"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

22 luglio 2026

Sako: dall’Isis al papa in Iraq, i miei 13 anni da patriarca caldeo

21 luglio 2026

L’ascesa dello Stato islamico con il suo carico di sangue, devastazioni e morte; il ritiro del decreto presidenziale che ne riconosceva l’autorità patriarcale, una ferita ancora aperta; l’esodo dei cristiani che, in 20 anni, ha ridotto a un terzo la popolazione originaria dell’Iraq. Ancora, il viaggio apostolico di papa Francesco nel marzo 2021, quando il mondo si stava faticosamente riprendendo dalla pandemia di Covid-19; e la consapevolezza di aver servito “una Chiesa martire, che ha tanto da dare alla Chiesa universale”.
Sono alcune delle immagini che il card. Louis Raphael Sako, patriarca emerito di Baghdad dei caldei, affida ad AsiaNews in questa intervista a oltre quattro mesi dalle dimissioni. Un periodo trascorso fra lettura, studio e preghiera: “Sono sereno, vivo in pace, prego coi seminaristi in un’atmosfera familiare. La gente - racconta - viene a visitarmi, aiuto quanti hanno bisogno secondo le mia possibilità. Soprattutto scrivo, in quattro mesi ho finito l’ultimo libro, in arabo, intitolato “La gioia di credere” che sarà pubblicato in questi giorni. E ho aperto una pagina Facebook alla quale affido brevi riflessioni”.

Ponte fra Oriente e Occidente
Nella sua riflessione, il porporato parte subito dalle devastazioni causate dai conflitti che insanguinano il Medio oriente e che affondano le loro radici nella mancata comprensione e nelle difficoltà di dialogo fra Oriente e Occidente. 
“Il mondo è spaccato. L’Occidente - osserva - è basato sugli interessi economici, sul secolarismo, sul pragmatismo e le armi, e fatica a comprendere le logiche di un Oriente che è profondamente diverso laddove la religione diventa non solo una dottrina, ma anche una ideologia” che condiziona ogni ambito della vita.
“La gente - prosegue - è pronta a morire per l’ideologia, la fede, e in questo è racchiuso il valore del martirio” che abbiamo osservato nei giorni scorsi in occasione dei funerali della guida suprema Ali Khamenei, nella Repubblica islamica come in Iraq. “Se prendiamo come esempio la guerra fra Iran e Stati Uniti - sottolinea - possiamo vedere due modi di pensare, di ragionare diversi fra loro nel profondo”.

Il card. Sako è nato a Zākhō (nord Iraq) il 4 luglio 1949. A Mosul ha compiuto gli studi primari, frequentando poi il locale seminario di St. Jean, tenuto dai Padri Domenicani francesi. Ordinato sacerdote il 1° maggio 1974, ha svolto il servizio pastorale presso la cattedrale di Mosul fino al 1979. Inviato a Roma ha frequentato il Pontificio Istituto Orientale, conseguendo il Dottorato in Patrologia Orientale, poi in Storia presso la Sorbona di Parigi e una licenza in islamologia. Dal 1997 al 2002 è stato rettore del Seminario patriarcale di Baghdad. Rientrato a Mosul ha assunto la guida della parrocchia del Perpetuo Soccorso fino alla elezione ad arcivescovo di Kirkuk il 27 settembre 2003, con l’ordinazione episcopale il 14 novembre. Il 31 gennaio 2013, nel sinodo convocato a Roma da papa Benedetto XVI dopo la rinuncia del patriarca card. Emmanuel Delly, è stato eletto primate e ha ricevuto dal pontefice la Ecclesiastica Communio il 1° febbraio. Il 28 giugno 2018 papa Francesco lo ha creato cardinale. È membro del Dicastero per le Chiese Orientali, per la Cultura e l'Educazione. per il Dialogo Interreligioso e del Consiglio per l’Economia.

“Dobbiamo fare i conti con una civiltà, quella persiana, che è millenaria e unisce dottrina e fede religiosa, il concetto di jihad come lotta armata fino al sacrificio estremo, così come la morte per il Paese e la religione” afferma il card. Sako.
“Il modo di pensare, e di ragionare - avverte - è differente ed è qui che si pone la domanda di come sia possibile instaurare un dialogo. E la risposta non è facile, né immediata”. Quando si parla di Iran è necessario comprendere che “non siamo al cospetto solo di una manifestazione politica, ma dobbiamo considerare anche la componente religiosa. E questo elemento risulta assente in Occidente”. “Nel nostro mondo orientale - aggiunge - la priorità è spesso legata alla religione, a differenza dell’Occidente in cui prevalgono il più delle volte la politica e gli interessi economici”. Come osservato a più riprese in passato, in questo senso i cristiani (e la Chiesa) possono giocare un ruolo fondamentale quale ponte fra le due culture, fra i due emisferi del globo che spesso faticano a parlarsi e a capirsi: “La pace non si fa con le armi!”.

Patriarca per tutto l’Iraq
Nei 13 anni alla guida del patriarcato caldeo, uno dei riti più antichi della Chiesa orientale ma legato nel profondo a Roma e al pontefice, non sono mancate sfide e momenti drammatici, a partire dalla tragedia dell’Isis che “mi ha colpito nel profondo: la loro ascesa ha senza dubbio rappresentato l’evento più importante della storia recente dell’Iraq e dei suoi cristiani” con lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone a Mosul e nella piana di Ninive. Negli ultimi anni è cominciato un lento cammino di ricostruzione, che fatica a garantire sicurezza e stabilità a dispetto degli sforzi della Chiesa e del governo iracheno, rendendo sinora vuoti gli appelli ad un ritorno delle comunità della diaspora. Un vero e proprio esodo che, dal 2003 in seguito all’invasione Usa e la caduta di Saddam Hussein, ha determinato un crollo della popolazione cristiana passata da 1,3 milioni a meno di 400mila oggi. Ed è a loro che va il pensiero del porporato.
“Prima di parlare del ritorno [come promesso dal premier iracheno Ali Falih al-Zaidi al patriarca Mar Paolo III Nona, successore del cardinale, in un incontro l’11 luglio scorso] - osserva Sako - bisogna studiare le condizioni che hanno spinto i cristiani a lasciare”.
La stabilità permanente, un ambiente in cui si possa vivere in pace anche se la gente ha perso la fiducia nella possibilità di raggiungerla; il prevalere delle appartenenze e delle divisioni settarie sul concetto di cittadinanza e giustizia; il mancato risarcimento per i danni causati da Daesh [acronimo arabo per l’Isis] e le proprietà dei cristiani confiscate dalle milizie, che non sono state restituite; la diffusione della corruzione; il peggioramento dei servizi essenziali sono solo alcune fra le molte criticità irrisolte. “Mancano prospettive di lavoro - prosegue - infrastrutture, scuole e servizi, ospedali. I cristiani non torneranno se non cambieranno la cultura e le leggi, con la costruzione di uno stato fondato sulla cittadinanza e non sulle componenti confessionali, e con una riforma delle leggi. In particolare - spiega il patriarca emerito - quelle relative all’islamizzazione dei minori e all’appropriazione dei loro diritti e delle loro proprietà. Inoltre, si registra ancora una continua emorragia in tema di emigrazione. Questi sono temi centrali, e irrisolti!”.
Sicurezza, lavoro, servizi e lotta a una “corruzione endemica” sono ambiti che riguardano tutta la popolazione e l’Iraq in generale, una nazione - ribadisce ancora una volta il porporato - che dovrebbe “basare la propria ricostruzione sul valore della cittadinanza”. “In molti dei miei interventi - ricorda il card. Sako - non ho parlato solo a nome e all’indirizzo dei cristiani, ma anche dei musulmani, chiedendo di separare la religione dallo Stato, di costruire un terreno comune in cui tutti i cittadini abbiamo pari dignità e vi sia il rispetto dei diritti”. Ricorda poi il grande lavoro fatto a favore del dialogo islamo-cristiano, che “molti passi a compiuto in questi anni” ed è testimoniato dagli incontri con le autorità sunnite, sciite, curde a partire dal grande ayatollah Ali al-Sistani, la più importante carica musulmana sciita del Paese arabo “che ho visitato due volte a Najaf. Grazie a questi sforzi - osserva - e ai rapporti costruiti nel tempo abbiamo saputo archiviare i discorsi di odio. Nelle moschee non si parla più male dei cristiani!”. “L’unica cosa che mi ha colpito e mi ha fatto male - aggiunge con una nota amara - è il ritiro del decreto patriarcale dell’allora presidente Abdul Latif Rashid, dietro il quale vi erano manovre e interessi di una milizia cosiddetta cristiana. Tuttavia, mi sono sempre rifiutato di avere milizie cristiane o milizie settarie”. “Prima di lanciare appelli ai cristiani chiedendo loro di tornare - sottolinea - la Chiesa deve aiutare i cristiani rimasti, dare loro speranza”.

Le sfide della Chiesa
Rientrato di recente in Iraq dopo aver partecipato all’ultimo concistoro indetto da papa Leone XIV a fine giugno, il porporato allarga poi lo sguardo alla Chiesa universale e al futuro della missione. “La recente esperienza sinodale - racconta - è stata fonte di soddisfazione, perché noi in Oriente la viviamo da tempo. Il Sinodo è un luogo e una occasione per un lavoro in comune, per studiare i problemi e le sfide, i desideri e programmi, per prendere decisioni assieme. Questa è la Chiesa figlia del pontificato di papa Francesco, che insisteva sul tema della sinodalità, del camminare assieme. Questo aspetto è molto positivo”. E del successore papa Leone XIV dice di apprezzare i discorsi “brevi e coincisi, con un vocabolario che parla alla gente. Papa Leone non è più il capo di un dicastero della Curia Romana, ma è padre e pastore di tutta la Chiesa cattolica. Io auspico - aggiunge - che il suo messaggio sia per tutti, non solo per l’Occidente, perché bisogna parlare col mondo intero. E il suo apostolato non è solo per i cristiani, ma lo è per tutti quando invoca pace, convivenza, dignità, come approcciarsi alle altre religioni, soprattutto con l’islam”.
In un’epoca contraddistinta dalla velocità, da internet e dall’intelligenza artificiale in cui la Chiesa rischia di risultare “lenta” e di “perdere” tempo, egli esorta a trovare nuove vie e “risposte immediate”, capaci di parlare alla società odierna.
“È necessario - riflette - cercare uno stile basato sul dialogo. Le persone non accettando di essere guidate come soggetti. Noi vescovi siamo padri e pastori, dobbiamo saperli comprendere e seguire uno stile di dialogo paterno e fraterno”. Per quanto riguarda la realtà caldea, che sta imparando a conoscere il successore, il patriarca Nona, il porporato afferma una volta di più “di non entrare nel merito della direzione e delle scelte, ma di essere discreto. Il mio periodo - sottolinea - si è concluso, e ora inizia una nuova fase”. “Ogni giorno - confida il porporato - prego per il patriarca, per i vescovi, ma soprattutto per la Chiesa caldea che è e resta una Chiesa martire che ha molto da dare alla Chiesa universale in termini di liturgia, spiritualità, pastorale biblica non essendo solo scolastica o filosofica”.
E per l’Iraq e i cristiani, conclude il porporato, “sono sicuro che la situazione cambierà in meglio, ci sarà piena libertà religiosa e la comunità caldea crescerà sempre di più. Prego per questo”.

Iraq lists ancient Al-Aqiser church for urgent restoration

June 27, 2026

The 1,500-year-old Al-Aqiser Church, one of Iraq's oldest surviving Christian churches, has been placed on Iraq's list of priority restoration sites as climate change and years of neglect continue to accelerate its deterioration.
During a 2025 inspection, a technical committee from Iraq's Ministry of Culture, Tourism and Antiquities classified the church among archaeological sites requiring emergency conservation, although restoration work still depends on the allocation of government funding, according to the Karbala Antiquities and Heritage Directorate.

Photo Shafaq News

Al-Aqiser stands within a sprawling walled monastery in Ain al-Tamr district, about 70 kilometers (43 miles) west of Karbala and roughly 5 kilometers from the historic Al-Ukhaidir Fortress. Archaeologists date the church to the late fifth or early sixth century AD, making it one of Iraq's earliest surviving basilica-style churches. Its entrance is marked by distinctive oval arches, while the surrounding monastery stretches across nearly 15,000 square meters and is protected by defensive towers.
Ahmed Hassan Jaber, director of the Karbala Antiquities and Heritage Directorate, told Shafaq News that the complex requires excavation, restoration, and rehabilitation before it can become a fully recognized archaeological and tourist destination.

Read more: Iraqis long for the world's oldest churches and temples

Years of limited funding have prevented any large-scale conservation work, he said, adding that authorities managed to install a protective fence around the monastery and the surrounding archaeological settlement in 2023 to reduce encroachment, “but the site has suffered repeated damage since 2003, when looters dug into burial grounds east of the complex before security forces intervened.”
The main church, built from stone and plaster, measures about 42 meters (138 feet) in length and 9 meters in width. It sits inside a fortified compound that also includes monks' cells, residential quarters, a small funerary church, and service buildings, according to Dr. Muntasir Sabah al-Hasnawi, director general of the Conference Palace at the Ministry of Culture, Tourism and Antiquities.
“A dry valley cuts through the archaeological complex, while nearby seasonal water sources are believed to have influenced the monastery's original location centuries ago,” he told Shafaq News, pointing out that due to its location in the western desert, Al-Aqiser is exposed to rising temperatures, stronger solar radiation, declining rainfall, and frequent dust storms, all of which have accelerated the deterioration of its fragile structure.
Al-Hasnawi said sharp temperature swings between day and night are causing the greatest damage, as repeated expansion and contraction crack the stone and gradually loosen sections of the wall. Wind carrying sand and dust steadily erodes exposed surfaces, while chemical weathering continues to weaken plaster and clay elements throughout the complex. Illegal excavations and the site's use during years of conflict have added to the deterioration.
Beyond its architectural value, Al-Aqiser offers a rare glimpse into Iraq's pre-Islamic Christian heritage. The monastery is associated with the Lakhmid Kingdom of al-Hira, the Arab Christian state that ruled parts of Mesopotamia before the rise of Islam. Syriac inscriptions and carved crosses remain visible on sections of the walls, reflecting the region's long-established Christian presence centuries before Iraq became predominantly Muslim.
“Preserving the church will require more than repairing damaged walls.” He called for drainage projects to divert rainwater, protective measures against flooding and wind erosion, and the creation of green belts to slow the movement of desert sand.
The church is only one of several archaeological landmarks in Ain al-Tamr. Nearby attractions, including Al-Ukhaidir Fortress, the Al-Tar Caves, and Shimun Palace, could form the basis of a broader heritage tourism route if roads, visitor facilities, and basic services were developed.

Patriarch to ACN: Christians need to have trust before returning to Iraq

John Burger July 21, 2026

Head of the Chaldean Church reveals what he discussed in recent meeting with Iraq’s prime minister.
Eleven years after jihadists forced him to leave his homeland, the newly-elected Patriarch of the Chaldean Church heard a promise directly from Iraq’s prime minister: Iraqis who choose to return to the country will receive the gift of a new home and land.
Patriarch Paul III Nona of Baghdad met recently with Iraqi Prime Minister Ali Falih al Zaidi, and the churchman was struck by the fact that al Zaidi is a businessman first and a politician second.
“He insists that a good environment starts with a good economy. If we have a good economy, if people feel safe to work and trust in their future, they will come back,” the patriarch said.
The prime minister said that up to 1 million families who want to return to Iraq from the diaspora – including Christians – will be eligible for a land grant and new home.
There might then be some hope for Iraq’s struggling Christian community, whose numbers are a fraction of what they were a quarter century ago, and who face continual pressures to emigrate from their historic homeland.
In fact, Patriarch Paul said, the prime minister wants to see investment in Iraq from Christian Iraqis who are willing to return from the diaspora. “If Chaldeans come back as investors, they will create opportunities for other people,” the patriarch told al Zaidi.
Patriarch Paul is the guest in the latest edition of the “Faith Under Siege” podcast, hosted by Robert Royal, special advisor to the board of Aid to the Church in Need-USA on the matter of Christian persecution. The full broadcast is below. In the podcast, the Chaldean leader touches on his experience as archbishop of Mosul, when he was known as Archbishop Amel Nona. He and the priests and faithful of Mosul were forced to flee the city with the invasion of the Islamic State group in 2014.
“They don’t want us to live our faith. They said openly that if you don’t convert to Islam, we will kill you – or you have to leave. They told me that personally in 2014, and they asked me to announce that to all the Christians,” he recounted. “We don’t leave our faith for any reason. Therefore, they went into the diaspora.”
Archbishop Nona was later elected Eparch of Sydney, Australia. He served there until his April 12 election as Patriarch of Baghdad, succeeding Cardinal Louis Raphael I Sako.

Improving situation, but problems remain
The situation in Iraq is much better since the defeat of ISIS in 2017, and there is no current threat from any extremist groups, the new patriarch acknowledged. But there are still challenges for the Christian community, which he discussed with Prime Minister Al Zaidi earlier this month.
“The people who left Iraq don’t have trust in this country; they don’t have trust in their neighbors, after the experience with ISIS,” he said. “I told the prime minister that we have to create a safe environment for people to come back, first to find a good opportunity for them to work and to live, and also to have a trust in their future.”
Christians face more difficulties in the countryside, where historically many of the villages were Christian, than in cities such as Baghdad or Mosul, he said.
The patriarch, 58, who was enthroned in Baghdad’s St. Joseph Cathedral on May 29, commented on Aid to the Church in Need’s work in Iraq, saying it has included the financial support of several projects and ongoing scholarships for university and high school students. Having children who are studying in Iraq is the kind of thing that keeps families in their homeland.
The pontifical foundation also has supported seminaries and catechetical programs in Iraq.
“I believe what Church in Need did, and are still doing, is essential for our people, for our community to remain and continue their journey of faith,” he said.
The patriarch also called on Catholics in the West to better inform themselves and “know our situation, not from the media but from real sources. The situation of Christians in Iraq and in the Middle East is different from what the media say. Sometimes the big media focus on small things that don’t really affect our real life.”
That advice would apply to governments as well as individuals, he said.
“Put pressure on [Western] governments to understand the situation of Christians in the Middle East before [taking] any action,” he requested of Christians in the West.
Said the patriarch, “Sometimes in the West they don’t understand exactly what’s happening here, how our life is in this region.”

The full broadcast of Robert Royal’s interview with Patriarch Paul III Nona. Previous episodes of “Faith Under Siege” can be found here.

11 luglio 2026

Iraq offers housing plots to returnee Christians


Photo Chaldean Patriarchate 
Iraq is offering new incentives to encourage the return of Christian families who left the country during years of turmoil, including access to the nationwide “One-Million Residential Land Plot” initiative, Prime Minister Ali Al-Zaidi disclosed on Saturday.
During a meeting in Baghdad with Chaldean Catholic Church head Patriarch Mar Paulus III Nona and a delegation that included Chaldean Archbishop of Erbil Bashar Matti Warda and several Christian clergy, Al-Zaidi stressed that Christians remain an important part of Iraqi society and have played a longstanding role in shaping Iraq’s history and development.
He also urged Iraqi Christian business leaders and investors living abroad to come back and take part in reconstruction projects, citing opportunities in sectors including health care and education.
Patriarch Mar Paulus III Nona described the new government’s measures as an important step that could encourage members of the Iraqi Christian diaspora to return and rebuild their lives in the country.
Iraq, a multiethnic country with a Muslim majority, once had a large Christian population estimated at between 1.2 million and 1.5 million before 2003, including Chaldean Catholics, Assyrians, and Syriac Orthodox communities. 
Over the past two decades, that number has fallen to fewer than 250,000, according to church and humanitarian estimates.

9 luglio 2026

Il Papa ai giovani dell'Iraq: «Siate testimoni della luce, per costruire un futuro di pace»

Irene Funghi
8 luglio 2026


Per
Prevost, costruire la pace non è un'opzione. E non solo non lo è dalla comodità di chi da lontano guarda agli scenari di guerra, ma anche per chi si trova nella condizione di «non essere in grado di controllare» la propria «situazione o le sfide che» è chiamato «ad affrontare».
In un videomessaggio rivolto ai giovani riuniti ad Erbil, in Iraq, per l'Ankawa Youth Meeting, in corso da oggi all'11 luglio, il Papa lo spiega in modo limpido e paterno, ricordando loro che «io sono con voi; la Chiesa è con voi».
La missione a loro affidata – tema dell'incontro di Erbil, luogo in cui un tempo i cristiani si sentivano al sicuro grazie alla presenza di un base americana, ma che è stato colpito anche nel corso delle ultime ostilità dai bombardamenti iraniani – è quella comune a tutte le comunità cristiane: «Servire il mondo condividendo la luce di Cristo e portando gli uomini e le donne alla comunione con Dio», ricorda il Pontefice. Ma «non è sempre facile essere luce nel mondo», riconosce poi, dato che «in questo momento, siete chiamati a irradiare questa luce in una situazione che è stata spesso segnata dalla guerra e dall'instabilità».
Per questo, il Pontefice accompagna i giovani indicando loro tre vie per «essere la luce di Cristo in mezzo a un'oscurità che, a volte, può sembrare opprimente». La prima è quella della testimonianza. La fede non serve a risolvere i problemi della vita, ma a riconoscere la realtà e «vivere nella verità». È vivendo radicati in Dio che gli altri potranno «vedere in voi» «il significato che anch'essi desiderano, e giungere così a condividere la stessa luce», dice il Papa.
La seconda «via» suggerita è poi quella della preghiera e dei sacramenti, «specialmente la Confessione e l’Eucaristia», perché per essere testimoni di Cristo «dobbiamo imparare a conoscerlo».
Infine, «radicati nella carità», anche i giovani di Erbil riusciranno ad essere «costruttori di pace».
Anche difronte alle difficoltà, afferma il Pontefice, «potete sempre scegliere di lasciare che la pace di Cristo regni nei vostri cuori» e così «unire coloro che vi circondano e a infondere negli altri la speranza di un futuro segnato da una pace duratura». «Non dubitate mai della bontà di Dio e non abbiate paura del progetto che il Signore ha per la vita di ciascuno di voi», li incoraggia Prevost, «anche il profeta Geremia ha dovuto affrontare momenti difficili e testimonia che i progetti del Signore sono "progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza" (Ger 29,11)».

5 luglio 2026

Assyrian patriarch calls for stronger cooperation among Eastern Churches

By EWTN
July 1, 2026
Georgena Habbaba

The dream of unity has long inspired the churches that trace their roots to the ancient Church of the East. Efforts to reach that goal continue, while Christians pray that, in God’s time, full unity will one day be realized.
Until then, these sister churches continue to work together in serving the Gospel and caring for their faithful, despite the growing challenges facing Christians in the Middle East, where their shared history began.
As the region goes through another difficult moment, and following the election and installation of a new Chaldean patriarch, ACI MENA, the Arabic-language sister service of EWTN News, spoke with Mar Awa III, catholicos-patriarch of the Assyrian Church of the East, about the historic relationship between the Assyrian and Chaldean churches and the future of Christians in Iraq and across the Middle East.

A new beginnin
Mar Awa III described the election of Mar Paul III Nona in Baghdad in late May as the beginning of a new chapter in the modern history of the Chaldean Church after years marked by internal challenges, especially those connected to political issues.
He reaffirmed his commitment to strengthening cooperation between the two sister churches.
“Our churches share the same history, traditions, liturgy, and spiritual heritage,” he said. “We are committed to working closely together for the good of our Assyrian and Chaldean faithful, both in our homelands and throughout the global communities.”

Guided by divine providence
The Assyrian patriarch reflected on what he sees as a meaningful sign of divine providence. The heads of the three churches that descend from the historic Church of the East all bear the title “III” in their patriarchal names.
He said this gives them a special opportunity to deepen cooperation and strengthen coordination among their churches in practical and effective ways.
“In addition to this shared connection that brings us together as brothers in faith and ministry, all three of us have served our churches in the abroad,” he said. “That experience has helped us understand both the needs and the challenges facing our faithful around the world.”

The gift of the Holy Spirit
Asked about practical steps toward the long-desired unity of the Church of the East, Mar Awa III said Christian unity is, above all, a gift from God.
“The unity of the sister churches is first and foremost a gift of the Holy Spirit,” he said. “It is also a living spiritual experience that requires constant prayer, deep reflection, and sincere fraternal cooperation.”
He expressed hope that the three patriarchs would meet soon to discuss pastoral and community cooperation and to develop a roadmap for closer collaboration on shared concerns, both in their homelands and in communities abroad.
“I am confident that our cooperation on the social and political challenges facing our people will help strengthen them in the land of their fathers and preserve our presence and identity,” he said.

Responsible media
Mar Awa III also reflected on the growing power of media and social media in today’s world and their influence on society and the life of the church.
“Freedom of expression is important,” he said, “but it does not mean using that freedom without respect for ethical and human values, whether in religious or secular media.”
He urged media organizations to adopt respectful language that pursues truth and benefits society instead of stirring up pointless disputes or harmful criticism.
He also warned against social media campaigns that target church leaders and clergy with insults, personal attacks, and language that can slide into hatred and defamation.
“Such behavior is not only lacking in accuracy and objectivity,” he said. “It is also far from Christian virtues and moral values.”

Returning to the roots
The patriarch said a new chapter began in the history of the Assyrian Church of the East when its patriarchal see returned to Iraq in 2015 after more than 80 years abroad.
“The return to Erbil brought our Church closer to its deep Eastern roots in Mesopotamia, as one of the oldest apostolic churches in the world,” he said.
Although this has created difficulties in managing communities abroad — where most of the church’s faithful now live — he said the return strengthened their sense of belonging to the church’s traditions and spiritual heritage. It also deepened their connection to their land and historical roots.

Strengthening cooperation
Mar Awa III said the reality facing churches in Iraq and the wider Middle East requires closer cooperation among them, regardless of church affiliation, for the good and future of their faithful.
He stressed that today’s challenges, especially migration, preserving the deposit of faith, and protecting Christian and community identity, require shared attention and cooperation.
He said churches must coordinate more closely to find effective solutions that help preserve the Christian presence in the East and protect its spiritual and historical heritage.

Deep concern over events in Iran
Mar Awa III expressed deep concern over the current war in the region, especially the fate of the church’s faithful in Iran, who are directly affected by it.
He said the outcome remains unclear at this stage.
All churches in the region, he added, are following the consequences of the war with great concern.
“Military conflicts always have serious consequences for small communities, including Middle Eastern Christians,” he said. “Our prayers continue without ceasing that the war end as soon as possible and that dialogue and understanding may silence the sound of weapons.”

Called to support one another
Alongside repeated wars, worsening economic hardships, social instability, and ongoing security challenges have caused painful waves of migration from all churches in the East, especially among young people.
With the renewal of war, Mar Awa III expressed hope that Christians around the world would recognize the suffering of their brothers and sisters in the East and understand the size of the challenges they face.
He encouraged them to support Christians in the region in ways that can help reduce continued migration, especially from Iraq.
He also called on the international community to play its part in addressing the economic and security causes of migration by supporting practical initiatives that help provide the conditions for a dignified life in a safe homeland.

This story was first published by ACI MENA, the Arabic-language sister service of EWTN News. It has been translated and adapted by EWTN News English.

3 luglio 2026

Concistoro: card. Sako (Iraq): “Serve un linguaggio nuovo e un impegno comune delle religioni per la pace”


Un’esperienza “nuova” e un’occasione di confronto reale nella Chiesa universale, ma anche la consapevolezza che servono risposte più concrete alle sfide del tempo presente.
È il bilancio che il card. Louis Raphael Sako, patriarca caldeo emerito di Baghdad, traccia al termine del recente Concistoro che si è svolto in Vaticano il 26 e 27 giugno e che è culminato con la messa nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nella Basilica di San Pietro, presieduta da Papa Leone XIV. Durante i lavori si è parlato, tra le varie cose, di conflitti e costruzione della pace, di impegno per il bene comune e di attuazione del cammino sinodale.
“L’idea di questo Concistoro è geniale – afferma al Sir il porporatoperché è un modo di vivere lo spirito sinodale che richiama la tradizione orientale: da noi le decisioni non vengono prese dal solo patriarca, ma dal sinodo, insieme”.
Mar Sako sottolinea il valore dello scambio tra i cardinali: “Questo confronto tra circa 178 cardinali è un fenomeno nuovo nella Chiesa: tutti hanno avuto la libertà di esprimersi e di parlare”.
Secondo il card. Sako, ora la fase decisiva è quella dell’attuazione: “Spetta alla Santa Sede adeguare queste proposte alle necessità di oggi, che non sono quelle di ieri”.
Durante i lavori di gruppo, i cardinali hanno parlato anche della comunicazione del messaggio cristiano. “Il messaggio della Chiesa deve essere per tutti. Non deve parlare solo a se stessa, come talvolta accade, ma anche ai non credenti, con un linguaggio comprensibile”, osserva il cardinale. Un cambiamento necessario in un contesto culturale profondamente mutato: “Non è cambiato solo il clima, è cambiata anche la cultura, anche per effetto di internet. Oggi siamo tutti molto attaccati al cellulare, forse più che alla preghiera”.
Da qui la necessità per la Chiesa di confrontarsi con le sfide globali: “Guerre, morte, distruzione, paura, emigrazione, corruzione: come aiutare la gente a riflettere e a orientarsi?”
In uno dei suoi due interventi, il patriarca caldeo emerito ha richiamato il limite dell’azione isolata della Chiesa: “La Chiesa cattolica da sola non può fare un miracolo per il mondo. Quando si parla di pace e di fine della violenza, non siamo separati dal mondo”. Per questo ha lanciato una proposta precisa: “Occorre un incontro con le altre Chiese, ma anche con le altre religioni, in particolare con l’Islam, per arrivare a un accordo comune che condanni ogni forma di guerra e promuova la pace, la convivenza e il rispetto della dignità umana”.
Un passaggio che nasce anche dall’esperienza diretta del Medio Oriente, dove – spiega – la percezione della realtà è molto diversa rispetto all’Occidente: “Per noi è una questione di essere o non essere”.
Nel confronto tra i due contesti, il cardinale evidenzia che in Occidente “prevalgono spesso gli interessi materiali”, mentre in Medio Oriente “la religione può diventare un’ideologia”, alimentando tensioni e conflitti.
I cristiani, in questa situazione, restano una minoranza numericamente sempre più ridotta: “In Iraq eravamo un milione e mezzo, oggi siamo poche centinaia di migliaia. In Siria si è passati dal 20% all’1%”.
Un dato che si accompagna a una forte emigrazione in tutta la regione.
Per il patriarca emerito, la prospettiva passa attraverso il dialogo e la costruzione di società inclusive: “Bisogna aiutare l’Islam a creare Stati civili e non religiosi. La religione riguarda le persone, non lo Stato. La cittadinanza deve essere uguale per tutti”. Un orizzonte che richiama la “laicità positiva” più volte evocata dal magistero della Chiesa. Nel bilancio dei lavori emerge anche il tema della riforma ecclesiale. “Non c’è ancora un messaggio ufficiale, ma è chiaro che la Chiesa deve cercare una riforma realista e pratica, e promuovere un dialogo positivo con tutti”, afferma Sako. In questo contesto invita a non irrigidirsi nella tradizione: “La tradizione – ricorda Mar Sako - non è una realtà morta, è viva, è spirito. Dobbiamo viverla oggi e comunicarla nel contesto attuale”.
Da tempo impegnato nel dialogo interreligioso, il cardinale ribadisce l’importanza di iniziative concrete e condivise, chiedendo alla Santa Sede un sempre maggiore sostegno: “Bisogna incoraggiare queste iniziative e guardare al presente, non solo al passato”.
Quanto al futuro dei cristiani in Medio Oriente, il giudizio resta prudente: “Non sono ottimista, sono realista: le guerre e il fondamentalismo aumentano”.
In questo scenario, ricorda, la comunità cristiana ha scelto una linea precisa: “Abbiamo sempre cercato di proteggere i cristiani rifiutando la logica delle armi, perché siamo contrari alla violenza e vogliamo restare fedeli alla pace”. Guardando alle prospettive, Sako indica una direzione chiara: “Porto con me il desiderio di un cambiamento nella mentalità della Chiesa e la proposta di un forum tra tutte le religioni per cercare insieme la strada della pace”.
Un impegno che, conclude, “non può essere portato avanti da soli, ma insieme agli altri, perché solo così si può davvero contribuire a salvare il mondo”.

Al Parlamento europeo, CSI parla dei cristiani in Iraq


Il 18 giugno, Christian Solidarity International ha partecipato a una riunione dell'Intergruppo del Parlamento europeo per i cristiani in Medio Oriente. L'incontro, svoltosi presso il Parlamento europeo a Strasburgo, si è concentrato sulla situazione dei cristiani in Iraq.
Joel Veldkamp, ​​direttore per la difesa dei diritti umani del CSI, ha informato i membri del Parlamento europeo insieme a Pascale Warda, ex ministro iracheno per i rifugiati e le migrazioni e fondatrice dell'Organizzazione per i diritti umani Hammurabi (HHRO).
CSI collabora con HHRO dal 2007 per aiutare cristiani, yazidi e altre minoranze religiose in Iraq. Nella sua presentazione, Veldkamp ha spiegato che i cristiani vivono in Iraq da quasi 2000 anni. Nonostante le occasionali persecuzioni subite dai vari governi iracheni, inclusa la dittatura di Saddam Hussein, nel 2003 l'Iraq ospitava ancora una delle più grandi comunità cristiane del Medio Oriente.
Ma l'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 ha scatenato un'ondata di violenza contro i cristiani. Più di due terzi dei cristiani iracheni sono fuggiti dal paese nei successivi 10 anni per sfuggire agli attentati alle chiese, alle sparatorie, ai rapimenti e ad altri abusi perpetrati da milizie sciite e dai jihadisti sunniti di al-Qaeda in Iraq, che in seguito si sarebbero trasformati nello Stato Islamico (ISIS).
Oggi l'ISIS non controlla più alcun territorio in Iraq. Tuttavia, i cristiani iracheni non sono ancora al sicuro.
Il Governo Regionale del Kurdistan, nel nord dell'Iraq, e il governo federale iracheno sono impegnati in una lotta di potere per il controllo della Piana di Ninive, il cuore dell'Iraq cristiano. I cristiani sono spesso soggetti a confische di terre e altri abusi. In base all'articolo 26 della legge irachena sulla carta d'identità nazionale, numerosi cristiani sono stati legalmente registrati come musulmani dal governo iracheno, una forma di conversione religiosa forzata.
 «Il futuro dei cristiani in Iraq è molto incerto», ha concluso Veldkamp.
«Ma i cristiani iracheni non hanno ancora perso la speranza. Stanno perseverando. E meritano il nostro sostegno».

Di seguito il testo integrale della presentazione di Veldkamp.
È un privilegio parlare dei cristiani iracheni e delle minacce che affrontano mentre cercano di preservare le loro comunità e le loro famiglie nella loro antica patria. È un privilegio speciale farlo al fianco di Pascale Warda, ex ministro per l'immigrazione e i rifugiati della Repubblica dell'Iraq. È una delle leader cristiane più conosciute e rispettate del Paese. Si batte per i diritti umani in Iraq fin dai tempi bui del regime di Saddam Hussein e continua a farlo ancora oggi.
Userò il mio tempo per inquadrare la situazione e fornire alcune informazioni di base sul contesto in cui versano i cristiani in Iraq, dopodiché la signora Warda parlerà più dettagliatamente delle sfide che i cristiani iracheni si trovano ad affrontare oggi.
Christian Solidarity International è un'organizzazione interconfessionale per i diritti umani. La nostra missione è sostenere la libertà religiosa e la dignità umana per tutti, con un impegno particolare nei confronti dei cristiani perseguitati e di altri popoli perseguitati. Siamo stati fondati in Svizzera nel 1977, dove abbiamo ancora oggi la nostra sede centrale. Forniamo aiuti umanitari ai cristiani perseguitati in quasi venti paesi del mondo e ci impegniamo a far conoscere la loro difficile situazione e a promuovere cambiamenti politici per porre fine alla persecuzione. Lavoriamo in Iraq dal 2007, dopo aver compreso la drammatica situazione in cui versavano i cristiani iracheni nel contesto della guerra statunitense.
Pascale Warda e suo marito, William Warda, ci hanno fatto conoscere il Paese e ci hanno aiutato ad avviare la nostra attività di soccorso. L'organizzazione da loro fondata, la Hammurabi Human Rights Organization, è da allora la nostra organizzazione partner in Iraq.

Cristiani iracheni nella storia
L'Iraq ospita alcune delle più antiche comunità cristiane del mondo. La tradizione della Chiesa ci insegna che il cristianesimo fu portato per la prima volta in Iraq dall'apostolo Tommaso. A differenza della maggior parte dei cristiani in Siria, Libano, Giordania e Terra Santa, i cristiani iracheni, di norma, non si identificano come arabi. Sono discendenti dei popoli che abitavano l'Iraq prima delle conquiste arabo-islamiche: gli assiri, i caldei, gli aramei, gli armeni e i siriaci. La maggior parte di loro parla varianti del neo-aramaico, una versione moderna della lingua parlata da Gesù Cristo. Circa l'80% dei cristiani iracheni appartiene alla Chiesa cattolica caldea, una chiesa in comunione con Roma, ma che ha un proprio patriarca e utilizza il rito siriaco orientale. Altri cristiani iracheni appartengono alla Chiesa assira d'Oriente, alle Chiese siro-ortodossa e siro-cattolica, all'Antica Chiesa d'Oriente, alle Chiese armena apostolica e armena cattolica e ad alcune chiese protestanti minori.
L'Iraq, come lo conosciamo oggi, è diventato uno stato indipendente nel 1932. Durante tutto il periodo dell'indipendenza, i cristiani hanno lottato per trovare la pace nel paese. Pochi mesi dopo l'indipendenza, il nuovo governo iracheno massacrò migliaia di cristiani a Simele, costringendo decine di migliaia di loro a fuggire in Siria. Negli anni '80, il dittatore Saddam Hussein distrusse 120 villaggi cristiani assiri e fece assassinare oltre mille cristiani, tra cui sacerdoti che si erano rifiutati di sostenere il suo regime. Ciononostante, nel 2003 in Iraq c'erano ancora 1,5 milioni di cristiani, pari a circa il 6% della popolazione. Si trattava di una delle più grandi comunità cristiane del Medio Oriente.

L'esodo di massa e il genocidio dei cristiani iracheni: 2003-2017
L'invasione e l'occupazione dell'Iraq guidate dagli Stati Uniti avrebbero portato i cristiani iracheni sull'orlo dell'estinzione. L'invasione scatenò una guerra civile settaria tra jihadisti sunniti, guidati dall'organizzazione nota come Stato Islamico dell'Iraq, che aveva dichiarato fedeltà ad al-Qaeda, e gruppi di miliziani sciiti, alcuni dei quali sostenuti dall'Iran. Entrambe le fazioni prendevano di mira i cristiani. L'occupazione statunitense non era disposta o non era in grado di proteggerli. Così, centinaia di migliaia di persone fuggirono dal paese. 
Il peggior attacco contro i cristiani iracheni si è verificato il 31 ottobre 2010. Quel giorno, uomini armati e un attentatore suicida dello Stato Islamico in Iraq hanno fatto irruzione nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza a Baghdad, uccidendo 58 persone durante la messa. Due giorni dopo, lo Stato Islamico in Iraq ha dichiarato in un comunicato: "Tutti i centri, le organizzazioni e le istituzioni cristiane, i leader e i fedeli, sono obiettivi legittimi". 
Dopo il 2010, la guerra in Iraq si è attenuata, e con essa anche la violenza contro i cristiani. Ma nella vicina Siria, gli Stati Uniti, la Turchia, l'Arabia Saudita e i loro alleati in Europa stavano fomentando una ribellione contro la dittatura di Bashar al-Assad. Questa ribellione si trasformò nell'ennesima guerra civile decennale. E in questa guerra, lo Stato Islamico in Iraq rinacque con un nuovo nome: lo Stato Islamico in Iraq e Siria, o ISIS. (In seguito si ribattezzarono semplicemente "Stato Islamico").
Nel 2014, l'ISIS è tornato prepotentemente in Iraq. Nel giugno del 2014, ha occupato Mosul, la seconda città più grande del paese. Nell'agosto del 2014, ha invaso la Piana di Ninive, il cuore dell'antica patria dei cristiani iracheni. Circa 200.000 cristiani iracheni sono fuggiti per salvarsi la vita, quasi dall'oggi al domani. L'ISIS ha rapito e ridotto in schiavitù centinaia di donne cristiane. Ma l'ISIS ha riservato una ferocia particolare alla comunità yazida irachena, un antico gruppo religioso che i fondamentalisti islamici considerano politeista. L'ISIS ha giustiziato migliaia di uomini yazidi e ridotto in schiavitù migliaia di donne yazidi, la maggior parte delle quali risulta ancora dispersa.
Nel 2017, una coalizione di forze governative irachene, forze curde e milizie sostenute dall'Iran ha riconquistato Mosul dall'ISIS, mentre aerei americani bombardavano la città dall'alto. Oggi, l'ISIS non controlla più alcun territorio in Iraq. Decine di migliaia di cristiani iracheni hanno potuto fare ritorno alle loro città nella piana di Ninive. Circa 200 donne cristiane rapite sono tornate alle loro famiglie, mentre si stima che una trentina siano ancora disperse. Le ferite inferte alle comunità cristiane irachene sono profonde. Se nel 2003 in Iraq vivevano 1,5 milioni di cristiani, oggi probabilmente ne rimangono solo circa 500.000. Il resto è fuggito dal Paese. Questa continua emigrazione, alimentata da pressioni esterne, rappresenta una minaccia esistenziale per il futuro dei cristiani in Iraq. 
Se il cristianesimo vuole sopravvivere in Iraq, i cristiani hanno bisogno soprattutto di sicurezza. Devono poter possedere terre, avviare attività commerciali e crescere i propri figli nella fede, senza il timore di essere bombardati, molestati dalle milizie o di vedersi portare via i figli.

Vittime di una lotta per il potere
 
Oggi, la sicurezza dei cristiani in Iraq è minacciata principalmente da due fattori. Il primo è il conflitto tra il governo federale iracheno e il governo regionale del Kurdistan, che trova un parallelo nel più ampio conflitto tra Turchia, Iran e Stati Uniti. Il secondo è la cultura di supremazia musulmana che permea l'Iraq. È stata proprio questa cultura a favorire il terrore che ha costretto quasi un milione di cristiani iracheni ad abbandonare la propria patria, e tale cultura persiste tuttora. Gran parte dell'Iraq settentrionale è governata dal Governo Regionale del Kurdistan (GRI), che gode di sostanziale autonomia dal 1991. Il GRI intrattiene generalmente buoni rapporti sia con gli Stati Uniti che con la Turchia. Tuttavia, è impegnato in una lotta con il governo federale iracheno per il controllo del territorio e delle risorse. Poiché i cristiani e gli yazidi sono più deboli rispetto ad altri gruppi in Iraq, i governi curdo e iracheno tendono a contendersi le loro terre, in particolare la Piana di Ninive. 
I cristiani che vivono nella Piana di Ninive devono costantemente negoziare tra le forze armate e i servizi di sicurezza curdi da un lato, e l'esercito federale iracheno e le Forze di Mobilitazione Popolare dall'altro. Le Forze di Mobilitazione Popolare sono una potente rete di milizie sciite, sostenute dall'Iran, che hanno contribuito alla sconfitta dell'ISIS nel 2017. Tutti questi gruppi perseguitano i cristiani, per impedire loro di collaborare con la controparte, o semplicemente perché ne hanno la possibilità. Occorre ricordare che molte di queste milizie sciite sono le stesse che hanno preso di mira i cristiani durante la guerra civile irachena. Questi gruppi continuano a controllare gran parte della Piana di Ninive e impediscono ai cristiani di accedere alle loro proprietà. Le Forze di Mobilitazione Popolare hanno creato una propria milizia cosiddetta "cristiana", le Brigate di Babilonia, per cercare di controllare la regione. Purtroppo, anche le forze di sicurezza curde spesso trattano male i cristiani. Questo conflitto impedisce inoltre ai cristiani di avere una reale rappresentanza nel governo iracheno. In Iraq, un certo numero di seggi sia nel parlamento federale che nel parlamento regionale curdo sono riservati ai cristiani. Tuttavia, sia il governo curdo che quello federale iracheno hanno creato partiti politici cristiani sotto il loro controllo e manipolano il sistema elettorale per assicurarsi la vittoria. Di conseguenza, quasi nessuno nel governo iracheno rappresenta realmente i cristiani. Nel 2023, il presidente iracheno revocò il riconoscimento governativo del cardinale Louis Sako come Patriarca della Chiesa cattolica caldea in Iraq. Il cardinale Sako affermò che si trattava di una punizione per aver cercato di difendere i diritti fondiari dei cristiani nella Piana di Ninive. Si trasferì quindi da Baghdad, la capitale dell'Iraq, a Erbil, capitale della regione curda, per protesta. Riuscì a tornare a Baghdad nel 2024, ma si dimise definitivamente sotto pressione tre mesi fa, nel marzo 2026.

Una cultura di supremazia musulmana
In Iraq, la religione di ogni cittadino è registrata presso lo Stato. La religione a cui una persona irachena è iscritta ha molte ripercussioni sulla sua vita, ma soprattutto influenza chi può sposare. Un uomo cristiano non può sposare legalmente una donna musulmana. Una donna cristiana può sposare un uomo musulmano, ma i loro figli saranno automaticamente considerati musulmani. Secondo l'articolo 26 della legge irachena sulla carta d'identità nazionale, se uno dei genitori si converte all'Islam, tutti i figli vengono automaticamente convertiti. Questo accade spesso quando un marito o una moglie vuole porre fine a un matrimonio infelice: si convertono all'Islam per ottenere il divorzio, e i figli rimangono registrati come musulmani, indipendentemente dalla religione che sceglierebbero per sé. Questo problema colpisce migliaia di cristiani iracheni. La cultura della supremazia musulmana si manifesta anche in altri modi. Quando i musulmani si appropriano abusivamente delle proprietà dei cristiani, per questi ultimi è molto difficile ottenere un intervento giudiziario. Anche quando i tribunali intervengono, è altrettanto difficile convincere la polizia a far rispettare la sentenza. Di conseguenza, i cristiani diventano facili bersagli. Nel 2024, il governo iracheno ha vietato quasi completamente la vendita di alcolici nel paese. Poiché il consumo di alcol è contrario alla legge islamica, questa decisione colpisce soprattutto i cristiani. Nel 2023, il governatore della provincia di Karbala ha vietato le celebrazioni natalizie e di Capodanno nella sua provincia. Il suo ufficio ha pubblicato un video in cui lo si vede camminare per la città, intimando ai negozianti di rimuovere gli alberi di Natale. Il Parlamento europeo e i governi europei possono sostenere i cristiani in Iraq chiedendo al governo federale iracheno e al governo regionale curdo di adottare misure concrete per risolvere alcuni di questi problemi. Si dovrebbe chiedere al governo iracheno di abrogare l'articolo 26 della legge sulla carta d'identità nazionale e di revocare il divieto di vendita di alcolici. Il governo iracheno dovrebbe essere sollecitato a garantire l'autonomia della Chiesa cattolica caldea e di tutte le chiese in Iraq. Si dovrebbe chiedere al Governo regionale curdo di dimostrare i progressi compiuti nella tutela dei diritti di proprietà dei cristiani. Entrambi i governi dovrebbero essere sollecitati a riformare i propri sistemi elettorali per garantire un'autentica rappresentanza cristiana. Il Parlamento europeo può inoltre sostenere i cristiani iracheni dialogando con le organizzazioni locali della società civile cristiana irachena, in particolare con l'Organizzazione per i diritti umani di Hammurabi. I loro rapporti dovrebbero contribuire al dialogo tra i leader europei e i leader iracheni. Il futuro dei cristiani in Iraq è estremamente incerto. Ma i cristiani iracheni non hanno ancora perso la speranza. Stanno perseverando. E meritano il nostro sostegno. Se me lo permettete, vorrei condividere un'ultima parola, non sull'Iraq, ma su un leader cristiano siriano di nome Suleiman Khalil. Suleiman Khalil è l'ex sindaco di Sadad, una città siriana. Nel novembre del 2015, l'ISIS lanciò un attacco contro Sadad. Ma il signor Khalil organizzò con successo la difesa della sua città, salvando centinaia di vite. È un vero eroe. Nel febbraio dello scorso anno, il nuovo governo siriano ha arrestato Suleiman Khalil. Da allora è detenuto in carcere senza accusa da 16 mesi. La sua famiglia ci ha chiesto di adoperarci per la sua liberazione.

Archbishop Warda: Iraq has long way to go to ensure equality for Christians

John Burger
June 30, 2026

Iraq is no longer plagued by a jihadist group, but for Christians, evangelization is almost out of the question.
Iraq is not the country it was in 2014, when the Islamic State group threatened Christians and other minorities as it sought to establish a caliphate.
Archbishop Bashar Matti Warda, the Chaldean archbishop of Erbil in northern Iraq, said in an interview that his country is much more stable than it was a dozen years ago and that Christians are free to practice their faith without fear.
But, he said, there is a long road to travel before Christians are truly on an equal footing with the rest of Iraqi society.
Archbishop Warda, who welcomed thousands of Christians to his diocese as they fled from Mosul and the Nineveh Plain in 2014, spoke with Dr. Robert Royal, special advisor to the board of Aid to the Church in Need-USA on the matter of Christian persecution, in the latest edition of the “Faith Under Siege” podcast (full broadcast below).
The archbishop said that many areas of the country enjoy greater security, and that nine villages that had been occupied by ISIS were now fully rebuilt, allowing 10,000 Christian families to return home.
But Iraq’s economy is still “uncertain” and the nation is still plagued by corruption, he complained.
“Final stability is not there,” Archbishop Warda told Royal, president of the Faith & Reason Institute in Washington, D.C. “Many young people struggle to find jobs.”
That is a major factor in the perennial struggle to maintain a Christian presence in Iraq.
Although churches can celebrate liturgies and carry out many pastoral practices freely, Christians are not equal citizens under the law, the archbishop maintains.
According to ACN’s Religious Freedom in the World Report, under Iraq’s 2005 constitution, Islam is the official state religion and a “source of legislation.”
Nothing may contradict Islam, the principles of democracy, or constitutionally recognized rights and freedoms. The governing document provides that the Islamic identity of most Iraqis and the religious rights of Christians, Yazidis, and Sabean-Mandeans are equally protected.
Still, the archbishop said, “being a minority you really need to struggle to get your rights. Everyone feels that we don’t have full rights as citizens.” Christians wonder, “Who’s going to protect us, to maintain our rights of citizenship?”
He said that the attitude of non-Muslims not being considered full citizens is “the reality we’ve been living over the past 14 centuries.” Therefore, Christians come to regard the Church as “the most powerful voice to advocate for their rights.”

Spreading the Gospel 
One particular problem Christians face in Iraq is in sharing their faith. The archbishop said that it’s “dangerous” for Muslims to convert to Christianity.
“The only thing we can do for inquirers is to inform them,” he said, adding that the Church does get a good number of inquiries from Muslims.
“Our Lady is quite a figure: she is adored by Muslims. When you visit our churches in Iraq, you see Muslims praying to Our Lady. Sometimes a whole family comes to inquire, and people will say, ‘I’ve seen Jesus in my dreams; I’ve seen our Lady in my dreams. Please explain what this means, what that means.’ … Whenever we tell them ‘This will put you in danger; we cannot really continue,’ they challenge me, ‘Who are you to prevent me from [believing in] Christ?’”
“At the end of the day, I would say, ‘I did not go and preach to them. They came, and it’s my responsibility to share with them the concern and faith that they have.’”
One answer to the dilemma is to strive to maintain the Church’s longstanding reputation as a reliable provider of education, healthcare and other services, he said. “We were always leaders in education, in healthcare. … Through those social services that we give with love and compassion and mercy and quality, we can make an impact.”
Archbishop Warda has established the Catholic University in Erbil, Mar Qardakh International School, and Maryamana Hospital. ACN has been a major supporter of the university and continues to provide scholarships for students attending the institution.
“Today we have more than 70 Muslim students,” the archbishop reported. “Families trust us. We are serious about trying to provide a quality education.
The archbishop acknowledged ACN’s help in rebuilding homes post-ISIS and in establishing the Catholic University in Erbil. But he suggested that the “biggest contribution” the papal foundation has made to Iraq is a matter of information.
Said the archbishop, “ACN helped people to not forget the persecuted Christians, not just in Iraq but around the world.”

Here is the full broadcast of Robert Royal’s interview with Archbishop Warda.