"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

31 agosto 2026

Chiese orientali: Sinodi potranno rimuovere patriarchi in caso di divisioni

30 agosto 2026

Papa Leone XIV ha pubblicato ieri una lettera apostolica in forma di motu proprio intitolato Mutua concordia con il quale ha introdotto una nuova disciplina per le Chiese Orientali che tocca molto da vicino alcune comunità cattoliche dell’Asia.
Il provvedimento mira ad affrontare i casi di grave e irrimediabile rottura dei rapporti tra un patriarca e il Sinodo dei vescovi della propria Chiesa, attribuendo ai Sinodi – in determinate condizioni e con l’assenso del Papa - la facoltà di rimuovere un patriarca o un arcivescovo maggiore.
L’obiettivo dichiarato è quello di valorizzare la responsabilità dei Sinodi e ristabilire, nelle situazioni più gravi, l’unità e la comunione ecclesiale. 
All’interno della Chiesa cattolica le Chiese Orientali si caratterizzano non solo per il rito diverso da quello latino ma anche per una propria normativa canonica disciplinata dal Codice dei canoni delle Chiese Orientali, che riconosce specifiche potestà ai Sinodi.
Attualmente sono sei quelle patriarcali: la Chiesa maronita (libanese), la Chiesa caldea (irachena), la Chiesa siro-cattolica, la Chiesa greco-melchita (molto diffusa in tutto il Medio Oriente), la Chiesa armeno-cattolica e la Chiesa copto-cattolica. 
A questo vanno però aggiunte anche le quattro Chiese arcivescovili maggiori cui – specifica il motu proprio Mutua concordia – le nuove regole sulla possibilità di rimuovere la guida eletta dal Sinodo si applicano per analogia: la Chiesa greco-cattolica ucraina, la Chiesa greco cattolica-rumena e le due Chiese indiane di rito orientale: quella siro-malabarese e quella siro-malankarese. 
La nuova normativa - che va a modificare i canoni 106 e 126 del Codice dei canoni delle Chiese Orientali ed è entrato immediatamente in vigore - stabilisce che, qualora il patriarca o l’arcivescovo maggiore non adempiano agli obblighi previsti dal Codice, il Sinodo possa essere convocato anche dal vescovo più anziano per ordinazione episcopale, qualora il Patriarca non provveda alla convocazione. 
Nel caso di una grave causa riconosciuta dal Sinodo, quest’ultimo potrà chiedere al patriarca di rinunciare all’ufficio. Se questi rifiutasse, il Sinodo potrà procedere a una votazione segreta: per la rimozione saranno necessari almeno i due terzi dei membri aventi diritto di voto. Il motu proprio specifica che al patriarca dovrà essere garantito il pieno diritto alla difesa. 
La decisione non sarà comunque definitiva senza l’assenso del Papa. 
Come avviene per l’elezione, al pontefice spetterà infatti di verificare che il voto dei Vescovi sia stato espresso liberamente e senza indebite pressioni, assumendo così un ruolo di garanzia. 
Nell’introduzione alla lettera apostolica papa Leone XIV specifica che “qualora il sacro legame tra il Pater et Caput e gli altri vescovi venisse irreparabilmente compromesso, ciò comporterebbe una grave ferita cui dover porre rimedio, come sollecitato anche da numerosi presuli orientali”.
Dietro a queste parole non è difficile leggere alcune dolorose situazioni che hanno provocato negli ultimi anni gravi divisioni all’interno di alcune di queste Chiese. Particolarmente dura - ad esempio – in India è stata la spaccatura all’interno della Chiesa siro-malabarese che nel 2023 portò alle dimissioni dell’arcivescovo maggiore, il card. George Alencherry.
Le nuove norme emanate da Leone XIV mirano dunque a colmare una lacuna del Codice delle Chiese orientali, ma anche a rafforzare il ruolo dei Sinodi nella gestione dei conflitti interni alle comunità.

Gugerotti: cristiani d'Oriente a rischio estinzione, la speranza è nell'unità

28 agosto 2026

“Una palingenesi” che unisce Oriente e Occidente cristiani, necessaria per far rinascere la speranza soprattutto dinanzi al rischio di estinzione, alle minacce, alla violenza che non fanno intravedere una via d’uscita.
A sottolinearlo è il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, nel suo intervento al Meeting di Rimini, lo scorso 24 agosto. La speranza, per il porporato, trova forza nello Spirito capace di generare “un nuovo soffio di vita” e che ci fa riscoprire fratelli, permette di far fiorire l’ecumenismo e restituisce la capacità di essere creature “capaci di Dio” anche tra le macerie materiali.
“Il cristianesimo – ha sottolineato il cardinale - è una realtà plurale, che non è soltanto la cultura di casa nostra, soprattutto quella di ieri perché oggi la sua presenza appare più precaria e talvolta persino contrastata con forza”.
Una pluralità che è ricchezza nella diversità, “espressione della creatività dello Spirito Santo che ci rende una sinfonia che può arricchire la sensibilità di tutti noi”. Per il prefetto, “il mondo orientale è oggi al centro della guerra: essa imperversa, distrugge e contrappone perfino orientali a orientali, cattolici a cattolici, ortodossi a ortodossi, cioè credenti nello stesso Signore, ma per i quali è ancora più difficile conservare l’unità del corpo di Cristo che è la Chiesa”.

Difficile sopravvivere
Una storia difficile iniziata nel passato e che oggi continua ad essere scritta con l’inchiostro della violenza, “fratelli e sorelle ortodossi sono minacciati di estinzione e fuggono in gran parte dalle loro terre d’origine, così impregnate dei passi stessi di Cristo, per cercare sicurezza in altri luoghi, perché – ha aggiunto Gugerotti - si sentono pesantemente minacciate dopo aver veduto le stragi compiute dall’Isis o aver sperimentato i bombardamenti e la violenza senza limiti di guerre che non conoscono tempo, perché non hanno scopo se non quello di contrapporre nazionalismi o di obbedire alla logica dei pochi mercanti padroni del mondo”.

Un contesto in cui è difficile sopravvivere.
Come allora parlare di ecumenismo se è in gioco la possibilità di rimanere in vita e quando alcune Chiese ortodosse sono contrapposte violentemente tra di loro? È la domanda che il cardinale ha posto sottolineando che “l’essenzialità nella ricerca della sopravvivenza pulirà il volto della Chiesa sia dal consumismo, sia dal rischio di un facile irenismo”.
Essere una cosa sola vuol dire anche mettere in discussione il senso di esclusività che spesso gli occidentali lamentano nei confronti degli orientali, contrastando il mondo del consumo che spesso rende “belve nelle nostre reazioni violente all’interno stesso delle nostre case, abitate da uomini delle caverne, che si accoltellano per un nulla”. Da qui la necessità di una speranza nello Spirito che rigenera.

Un nuovo soffio
“La guerra non è mai un bene, - ha aggiunto Gugerotti - ma la finta pace quando non è più pace, ma trionfo del sopruso e dell’ideologia, di una morale identitaria che ci fa sentire popolo privilegiato più che cristiano coerente, può nascondere essa stessa pericoli mortali per la vita spirituale”. “In questo preciso tempo – ha evidenziato - in cui non sappiamo cosa i potenti della terra potranno inventare dall’oggi al domani, dove la comunicazione è funzionale all’effetto, e soprattutto alle fluttuazioni dei mercati astutamente anticipate e quindi sfruttate a proprio vantaggio, lo Spirito promuoverà un esito purificatorio anche sulla stanchezza del nostro cristianesimo”. La pace, ha affermato il porporato, può cominciare subito, senza aspettare trattati o risoluzioni politiche, nel silenzio e nella preghiera ad esempio dei Padri d’Oriente. “Ogni ecumenismo ma anche ogni rispetto e perfino ogni gusto della varietà nasce da questo moto dell’anima, inatteso e misterioso, che ci libera - ha concluso il Prefetto del Dicastero per le Chiese orientali - dal soffermarci sui dettagli marginali che abbiamo messo al centro della vita e ci restituisce la capacità di essere creature ‘capaci di Dio’ anche tra le macerie materiali”.

Dopo una pausa di cinque anni, il Patriarca Nona presiede una riunione del Consiglio dei Vescovi Cattolici in Iraq

28 agosto 2026

Sua Beatitudine il Patriarca Mar Paolus III Nona, ha presieduto questa mattina, venerdì 28 agosto 2026, una riunione del Consiglio dei Vescovi Cattolici in Iraq, cinque anni dopo l'ultima riunione del 2021, quando i vescovi si preparavano alla storica visita del compianto Papa Francesco in Iraq.
Il consiglio ha rilasciato una dichiarazione, il cui testo integrale è riportato di seguito:

Dichiarazione rilasciata dal Consiglio dei Vescovi Cattolici in Iraq «Affinché siano tutti uno» (Giovanni 17:21)

Il Consiglio dei Vescovi Cattolici dell'Iraq si è riunito venerdì 28 agosto 2026 presso il Complesso Patriarcale Caldeo di Mar Addai e Mar Mari ad Ankawa – Erbil, sotto la presidenza di Sua Beatitudine il Patriarca Mar Paolus III Nona, Patriarca dei Caldei, e alla presenza delle Loro Eccellenze i membri del Consiglio e dell'Arcivescovo Miroslav Wajovsky, Ambasciatore Pontificio in Iraq.
La riunione è iniziata con una preghiera, seguita da un discorso di Sua Beatitudine il Patriarca che ha dato il benvenuto ai membri del Concilio e al Nunzio Apostolico, esprimendo la sua gratitudine per la loro partecipazione e per l'impegno a riprendere il lavoro comune della chiesa.
A seguire è intervenuto Sua Eccellenza il Nunzio Apostolico, dopodiché i membri del Concilio hanno eletto Sua Eccellenza il Vescovo Firas Dardar come Segretario del Concilio.
Nel suo discorso, Sua Beatitudine il Patriarca Nona ha affermato che la riunione dei vescovi non è una mera questione organizzativa o amministrativa quanto un'espressione tangibile della natura della chiesa come comunione nella fede, nella missione e nel servizio. Ha poi sottolineato che il Consiglio dei Vescovi Cattolici in Iraq rappresenta un organismo fondamentale nella vita e nella missione della chiesa e che il rafforzamento della sua efficacia richiede la regolarità delle sue riunioni, il consolidamento di un'autentica responsabilità condivisa, l'attivazione di commissioni e istituzioni comuni e un procedere in spirito sinodale che ascolti la guida dello Spirito Santo per la chiesa. 
Sua Beatitudine ha inoltre sottolineato che la diversità di opinioni non contraddice l'unità della chiesa ma, anzi, la arricchisce quando la ricerca della verità è condotta con spirito di amore, ascolto e discernimento. Ha inoltre esortato a trovare un punto d'incontro di fronte alle sfide comuni, a sostenere i credenti nelle loro diverse circostanze e ad annunciare il messaggio del Vangelo con chiarezza, coraggio e speranza.
Da parte sua, Sua Grazia il Vescovo Miroslav Wajovski ha espresso la sua gioia per la ripresa dei lavori del Concilio dopo una pausa di diversi anni lodando la ricchezza della chiesa cattolica in Iraq e la diversità delle sue chiese di diritto particolare e delle loro tradizioni liturgiche e spirituali che si integrano in un unico mosaico ecclesiastico con Cristo come centro e fondamento della sua unità.
Il Nunzio Apostolico ha trasmesso la sollecitudine di Papa Leone XIV per i cristiani in Iraq e la sua paterna vicinanza a loro sottolineando che tale sollecitudine costituisce un invito a rafforzare la comunione e a intensificare la cooperazione tra le chiese cattoliche affinché la chiesa possa continuare a compiere la sua missione e rimanere un segno vivo di speranza in mezzo alle difficoltà. Il Nunzio ha inoltre evidenziato l'importanza di fornire il sostegno necessario affinché i cristiani possano rimanere nella loro patria salvaguardando i loro diritti, la loro dignità e la piena cittadinanza e creando opportunità per i giovani ed il loro contribuire attivamente al presente e al futuro della chiesa affinché la presenza cristiana in Iraq rimanga una luce inestinguibile e una testimonianza viva del Vangelo nel cuore del Medio Oriente. 
I membri del consiglio hanno successivamente letto la bozza di regolamento interno proposta e ne hanno discusso i punti principali con l'intesa che la discussione si sarebbe conclusa in preparazione all'approvazione nella prossima seduta, prevista per il 26 novembre 2026. 
Sua Beatitudine il Patriarca ha inoltre presentato la decisione del Patriarcato caldeo di aprire le porte del Seminario Patriarcale ai candidati di tutte le chiese cattoliche in Iraq descrivendola come un passo concreto che riflette lo spirito di comunione e cooperazione nella formazione sacerdotale.
Ha inoltre informato il Concilio della costituzione di un organo amministrativo per il seminario che include un sacerdote della chiesa cattolica siriaca rafforzando così il carattere cattolico condiviso di questa istituzione formativa e consentendo alle chiese irachene di contribuire alla sua missione e responsabilità. 
Il Consiglio ha poi ospitato il Direttore di Caritas Iraq che ha fornito una panoramica della situazione attuale dell'organizzazione e della sua missione umanitaria e pastorale ed ha anche presentato i principali programmi e progetti a favore dei bisognosi, degli sfollati, delle famiglie e dei gruppi più vulnerabili, nonché le attività di soccorso, sviluppo e sostegno alle comunità. 
Alla presentazione è seguito un dibattito sulle modalità per migliorare l'operato di Caritas e rafforzare il coordinamento con le chiese e le diocesi cattoliche in Iraq. Alla luce di quanto esposto il Consiglio ha costituito un comitato di vescovi incaricato di studiare la realtà di Caritas Iraq, valutarne la missione e i meccanismi di funzionamento e presentare al Consiglio proposte adeguate che contribuiscano a migliorarne l'operato e a potenziarne il servizio umanitario ed ecclesiale.
Il Consiglio ha inoltre ospitato il Decano del Babel College of Philosophy and Theology che ha presentato una panoramica della situazione attuale dell'istituto, del suo percorso accademico e formativo, dei suoi programmi di studio, delle sfide che deve affrontare e delle prospettive per lo sviluppo della sua missione al servizio della formazione teologica, filosofica e culturale. 
A questo proposito i membri del Consiglio hanno sottolineato l'importanza dell'istituto e il suo ruolo nella preparazione di sacerdoti, uomini e donne consacrati e laici, nonché la necessità di sostenere la sua missione e rafforzare la sua presenza come istituzione accademica al servizio di tutte le chiese cattoliche in Iraq. 
Il consiglio ha anche discusso lo stato attuale dei suoi comitati e istituzioni congiunti esplorando le modalità per migliorarne l'efficacia, definirne le responsabilità e rafforzare il coordinamento tra di essi. Si è discusso inoltre dell'organizzazione dei tribunali ecclesiastici ed è stato nominato un supervisore generale. La selezione dei supervisori per i restanti comitati congiunti sarà completata nella prossima riunione del consiglio. Nella parte conclusiva dell'incontro i vescovi hanno esaminato la situazione delle diocesi e le condizioni generali dei cristiani in diverse zone dell'Iraq concentrandosi sulle sfide demografiche, sociali, economiche e giuridiche che i fedeli e le loro famiglie si trovano ad affrontare. Il Consiglio ha sottolineato la necessità di unire gli sforzi e rafforzare l'azione congiunta per difendere i diritti dei cristiani, consolidare la loro presenza nelle terre ancestrali e nelle aree storiche, sostenere le famiglie e i giovani e collaborare con tutte le persone di buona volontà per costruire uno Stato che rispetti la dignità umana, preservi l'autentica diversità della società irachena e garantisca la parità di cittadinanza e lo stato di diritto. 
Il Concilio ha infine concluso la sua riunione con una preghiera ed offrendo suppliche per la pace, l'unità e la stabilità dell'Iraq e affinché la chiesa cattolica, con tutte le sue chiese e tradizioni, continui la sua missione di servizio all'umanità, di promozione della fraternità e di testimonianza di Cristo e della speranza del Vangelo. 

Consiglio episcopale cattolico dell'Iraq Ankawa-Erbil, 28 agosto 2026

Iraq: card. Sako ai cristiani, “siate fieri della vostra identità. La vostra presenza non è una concessione, ma un diritto”

25 agosto 2026

 I cristiani iracheni sono chiamati a riaffermare il loro ruolo nella società e a respingere ogni logica settaria che ne limiti la piena partecipazione alla vita del Paese.
È quanto scrive il card. Louis Raphael Sako, patriarca emerito di Baghdad dei Caldei, in una riflessione, pervenuta al Sir, dedicata alla presenza e alla missione dei cristiani in Iraq.
Il porporato ricorda anzitutto il legame storico della comunità cristiana con il Paese: i cristiani iracheni, afferma, sono conosciuti per il loro “profondo senso di appartenenza alla nazione”, per la loro identità culturale e per il contributo offerto alla vita intellettuale dell’Iraq. Una fedeltà che “è rimasta salda nonostante le sofferenze e le dure prove” attraversate nel corso degli anni. Di fronte alle sfide attuali, Sako invita a superare le divisioni confessionali. I cristiani, scrive, devono “riaffermare la propria identità come parte integrante del tessuto nazionale” e respingere la logica delle “componenti” e delle appartenenze settarie, che finiscono per isolare i cittadini e ostacolare “la costruzione di una vera partnership fondata su una cittadinanza condivisa e paritaria”.
Non manca il richiamo alle difficoltà ancora vissute dalla minoranza cristiana, soprattutto sul piano della rappresentanza politica e delle opportunità lavorative. Secondo il cardinale è necessario denunciare con chiarezza le situazioni di “disuguaglianza ed emarginazione”, senza accettare che i cristiani vengano associati a interessi particolari o rappresentati da una sola realtà politica.
Al centro della riflessione vi è il concetto di cittadinanza. “La religione appartiene alla sfera personale ed è un diritto umano fondamentale”, afferma Sako, ribadendo che “non può esservi costrizione in materia religiosa”. La vita pubblica, invece, deve fondarsi “sulla competenza, sulla capacità e sull’integrità morale”, garantendo a tutti i cittadini uguaglianza nei diritti e nei doveri. Per il porporato, l’Iraq deve superare la logica delle quote confessionali e adottare la cittadinanza come criterio fondamentale per l’accesso alle responsabilità pubbliche. “Competenza, onestà e capacità devono essere gli unici criteri di scelta”, all’interno di “uno Stato civile che garantisca la piena uguaglianza tra i cittadini”. Da qui l’appello a fare della “cittadinanza eguale un principio saldo della Costituzione e della pratica politica”. Sako sottolinea inoltre l’urgenza del dialogo come strumento per affrontare le sfide nazionali: “Abbiamo bisogno di una visione chiara, non di ulteriori conflitti; di dialogo, non di divisioni”. Un percorso che vede coinvolte sia la Chiesa sia le massime autorità religiose musulmane, chiamate a sostenere un futuro fondato sulla dignità e sui diritti di tutti gli iracheni. Infine, l’incoraggiamento rivolto ai cristiani del Paese: “Non devono avere paura né perdere la speranza”. Il cardinale li esorta a rimanere “saldi nelle proprie radici” e “fieri della loro identità irachena”, ricordando che essi sono stati e continuano a essere “una delle pietre angolari della costruzione culturale e umana dell’Iraq”. La loro presenza, conclude, “non è una concessione di qualcuno, ma il naturale proseguimento di una storia millenaria e di una consolidata condivisione del destino nazionale”.

Testo originale dalla pagina FB del Cardinale Louis Sako 

مستقبلُ المسيحيين العراقيين
يُعرف عن المسيحيين العراقيين أنهم أصحاب أصالة وطنيّة وفُرادة حضاريّة، وريادة ثقافيّة. وقد ظلّ ولاؤهم دوماً للعراق، وطنهم، رغم ما مرّوا به من معاناة متكررة وتحديات قاسية.
واليوم، وفي ظلّ التحديات المصيرية الكثيرة التي تواجه البلاد، يتحتم على المسيحيين أن يؤكدوا هويتَهم بوصفهم شركاء أصيلين في النسيج الوطني، وأن يرفضوا منطق «المكوّنات» الذي يعزل المواطنين عن بعضهم، ويعرقل قيام شراكة متساوية في إطار المواطنة الجامعة.
عليهم أن يعبّروا بوضوح عن قلقهم إزاء مظاهر عدم المساواة والتهميش، ولا سيما في التمثيل السياسي الحقيقي وفرص التوظيف، بعيداً عن اختزالهم في جهة تدّعي تمثيلهم، أو ربطهم بالعصبيّات الفئوية والمصالح الضيقة.
إن الدين شأن شخصي وحق إنساني أصيل؛ فلكل إنسان الحرية الكاملة في أن يؤمن أو لا يؤمن، إذ لا إكراه في الدين. أما الشأن العام، فينبغي أن يقوم على الكفاءة والاقتدار والنزاهة، وأن يساوي جميع المواطنين أمام القانون، في الحقوق والواجبات.
وكما يعيش المسلمون في البلدان ذات الغالبية المسيحية، ويتمتعون بحقوقهم وحرياتهم كاملة، فمن حق المسيحيين العراقيين، وهم أبناء هذا الوطن وأحد مكوّناته الأصيلة ، أن يعيشوا في بلدهم بأمان وكرامة، وأن يتمتعوا بحقوقهم كاملة، من دون تمييز أو تهميش. يجب ان ينظر العراقيون الى بعضهم كعراقيين وليس كمسيحيين ومسلمين..
ينبغي تجاوز منطق الديموغرافيا الدينية واعتماد المواطنة معياراً أساسياً في تولّي المسؤوليات، بحيث تكون الكفاءة والنزاهة والقدرة هي معايير الاختيار، في ظلّ دستور مدني يضمن المساواة الكاملة بين المواطنين. ولنجعل المواطنة المتساوية مبدأً راسخاً في الدستور والممارسة السياسية. فنهضة المجتمع وتقدمه مرتبطان بالحداثة، ولا يمكن تحقيق التقدم من دون ترسيخ قيمها ومؤسساتها.
نحن بحاجة إلى رؤية واضحة، لا إلى مزيد من النزاعات؛ وإلى الحوار، لا إلى الانقسام. ومن هنا، أرى أن الحوار هو أحد مفاتيح المستقبل، وهو مسؤولية مشتركة تقع على عاتق الجميع، كما أنه أداة أساسية لفهم التحديات ووضع الاستراتيجيات التي تمكّن الدولة من أداء دورها على الوجه الصحيح. وهنا أشدد على أهمية دور الكنيسة والمرجعيات الدينية العليا لدى المسلمين في دعم هذا الطموح، الذي يضمن مستقبلاً يليق بالعراقيين جميعاً ويصون كرامتهم وحقوقهم.
وأخيراً، أدعو المسيحيين العراقيين إلى ألّا يستسلموا للظروف الصعبة أو للأفعال غير المقبولة، وأن يتمسكوا بجذورهم، ويفتخروا بهويتهم العراقية وإرثهم الحضاري العريق. عليهم ألّا يخافوا أو يفقدوا الأمل؛ فهم وما زالوا حجراً من أحجار الزاوية في بنائه الحضاري والإنساني. إن مستقبلهم مرتبط بمستقبل العراق، ووجودهم الأصيل فيه ليس منّةً من أحد، بل هو امتداد لتاريخ عريق وشراكة وطنية راسخة. ومن حقهم أن يعيشوا في وطنهم بأمان وكرامة، وأن يسهموا بثقة في بناء مستقبله...



Chaldean Patriarch Nona visits historic Syriac Orthodox Mor Mattai Monastery in Nineveh Plains, reaffirms Christian unity

August 24, 2026

In a gesture reaffirming Christian unity, ecumenical cooperation, and the fraternal bonds between Churches, Chaldean Patriarch Mar Paul III Nona visited the historic Syriac Orthodox Mor Mattai Monastery on Mount Maqloub in Nineveh Governorate, Iraq. 
Patriarch Nona was accompanied by Chaldean Archbishop of Arba’ilo (Erbil) Mar Bashar Matti Warda. 
They were received by Syriac Orthodox Archbishop of Mor Mattai Monastery Mor Timotheus Mousa al-Shamani, along with Syriac Orthodox Archbishop of Mosul, Kerkheslokh (Kirkuk), and the Kurdistan Region Mor Nicodemus Daoud Matti Sharaf, as well as other bishops, priests, and monks. 
Archbishop al-Shamani expressed his gratitude to Patriarch Nona for visiting the historic site, which forms an integral part of Iraq’s Christian heritage. 
 He underscored the deep-rooted historical ties between the Chaldean and Syriac Orthodox Churches in Iraq, emphasizing the importance of their longstanding relationship. 
The Patriarch, in turn, thanked the archbishops and accompanying clergy for their warm reception and hospitality and stressed the importance of cooperation among Churches for the benefit of the faithful. He also praised the rich heritage preserved at the monastery and the centuries of Christian history embodied in the site. 
The monastery, one of the oldest in the history of Christendom, stretches from the fourth century AD to the present day, serving as a lasting testament to the enduring Christian presence and profound Christian heritage of Iraq.



For the first time since his enthronement, Patriarch Nona presides over an evangelical diaconal ordination in Armota

August 22, 2026

Patriarch of the Chaldean Church Mar Paulos III Nona presided Friday, 21 August 2026, for the first time since his enthronement as patriarch, over the Divine Liturgy and the evangelical diaconal ordination of seminarian Mifan Nazem of the Chaldean Archdiocese of Arba’ilo (Erbil) at the Church of the Virgin Mary in the Suraye (Chaldean-Syriac-Assyrian) town of Armota, in the presence of clergy and a large number of worshippers. 
The ceremony began with a procession of deacons and priests of the Chaldean Archdiocese of Arba’ilo, accompanied by the prayers and hymns of the faithful, who thanked God for the grace of priestly vocations and prayed that He would guide Mifan and strengthen him throughout his ministry. During the liturgical rite, seminarian Mifan received the evangelical diaconal ordination through the laying on of hands by Patriarch Nona and prayers, committing himself to serving the Word of God, the altar and the faithful community with obedience, humility and love.
In his homily, the Patriarch congratulated Deacon Mifan and his family, the Chaldean Archdiocese of Arba’ilo and the Parish of the Virgin Mary in Armota, wishing him a fruitful path of service and continued preparation for the priesthood.



15 agosto 2026

“Io, suora, vi racconto quando l’Isis invase la Piana di Ninive”

Elisa Gestri
14 agosto 2026

Nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014 centinaia di estremisti islamici dell'Isis (letteralmente Stato Islamico della Siria e dell'Iraq) invasero la Piana di Ninive, nel nord dell'Iraq, e costrinsero gli oltre centomila abitanti – in massima parte cristiani e appartenenti ad altre minoranze religiose – ad evacuare in massa i villaggi dell'area. Nei mesi precedenti l'Isis aveva conquistato la capitale della regione, Mosul, e massacrato la comunità yazida di Sinjar.
Quella notte tra le religiose costrette a lasciare Qaraqosh, la più importante città cristiana della zona, c'era anche l'irachena suor Abeer (nome di fantasia), membro di una delle tre congregazioni cattoliche femminili presenti all'epoca nella località. La Nuova Bussola Quotidiana ha incontrato suor Abeer a Beirut, dove in obbedienza al suo Ordine si trova da un paio d'anni; nonostante ne siano passati dodici dall'arrivo dell'Isis a Qaraqosh, i ricordi di quella notte sono vividi nella memoria della religiosa. 
Raggiungiamo l'istituto religioso di suor Abeer e la troviamo all'ingresso, dietro il vetro della portineria; il suo lavoro è occuparsi dei bambini dell'asilo adiacente, ci spiega, ma al momento sostituisce l'addetta all'accoglienza che è in ferie. 
Per tutta la durata del nostro colloquio il vetro protegge la religiosa come la grata di un parlatorio, lasciando i suoi ricordi liberi di fluire assieme alle emozioni, alle angosce, allo smarrimento di quella notte e dei giorni – anni – successivi.
Iniziamo l'intervista chiedendole di raccontare la pagina di storia che si è trovata suo malgrado a vivere in prima persona quel 7 agosto 2014.
«In realtà le cose da raccontare di quel giorno preciso sono poche, perché tutto si è svolto molto velocemente», risponde in perfetto italiano. «Siamo passate dal riposare nei nostri letti al correre per strada. Ci hanno radunato, abbiamo aiutato i bambini dell'orfanotrofio e le suore anziane ad uscire, e ci siamo dirette verso il Kurdistan. Non abbiamo preso nulla con noi, nemmeno un cambio di biancheria, nemmeno i soldi, solo i passaporti: due mesi prima ci avevano già chiesto di evacuare nel timore che l'Isis arrivasse a Qaraqosh (durante la presa di Mosul, ndr), ma poi tutto si era risolto e nel giro di pochi giorni eravamo rientrate a casa. Non ci aspettavamo che quella volta sarebbe stato molto diverso; non eravamo preparate».
Esattamente dove avete trovato rifugio e quanto tempo siete rimaste nel Kurdistan senza poter rientrare a casa vostra a Qaraqosh?
Siamo andate ad Erbil dove siamo rimaste per circa due anni .
E come avete raggiunto la città?
Suor Abeer ci guarda con stupore. “Beh, a piedi..”, risponde, quasi scusandosi di un fallo.
Ma sono più di settanta chilometri… E avevate anziani e bambini con voi.
(La religiosa sorride e conclude la frase: “… sotto il sole di agosto”).
La verità è che siamo state aiutate lungo la strada. Durante la fuga diverse comunità ci hanno accolto e ospitato una volta raggiunto il confine con il Kurdistan, dopo un giorno di cammino. Ricordo che, per rispetto al nostro abito, noi suore, a qualunque ordine appartenessimo, venivamo alloggiate tutte insieme in un unico ambiente, che poteva essere una sala parrocchiale, una palestra, un cortile, perché potessimo riposare relativamente tranquille. Può immaginare di che tranquillità e che privacy godessimo: eravamo senza soldi, non riuscivamo nemmeno a lavare la nostra biancheria. In ogni caso abbiamo conservato la vita, mentre alcuni tra i più anziani e fragili non sono sopravvissuti al viaggio. Sa grazie a chi la fuga di centinaia di migliaia di persone non si è trasformata in una gigantesca carneficina?
Dica pure.
Grazie al cardinale Louis R. Sako (l'ex patriarca della Chiesa cattolica caldea, dimessosi per limiti di età ad inizio 2026, ndr). È solo grazie a lui che siamo sopravvissuti. Ha organizzato una rete formidabile di sostegno e accoglienza, si è speso in prima persona per facilitare l'evacuazione di tutti, a partire dai più deboli, ha parlato in tutto il mondo della situazione. Il governo di Baghdad, invece, non si è mosso: fosse stato per i nostri governanti saremmo morti tutti.
Durante gli anni del suo mandato patriarcale – dal 2013 al 2026 – l'operato del cardinal Sako è stato oggetto di critiche in varie occasioni, anche da parte della comunità cristiana irachena.
Più vado avanti nella vita, e nella vita consacrata, più ritengo si debba sospendere il giudizio sulle decisioni dei Superiori a livello politico, o comunque quando interloquiscono con le varie autorità politiche. Questo non per accondiscendenza, ma perché di ciò che si trovano ad affrontare noi conosciamo solo una minima parte, se non niente, del tutto. La penso così.
Quando siete tornate a Qaraqosh? Cosa avete trovato?
Siamo rientrate verso la fine del 2016, una volta capito che non c'era più pericolo, almeno immediato. Abbiamo trovato la città distrutta, la nostra casa saccheggiata, sfregiata e usata come cava di materiali… Ci siamo rimboccate le maniche, abbiamo riaperto la casa, abbiamo ricominciato la nostra vita e il nostro lavoro, che con la grazia di Dio proseguiamo tuttora. Prima dell'arrivo dell'Isis c'erano dieci chiese a Qaraqosh, tutte danneggiate se non distrutte, molte delle quali sono state nel tempo riparate o ricostruite. Non tutti gli abitanti, però, sono rientrati: c'è chi ha perso la casa, chi è rimasto così traumatizzato da non voler tornare, chi non vede un futuro in un Paese in cui i cristiani sono penalizzati da leggi ingiuste e non riescono a guadagnare abbastanza per mantenere la famiglia. Più o meno un terzo dei residenti è rimasto nel Kurdistan o è emigrato all'estero.
Che negli ultimi anni i cristiani stiano scomparendo dal Medioriente è un fatto. Secondo alcuni osservatori, la paura dei conflitti e l'assenza di fedeli sono le ragioni per cui molti ordini religiosi tradizionalmente presenti nella regione “abbandonano il campo”. Ciò è stato detto ad esempio riguardo alla recente chiusura del convento delle Suore Francescane di Aleppo, in Siria, ora che l'Isis e i suoi affiliati sono tornati ad alzare la testa.
Qual è la sua opinione in merito?
Che questa non è la verità. La ragione della “chiusura dei conventi” e degli istituti religiosi in Medioriente è la mancanza di vocazioni, dunque di ricambio generazionale, di cui anche le Chiese orientali sono afflitte. Proprio questo è accaduto alle suore di Aleppo, che peraltro non hanno affatto “chiuso il convento” ma hanno affidato la gestione della loro casa ai Padri Salesiani, che ne proseguiranno l'attività. Non è per paura o per mancanza di “clienti” che noi religiosi abbandoniamo le nostre case. Personalmente, anche se al momento sono stata destinata alla nostra Missione in Libano, l'Iraq è la mia terra, perché mai dovrei lasciarla?
A giudicare dall'aspetto sereno ma energico di suor Abeer non c'è da dubitare delle sue parole.
“Le racconto un aneddoto, poi mi scuso ma debbo tornare alle mie attività”, prosegue la religiosa mentre il suo sorriso – che ha mantenuto durante tutto il nostro colloquio – si trasforma in una franca risata.
Prego.
Quando sono andata a Roma per farmi suora, le consorelle di laggiù mi hanno chiesto quando mi fossi convertita dall'islam. Capisce? Ignoravano che la comunità cristiana irachena esiste praticamente dal tempo di Gesù e pensavano che fossi nata in una famiglia musulmana, per poi convertirmi. È necessario che l'Occidente comprenda che il Medioriente è la nostra terra da sempre, e che abbiamo tutto il diritto di abitarla; altrimenti c'è il rischio che noi cristiani siamo considerati stranieri in casa d'altri.

Iraqi Christian woman wins landmark court ruling restoring official religious identity

August 6, 2026

An Iraqi Christian woman has successfully challenged her official religious classification after being registered as a Muslim in government records. 
The ruling, which was upheld by Iraq’s Court of Cassation, has been welcomed by Alliance Defending Freedom (ADF) International, a global legal advocacy organization that defends religious freedom. 
The organization described the decision as a significant step forward for religious liberty in Iraq. 
In Iraq, religious affiliation is formally recorded by state authorities and carries substantial legal implications. 
These classifications can affect a range of personal status matters, including marriage, inheritance, education, and other civil rights, as many Iraqi laws are tied to an individual’s religious identity. 
ADF International reported that members of religious minorities who are incorrectly registered as Muslims may face serious legal consequences affecting their personal status and civil affairs. 
Such misclassification can also affect their children. In some cases, Christian families whose official records identify them as Muslim encounter difficulties when registering their children, potentially limiting their access to essential public services and civil entitlements. 
The case concerns a young woman identified under the pseudonym “Mary.” 
She was born into a Christian family, but after her parents separated and her mother later married a Muslim man, Mary and her sisters were officially reclassified as Muslims. 
After turning 18, Mary filed a lawsuit in January 2025 seeking to correct her official religious designation and have her Christian identity legally recognized. 
In May 2026, a trial court ruled in her favor, and Iraq’s Court of Cassation subsequently upheld the decision. 
Mary’s younger sisters, who have not yet reached the legal age of majority, remain officially registered as Muslims. 
However, similar legal proceedings are expected to be initiated on their behalf once they become adults. 
Kelsey Zorzi, Senior Legal Counsel and Director of Advocacy for Global Religious Freedom at ADF International, welcomed the Court of Cassation’s ruling, saying it allows Mary to have her Christian faith accurately reflected in her official records. Zorzi emphasized that Christians and members of other religious minorities in Iraq and across the Middle East face tangible harm when governments impose a religious identity that does not reflect their actual beliefs. 
She stressed that the right to choose one’s religion belongs to the individual — not the state — and noted that this principle is particularly important in countries where personal status laws governing marriage, inheritance, burial, and education remain closely linked to religious affiliation.

11 agosto 2026

«Il ritorno dei cristiani nella loro terra: una grande sfida che l’Iraq deve affrontare»

Federico Piana
10 agosto 2026

La preoccupazione per i giovani che hanno perso del tutto la speranza nel futuro dell’Iraq, l’instabilità della regione con le tensioni per il conflitto tra Stati Uniti ed Iran, il dolore per i cristiani che continuano ad emigrare abbandonando case e terreni.
Ma nei pensieri di Polis III Nona non c’è solo questo. Nel cuore del nuovo patriarca di Baghdad dei Caldei, eletto appena quattro mesi fa, c’è anche la gioia per un evento ecclesiale apparentemente di routine: la convocazione, per il prossimo 28 agosto, della riunione dell’Assemblea dei vescovi cattolici che si svolgerà ad Ankawa, distretto ad una manciata di chilometri a nord-ovest di Erbil, capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Era dal 2021 che i vescovi non si confrontavano in una riunione collegiale.
«In quell’occasione, discuteremo della necessità che l’Assemblea si riunisca con periodicità nonché di alcune questioni fondamentali come la presenza dei cristiani in Iraq e le modalità per tutelare sia le loro comunità sia i territori in cui sono storicamente radicati».
Sul tavolo ci saranno anche altre importanti questioni ecclesiali?
Ci occuperemo della Commissione congiunta per la catechesi, dei tribunali ecclesiastici, della fraternità della Caritas. Il cammino sinodale è fondamentale e necessario nel mondo di oggi. Sono convinto che la collaborazione con le altre Chiese cattoliche ci renda più forti e maggiormente capaci di riflettere e di operare al servizio dei nostri fedeli. Nessuno può fare tutto da solo, né pensare di poter realizzare, con le proprie forze, tutto ciò che desidera. Dai contatti che ho avuto con tutti i vescovi membri dell’Assemblea è emerso chiaramente che sono molto lieti della ripresa delle riunioni e desiderosi di tornare a lavorare insieme.
I vescovi avranno modo di riflettere anche sullo stato di salute del Paese. Qual è la situazione socio-politica dell’Iraq?
Dal punto di vista della sicurezza, la situazione interna del Paese è complessivamente buona. Tuttavia, si avvertono gli effetti negativi delle tensioni e del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iran, soprattutto sull’economia irachena: la popolazione comincia a risentirne concretamente nella vita quotidiana. Sul piano politico, vi è la speranza che l’attuale governo possa favorire un cambiamento, consolidare uno Stato forte, fondato su istituzioni solide, e combattere la corruzione che rappresenta il principale nemico della nazione.
Quali sono le urgenze della popolazione, in particolare dei giovani che risultano essere una delle categorie più vulnerabili?
È la mancanza di speranza. I giovani hanno perso la speranza nel futuro, nella propria terra, nella patria e, in un certo senso, quasi in ogni cosa. A mio parere, questa è la sfida più grave perché rende i giovani poco inclini a impegnarsi, a costruire la propria vita e quella degli altri o a contribuire attivamente all’edificazione della società.
E poi c’è la disoccupazione…
Certamente: la scarsità delle opportunità di lavoro e un contesto sociale nel quale, talvolta, essi faticano a trovare il proprio posto e a realizzarsi. A ciò si aggiunge un’ulteriore sfida per i giovani cristiani: il desiderio di emigrare. Di conseguenza, il numero dei matrimoni è diminuito in modo significativo. Molti giovani non desiderano formare una famiglia qui perché intendono lasciare il Paese. Altri, invece, non se la sentono di costruire una famiglia in condizioni segnate dall’incertezza. La mancanza di speranza nel futuro della nazione, dovuta all’instabilità che caratterizza l’intera regione, fa sì che i giovani non abbiano il desiderio di partecipare alla vita pubblica né di offrire il proprio contributo. Anche questo costituisce un grave problema perché sono soprattutto i giovani a costruire una nazione: senza la loro partecipazione e il loro impegno, il futuro rischia di diventare sempre più precario.
C’è anche la questione del rispetto dei diritti umani. Qual è la situazione?
Nel contesto dell’instabilità che attraversa la regione del Medio Oriente anche la tutela dei diritti umani rimane fragile e incerta. In generale, non si registrano violazioni gravi e sistematiche riconducibili a un orientamento ufficiale. Le criticità riguardano soprattutto il modo in cui alcune istituzioni trattano i propri membri, nonché i comportamenti nelle relazioni personali. Vi sono senza dubbio abusi, in particolare per quanto concerne alcune proprietà, ma essi non sembrano esprimere una linea ufficiale e generalizzata. Inoltre, l’effettiva tutela dei diritti individuali rimane condizionata da alcune problematiche delicate e gravi, tra le quali spicca soprattutto la corruzione finanziaria. A ciò si aggiunge il controllo dei processi decisionali esercitato attraverso il potere economico o l’influenza politica.
Ora che i jihadisti dell’Isis non controllano più il territorio ma continuano ad operare come rete clandestina, in concreto la sicurezza del Paese in che stato si trova?
Come accennavo prima, è complessivamente buona in tutto il Paese. Nelle regioni storicamente abitate dai cristiani non si riscontrano più i problemi di sicurezza del passato. Permangono altre sfide, tra cui il cambiamento demografico, il numero limitato di cristiani che fanno ritorno nei propri luoghi d’origine e, più in generale, la carenza dei servizi essenziali. Tuttavia, a causa dell’ultima guerra, si teme che il Paese possa essere trascinato nel conflitto o diventare un terreno di scontro tra le diverse parti coinvolte. Finora non si sono verificati problemi di particolare gravità ma la preoccupazione rimane viva.
Da poco si è celebrato il dodicesimo anniversario della notte tra il 6 e il 7 agosto 2014 quando decine di migliaia di cristiani furono costretti a fuggire dalla Piana di Ninive. Lei visse quei momenti accanto al suo popolo. Quali ricordi conserva di quella notte e quale significato assume, oggi, quella ricorrenza per tutti i cristiani?
C'è un volto, un incontro o un episodio di quelle ore che non ha mai dimenticato?
Quel momento e quella notte non si dimenticano facilmente: rimangono impressi nella memoria e segnano profondamente la vita. Ricordo decine di migliaia di famiglie in fuga, alcune in automobile, altre a piedi, con la paura che riempiva i loro cuori: si leggeva nei loro occhi. Il pianto dei bambini era particolarmente doloroso. Personalmente, provavo una grande preoccupazione per quanti non erano ancora consapevoli della necessità di fuggire e si trovavano ancora nelle proprie case. Telefonare loro e sollecitarli a uscire il più rapidamente possibile fu per me motivo di profonda ansia e di grande timore per la loro sorte.
Lei, allora, era arcivescovo caldeo di Mosul - a sudovest della Piana di Ninive - e sentiva su si sé tutto il peso della preoccupazione…
La preoccupazione maggiore riguardava le nostre famiglie rimaste nei villaggi della Piana di Ninive. Per questo contattai i sacerdoti di alcuni villaggi e mi recai personalmente in altri, chiedendo loro di far evacuare nel più breve tempo possibile tutte le persone che si trovavano ancora sul posto poiché avevamo saputo in anticipo che il cosiddetto Stato islamico intendeva avanzare. Accertarmi che tutti fossero riusciti a mettersi in salvo fu uno dei momenti più difficili e angoscianti di quella notte. Un’altra, grande, fonte di paura era il fatto di non sapere su chi poter contare per affrontare quella drammatica situazione. Tutte le istituzioni del Paese erano paralizzate. Fummo costretti ad agire facendo affidamento sulla nostra esperienza e secondo ciò che, in quel momento, ritenevamo fosse la scelta migliore. Anche questa fu una sfida enorme.
Da allora, cosa è cambiato per i cristiani?
Senza dubbio, vi è una grande differenza tra quei giorni e la situazione attuale. Non vi è più un clima di forte paura. Permane, tuttavia, una certa preoccupazione dovuta all’instabilità generale. In quel periodo, i cristiani hanno perduto moltissimo. E tante delle loro perdite non potranno essere compensate. La conseguenza più grave riguarda soprattutto il gran numero di cristiani che hanno abbandonato le proprie terre e le proprie case emigrando all’estero oppure trasferendosi in altre regioni del Paese. C’è una società segnata da guerre e conflitti, inserita in un contesto regionale difficile e caratterizzato dall’instabilità. Tutto ciò rende complesse le relazioni e la vita, in ogni loro dimensione. Di conseguenza, la libertà di vivere la fede non riguarda soltanto ciò che avviene all’interno delle chiese ma anche la possibilità per i cristiani di essere presenti e di partecipare liberamente a tutti gli ambiti della vita sociale. E questi ultimi aspetti non possono essere pienamente garantiti senza incontrare ostacoli di natura istituzionale e sociale.
Secondo lei, quale sarà il futuro della Piana di Ninive, dove la ricostruzione materiale è in gran parte avvenuta ma quella demografica è incompleta?
Non è facile prevedere che cosa accadrà. La sfida più grande che dobbiamo affrontare è il mancato ritorno di tutti i cristiani in questa regione: molti sono emigrati fuori dall’Iraq mentre altri hanno scelto di rimanere in zone più stabili. Il ritorno dipende da numerosi fattori tra cui la stabilità della situazione politica e la speranza che gli eventi dolorosi del passato non si ripetano. È necessario ritrovare fiducia nel futuro affinché ogni cristiano possa vivere liberamente, con la certezza di poter costruire una vita stabile e di avere un lavoro nel quale non subisca discriminazioni o indebite interferenze. Vi è inoltre la sfida rappresentata dalla volontà delle diverse componenti di quest’area di prevalere le une sulle altre, nonché dall’utilizzo della Piana come terreno di scontro politico e sociale. Come cristiani, per nostra indole e in virtù della nostra fede, non desideriamo entrare in conflitto con nessuno. Anzi, i nostri fedeli sono ormai stanchi dei conflitti e aspirano a vivere nella pace e nella tranquillità. Purtroppo, fino ad oggi, questa aspirazione non ha ancora trovato piena realizzazione.

Seizure of land belonging to Mar Girgis Monastery renews debate over Christian property rights in Iraq

July 22, 2026

The seizure of portions of the land belonging to the Monastery of Mar Girgis (St. George’s Monastery) in the Ba’awera area east of Mosul has once again brought the long-standing issue of land seizures, Christian property rights, Church endowments, and the ancestral lands of the Chaldean–Syriac–Assyrian people in Iraq into the spotlight.
The dispute comes as the Iraqi government continues to encourage Christians living abroad to return to their ancestral homeland, while Church leaders maintain that protecting Church property and resolving long-standing land disputes are essential to restoring confidence in those appeals.
According to the Antonian Order of Saint Ormizda of the Chaldeans (OAOC), as reported by the Chaldean, Assyrian, and Syriac Platform, the monastery has lost approximately 1,400 dunams of land over the past several decades. More recently, an additional 60 dunams were included in expropriation plans on the grounds that they would be used for a residential complex intended for Christian families returning to Mosul.
The OAOC stressed that it does not oppose housing projects designed to support the return of Christians. However, it objected to any development at the expense of Church property and the monastery’s endowment lands, arguing that the area designated for the project forms part of the monastery’s historic ecclesiastical endowment.
Journalist Leon Barkho, writing in Al-Zaman, quoted Fr. Dr. Samer Soreshow, Superior General of the head of the OAOC, as saying that the Order fully supports initiatives encouraging Christians to return to Mosul. However, he emphasized that such projects should not be carried out on Church-owned land, adding that the Order would be willing to allocate land for housing if the properties it had previously lost were first restored.
Fr. Soreshow added that the OAOC’s concerns extend beyond the loss of agricultural land. He said the proposed project would also incorporate parts of the monastery’s historic cemetery, describing the move as a violation of the sanctity of the religious and historical site. He called on local authorities to halt the encroachments and preserve the monastery’s archaeological and spiritual character.
The OAOC further stated that it possesses official documents and endowment deeds proving its ownership of the disputed land, emphasizing that protecting these properties is an essential part of preserving Iraq’s Christian religious and historical heritage.
Church leaders view the resolution of disputes involving Christian endowments and Church property as a key test of the Iraqi government’s commitment to encouraging Christians to return and resettle in their ancestral areas after years of displacement and emigration.
Officials in Nineveh Province have said they remain committed to supporting the return of Christian families and protecting places of worship and religious endowments. Meanwhile, the Diwan of Christian, Yezidi, and Mandaean Endowments continues to pursue cases involving endowment properties through legal and administrative channels.
The dispute surrounding Mar Girgis Monastery has also highlighted the broader challenges facing the property rights of the Chaldean–Syriac–Assyrian people in Iraq, particularly those involving Christian endowments. Clergy, activists, and political leaders argue that resolving these long-standing disputes is one of the most important steps toward ensuring the long-term survival of Iraq’s Christian communities and rebuilding confidence among those considering remaining in, or returning to, their ancestral homeland. They continue to call for stronger legal protections for Christian property rights and the preservation of Iraq’s rich Christian religious and cultural heritage.