giovedì, luglio 06, 2017

 

Detroit: più di 100 migranti irakeni cristiani a rischio di rimpatrio

By Asia News

La linea dura del presidente Usa Donald Trump sull’immigrazione ha messo più di 100 irakeni caldei a rischio di rimpatrio. In Iraq la loro vita è in pericolo, come sottolinea la Conferenza episcopale statunitense (Usccb) in una lettera inviata al segretario per la Difesa nazionale. Sono molte le comunità che pagano le conseguenze della politica di Trump, come racconta ad AsiaNews p. Giancarlo Ghezzi, missionario Pime e parroco della chiesa All Saints di Detroit.
A febbraio, il Dipartimento per la sicurezza nazionale ha ampliato il criterio per la deportazione. In precedenza, si trattava di immigrati senza documenti e con condanne penali, ma ora si parla di chiunque abbia commesso “atti che possano costituire reato”.
I 114 caldei fermati lo scorso 11 giugno dalla Immigration and Customs Enforcement (Ice) avevano ricevuto un ordine di espulsione diversi anni fa, e a quanto riporta Foreign Policy non tutti hanno precedenti penali: alcuni erano soltanto rimasti oltre la scadenza del visto. In passato non erano stati deportati perché l’Iraq non emetteva i documenti necessari al rimpatrio, ma a marzo Baghdad ha promesso di accettare i rimpatriati a patto di essere esclusa dal “travel ban”. Alla fine di gennaio 2017, l’amministrazione di Trump aveva emesso il primo divieto all’ingresso di cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana. Nella seconda versione di marzo l’Iraq ne è stato escluso, lasciando nella lista Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.
Secondo l’Ice, i detenuti sono “criminali incalliti”. Il New York Times parla di condanne che variano dal furto fino all’omicidio. Per gli avvocati difensori si tratta per lo più di reati minori commessi anni fa, in alcuni casi seguiti da decenni di comportamento rispettoso della legge. Jihan Asker, 41 anni e madre di tre figli, aveva patteggiato una condanna per frode minore nel 2003, pagando una multa di 150 dollari e scontando sei mesi di libertà vigilata.
Lo scorso 19 giugno, la Commissione sulla migrazione e la Commissione Giustizia e pace dell’Usccb hanno scritto a John F. Kelly, segretario alla Difesa nazionale, perché posponga l’espulsione degli irakeni fino alla stabilizzazione del Paese e all’assicurazione che il governo di Baghdad sia “intenzionato e capace di proteggere i diritti delle minoranze religiose”. Essi sono consapevoli dei crimini commessi da alcuni di loro e credono sia “appropriato che vengano puniti per i loro reati”, ma sostengono che “non sarebbe né giusto né umano deportare una persona che si è integrata nella vita americana e non rappresenta alcun rischio evidente per la comunità locale”. Soprattutto considerando il “pericolo di persecuzione e di possibili lesioni fisiche”.
Molti di questi caldei non conoscono l’arabo e hanno simboli cristiani tatuati sul corpo. Il loro provvedimento di espulsione è stato sospeso dal giudice distrettuale Mark Goldsmith fino a oggi perché se l’ordine fosse attuato i deportati subirebbero un “danno irreparabile” e “un importante rischio di perdita della vita”.
Il fenomeno delle deportazioni si estende oltre i confini della comunità irakena. P. Ghezzi racconta ad AsiaNews l’esperienza dei suoi parrocchiani, per la maggioranza provenienti da Messico, Costa Rica e Salvador. La loro partecipazione in chiesa è “diminuita drasticamente” perché temono di essere fermati dalla polizia o dall’Ice. È ridotto anche il numero dei bisognosi alla mensa gestita dalla Caritas: “Non vengono perché hanno paura che uscendo di casa possano essere fermati. Non si muovono, non rischiano, neanche per cercare aiuto”.
“Il problema delle espulsioni – spiega il sacerdote – è che distruggono le famiglie: il marito viene rimandato al Paese d’origine, e la moglie resta qui con i figli, o il contrario. Le famiglie vengono spezzate."

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