Warduni (Baghdad) "Operare per la pace lasciando fuori gli interessi di parte"

Fonte: SIR

“Non è importante tanto ridurre o meno le truppe quanto porre il fondamento della pace nella nazione operando con tutte le forze mettendo da parte gli interessi di ciascuna fazione”.
Reagisce così il vescovo caldeo, ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni alla notizia della possibile riduzione delle truppe in Iraq espressa dal presidente americano Bush nel corso della sua visita lampo nel Paese. "Viviamo in condizioni pietose” rimarca al Sir il vescovo che poi domanda: “che colpa ha commesso l’Iraq per vivere in questo inferno? In questo periodo la temperatura arriva a toccare i 45°; come si fa a vivere senza elettricità? Chi possiede un generatore ha poi difficoltà a reperire benzina e gasolio che è aumentato in maniera spropositata. Per non parlare della divisione che c’è nel Paese.” Su questo punto mons. Warduni giudica positivo “ogni tentativo di riconciliazione” tra sciiti, sunniti e curdi. “Ogni tentativo di dialogare è una pietra nell’edificio della pace. Se mettiamo pietre di incontro, e non di inciampo, alimenteremo la speranza in un futuro migliore. Da questo processo di riconciliazione devono restare fuori gli interessi economici e personali di ogni parte. Serve solo il bene comune. La Chiesa irachena non farà mancare il suo apporto su questo tema decisivo”

3 settembre 2007

I venditori di sangue trovano un mercato di nicchia a Baghdad

Fonte: IRIN

BAGHDAD, 3 September 2007 Mentre il Centro Nazionale Iracheno per la Donazione del Sangue (Iraqi National Centre for Blood Donation - INCBD) chiede agli iracheni di donare il sangue per far fronte alla sempre maggior domanda, coloro che vogliono vendere il proprio sangue si riuniscono negli ospedali sperando di guadagnare qualcosa. E, tra essi, coloro che offrono un sangue di tipo raro hanno più possibilità. "In molti casi famiglie disperate cercano i venditori di sangue che si possono trovare nei pressi dell’ospedale e del maggior centro trasfusionale di Baghdad. " dice Abdallah Farhan Ahmed, chirurgo al Medical City Hospital. “I tipi di sangue più rari sono i più cari e noi non possiamo obbligare la gente a donarlo.”

Clicca su "leggi tutto" per l'articolo di IRIN
Ahmed dice che gli “agenti” offrono sangue anche davanti la sede dell’INCBD. Chiedono 20/30 $ ogni 350 ml. In un paese dove, secondo il Ministero degli Affari Sociali e del Lavoro, la disoccupazione supera il 38%, la vendita di sangue per molti è un’opzione allettante.
“Ho bisogno di dar da mangiare alla mia famiglia, ed altri hanno bisogno di sangue per salvare la vita dei loro cari, è uno scambio equo. Vengo qui ogni mese a vendere il mio sangue. So che dovrei farlo meno frequentemente ma sono disoccupato e la mia famiglia ha bisogno di mangiare” dice un venditore di sangue che preferisce rimanere anonimo.
La continua violenza a Baghdad ha mantenuto alta la richiesta di sangue: “L’aumento della violenza in Iraq ci ha impedito di fare scorte” dice Maruan Haydar, un dirigente del Ministero della Salute, “chiediamo tutti i tipi di sangue, e specialmente quello di tipo raro come AB o 0.”
Ahmed ha riferito ad IRIN che per almeno un intervento su cinque c’è bisogno di una trasfusione, e che in molte occasioni si sono dovuti posporre degli interventi per l’indisponibilità del sangue necessario.
“Interveniamo solo in casi di emergenza. Gli interventi all cuore ed la cervello vengono rimandati finché il sangue è disponibile, ed a volte ci vogliono più di due settimane” dice.

Area pericolosa


Secondo Haydar, dal gennaio 2006 il numero di donatori è diminuito con l’aumentare della violenza nel distretto di Bab-al-Muadham, dove si trova la sede dell’INCBD.
“Il centro si trova in una delle zone più pericolose della capitale e la gente ha paura di andarci per donare il sangue, ma noi dobbiamo continuare a fare gli appelli” dice, “abbiamo chiesto al Ministero degli Interni di rafforzare la sicurezza nel distretto così che la gente possa donare il sangue in sicurezza, ma la presenza di diverse milizie ha diffuso la paura.”
Il centro ha fatto molti appelli per la donazione nei passati tre anni, ma secondo alcuni funzionari il problema ora è grave.
Abu Muhammad Farez, 41 anni, ha donato sangue al centro nei passati otto anni, ma ha riferito ad IRIN che (quella) sarebbe stata l’ultima volta a causa della mancanza di sicurezza.
“Per raggiungere il centro sono stato fermato ai posti di controllo dalle milizie e dalla polizia locale. Dato che ho la barba lunga mi hanno accusato di essere un sostenitore degli insorti” dice Farez, "so che è ridicolo, ma non credevano che qualcuno potesse essere lì per aiutare altri iracheni e non per ucciderli.”
“Purtroppo smetterò di donare il sangue finché non mi sentirò abbastanza sicuro per tornare al centro.”

Blood sellers find market niche in Baghdad

Source: IRIN

BAGHDAD, 3 September 2007 - As the Iraqi National Centre for Blood Donation (INCBD) urges Iraqis to donate more blood to help meet increasing demand, individuals wishing to sell their blood congregate at hospitals in the hope of being able to make some money. Those offering rare blood types are best able to cash in.
“In many cases, desperate families look for blood sellers who can be found around the hospital and at the [Baghdad’s main] blood centre,” Abdallah Farhan Ahmed, a surgeon at Medical City Hospital, said. “The most expensive blood types are the rare ones and we cannot force people to give them for free.”

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Ahmed said “agents” also stand in front of the INCBD offering blood. They charge US$20-30 for every 350 cu. cm of blood. In a country where, according to Iraq’s Ministry of Labour and Social Affairs, unemployment stands at over 38 percent, the sale of blood is an attractive option for many. “I need to feed my family, and others need blood to save their loved ones and it is a fair exchange. I come here every month to sell my blood. I know I should do this less frequently but I’m unemployed and my family needs to eat,” said a blood seller who preferred anonymity. The continuing violence in Baghdad has kept the demand for blood high: “The increase in violence in Iraq has prevented us from storing adequate blood supplies,” said Maruan Haydar, a senior official in the Ministry of Health. “We are requesting donations of all types of blood… especially rare types like AB and O,” he said.
Ahmed told IRIN that at least one in five operations in the hospital require a blood transfusion and that on many occasions they had to postpone operations because the type of blood required was not available. “We perform operations only in emergencies. Heart and brain operations are being postponed until the right blood is available - and that sometimes might take over two weeks,” Ahmed said.

Dangerous area

According to Haydar, since January 2006 the number of blood donors has been decreasing as the level of violence has increased in the Bab al-Muadham District of Baghdad where the INCBD has its premises. “The centre is located in one of the most dangerous areas of the capital and people are scared to take the risk [of going there to donate blood] but we have to continue with our appeal,” Haydar said. “We have asked the Ministry of Interior to reinforce security in the district to allow people to donate blood in safety, but the presence of different militias has brought fear.”
The centre has issued many appeals for blood donations in the past three years but according to officials the problem is now critical. Abu Muhammad Farez, 41, has been donating blood to the centre for the past eight years but he has told IRIN that this will be his last time as security has been deteriorating and he cannot take any more risks. “To reach the centre I was stopped at checkpoints manned by militias and local police… Because I have a long beard they accused me of being a supporter of the insurgents,” Farez said. “I know it is ridiculous but they didn’t believe that someone was in that area to help other Iraqis rather than kill them.” “Unfortunately I will stop donating until I feel secure enough to return to the centre,” Farez added.

6 agosto 2007

Mosul, "snodo" dell'estremismo wahabita in Iraq

Fonte: Asia News

Voci irachene avvertono: la città è in mano al fondamentalismo sunnita più rigido, che mira allo Stato islamico; in questo piano, cristiani e sciiti non trovano posto e si rafforza l'"industria dei sequestri". La famiglia di un caldeo rapito ha già pagato due volte il riscatto, ma dell'ostaggio ancora nessuna traccia.

Mosul, nel nord-ovest irakeno, è ormai diventata lo "snodo principale dell'estremismo sunnita di stampo wahabita in Iraq”, che ad ogni costo mira a creare uno Stato islamico nella zona per poi ristabilire il califfato. Il progetto è sostenuto da "Paesi esterni" L'allarme arriva da fonti irachene di AsiaNews, che avvertono: questi fondamentalisti pensano di detenere l'unica verità e per questo eliminano tutti coloro che invece la rifiutano, primi tra tutti, i cristiani, ma anche i musulmani sciiti. Per il momento approfittano di loro per ricavare soldi, con sequestri e la riscossione della jizya - la tassa di "compensazione" chiesta dal Corano ai sudditi non-musulmani - ma con il tempo li costringeranno a lasciare le loro case.
Le violenze che dilaniano la comunità dei cristiani a Mosul hanno toccato il loro apice con il massacro del sacerdote caldeo, p. Ragheed Ganni e dei suoi tre suddiaconi lo scorso 3 giugno subito dopo la messa. Ma non conoscono tregua. Da una settimana un caldeo sposato è stato rapito; i suoi familiari hanno pagato due volte il riscatto, ma finora di lui non si ha notizia. Il 3 agosto un commando di terroristi è entrato nella casa del cristiano, Tamir Azoz, nel distretto di Al-Hadba’a, al centro della città, volevano portarlo via; lui, un uomo robusto - come raccontano i testimoni oculari - ha fatto resistenza, diceva che non avrebbe lasciato la sua famiglia da sola, abbandonata ad un destino incerto e alla fine è stato ucciso. "Il piccolo gregge dei cristiani - racconta un sacerdote della diocesi - è di nuovo nel panico e si sente isolato".

Mosul, "focal point" of Wahabi extremism in Iraq

Source: Asia News

Iraqi sources warn: the city is in the hands of rigid Sunni fundamentalists, who aim for an Islamic State; Christians and Shiites, find no space while the “kidnapping industry” gathers pace. The family of a kidnapped Chaldean has already paid a ransom twice over, but there is still no trace of the hostage.

Mosul, north west Iraq, has now become “the principal focal point of Sunni wahabi extremism in Iraq”, which aims to create an Islamic state at all costs in the zone and to re-establish the caliphate. This project is being supported by “outside countries”. The alarm arrives from AsiaNews sources in Iraq, who warn: these fundamentalists believe to posses the only truth and this is why they aim to eliminate anyone who refuses to recognise this. First among those are the Christians, but also Shiite Muslims. For the moment they content themselves with extorting money from their opponents, through kidnappings or the jizya – the “compensation” tax demanded by the Koran from non-Muslim subjects – but in time they will also begin to force them from their homes.
The violence which plagues Mosul’s Christian community reached its’ climax with the brutal murder of the Chaldean Priest Fr. Ragheed Gani and his three sub deacons June 3rd last following mass. But the violence persists. A married Chaldean has been in captivity for over a week; his family has already paid his ransom twice over, but have yet to receive news of his release. On August 3rd a command group of terrorists erupted into the home of Christian, Tamir Azoz, in the central Al-Hadba’a district, they wanted to take him away; eye witnesses tell that the well built man resisted, saying he would not leave his family alone abandoned to an unknown destiny and that in the end he was killed. “The small flock of Christians – says a local diocesan priestis once again in the grips of fear and panic, they feel isolated”.

2 agosto 2007

Il vescovo volante. Monsignor Kassarji, vescovo caldeo del Libano

Fonte: Tempi

di Rodolfo Casadei

Potrebbero chiamarlo il "vescovo volante" e nessuno avrebbe niente da ridire. Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut, passa da una distribuzione di pacchi alimentari a un colloquio col capo dello Stato, da un'alzataccia nel mezzo della notte per correre alla frontiera dove è stato arrestato un gruppo di profughi iracheni per immigrazione clandestina a un appuntamento coi dirigenti dell'agenzia dell'Onu per i rifugiati per far sì che i fuggiaschi dal massacro iracheno ottengano lo statuto di protezione. Da un paio di anni i profughi cristiani iracheni sono diventati la sua ossessione. Meglio: l'urgente dovere che la Provvidenza gli ha assegnato.«Nella tradizione orientale ogni Chiesa è responsabile delle condizioni di vita dei suoi fedeli», spiega. «Non conta che questa gente non appartenga alla mia diocesi: anche se presi tutti insieme i profughi iracheni caldei sono numerosi quasi come tutto il mio gregge in Libano, non posso sottrarmi a questa responsabilità raddoppiata». Cinquecento pacchi alimentari al mese, 400 borse di studio per i figli dei profughi iscritti a scuole cristiane libanesi, la scarcerazione di decine di arrestati, l'ottenimento del riconoscimento dello statuto di rifugiato per decine di profughi, la gestione di un doposcuola e di un corso di recupero serale per i ragazzi che di giorno lavorano. Per essere una Chiesa che conta 6 mila fedeli in tutto il Libano, i caldei non potrebbero fare di più per i loro fratelli che arrivano dall'Iraq.

Clicca su "leggi tutto" per il resto dell'intervista di Tempi
In fila per il cibo
Attorno al vescovo si muovono da preziosi collaboratori soprattutto la segretaria Katy Osta, il manager Said Hakras e il tesoriere della Società caldea di beneficenza Georges Saman, un ex direttore di banca membro del Consiglio generale caldeo libanese che è il beniamino dei profughi: li visita nelle loro povere case, censisce i loro casi penosi e li riferisce al vescovo. «Ho trovato degli amici imprenditori disposti a dar lavoro agli iracheni per 300 dollari al mese e con orari lavorativi normali», spiega soddisfatto. «Sa, qua nessuno dà loro più di 10 dollari al giorno, e gli fanno fare di tutto in qualunque orario». La visita alle case in cui vivono i profughi nei quartieri popolari di Beirut in compagnia di Georges è un'esperienza toccante. Persone che disponevano di dimore dignitose o addirittura facoltose adesso vivono ammassate in monolocali o bilocali fitti di immaginette devozionali alle pareti, ma povere di mobilio e accessori. «Purtroppo alcuni si approfittano della povertà di questa gente», commenta amaro monsignor Kassarji. «Una signora con una figlia e col marito malato, per esempio, ha accumulato tre mesi di arretrati di affitto, e il padrone di casa sfrutta la situazione per abusare di lei. Noi la aiutiamo a pagare, ma non arriviamo a risolvere il suo problema».I colloqui coi profughi che il martedì e il mercoledì fanno la fila per ricevere un pacco alimentare del valore di 22 dollari Usa (contenente olio vegetale, zucchero, té, latte condensato, ceci, lenticchie, ecc.) terminano sempre con una richiesta da parte loro: «Vorremmo un posto come questo più vicino a dove viviamo, dove mandare a scuola i nostri figli e ricevere gli altri aiuti senza rischiare di essere arrestati dalla polizia per clandestinità». Monsignor Kassarji ci tiene tantissimo, ma la strada della fondazione di un centro di accoglienza per i profughi iracheni, completo di chiesa, scuola, ostello e centro ricreativo, è ancora molto lunga da percorrere. È una causa che chi vuole aiutare fattivamente i profughi cristiani iracheni dovrebbe far propria.


1 agosto 2007

IRAQ. L’appello del patriarca di Baghdad ai cristiani«Rimaniamo in questo Paese che è la nostra patria»

Fonte: 30 Giorni
Incontro con sua beatitudine Emmanuel III Delly, patriarca di Babilonia dei Caldei: «Io continuo a pregare tutti i politici, che favoriscano la pace in Iraq. Anche i mass media possono fare molto non screditando questo o quel gruppo. Le buone notizie incoraggiano la nostra gente a rimanere in questo Paese, che è la nostra patria, dove io personalmente resterò, sino all’ultima goccia del mio sangue, per dare coraggio ai fedeli caldei»

di Giovanni Cubeddu
«In quest’ora di autentico martirio per il nome di Cristo». Con queste parole papa Benedetto XVI il 21 giugno scorso ha dato la misura della sua totale partecipazione alla tragica sorte del popolo e dei cristiani iracheni. Aveva di fronte, all’assemblea della Roaco (la Riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali), il patriarca di Babilonia dei Caldei Emmanuel III Delly, presente a Roma, dopo aver presieduto l’ultimo Sinodo dei vescovi caldei. L’uditorio ha compreso che il giudizio del Papa sulla tragedia irachena equivaleva a un pieno sostegno al patriarca e al suo modo di operare quale capo e pastore dei caldei. Ormai da alcuni mesi i cristiani in Iraq sono vittime di un particolare accanimento da parte dei gruppi terroristici e criminali. A Baghdad in particolare, ma non solo. Il 3 giugno scorso a Mosul, padre Ragheed Ganni, sacerdote caldeo, e tre suoi aiutanti sono stati raggiunti da un commando che li ha freddati senza dire una parola. «Senza la domenica, senza l’eucaristia, non possiamo vivere» ripeteva padre Ganni quando parlava dei cristiani iracheni, riprendendo una frase dei primi cristiani. La morte di padre Ganni è soltanto una tessera del dolente mosaico dell’Iraq, che in tanti, dentro e fuori la Chiesa caldea, si affrettano a interpretare con diversi gradi d’intelligenza (o sincerità). È sufficiente, ad esempio, invocare le responsabilità di musulmani per leggere con una chiave appropriata quanto sta accadendo ai cristiani iracheni? Il primo a dubitarne è proprio il patriarca caldeo, per il bene stesso della sua Chiesa. Quanto segue è il frutto di una lunga conversazione con 30Giorni realizzata il giorno prima dell’assemblea della Roaco. L’indomani le parole di papa Benedetto lo avranno certamente confortato e alleggerito di tanti pesi portati fedelmente in silenzio.

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La tragedia irachena non accenna minimamente ad attenuarsi. Forse solo dopo l’uccisione di padre Ragheed Ganni ci si è accorti nuovamente che anche la Chiesa caldea sta pagando un prezzo elevatissimo. Che cosa ne dice?
"Invece di domandare che cosa pensa il patriarca caldeo, è meglio chiedersi ancora una volta che cosa sta succedendo in Iraq, a tutti, cristiani o musulmani… È vero, comunque, che in questi ultimi mesi la vita dei cristiani è peggiorata, nonostante fosse già tragica per gli iracheni di qualunque fede, cristiani, musulmani, mandeisti, yazidi... Il governo non può fare nulla, perché ci sono alcune persone che non vogliono il bene dell’Iraq in quanto tale. E io mi chiedo se siano autentici iracheni quelli che non vogliono il bene dell’Iraq. Non lo so. Ma so che un’autobomba falcia cristiani, musulmani, mandeisti e yazidi senza distinzione. E so che nell’anima di ogni iracheno oggi regna la paura: sorge il sole e nessuno sa se lo vedrà tramontare."
L’incrudelimento di questi ultimi mesi verso i cristiani come si è manifestato?
"Fino a ora abbiamo vissuto tutti all’interno di un regolamento di conti tra sunniti e sciiti che continua. Ora, chi siano questi fanatici violenti in coscienza non lo so, non conosco questi terroristi. E neanche il governo lo sa. I cristiani vivono in pace in Iraq da prima che arrivasse l’islam, sono stati loro ad accogliere i musulmani, e continuano a vivere in pace con loro, perché tutti ne traggono un comune vantaggio. Però oggi questo non basta più. A Baghdad e Mosul specialmente, e poi a Kirkuk o a Bassora, da qualche mese succede che questi gruppi di violenti bussino alla porta dei cristiani e impongano loro dapprima di pagare una somma come “multa”, costringendo talvolta tutta la famiglia ad affermare pubblicamente di essersi convertita all’islam, poi forzando il padre di famiglia a concedere subito una figlia in “sposa” a uno dei giovani della banda e infine ordinando loro di abbandonare immediatamente la casa, così com’è, e di lasciare il Paese «perché la vostra patria non è questa!"
Ultimamente sono state centinaia le famiglie di cristiani indotte con la forza a emigrare, e diverse decine sono state costrette a convertirsi all’islam. E poi ci sono i rapimenti: sinora, che io sappia, tra i rapiti che non hanno voluto convertirsi, ne sono stati uccisi molti. Ecco la nostra vita. La nostra gente è infelice, non sa più che fare."
Questi gruppi terroristici rappresentano il volto dell’islam in Iraq?
"No. Sono musulmani solo di nome. Il vero islam è quello che porta ad amare il prossimo, a fare del bene agli altri, seguendo i principi naturali dell’amore fraterno e del loro sacro libro. Costoro invece non amano l’islam, non amano l’Iraq, cercano solo il proprio interesse. Preghiamo per loro."
La fuga appare la sola via.
"Molti si sono rifugiati nel nord dell’Iraq, nei villaggi d’origine dei loro padri, ma… a fare cosa, senza più radici e senza possibilità di lavoro? Almeno, e ne ringraziamo il Signore, nel Kurdistan iracheno vive un grande benefattore, il ministro delle Finanze e primo ministro facente funzioni Sarkis Aghajan, che in questi tre anni ha fatto edificare settemila case per i cristiani immigrati e le ha fornite loro gratuitamente, assieme a quel minimo di denaro per sopravvivere. Ma cosa faranno i cristiani nel Kurdistan iracheno, se non c’è lavoro, se non ci sono imprese che assumono? Resteranno stranieri, anche nelle loro nuove case al nord…" Altri cristiani iracheni, come ormai milioni di loro connazionali, hanno deciso di emigrare altrove.
"In Siria, in Giordania, in Libano… o in Europa… Ma ottenere il visto d’ingresso per l’Unione europea è per un iracheno proibitivo: non vengono concessi. E s’aggiunge così dolore a dolore. Ecco, io prego tutto il mondo, tutti i governanti che hanno potere di fare qualcosa, di contribuire al ritorno della pace in Iraq, non solo per i cristiani, ma anche per i poveri musulmani che soffrono come noi: perché le loro famiglie sono esposte nello stesso identico modo a questi fanatici che usano il sopruso per guadagnare denaro facile."
Il giorno prima del funerale di padre Ragheed Ganni, un altro sacerdote caldeo era stato già sequestrato.
"Hanno rapito sacerdoti e religiosi cristiani, reclamando montagne di dollari di riscatto ogni volta, e finora ne hanno uccisi tre: un protestante, un ortodosso e da ultimo il nostro Ragheed Ganni. Povero padre Ragheed, ha finito di celebrare la messa ed è uscito dalla chiesa con i suoi tre aiutanti, tre suddiaconi. Ha preso la vettura per andare a casa ed è stato fermato. Gli hanno ordinato di alzare le mani e senza dirgli neanche una parola gli hanno sparato. Dopo l’omicidio di padre Ragheed, come sapete, un altro sacerdote è stato rapito, con quattro suoi aiutanti. Sono stati liberati solo perché stavolta abbiamo pagato per tutti il riscatto."
Come vi comportate generalmente in questi casi?
"E cosa possiamo mai fare? Se la taglia che ci impongono è di centinaia di migliaia di dollari, dove li prendiamo? Non li abbiamo. I fedeli caldei più benestanti sono già fuggiti dal Paese, e restano ormai solo quelli poveri o poverissimi, a cui non si può certo chiedere nulla, perché siamo noi che diamo loro di che sopravvivere. Allora, che cosa offriamo a questi banditi da cui riceviamo minacce? «O pagate o ritroverete lungo la strada un cadavere che vi appartiene!». In questa frase c’è l’Iraq di oggi."
È un quadro di desolazione.
"Ma, nonostante tutto questo, noi siamo e restiamo figli della speranza, perché noi speriamo nel Signore che queste nuvole nere passeranno presto, così da riavere nel nostro Paese la pace e tornare a vedere il sole. Come cristiani e, prima ancora, come iracheni."
Beatitudine, e le autorità pubbliche?
"Qualcuno una volta mi ha chiesto se tutto ciò che accade sia colpa del governo e ho risposto: «Sì, se un governo esistesse». Ma di fatto non esiste. In Iraq vige il caos, il caos autentico, e chi oggi “governa” non ha alcun potere. Anzi, sono i politici che chiedono protezione... E gli americani non possono fare niente, ci dicono: «It’s not our job», «non è affare nostro». Allora la colpa di chi è? Degli americani che ci hanno occupato. Del nostro governo – se esistesse – e di ogni potente del mondo che pure avrebbe il potere di dire una parola influente per frenare questo terrorismo, che in Iraq ha nel mirino tutti, musulmani e cristiani, e oggi specialmente i cristiani."
Già una volta papa Benedetto ha chiesto a tutti pubblicamente preghiere e digiuno per l’Iraq.
"E io continuo a pregare tutti i politici, che favoriscano la pace in Iraq. Anche i mass media possono fare molto, diffondendo notizie costruttive e non screditando questo o quel gruppo. Le buone notizie incoraggiano la nostra gente a rimanere in questo Paese, che è la nostra patria, dove io personalmente resterò, sino all’ultima goccia del mio sangue, per dare coraggio ai fedeli caldei. Rimangano, come sono rimasti i nostri padri e i nostri nonni che pure hanno superato circostanze difficili. Dico loro: rimanete, abbiate fiducia nel Signore, e nella nostra madre celeste Maria che ci proteggerà. Io incoraggio i miei cari fedeli a restare. Io sarò con loro, qui, sino all’ultima goccia del mio sangue, se il Signore mi vuole martire."
Lei si sta confrontando con i capi religiosi sciiti e sunniti?
"Non ho mai cessato di parlare con loro, con tutti loro… perché sia restituita la pace al Paese e ora, particolarmente, ai cristiani. Ma loro, come me, non sono attualmente capaci di fare alcunché. Dal presidente dell’Iraq sino all’ultima persona del mio popolo, non ho lasciato nessuno senza avergli rivolto una preghiera perché contribuisse a riportare la pace. E chiedo a tutti i cristiani di pregare il Signore perché stia con noi, e Lui stesso che è pace ridoni la pace all’Iraq, Paese di Abramo."
È stato scritto che nel vostro ultimo Sinodo si sarebbe discusso della possibilità per i cristiani di vivere in aree protette, riservate.
"Noi vogliamo l’Iraq per gli iracheni, perché siamo figli di una sola famiglia; non cerchiamo alcun “ghetto” per i cristiani. Abbiamo, come iracheni, nomi diversi, ma abbiamo il medesimo padre Abramo e una stessa patria. La terra ci unisce. È la nostra terra sin dall’inizio! Contro ogni divisione, purché la fede di ognuno sia rispettata. Ecco, la religione per ciascuno e una patria per tutti. Questa è la mia idea: tutto l’Iraq è per tutti gli iracheni. Non dobbiamo sceglierci un “angolo cristiano” e lì nasconderci, poiché sempre, come cristiani, abbiamo cooperato per lo sviluppo della nostra bella patria."
Nessun cristiano ha mai voluto reagire alle violenze?
"I cristiani non devono mai pensare di reagire con la forza, noi non usiamo le armi. Mai potrò consigliarlo. Gesù ha detto: «Pregate per quelli che non vi amano, per quelli che vi perseguitano e che dicono male di voi». Lui stesso ci ha insegnato così, e noi abbiamo fiducia che Lui ci aiuterà! Come responsabile dei miei cristiani, io non dirò mai loro di agire con la forza, ma di sopportare tutto e di pregare anche per i loro nemici."
Perché non reagire politicamente, cioè come movimento organizzato dei cristiani e fare pressione sull’autorità? I vescovi avrebbero così più voce in capitolo in politica…
"Ma come possono i cristiani, creando una loro piccola lobby politica, pensare di ottenere una risposta in questa situazione, quando nessuno ora ha il potere reale di cambiare le cose? I cuori e i desideri affidiamoli al Signore. A questo proposito mi lasci aggiungere una cosa. Ho fiducia che 30Giorni parli delle cose per come esse sono, che pubblichi non per proprio interesse ma per il bene delle anime e la salvezza del mondo. Altri giornalisti hanno fatto del male ai caldei, pubblicando notizie che hanno invaso il campo della Chiesa, procurando danno morale, spirituale e politico ai cristiani iracheni. La Chiesa caldea è stata e sarà pacifica, farà solo del bene a tutti, come ci ha insegnato nostro Signore Gesù Cristo.
Quando ha visto il presidente Bush fare visita in giugno a papa Benedetto, che cosa ha provato?
"Ho pensato: speriamo che il presidente Bush faccia ciò che ha espresso a parole, cioè usare tutto il suo potere per portare la pace nel mondo. Non solo in Iraq, ma in Palestina, in Libano... Speriamo solo che metta in pratica ciò che ha promesso al Papa."
Beatitudine, per i cristiani in Iraq oggi lei userebbe il termine “persecuzione”?
"Sì. Abbiamo avuto tanti morti, povera gente... La nostra sofferenza quotidiana è il nostro martirio – e alcuni tra noi hanno versato il sangue per difendere la nostra fede. Soffriamo perché portiamo il nome di cristiani. Centinaia di famiglie cristiane vengono cacciate via con la violenza. È martirio o no? In Iraq abbiamo convissuto con l’islam quattordici secoli, io stesso in passato non avrei saputo distinguere esteriormente tra sunniti e sciiti, o addirittura tra musulmani e cristiani: oggi invece è un discrimine tremendo. I musulmani di prima desideravano acquistare la loro casa vicino a quella di un cristiano, tanta era la concordia – e forse nel loro cuore è ancora così. Ma ora qualcosa è cambiato. Per questo chiedo a voi di pregare, e di far pregare gli altri perché il Signore doni questo spirito di carità, di fratellanza, di amore vicendevole. Non solo in Iraq, ma nel Medio Oriente, e ormai in tutto il mondo."