"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

11 agosto 2026

«Il ritorno dei cristiani nella loro terra: una grande sfida che l’Iraq deve affrontare»

Federico Piana
10 agosto 2026

La preoccupazione per i giovani che hanno perso del tutto la speranza nel futuro dell’Iraq, l’instabilità della regione con le tensioni per il conflitto tra Stati Uniti ed Iran, il dolore per i cristiani che continuano ad emigrare abbandonando case e terreni.
Ma nei pensieri di Polis III Nona non c’è solo questo. Nel cuore del nuovo patriarca di Baghdad dei Caldei, eletto appena quattro mesi fa, c’è anche la gioia per un evento ecclesiale apparentemente di routine: la convocazione, per il prossimo 28 agosto, della riunione dell’Assemblea dei vescovi cattolici che si svolgerà ad Ankawa, distretto ad una manciata di chilometri a nord-ovest di Erbil, capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Era dal 2021 che i vescovi non si confrontavano in una riunione collegiale.
«In quell’occasione, discuteremo della necessità che l’Assemblea si riunisca con periodicità nonché di alcune questioni fondamentali come la presenza dei cristiani in Iraq e le modalità per tutelare sia le loro comunità sia i territori in cui sono storicamente radicati».
Sul tavolo ci saranno anche altre importanti questioni ecclesiali?
Ci occuperemo della Commissione congiunta per la catechesi, dei tribunali ecclesiastici, della fraternità della Caritas. Il cammino sinodale è fondamentale e necessario nel mondo di oggi. Sono convinto che la collaborazione con le altre Chiese cattoliche ci renda più forti e maggiormente capaci di riflettere e di operare al servizio dei nostri fedeli. Nessuno può fare tutto da solo, né pensare di poter realizzare, con le proprie forze, tutto ciò che desidera. Dai contatti che ho avuto con tutti i vescovi membri dell’Assemblea è emerso chiaramente che sono molto lieti della ripresa delle riunioni e desiderosi di tornare a lavorare insieme.
I vescovi avranno modo di riflettere anche sullo stato di salute del Paese. Qual è la situazione socio-politica dell’Iraq?
Dal punto di vista della sicurezza, la situazione interna del Paese è complessivamente buona. Tuttavia, si avvertono gli effetti negativi delle tensioni e del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iran, soprattutto sull’economia irachena: la popolazione comincia a risentirne concretamente nella vita quotidiana. Sul piano politico, vi è la speranza che l’attuale governo possa favorire un cambiamento, consolidare uno Stato forte, fondato su istituzioni solide, e combattere la corruzione che rappresenta il principale nemico della nazione.
Quali sono le urgenze della popolazione, in particolare dei giovani che risultano essere una delle categorie più vulnerabili?
È la mancanza di speranza. I giovani hanno perso la speranza nel futuro, nella propria terra, nella patria e, in un certo senso, quasi in ogni cosa. A mio parere, questa è la sfida più grave perché rende i giovani poco inclini a impegnarsi, a costruire la propria vita e quella degli altri o a contribuire attivamente all’edificazione della società.
E poi c’è la disoccupazione…
Certamente: la scarsità delle opportunità di lavoro e un contesto sociale nel quale, talvolta, essi faticano a trovare il proprio posto e a realizzarsi. A ciò si aggiunge un’ulteriore sfida per i giovani cristiani: il desiderio di emigrare. Di conseguenza, il numero dei matrimoni è diminuito in modo significativo. Molti giovani non desiderano formare una famiglia qui perché intendono lasciare il Paese. Altri, invece, non se la sentono di costruire una famiglia in condizioni segnate dall’incertezza. La mancanza di speranza nel futuro della nazione, dovuta all’instabilità che caratterizza l’intera regione, fa sì che i giovani non abbiano il desiderio di partecipare alla vita pubblica né di offrire il proprio contributo. Anche questo costituisce un grave problema perché sono soprattutto i giovani a costruire una nazione: senza la loro partecipazione e il loro impegno, il futuro rischia di diventare sempre più precario.
C’è anche la questione del rispetto dei diritti umani. Qual è la situazione?
Nel contesto dell’instabilità che attraversa la regione del Medio Oriente anche la tutela dei diritti umani rimane fragile e incerta. In generale, non si registrano violazioni gravi e sistematiche riconducibili a un orientamento ufficiale. Le criticità riguardano soprattutto il modo in cui alcune istituzioni trattano i propri membri, nonché i comportamenti nelle relazioni personali. Vi sono senza dubbio abusi, in particolare per quanto concerne alcune proprietà, ma essi non sembrano esprimere una linea ufficiale e generalizzata. Inoltre, l’effettiva tutela dei diritti individuali rimane condizionata da alcune problematiche delicate e gravi, tra le quali spicca soprattutto la corruzione finanziaria. A ciò si aggiunge il controllo dei processi decisionali esercitato attraverso il potere economico o l’influenza politica.
Ora che i jihadisti dell’Isis non controllano più il territorio ma continuano ad operare come rete clandestina, in concreto la sicurezza del Paese in che stato si trova?
Come accennavo prima, è complessivamente buona in tutto il Paese. Nelle regioni storicamente abitate dai cristiani non si riscontrano più i problemi di sicurezza del passato. Permangono altre sfide, tra cui il cambiamento demografico, il numero limitato di cristiani che fanno ritorno nei propri luoghi d’origine e, più in generale, la carenza dei servizi essenziali. Tuttavia, a causa dell’ultima guerra, si teme che il Paese possa essere trascinato nel conflitto o diventare un terreno di scontro tra le diverse parti coinvolte. Finora non si sono verificati problemi di particolare gravità ma la preoccupazione rimane viva.
Da poco si è celebrato il dodicesimo anniversario della notte tra il 6 e il 7 agosto 2014 quando decine di migliaia di cristiani furono costretti a fuggire dalla Piana di Ninive. Lei visse quei momenti accanto al suo popolo. Quali ricordi conserva di quella notte e quale significato assume, oggi, quella ricorrenza per tutti i cristiani?
C'è un volto, un incontro o un episodio di quelle ore che non ha mai dimenticato?
Quel momento e quella notte non si dimenticano facilmente: rimangono impressi nella memoria e segnano profondamente la vita. Ricordo decine di migliaia di famiglie in fuga, alcune in automobile, altre a piedi, con la paura che riempiva i loro cuori: si leggeva nei loro occhi. Il pianto dei bambini era particolarmente doloroso. Personalmente, provavo una grande preoccupazione per quanti non erano ancora consapevoli della necessità di fuggire e si trovavano ancora nelle proprie case. Telefonare loro e sollecitarli a uscire il più rapidamente possibile fu per me motivo di profonda ansia e di grande timore per la loro sorte.
Lei, allora, era arcivescovo caldeo di Mosul - a sudovest della Piana di Ninive - e sentiva su si sé tutto il peso della preoccupazione…
La preoccupazione maggiore riguardava le nostre famiglie rimaste nei villaggi della Piana di Ninive. Per questo contattai i sacerdoti di alcuni villaggi e mi recai personalmente in altri, chiedendo loro di far evacuare nel più breve tempo possibile tutte le persone che si trovavano ancora sul posto poiché avevamo saputo in anticipo che il cosiddetto Stato islamico intendeva avanzare. Accertarmi che tutti fossero riusciti a mettersi in salvo fu uno dei momenti più difficili e angoscianti di quella notte. Un’altra, grande, fonte di paura era il fatto di non sapere su chi poter contare per affrontare quella drammatica situazione. Tutte le istituzioni del Paese erano paralizzate. Fummo costretti ad agire facendo affidamento sulla nostra esperienza e secondo ciò che, in quel momento, ritenevamo fosse la scelta migliore. Anche questa fu una sfida enorme.
Da allora, cosa è cambiato per i cristiani?
Senza dubbio, vi è una grande differenza tra quei giorni e la situazione attuale. Non vi è più un clima di forte paura. Permane, tuttavia, una certa preoccupazione dovuta all’instabilità generale. In quel periodo, i cristiani hanno perduto moltissimo. E tante delle loro perdite non potranno essere compensate. La conseguenza più grave riguarda soprattutto il gran numero di cristiani che hanno abbandonato le proprie terre e le proprie case emigrando all’estero oppure trasferendosi in altre regioni del Paese. C’è una società segnata da guerre e conflitti, inserita in un contesto regionale difficile e caratterizzato dall’instabilità. Tutto ciò rende complesse le relazioni e la vita, in ogni loro dimensione. Di conseguenza, la libertà di vivere la fede non riguarda soltanto ciò che avviene all’interno delle chiese ma anche la possibilità per i cristiani di essere presenti e di partecipare liberamente a tutti gli ambiti della vita sociale. E questi ultimi aspetti non possono essere pienamente garantiti senza incontrare ostacoli di natura istituzionale e sociale.
Secondo lei, quale sarà il futuro della Piana di Ninive, dove la ricostruzione materiale è in gran parte avvenuta ma quella demografica è incompleta?
Non è facile prevedere che cosa accadrà. La sfida più grande che dobbiamo affrontare è il mancato ritorno di tutti i cristiani in questa regione: molti sono emigrati fuori dall’Iraq mentre altri hanno scelto di rimanere in zone più stabili. Il ritorno dipende da numerosi fattori tra cui la stabilità della situazione politica e la speranza che gli eventi dolorosi del passato non si ripetano. È necessario ritrovare fiducia nel futuro affinché ogni cristiano possa vivere liberamente, con la certezza di poter costruire una vita stabile e di avere un lavoro nel quale non subisca discriminazioni o indebite interferenze. Vi è inoltre la sfida rappresentata dalla volontà delle diverse componenti di quest’area di prevalere le une sulle altre, nonché dall’utilizzo della Piana come terreno di scontro politico e sociale. Come cristiani, per nostra indole e in virtù della nostra fede, non desideriamo entrare in conflitto con nessuno. Anzi, i nostri fedeli sono ormai stanchi dei conflitti e aspirano a vivere nella pace e nella tranquillità. Purtroppo, fino ad oggi, questa aspirazione non ha ancora trovato piena realizzazione.