"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

21 febbraio 2009

Cristiani del Medioriente discutono le avversità legate alla loro religione

Fonte: Detroit Free Press

By Niraj Warikoo

Tradotto ed adattato da Baghdadhope

Man mano che la opolazione cristiana in Medio Oriente si riduce i membri della comunità di tutto il mondo si riuniscono a Southfield questo fine settimana per discutere come migliorare la propria situazione e stabilizzare la propria presenza.
Sebbene nato in Medio Oriente il cristianesimo lì è sotto assedio da parte dell'estremismo religioso, della guerra e dell'instabilità politica. Gli organizzatori della conferenza sperano di attirare l'attenzione sui problemi e trovare delle soluzioni.
La conferenza di Southfield - intitolata Cristianesimo in Medio Oriente: Antico e sempre nuovo - intende anche unire i diversi gruppi di nazionalità e denominazioni che costituiscono i cristiani del Medio Oriente stimati in 17 milioni. L'incontro riunirà leaders religiosi di Iraq, Giordania, Territori palestinesi, Egitto, Siria e Iran di diverse confessioni: protestante, ortodossa, cattolica e copta. "Se non agiamo presto non vi saranno più cristiani nella terra in cui è nato Cristo", ha dichiarato Bassam Rizk, uno degli organizzatori della conferenza per conto di Noursat, una TV cristiana in lingua araba che la ha in parte sponsorizzata "Vogliamo che il popolo americano sappia che esistiamo e che che i cristiani arabi che siamo interessati alla loro sorte." L'altro sponsor principale della conferenza è CAMECT - acronimo di Christian Arab and Middle Eastern Churches Together, una coalizione di diversi gruppi cristiani. I lavori sono ospitati dalla locale diocesi caldea. Metro Detroit è la patria di una parte significativa della popolazione di cristiani che hanno radici nel mondo di lingua araba. Essi sono preoccupati dal fatto che in Iraq, per esempio, la comunità cristiana è diminuita della metà rispetto a quella di 1.3 milioni del periodo anteguerra. Nei territori palestinesi i cristiani ora costituiscono meno del 3% della popolazione - un forte calo rispetto a 60 anni fa, ed in Libano la comunità cristiana è scesa dal 55% al 30% negli ultimi 30 anni, hanno dichiarato alcuni dirigenti di Noursat. "Non vogliamo che questo sia conferenza fatta di lamenti," dove la gente pianga solo la propria sorte, ha dichiarato Jacques El-Kallassi, presidente della Noursat, aggiungendo che gli organizzatori sono alla ricerca di soluzioni pratiche perchè i cristiani rimangano in Medio Oriente.
"E' nostro dovere aiutare", ha detto il Monsignor Ibrahim Ibrahim, capo della Chiesa cattolica caldea nel Michigan e tra i relatori della conferenza. "Non vogliamo che il Medio Oriente sia svuotato dei cristiani."

Mideast Christians to discuss religious woes


By Niraj Warikoo

As the Christian population dwindles in the Middle East, members of the community from around the world are gathering in Southfield this weekend to discuss how to improve their plight and stabilize their presence.
Though born in the Middle East, Christianity there finds itself under siege from religious extremism, war and political instability. Conference organizers say they hope to bring attention to the problems and find solutions.
The Southfield conference -- titled Christianity in the Middle East: Ancient Yet Ever New -- also aims to unite the diverse group of nationalities and denominations that make up the estimated 17 million Middle Eastern Christians.
The gathering is to include religious leaders from Iraq
, Jordan, Palestinian territories, Egypt, Syria and Iran and include Protestant, Orthodox, Coptic and Catholic denominations.
"If we don't act, there will be no more Christians soon in the land where Christ was born," said Bassam Rizk, a conference organizer with Noursat, an Arabic-language Christian TV station helping to sponsor the conference. "We want to let the American people know we exist and let the Arab Christians know we care about them."
The other main sponsor of the conference is CAMECT -- Christian Arab and Middle Eastern Churches Together -- a coalition of various Christian groups. And it's hosted by the local Chaldean diocese.
Metro Detroit is home to a significant population of Christians with roots in the Arabic-speaking world.
They worry that in Iraq, for example, the Christian community has dropped in half from its prewar population of 1.3 million. In the Palestinian territories, Christians now make up less than 3% of the population -- a big drop from 60 years ago, said community advocates. And in Lebanon, the Christian community has dropped from about 55% to 30% over the past 30 years, said Noursat managers.
"We don't want this to be a crying conference," where people just bemoan their fate, said Jacques El-Kallassi, chairman of Noursat. Organizers are looking for practical ways to remain in the Middle East, he said.
"It is our duty to help," said Bishop Ibrahim Ibrahim, head of the Chaldean Catholic Church in Michigan and among the conference speakers. "We don't want the Middle East to be empty of Christians."

20 febbraio 2009

Elezione dei Consigli Provinciali in Iraq: crollo dell'Assyrian Democratic Movement

By Baghdadhope

Pubblicati i risultati definitivi delle elezioni per i consigli provinciali che si sono tenute in Iraq lo scorso 31 gennaio. Secondo questi dati, per quanto riguarda i cristiani, che partecipavano alle elezioni dei soli consigli provinciali di Ninve (Mosul) Baghdad e Bassora, i risultati riportati dal sito Ankawa.com sono:

A Baghdad vittoria della Ishtar Slate il cui candidato è Khorkhis Isho Sada, a capo del Bet Nahrein Democratic Party nella capitale.
A Ninive vittoria della Ishtar Slate il cui candidato è Sa'ad Tanyos Jajii.
La Ishtar Slate (513) è una colazione di diversi partiti e candidati tra i quali l'Al-Suryan Indipendent Gathering Movement cui appartiene Sa'ad Tanyos Jajji, il Chaldean Syriac Assyrian People's Council, il Chaldean National Congress, il Bet Nahrein Democratic Party, la Patriotic Union of Bet Nahrein, la Chaldean Cultural Association of Ankawa e i Notables of Qaraqosh.

A Bassora vittoria del Chaldean Democratic Union Party il cui candidato è Sa'ad Matti.
Il Chaldean Democratic Union Party (503) è guidato da Abd al-Ahad Afram Sawa, deputato del parlamento iracheno eletto nella lista curda nel 2005.

Se i risultati saranno confermati clamorosa sarebbe la sconfitta dalla Rafidain List (504) composta dal solo partito guidato da Yonadam Kanna, deputato cristiano del parlamento nazionale eletto nel 2005, l'Assyrian Democratic Movement che sempre si è proposto come forza di contrapposizione al potere esercitato dal governo curdo attraverso i partiti cristiani ad esso vicini.
La vittoria della lista Ishtar a Ninive e Baghdad, se confermata ufficialmente, aumenterà i dubbi di chi già da subito dopo le elezioni ha avanzato accuse di brogli come ha fatto proprio Yonadam Kanna che a
PUKmedia ha dichiarato che la milizia (curda) affiliata alla lista Ishtar ha fatto pressione per pilotare il voto degli abitanti cristiani della Piana di Ninive.
Accusa ribadita in un rapporto frutto del lavoro di osservazione delle elezioni svolto dal 28 gennaio al 2 febbraio da Andrew Swan e Margaret Murphy della
Unrepresented Nations and Peoples Organization (UNPO) e da Afram Yakoub dell' Assyria Council of Europe (ACE).
Il team di tre persone, secondo quanto riferito dall'ACE, una volta sul posto si è diviso. I due membri dell'UNPO hanno controllato le votazioni presso l'Università di Dohuk mentre Afram Yacoub si è recato nella cittadina di Qaraqosh, il capoluogo del distretto di Hamdaniya nel distretto di Ninive, un centro di circa 45.000 abitanti quasi tutti cristiani.
Le conclusioni del team dell'UNPO sono quelle di un generale svolgimento regolare delle elezioni minato da alcune irregolarità sui metodi di identificazione dei votanti, sulle facilitazioni ai disabili e su quelle agli sfollati (IDP Internally Displaced People).
Più dettagliate e critiche sono le conclusioni cui è giunto Afram Yakoub nella sua ispezione a Qaraqosh. Conclusioni che portano ad un'esplicita accusa alla Lista Ishtar di avere influenzato direttamente o indirettamente il voto nella cittadina.
Alcune testimonianze riportate dall'ACE, ad esempio, raccontano di attivisti della lista al Rafidain minacciati o addirittura fatti oggetto di violenze da parte di membri della milizia creata a protezione della cittadina e finanziata dal governo curdo attraverso il Chaldean Syriac Assyrian People's Council, uno dei gruppi costituenti la lista Ishtar.
Altre, invece, descrivono la situazione dei poveri abitanti di un complesso chiamato "Aghajan apartments" finanziato da Sarkhis Aghajan, che con regali, promesse di lavoro e riduzioni dei canoni di affitto, sarebbero stati indirettamente costretti a votare per la lista sponsorizzata dal loro benefattore. Così come lo sarebbero stati gli studenti della vicina università di Mosul minacciati dalla milizia di non poter più usufruire degli autobus necessari per recarsi ai corsi, per non parlare degli stessi membri della milizia il cui sostentamento dipende dal mantenimento del lavoro.
Le critiche quindi si concentrerebbero sulla persona di Sarkhis Aghajan, il ministro delle finanze del governo curdo che in quanto cristiano ha provveduto negli ultimi anni ai bisogni della comunità finanziando case, chiese, cimiteri e molti altri progetti. Progetti che malgrado gli abbiano fatto guadagnare l'imperitura riconoscenza di chi ne ha beneficiato e che si è addirittura tradotta in
onorificenze consegnategli dalle diverse chiese irachene, lo hanno sempre esposto alle feroci critiche di chi lo accusa di non lavorare per il bene dei propri correligionari ma per quello del governo curdo – Aghajan è membro del Kurdish Democratic Party di Massud Barzani - desideroso di dare all’esterno un immagine di governo democratico e rispettoso delle minoranze, ma soprattutto di creare una riconoscente base di favore utile nel sostenerlo nel progetto del “Grande Kurdistan”, l’allargamento cioè degli attuali confini della regione autonoma del Kurdistan attraverso l'annessione ad essa della Piana di Ninive, zona ad alta densità abitativa cristiana.
Alla luce di tali critiche e dei risultati provvisori che all’inizio del mese vedevano la Rafidain List prevalere a Baghdad sulla Ishtar List (45,5% contro 29,2%) le contestazioni sulle elezioni provinciali non finiranno anche se, per ora, nessuna dichiarazione a riguardo è giunta dall’Assyrian Democratic Movement.
Dichiarazione che, peraltro, più che suscitare polemiche all’interno dei circoli politici cristiani non otterrà nessun risultato visto che non più di tre giorni fa Faraj al-Haidari, a capo della commissione elettorale indipendente aveva dichiarato alla
Reuters che: "Nessuna lamentela, neanche la peggiore, avrà effetto sui risultati delle elezioni".
Le elezioni, come ha detto il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, avranno anche "rafforzato la democrazia irachena".
Certo però le parole di Faraj al-Haidari agli iracheni rammenteranno ben altre consultazioni elettorali, non "così" democratiche.

Election of Provincial Council in Iraq: collapse of the Assyrian Democratic Movement

By Baghdadhope

Published the final results of elections for provincial councils held in Iraq on January 31. According to these data, with regard to Christians, who participated in the elections of provincial councils only in Nineveh (Mosul) Baghdad and Basra, the results reported from the site Ankawa.com are:

Victory for Baghdad of the Ishtar Slate the candidate of which is Khorkhis Isho Sada, head of the Bet Nahrein Democratic Party in the capital.
Victory for Nineveh of Ishtar Slate the candidate of which is Sa'ad Tanyos Jajii.
The Ishtar Slate (513) is a coalition of various parties and candidates, including the Al-Suryan Independent Gathering Movement to which Sa’ad Tanyos Jajji belongs, the Chaldean Syriac Assyrian People's Council, the Chaldean National Congress, the Bet Nahrein Democratic Party, The Patriotic Union of Bet Nahrein, the Chaldean Cultural Association of Ankawa and the Notables of Qaraqosh.

Victory for Basra of the Chaldean Democratic Union Party, the candidate of which is Sa'ad Matti.
The Chaldean Democratic Union Party (503) is led by Abd al-Ahad Afram Sawa, Member of Parliament elected in the Iraqi Kurdish list in 2005.

If the results are confirmed it would be a resounding defeat of Rafidain List (504) composed of a single party led by Yonadam Kanna, a Christian member of parliament elected in 2005, the Assyrian Democratic Movement, always proposed as an opposition party to the power exercised by the Kurdish Government through Christian parties close to it.
The victory of the Ishtar Slate in Nineveh and Baghdad, if officially confirmed, will increase the doubts of those who soon after the elections made accusations of fraud as Yonadam Kanna did talking to PUKmedia when he said that the (Kurdish) militia affiliated to the Ishtar Slate lobbied to control the votes of the Christian inhabitants of the Nineveh Plain.
Accusation repeated in a report on the work of observation of the elections held between January 28 and February 2 by Andrew Swan and Margaret Murphy of Unrepresented Nations and Peoples Organization (UNPO) and by Afram Yacoub of the Assyria Council of Europe (ACE).
The team of three people, according to the ACE, once in place worked separately. The two members of UNPO checked the votes at the University of Dohuk while Afram Yacoub went to the town of Qaraqosh, capital of the district of Hamdaniya in the district of Nineveh, a center of about 45,000 inhabitants almost all Christians. The conclusions of the team of UNPO are those of a general regular conduct of the elections undermined by some irregularities on the methods of identification of voters, on facilities for disabled and displaced persons (IDP Internally Displaced People).
More detailed and critical are Afram Yacoub’s conclusions in its inspection in Qaraqosh. Conclusions leading to an explicit accusation of Ishtar Slate to have directly or indirectly influenced the vote in the town. Some witnesses reported by ACE, for example, talks about activists at Rafidain List threatened or subjected to violence by members of the militia created to protect the town and funded by the Kurdish government through the Chaldean Syriac Assyrian People's Council, one of the groups comprising the Ishtar Slate.
Others describe the situation of the poor inhabitants of a complex called "Aghajan apartments” financed by Sarkhis Aghajan who through gifts, promises of employment and reductions in rents, would be indirectly forced to vote for the list sponsored by their benefactor. As were the students from nearby University of Mosul threatened by the militia of being unable to use buses to travel to courses, not to speak of the same members of the militia whose livelihood depends on maintaining their employment.
Criticism then focus on the person of Sarkhis Aghajan, the finance minister of the Kurdish government who as a Christian has in recent years attended to the needs of the community by financing homes, churches, cemeteries and many other projects. Projects that despite having assured him the imperishable gratitude of those who benefited from them, and that even resulted in honors from various churches in Iraq, always exposed him to the fierce criticism of those who blames him for not working for the welfare of his coreligionists but for that of the Kurdish government - Aghajan is a member of the Kurdish Democratic Party of Massud Barzani - anxious to give out an image of democratic government respectful of minorities, but especially to create a grateful favorable basis useful in supporting the project of the "Greater Kurdistan" i.e. the enlargement of the existing boundaries of the autonomous region of Kurdistan through the annexation of the Nineveh Plain, an area with a high density of Christian population.
In light of these criticisms and of the preliminary results published at the beginning of this month that saw the Rafidain List prevail in Baghdad on Ishtar Slate (45.5% versus 29.2%) disputes about provincial elections will not end, even if by now no statement about them came from the Assyrian Democratic Movement. Statement that, however, will not get any results rather than stir controversy within the Christian political circles considering that no more than three days ago Faraj al-Haidari, head of the Independent Electoral Commission told the Reuters that: "None of the complaints, even the red ones, will affect the results of the election." The elections, as the United Nations Secretary General Ban Ki-Moon said may have had the result of "strengthen(ing) democracy in Iraq."
But certainly Faraj al-Haidari’s words will recall to Iraqis other elections, not “so” democratic.

19 febbraio 2009

Germany: arrival of the first Iraqi refugees scheduled by European Union plan

By Baghdadhope

On last November the European Union supported a plan to resettle 10,000 Iraqi refugees fled to Syria and Jordan because of the violence in Iraq. A plan, it must be noted, that provides for the "voluntary" compliance by the member countries and that although concerns only "a certain number of refugees who have no prospect of any other lasting solution, even in the long term ... people in a vulnerable situation who are easily identifiable, especially those with medical needs, trauma or torture victims, members of religious minorities, or women on their own with family responsibilities" aroused many negative reactions in the following months.
The first to declare their opposition to the plan were the representatives of the churches in Iraq who look at it as a measure to boost the already massive exodus of the Christian community as declared to Baghdadhope by Msgr. Louis Sako, the Chaldean Archbishop of Kirkuk, who recalled how "The Christian when baptized swears loyalty to his faith, and the path of faith can be full of difficulties and sacrifices, but this is not a reason not to follow it" and that "to emigrate to live a life as a refugee is not the solution. Not even seeking a more comfortable life. These people must hope, pray and fight for the situation to get better and for a future without first or second class citizens. "
But to protest now are also the politicians.
Thus, Asghar Al-Musawi, Iraqi deputy minister responsible for the problems of displaced persons and refugees defined as "unacceptable" the encouragement to emigrate given to Iraqi Christians by "certain governments".
A practice even labeled as "contrary to the international law" as concerning a particular group (Christians) and completely "unjustified" because the situation in Iraq is "stable."
The reference made by Al-Musawi rather than to some "generic" government seems directed at the German one.
In April 2008 the Interior Minister Wolfgang Schaeuble stood up for accepting in Germany Iraqi refugees of Christian faith. A proposal rejected by the by-then President of the European Union, Dragutin Mate, who said that "we must accept refugees and give them asylum .. without preconditions of religion or race."
The question for some months seemed deadlocked, at least until November, the date of the resolution of the European Union, when Germany declared itself ready to receive 2.500 of the 10.000 refugees expected reiterating, these were the words of the Interior Minister of Hesse Volker Bouffier, the wish of taking care of Christians in particular without rejecting in any case the aid to persons not of the same faith but in similar particular and difficult situations. Yesterday, February 18, Pukmedia agency reported that the first 70 Iraqi refugees to be resettled in Germany will arrive in mid-March in Lower Saxony, one of 16 federate German states that will receive the refugees.
Germany, therefore, seems determined to continue on its path and to resettle those who, refugee in Jordan or Syria, does not want or cannot return to Iraq.
Consideration of the matter is complex. The attitude of the Church that seeks to preserve the already tiny community is understandable. Its disappearance from the country would be a loss both for Iraq and the world Christian community that would be deprived of one of its oldest members.
Less understandable is the attitude of Iraqi government representatives. Invoking the respect of international laws that would be violated if case of acceptance of Iraqi Christians only on one hand is understandable as such a measure implies a "targeted selection", on the other hand it appears as an interference in the decisions of a sovereign government claiming the right to that choice. Iraqis for too long have lived in a state prison. Nobody in the world hopes that they, Muslims or Christians, are forced to leave their country, their culture, their roots, to live the wretched life of the refugee in a foreign land. Similarly nobody in the world should deny them the right to choose where to live, especially considering the violence that they - all of them - suffered from in recent decades of war and dictatorship.
Time, and statistics, will say if Germany, for now the only European country to have started the implementation of the EU plan, really will accept only the Iraqi refugees of Christian faith. Condition that, it must be remembered, is not present in the resolution that refers "also" but not "only" to "members of religious minorities."
Right now what we know is that yesterday the German Minister of Foreign Affairs, Frank-Walter Steinmeier, inaugurated the German consulate in Erbil, in Iraqi Kurdistan, the territory where thousands of Iraqis from the centre and the south - and among them many, many, Christians - sought refuge.
When one talks about the stubbornness and the organization of the Germans!

Germania: in arrivo i primi profughi iracheni del piano dell'Unione Europea

By Baghdadhope

Lo scorso novembre la comunità europea si è dichiarata favorevole ad un
piano di reinsediamento di 10.000 profughi iracheni fuggiti in Siria e Giordania a causa delle violenze in Iraq. Un piano che, si badi bene, prevede l’adesione “volontaria” da parte dei paesi membri e che pur riguardando solo “un certo numero di rifugiati che non hanno alcuna prospettiva di soluzione duratura alternativa, neanche a lungo termine; persone che sono in una situazione di vulnerabilità e che sono facilmente identificabili, in particolare quelli con esigenze mediche, vittime di traumi o torture, membri delle minoranze religiose, o le donne sole con responsabilità familiari” ha suscitato nei mesi successivi molte reazioni negative.
I primi a dichiararsi contrari sono stati i rappresentanti delle chiese irachene che hanno visto in esso un provvedimento in grado di incentivare il già massiccio esodo della comunità cristiana come ha
dichiarato a Baghdadhope Mons. Louis Sako, Arcivescovo caldeo di Kirkuk, che ha ricordato come “Il cristiano con il battesimo giura fedeltà alla sua fede, ed il cammino della fede può essere pieno di difficoltà e sacrifici ma non per questo non deve essere percorso” e che “emigrare per vivere una vita da profugo non è la soluzione. Cercare una vita più comoda neanche. Queste persone devono sperare, pregare e lottare perché la situazione migliori e ci sia un domani senza più cittadini di prima o seconda classe.”
A protestare adesso sono però anche i politici.
Così, Asghar Al-Musawi, vice ministro iracheno responsabile dei problemi degli sfollati e dei rifugiati ha definito “inaccettabile” l’incoraggiamento ad emigrare dato agli iracheni cristiani da “alcuni governi”. Una pratica addirittura etichettata come “contraria alle leggi internazionali” visto che riguarderebbe gli appartenenti ad un gruppo particolare (i cristiani) e totalmente “ingiustificata” visto che la situazione in Iraq è “stabile”.
Il riferimento di Al-Musawi più che ad alcuni “generici” governi, sembra indirizzato a quello tedesco.
Nell’aprile del 2008 il ministro degli interni Wolfgang Schaeuble si era dichiarato favorevole ad accogliere in Germania profughi iracheni di fede cristiana. Una proposta rigettata dall’allora presidente dell’Unione Europea, Dragutin Mate, che aveva affermato che “dobbiamo accogliere i rifugiati e dare loro asilo.. senza precondizioni di religione o razza”.
La questione per qualche mese sembrò in stallo, almeno fino a novembre, data della risoluzione dell’unione europea quando la Germania si dichiarò favorevole ad accogliere 2.500 dei 10.000 profughi previsti ribadendo, furono le parole del Ministro degli Interni dell’Assia Volker Bouffier, di volersi occupare dei cristiani in particolare ma senza rifiutare l’aiuto a persone non della stessa fede ma in analoghe particolari, difficili, situazioni.
Ieri, 18 febbraio, l’agenzia
Pukmedia, ha riportato la notizia secondo la quale i primi 70 profughi iracheni destinati ad essere reinsediati in Germania arriveranno a metà marzo in Bassa Sassonia, uno dei 16 stati federati tedeschi che accoglieranno gli altri profughi.
La Germania, quindi, sembra intenzionata a continuare sulla sua strada ed ad accogliere chi, profugo in Giordania o Siria, non vuole o non può tornare in Iraq.
Il giudizio sulla questione è complesso. L’atteggiamento della Chiesa che intende preservare la già minuscola comunità è comprensibile. La sua sparizione dal paese rappresenterebbe una perdita sia per l’Iraq sia per l’intera comunità cristiana mondiale che verrebbe privata di una delle sue componenti più antiche.
Meno lo è quello dei rappresentanti del governo iracheno. Invocare il rispetto delle leggi internazionali che sarebbero violate in caso di accoglienza dei soli iracheni cristiani da una parte è comprensibile perché un tale provvedimento sottintende una “scelta mirata”, d’altra parte però si configura come un’ingerenza nelle decisioni di un governo sovrano che rivendica il diritto a tale scelta.
Gli iracheni per troppo tempo hanno vissuto in uno stato-prigione. Nessuno al mondo si augura che essi, musulmani o cristiani che siano, siano costretti ad abbandonare il proprio paese, la propria cultura, le proprie radici, per vivere la grama esistenza del profugo in terra straniera. Allo stesso modo però nessuno al mondo dovrebbe negare loro il diritto di scegliere dove vivere, specialmente in considerazione delle violenze che essi - tutti - hanno subito negli ultimi decenni tra guerre e dittatura.
Il tempo, e le statistiche, diranno se la Germania, per ora l’unico paese europeo ad aver iniziato la messa in pratica dell’invito dell’Unione, davvero accoglierà solo profughi iracheni di fede cristiana. Condizione che, è bene ricordare, non è presente nella risoluzione che si riferisce “anche” ma non “solo” ai “membri delle minoranze religiose”.
Per ora ciò che si
sa è che proprio ieri il Ministro degli Affari Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha inaugurato il consolato tedesco ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, territorio dove a migliaia gli iracheni del centro e del sud - e tra essi molti, moltissimi, cristiani - si sono rifugiati.
Quando si dice la caparbietà e l’organizzazione dei tedeschi!

Rilasciate le due suore rapite in Kenya tre mesi e dieci giorni fa

By Baghdadhope

Rilasciate in Kenya Maria Teresa Olivero and Caterina Giraudo, le due suore rapite tre mesi e dieci giorni fa.
Una di loro è la sorella di Don Fredo Olivero, amico di lunga data della comunità irachena cristiana.
Baghdadhope ha contattato alcuni dei vescovi e dei sacerdoti caldei in Iraq ed in Italia che unanimamente hanno descritto questo come un gran giorno e la notizia come "veramente buona".
E' da sottolineare come i rappresentanti caldei che negli scorsi anni hanno incontrato Don Fredo Olivero in questi lunghi mesi di attesa hanno molte volte espresso la loro vicinanza ed hanno pregato per il rilascio delle due suore.
In special modo coloro che hanno vissuto la stessa esperienza come Padre Douglas Al Bazi che nel 2006 fu tenuto prigioniero per 10 giorni, e che ha trascorso molto tempo a Torino, la città di Don Fredo Olivero.

MISNA: LIBERATE SUORE ITALIANE, SI TROVANO GIA' A NAIROBI

Released the two nuns kidnapped in Kenya three months and ten days ago.

By Baghdadhope


Released in Kenya Maria Teresa Olivero and Caterina Giraudo, the two nuns abducted three months and ten days ago.
One on them is the sister of Don Fredo Olivero, a longtime friend of Iraqi Christian community.
Baghdadhope contacted some of the Chaldean bishops and priests in Iraq and Italy who unanimously reacted describing this as a great day and the news as a "very good one".
It must be noticed that the Chaldean representatives who in past years met Don Fredo Olivero in this long months of waiting many times expressed their closeness to him and prayed for the release of the two nuns. Especially those of them who had the same experience of abduction, as Fr. Douglas Al Bazi who was held by his abductors for ten days in 2006 and who spent a long time in Torino, Don Fredo Olivero's city.

MISNA: ITALIAN NUNS FREED AND ALREADY IN NAIROBI

18 febbraio 2009

Papa in Terra Santa: Moussalli (Giordania), "Canti in aramaico, incontro con i rifugiati"

Fonte: SIR

Risuoneranno anche canti liturgici in aramaico, la lingua di Gesù, nella messa che il Papa celebrerà nello stadio di Amman, durante la sua prossima visita in Terra Santa a maggio. Ad eseguirli i rifugiati cattolici iracheni, di rito caldeo, che sono riparati in Giordania per fuggire dalla violenza settaria del loro Paese d’origine. E’ possibile che una piccola delegazione possa poi incontrare Benedetto XVI per raccontare la loro sofferenza di rifugiati. Ad annunciarlo al Sir è padre Raymond Moussalli, vicario del vescovado caldeo di Giordania che da tempo si occupa dei circa 20 mila rifugiati cristiani nel regno hashemita. “I nostri fedeli aspettano con ansia una parola di incoraggiamento del Pontefice – afferma il vicario – ma è tutta la Giordania ad attendere Benedetto XVI con ansia. Dalla moschea del re Hussein il Papa aprirà una nuova pagina nel dialogo con l’Islam”. Secondo quanto riferito oggi dal portavoce della chiesa cattolica padre Refaat Badr, Benedetto XVI arriverà in Giordania l’8 maggio per ripartire, alla volta di Israele, l’11. In Giordania visiterà il monte Nebo, il luogo del Battesimo di Gesù, sulle rive del Giordano, e nella moschea di re Hussein dovrebbe tenere un discorso ad esponenti islamici giordani.

The Pope in the Holy Land: Moussalli (Chaldeans of Jordan), "Songs in Aramaic, a meeting with refugees."

Source: SIR
Liturgical songs in Aramaic language, Jesus’ language, will resound too at the Mass the Pope will officiate in the stadium of Amman, during his forthcoming journey to the Holy Land next May. They will be sung by the Iraqi Catholic refugees of the Chaldean rite who have fled to Jordan to escape sectarian violence in their native country. A small delegation might then meet Benedict XVI and tell him of their sufferings as refugees. This was announced to SIR by father Raymond Moussalli, vicar of the Chaldean bishopric of Jordan, who for some time has been taking care of the about 20 thousand Christian refugees in the Hashemite kingdom. “Our devotees are looking forward to hearing the Pontiff’s word of encouragement – states the vicar –, but it is all of Jordan that is looking forward to meeting Benedict XVI. From the Mosque of King Hussein, the Pope will turn a new leaf in the dialogue with Islam”. As reported today by the spokesman of the Catholic Church, father Refaat Badr, Benedict XVI will arrive in Jordan on May 8th and will leave for Israel on 11th. In Jordan, he will visit Mount Nebo, the place where Jesus was baptised, on the banks of the Jordan, and in the Mosque of King Hussein he should give a speech to some Jordanian Islamic leaders.

17 febbraio 2009

Patriarca Mar Ignatius Joseph III Younan


By Baghdadhope

Fonte:
Ankawa.com





Nella chiesa Siro cattolica di Nostra Signora dell’Assunzione a Beirut si è svolta due giorni fa la cerimonia di intronizzazione del nuovo patriarca Mar Ignatius Joseph III Younan che era stato nominato tale nel corso del Sinodo svoltosi a Roma lo scorso
gennaio.
Molti i presenti alla cerimonia tra rappresentanti politici ed ecclesiastici, libanesi e non.
Per la chiesa siro cattolica Mar Ignatius Daoud Musa, Patriarca Emerito, che ha presieduto la celebrazione assistito da Mar Rabula Antoine Beylouni, Arcivescovo Emerito di Aleppo dei Siri e Titolare della sede di Mardin dei Siri e da Mar Athanase Shaba Mati Matoka, Arcivescovo di Baghdad dei Siri. Mar Jacub Benham Hindo, Arcivescovo di Hassaké-Nisibi dei Siri, Mar Theophilus Georges Kassab, Arcivescovo di Homs, Hama e Nabk dei Siri, Mar Gregorios Elias Tabi, Vescovo coadiutore di Damasco dei Siri, Mar Jules Michael Al-Jamil, Arcivescovo titolare di Takrit dei Siri, Vescovo ausiliare emerito del Patriarcato Siro Cattolico (Libano) e procuratore della chiesa siro cattolica presso la Santa Sede, Mar Flavien Josef Melki, Vescovo di Dara dei Siri, Ausiliare di Antiochia dei Siri (Libano), Mar Gregorius Butros Melki, Esarca Patriarcale di Gerusalemme, Palestina e Giordania ed Ausiliare di Antiochia dei Siri (Libano), Mar Jacques Georges Habib Hafouri, Arcivescovo Emerito di Hassaké-Nisibi dei Siri, Mar Basilius George Alqas Musa, Arcivescovo di Mosul dei Siri, Mar Denys Antoine Chahda,Vicario Patriarcale di Aleppo dei Siri, Mar Iwannis Louis Awad, Vicario Apostolico del Venezuela per i fedeli di rito siriaco orientale titolare della sede di Zeugma (Siria), Mar Clemént Joseph Hannouche, Vescovo del Cairo e Vicario Patriarcale per il Sudan.
Per la chiesa maronita il Patriarca di Antiochia Cardinale Nasrallah P. Sfeir, per la chiesa copta cattolica il Patriarca di Alessandria (Egitto) Mons. Antonios Naguib, per la chiesa armeno cattolica il Patriarca di Cilicia degli Armeni Mons. Nerses Bedros XIX (Boutros) Tarmouni, per la chiesa siro Malankarese Mar Abraham Julios, per la chiesa caldea Mons. Mikha P. Maqdassi, vescovo di Alqosh, Mons. Petrous H. Harbouli, vescovo di Dohuk, Mons. Louis Sako, Arcivescovo di Kirkuk e Mons. Antoine Audo, vescovo di Aleppo (Siria), per la chiesa cattolica romana il Patriarca Emerito di Gerusalemme, Monsignor Michel Sabbah, il Nunzio apostolico in Libano Monsignor Luigi Gatti, l’incaricato d’affari vaticano a Damasco, Monsignor Andrzej Jozwowcz, ed il Cardinale Theodore Edgar McCarrick, Arcivescovo emerito di Washington, Distretto della Columbia, USA.
Presenti erano anche molte personalità politiche e militari libanesi ed Abdallah Al Naufali, a capo dell’ufficio governativo per gli affari dei non-musulmani in Iraq.

Per un resoconto della celebrazione: Nuovo Patriarca siro-cattolico installato in Libano Di Doreen Abi Raad Catholic News Service BEIRUT, Libano (CNS) -
Tradotto ed adattato da Baghdadhope
Tra acclamazioni ed espressioni di gioia, l'ex guida della diocesi siro-cattolica negli Stati Uniti e in Canada è stato celebrato come patriarca della Chiesa siro-cattolica.
Dicendo che "servirà, non per interessi personali, ma per ottenere il sostegno di Cristo" il patriarca Joseph Ignace III Younan il 15 febbraio è stato intronizzato nel corso di una Messa celebrata secondo i caratteristici riti della Chiesa cattolica orientale.
I presenti hanno applaudito ed acclamato e le donne hanno espreso la propria gioia durante la processione di ingresso nella chiesa siro cattolica di Nostra Signora dell'Annunciazione a Beirut. Il Patriarca Younan, con il capo coperto da un velo, è stato condotto nella chiesa da diversi vescovi siro cattolici tra cui il Patriarca Emerito, Cardinale Ignace Moussa Daoud. Il nuovo patriarca è passato tra patriarchi, cardinali, vescovi, sacerdoti e suore delle chiese orientali e latina, come pure di chiese ortodosse, ed ha preso posto sotto il Crocifisso dietro l'altare dove è rimasto coperto dal velo di pizzo, simbolo del digiuno di 40 giorni di Gesù nel deserto, fino a quando è stato ufficialmente intronizzato come patriarca appena prima della Comunione.
Il Cardinale Daoud ha celebrato la Messa in arabo e aramaico. Immediatamente dopo la sua intronizzazione, Il Patriarca Younan ha benedetto i fedeli mentre per tre volte veniva sollevato con la sua sedia . "Che tu sia benedetto ... lunga vita a te ", hanno cantato i fedeli in arabo mentre le donne uralvano tra acclamazioni ed applausi.
"E 'un grande onore che non merito" ha detto il Patriarca Younan, "ma ho riposto tutta la mia fiducia in colui che ha detto: Non avete scelto voi me, mai io ho scelto voi."
Ringraziando coloro "che hanno percorso grande distanze", il nuovo patriarca ha lodato "il mio caro amico", il Cardinale Theodore E. McCarrick, Arcivescovo Emerito di Washington "che è stato mio padre nella fede sin da quando ho iniziato come sacerdote missionario e poi come vescovo negli Stati Uniti." "Con il suo sostegno fraterno e la sua sollecitudine Sua Eminenza ha permesso alla nostra piccola comunità cattolica siriaca a Newark, NJ, di crescere in termini di dimensioni e di grazia", ha detto. Il Cardinale McCarrick ha servito come arcivescovo di Newark dal 1986 al 2000.
Nel mondo vi sono circa 200.000 cattolici siriaci, di cui 60.000-65.000 negli Stati Uniti e in Canada. Il Patriarca Younan fu inviato negli Stati Uniti a servire la comunità siriaca nel 1986 e dal gennaio 1995 fino alla sua elezione come nuovo patriarca di Antiochia è stato a capo della diocesi di rito siriaco di base a Newark per gli Stati Uniti ed il Canada.
Il Cardinale McCarrick, parlando in francese, ha detto che il Patriarca Younan è stato per lui come un fratello minore che "sono orgoglioso di considerare come mio amico spirituale".
Sull'altare, il cardinale McCarrick sedeva accanto al Cardinale Nasrallah P. Sfeir, patriarca della Chiesa cattolica maronita.
Nel suo discorso, il Patriarca Younan ha espresso il piacere di avere tra i presenti anche il suo compagno di studi a Roma, il vescovo siro-malankarese Abraham Kackanatt di Muvattupuzha, India. "La Sua presenza oggi è un urgente richiamo per tutti noi a rafforzare la comunione ecclesiale e liturgica", ha detto il Patriarca Younan. Nel suo intervento il vescovo Kackanatt ha detto che il patriarca (Younan) tornava alle radici della Chiesa, "la culla della convivialità e della spiritualità".
"Prego perché il patriarca porti un nuovo spirito a questa chiesa ed a tutte le chiese. Che possa portare maggiore unità ed amore a tutte le chiese qui oggi rappresentate che, purtroppo, non sono in piena comunione", ha detto il vescovo Kackanatt.
Acclamato dalle circa 150 persone arrivate dalla Siria - alcuni dal suo villaggio natale, Hassake - il patriarca ha ricordato di essere "nato in Siria dove i miei genitori trovarono rifugio dopo la fuga dalla Turchia."
Una delegazione di 35 persone proveniva da Istanbul, in Turchia. Circa 70 persone provenivano dall' Iraq, e numerose bandiere irachene erano visibili in tutta la chiesa.
Padre ST Sutton, che ha servito come segretario del Patriarca Younan quando era vescovo negli Stati Uniti ha detto che il nuovo patriarca è "molto intelligente, molto collaborativo e di mentalità aperta. Ed ha anche un grande senso dell'umorismo".
"E 'un uomo di preghiera. Il punto culminante della sua vita di preghiera è l'Eucaristia," ha detto il sacerdote. Padre Sutton ha anche aggiunto che il Patriarca Younan ha uno spiccato senso della universalità della chiesa. "E' un costruttore di ponti ed un guaritore. Non lavora per il suo interesse personale ma per unire e servire il Signore", ha detto Padre Sutton. Il sacerdote ha detto che la partenza del patriarca dagli Stati Uniti è "agrodolce" e che i fedeli sono ora in attesa di un nuovo vescovo, la cui scelta è prevista durante il sinodo del prossimo luglio.

Patriarch Mar Ignatius Joseph Younan III

By Baghdadhope



Source Ankawa.com



In the Syriac Catholic Church of Our Lady of Assumption in Beirut took place the enthronement ceremony of the new Patriarch Mar Ignatius Joseph Younan III who was appointed during the synod held in Rome on last January.
Many political and ecclesiastic personalities were present at the ceremony.
For the Syriac Catholic Church there was Mar Ignatius Daoud Musa, Patriarch Emeritus who chaired the celebration with Mar Antoine Rabula Beylouni, Archbishop Emeritus of Aleppo of the Syriacs and Titular of see of Mardin of the Syriacs, and Mar Athanase Shaba Mati Matoka, Archbishop of Baghdad of the Syriacs. Mar Jacub Behnam Hindi, Archbishop of Hassaké-Nisibi of the Syriacs, Mar Theophilus Georges Kassab, Archbishop of Homs, Hama and Nabk of the Syriacs, Mar Gregorius Elias Tabi, Coadjutor Bishop of Damascus of the Syriacs, Mar Jules Michael Al-Jamil, Archbishop of Takrit of Siryacs, Auxiliary Bishop Emeritus of the Syrian Catholic Patriarchate (Lebanon) and Procurator of the Syriac Catholic Church to the Holy See, Mar Flavien Joseph Melki, Bishop of Dara of the Syriacs and Auxiliary of Antioch of the Syriacs (Lebanon), Mar Gregorius Butros Melki, Patriarchal Exarch of Jerusalem, Palestine and Jordan and Auxiliary of Antioch of the Syriacs (Lebanon), Mar Jacques Georges Habib Hafouri, Archbishop Emeritus of Hassaké-Nisibi of the Syriacs, Mar Basilius George Alqas Musa, Archbishop of Mosul of the Syriacs, Mar Denys Antoine Chahda, Patriarchal Vicar of the Syriacs of Aleppo, Mar Iwannis Louis Awad, Vicar Apostolic of Venezuela for the faithful of Eastern Syriac rite and titular of the see of Zeugma (Syria), Mar Joseph Clement Hannouche, Bishop of Cairo and Patriarchal Vicar for the Sudan.
For the Maronite church of Antioch there was the Patriarch Cardinal Nasrallah P. Sfeir, for the Coptic Catholic Church the Patriarch of Alexandria (Egypt) Mgr. Antonios Naguib, for the Armenian Catholic Church the Patriarch of Cilicia of the Armenians Archbishop Nerses Bedros XIX (Boutros) Tarmouni, for the Syriac Malankara Church Mar Julios Abraham, for the Chaldean Church Mar Mikha P. Maqdassi, bishop of Alqosh, Mar Petrous H. Harbouli, bishop of Dohuk and Mar Louis Sako, archbishop of Kirkuk, Mar Antoine Audo bishop of Aleppo (Syria), for the Roman Catholic Church the Patriarch Emeritus of Jerusalem, Archbishop Michel Sabbah, the Apostolic Nuncio in Lebanon, Monsignor Luigi Gatti, the Vatican charge d'affaires in Damascus, Monsignor Andrzej Jozwowcz and Cardinal Theodore Edgar McCarrick, Archbishop Emeritus of Washington, District of Columbia, USA.
Also present were many Lebanese politicians and representatives of the Army and Abdallah Al Naufali, head of governmental affairs for non-Muslims in Iraq.

For a report of the ceremony:
New Syrian Catholic patriarch installed in Lebanon by By Doreen Abi Raad Catholic News Service in Beirut

“Christian Existence in Iraq: on a rise or demise?”

Source: Chaldean Diocese of Lebanon

Under the patronage of His Beatitude and Eminence
Patriarch Nasrallah Boutros Cardinal Sfeir
Maronite Patriarch of Antioch and all the East,
The Eastern Churches in Lebanon
(Chaldean, Assyrian, Orthodox Syriac and Catholic Syriac)
Along with the cooperation of “Notre Dame University”
Cordially invite you to attend the conference titled
“Christian Existence in Iraq: on a rise or demise?”

That will be held on the 19th of February, 2009 between 3:00 and 7:00 P.M.
In the “Issam Faris” Conference Hall of “Notre Dame University” (Zouk Mosbeh)
and will include significant facts and findings, live statements as well as a documentary.

Conference Program:

3:00 P.M: Opening Session

Words from the President of Notre Dame University
Father Walid Mousa.
Words from Msgr. Michel Kassarji,
Chaldean Bishop of Lebanon.
Words from His Beatitude and Eminence
Patriarch Nasrallah Boutros Cardinal Sfeir,
The Maronite Patriarch of Antioch and the entire East.

3:30 P.M: Session 1:

Documentary titled “Parting…and taking their history along.”
“Challenges of the Persistence of Christians in Iraq.”
Archbishop Louis Sako of Karkuk.
“The Relationship between Iraqi Christians and the other Iraqi Components.”
Iraqi Parliament Member, Al Sheikh Ayad Jamal Al Deen.
The basic elements concerning the existence of Christians in Iraq.”
Mr. Bassim Ballo, District Mayor of TelKaif.

4:30 P.M: Coffee Break

5:00 P.M: Session 2:

Speakers’ addresses- Discussions
Live testimonies from Christian Iraqi Refugees.
“The flee of Christians from Iraq.”
Archbishop Youhanna Ibrahim,
Metropolitan of Aleppo Archdiocese for Orthodox Syriac.
“Christians and the other minorities in Iraq- Rights and Freedom”
Former Minister, Mrs. Pascale Warda.
“The affair of the Christians of Iraq in perspective to the initiatives of the inter-religious Dialogue.”
Dr. Mohammad Sammak,
Secretary General of the Christian-Muslim Committee for Dialogue.
“The Christian cause is part of the entire situation regarding the Christians of the East.”
Dr. Michel Awad.

13 febbraio 2009

Rappresentanti delle chiese in Libano. La situazione degli iracheni cristiani.

By Baghdadhope

Fonte: Ankawa.com


Dal 9 al 12 febbraio si è svolta in Libano una riunione di alcuni rappresentanti delle chiese irachene incentrata sulla presenza della comunità cristiana in Iraq, sulla necessità di continuare il dialogo tra essa e quella islamica e sulla necessità, per le chiese occidentali, di non incoraggiare la sua emigrazione.
I partecipanti, i vescovi delle comunità siro ortodossa, armena ortosossa e cattolica caldea, coordinati dal segretario generale del MECC (Middle East Council of Churches) si sono concentrati su tre particolari aspetti della questione:
1. Le sfide per la comunità irachena cristiana, specialmente quelle legate alla sicurezza ed alle migrazioni all'interno del paese e verso l'estero.
2. Il ruolo che la comunità cristiana può avere nel processo di riconciliazione nazionale sulla base del rispetto del pluralismo e del principio di cittadinanza.
3. La rivitalizzazione del dialogo tra cristiani e musulmani per promuovere la coesistenza tra le parti.
I cristiani, si legge nell'articolo, come figli dell'Iraq vogliono e devono godere di tutti i diritti di piena cittadinanza. Per questa ragione l'invito rivolto loro è quello di rimanere nel paese e partecipare attivamente alla sua ricostruzione. La chiesa in Occidente, da parte sua, non dovrebbe incoraggiare l'emigrazione della comunità perchè la soluzione dei problemi del paese non sta nella fuga delle sue energie umane ma nella costruzione di un futuro migliore e più sicuro.

Churches representatives in Lebanon. The situation of Iraqi Christians.

By Baghdadhope

Source: Ankawa.com

From February 9 to 12 some representatives of Iraqi churches met in Lebanon and focused on the presence of the Christian community in Iraq, the need to continue the dialogue between it and the Islamic one, and the need for the Western churches not to encourage its emigration.
The participants, the bishops of the Syriac Orthodox, Armenian Catholic and Catholic Chaldean churches, coordinated by the Secretary General of the MECC (Middle East Council of Churches) focused on three particular aspects of the matter:
1. The challenges for the Iraqi Christian community, especially those related to security and migration within the country and abroad.
2. The role that the Christian community can have in the process of national reconciliation based on respect for pluralism and the principle of citizenship.
3. The revitalization of the dialogue between Christians and Muslims to promote coexistence between the parts.
Christians, the article reports, as children of Iraq will and should enjoy all the rights of full citizenship. That is why the call to them is to remain in the country and participate actively in its reconstruction. The church in the West, for its part, should not encourage the emigration of the community because the solution of the problems the country is not in the escape of its human energies, but in building a better and safer future.

11 seats for minorities in the next Parliament of Kurdistan

By Baghdadhope

Source: Ankawa.com

Ratified by the Parliament of Kurdistan the electoral law for the elections due to renew it on next May 19. The seats reserved for minorities rise from 10 to 11 with the addition of one reserved for the Armenian community, 5 to the Turkmen and 5 for the Christian consisting of Chaldeans, Assyrians and Syriacs.
With regard to this community an amendment has been approved that changes its denomination from "components" "Chaldeans, Assyrians, Syriacs" to "component" "Chaldean Assyrian Syriac" pointing out, with the use of the term in the singular and the disappearance of the commas, the consideration of the community as a single body

11 seggi alle minoranze nel prossimo parlamento curdo

By Baghdadhope

Fonte: Ankawa.com

Ratificata dal Parlamento curdo la legge elettorale per le elezioni che ne sanciranno il rinnovo il prossimo 19 maggio.
I seggi riservati alle minoranze dai 10 proposti sono diventati 11 con l'aggiunta di uno riservato alla comunità armena, che si aggiunge ai 5 per quella turcomanna ed ai 5 per quella cristiana composta da caldei, assiri e siriaci.
Proprio per quanto riguarda questa comunità è stato approvato un emendamento che ne cambia la denominazione che passa da "componenti" "Caldei, Assiri, Siriaci" a "componente" "Caldea Assira Siriaca" sottolineando, con l'uso del termine al singolare e la scomparsa delle virgole, la considerazione della comunità come corpo unico.

12 febbraio 2009

Kurdistan: si prepara il rinnovo del Parlamento a maggio. Ai cristiani 5 seggi.

By Baghdadhope

In una riunione tenutasi ieri in vista delle elezioni per il suo rinnovo che si terranno, a meno di cambiamenti dell'ultima ora, il prossimo 19 maggio, il parlamento curdo (KNA-Kurdistan National Assembly) ha stabilito che:

a. lo stesso nome dell'istituzione cambi e da Kurdistan National Assembly diventi Iraq's Kurdistan Parliament o Parliament of Kurdistan of Iraq.
b. che l'età minima per essere eletti al parlamento scenda da 30 a 25 anni.
c. che la quota di seggi riservata alle donne aumenti dal 25 al 30%
d. che alle minoranze turcomanna e cristiana vengano riservati 5 seggi ognuna dei 111 totali.

5 seggi per i cristiani non è una novità. Già adesso, infatti, del parlamento curdo eletto a gennaio 2005 fanno parte 5 deputati cristiani. La domanda però è se con l'avvicinarsi delle elezioni tale numero non scenderà.
Vivo è ancora infatti il ricordo tra i cristiani della decurtazione della propria rappresentatività politica alle elezioni per i consigli provinciali che si sono svolte lo scorso 31 gennaio quando, dei 12 seggi ad essi garantiti fino a luglio 2008, ne rimasero a disposizione solo 3 (Baghdad, Bassora e Mosul).
Un taglio che non ha mai trovato spiegazione ufficiale ma che è unanimamente interpretato come il desiderio arabo di "frenare" una possibile alleanza degli eletti cristiani con i curdi ed il conseguente rafforzamento politico di questi ultimi.
Cristiani quindi di nuovo, come sempre, tra arabi e curdi.
Resta da vedere se anche nella partita intercurda i giochi di potere prevarranno sulla rappresentatività politica della minoranza che lo stesso governo si è sempre vantato di difendere.

Kurdistan: renewal of the Parliament on May. 5 seats to Christians.

By Baghdadhope

At a meeting held yesterday to prepare the election for its renewal to be held, but for last minute changes, on May 19, the Kurdish parliament (KNA-Kurdistan National Assembly) determined that:
a. the same institution will change its name. Not more Kurdistan National Assembly but Iraq's Kurdistan Parliament or Parliament of Kurdistan of Iraq
b. the minimum age for being elected to parliament falls from 30 to 25 years
c. the share of seats reserved for women increases from 25 to 30%
d. the Turkoman and Christian minorities are reserved 5 seats each of the 111 total.

5 seats for Christians is not a piece of news. The Kurdish parliament elected in January 2005 already includes 5 Christians deputees. The question however is whether, with the election drawing on, this number will not fall.
Alive is still among Christians the memory of the curtailment of their political representation in the elections for provincial councils held on last January 31 when, of the 12 seats guaranteed to them up to July 2008, only 3 remained available (Baghdad , Basra and Mosul).
A curtailment that never had an official explanation but that is unanimously seen as the Arab desire to "slow down" a possible alliance of the elected Christians with the Kurds and the resulting political strengthening of the latter.
Christians then again, as always, between Arabs and Kurds.
It remains to be seen whether the inter-kurdish game for power will prevail over the political representation of the minority that the government always claimed to defend.

10 febbraio 2009

In Iraq cristiani senza pace

Fonte: Diocesi di Torino

di Filippo Re

"Noi cristiani corriamo il pericolo di sparire dal Medio Oriente, dalle terre che hanno visto nascere il Cristianesimo, siamo isolati e abbiamo bisogno di essere aiutati con urgenza".
Risuona intenso e accorato l'appello di monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliare Caldeo di Baghdad, che incontrando i torinesi alla Fondazione Feyles, per iniziativa dell'ufficio cultura della Diocesi, ha fatto il punto sulla situazione della minoranza cristiana in Iraq, tollerata ma sottoposta a continue intimidazioni e minacce che sovente degenerano in rapimenti e omicidi di religiosi e laici. Il forte timore di Warduni è avallato dai numeri che disegnano il consistente calo della popolazione cristiana nei diversi Stati del Vicino e Medio Oriente. Nella terra dei due Fiumi i cristiani erano appena il 3% sotto il regime di Saddam e oggi sono scesi al 2%. A Mosul, nel nord dell'Iraq, dove un anno fa fu trovato morto il vescovo caldeo Rahho, i cristiani erano 25 mila e adesso sono poche centinaia. In città 2500 famiglie hanno lasciato le loro case anche se molte di queste sono tornate, alcune dagli Stati Uniti. Monsignor Warduni ha ripercorso la storia di un popolo condannato a vivere con le guerre: prima il lungo e sanguinoso conflitto con l'Iran, poi la guerra del Golfo, l'occupazione del Kuwait, il terribile e doloroso embargo, l'invasione americana e infine il "dopoguerra" segnato da attentati kamikaze, autobomba, stragi infinite. E oggi, dichiara il vescovo iracheno, "viviamo le conseguenze e i danni della guerra, con carenza di elettricità, mancanza di gasolio in un Paese che galleggia sul petrolio, assenza di ventilatori con 50 gradi d'estate, rapimenti e atti terroristici che continuano. Venite in Iraq per sperimentare cos'è l'inferno! Io stesso mi sono salvato miracolosamente più volte come quel giorno che un'auto è saltata in aria a un check-point a pochi metri dalla mia macchina oppure quando la vettura che guidavo è stata mitragliata in pieno centro". Negli ultimi mesi a Baghdad si vive meglio, ha spiegato il vicario del Patriarca, il governo è un po' più forte e comincia a far rispettare la legge, c'è meno violenza rispetto al passato e la gente esce di più, anche di sera, mentre a Mosul gli episodi di violenza anticristiani non accennano a diminuire e la situazione generale non è ancora sotto controllo. Una piccola minoranza, quella cristiana, che rischia di scomparire in tutta la regione mediorientale. In Palestina i cristiani sono meno del 2%, in Giordania il 4%, in Egitto il 10% , in gran parte copti, in Iran lo 0,1%, in Arabia Saudita non c'è nessun cristiano, mentre in Iraq, osserva monsignor Warduni, l'avvenire dei cristiani è molto incerto e dipende dal futuro del Paese che appare irto di ostacoli anche se non mancano le possibilità di un miglioramento generale. Il dramma non riguarda solo i cristiani che erano 800 mila prima di dimezzarsi ma tutto il popolo iracheno perché i profughi sono oltre due milioni e mezzo e pochi sono quelli che rientrano in patria. "Ogni giorno c'è l'esodo, ogni giorno c'è pericolo, chi garantisce la nostra vita? Chi esce di casa non è sicuro di rientrarci. Gli attacchi contro i cristiani sono improvvisi e negli ultimi tempi 15 sacerdoti sono stati rapiti e toccava a me trattare con i rapitori, gente fanatica pronta a sparare. La priorità per noi iracheni è la pace e la sicurezza e le autorità dovrebbero darci i diritti che ci spettano perché siamo cittadini iracheni a tutti gli effetti". I vescovi iracheni ritengono che i tempi siano maturi per promuovere un Sinodo generale per i cristiani in tutto il Medio Oriente. Una grande assemblea di sacerdoti e prelati per studiare insieme i problemi e le prospettive dei cristiani nella regione, tra cui i quali in mancanza di una visione chiara sul futuro della loro terra prima o poi lasceranno del tutto questi Paesi. Un fenomeno, preoccupante per la Chiesa, è anche quello delle sette protestanti americane ed europee che proliferano in Iraq sfruttando i più deboli. "Un vero pericolo per noi, commenta il vescovo, perché le sette con il denaro cercano di evangelizzare i fedeli". Per i vescovi iracheni la situazione è tale da fare immaginare un disegno complessivo che svuoti il Medio Oriente dalla presenza dei cristiani. Sul previsto ritiro delle truppe americane dall'Iraq entro l'anno monsignor Warduni ha affermato che le forze Usa dovranno lasciare il Paese con la massima responsabilità portando prima pace, sicurezza e stabilità: "l'Iraq deve essere restituito agli iracheni e dal Paese devono andarsene tutte le forze straniere e non solo quelle alleate, senza intromissioni esterne ma il ritiro delle truppe non deve avvenire adesso perché l'Iraq rischierebbe di scivolare nel caos con conseguenze nefaste per la popolazione". Il vescovo caldeo di Baghdad ha poi accennato alla visita ad limina da Papa Benedetto XVI svoltasi nei giorni scorsi insieme agli altri vescovi iracheni. Il Papa è molto preoccupato per i cristiani che soffrono e per la mancanza di prospettive future in Medio Oriente. "Il Pontefice prega per noi e noi gli abbiamo chiesto di fare il possibile per far uscire l'Iraq dal disastro in cui si trova".

Positiva risposta di un vescovo iracheno al risultato delle elezioni


Martedì, 10 febbraio 2009

by John Pontifex

Tradotto ed adattato da Baghdadhope
Un cattivo risultato per i partiti religiosi più intransigenti nelle elezioni locali in Iraq potrebbe spingere gli esuli cristiani a tornare secondo un vescovo che ha affermato che i risultati potrebbero aiutare il paese a "rimettersi in carreggiata".
Per la comunità cristiana irachena- composta ora a malapena da 300.000 persone - il sondaggio del 31 gennaio in 10 delle 14 province del paese potrebbe essere visto come un punto di svolta per la sopravvivenza di un gruppo che appena 20 anni fa contava 1,4 milioni di appartenenti. I risultati preliminari della fine della scorsa settimana hanno mostrato un enorme vantaggo per il partito del primo ministro Nouri al-Maliki, notizia che il vescovo Andreas Abouna ha detto ha "reso felici" i cristiani costretti a fuggire dal settarismo e dalla violenza dell'era post-Saddam .
Parlando oggi (9 febbraio) da Baghdad in un'intervista con la associazione caritatevole cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre, Monsignor Abouna ha detto: "E 'un ottimo risultato - soprattutto in questa fase dello sviluppo del paese. Esso contribuirà a rimettere l'Iraq in carreggiata". Sottolineando lo svolgimento pacifico delle elezioni ha detto: "Questo farà riflettere [i cristiani] e potrebbe incoraggiarli a tornare." Monsignor Abouna, che è vescovo ausiliare dei caldei di Baghdad, ha sottolineato come sia probabile che i governi secolari si impegnino più dei partiti religiosi nella difesa dei diritti delle minoranze - una visione ampiamente condivisa dai cristiani. "Sono certo che ma mano che la notizia si diffonde i cristiani saranno felici - soprattutto perchè un governo più laico favorirà i gruppi religiosi minoritari."
Dallo scrutinio del 90 per cento dei voti fino a giovedì scorso (5 febbraio), i partiti religiosi islamici hanno subito enormi perdite e si è registrata la vittoria del partito islamico Dawa di
al-Maliki nella capitale Baghdad, a Bassora e nel sud-est del paese. I risultati rappresentano un colpo per il più grande partito religiosa sciita iracheno, il Supreme Islamic Iraqi Council, e anche se al-Maliki e il suo blocco politico, lo State of Law, hanno un forte orientamento religioso hanno perseguito un ordine del giorno non settario. Monsignor Abouna ha sottolineato le carenze di sicurezza in Iraq durante gli anni in cui il governo e la politica sono stati dominati da estremisti sunniti e sciiti compreso il chierico incendiario Muqtada al-Sadr.
"Tutti sono d'accordo" ha detto Monsignor Abouna "che nel corso degli ultimi cinque anni quando i partiti religiosi erano forti non è accaduto nulla." "Gli iracheni hanno capito che il modo migliore per aiutare il paese è tenere separata la religione dalla politica". Insieme ad altri alti esponenti del clero, il Vescovo Abouna si è sempre opposto alla nascita di un sistema religioso e teocratico in Iraq. Nel 2005, Monsignor Abouna e l'Arcivescovo di Kirkuk, Monsignor Louis Sako, hanno chiesto al Cardinale Cormac Murphy-O'Connor di Westminster di fare pressione sul governo britannico sostenendo che la bozza della costituzione irachena sembrava redatta per permettere alla Shari'a islamica di entrarvi dalla "porta sul retro". Il loro appello per un cambiamento nel testo della Costituzione non riuscì. I risultati ufficiali delle elezioni provinciali 31a gennaio non sono attesi prima della fine del mese a causa delle complesse regole di voto in materia di assegnazione dei seggi.

Iraqi bishop’s upbeat response to Iraqi election result

Source: Aid to the Church in Need

February 10th, 2009

By John Pontifex
DISASTER for hard-line religious parties in Iraq’s local elections may prompt exiled Christians to start returning home according to a senior bishop who said the results could help put the country “back on track”.
For Iraq’s dwindling Christian community – now down to barely 300,000 – the 31st January poll in 10 of the country’s 14 provinces, could yet be seen as a turning point in the survival of a faith group which barely 20 years ago numbered 1.4 million.
Preliminary results late last week showed huge gains for Prime Minister Nouri al-Maliki’s party, news which Bishop Andreas Abouna said “delighted” the Christians forced to flee the sectarianism and violence of the post-Saddam era.
Speaking today (9th February) from Baghdad in an interview with Catholic charity Aid to the Church in Need, Bishop Abouna said: “It is a very good result – especially at this stage in the country’s development. It will help put Iraq back on track.”
Stressing the largely peaceful conduct of the elections and their aftermath, he said: “This will make [Christians] think differently and may encourage them to start returning.”
Bishop Abouna, who is auxiliary bishop of Baghdad for the Chaldeans, emphasised that secular governments are likely to do far more than religious parties to uphold minority rights – a view widely shared by Christians. He continued: “I am sure that as the news spreads, Christians will be delighted – especially as a more secular government will favour minority religious groups.”
With 90 percent of votes counted by last Thursday (5th February), Islamic religious parties had suffered huge losses but there was victory for Mr Maliki’s Islamic Dawa Party in the capital, Baghdad, and Basra in the far south-east. The results are a major blow to Iraq’s largest Shiite religious party, the Supreme Islamic Iraqi Council, and although Mr. Maliki and his political bloc the State of Law, have strong religious leanings, they have pursued a non-sectarian agenda. Bishop Abouna underlined Iraq’s security failures during the years when government and politics were dominated by Sunni and Shiite hardliners including the firebrand cleric, Muqtada al-Sadr. The bishop said: “Everyone agrees that during the last five years when religious parties have been strong nothing happened.” He added: “Iraqis have realised that the best way to help the country is by keeping religion and politics separate.” Alongside other senior clergy, Bishop Abouna has consistently opposed the emergence of a religious, theocratic system in Iraq. In 2005, both Bishop Abouna and Archbishop Louis Sako of Kirkuk asked Cardinal Cormac Murphy-O’Connor of Westminster to lobby the British government, arguing that Iraq’s draft constitution looked set to authorise Islamic Shari‘a law “through the back door”. Their appeal for a change in the wording of the constitution failed. Official results of the 31st January provincial elections are not due until the end of the month because of the complex voting rules on the allocation of seats.

3 febbraio 2009

Conclusa l'assemblea della Roaco: maggiori aiuti alle Chiese in India, Ucraina e Iraq


Le urgenze pastorali delle Chiese in India e Ucraina e le necessità dei fedeli cristiani in Iraq: se ne è parlato in modo approfondito nell’Assemblea a Roma della ROACO,
la Riunione delle opere d’aiuto alla Chiese Orientali.
Il servizio di Roberta Gisotti.

È stato il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, a tirare le fila dell’incontro durato due giorni per mettere a fuoco cosa fare e come per sostenere le comunità ecclesiali dell’India e dell’Ucraina, alla luce delle mutate condizioni di questi due Paesi, che il porporato ha avuto occasione di visitare di recente. Le Chiese malabarese e malankarese in India sono infatti in crescita costante e questo richiede la creazione di nuove diocesi, e maggiori risorse finanziarie e così anche c’è la necessità di opere di carità per i fedeli più bisognosi, sparsi su un territorio vastissimo. Il cardinale Sandri ha raccontato del suo “pellegrinaggio di pace in India”, percorsa da episodi di violenza contro i cristiani, dove ha incontrato “una comunità ecclesiale comunque viva e proiettata verso il futuro”, dove la Chiesa - “pur tra problemi nuovi e antichi” - svolge opere di assistenza molto apprezzate dalla popolazione.
Spostando l’attenzione sulla Chiesa greco-cattolica in Ucraina, riemersa dopo un ventennio di repressione, il porporato ha ricordato che già 20 anni fa le mancavano sacerdoti, religiosi e strutture pastorali e che oggi si riscontrano segnali certi di vitalità specie nei settori giovanile, vocazionale, dell’apostolato culturale e della comunicazione sociale. Il cardinale Sandri ha raccomandato di valorizzare la Chiesa di questo Paese, che “rappresenta una comunità chiave per il futuro ecclesiale di tutto l’Est europeo”.
Non si è mancato in sede di Roaco di raccogliere “il grido disperato di aiuto dei cristiani iracheni”, lanciato dai loro vescovi in questi giorni a Roma in visita ad Limina Apostolorum. L’'influenza dell'Islam, la mancanza di lavoro, l’assenza di una piena libertà piena spingono infatti le famiglie cristiane a lasciare il Paese. E questo - aveva riferito in apertura dell’Assemblea l’arcivescovo Fernando Filoni, sostituto della Segreteria di Stato – è una grande fonte di preoccupazione per tutti, principalmente per il Papa.

2 febbraio 2009

La Chiesa irachena tra sofferenze e speranza


di Mario Ponzi

È una Chiesa che chiede aiuto quella in Iraq.
A rilanciarne "il grido di dolore e di disperazione" sono stati i suoi vescovi, a Roma nei giorni scorsi per incontrare il Papa nella visita ad limina Apostolorum. I presuli iracheni, si ricorderà, hanno colto l'occasione della loro presenza nell'Urbe per partecipare ad alcuni eventi legati alle vicende della loro terra, e per sottolineare quello che non hanno esitato a definire l'"assordante silenzio" che ha accompagnato il drammatico evolversi della situazione in cui vivono i cristiani nel loro Paese. Hanno denunciato l'esodo in massa di milioni di persone, tra le quali sempre più numerose i cattolici. Si calcola che più del cinquanta per cento abbiano dovuto lasciare le loro case negli ultimi cinque anni. Oggi quella cattolica è una comunità di minoranza, ma nei secoli passati ha svolto un ruolo fondamentale nella costruzione della società irachena.
I vescovi si rivolgono alla comunità internazionale e chiedono aiuto perché a loro "non è rimasta che la forza della preghiera - ha detto Sua Beatitudine Emmanuel III Delly, patriarca di Babilonia dei Caldei nell'intervista rilasciata al nostro giornale prima di ripartire da Roma - e la speranza nel grande amore di Dio". Una speranza rinvigorita dalle parole del Papa il quale ha ricordato che i cristiani sono "cittadini a pieno titolo con i diritti e i doveri di tutti".
Ed è andato oltre Benedetto XVI invocando la fine delle violenze e delle persecuzioni e l'inizio di una stagione per consentire a tutti "di vivere nella sicurezza e nella concordia reciproca".
Ma il Papa ha anche ricordato ai vescovi iracheni che in questo processo "la Chiesa è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale in vista dell'edificazione di una società nuova".
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Quella presentata al Papa in questi giorni è la figura di una Chiesa in grado di svolgere, o meglio ha i mezzi per svolgere questo ruolo?
Siamo venuti qui a mostrare innanzitutto al Papa il nostro attaccamento alla Chiesa e al suo capo visibile. Questa è la nostra Chiesa, che vuole essere legata alla Chiesa universale. Una Chiesa fondata soprattutto sull'amore, sull'amore che ci unisce come Chiesa locale e poi come Chiesa universale. Una Chiesa dunque che si presenta nella piena fedeltà al mandato che le è stato affidato dal suo fondatore e pronta a compiere comunque la missione di cui è depositaria.
In Medio Oriente si assiste a una sempre più consistente emigrazione di fedeli cristiani che sta assumendo, almeno a quanto rivelato da diversi vescovi del Paese, proporzioni rilevanti. Come mai questa fuga massiccia?
È una vicenda dolorosa. Nessuno dovrebbe emigrare, perché nessuno deve emigrare; nessuno dovrebbe lasciare il proprio Paese; non dobbiamo lasciare il Medio Oriente, che è la terra amata dal Signore. Dio ha voluto questo Paese. Il Signore, il Verbo incarnato, ha scelto questo Paese, il Medio Oriente, per farsi uomo. Dunque non dobbiamo lasciare questo Paese. Anche se ci sono uomini che lo vogliono, noi dobbiamo impedire che ciò accada. Dobbiamo fare tutto il possibile affinché il nome del Signore sia sempre lodato in questa terra, nel Medio Oriente. Per questo io dico che dobbiamo rimanere nel nostro Paese, a qualunque costo. Ciò non toglie però che i cristiani continuano ad abbandonare il Medio Oriente. Noi non possiamo impedirlo. Gli uomini sono liberi e liberi devono restare. Liberi di cercare ciò che ritengono sia il meglio per loro. Noi siamo convinti che il meglio per ogni uomo sia ciò che riesce a custodire nella sua devozione, ciò che riesce a offrire in carità e in solidarietà ai suoi stessi fratelli.
Se questo è il messaggio che trasmettete ai fedeli e loro continuano a scegliere l'esodo probabilmente c'è qualche cosa che li spinge a scegliere questa via piuttosto che restare.
Come le ripeto l'uomo è libero. Chi sceglie di emigrare lo fa perché è convinto di trovare qualcosa di meglio in un altro Paese. Noi rispettiamo questo grande dono che ci ha dato il Signore, la libertà. Ma guai a confonderla con il liberismo, quello che priva dei principi, quello che lascia senza scopi e senza valori. Da parte nostra facciamo tutto quanto è nelle nostre possibilità per convincere la gente a restare in questo Paese, a restare nel Medio Oriente in generale proprio per non svuotare quella che è stata la terra prediletta del Signore, quella che ha amato più di tutto. Cerchiamo di far amare questa terra collaborando con tutti, offrendo il nostro amore e la nostra testimonianza di vita cristiana. Questo è il nostro dovere e questo facciamo.
Nel rendere questa testimonianza è inevitabile il confronto quotidiano con la comunità musulmana.
Sono tredici secoli che viviamo insieme, gli uni accanto agli altri. Continueremo a vivere così. Sono molto buoni i rapporti con i fratelli musulmani. Sono nostri fratelli. Dobbiamo pregare per loro come loro pregano per noi l'unico Dio.
Quale ruolo interpretano i laici nella vita della Chiesa in Iraq?
Noi chiediamo ai nostri laici soprattutto di essere un esempio per gli altri. Se sapranno vivere insieme tra loro e con gli altri, se sapranno testimoniare l'amore di Dio per tutti gli uomini, se impareranno realmente a pregare uno per l'altro allora non ci sarà più alcuna uccisione, non vi saranno più attentati terroristici. Se si fosse già instaurato questo clima di fraternità reciproca nella preghiera forse non dovremmo oggi piangere tante vittime, neppure monsignor Paulos Faraj Rahho, l'arcivescovo di Mossul, rapito il 29 febbraio dello scorso anno e ritrovato morto il 14 marzo successivo. Vittime dell'odio di uomini. Dovere dei laici è dunque impegnarsi nella vita della Chiesa e diffondere il messaggio di pace del Vangelo.
Dov'è maggiormente radicata la presenza della Chiesa nella società irachena?
Ci impegniamo in tanti settori ma io dico sempre che prima di tutto dobbiamo far sì che la Chiesa si radichi nei cuori del nostro popolo, nel cuore di tutti gli uomini. Allora sì che la Chiesa sarà presente nelle diverse realtà del Paese: dovunque ci sarà un uomo buono, devoto, aperto all'amore fraterno e solidale lì sarà radicata la Chiesa.
In cosa si traduce in questo periodo innegabilmente difficile la vicinanza della Chiesa con la popolazione irachena?
Soprattutto in una proposta, l'unica che ci può salvare in questo momento: amatevi gli uni gli altri, lodate il Signore con la vostra vita.
E per il futuro cosa si prospetta? quali sono le attese della gente, soprattutto in vista delle ormai prossime elezioni?
Dobbiamo solo pregare affinché il Signore ci aiuti e ci metta nelle condizioni di poter continuare a rendergli lode nonostante tutte le difficoltà. Difficoltà, sia chiaro, create da uomini per altri uomini. Sono gli uomini infatti che crean0 difficoltà, tutte le difficoltà. Noi ci dobbiamo impegnare affinché nessuno crei più né problemi né difficoltà. Del resto tutti i Paesi hanno difficoltà e problemi.
Però per l'Iraq si profila una situazione forse finalmente diversa da quella vissuta in questi ultimi tempi?
Lo speriamo vivamente. È di giorno in giorno una prospettiva diversa, verso il bene. Preghiamo per questo.

Tre giorni di digiuno e preghiere: Digiuno di Ninive o Ba-oota d' Ninevayee

By Baghdadhope


Photo by Mission Chaldéenne, France. Calendrier de l'Eglise d'Orient, 2009

La chiesa caldea prega per la pace per tutto l'Iraq in occasione del "Digiuno di Ninive" o "Ba-oota d' Ninevayee" che da oggi per tre giorni riunirà nelle chiese i fedeli in ricordo di quando gli abitanti di Ninive si convertirono alla fede in Dio a seguito della predicazione del profeta Giona.
Per meglio capire il significato e la storia di questa tradizione liturgica leggi il post:
“I caldei celebrano il “Digiuno di Ninive” o leggi l’articolo scritto lo scorso anno da Padre Andrew Younan per la rivista Sawra riportata dal sito Kaldu.org e tradotta ed adattata da Baghdahope cliccando qui