"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

22 luglio 2026

Sako: dall’Isis al papa in Iraq, i miei 13 anni da patriarca caldeo

21 luglio 2026

L’ascesa dello Stato islamico con il suo carico di sangue, devastazioni e morte; il ritiro del decreto presidenziale che ne riconosceva l’autorità patriarcale, una ferita ancora aperta; l’esodo dei cristiani che, in 20 anni, ha ridotto a un terzo la popolazione originaria dell’Iraq. Ancora, il viaggio apostolico di papa Francesco nel marzo 2021, quando il mondo si stava faticosamente riprendendo dalla pandemia di Covid-19; e la consapevolezza di aver servito “una Chiesa martire, che ha tanto da dare alla Chiesa universale”.
Sono alcune delle immagini che il card. Louis Raphael Sako, patriarca emerito di Baghdad dei caldei, affida ad AsiaNews in questa intervista a oltre quattro mesi dalle dimissioni. Un periodo trascorso fra lettura, studio e preghiera: “Sono sereno, vivo in pace, prego coi seminaristi in un’atmosfera familiare. La gente - racconta - viene a visitarmi, aiuto quanti hanno bisogno secondo le mia possibilità. Soprattutto scrivo, in quattro mesi ho finito l’ultimo libro, in arabo, intitolato “La gioia di credere” che sarà pubblicato in questi giorni. E ho aperto una pagina Facebook alla quale affido brevi riflessioni”.

Ponte fra Oriente e Occidente
Nella sua riflessione, il porporato parte subito dalle devastazioni causate dai conflitti che insanguinano il Medio oriente e che affondano le loro radici nella mancata comprensione e nelle difficoltà di dialogo fra Oriente e Occidente. 
“Il mondo è spaccato. L’Occidente - osserva - è basato sugli interessi economici, sul secolarismo, sul pragmatismo e le armi, e fatica a comprendere le logiche di un Oriente che è profondamente diverso laddove la religione diventa non solo una dottrina, ma anche una ideologia” che condiziona ogni ambito della vita.
“La gente - prosegue - è pronta a morire per l’ideologia, la fede, e in questo è racchiuso il valore del martirio” che abbiamo osservato nei giorni scorsi in occasione dei funerali della guida suprema Ali Khamenei, nella Repubblica islamica come in Iraq. “Se prendiamo come esempio la guerra fra Iran e Stati Uniti - sottolinea - possiamo vedere due modi di pensare, di ragionare diversi fra loro nel profondo”.

Il card. Sako è nato a Zākhō (nord Iraq) il 4 luglio 1949. A Mosul ha compiuto gli studi primari, frequentando poi il locale seminario di St. Jean, tenuto dai Padri Domenicani francesi. Ordinato sacerdote il 1° maggio 1974, ha svolto il servizio pastorale presso la cattedrale di Mosul fino al 1979. Inviato a Roma ha frequentato il Pontificio Istituto Orientale, conseguendo il Dottorato in Patrologia Orientale, poi in Storia presso la Sorbona di Parigi e una licenza in islamologia. Dal 1997 al 2002 è stato rettore del Seminario patriarcale di Baghdad. Rientrato a Mosul ha assunto la guida della parrocchia del Perpetuo Soccorso fino alla elezione ad arcivescovo di Kirkuk il 27 settembre 2003, con l’ordinazione episcopale il 14 novembre. Il 31 gennaio 2013, nel sinodo convocato a Roma da papa Benedetto XVI dopo la rinuncia del patriarca card. Emmanuel Delly, è stato eletto primate e ha ricevuto dal pontefice la Ecclesiastica Communio il 1° febbraio. Il 28 giugno 2018 papa Francesco lo ha creato cardinale. È membro del Dicastero per le Chiese Orientali, per la Cultura e l'Educazione. per il Dialogo Interreligioso e del Consiglio per l’Economia.

“Dobbiamo fare i conti con una civiltà, quella persiana, che è millenaria e unisce dottrina e fede religiosa, il concetto di jihad come lotta armata fino al sacrificio estremo, così come la morte per il Paese e la religione” afferma il card. Sako.
“Il modo di pensare, e di ragionare - avverte - è differente ed è qui che si pone la domanda di come sia possibile instaurare un dialogo. E la risposta non è facile, né immediata”. Quando si parla di Iran è necessario comprendere che “non siamo al cospetto solo di una manifestazione politica, ma dobbiamo considerare anche la componente religiosa. E questo elemento risulta assente in Occidente”. “Nel nostro mondo orientale - aggiunge - la priorità è spesso legata alla religione, a differenza dell’Occidente in cui prevalgono il più delle volte la politica e gli interessi economici”. Come osservato a più riprese in passato, in questo senso i cristiani (e la Chiesa) possono giocare un ruolo fondamentale quale ponte fra le due culture, fra i due emisferi del globo che spesso faticano a parlarsi e a capirsi: “La pace non si fa con le armi!”.

Patriarca per tutto l’Iraq
Nei 13 anni alla guida del patriarcato caldeo, uno dei riti più antichi della Chiesa orientale ma legato nel profondo a Roma e al pontefice, non sono mancate sfide e momenti drammatici, a partire dalla tragedia dell’Isis che “mi ha colpito nel profondo: la loro ascesa ha senza dubbio rappresentato l’evento più importante della storia recente dell’Iraq e dei suoi cristiani” con lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone a Mosul e nella piana di Ninive. Negli ultimi anni è cominciato un lento cammino di ricostruzione, che fatica a garantire sicurezza e stabilità a dispetto degli sforzi della Chiesa e del governo iracheno, rendendo sinora vuoti gli appelli ad un ritorno delle comunità della diaspora. Un vero e proprio esodo che, dal 2003 in seguito all’invasione Usa e la caduta di Saddam Hussein, ha determinato un crollo della popolazione cristiana passata da 1,3 milioni a meno di 400mila oggi. Ed è a loro che va il pensiero del porporato.
“Prima di parlare del ritorno [come promesso dal premier iracheno Ali Falih al-Zaidi al patriarca Mar Paolo III Nona, successore del cardinale, in un incontro l’11 luglio scorso] - osserva Sako - bisogna studiare le condizioni che hanno spinto i cristiani a lasciare”.
La stabilità permanente, un ambiente in cui si possa vivere in pace anche se la gente ha perso la fiducia nella possibilità di raggiungerla; il prevalere delle appartenenze e delle divisioni settarie sul concetto di cittadinanza e giustizia; il mancato risarcimento per i danni causati da Daesh [acronimo arabo per l’Isis] e le proprietà dei cristiani confiscate dalle milizie, che non sono state restituite; la diffusione della corruzione; il peggioramento dei servizi essenziali sono solo alcune fra le molte criticità irrisolte. “Mancano prospettive di lavoro - prosegue - infrastrutture, scuole e servizi, ospedali. I cristiani non torneranno se non cambieranno la cultura e le leggi, con la costruzione di uno stato fondato sulla cittadinanza e non sulle componenti confessionali, e con una riforma delle leggi. In particolare - spiega il patriarca emerito - quelle relative all’islamizzazione dei minori e all’appropriazione dei loro diritti e delle loro proprietà. Inoltre, si registra ancora una continua emorragia in tema di emigrazione. Questi sono temi centrali, e irrisolti!”.
Sicurezza, lavoro, servizi e lotta a una “corruzione endemica” sono ambiti che riguardano tutta la popolazione e l’Iraq in generale, una nazione - ribadisce ancora una volta il porporato - che dovrebbe “basare la propria ricostruzione sul valore della cittadinanza”. “In molti dei miei interventi - ricorda il card. Sako - non ho parlato solo a nome e all’indirizzo dei cristiani, ma anche dei musulmani, chiedendo di separare la religione dallo Stato, di costruire un terreno comune in cui tutti i cittadini abbiamo pari dignità e vi sia il rispetto dei diritti”. Ricorda poi il grande lavoro fatto a favore del dialogo islamo-cristiano, che “molti passi a compiuto in questi anni” ed è testimoniato dagli incontri con le autorità sunnite, sciite, curde a partire dal grande ayatollah Ali al-Sistani, la più importante carica musulmana sciita del Paese arabo “che ho visitato due volte a Najaf. Grazie a questi sforzi - osserva - e ai rapporti costruiti nel tempo abbiamo saputo archiviare i discorsi di odio. Nelle moschee non si parla più male dei cristiani!”. “L’unica cosa che mi ha colpito e mi ha fatto male - aggiunge con una nota amara - è il ritiro del decreto patriarcale dell’allora presidente Abdul Latif Rashid, dietro il quale vi erano manovre e interessi di una milizia cosiddetta cristiana. Tuttavia, mi sono sempre rifiutato di avere milizie cristiane o milizie settarie”. “Prima di lanciare appelli ai cristiani chiedendo loro di tornare - sottolinea - la Chiesa deve aiutare i cristiani rimasti, dare loro speranza”.

Le sfide della Chiesa
Rientrato di recente in Iraq dopo aver partecipato all’ultimo concistoro indetto da papa Leone XIV a fine giugno, il porporato allarga poi lo sguardo alla Chiesa universale e al futuro della missione. “La recente esperienza sinodale - racconta - è stata fonte di soddisfazione, perché noi in Oriente la viviamo da tempo. Il Sinodo è un luogo e una occasione per un lavoro in comune, per studiare i problemi e le sfide, i desideri e programmi, per prendere decisioni assieme. Questa è la Chiesa figlia del pontificato di papa Francesco, che insisteva sul tema della sinodalità, del camminare assieme. Questo aspetto è molto positivo”. E del successore papa Leone XIV dice di apprezzare i discorsi “brevi e coincisi, con un vocabolario che parla alla gente. Papa Leone non è più il capo di un dicastero della Curia Romana, ma è padre e pastore di tutta la Chiesa cattolica. Io auspico - aggiunge - che il suo messaggio sia per tutti, non solo per l’Occidente, perché bisogna parlare col mondo intero. E il suo apostolato non è solo per i cristiani, ma lo è per tutti quando invoca pace, convivenza, dignità, come approcciarsi alle altre religioni, soprattutto con l’islam”.
In un’epoca contraddistinta dalla velocità, da internet e dall’intelligenza artificiale in cui la Chiesa rischia di risultare “lenta” e di “perdere” tempo, egli esorta a trovare nuove vie e “risposte immediate”, capaci di parlare alla società odierna.
“È necessario - riflette - cercare uno stile basato sul dialogo. Le persone non accettando di essere guidate come soggetti. Noi vescovi siamo padri e pastori, dobbiamo saperli comprendere e seguire uno stile di dialogo paterno e fraterno”. Per quanto riguarda la realtà caldea, che sta imparando a conoscere il successore, il patriarca Nona, il porporato afferma una volta di più “di non entrare nel merito della direzione e delle scelte, ma di essere discreto. Il mio periodo - sottolinea - si è concluso, e ora inizia una nuova fase”. “Ogni giorno - confida il porporato - prego per il patriarca, per i vescovi, ma soprattutto per la Chiesa caldea che è e resta una Chiesa martire che ha molto da dare alla Chiesa universale in termini di liturgia, spiritualità, pastorale biblica non essendo solo scolastica o filosofica”.
E per l’Iraq e i cristiani, conclude il porporato, “sono sicuro che la situazione cambierà in meglio, ci sarà piena libertà religiosa e la comunità caldea crescerà sempre di più. Prego per questo”.