"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

12 marzo 2009

Dura lex, sed lex. Tareq Aziz e Muntazar Al Zaidi

By Baghdadhope

In due giorni la giustizia irachena ha emesso due verdetti a modo loro importanti.
La condanna a 15 anni di prigione per Tareq Aziz ieri, e quella a 3 anni per Muntazar Al Zaidi oggi.
Le accuse: aver avuto una parte attiva nell’uccisione nel 1992 di 42 commercianti accusati di aver lucrato sul prezzo dei prodotti in un’economia distrutta dalle sanzioni economiche nel caso di Tareq Aziz, aver lanciato due scarpe contro il presidente Bush durante una conferenza stampa lo scorso dicembre nel caso di Muntazar Al Zaidi.
Senza entrare nel merito dei processi e dei verdetti è interessante registrare due fatti.
Il primo è un’intervista rilasciata da Mons. Benjamin Sleiman, Arcivescovo latino di Baghdad, che nel 2003 ad
Asia News dopo avere sottolineato che “Tareq Aziz non era vice premier perché cristiano, ma perché era un grande amico di gioventù di Saddam. Con lui aveva compiuto anche alcune stragi nei loro primi anni di azione e aveva contribuito alla presa di potere del partito Baath” dichiarò che “... spesso come minoranza cristiana ottenevamo concessioni non da Aziz, ma da altri ministri musulmani. Ricordo ad esempio il caso di un libro di scuola che riportava dichiarazioni offensive nei confronti della religione cristiana: Aziz non fece nulla di fronte alle nostre proteste. Solo un ministro musulmano ordinò che quel libro venisse ritirato dalle scuole.”
Il secondo è che il gesto di Muntazar Al Zaidi non ha avuto solo conseguenze per il suo autore (che peraltro rischiava, come Tareq Aziz, 15 anni di prigione) ma anche per 100 operai turchi assunti a tamburo battente dalla
Baydan Shoe Company, per far fronte all’impennata di richieste delle scarpe modello 271, proprio quello lanciato da Al Zaidi e prontamente ribattezzato: “Bye Bye Bush.”
Lo scorso 2 marzo Tareq Aziz fu assolto in un altro processo e la decisione del Tribunale Speciale chiamato a giudicarlo fu accolta come segno di “indipendenza” e di “fiducia per il popolo”.
Ci vorrà tempo perchè il popolo iracheno possa tornare ad avere fiducia nelle istituzioni, un tempo che però deve passare anche per la bilancia della giustizia che queste due sentenze dimostrano debba ancora essere tarata per bene.

Iraq: Mons. Raho, Najim (Proc. caldeo) "Ricordo vivo". Ad Amman Papa incontra vescovi Iraq

Fonte: SIR

“Finché ci saranno persone come mons. Raho il Cristianesimo in Iraq, come in tutto il Medio Oriente, non avrà fine”. Padre Philip Najim, procuratore caldeo presso la Santa Sede e visitatore per l’Europa, ricorda così l’arcivescovo di Mosul, mons. Paulos Faraj Raho, ad un anno dalla sua morte (13 marzo 2008, dopo circa due settimane di rapimento). “Ha dato testimonianza della sua fede fino alla morte e il suo ricordo vive non solo tra i fedeli di Mosul e dell’Iraq ma anche tra gli iracheni all’estero” dichiara al Sir il procuratore caldeo. “Mons. Raho ha contribuito a rafforzare la comunità cristiana mediorientale e con lui i tanti sacerdoti e laici, penso a padre Ragheed Ganni e ai suoi suddiaconi (uccisi il 3 giugno 2007, ndr), che hanno perso la vita per la fede divenendo martiri della Chiesa mediorientale, che per quanto piccola numericamente è viva. Finché ci saranno figure come loro il Medio Oriente resterà terra fertile per la fede cristiana”. In questo senso “la visita di Benedetto XVI in Terra Santa rafforzerà i cristiani locali e servirà a ricordare loro che fanno parte della Chiesa e che sono nel cuore del Papa”. “Benedetto XVI – conclude mons. Najim – proprio per questo incontrerà ad Amman, nella tappa giordana del suo viaggio, l’intero episcopato iracheno, appositamente invitato, guidato dal patriarca Delly. Un gesto altamente significativo”.

Iraq: Msgr. Raho, Najim (Chaldean procurator) "Live memory" : Pope meets Iraq bishops in Amman

Source: SIR

“As long as there are people like Msgr. Raho, Christianity in Iraq, as in the whole Middle East, will never come to an end”. Father Philip Najim, Chaldean procurator at the Holy See and visitor for Europe, thus recalled the archbishop of Mosul, Msgr. Paulos Faraj Raho, one year after his death (13 March 2008, after about two weeks' kidnapping). “He witnessed his faith until his death, and his memory is alive not only among the believers of Mosul and Iraq, but also for the Iraqi people abroad”, said the Chaldean procurator to SIR. “Msgr. Raho paid a contribution to strengthen the Christian community in the Middle East, together with lots of priests and laymen (I'm thinking of Father Ragheed Ganni and his subdeacons (killed on 3 June 2007 – editor's note), who lost their lives for their faith, becoming martyrs of the Middle East Church. However small in number, the Middle East Church is lively. As long as there are figures like them, the Middle East will remain a fertile land for the Christian faith”. In this sense, “the visit of Benedict XVI to the Holy Land will strengthen the local Christians, and will also remind them that they are part of the Church and in the heart of the Pope”. “Exactly for this reason, during the Jordan stage of his journey – concluded Msgr. Najim, – Benedict XVI will meet the whole Iraqi episcopate in Amman, led by Patriarch Delly. The episcopate was invited for the Pope's visit. It is a highly meaningful gesture”.

10 marzo 2009

Bassora e Baghdad. Mons. Warduni: "Abbiamo speranza!"

By Baghdadhope

"E' stata un'esperienza bellissima" con queste parole Monsignor Shleimun Warduni, patriarca vicario caldeo, ha commentato nel corso di un'intervista telefonica a Baghdadhope la recente visita fatta insieme al patriarca della chiesa caldea, Mar Emmanuel III Delly, alla diocesi di Bassora in occasione dell'ordinazione corepiscopale di Padre Emad Aziz Al Banna.
La cerimonia, svoltasi con grande partecipazione di fedeli e religiosi si è svolta nella chiesa di Santa Teresa, "Santa Teresa dei latini" ha specificato Monsignor Warduni ricordando come da qualche anno la chiesa caldea ha in uso quella chiesa visto che "la nostra è piccola e non adatta alle cerimonie e che a Bassora ci sono alcune famiglie latine ma non un loro sacerdote."
Ma la visita a Bassora, la prima del Cardinale Delly dalla sua nomina a patriarca nel 2003, non si è limitata alla cerimonia. Dal punto di vista ecumenico è stata caratterizzata da uno scambio di visite della delegazione caldea alle chiese siro-cattolica, siro-ortodossa e armeno-ortodossa i cui sacerdoti si sono poi recati a salutare il patriarca.
"L'altro ieri, inoltre" ha continuato il vescovo "abbiamo incontrato i capi religiosi musulmani e rappresentanti del governo e dell'esercito che hanno voluto salutare il patriarca e congratularsi di persona con Padre Al Banna che è molto stimato e considerato un elemento importante per il cammino verso la pace. Un sacerdote che è sempre rimasto vicino ai fedeli come seminatore di pace e che ha sempre intrattenuto buoni rapporti con tutte le realtà cittadine."
Monsignore, quando nell'ottobre del 2006, Monsignor Jibrail Kassab, da dieci anni vescovo di Bassora, fu destinato a guidare la nuova eparchia di Australia e Nuova Zelanda dichiarò che a Bassora delle circa 1000 famiglie caldee che vi vivevano prima del 2003 ne erano rimaste solo circa 200. Com'è oggi la situazione?
"Ora ci sono circa 260 famiglie. Si è registrato un certo aumento quindi. D'altra parte la situaizone sta migliorando. Noi stessi ci siamo meravigliati arrivando in città. Il trafffico, i negozi aperti, le donne che andavano a fare la spesa, le nostre donne che arrivavano in chiesa a capo scoperto e che indossano il velo solo in chiesa come è tradizione per noi. Tornando a Baghdad ci siamo anche fermati a Al Amarah dove siamo stati accolti con canti e applausi dalle circa 20 famiglie che lì vivono. E' stato un momento di vera gioia."
Una situazione migliore a Bassora quindi ma per quanto riguarda Baghdad? Negli ultimi giorni si sono registrati dei sanguinosi attentati...
"Sì, purtroppo sì. Eppure anche a Baghdad la situazione sta migliorando. Sabato scorso, ad esmpio, sono iniziati i lavori di restauro della chiesa di San Pietro e Paolo a Dora. La chiesa che a causa degli attentati del 1 agosto 2004, delle violenze e della presenza militare americana nella zona era rimasta inagibile per lungo tempo. Speriamo che i lavori procedano speditamente per poter riaprire la chiesa in occasione delle cerimonie pasquali."
Questo vuol dire che c'è speranza che anche il seminario maggiore caldeo ed il Babel College, trasferiti da Dora nel nord dell'Iraq per motivi di sicurezza nel gennaio del 2007 verranno riaperti?
"Certamente. Proprio oggi mi recherò a Dora per prendere accordi. In ogni caso vogliamo prima terminare i lavori alla chiesa di San Pietro e Paolo. Per adesso, comunque, gli edifici del seminario e del collegio sono presidiati da nostre guardie. La nostra speranza, come cittadini iracheni e come cristiani, è che tutti questi piccoli segni possano portare l'Iraq sul cammino della pace e della riconciliazione e che i nostri fedeli possano avere un futuro nella loro patria."

Basra and Baghdad. Msgr. Warduni: "We have hope!"

By Baghdadhope


"It was a beautiful experience"
with these words Msgr.Shleimun Warduni, Chaldean vicar patriarch commented during a telephone interview with Baghdadhope the recent visit he paid together with the patriarch of the Chaldean church, Mar Emmanuel III Delly, to the Diocese of Basra for the chorepiscopal ordination of Father Emad Aziz Al Banna.
The ceremony, held with great participation of faithful, priests and nuns, was in the church of Saint Therese, “Saint Therese of the Latins” stated Msgr.Warduni recalling how since some years ago the Chaldean church has been using that church because "our is small and not suitable for ceremonies and in Basra there are some Latin families but not a Latin priest. "
But the visit to Basra, the first of the Cardinal Delly since 2003 when he was appointment as patriarch, was not limited to the ceremony. From the point of view of ecumenism it was characterized by the visits the Chaldean delegation paid to the Syriac Catholic, Syriac Orthodox and Armenian Orthodox churches the priests of which went to greet the patriarch.
"Moreover, the day before yesterday" continued the bishop, “we met some Muslim religious leaders and representatives of the government and the army who wanted to greet the patriarch and congratulate Father Al Banna who is highly respected and considered as an important element on the path towards peace. A priest who always remained close to the faithful, who sowed the seeds of peace and who has always maintained good relations with all parts in the city."
When, in October 2006, Archbishop Jibrail Kassab, Bishop of Basra since 1996, was appointed to guide the new Eparchy of Australia and New Zealand he said that in Basra there were only 200 Chaldean families out of the 1000 who used to live there before 2003. How is the situation now?
"Now there are about 260 families. There was a certain increase. On the other hand the situation is improving. We were amazed when we arrived. Traffic, shops open, women going shopping, our women coming to church with their hairs uncovered and wearing the veil only in the church as it is traditional for us. On the way back to Baghdad we stopped also in Al Amarah where we were greeted with chants and applauses by the about 20 families living there. It was a moment of true joy. "
A better situation then in Basra, but what about Baghdad? In the last days there have been bloody attacks ...
"Yes, unfortunately yes. But even in Baghdad the situation is improving. On last Saturday, for example, the restoration of the church of St. Peter and Paul in Dora began. The church that because of the attacks on August 1 2004, the violence and the American military presence in the area remained closed for a long time. We hope works will proceed quickly to reopen the church for the Easter ceremonies."
Does it mean that there is hope that the Chaldean Major Seminary and the Babel College, transferred from Dora to northern Iraq for security reasons on January 2007, will be reopened?
"Absolutely. Today I am going to make arrangements for them. However we want to finish the works in the church of St. Peter and Paul. By now, however, the buildings of the seminary and the college are manned by our guards. Our hope, as Iraqi citizens and as Christians, is that all these little signs may lead Iraq on the path of peace and reconciliation and that our people can have a future in their homeland."

Ordinazione di un nuovo corepiscopo per la chiesa caldea





By Baghdadhope

Fonte: Ankawa.com

Nella chiesa caldea di Santa Teresa a Bassora il patriarca caldeo Cardinale Mar Emmanuel III Delly, accompagnato dal vicario Monsignor Shleimun Warduni, ha celebrato l'ordinazione corepiscopale di Padre Imad Aziz Al Banna già procuratore patriarcale per la diocesi di Bassora. "Meritevolmente" così ha detto il patriarca Delly riferendosi alla assidua ed attiva presenza di Padre Al Banna a fianco delle famiglie caldee rimaste nella città irachena. Presenza che ha assunto particolare rilievo da quando nel 2006 il precedente vescovo di Bassora, Monsignor Jibrail Kassab fu destinato a guidare la prima eparchia dell'Australia e della Nuova Zelanda che ha il titolo di "San Tommaso Apostolo di Sidney dei Caldei."
La diocesi di Bassora ha una lunghissima storia. Eretta nel V secolo con il titolo di Arcieparchia di Perat-Maishan nel 1954 assunse quello di Arcieparchia di Bassora e fu affidata a Mons. Joseph Gogué. Ora, dal 2006, è una sede vacante ma prima o poi, nel prossimo sinodo caldeo di fine aprile o successivamente, la questione dovrà essere risolta. Gli inviti che tutti i vescovi caldei hanno rivolto ai propri fedeli fuggiti all'estero a tornare alle proprie case passa anche dall'organizzazione della chiesa, e Bassora ha un'importanza storica e simbolica da considerare. E' pur sempre l'unica diocesi nell'Iraq meridionale. L'Iraq che da sempre ha visto i cristiani abitarlo in tutte le sue parti, ciò che tutti auspicano.
Durante la sua visita a Bassora, il patriarca ha anche visitato alcune chiese ed un asilo gestito dalle suore della Presentazione.

Ordination of a new Chorepiscop for the Chaldean church




By Baghdadhope

Source: Ankawa.com

In the Chaldean church of Saint Therese in Basra the Chaldean Patriarch, Cardinal Mar Emmanuel III Delly, accompanied by the vicar Msgr. Shleimun Warduni, celebrated the chorepiscopal ordination of Father Imad Aziz Al Banna already patriarchal procurator for the Diocese of Basra. "Deservedly" so said the Patriarch Delly referring to the diligent and active presence of Father Al Banna alongside the Chaldean families that remained in the Iraqi city. Presence that has become particularly important since 2006 when the former Bishop of Basra, Archbishop Kassab Jibrail, was appointed to guide the first Eparchy of Australia and New Zealand which has the title of "St. Thomas the Apostle of Sydney of the Chaldeans."
The Diocese of Basra has a long history. Erected in the fifth century under the title of Archeparchy of Perat-Maishan in 1954 assumed that of Archeparchy of Basra and was entrusted to Bishop Joseph Gogué. Now, since 2006, is a vacant seat, but sooner or later, in the next Chaldean synod scheduled by the end of April or afterwards, the matter should be resolved. The calls that all Chaldean bishops made to their faithful fled abroad to return to their homes get also thruth the organization of the church, and Basra has an historical and symbolic importance to consider. It is the only Chaldean diocese in southern Iraq. The Iraq that has always seen the Christians live in all its parts, somthing that all firmly hope.
During his visit to Basra, the Patriarch also visited some churches and a nursery school run by the Nuns of the Presentation.

6 marzo 2009

La Verità e l'Amore di Cristo non si spengono con la morte dei martiri ma risplendono attraverso i fedeli

By Baghdadhope

Domenica 8 marzo la luce delle candele filtrerà dalle finestre dei poveri e dei ricchi, di chi vive in Svezia da lungo tempo e di chi è arrivato da poco, di chi in chiesa ci va sempre e di chi solo nelle feste comandate. Case diverse, vite diverse, ma con una cosa in comune: in ognuna di esse vive una famiglia irachena.
E tutte hanno risposto all’appello di Padre Paul Rabban, il sacerdote iracheno di Eskilstuna che ha chiesto di accendere una candela in memoria di Monsignor Faraj P. Raho, il vescovo di Mosul rapito ed ucciso lo scorso anno, ma anche di tutti gli altri martiri, e di pregare per la pace in Iraq ed in tutto il Medio Oriente.
“Già domenica scorsa abbiamo lanciato l’appello nel corso della messa domenicale a Västerås, una città della Svezia centrale” ha dichiarato Padre Paul Rabban a Baghdadhope “e domenica 8 lo rinnoveremo ad Eskilstuna ed a Stoccolma”.
“La Luce ed il Fuoco della Verità e dell’Amore di Cristo non si spegneranno con la morte dei martiri ma, al contrario, risplenderanno nel mondo intero attraverso i fedeli.” Con queste parole Padre Paul Rabban ha descritto il significato spirituale dell’iniziativa che segna anche in Svezia un periodo di intensa commozione legato al ricordo dei martiri iracheni e che in tutto il mondo si sta traducendo in messe di commemorazione. Martiri che, come informa Padre Rabban, sono stati ricordati domenica primo marzo anche nella Cattedrale cattolica di Stoccolma di Saint Eric da Mons. Anders Arborelius, vescovo della Svezia, da poco tornato da un viaggio nel nord dell’Iraq dove, in compagnia del sacerdote siro cattolico che vive a Stoccolma, Padre Adris Hanna, e del vicario per le chiese orientali in Svezia, Padre Matthias Grahm, ha potuto visitare molti villaggi e città e dove, ha dichiarato lo stesso Mons. Arborelius, ha vissuto momenti di intensi commozione nel fare visita alla famiglia di Padre Ragheed Ganni, il sacerdote caldeo ucciso a Mosul nel giugno del 2007, e nel celebrare la Santa Messa nella chiesa di Karamles dove sono sepolti Padre Ragheed ed ancora per pochi giorni lo stesso Mons. Raho il cui corpo verrà traslato il prossimo 13 di marzo nella chiesa di San Paolo a Mosul come da sua precisa volontà testamentaria.

Truth and Love of Christ will not be extinguished by the death of martyrs but will shine through the faithful

By Baghdadhope

On Sunday, March 8, the light of candles will filter through the windows of the poor and the rich, of those who have been living in Sweden for a long time and of the recentlyarrived, of those who goes to church regularly and of those who go only on Christmas and Easter.
Different homes, different lives, but with one thing in common: in each of them lives an Iraqi family. And all of them answered the call of Father Paul Rabban, the Iraqi Chaldean priest of Eskilstuna who asked to light a candle in memory of Archbishop Faraj P. Raho, the bishop of Mosul abducted and killed last year, but also of all the other martyrs, and to pray for peace in Iraq and throughout the Middle East.
"Already last Sunday we launched the appeal during the Sunday Mass in Västerås, a town in central Sweden," said Father Paul Rabban to Baghdadhope "and on Sunday 8 we will renew itin Eskilstuna and Stockholm"
"The Light and the Fire of Truth and Love of Christ will not be extinguished by the death of martyrs, but on the contrary, they will shine in the whole world through the faithful."
With these words Father Paul Rabban described the spiritual meaning of the event that in Sweden marks a period of intense emotion linked to the memory of the martyrs of Iraq and in the world is being translated into commemoration ceremonies.
Martyrs who, as Father Rabban said, were remembered on Sunday, March 1, in the Catholic Cathedral of Saint Eric in Stockholm by Msgr. Anders Arborelius, the Bishop of Sweden, recently returned from a trip in northern Iraq where, together with the Syriac Catholic priest living in Stockholm, Father Adris Hanna, and the vicar for the oriental churches in Sweden, Father Matthias Grahm, was able to visit many villages and cities and where, as the same Bishop Arborelius said, he experienced moments of deep emotion meeting the family of Father Ragheed Ganni, the Chaldean priest killed in Mosul in June 2007, and in celebrating the Holy Mass in the church in Karamles where are buried Father Ragheed and still for a few days the same Archbishop Raho whose body will be moved on March 13 in St. Paul church in Mosul as he left written in his last will.

Cristiani in Iraq per la pace e la democrazia. Intervista all'arcivescovo di Kirkuk dei Caldei, Louis Sako


di Francesco Ricupero

"La situazione in Iraq per i cristiani sta lentamente tornando alla normalità. Molte famiglie sono riuscite a tornare nelle loro città di origine senza difficoltà. Questo è un buon segnale perché gli iracheni hanno bisogno di stabilità e di pace. Occorre però lavorare fin da subito sulla riconciliazione con le varie comunità presenti nel Paese. Cristiani e musulmani hanno bisogno l'uno dell'altro, non possiamo permetterci ulteriori divisioni che potrebbero danneggiare seriamente l'Iraq. La Chiesa può essere strumento per il dialogo e per la pace e ponte con l'Occidente".
Lo ha detto a "L'Osservatore Romano" l'arcivescovo di Kirkuk dei Caldei, monsignor Louis Sako, in merito al ritorno di alcune famiglie cristiane in Iraq. Arcivescovo Sako, cosa è cambiato in Iraq negli ultimi mesi per la comunità cristiana?
"Possiamo sicuramente parlare di un lento miglioramento. Molti cristiani stanno tornando dalla Siria, dal Libano, dalla Giordania, dal Nord del Paese per recuperare le loro case, i loro beni e il loro lavoro. La Chiesa è grata a tutti i Governi che hanno dato ospitalità alla nostra comunità. Proprio la settimana scorsa altre cinque famiglie cristiane sono tornate a Kirkuk. Adesso sono sicuro che potranno condurre una vita dignitosa anche perché i salari sono più alti. Un professore, per esempio, riesce a guadagnare al mese più di quattrocento dollari statunitensi e si può permettere di mantenere la famiglia. Al tempo del precedente regime questi stipendi erano impensabili, a malapena riuscivano a guadagnare tre dollari al mese."
Pensa che questo clima di fiducia possa contribuire al raggiungimento della democrazia nel Paese?
"La democrazia per l'Iraq è indispensabile, ma non l'abbiamo mai avuta. Gli iracheni non sanno cosa significa vivere in un paese democratico. Abbiamo vissuto per tanti anni in un regime dittatoriale. Pian pianino dobbiamo uscire da quella "forma mentis" e abituarci ad un nuovo modo di vivere, ma non sappiamo cosa fare e come comportarci. Occorre formare i politici e le persone alla democrazia per questo chiediamo aiuto alla Santa Sede e alla comunità internazionale."
Cosa succederà quando le truppe Usa lasceranno l'Iraq? C'è il timore di un intensificarsi di attentati terroristici?
"Questa è la nostra grande preoccupazione. Se da un lato è giusto che i militari abbandonino gradualmente l'Iraq, dall'altro c'è il pericolo che il Paese difficilmente riesca a stare in piedi senza l'aiuto internazionale. Non si può lasciare l'Iraq indifeso. Occorre creare una forza militare che sia in grado di garantire la sicurezza interna e anche fuori dai confini. Questo è possibile anche con il contributo della politica. È indispensabile la riconciliazione tra i gruppi politici iracheni, poiché questo è un Paese fragile, non c'è niente di solido, occorre rafforzare tutto."
Come ha risposto il Paese alle ultime elezioni per i consigli provinciali?
"C'è stata una presenza massiccia alle urne, questo dimostra che gli iracheni sono già aperti alla democrazia. I risultati delle ultime elezioni hanno dimostrato che il popolo ha bisogno di uno stato laico, non teocratico. Purtroppo, ai cristiani sono stati assegnati soltanto tre seggi a Bassora, Baghdad e Kirkuk, ma è troppo poco, ci vorrebbero almeno otto-dieci seggi. Dobbiamo lavorare su questo, dobbiamo riuscire a ottenere più rappresentatività alle prossime elezioni. Adesso, sia la Chiesa che i partiti politici devono impegnarsi per garantire i diritti dei cristiani."
Quale contributo può dare la Chiesa per facilitare il rientro dei cristiani e impedire la loro fuga dall'Iraq?
"Dobbiamo lavorare molto sulla pastorale, aggiornare il nostro messaggio, migliorare le relazioni con i musulmani. Le Chiese orientali sono piccole e deboli, ma insieme possono fare un miracolo perché i musulmani hanno bisogno dei cristiani."
Che la situazione interna stia migliorando lo dimostra l'apertura nei giorni scorsi della chiesa Assira dell'Est, pensa che altri luoghi di culto possano tornare a funzionare?
"È vero questo è un segnale confortante. Proprio alcuni giorni fa è stata riaperta dopo due anni la chiesa dedicata al beato Mar Zaiya nel pericoloso quartiere di Dora/Al Mekanic. Alla cerimonia di apertura della chiesa erano presenti numerosi fedeli e tanti sacerdoti. Anche noi Caldei abbiamo al momento tre Chiese che sono state chiuse qualche anno fa. Purtroppo, al momento, non ci sono sacerdoti disponibili per le funzioni liturgiche, ma sono sicuro che quando la situazione tornerà alla normalità, le tre Chiese saranno riaperte ai fedeli."
Lei aveva auspicato un Sinodo per la Chiesa orientale. Ne ha parlato anche con il Papa in occasione della visita ad limina in Vaticano?
"Sì, ho chiesto al Santo Padre un Sinodo che possa aiutarci a trovare la strada giusta per uscire dalla crisi. Il Papa si è detto disponibile e ci ha rassicurato che la Santa Sede sarà al nostro fianco. La comunità cristiana in Iraq ha bisogno di un segnale forte, ha bisogno di tanta serenità e speranza. Dobbiamo lavorare tutti insieme per impedire che gli iracheni lascino il Paese. Se la gente va via se ne va anche la storia."

KASSARJI: «Così in Libano aiutiamo i cristiani in fuga»

Fonte: Tracce.it

di Ida Soldini

Quale futuro per i cristiani in Iraq? Partendo da questo interrogativo, si è svolto da poco a Beirut il convegno internazionale “L’agonia dei cristiani iracheni: è la fine o sarà la resurrezione?”. Tra gli organizzatori, monsignor Michel Kassarji, vescovo caldeo in Libano dal 2001 e da diverso tempo testimone dell’esodo dei cristiani dall’Iraq.
Tracce.it lo ha incontrato, per capire cosa significhi vivere la fede in questa terra.
Da dove è nata l’idea del convegno?
"In questi quattro anni siamo stati sommersi dai profughi provenienti dall’Iraq. Ho sentito quindi la necessità di affermare pubblicamente che questo fenomeno costituisce un pericolo. Non solo per i cristiani, che in Iraq sono oggetto di un preciso attacco, ma per la convivenza di tutti i popoli mediorientali e per la stessa comunità musulmana. Con questo gesto pubblico volevamo raggiungere proprio l’opinione pubblica musulmana. E, a mio avviso, ci siamo riusciti: hanno seguito il convegno molte televisioni, fra le quali anche Al Jazeera e la tv del partito democratico del Kurdistan iracheno."
Qual è oggi la situazione dei profughi?
"La guerra ha causato in Iraq un esodo di quattro milioni di persone, e tanti di quelli rimasti stanno per partire. Hanno deciso che per loro qui non c’è futuro, hanno perso la speranza. È impossibile avere cifre esatte, ma si stima che un emigrato su cinque sia cristiano. Rispetto alla popolazione cristiana presente prima della guerra, circa un milione di persone, sono ben più del 60%. In Libano sappiamo dove sono, chi sono, di cosa hanno bisogno: oggi a Beirut ci sono circa 700 famiglie, in tutto 5mila persone; tanti altri sono già partiti oltremare. Ma in Siria, in Giordania e nell’Iraq stesso, nessuno sa quanti siano e cosa debbano patire. È gente che fugge da un pericolo senza nome, fatto di uno stillicidio di atrocità e di ingiustizie, vivendo nella paura. Quando finalmente arrivano in Libano sono l’ombra di sé stessi. Moltissimi sono anche gravemente malati: abbiamo molti più casi di cancro rispetto alla media della popolazione."
E in Libano cosa li attende?
"Il limbo: non sanno quando potranno partire, né per dove. L’Onu, per esempio, considera “adulti” i diciottenni, e li tratta con progetti separati dai genitori. Così non si pone alcun problema se i primi vengono mandati in Australia e i secondi, per esempio, in California. Come vede il futuro? Credo che ciò che oggi è una questione irachena, possa facilmente diventare un problema per l’intero Medio Oriente. Se nessuno si muove per difendere l’esistenza di persone che non sono considerate cittadini come gli altri per via della loro confessione, si può aprire qualunque tipo di scenario."
Quale via si può seguire, quindi, per porre rimedio a questa tragedia?
"Concludendo il convegno, abbiamo rivolto delle raccomandazioni a tutti gli attori implicati: alle chiese abbiamo chiesto di dimostrare unità d’intenti e di preghiera; al governo iracheno, di fondare i diritti delle persone sulla cittadinanza e di difendere le minoranze al suo interno; alle autorità libanesi, di sovvenire ai bisogni dei profughi; all’Onu, di creare uffici per far fronte alle necessità di questa gente; alla comunità islamica, di emettere fatwe e leggi che tutelino i cristiani nei paesi a maggioranza musulmana. Solo uno sforzo congiunto può far finire la fuga dei cristiani."
In Medio Oriente tutti sanno che la loro presenza è una ricchezza. Perché allora non la tutelano? Perché non vogliono vedere quel che sta accadendo?In che modo potremmo aiutarla?
"Io in Libano sono solo: gli altri vescovi caldei sono in Iraq o in altre parti del mondo, e non ho altri preti caldei con me. Mi aiutano alcuni maroniti. I fedeli sono triplicati nel giro di tre anni, perciò ho davvero bisogno di aiuto. Tanti cominciano a diventare aggressivi con la Chiesa: gli unici cui possono rivolgersi in certi casi siamo noi, ma non riusciamo ad aiutarli. Siamo riusciti ad acquistare un centro in cui installare due ambulatori medici e un servizio d’assistenza sociale, ma è ancora da ristrutturare e da mettere in funzione."
Quale messaggio vorrebbe trasmettere ai lettori di Tracce.it?
"Devo ringraziare molto la gente del movimento, per quello che fa per me. L’ho detto anche a Benedetto XVI, incontrandolo lo scorso 29 gennaio in una visita ad limina. Gli ho raccontato cosa viviamo a Beirut e in Iraq. Quando m’ha chiesto: «Ma chi ti aiuta?», ho risposto: «Comunione e Liberazione!»."

5 marzo 2009

Ma noi non ci arrendiamo

Fonte: Tempi
numero 10 05 Marzo 2009

«Preferisco morire da martire in patria che vivere da schiavo ovunque altrove».
Così rispondono i caldei iracheni alle violenze dei terroristi islamici che li stanno decimando
di Ida Soldini

Beirut - Politici e militari. Membri del parlamento e media di tutto il Medio Oriente. Autorità religiose sia cristiane che musulmane. Non mancava proprio nessuno al convegno delle Chiese cristiane d’Oriente intitolato “Cristiani d’Iraq: Agonia di una presenza o resurrezione” che si è svolto a Beirut lo scorso 19 febbraio. Scopo dell’iniziativa, voluta dal vescovo caldeo di Beirut Michel Kassarji e ospitata dall’università di Notre Dame de Louaizé dei maroniti: affermare che la presenza dei cristiani in Medio Oriente è minacciata gravemente e che la sua perdita sarebbe una tragedia per tutti i popoli della regione.
«Tutti hanno contribuito all’esclusione dei cristiani iracheni, e molti ne facilitano la partenza», ha detto monsignor Kassarji nel suo intervento. A«Dal buio di questo tunnel, noi cominciamo però oggi a prendere coscienza del fatto che se i cristiani vanno perduti, allora tutti si perdono. Perché la tradizione musulmana non ha mai conosciuto una simile esclusione dei cristiani dalla vita dei vari paesi. Con questo convegno vogliamo lanciare l’allarme a riguardo del destino dei cristiani iracheni. Il modello iracheno è un’anticipazione di quanto è destinato ad accadere in tutto il Medio Oriente: un processo il cui unico esito possibile è lo svanire della presenza cristiana. I nostri antenati hanno vissuto le persecuzioni: la loro esperienza ci scorre nelle vene, è il nostro stesso sangue, e per questo noi dobbiamo restare. Ed è possibile che ciò avvenga, se ci verrà dimostrato anche solo un briciolo di solidarietà».
Ad ascoltarlo c’erano rappresentanti di tutte le Chiese e i riti cristiani del Libano: melchiti, caldei, assiri, maroniti, armeni, greco-ortodossi e tutti gli altri. Ma c’erano anche i rappresentanti dei musulmani sunniti e dei drusi, l’islamico Mohammad Sammak, segretario generale del Comitato cristiano-musulmano per il dialogo, gli ambasciatori di Spagna e dell’Iraq, il responsabile dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i profughi a Beirut, esponenti di tutti i partiti libanesi e tante, tante televisioni libanesi ed arabe: Anb, Lbc, Future Tv, Tele Lumiere (cristiana), Noursat, Otv, Sat 7 (cristiana libanese internazionale), Sumariya (irachena) Al Jazeera e Kurdistan Satellite Channel (la tivù del Partito democratico del Kurdistan iracheno).Tanti gli oratori che si sono succeduti sul podio, ma nessuno di loro ha pronunciato la benché minima accusa nei confronti dei gruppi di popolazione ai quali appartengono gli autori di omicidi, stupri, furti, intimidazioni, attentati che si succedono come uno stillicidio e che hanno talmente provato i cristiani iracheni da far perdere loro la speranza di un futuro possibile nel paese in cui vivono da 2.000 anni. Nessuno degli interventi ha citato né l’etnia né la confessione degli autori di atrocità che pure sono rivendicate, le cui intenzioni sono dichiarate. Una madre la cui figlia è stata rapita, violentata e che in seguito è stata buttata morta sulla piazza del paese ha detto di aver ricevuto questa telefonata: «Non vogliamo soldi, l’abbiamo fatto per spezzarvi il cuore».

L’ambasciatore si alza e se ne
va
Mohammad Sammak è intervenuto per sottolineare che il diritto dei cristiani a restare è fondato sulla lettera del Corano. Nonostante tutto questo qualcuno si è offeso: l’ambasciatore iracheno in Libano ha abbandonato il consesso nel bel mezzo del suo svolgimento, offeso perché ha ritenuto che lo Stato iracheno sia stato accusato di inadempienza nei confronti dei cristiani. Si è offeso perché il problema è stato semplicemente posto, perché è stato detto che un problema c’è.Tre i vescovi caldei iracheni presenti ai lavori, ospiti dell’Eparchia caldea di Beirut che si trova non lontano da uno dei grandi quartieri sciiti della città. C’erano l’arcivescovo di Kirkuk, monsignor Louis Sako, ben noto ai lettori di Tempi, il vescovo ausiliario di Baghdad Mar Andraos Abouna, dotato di uno humor raffinato e contagioso, e Mar Micha Maqdassi, vescovo di Al Qosh (la cittadina presso il cui monastero durante il XVI secolo i cristiani assiri decisero di ricongiungersi con Roma), un montanaro del nord, come egli stesso si definisce, borbottando fra sé: «Io preferisco morire martire nel mio paese che vivere da schiavo ovunque altrove».
Ma c’erano anche esponenti della Chiesa assira orientale, cioè di quei cristiani iracheni che sono rimasti separati da Roma anche dopo il 1553. Il loro atteggiamento riempie di stupore: nonostante provengano da una realtà in cui la tragedia è la stoffa del quotidiano, nell’incontrarli ci si accorge che questi uomini non sono né impauriti né rancorosi, né tristi né disperati, né arrabbiati né hanno sete di vendetta. Costruiscono. Come monsignor Kassarji, che dopo anni di sforzi è riuscito a entrare in possesso di uno stabile in cui realizzare il centro medico-sociale a favore dei rifugiati iracheni presenti a Beirut (per il quale Tempi aprì nel 2007 una sottoscrizione fra i lettori). Al terzo piano di una palazzina nel quartiere di Bir Hassan, sono incominciati i lavori di ristrutturazione: i muri sono stati abbattuti per far spazio a due ambulatori medici, un gabinetto dentistico, un centro di aiuto sociale, un’aula di formazione. Kassarji forse è ottimista, ma parla di inaugurazione fra tre mesi. La sua intenzione è servire senza distinzione di appartenenza etnica o confessionale le persone che si rivolgeranno al centro. Crede che sia possibile fornire assistenza sanitaria a prezzo molto ridotto a chi non avesse risorse proprie, e pensa che a regime questa iniziativa possa rispondere in modo adeguato alle necessità degli iracheni in Libano. Vorrebbe però che l’Occidente facesse di più la sua parte: «Le istituzioni internazionali sono assenti, e si chinano solo con estrema precauzione su questo dossier. Le iniziative sono timide nell’energia investita e modeste nelle dimensioni degli interventi attuati. Così si lascia che i cristiani si dibattano nel loro dolore. Eppure noi siamo certi che la nostra presenza è importante per il Medio Oriente, una terra che i cristiani da sempre hanno contribuito a far fiorire».

Gli iracheni cristiani stanno tornando a Mosul


Tradotto ed adattato da Baghdadhope

5 marzo 2009

Baghdad - Circa 10,000 cristiani che fuggirono dalla città irachena settentrionale di Mosul per le violente persecuzioni dello scorso autunno stanno iniziando a tornare riporta RFE/RL’s Radio Free Iraq (RFI).
Il sacerdote di una chiesa caldea di Mosul, Padre Samir Elias, ha detto a RFE/RL’s Radio Free Iraq che la violenza dello scorso anno è stata "una nuvola estiva che ora è svanita e che speriamo non torni."
Egli ha aggiunto che i musulmani stanno aiutando i cristiani a risistemarsi a Mosul e che ne hanno fino ad ora protetto le proprietà.
Ramsay Micha Paulis, un funzionario della Chaldean Democratic Union ed un membro del consiglio provinciale di Ninive ha dichiarato alla RFI che circa l'80% dei cristiani fuggiti sono tornati.

Iraqi Christians Returning To Mosul

Source: Radio Free Europe Radio Liberty

March 5th, 2009

Baghdad Some 10,000 Christians who fled Iraq’s northern city of Mosul in the face of violent persecution last fall are beginning to return to the city, RFE/RL’s Radio Free Iraq (RFI) reports.
The pastor of a Mosul Chaldean church, Father Samir Elias, told RFE/RL’s Radio Free Iraq that last year’s violence was a “summer cloud that has now cleared and we hope it will not come back.”
He said Muslims are helping Christians resettle in Mosul and says they protected Christians’ property until they came back.
Ramsay Micha Paulis, a leading official of the Chaldean Democratic Union and a Nineveh provincial council member, told RFI that an estimated 80 percent of the Christians who left have returned.

Il Medio Oriente, centro della “geografia della salvezza”

Fonte: ZENIT

Symposium Outlines Mideast Christians' Needs

Oriente Medio, centro de la “geografía de la salvación”

L’Eglise continue de plaider pour la liberté religieuse au Moyen Orient


Erzbischof Migliore: Ökumene und interreligiöse Zusammenarbeit sind Hoffnungsträger


In Medio Oriente si ritrova non solo la storia della salvezza, ma anche “la geografia della salvezza”, ha affermato l'Arcivescovo Celestino Migliore durante un simposio ospitato dal 20 al 22 febbraio dalla Eparchia caldea di San Tommaso, negli Stati Uniti.
L'incontro, sul tema “Cristianesimo in Medio Oriente: antico e sempre nuovo”, è stato organizzato dall'organizzazione Christian Arab and Middle Eastern Churches Together (CAMECT) e dal canale Noursat ed è stato il primo Simposio Internazionale sul Cristianesimo in Medio Oriente.
L'Arcivescovo, Nunzio Apostolico e osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha partecipato all'evento intervenendo di fronte a oltre 300 persone per spiegare che al giorno d'oggi “molti cristiani e musulmani si incontrano come in una notte nel deserto, in cui la sagoma umana è completamente distorta”.
“I musulmani guardano ai cristiani come ai mostri delle Crociate, come viene descritto nei libri di storia. I cristiani, dall'altro lato, vedono i musulmani come un mostro minaccioso dell'intolleranza religiosa”,
ha ammesso.
Il presule ha affermato che il Vaticano è particolarmente interessato al Medio Oriente, nonostante l'esiguità della popolazione cristiana della regione. “In Medio Oriente esiste non solo la storia della salvezza, ma anche la geografia della salvezza”, ha commentato.
Monsignor Migliore ha quindi descritto alcuni incoraggianti segnali di progresso ad opera dei cristiani per favorire una presenza stabile nella regione mediorientale, come gli investimenti nel campo dell'istruzione, diretta non solo ai cristiani, ma anche a ebrei e musulmani.

Gruppi per i diritti umani chiedono a Berlino di istituire un programma permanente per i rifugiati

Fonte: Deutsche Welle

Tradotto ed adattato da Baghdadhope

Quattrocento rifugiati iracheni arriveranno in Germania entro fine mese. Sono il primo di un gruppo più numeroso che l'UE ha deciso di reinsediare in modo permanente. Ma i gruppi per i diritti umani tedeschi chiedono di più. Pur avendo accolto accolto con favore l'avvio del programma lo considerano solo come la soluzione della parte superficiale del problema e per questa ragione hanno chiesto a Berlino di creare un programma di reinsediamento permanente.
L'Unione europea ha deciso in novembre di accogliere 10.000 rifugiati tra i più vulnerabili che sono fuggiti dall'Iraq sconvolto dalla guerra. La Germania ha deciso di accoglierne 2500 provenienti dai campi in Siria e in Iran. Altri Stati membri che partecipano al programma sono la Gran Bretagna, la Danimarca, la Finlandia, i Paesi Bassi, la Norvegia e la Svezia.
La priorità, secondo i criteri dell'Unione Europea, è stata data alle madri sole, ai malati di stress post-traumatico ed a coloro che già hanno legami familiari in Europa.
I richiedenti asilo accettati dovevano avere la fedina penale pulita e non essere stati membri dell'ex partito Baath di Saddam Hussein.

Una via d'uscita per i rifugiati
Guenter Burkhardt dell'organizzazione Pro Asyl ha descritto il programma come una via d'uscita da un "vicolo cieco" per le persone appartenenti a minoranze religiose ed altre che hanno bisogno di protezione. Ma ha aggiunto che sono molto più di 2500 coloro che hanno bisogno di aiuto, descrivendo quindi lo stesso programma come una goccia nell' oceano. Secondo Burkhardt dovrebbe essere istituito in Germania un programma di reinsediamento. "C'è posto in Germania" ha detto, "molte di queste persone sono istruite. La nostra società ha bisogno di persone come loro".
Julia Duchrow, di Amnesty International, ha espresso fiducia nel fatto che sia possibile raggiungere un consenso politico in Germania a favore di un programma annuale permanente. Ma non ha quantificato il numero dei rifugiati che vorrebbe fossero accolti, solo che la priorità dovrebbe essere data alle persone con parenti in Germania, un fatto che ha contribuito a promuovere la loro integrazione.

Essenziale integrare i nuovi arrivati
Il primo gruppo di 400 persone, compresi cristiani e membri di altre minoranze religiose, sarà inizialmente ospitato nel nord della Germania, dove verrà loro rilasciato un permesso di soggiorno triennale prorogabile. "L'arrivo delle prime persone rappresenta un successo ma dobbiamo tenere a mente che questa è solo la prima fase di un lungo processo" ha detto Julia Duchrow.
Guenter Burkhardt ha affermato come sia essenziale il "successo dell' integrazione" del gruppo, aggiungendo che i rifugiati sono spesso costretti a vivere ai margini della società. Circa due milioni di profughi iracheni sono fuggiti in Giordania ed in Siria dopo l'invasione del paese guidata dalle forze USA nel marzo del 2003.
L'Ufficio federale per i Rifugiati ed i Migranti ha dichiarato che quelle irachene rappresentano circa un terzo delle domande d'asilo ricevute a partire dall'inizio del 2009. Il numero di richiedenti asilo in Germania è diminuito drasticamente negli ultimi anni. Mentre il 1995 ha visto più di 500.000 persone richiedenti asilo, il numero ha raggiunto quello di appena 20.000 nel 2008, secondo i dati del governo.

Human Rights Groups Call on Berlin to Set up Permanent Refugee Scheme

Source: Deutsche Welle

Four hundred Iraqi refugees are set to land in Germany later this month. They are the first of a larger group that the EU has agreed to permanently resettle. But German human rights groups are calling for more.
Human rights groups have welcomed the start of the program, but see it as just scratching the surface of the problem. German organizations called on Berlin to establish a permanent resettlement scheme.
The EU decided in November to take in 10,000 of the most vulnerable refugees who had fled war-torn Iraq. Germany is set to receive 2,500 from camps in Syria and Iran. Other member states participating in the scheme are Britain, Denmark, Finland, the Netherlands, Norway and Sweden.
Priority was given to single mothers, post-traumatic stress sufferers and those with family ties in Europe, according to the EU criteria.
Successsful asylum applicants had to have a clean criminal record and not have been members of Saddam Hussein's former Baath party.


Way out for trapped refugees

Guenter Burkhardt from the organization Pro Asyl described the scheme as starting to offer a way out of a "dead-end" for people from religious minorities and others in need of protection from Iraq. But he added that far more than 2,500 people were in need of help, describing it as a drop in the ocean.
Burkhardt said that an ongoing resettlement program should be set up in Germany. "There is room in Germany," he said. "Many of these people are educated. Our society needs people like them."
Julia Duchrow, from Amnesty International, expressed confidence that it would be possible to achieve a political consensus in Germany in favor of a permanent annual scheme. But she did not quantify the number of refugees that she would like to see taken in.
Duchrow said priority should be given to people with relatives in Germany, as that helped to promote their integration.


Essential to integrate the new arrivals

The first group of 400, including Christians and members of other religious minorities, will initially be housed in northern Germany, where they will be issued a three-year, extendable, residency permit.
"The arrival of the first people represents a success on our behalf, but we need to bear in mind that this is only the first phase of a long process," Duchrow, from Amnesty International, told reporters.
Burkhardt, from Pro Asly said it was essential to enable a "successful integration" of the group, adding that refugees are often forced to live on the periphery of society.
About two million Iraqi refugees have fled to Jordan and Syria since the invasion of the country by US-led forces in March 2003.
The Federal Office for Refugees and Migrants said Iraqis accounted for around one third of asylum applications received since the start of 2009.
The number of asylum applicants in Germany has dropped dramatically in recent years. While 1995 saw more than 500,000 people applying for asylum, the number reached just 20,000 in 2008, according to government figures.

Sommario e raccomandazioni della conferenza sugli iracheni cristiani tenuta in Libano

By Baghdadhope

Baghdadhope ha ricevuto dall'Eparchia Caldea del Libano il sommario e le raccomandazioni della conferenza “Christian Existence in Iraq: On a Rise or Demise?” tenuta presso l'Università di Notre Dame - Louaizé -Beirut, il 19 febbraio 2009.

Per leggere il sommario e le raccomandazioni tradotte ed adattate da Baghdadhope clicca su "leggi tutto"

Sommario
Con il patrocinio di Sua Eminenza e Beatitudine il Cardinale Nasrallah Boutros Sfeir, patriarca maronita di Antiochia e di tutto l'Oriente, rappresentato da Monsignor Youssef Bechara, le Chiese Orientali in Libano (caldea, assira, siro-ortodossa e siro-cattolica) con la collaborazione della "Notre Dame University" ha ospitato un importante convegno che ha avuto luogo il 19 febbraio 2009 concernente la presenza cristiana in Iraq, dal titolo “Christian Existence in Iraq: On a Rise or Demise?”


La conferenza ha visto la partecipazione di patriarchi, vescovi e sceicchi di entrambe le comunità musulmane e cristiane, di diverse Chiese locali e straniere, di molto pubblico e di rappresentanti di molte entità laiche, culturali, educative, militari, diplomatiche e politiche. IL convegno è stato riportato da molti media locali, arabi, e stranieri come: LBCI, ANB, Future TV, Tele Lumière, Noursat, OTV, Sat 7, Sumariya (Iraq), Al Jazira ( arabo), Kurdistan (Iraq), Kanat al Hora (USA) e la Voce del Libano. Il convegno ha ospitato molti oratori di primo piano che con competenza e decisione hanno affrontato il pressante problema che i cristiani in Iraq si trovano ad affrontare. La sessione di apertura ha avuto inizio con l'inno nazionale ed un discorso di benvenuto da Padre Walid Moussa, il presidente della Notre Dame University, da quello del capo della comunità caldea in Libano, Mons. Michel Kassarji e da quello di Mons. Yousef Bechara che ha parlato a nome del Patriarca Mar Nasrallah Botrous Sfeir. Mons. Andraous Abouna, vicario del Patriarca di Babilonia dei Caldei Emmanuel III Delly ha parlato a suo nome e prima di terminare la sessione di apertura ha avuto modo di parlare anche il direttore delle relazioni pubbliche presso la NDU Souhail Mattar che ha letto un messaggio ricevuto dal presidente libanese Michael Sleiman. La prima sessione è iniziata con la presentazione di un film documentario di Assi Ziad Al Rahbani intitolata "Departing ... with history on their tracks." Dopo il documentario ha parlato Mons. Louis Sako Arcivescovo di Kirkuk che ha illustrato le sfide per i cristiani in Iraq, ed il sindaco del distretto di Telkaif, Bassim Bello, che ha parlato degli elementi fondamentali che riguardano l'esistenza dei cristiani in Iraq. La seconda sessione ha incluso un film fatto di testimonianze di iracheni che hanno parlato della loro angoscia e della disperazione, del dolore e delle difficoltà che hanno incontrato nella loro madrepatria, e della profonda fede che hanno nel loro Signore, che dona loro la pace, forza ed armonia in questi tempi difficili, così come della speranza ritornare alle loro case. Questa sessione ha inoltre compreso i discorsi del vescovo siro ortodosso di Aleppo, (Siria) Youhana Ibrahim, che ha parlato della forzata emigrazione dei cristiani dall'Iraq; dell'ex ministro iracheno Pascale Warde che ha parlato dei diritti dei cristiani e della libertà delle altre minoranze; del segretario generale del comitato nazionale per il dialogo islamo-cristiano Dr. Mohammad Sammak, che ha parlato del ruolo dei musulmani in materia di protezione dell'esistenza dei cristiani in Iraq. L'ultimo intervento, infine, è stato quello del Dr. Michel Awad, che ha avvicinato la questione cristiana (in Iraq) alla situazione dei cristiani d'Oriente.

Il discorso finale è stato tenuto dal generale Michel Kasdano che ha sottolineato come la crisi economica possa essere compensata, ma non la cancellazione di intere pagine di civiltà e di storia e delle comunità da un paese. Una missione che deve essere musulmana tanto quanto cristiana. Il presidente del Consiglio superiore della comunità caldea in Libano Sig. Antoine Hakim ha presentato un elenco di raccomandazioni rivolte alle chiese orientali, alla comunità internazionale, ai funzionari delle Nazioni Unite, alle autorità libanesi, ai funzionari iracheni, alla Lega araba ed alla conferenza dei paesi islamici cui è stato chiesto di agire per mettere fine a questa questione e salvare le minoranze da questa triste realtà.




Raccomandazioni

della Conferenza intitolata "Esistenza cristiana in Iraq: in un aumento o una Demise?"

Università di Notre Dame Louaizé -

19 febbraio 2009.

Introduzione:

A seguito delle riunioni che hanno avuto luogo in contemporanea con la preparazione di questa conferenza tra i rappresentanti delle Chiese e le loro discussioni sul tema della "presenza cristiana in Iraq", e dopo aver ascoltato i diversi punti di vista degli oratori, dei religiosi e dei laici abbiamo raggiunto un accordo sulle seguenti raccomandazioni:


A-Raccomandazioni indirizzate alle Chiese Orientali in Libano:

1. Dichiarare l'anno 2009 come "anno della presenza cristiana in Iraq" e realizzare iniziative culturali, religiose ed umanitarie.

2. Organizzare una giornata di preghiera in tutte le chiese del Libano in solidarietà con i cristiani d'Iraq.

3. Formare un comitato per i cristiani iracheni rifugiati nei paesi vicini, in coordinamento con i governi locali ed i leaders religiosi.

B. Raccomandazioni indirizzate alle autorità libanesi:

1. Rilascio di permessi di soggiorno temporanei soggetti a rinnovo per i profughi iracheni da esonerare dal pagamento di tasse e depositi di garanzia monetaria.

2. Facilitare l'accesso dei profughi iracheni ai servizi sociali (sanità, istruzione ...) in coordinamento con l'UNHCR, le organizzazioni umanitarie non governative ed il governo iracheno.

C.Raccomandazioni indirizzate alla Società Internazionale ed alle Nazioni Unite:

1. Organizzazione di una conferenza per esaminare la questione delle "minoranze in Iraq", per garantire la loro permanenza nel paese e rendere attivo il loro ruolo.

2. Creazione di agenzie delle Nazioni Unite, in coordinamento con il governo iracheno, nelle aree multi-etniche e multi-confessionali, al fine di monitorare le violazioni ed adottare di conseguenza un adeguato sistema di protezione.

3. Lavorare in collaborazione con il governo iracheno per l'attuazione degli accordi internazionali riguardanti le popolazioni indigene.

4. Aumentare gli aiuti per i profughi iracheni in Iraq e all'estero, sia direttamente che attraverso i governi.

D. Raccomandazioni indirizzate alla Lega Araba e la Conferenza dei Paesi islamici:

1. Promulgare decisioni che aiutino a proteggere i cristiani in Iraq e negli altri paesi del Medio Oriente.

2. Lavorare con i capi religiosi musulmani perchè emanino decisioni "Fatwa" che proibiscaono l'aggressione contro i pacifici cittadini cristiani dell'Iraq.

E. Raccomandazioni indirizzate alle autorità irachene:

1 - Garantire una giusta rappresentanza dei cristiani nel parlamento e, per quanto riguarda i consigli provinciali, si suggerisce l'adozione dell'articolo 50 nella forma approvata prima della sua cancellazione.

2 - Messa in atto dell'articolo 125 della Costituzione che afferma che tutti i diritti amministrativi, politici, culturali ed educativi devono essere garantiti a tutte le etnie.

3 - Garantire opportunità di lavoro per tutti gli iracheni, non secondo i primcipi di quote confessionali e di emarginazione.

4 - Modificare la Costituzione sulla base della cittadinanza e non su quella dell'appartenenza religiosa o etnica.

5 - Garantire il ritorno degli sfollati, agevolare la restituzione delle loro proprietà ed indennizzarli per le terre confiscateper uso pubblico.

6 - Invitare gli immigrati a tornare in Iraq e ad investire nelle loro regioni ed adottare una legge speciale che consenta la restituzione della cittadinanza irachena a coloro che l'hanno persa durante i precedenti regimi.

7 - Dare attenzione prioritaria alle zone svantaggiate ed accelerare i progetti di sviluppo al fine di creare opportunità di lavoro per i cittadini locali.

Abstract and recommendations of the Conference on Iraqi Christians held in Lebanon

By Baghdadhope

Baghdadhope received by the Chaldean Eparchy of Lebanon the abstract and the reccomendations of the Conference entitled “Christian Existence in Iraq: On a Rise or Demise?” held in Notre Dame UniversityLouaizé -Beirut, on February 19, 2009.

To read the abstract and the recommendations click on "leggi tutto"
Abstract
Under the patronage of His Beatitude and Eminence Patriarch Nasrallah Boutros Cardinal Sfeir, Maronite Patriarch of Antioch and all the East, represented by Bishop Youssef Bechara, the Eastern Churches in Lebanon (Chaldean, Assyrian, Orthodox Syriac and Catholic Syriac) along with the cooperation of “Notre Dame University” hosted a major conference which took place on the 19th of February 2009 concerning the Christian presence in Iraq, entitled “Christian Existence in Iraq: On a rise… or demise?”
This conference was attended by Patriarchs, Bishops and Sheikhs from both the Christian and Muslim communities of various local and foreign churches and publics as well as representatives of many secular, cultural, educational, military, diplomatic and political entities. It was also covered by a considerable number of local, Arab, as well as foreign media channels and radio stations such as: LBCI, ANB, Future TV, Tele Lumière, Noursat, OTV, SAT 7, Sumariya (Iraq), Al Jazira (Arabic), Kurdistan (Iraq), Kanat al Hora (USA) and Voice of Lebanon radio station.
The conference featured many key speakers who proficiently, informatively, and decisively addressed the pressing problem which the Christians of Iraq are facing.
The opening session began with the national anthem and then a welcoming speech by Father Walid Moussa, the President of Notre Dame University followed by a word from the head of the Chaldean community in Lebanon, Bishop Michel Kassarji, after that Bishop Yousef Bechara presented his word on behalf of Patriarch Mar Nasrallah Botrous Sfeir, Followed by a word from bishop Andraous Abouna the associate of the Cardinal of Babel Emanuel Deli the 3rd who spoke on his behalf and before ending the opening session, a word was received from the Lebanese President Michael Sleiman which was presented by the director of public relations at NDU Mr. Souhail Mattar.
The first session was initiated by presenting a documentary film by Assi Ziad Al Rahbani entitled “Departing…with history on their tracks.” After the documentary, a speech was made by Bishop Louis Sako Archbishop of Karkuk who spoke about the challenges of the persistence of Christians in Iraq followed by a speech from the Telkaif District Mayor Mr. Bassim Bello who addressed the basic elements concerning the existence of Christians in Iraq.
The second session included a film stating live testimonies of Iraqi people who spoke about their anguish, despair and pain regarding the hardships they have encountered in their homeland Iraq. Moreover, they spoke about the deep faith they have in their Lord who gives them peace, strength and harmony during these difficult times as well as the hope they are holding on to in returning to their beloved homes someday. Furthermore, this session incorporated speeches from the Syriac Orthodox bishop of Aleppo-Syria Youhana Ibrahim, who spoke about the displacement of Christians from Iraq; Former Iraqi Minister Pascale Warde who spoke about the Christian rights and the freedom of other minorities; general secretary of the national committee for Islamic-Christian dialogue Dr. Mohammad al Sammak who spoke about the role of Muslims regarding the protection of Christian existence in Iraq. Finally, the last speech was made by Dr. Michel Awad who approached the Christian topic as part of the entire situation regarding the Christians of the East.
The Final word was delivered by General Michel Kasdano who stressed that the economic crisis can be compensated, but erasing pages from civilizations and history along with the deletion of communities from a country’s map cannot be remunerated. This has to be a Muslim mission and cause as much as it is a Christian cause. While the president of the higher Council of the Chaldean community in Lebanon Mr. Antoine Hakim presented a list of recommendation addressed to eastern churches, the International community, UN officials, Lebanese authorities, Iraqi officials, the Arab League and the conference of the Islamic states calling on them to take demanding action in putting a stop to this pressing matter and rescuing these minorities from this sad reality.



Recommendations of the Conference entitled “Christian Existence in Iraq: On a Rise or Demise?”
Notre Dame University
Louaizé - Feb. 19, 2009

Introduction:
In result of the meetings that took place simultaneously with the preparations of this Conference between the representatives of the organizing Churches and their discussions about "The Christian presence in Iraq", and after listening to different points of view of speakers, religious and lay figures concerning the matter at hands, we reached the following recommendations:
A- Recommendations addressed to Eastern Churches in Lebanon:
Declaring this present year of 2009 as the "year of the Christian presence in Iraq" and to be materialized in cultural and religious activities as well as humanitarian aids.
Organizing one day of prayer in all churches of Lebanon to sympathize with the Christians of Iraq.
Forming a high committee to take care of the Christian Iraqi refugees in the neighboring countries in coordination with local governments and church leaders.
Recommendations addressed to the Lebanese Authorities:
Issuing temporary residency permits subject to renewal for the Iraqi refugees to be exempted from fees and collateral monetary deposits.
Facilitating easy access for the Iraqi refugees to benefit from social services (health, education…) in coordination with the UNHCR, humanitarian non-governmental organizations and Iraqi Government.
Recommendations addressed to International Society and The United Nations:
Organizing a conference to examine the issue of "minorities in Iraq" to ensure their continuity and activate their role in their countries.
Creating UN bureaus in coordination with Iraqi Government in multiethnic and multi-confessional areas in order to monitor violations and in consequence adopt an adequate system of protection.
Working jointly with Iraqi Government to implement international agreements and charts concerning indigenous people.
Increasing aids to the displaced Iraqis within Iraq and abroad, be it directly or thru related governments.
Recommendations addressed to the Arab League and the Conference of Islamic Countries:
Promulgating decisions that will help protect the Christians in Iraq and in other countries of the Middle East.
Working with Muslim religious leaders to enact decisions "Fatwa’s" that prohibit aggression against the peaceful Christian citizens of Iraq.
E. Recommendations addressed to the Iraqi Authorities:
1- Ensuring a just representation of Christians in the parliament and, as for the provincial councils, it is suggested that the declarations by virtue of article 50 before cancellation be adopted.
2- Implementing Act of Article (125) of the constitution that states that all administrative, political, cultural and educational rights must be ensured to all ethnicities.
3- Ensuring work opportunities for all Iraqis, away from the confessional quota and marginalization.
4- Amending the Constitution on the basis of citizenship adopted as a true measure in public life and not on the basis of religious affiliation or ethnicity.
5- Ensuring the return of the displaced people, facilitating the restitution of their properties and compensating them for their land that has been confiscated for public use.
6- Inviting immigrants to return to Iraq and to invest in their regions and enacting a special law allowing the restitution of Iraqi citizenship to those who have lost it under previous regimes.
7- Prioritizing attention to disadvantaged areas and accelerating the process to create developmental projects in order to generate job opportunities for the local citizens.



4 marzo 2009

The Chaldean church in the world remembers its martyrs

By Baghdadhope

There have been many commemorative ceremonies in these last days in memory of Msgr. Faraj Paulus Raho, the bishop of Mosul abducted last year on February 29 whose corpse was found in the same city on March 13, and of the three men - the driver and two bodyguards -- who were killed in the ambush set for the bishop outside the Church of the Holy Spirit.

A
ceremony was held in Karamles to remember the three men killed on the day of Msgr. Raho,'s abduction: Faris George Khoder (b. 1973), Samir Abdallahd Dahno (b. 1966) and Rami Hikmet Paulus (b. 1975). The Holy Mass, celebrated by Fr. Yousef Shamoun Hanna was in the Chaldean Church dedicated to Mar Addai where on last year was celebrated the funeral ceremony of Mons. Raho and of the three men, and where not only the Bishop is buried but also Fr. Ragheen Ganni, the young priest who was also killed in an ambush set for him and three deacons outside the church of the Holy Spirit in June 2007.

Other commemorative ceremonies were held in
Toronto (Canada) in the Chaldean Church of the Good Shepherd (Msgr.Hanna Zora) and in Paris (France) in the Chaldean church of the Virgin Mary (Msgr. Petrus Yousef)

La chiesa caldea nel mondo ricorda i suoi martiri

By Baghdadhope

Si susseguono in questi giorni le celebrazioni a ricordo di Mons. Faraj Paulus Raho, vescovo di Mosul rapito lo scorso anno il 29 febbraio e ritrovato cadavere nella stessa città il 13 marzo e dei tre uomini - l'autista e le due guardie del corpo - che invece furono uccisi nell'agguato teso al vescovo al di fuori della chiesa dello Spirito Santo.

A Karamles si è svolta una cerimonia a ricordo dei tre uomini uccisi il giorno del rapimento di Mons. Raho: Faris George Khoder (n. 1973), Samir Abdallahd Dahno (n. 1966) e Rami Hikmet Paulus (n. 1975). La Santa Messa, celebrata da Padre Yousef Shamoun Hanna, si è svolta nella chiesa caldea dedicata al profeta Mar Addai dove lo scorso anno si sono tenuti i funerali di Mons. Raho e dei tre uomini, e che accoglie non solo le spoglie del vescovo ma anche quelle di Padre Ragheed Ganni, il giovane sacerdote ucciso anche lui in un agguato tesogli all'uscita della chiesa dello Spirito Santo nel giugno del 2007.

Altre cerimonie di commemorazione si sono svolte a Toronto, (Canada) nella chiesa caldea del Buon Pastore (Mons. Hanna Zora) ed a Parigi nella chiesa caldea della Vergine Maria (Mons. Petrus Yousef)

2 marzo 2009

Tareq Aziz. Mons.Faraj Raho. Mosul. Dora-Baghdad. Sarkis Aghajan.

By Baghdadhope

Sono molte le notizie che direttamente o indirettamente hanno riguardato gli iracheni cristiani in questi ultimi giorni.
La più nota è quella che riporta il proscioglimento di Tareq Aziz, l’ex vice primo ministro e ministro degli esteri del regime di Saddam Hussein, dall’accusa di avere attivamente partecipato alla repressione che, all’indomani dell’uccisione del Grand Ayatollah Sayyed Muhammad Sadiq al-Sadr (padre dell’ormai non meno famoso clerico Muqtada Al Sadr) e di due dei sei figli nel febbraio 1999, fu attuata nei confronti della popolazione sciita che era insorta nelle province meridionali di Missan, Samawa e Bassora, ma anche nella capitale stessa in quella che all’epoca si chiamava Saddam City e che subito dopo la caduta del regime è stata ribattezzata proprio Sadr City.
Come ha riferito l’agenzia irachena
Awzat Al Iraq Tareq Aziz è stato prosciolto con altri tre accusati dello stesso crimine, mentre altri due sono stati condannati all’ergastolo e tre alla pena capitale. Il proscioglimento dall’accusa di avere avuto un ruolo nei fatti del “venerdì di preghiera” come la repressione viene chiamata a memoria del fatto che in due moschee a Saddam City – la al-Mohsin Mosque e la al-Hikma Mosque – furono molte le sue vittime, non è certo che porterà però alla scarcerazione di Tareq Aziz che rimane coinvolto in altri processi. Secondo Al Jazeera egli dovrà rispondere dell’accusa di coinvolgimento nell’uccisione, nel 1992, di 42 commercianti accusati di avere speculato sui prezzi del cibo nell’Iraq già colpito dall’embargo, sentenza che, come riportato dall’agenzia AFP ci sarà a giorni, l’11 di marzo. AFP che qualche giorno fa citava anche il coinvolgimento di Aziz nel processo intentato contro 16 alti esponenti dell’ex regime per la campagna di violenza contro i curdi di fede sciita negli anni 80.
Per ora comunque la notizia del proscioglimento almeno da un’accusa ha suscitato i commenti positivi di alcuni esponenti della chiesa caldea di cui Aziz fa parte.
Così Mons. Shleimun Warduni, vicario patriarcale caldeo, ha dichiarato al
SIR che tale decisione è prova dell’avviarsi del paese verso lo stato di diritto che non si fa guidare dallo spirito di vendetta e da pressioni, ed ha escluso che il processo contro Aziz fosse dovuto al suo essere cristiano ma solo in quanto “gerarca del vecchio regime.” Ed ancora Mons. Philip Najim, procuratore caldeo presso la Santa Sede, sempre al SIR ha definito la decisione rivelatrice dell’indipendenza del tribunale – peraltro da tutti sempre invece definito dipendente dal controllo americano e di altre entità politiche, vuoi l’Iran vuoi il Kurdistan, nei precedenti casi di condanna degli imputati - ed un “segno di fiducia per il popolo”. Fiducia “negli iracheni”, ha aggiunto Mons. Najim, segnata anche dall’annunciato ritiro delle truppe americane fatto dal presidente Obama qualche giorno fa, un ritiro che come lo stesso Mons. Najim aveva dichiarato sabato a Radiovaticana se da una parte è giusto da un’altra non lo è perché “oggi l’Iraq non ha una forza capace di difendere il popolo iracheno, perché si tratta di un esercito debole, che non è ancora attrezzato, non è capace di dirigere militarmente questo Paese.” E perché “… abbiamo bisogno di una riconciliazione tra le sezioni politiche che possano creare un esercito che guardi l’interesse del popolo iracheno.” Una riconciliazione che appare in salita se, come ha riportato oggi il New York Times, è vero che Liqa Jaffar al-Yassin, membro del parlamento iracheno e del movimento guidato da Muqtada Al Sadr ha commentato il verdetto di oggi come una “decisione che svaluta il sangue del Sadristi,”

Un’altra notizia è che sabato 28 febbraio nella chiesa caldea della Vergine Maria è stata celebrata una messa in ricordo di Mons. Faraj P. Raho che, rapito quello stesso giorno nel 2008 fu ritrovato cadavere il 13 marzo a Mosul. La cerimonia, cui hanno assistito qualche decina di fedeli, è stata celebrata nella chiesa della Vergine Maria a Baghdad dal vicario patriarcale caldeo Mons. Shleimun Warduni, dallo stesso Patriarca caldeo Cardinale Mar Emmanuel III Delly e da Padre Mushtaq Zanbaqa.
Sempre a proposito del compianto Mons. Raho, Padre Amer Youkhanna, sacerdote caldeo della diocesi di Mosul, ha comunicato a Baghdadhope che il corpo del vescovo, ora seppellito a Karamles verrà translato a Mosul in questo mese. Nel suo testamento Mons. Raho aveva infatti espresso chiaramente il desiderio di essere seppellito nella chiesa di San Paolo, da lui fondata quando era ancora sacerdote a Mosul, e precisamente nella parte destra della chiesa, là dove siede il coro di giovani da lui tanto amato. I preparativi per la translazione e la cerimonia, che comprenderà anche la sistemazione di alcuni oggetti e paramenti appartenuti al vescovo, sono attualmente in corso.

A Mosul, intanto, stanno lentamente tornando alcune delle famiglie cristiane che lo scorso ottobre l'avevano precipitosamente abbandonata a causa dell’ondata di violenza che stava colpendo la comunità e che alla fine costò la vita a 14 persone. A dichiararlo ad
Awzat Al Iraq ed a quantificare in 88 quelle tornate nell’ultima settimana è stato il sacerdote caldeo Padre Ameel Al Qoshi che ha dichiarato che “queste famiglie sono tornate dal distretto di Al Qosh” dove avevano trovato rifugio e sistemazione.

Questo segno di speranza che conferma quanto dichiarato al
SIR da Mons. Warduni: “La situazione interna irachena sta migliorando” trova prova nella riapertura a Baghdad della chiesa Assira dell’Est del Beato Mar Zaiya che da due anni era chiusa perché sita nell’allora pericolosissimo quartiere di Dora/Al Mekanic. La cerimonia di riapertura della chiesa, allietata dalla presenza di molti fedeli, del coro della chiesa di Mar Qardagh Martire e dei diaconi Albert, Sargon, Akram e Benham, è stata celebrata da diversi sacerdoti della chiesa Assira dell’Est: Padre Yousef Kiurkis ( Vergine Maria), Padre Auraha Dinkha (Beato Mar Zaiya), Padre Yoshia Luay (Beato Mar Audisho – Garage Amane), Padre Aukun Kormiz ( Profeta Mar Mari -Hay Al Amin) e Padre Shmuel Athniel (Mar Qardagh Martire – Camp al Kaylani)

Un’altra notizia degli ultimi giorni è quella della visita in Vaticano di Masoud Barzani, presidente del Governo Regionale Curdo che il 27 è stato ricevuto da Papa Benedetto XVI a cui ha rivolto un invito a visitare il Kurdistan. La notizia, annunciata da
Radiovaticana con una nota molto stringata: "Masud Barazani, presidente della Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno accompagnato da un seguito" non ha trovato molta eco né in Italia né in Iraq. Eppure qualcosa di interessante, almeno per gli iracheni cristiani, in essa c’era. Chi faceva parte di quel seguito? Come è logico Albert Yelda, ambasciatore iracheno presso la Santa Sede che è di fede cristiana, ma anche Sarkis Aghajan ministro delle finanze del governo regionale curdo che dallo scorso ottobre, quando si mostrò alle telecamere nell'atto di accogliere e confortare i cristiani che avevano precipitosamente lasciato Mosul a causa delle violenze che avevano colpito la comunità e che in meno di un mese avevano causato 14 morti, era letteralmente "sparito" dalle scene.
Una sparizione che in questi mesi aveva suscitato mille domande e mille ipotesi. Malato di leucemia in cura in Iran, in Europa, in Austria; silurato dal Governo Regionale Curdo che dopo averlo usato per "spingere" tra i cristiani l'idea della Piana di Ninive annessa al territorio curdo come unica soluzione possibile di sopravvivenza per la martoriata comunità non aveva gradito l'insuccesso nell'impresa, o perché non in grado di rispondere al parlamento curdo unificato di cospicue somme elargite a piene mani in modo troppo disinvolto; addirittura avvelenato.
Le foto che
Ishtar TV ha pubblicato di Sarkis Aghajan alla sinistra di papa Benedetto XVI mettono fine alle ipotesi: colui il cui nome “rimarrà scolpito nei cuori della comunità cristiana” (Mar Emmanuel III Delly) è vivo e probabilmente pronto a tornare in Kurdistan in tempo per le elezioni che il prossimo 19 maggio rinnoveranno il parlamento. Intanto si gode la vittoria nelle scorse elezioni provinciali del 31 gennaio della lista da lui sponsorizzata, quella Ishtar Slate che ha conquistato il seggio riservato ai cristiani sia a Mosul che a Baghdad (in tutto i seggi sono tre compreso quello di Bassora).
E si gode anche l’essere finalmente a Roma, lui, che nell’agosto del 2006 si è visto consegnare dal Patriarca della Chiesa Caldea (prima tra le
altre chiese irachene che ne hanno seguito l’esempio) Mar Emmanuel III Delly a nome del Santo Padre Benedetto XVI l’onorificenza dell’ordine di San Gregorio Magno a riconoscenza della sua generosità verso la comunità cristiana.
Per ora, quindi, un mistero è risolto. Da capire ancora però è che ruolo abbia – oltre a quello di benefattore e protettore dei cristiani, ufficialmente Sarkis Aghajan. Il sito della Kurdistan Region Presidency nel riportare la
notizia della visita in Vaticano lo ha definito “Ministro delle Finanze del Governo Regionale Curdo”ma il sito dello stesso Governo Regionale Curdo non lo cita come membro del gabinetto unificato in carica dal 7 maggio del 2006 ma solo come vice primo ministro e Ministro delle finanze e dell’Economia del 4° gabinetto in carica dal 1999 al 2006.
Davvero un personaggio misterioso.