"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

13 dicembre 2018

Il cardinal Sako: «In Iraq sogno una Chiesa più aperta a giovani e donne»

By Famiglia Cristiana
Vittoria Prisciandaro

Un dialogo franco fra giovani e patriarchi. Il cardinal Sako ha subito raccolto l’invito di Francesco: il primo frutto del Sinodo dei giovani, aveva detto il Papa a conclusione dell’assise di ottobre, è stato «l’esempio di un metodo», «un modo di essere e lavorare insieme, giovani e anziani, nell’ascolto e nel discernimento, per giungere a scelte pastorali rispondenti alla realtà». Un esperimento da «portare avanti senza paura, nella vita ordinaria delle comunità».
Il patriarca caldeo di Bagdad, Louis Raphael Sako, durante i giorni del Sinodo ha scritto una bozza di lettera pastorale ai giovani iracheni e poi ha dato appuntamento ai suoi colleghi patriarchi cattolici dal 26 al 30 novembre nella capitale irachena. «Per la prima volta ci siamo incontrati tutti insieme, abbiamo invitato i giovani, distribuito la lettera ispirata alle conclusioni del Sinodo, per un dialogo aperto e fraterno».
Un incontro ispirato al Sinodo. Lei è stato anche presidente dell’assise. Cosa l’ha colpita di più?
«È evidente che a Roma sono arrivate sfide e problemi che sono diverse da un continente all’altro. Ma tutti abbiamo avuto la stessa preoccupazione. Come aiutare i giovani a realizzare se stessi ed essere felici? Come dare loro dignità sia nella Chiesa che nella società? Da noi, in Medio Oriente, le sfide principali sono il terrorismo, le migrazioni e la persecuzione dei cristiani. La cosa più importante emersa dal Sinodo è la necessità dell’uscita della Chiesa verso il mondo. Il clericalismo è abuso del potere: noi vescovi siamo chiamati a servire, non a dare ordini. Dobbiamo ascoltare. E parlare con un linguaggio nuovo, con tanta speranza e uno stile che i giovani possano capire».
Che cosa ha riportato nella sua terra?
«Ho pensato che non dovevo tornare con delle parole, ma con dei progetti. La lettera ai giovani ho iniziata a scriverla in quei giorni. Ho in programma di costruire un grande centro per i giovani di tutte le religioni, con una grande aula, una biblioteca, dei giochi. Un luogo dove i giovani possano incontrarsi, parlare e conoscersi, per rafforzare la convivenza e togliere le barriere settarie. Sono convinto, come è emerso dal Sinodo, che bisogna dare più spazio ai giovani e alle donne: hanno un carisma, sono parte della Chiesa, perché perdere questa ricchezza, queste competenze? Possono contribuire al progresso della Chiesa e della società. Perché non avere più donne nei dicasteri, negli uffici? Da noi in diocesi la responsabile dell’amministrazione del patriarcato è una donna, e una ragazza guida la pastorale giovanile. Ecco, bisogna che i vescovi riconoscano in concreto che giovani e donne hanno il sacerdozio comune».
Quindi una Chiesa più aperta alla partecipazione di tutti?
«Sì. Durante il Sinodo tutti i vescovi, e gli stessi giovani, hanno parlato con tanta libertà, responsabilità e coraggio, e hanno anche criticato. Perché non immaginare un Sinodo con la partecipazione di tutta la famiglia del popolo di Dio, dove ognuno ha il suo posto e prende sul serio le sue responsabilità?».
Molti cristiani sono andati via dall’Iraq per la guerra. Oggi qual è la situazione?
«Abbiamo accolto 120 mila sfollati provenienti da Mosul e dalla Piana di Ninive, garantendo loro vitto e alloggio, e assicurando ai bambini l’accesso alla scuola. Abbiamo cominciato a restituire le case e le scuole che erano state sequestrate. Ma quasi un milione di cristiani è andato via e non credo che ritornerà. Il numero dei cristiani iracheni nel periodo del regime precedente era di 1 milione  e 730 mila. Dopo la caduta del regime nel 2003, il numero è calato a 500 mila e il caos che si è creato, la mancanza di sicurezza per la presenza di decine di milizie e gruppi estremisti hanno portato a un bilancio tragico: 61 chiese bombardate, 1.224 cristiani uccisi, 23 mila case e proprietà immobiliari dei cristiani sequestrate. Quando è arrivato, l’Isis ha dato tre opzioni ai cristiani: la conversione all’islam, il pagamento di una tassa per la “protezione” o l’abbandono immediato della loro terra, altrimenti sarebbero stati uccisi. In questo modo, 120 mila cristiani sono stati espulsi».
In questa situazione qual è la sfida più grande per la Chiesa?
«La grande sfida per la Chiesa locale è come far restare i cristiani che hanno resistito, come dare loro speranza ma anche trovare lavoro, sicurezza, una pace duratura. Sono fiducioso che questo verrà, perché la guerra non durerà per secoli. Oggi nella popolazione irachena c’è una sensibilità più profonda, una più marcata sete di pace, libertà, giustizia e riconciliazione; più forte è la percezione di valori quali il rispetto dei diritti umani, la democrazia, la tutela del pluralismo, la lotta al settarismo. L’Iraq è un paese ricco, la società irachena è mista, pluralista. Sono convinto che il fondamentalismo musulmano non ha futuro».
Come procede il dialogo interreligioso e quello ecumenico, tra le Chiese cristiane, nel suo Paese?
«Anche se siamo pochi, i musulmani ci apprezzano, vedono la nostra testimonianza, ne sono toccati, ci rispettano. Abbiamo avviato un gruppo di lavoro misto, cristiani e musulmani, per promuovere alcune iniziative per la convivenza. Questo ci ha aiutato a isolare e a fermare discorsi anticristiani e antisemiti: le autorità musulmane hanno lavorato bene su questo punto. Sappiamo che una priorità è porre fine all’indottrinamento che incita all’odio e ai vecchi pregiudizi: per questo c’è bisogno di una riforma del sistema educativo e vanno aggiornati soprattutto i testi scolastici. Proprio questo gruppo misto ha prodotto un libro per far conoscere le nostre rispettive religioni: diventerà un testo base per l’insegnamento nelle scuole. Siamo tutti per un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare che gli consenta di uscire dalle contrapposizioni settarie e possa adottare un sistema politico pluralista. Le autorità religiose sciite, in particolare, hanno cominciato a esprimere il desiderio di creare un sistema di questo tipo, in cui i cittadini assumano responsabilità e incarichi in base alle loro competenze, piuttosto che sulla base dell’appartenenza etnica o religiosa. Il dialogo con i musulmani dunque fa progressi, mentre con gli altri cristiani è più difficile, perché alcune Chiese sono nazionaliste. Noi cattolici abbiamo il senso dell’universalità, ma altre Chiese, che sono diventate una piccolissima minoranza, hanno una formazione prettamente rituale, prendono alla lettera la tradizione, non vivono la liturgia come una presa di coscienza, non hanno fatto aggiornamento.È difficile fare unità, anche perché nel nazionalismo che segna alcune Chiese spesso entrano in gioco fattori politici».
Come vivrà questo Natale?
«I cristiani celebrano il Natale come un rinnovamento spirituale, sull’esempio dei pastori e anche dei magi che, secondo il Vangelo, sono venuti dell’Oriente, cioè dalla Mesopotamia, che è l’Iraq di oggi. Celebriamo il Natale in famiglia, con gli amici, e da due anni i musulmani, il governo, decorano le piazze pubbliche con l’albero natalizio, e i responsabili mandano lettere di auguri e alcuni partecipano alla Messa. Il Natale è un giorno per pregare per la pace. E non possiamo dimenticare i poveri: come Chiesa abbiamo formato gruppi di giovani volontari per portare aiuto alle famiglie bisognose, con cibo, vestiti, aiuti economici».
Come aiutare queste Chiese che soffrono?
«Quando si parla di aiuti, l’Occidente pensa subito ai soldi, noi invece abbiamo bisogno soprattutto del cuore, di un aiuto morale, vicinanza e amicizia. Quando viene una delegazione straniera facciamo festa, sentiamo che siamo sostenuti. E poi è importante fare pressione politica perché siano rispettati i diritti dell’uomo, per aiutarci a rimanere nella nostra terra. Se andiamo via, il cristianesimo perde le sue radici».
Nel discorso conclusivo del Sinodo lei ha espresso grande sostegno a papa Francesco. Perché, secondo lei, subisce tanti attacchi?
«Penso che ci sia tanta gelosia; non sono contenti perché il Papa attira tanta gente, è ammirato da tanti, e non solo dai cristiani, per la sua apertura, per i suoi gesti, la sua vicinanza. Chi lo attacca non vuole che la Chiesa si rinnovi. Un proverbio in arabo dice che a un albero fruttuoso gettano sempre le pietre. Ma papa Francesco è fiducioso, e noi siamo con lui: migliaia e migliaia di cristiani, di vescovi pregano per lui. Penso che soffra come padre, ma è anche forte».

12 dicembre 2018

Trump firma la legge sul cosiddetto “genocidio dei cristiani” in Medio Oriente

By Fides

Il Presidente Usa, Donald Trump, ha firmato ieri l'"Iraq and Syria Genocide Relief and Accountability Act of 2018", la legge che definisce come “Genocidio” la serie di crimini perpetrati negli ultimi anni da gruppi jihadisti su cristiani e yazidi in Iraq e Siria, impegnando il governo degli Stati Uniti a fornire assistenza umanitaria ai gruppi vittime delle violenze e a perseguire i responsabili e gli esecutori delle efferatezze.
Alla cerimonia per la firma del Presidente USA hanno presenziato, tra gli altri, l'Arcivescovo caldeo di Erbil Bashar Warda, il Cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo Carl Anderson, l'Ambasciatrice USA presso la Santa Sede Callista Gingrich e l'Arcivescovo Timothy Broglio, Ordinario militare negli Stati Uniti d'America.
La legge da impulso all'assistenza finanziaria USA per progetti umanitari, di stabilizzazione e di ricostruzione a favore delle minoranze religiose in Iraq e in Siria. L'assistenza può essere messa in atto attraverso strumenti e organismi che fanno capo direttamente al governo federale o anche attraverso la mediazione di altre organizzazioni, comprese quelle di natura ecclesiale e religiosa.
Inoltre, l'atto consente al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti di condurre indagini penali e arrestare individui identificati come presunti membri dei gruppi di matrice jihadista, per punire o prevenire atti vioenti nei confronti di minoranze religiose. Lo stesso Presidente Trump, dopo aver firmato la nuova legge, ha confermato l'impegno del governo USA a mettere in atto anche le procedure che impegnano gli apparati statunitensi a perseguire i responsabili dei crimini.
La Camera dei Rappresentanti degli USA, lo scorso 27 settembre, aveva approvato all'unanimità il progetto di legge, identificato dalla sigla HR 390. In precedenza, sostegno unanime alla nuova legge era stato espresso anche dal Senato USA.
La firma della legge da parte del Presidente Trump è il risultato dell'attività di lobbying condotta già sotto la precedente Amministrazione presidenziale da organizzazioni USA come i Cavalieri di Colombo, il cartello In Defense of Christians, il Family Research Council, la Commissione per l'etica e la libertà religiosa della Convenzione dei Battisti del Sud, l'Iniziativa Wilberforce del 21° secolo, il Centro per la libertà religiosa dell'Istituto Hudson. In occasione della firma, media statunitensi hanno riproposto le parole riferite in passato al deputato USA Chris Smith dall'Arcivescovo caldeo Bashar Warda, secondo il quale "i cristiani in Iraq sono ancora sull'orlo dell'estinzione, e la HR 390 è vitale per la nostra sopravvivenza. La sua implementazione deve essere completa e veloce, altrimenti l'aiuto che fornisce arriverà troppo tardi per noi".
La Commissione degli Stati Uniti sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF), un organismo federale indipendente e bipartisan istituito dal Congresso, ha elogiato il Presidente Trump per aver firmato il disegno di legge. "In questo disegno di legge riconosciamo anche il messaggio che i responsabili di questi crimini, compreso il genocidio, non sfuggiranno alla giustizia", ​​ha dichiarato il vicepresidente della USCIRF, Kristina Arriaga.
L'atto legislativo, consentendo ai gruppi motivati dalla fede religiosa di ricevere aiuti finanziari da parte degli USA, modifica in parte la precedente politica del Dipartimento di Stato e dell'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, che per distribuire i fondi utilizzavano principalmente i canali – considerati “neutrali” dal punto di vista religioso - delle Nazioni Unite.
Il 25 ottobre 2017, era stato il Vice Presidente USA Mike Pence a preannunciare questo cambiamento nelle procedure utilizzate dalla politica USA riguardo ai finanziamenti per le emergenze umanitarie (vedi Fides 27/11/2017). "Non ci affideremo più solo alle Nazioni Unite per aiutare i cristiani perseguitati e le minoranze” aveva detto Pence in occasione della cena di solidarietà annuale per i cristiani in Medio Oriente promossa a Washington dall'organizzazione USA In Defense of Christians. Il vicepresidente Usa, in quel contesto, aveva preannunciato che le agenzie federali USA avrebbero lavorato "fianco a fianco con gruppi di fede e organizzazioni private per aiutare coloro che sono perseguitati per la loro fede". 
In precedenza, il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako aveva fatto notare in un'intervista che “negli ultimi anni in Medio Oriente i cristiani hanno sofferto ingiustizie, violenze e terrorismo. Ma questo è accaduto anche agli altri loro fratelli iracheni musulmani, e a quelli di altre fedi religiose. Non bisogna separare i cristiani dagli altri, perché in quel modo si alimenta la mentalità settaria”.

Trump signs law to aid Christians in Iraq, Syria

By Catholic News Agency
Christiane Rousselle

Photo Ankawa.com
President Donald Trump signed into law Tuesday the Iraq and Syria Genocide Relief and Accountability Act, which seeks to ensure US aid reaches Christian and Yazidi genocide victims.
The bill was passed unanimously in the House Nov. 27, and in the Senate Oct. 11.
This bill was introduced by Rep. Chris Smith (R-NJ), and the lead Democratic sponsor was Rep. Anna Eshoo (D-CA). This was Smith’s second attempt at getting the bill signed into law, and altogether it took 17 months for this bill to be passed.  
Trump was joined at the Dec. 11 signing by Vice President Mike Pence, Ambassador-at-Large for International Religious Freedom Sam Brownback, Ambassador to the Holy See Callista Gingrich, Supreme Knight of the Knights of Columbus Carl Anderson, Smith, Eshoo, Chaldean Archbishop Bashar Warda of Erbil, and many others.
Trump said it was a “great honor” to sign H.R. 390 into law, and remarked that his administration has had great success in fighting Islamic State. The group has lost nearly all of its territory since its peak in 2015.
“This bill continues my administration's efforts to direct US assistance for persecuted communities including through faith-based programs,” he said.
The signing of the legislation is a symbol of the US speaking “with bold moral clarity and political unanimity,” Anderson said in a statement provided by the Knights of Columbus, which were heavily involved with the process of writing the bill and assisting the situation of Christians in the Middle East.
Since 2014, the Knights of Columbus have donated more than $20 million to help Christians and other religious and ethnic minorities in Iraq and Syria with food, housing, and other needs. The Knights also spent $2 million to rebuild an Iraqi town that had been destroyed by Islamic State.
H.R. 390 provides funding to various entities, including faith-based and religious organizations, that are helping with recovery and stabilization efforts in Iraq and Syria in religious and ethnic minority communities, including Christians and Yazidis.
The bill also instructs the Trump administration to “assess and address the humanitarian vulnerabilities, needs, and triggers that might force these survivors to flee” the region and for the administration to identify signs of potential violent action against minority groups in the country.
Another part of the law encourages foreign governments to identify those who belong to Islamic State in security databases and security screenings to aid with their prosecution. The bill provides support for groups that are investigating members of Islamic State who committed war crimes and crimes against humanity in the region.
Since Islamic State took control of the region, the country’s Christian population has dwindled to only a few thousand families. Many of these people fled to nearby Turkey and Lebanon out of concern for their safety. Although the situation has drastically improved since nearly all of Islamic State's territory has been regained, Christians are reluctant to return to the region due to a lack of economic opportunities and continued concerns for safety.

10 dicembre 2018

Il Patriarcato Caldeo si congratula ad un anno dalla sconfitta del Da'esh e chiede che Natale diventi giorno di festa in tutto il paese

By Baghdadhope*

Di seguito il testo*, pubblicato dal sito del Patriarcato, con il quale il Patriarca Cardinale Mar Louis Sako ha ricordato la vittoria sul Da'esh sancita ufficialmente lo scorso anno il 10 dicembre.


"In occasione dell'anniversario della sconfitta dell'Organizzazione dello Stato Islamico ci congratuliamo per la vittoria con il popolo iracheno e ringraziamo tutte le forze di sicurezza che hanno contribuito alla liberazione dei territori dello stato. Chiediamo a Dio misericordia per le anime dei martiri e la guarigione dei feriti.
Chiediamo agli amati iracheni di ogni setta di lavorare in squadra, di distruggere la cultura divisiva, di educare il popolo ai pericoli dell'estremismo e del terrorismo, di promuovere la cultura dell'accettazione dell'altro, consolidare i valori della pace e della cittadinanza e favorire la coesistenza. Esprimiamo la speranza che con il nuovo governo l'Iraq possa essere testimone di una vera rinascita.
In occasione della celebrazione di questa grande vittoria, ed in risposta all'invito rivolto dal Primo Ministro, Adel Abdul Mahdi, abbiamo chiesto ai nostri fedeli di far suonare le campane delle chiese e di pregare per la pace e la stabilità alle nove del mattino di lunedì. 
Signore della Pace, dà la pace al nostro paese." 

Oltre alla lettera con la quale il Patriarca ha espresso le sue congratulazioni per l'evento, il sito del Patriarcato ha pubblicato un'altra lettera, questa volta indirizzata al presidente del Parlamento, Mohamed Halboussi, con la quale il Patriarcato Caldeo fa ufficialmente richiesta che il giorno di Natale diventi festa nazionale.
"I cristiani celebrano la nascita di Cristo ogni anno il 25 dicembre" si legge nel testo  che continua sottolineando come "questa festa è diffusa in tutto il mondo, compresi paesi come la Giordania, la Siria, il Libano, la regione del Kurdistan iracheno e la provincia di Kirkuk."
Per questa ragione "Chiediamo che venga approvata una nuova legge perchè essa diventi una festa ufficiale in Iraq, specialmente in considerazione del rispetto che i fratelli musulmani hanno di Cristo il cui nome è menzionato in 93 versi del Sacro Corano."
Una decisione in questo senso farebbe felici "i cittadini iracheni di fede cristiana incoraggiandoli a rimanere nel paese e a non emigrare, rafforzerebbe il rispetto per le religioni e risuonerebbe a livello internazionale." 

Adattamento del testo: Baghdadhope

6 dicembre 2018

Una cristiana candidata come ministro dei rifugiati. Deputati cristiani la boicottano

By Fides

C'è anche quello della cristiana Hana Emmanuel Gorgis tra i nomi che il Premier iracheno Adel Abdul Mahdi vorrebbe inserire nella lista dei ministri del governo dell'Iraq, ancora in fase di formazione dopo che sono passati sette mesi dalle elezioni. Hana Emmanuel, nelle intenzioni di Adel Abdul Mahdi, dovrebbe guidare il ministero per l'emigrazione e i rifugiati, incaricato di gestire questioni politiche e amministrative che toccano da vicino la condizione delle comunità cristiane in Iraq. Ma a manifestare netta chiusura nei confronti della possibile nomina di una cristiana alla guida del dicastero governativo sono stati alcuni parlamentari eletti nei seggi riservati alle minoranze cristiane, come i due deputati appartenenti al movimento delle cosiddette “Brigate Babilonia” (vedi Fides 21/5/2018).
I parlamentari cristiani contrari alla nomina di Hana Emmanuel Gorgis hanno motivato la loro scelta – fortemente criticata da Emmanuel Khoshaba, appartenente alla Coalizione assira Rafidain e eletto anche lui nella quota di seggi riservata ai cristiani – sostenendo che la scelta del Premier sarebbe stata condizionata da interferenze di matrice ecclesiastica.
L'opposizione di parlamentari cristiani all'ingresso di una cristiana nella compagine governativa irachena rappresenta un ulteriore indizio della frammentazione politica delle sigle politiche che fanno capo alle diverse comunità cristiane presenti in Iraq.
Il voto parlamentare per nominare i capi degli otto ministeri ancora privi di titolare è stato comunque rinviato alla prossima settimana per i contrasti sorti soprattutto intorno alla attribuzione di ministeri chiave come quelli della difesa e degli Interni. La nomina degli otto ministri era stata già respinta nella sessione parlamentare di ottobre che invece aveva approvato l'assegnazione degli altri 14 dicasteri governativi. Secondo diversi analisti, a bloccare il varo definitivo del governo iracheno concorrono soprattutto le rivalità tra le principali formazioni politiche di matrice sciita.

Iraqi priest in NZ: ‘Please save our people’

By RNZ




Auckland-based Catholic priest Fr Douglas Al-Bazi was tortured by terrorists in Iraq and sheltered thousands of people fleeing from Islamic State. He tells Alex Perrottet his harrowing story and says New Zealand should be taking more refugees suffering genocide in the Middle East.

Helping the homeland

By Chaldean News
Lisa Cipriano

Most everyone with ancestral roots outside of the United States feels some sort of a connection to his or her homeland. Some go back to visit. Others, go back to help.
The Shlama Foundation was created to do just that in the ISIS ravaged ancient city of Nineveh in northern Iraq.
After the invasion of ISIS in 2014, the Assyrian Chaldean Syriac people of Nineveh were driven out of their ancestral homeland. Nearly 13,000 homes, hundreds of churches and close to 150 public properties were destroyed.
The word Shlama means peace in Aramaic and that's exactly what the foundation is tirelessly focused on restoring to the region since the invasion, initially, by providing the diaspora much needed emergency humanitarian aid in terms of food and immediate shelter.
Now, its goal is to rebuild the homeland and preserve the culture of the nearly 200,000 people displaced and forced to live in tents in crude displaced camps.
Most of the families who re­mained in Iraq have since returned to what's been left of their villages. But, many others have yet to come back to what's left of their home and there's still much work to be done to restore the dignity, rich culture and quality of life that they once had.
"The needs have shifted in the re­gion. The people now are just trying to pick up the pieces and put their lives back together," co-founder and board member John David explained.
The focus of the Shlama Founda­tion has also shifted to accommodate the needs of the Assyrian Chaldean Syriac people of Nineveh not only by working to rebuild their burned down homes, but also restoring their desecrated and looted churches and gravesites.
And, they need your help.
Prior to the invasion, Telkeppe, was once a thriving town, rich with ancient culture and a population of 5,500. Since the invasion and even­tual fall of ISIS in that region, only 47 families have returned to find their homeland ravaged and their ancient cemetery in pieces.
But, thanks to years of hard work and dedication of the Shlama Foun­dation, its donors and 40 Michigan volunteers, the rubble has been cleared, the entrance of the ceme­tery has been repaired and the sacred cross that stood at its gate for cen­turies has been carefully restored and re-erected.
"This is symbolic because it shows that we are defying ISIS' at­tempt to uproot our indigenous ties and erase our history in the region. It will greatly boost the morale of the families that are returning to their ancient Nineveh town," said David.
Sidewalk reconstruction, water pipes and a motor for a well at the site also were installed as part of the now completed first phase of the Telkeppe Cemetery project.
But there is still plenty of work to be done there.

«Sprazzi di luce»: P. Ragheed Ganni, sacerdote di Cristo e martire.

By Ufficio Stampa Fondazione E.U.K Mamie



Le minacce di morte, se avesse continuato a celebrare l'Eucaristia, non ottennero che Padre Ragheed smettesse di esercitare il suo ministero sacerdotale. Egli doveva realizzare il comando del Signore: «Fate questo in memoria di Me». Disobbedire ai terroristi islamici, celebrando la Messa domenicale del 3 giugno 2007, gli costò la vita. Nell'uscire dalla chiesa gli sbarrarono la strada: «Ti avevamo detto che chiudessi la chiesa, perché non l'hai fatto?», gli urlarono. Egli rispose: «La Casa di Dio non si chiude». I terroristi spararono immediatamente a lui e ai tre sottodiaconi che lo accompagnavano. In questo documentario scopriamo la vita di questo sacerdote giovane e coraggioso, che scelse di rimanere fedele al Signore fino alla fine.

Cari amici,
in risposta al richiamo che Papa Francesco fece mesi addietro, attraverso l’Esortazione Apostolica Gaudete et exultate, di riflettere sulla «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo», la Fondazione EUK Mamie-HM Televisione ha appena pubblicato – in spagnolo e in italiano – il primo programma di questo nuovo periodo di «Sprazzi di luce». In «Sprazzi di luce» vogliamo offrire la testimonianza di fede coraggiosa e di carità ardente di molti nostri fratelli che sono già arrivati «alla fine della corsa». Nella maggior parte dei casi ci incontreremo con persone la cui santità è già stata riconosciuta dalla Chiesa. In altri, troveremo testimoni ancora in cammino verso gli altari: volti giovani e nuovi, alcuni molto attuali, che ci interpellano con forza e ci fanno riflettere su come stiamo rispondendo noi alla nostra personale chiamata alla santità.
Questo è il caso del nostro primo «Sprazzo di luce» di questo periodo, dedicato a P. Ragheed Ganni, sacerdote di Cristo e martire, la cui causa di beatificazione è stata aperta lo scorso 1º marzo 2018.

Il Servo di Dio, P. Ragheed Ganni, fu martirizzato in Iraq il 3 giugno 2007. È stato il primo sacerdote cattolico ucciso in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. Terroristi mussulmani avevano insistito che chiudesse la parrocchia, ma egli si era rifiutato. Era domenica, una volta conclusa la celebrazione eucaristica, degli uomini armati gli andarono incontro. Egli era accompagnato da tre sottodiaconi: Basman Yousef, Wahid Hanno Isho e Gassam Isam Bidawed. La moglie di Bidawed era pure presente. È stata l’unica testimone. Uno degli assassini gridò al sacerdote: «Ti avevo detto che chiudessi la chiesa, perché non l’hai fatto?». Egli rispose con forza: «La casa di Dio non si chiude». Lo buttarono a terra e iniziarono a sparare, uccidendo i quattro uomini. Alcuni giorni prima della sua morte aveva scritto a un amico: «Ogni giorno ci aspettiamo l’attacco decisivo, ma non smetteremo di celebrare la Messa». Quella intensa vita eucaristica gli diede la forza per versare il suo sangue per Cristo.
In questo documentario scopriamo la vita di questo giovane e coraggioso sacerdote, che scelse di essere fedele al Signore sino alla fine. Per parlare di lui abbiamo intervistato tre persone che lo conobbero in diversi momenti della sua vita:
  • Mons. Carmelo Pellegrino, Promotore della Fede nella Congregazione delle Cause dei Santi. Visse assieme a P. Ragheed nel Collegio Irlandese, in cui entrambi alloggiavano durante i loro studi a Roma.
  • Don Rebwar Audish Basa, sacerdote iracheno. È autore del libro «Un sacerdote cattolico nello stato islamico. La storia di Padre Ragheed Ganni», pubblicato con il patrocinio di Aiuto alla Chiesa che Soffre. Don Rebwar fu alunno di P. Ragheed nella materia di Teologia Ecumenica.
  • Wisam Khalil, giornalista iracheno e amico personale di P. Ragheed Ganni. 
I testimoni ci descrivono P. Ragheed Ganni come un giovane brillante, intelligente e allegro, entusiasta del suo sacerdozio e sostenuto da una fede che gli diede il coraggio di donare la sua vita per Cristo. «Chi l’ha conosciuto – dicono – non lo dimentica». HM Televisione vi offre questo documentario questo 4 dicembre, giorno in cui, nel suo paese natale, Karemlash, nella Pianura di Ninive (Iraq) così martoriata dall’invasione dello Stato Islamico, festeggiano la loro patrona, Santa Barbara, vergine e martire.
Che nostra Madre Immacolata ci conceda la grazia di amare Gesù Cristo con il cuore dei Suoi martiri.

5 dicembre 2018

Communiqué final Du XXVIème congrès du Conseil des Patriarches Catholiques d’Orient Baghdad (Iraq), 26-30 novembre 2018


Communiqué final
Du XXVIème congrès du
Conseil des Patriarches Catholiques d’Orient
Baghdad (Iraq), 26-30 novembre 2018

Introduction

  1. Le Conseil des Patriarches Catholiques d’Orient (CPCO) a tenu son XXVIème congrès du 26 au 30 novembre 2018 au siège du patriarcat chaldéen à Baghdad (Iraq). Y ont participé leurs Béatitudes Louis Raphaël Cardinal SAKO, patriarche chaldéen de Babylone, Béchara Boutros Cardinal RAI, patriarche d’Antioche et de tout l’Orient pour les Maronites, Ibrahim Isaac SEDRAK, patriarche copte catholique d’Alexandrie, Ignace Youssef III YOUNAN, patriarche syriaque catholique d’Antioche, Youssef ABSI, patriarche grec melkite catholique d’Antioche, de tout l’Orient, d’Alexandrie et de Jérusalem, Krikor BEDROS XX, catholicos patriarche arménien catholique de Cilicie, l’évêque Mgr William SHOMALI, représentant du patriarcat latin de Jérusalem. A pris part à la séance d’ouverture Son Excellence le nonce apostolique en Iraq et en Jordanie Mgr Alberto Ortega MARTIN. A la lumière de la parole des disciples d’Emmaiis au Seigneur Jésus : « Reste avec nous car le soir vient et la journée déjà est avancée», les pères ont abordé le thème du congrès : « Les jeunes, signes d’espérance dans les pays du Moyen Orient ».
  2. L’ouverture du congrès fut précédée par une messe concélébrée par Sa Béatitude le patriarche Ignace Youssef III YOUNAN et les pères patriarches, chez l’archevêque syriaque catholique de Baghdad dans la cathédrale Notre Dame de la Délivrance à l’occasion du huitième anniversaire du terrible massacre qui y a eu lieu et qui a causé le martyre de deux jeunes prêtres et de quarante-cinq fidèles.
Dans son homélie, Sa Béatitude le patriarche YOUNAN a appelé les fidèles à renouveler, en dépit de la douleur, de l’atrocité du mal et de l’horreur, l’acte « d’espérance au-delà de toute espérance » en la Providence divine, sûrs que le sacrifice des martyrs apportera bien et grâce à l’Iraq et à l’Orient. Il a supplié Dieu pour que vienne le jour où les martyrs seront béatifiés et élevés sur les autels.
  1. La séance d’ouverture débuta avec une prière suivie du mot de bienvenue du Cardinal Louis Raphaël SAKO qui vit que la tenue du congrès pour la première fois en Iraq en dit long sur la solidarité des patriarches avec ce pays, sur leurs contacts avec ses chrétiens et sur leur encouragement au retour des déplacés et des migrants dans leurs villages et leurs contrées. Il assura que le congrès est un message contre le fanatisme et l’extrémisme visant à consolider les valeurs du vivre-ensemble.
Par ailleurs, le Nonce Apostolique, Mgr Alberto Ortega Martin aborda, dans son mot, le thème du congrès portant sur le rôle des jeunes dans la vie de l’Eglise, mettant l’accent sur la nécessité de vivre l’amour et l’unité dans l’esprit de communion et d’espérance.
  1. Les pères ont, ensuite, adressé une lettre à Sa Sainteté le Pape François l’informant du thème du congrès et suppliant sa bénédiction pour les travaux de leur congrès et pour leurs Eglises. Ils ont remercié Sa Sainteté du synode spécial pour les jeunes qui a eu lieu à Rome en octobre dernier, exprimant leurs sentiments d’union au Siège pétrinien et assurant qu’ils prient pour Sa Sainteté afin qu’il poursuivre son ministère apostolique pour le bien de l’Eglise et de l’humanité entière.
  2. Les pères patriarches ont rendu visite à Son Excellence le président de la République iraquienne, Dr Barham Saleh pour lui présenter leurs vœux à l’occasion de son élection. Ils ont loué sa visite réussie à la Cité du Vatican il y a quelques jours et son entrevue avec sa Sainteté le Pape François. Ils ont, de même, rendu visite à son Excellence le premier ministre M. Adel Abdel Mehdi lui présentant leurs vœux pour la même occasion.
Les deux visites ont donné lieu à un échange d’idées autour de thèmes se rapportant à l’Iraq et à la région du Moyen Orient, notamment l’égalité des ressortissants du même pays en matière de droit et de devoirs sur la base de la citoyenneté, le retour en Iraq des déplacés, ainsi que l’instauration de l’Etat civil, l’Etat de droit et des institutions, et la nécessité de respecter tous les citoyens sans distinction aucune. Les patriarches ont dit leur satisfaction d’avoir constaté, lors des deux visites, la confirmation que les chrétiens ne sont pas minoritaires, ils sont plutôt l’une des composantes fondamentales de l’Iraq.
  1. Les pères ont écouté les comptes rendus des travaux des commissions et des organes concernant le Conseil, et décidé de tenir le prochain congrès au patriarcat des Coptes catholiques au Caire en Egypte du 25 au 29 novembre 2019, chez Sa Béatitude le patriarche Ibrahim Isaac Sedrak. Le congrès aura pour thème : « L’information au service de l’Evangile».
  2. Le congrès devait être clôturé par une messe concélébrée par les patriarches en la cathédrale Saint Joseph de Baghdad devant une grande assemblée de fidèles.
Au terme du congrès, les pères patriarches ont publié le communiqué suivant :
I- Les jeunes, signe d’espérance dans les pays du Moyen Orient
  1. Chers jeunes gens et jeunes filles : Nous avons participé au synode spécial auquel avait convoqué Sa Sainteté le Pape François, sur « Les jeunes : foi et discernement des vocations ». Nous avons fait de nombreuses recommandations concernant votre mission dans les Eglises et dans les sociétés. A Baghdad, nous avons suivi votre parcours sur le thème des jeunes, et nous avons été comblés de joie et de fierté lors de la soirée de prière avec les jeunes de Baghdad en la cathédrale Saint Joseph des Chaldéens, à l’écoute des expériences des jeunes, de leurs questionnements, de leurs soucis et de leurs aspirations.
  2. Vu les difficultés et les défis que vous endurez dans la situation qui prévaut au Moyen Orient, et l’hémorragie de l’émigration qui menace votre avenir et la présence chrétienne dans tout l’Orient, nous nous tenons à vos côtés et partageons votre douleur. Nous visons avec vous un lendemain brillant qui ne saurait se lever sans votre présence, et nous vous assurons que nous œuvrerons ensemble pour que vous puissiez résister et rester dans votre terre.
  3. Nous vous redisons ce que nous avons adressé à nos fidèles dans notre onzième lettre pastorale pour la dernière fête de la Pentecôte :
« Restez fermes dans votre foi et dans vos patries … Contribuez à leur construction, que vous y restiez ou que vous soyez forcés de les quitter. Nous sommes un petit nombre. Mais le Christ nous dit toujours que nous sommes « sel, lumière et levain », et nous sommes une Église de martyrs. Croyez, aimez, comme Dieu aime, toute sa création. Soyez des croyants forts par votre amour, et des constructeurs de vos patries avec tous vos compatriotes, participant aux souffrances et aux sacrifices, pour y assurer la prospérité et la vie. Soyez le cœur dans vos pays, artisans de son histoire quelle que soit la cruauté des temps et des hommes».
(Lettre des patriarches catholiques d’orient 11, nº19).
II- Situation ecclésiastique et politique et Appels
  1. Chaque père patriarche a décrit la situation dans son pays : difficultés politiques, économiques et sociales, perspectives d’avenir, état des déplacés et retour possible dans leurs villages, relations et contact avec l’expansion. Les patriarches ont lancé des appels à leurs fils et frères des pays du Moyen Orient :
En Iraq 
  1. Nous apprécions l’atmosphère positive qui prévaut déjà en Iraq avec l’élection d’un président de république et de deux autres pour le parlement et le conseil des ministres. Cela introduira à une stabilité que nous espérons totale avec la formation d’un nouveau gouvernement qui s’attèlera au bien du pays dans toutes ses composantes. Tout en priant pour les martyrs et tout en souhaitant la guérison aux blessés, nous confirmons la nécessité d’éradiquer la pensée obscurantiste de Daësh, et des esprits et du discours. Aux responsables d’Iraq, nous demandons de travailler, main dans la main, pour la renaissance et le développement du pays. De même, nous exhortons nos fils et filles à tenir à leur terre et à préserver l’héritage de leurs pères et de leurs ancêtres en dépit des difficultés et des défis ; car c’est notre pays, et c’est là notre histoire, notre civilisation et notre culture.
En Syrie 
  1. Nous sommes satisfaits que la situation se soit stabilisée dans la plus grande partie du pays et que la vie soit retournée à la normale. Nous espérons qu’une telle stabilité régnera partout en Syrie et nous demandons aux responsables et à toutes les composantes du pays de se donner la main pour reconstruire une Syrie prospère et développée basée sur le respect mutuel entre tous. Tout en priant pour les martyrs et tout en souhaitant la guérison totale aux blessés, nous demandons à tous les décideurs d’œuvrer sérieusement pour le retour dans leurs propriétés des déplacés et des migrants, car cela marquera profondément la protection de l’unité nationale, afin que la Syrie reste la terre de la paix, de la liberté et de la dignité.
Au Liban
  1. Nous félicitons les Libanais pour les élections législatives qui ont eu lieu en mai dernier dans un climat de liberté et de démocratie, et demandons aux responsables de former au plus vite un nouveau gouvernement en passant outre tout intérêt personnel ou catégoriel, afin que l’Etat se remette sur les rails en fonction des besoins des citoyens qui connaissant des conditions économiques difficiles sous lesquelles ploie le Liban. De même, nous remercions l’Etat libanais, dans toutes ses composantes, d’avoir accueilli les déplacés d’Iraq et de Syrie malgré les difficultés économiques dont souffre le Liban. Nous insistons sur la nécessité de les rapatrier en vue de leur préserver leurs droits civils, leur civilisation et leur culture. Nous approuvons des démarches visant à faire du Liban un centre international pour le dialogue des religions et des civilisations.
En Palestine
  1. Nous confirmons notre solidarité avec le peuple palestinien qui ploie toujours sous l’occupation et qui soupire après le salut et l’indépendance, car la situation stagne. Nous réclamons à la communauté internationale d’entériner l’Etat palestinien dans le cadre des deux Etats et de rapatrier les réfugiés palestiniens. Nous redisons notre rejet total que Jérusalem soit proclamée capitale d’Israël, que l’on y transfère l’ambassade des Etats-Unis et que l’on fasse d’Israël un Etat national pour les Juifs.
En Jordanie
  1. Nous apprécions la stabilité qui prévaut dans le Royaume Hachémite de Jordanie et lui souhaitons de réussir à faire face aux divers défis. Certes, nous nous portons solidaires de tous les citoyens dans leur vie, leur stabilité et leur vivre-en-commun. De même, nous louons les efforts déployés au service des réfugiés et des déplacées, notamment ceux venus de Syrie et d’Iraq.
En Egypte
  1. Nous réalisons l’énormité des défis et apprécions les efforts déployés pour renouveler le discours religieux et moderniser les programmes scolaires en Egypte, de manière à garantir l’égalité et à fonder l’avenir sur la citoyenneté et l’esprit de fraternité entre tous les Egyptiens. Tout en redisant notre solidarité avec les familles des martyrs, nous confirmons que l’Egypte restera le modèle de l’ouverture et de la résistance en face de tout extrémisme. Nous approuvons toutes les démarches visant à améliorer la situation des citoyens et à relever l’économie afin que tous aient une vie décente.
Appel général
  1. A l’adresse des responsables civils de notre Orient, nous confirmons que le parcours et l’avenir de nos pays n’ont et n’auront lieu que moyennant le respect des droits de tous les citoyens conformément à la « Charte des droits de l’Homme » de l’ONU stipulée il y a soixante-dix ans. Cette charte impose à tous les Etats membres le devoir de garantir à tous les citoyens les libertés civile et religieuse. En vérité, Sa Sainteté le Pape Benoît XVI prévient : « Dans notre monde, la paix et la justice ne sauraient se réaliser sans le respect des libertés religieuses de tous ».
  2. Notre foi commune en un Dieu Un, créateur et administrateur de l’univers, unifie nos cœurs et nous implique dans l’édification d’un pays un, dans un vivre actif et interactif fondé sur le principe d’une citoyenneté une. Telle est la civilisation de l’amour à laquelle nous convient aujourd’hui nos martyrs et nos blessés. Ne les décevons pas. Comme eux soyons des « artisans de paix » pour que nous méritions d’être appelés « Fils de Dieu».
Conclusion
17- De la terre bénie de l’Iraq, pays du Tigre et de l’Euphrate, dont le sol est imprégné du sang de nos fils et de nos filles martyrs, qui exhale le parfum du témoignage pour le Seigneur Jésus et pour l’Evangile de l’amour, de la joie et de la paix, ainsi que celui du martyre par amour pour le Divin Maître, et en ces jours sacrés où nous nous préparons pour célébrer la Nativité de Notre Seigneur Jésus-Christ, la fin de 2018 et le début du nouvel an 2019 que nous espérons béni et plein de paix et de sécurité, nous redisons nos sentiments d’amour paternel et de solidarité avec nos fils en Orient qui témoignent pour le Seigneur Jésus dans un monde tourmenté et ballotté par de fortes vagues qui menacent leur existence. A eux tous nous donnons notre bénédiction apostolique et leur rappelons le mot du Divin Maître : « Que vos cours ne tremblent pas et n’aient pas peur ». Saint Paul, apôtre des nations nous le confirme : « Si Dieu est avec nous, personne n’aura raison de nous ». En effet, « sans le Seigneur, nous ne pourrons rien », et « qui compte sur Lui ne sera pas déçu »

4 dicembre 2018

Missione in Turchia, tra i rifugiati iracheni, alla scoperta del Vangelo

By Fides

"Quando la Chiesa si spende per gli altri fiorisce, quando si chiude si secca. Solo quando la Chiesa esce fuori vive, come ci insegnano le parole del Papa".
Fratel Jihad Youssef, monaco di Deir Mar Musa - la comunità monastica fondata in Siria dal Gesuita p. Paolo Dall’Oglio rapito nel 2013 a Raqqa - riassume così in un colloquio con l'Agenzia Fides il periodo trascorso tra centinaia di famiglie irachene cristiane rifugiate in Turchia.
"La mia avventura è stata una formazione più che una missione – spiega - ho ricevuto cento volte di più di quanto nella mia miseria ho dato". Fratel Jihad ha trascorso due periodi nel 2016 e nel 2017 tra i profughi iracheni offrendo loro assistenza spirituale e pastorale. "La Chiesa irachena - ricorda - ha vissuto una emorragia ed è in un perenne stato di paura. Molti fedeli sono fuggiti, il loro obiettivo è raggiungere l’Europa o il Nord America. Spesso però si trovano bloccati in Turchia, in attesa di un visto nella speranza di rifarsi una vita in un nuovo Paese". A fuggire, con i cristiani, vi sono anche migliaia di musulmani sunniti che si sentono vessati dalla maggioranza sciita. Attualmente sono 145mila gli iracheni che vivono in Turchia.
Riguardo alla esperienza in Turchia, fratel Youssef aggiunge: "Per me è stato un viaggio alla scoperta del Vangelo. Mi sentivo straniero per la lingua e il contesto sociale diverso. In Siria siamo accettati come cristiani, mentre in Cappadocia i battezzati soffrono per l’ignoranza e a volte il disprezzo. La gente è povera ma non si vergogna di donare quello che ha".
Fratel Jihad è stato ricevuto in famiglie cattoliche e ortodosse e a tutte ha offerto, prima ancora dell’assistenza spirituale, la sua amicizia: "Le famiglie mi accoglievano con grande calore. Non chiedevo loro se erano cattoliche o ortodosse. Pregavo con loro. Questo mi ha permesso di sperimentare, fra le altre cose, l’unità della Chiesa, come mai in altre occasioni", dice.
Fratel Jihad racconta tutta la sua esperienza in Iraq in un libro recentemente pubblicato in Italia per l'edizione Ancora, dal titolo "Abbiamo fame e nostalgia di Eucaristia. Diario di viaggio tra i profughi cristiani dell'Iraq" .

Mantovano e Monteduro (ACS-Italia): L’approvazione del Fondo per l’assistenza e l’aiuto alle minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi è un segnale politicamente forte

By Aiuto alla Chiesa che Soffre

Aiuto alla Chiesa che Soffre accoglie con soddisfazione l’approvazione, in Commissione Bilancio della Camera, dell’emendamento alla Manovra con cui si istituisce il Fondo per l’assistenza e l’aiuto alle minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi, la cui dotazione verrà destinata ad interventi di sostegno attuati dal sistema della cooperazione italiana allo sviluppo. Lo stanziamento di fondi con questa specifica finalità era stata auspicata da questa Fondazione durante la recente audizione di ACS-Italia nell’ambito dell’Indagine sull’impegno dell’Italia nella comunità internazionale per la promozione dei diritti umani, promossa dalla stessa Camera dei Deputati.
Ringraziamo l’on. Paolo Formentini e tutti i deputati firmatari dell’emendamento per la sensibilità dimostrata e per il concreto impegno a favore della minoranza che ancora oggi è la più oppressa e il cui diritto alla libertà religiosa è tuttora più gravemente violato, secondo quanto dimostrato dall’ultima edizione del Rapporto ACS sulla libertà religiosa nel mondo e da analoghi studi predisposti da autorevoli Istituti di ricerca internazionali.  
Con questo emendamento, il cui contenuto ACS auspica venga confermato all’atto dell’approvazione definitiva della Legge di Bilancio, l’Italia fornisce un segnale politico in linea con quanto già disposto dagli Stati Uniti d’America, con un ampio progetto a favore delle minoranze religiose in Iraq, dalla Germania, con la ricostruzione di 900 case distrutte dall’ISIS nella Piana di Ninive, e dall’Ungheria, con uno stanziamento di fondi e l’istituzione di un Sottosegretariato per l’Aiuto ai cristiani perseguitati.
L’approvazione del Fondo per l’assistenza e l’aiuto alle minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi rappresenta quindi un segnale politicamente forte. D’ora in poi queste comunità sofferenti avranno al loro fianco anche le Istituzioni italiane.

'A Night of Witness' commemorates martyrs

By The Arlington Catholic Herald
Kurt Jensen

Catholic churches throughout the world were bathed in soft red light to honor martyrs and mark the "Courage in Red — Stand Up for Faith and Religious Freedom" campaign sponsored by Aid to the Church in Need.
So it was Nov. 28 at the Basilica of the National Shrine of the Immaculate Conception, where a quiet vespers service, "A Night of Witness," commemorated the martyrdom, just in the last two years, of some 22 members of the priesthood, most of them in Mexico and South America, and 82 others killed in terrorist attacks in Pakistan and Egypt.
Most martyrs are killed anonymously while simply going about their jobs before being caught up in the violence from civil wars and terrorist groups.
"They may not be on the covers of magazines. They may not ever make the news. But they gave their blood for the church," observed Msgr. Vito Buonanno, director of pilgrimages at the basilica.
"Tonight, we seek to remember all of them," said George Marlin, chairman of Aid to the Church in Need, is an international papal charity that provides pastoral and humanitarian aid to persecuted and oppressed Christians and supports various church projects in more than 140 countries.
"The church has lived through many periods of persecution, claiming the lives of millions," Chaldean Catholic Archbishop Bashar Warda of Irbil, Iraq, reminded worshippers during his testimony. "Christianity is the most widely targeted religious community, suffering terrible persecution globally."
"The church in Iraq," he said, "is a martyr church. Since 2003, 61 churches and shrines were burned, destroyed or bombed. Over 25,000 homes seized. 150,000 Christians were displaced, and most since 2014. Countless Christians have been kidnapped or murdered. A bishop, three bishops and six deacons were murdered.
"We are closer to God in our suffering. St. Paul said, 'I want to know Christ.' Yes. To know the power of his resurrection and participation in his suffering, becoming like him, in his death," the archbishop continued.
"Our persecution continues to make us a church of peace and reconciliation, transforming us into an apostolic missionary church," he added. "The first church recognized the primacy of God in which our live and our being has lived. The church never lost its faith during persecution, but bore everything with a great confidence that the victory is always for God."

Arcivescovo di Bassora: l’Avvento fra crisi, famiglie in fuga e timori di violenze

3 dicembre 2018

La comunità cristiana si appresta a vivere il periodo di Avvento che avvicina al Natale “in una situazione di persistente violenza. Ogni due, tre giorni al massimo vi sono nuove dimostrazioni di piazza di disoccupati, giovani e adulti in cerca di lavoro”.
È quanto racconta ad AsiaNews mons. Alnaufali Habib Jajou, arcivescovo caldeo di Bassora, nel sud dell’Iraq, dal luglio scorso teatro di violenze e manifestazioni per una situazione socio-economica sempre più critica. A questo, prosegue il prelato, si aggiungono “scontri fra tribù, che usano le pistole e armi da fuoco” per dirimere “controversie e vicende personali: questo avviene almeno una volta a settimana”.
Da tempo la metropoli del sud dell’Iraq è colpita da una grave crisi idrica ed è teatro di manifestazioni. I cittadini protestano contro la pessima qualità dei servizi pubblici, la disoccupazione (10% secondo i dati ufficiali, ma con punte fino al 60% fra i giovani) e la corruzione endemica. La regione di Bassora annovera al suo interno circa il 90% delle risorse di idrocarburi del Paese; tuttavia, solo l’1% della forza lavoro proviene dalla zona.
A causa delle sanguinose protese (23 le vittime accertate dall’8 luglio), la Chiesa locale ha deciso di sospendere le attività culturali e il catechismo. All’epoca l’arcivescovo aveva avvertito di una possibile escalation. Un tempo i cristiani di Bassora erano una componente significativa della città, molti dei quali esponenti della classe mercantile. Tuttavia, negli ultimi anni la comunità è diminuita, anche se nel sud non ha subito le stesse persecuzioni vissute a Mosul, Baghdad, Kirkuk o nella piana di Ninive. “In questi giorni - racconta mons. Habib Jajou - un’altra famiglia è emigrata in Giordania a causa delle pessime condizioni. In generale, almeno una famiglia al mese se ne va”. 
Ieri, intanto, centinaia di persone sono scese in strada per protestare contro la mancanza di lavoro e la scarsità dei servizi. Fra questi vi erano decine di professori e insegnanti che hanno marciato fino alla sede del governatorato, bloccando le strade e intonando slogan contro il governo. “Voi e Saddam [Hussein, l’ex dittatore] siete due facce della stessa medaglia”. In molti chiedono che la zona sia convertita in “regione autonoma” per trarre maggior beneficio dall’esportazione (il 95% del totale dell’Iraq viene da questa area) di petrolio. 
In una situazione di crisi e tensione, i cristiani hanno iniziato le celebrazioni in preparazione al Natale. A dispetto dei timori di violenze, racconta l’arcivescovo, “continueremo a celebrare le messe e le famiglie andranno avanti a riunirsi in piccoli gruppi nei singoli appartamenti, messi a disposizione a turno, per preghiere e incontri”. Anche se in tono minore, uno speciale Babbo Natale porterà doni e dolciumi ai bambini “e organizzeremo una piccola festa, anche se le persone non amano stare fuori a lungo” per paura di essere coinvolti in sconti o attacchi. Infine, tra il 25 dicembre e il 6 gennaio come da tradizione, sebbene in tono minore, vi saranno “gli scambi di auguri e le tradizionali visite a parenti e amici”.
Secondo stime recenti oggi è rimasto solo poco più del 10% della popolazione originaria, poche centinaia a fronte delle 3mila famiglie cristiane un tempo presenti nella zona. Nel settembre 2015 la comunità locale ha celebrato l’inaugurazione del primo museo cristiano del sud dell’Iraq; al suo interno sono conservati oltre 200 manufatti di carattere religioso, documenti, arredi liturgici, fotografie, vestiti e mobili, alcuni dei quali risalenti al XVII secolo.

Iraqi Christian family ordered to leave IDP camp but have nowhere to go

By World Watch Monitor
November 30, 2018

The last Christian family remaining in an IDP camp north of Erbil have turned to the local government and aid organisations as they have been asked to leave the camp but have nowhere to go, Kurdish news website Rudaw reports.
Sena Behnam and her husband said they have to stay in the camp, located in the town of Ankawa in the Kurdistan Region, as their home in Mosul has been destroyed, and they cannot afford to rent.
“What happened was not in my hands. We didn’t want to leave [Mosul],” Behnam told Rudaw. “They [IS] forced us to leave.
“There are very few of us left seeking somewhere. Our homes and churches have been destroyed. How can we return to Mosul?”
Thousands of Christian homes and 120 churches and Christian shrines have been “ruined” by IS in Mosul, according to Durayed Hikmat, former advisor to the governor of Mosul. Reconstruction of all of those properties will cost an estimated 15 billion Iraqi dinars (US$13 billion).
“Only 40 families returned to the city of Mosul, who later returned to the Kurdistan Region because of the hardship they faced upon their return,” Hikmat said.
The camp where the Behnam family lives has provided shelter to around 1,300 families, 100 of whom are still there. But now the administration of the camp has asked all remaining families to leave, as the international community “is no longer providing support”, said the mayor of Ankawa.
According to Rudaw, after the invasion of Iraq by IS, around 130,000 Christians fled to the Kurdistan Region. People, however, are still concerned about returning to their homes in certain areas because of reports of attacks by IS “remnants”, Rudaw reported.

‘I’m tired of having to leave and return again and again’

In Tel Skuf, a town north of Mosul, even the reconstruction efforts carried out by a local charity do not encourage people, the youth in particular, to resettle in the town permanently, according to Rudaw.
“I’m tired of having to leave and then having to return again and again. We all got tired and we are getting old,” said Selima Loqa from Tel Skuf. “Every time we leave and then return, we buy houses over and over again. What can we do? Situations like this must end.”
Recently, the destroyed St. Jacob’s Church in Tel Skuf has been rebuilt which, the constructors hope, may “encourage people to return”.

30 novembre 2018

Mosul’s Destruction Haunts the Nineveh Plains

By International Christian Concern
Claire Evans

Mosul was once a beautiful city. Today, piles of rubble are everywhere. Buildings are completely demolished; cars are riddled with bullet holes. Despite all the ruin and destruction, life in Mosul continues. But Christians, as much as possible, are trying to keep their distance.
The city is the epicenter of Iraq’s Nineveh Governorate, a region where most of the country’s Christians have dwelled for centuries. Christians, however, have long regarded Mosul as dangerous. Their exodus began long before the Islamic State (ISIS) made Mosul its headquarters in Iraq. The city remained under the militant control from 2014 until its liberation in 2017. Yet today, Mosul’s Christians continue to make it clear that their exodus from Mosul is complete. For them, there is no return.
“ISIS’s capture of Mosul and the Nineveh Plains was more than just an occupation for Christians,” Father Albert, a Catholic priest in Baghdad, explained to ICC immediately after the liberation of Mosul.
“It’s related to trust. ISIS broke the community and Christians will not be able to mix within the general community anymore.”
“Half of the civilians in Mosul joined ISIS,” Father Albert continued. “Christians saw many movies on social media of how civilians welcomed ISIS in June 2014. How can they trust those people anymore?”
“The mindset [about] ISIS is that it was not something born in 2014,” said Samer, a Christian from Mosul. “It was kind of like a result of a mindset that existed in Mosul.”
He added, “[Local] Christians say that their neighbors took everything from their houses. ISIS took the big things, the big establishment. But the Muslim neighbors took and stole the Christian houses. These wounds are not going to heal in the Christian community.”
Other parts of the Nineveh Plains have seen the slow, cautious return of Christians back to their homes. But Mosul tells a very different story. Before ISIS, several thousand Christians lived in the city. Today, less than a hundred have returned. A lack of community trust combined with absent security and a thoroughly ruined city is too much for many.
Even while many Christians from Mosul will not permanently return, it is common for them to make frequent trips to the city. Though destroyed, Mosul remains the administrative capitol of the governorate. Whether Christians want to or not, the daily workings of life often require trips to the city.
Nadia is a 22-year-old Christian who was raised in Mosul. She refuses to return, but like many, regularly travels to the city. She said, “Mosul will never go back as it was; we are ready all the time to flee. The city looks pale.”
Although she would prefer not to travel to Mosul, she wants a university degree. “That is the sacrifice, going to Mosul. Kurdistan didn’t offer us anything, still the private college is available and need a lot of money,” she explained. For this reason, she braves not only the dangers of Mosul itself but also the possibility of harassment at rival militia checkpoints surrounding the city. “Checkpoints are good with us unless there are Arabs with us at Kurdish check points, and vice versa.”
Despite these challenges, Nadia has determined that ISIS would not take her education from her as they did her city. “The level of education is too low at Mosul university, because we attend only three days a week. At the end, everyone looks for the certificate, that’s the most important thing.”
Akram is another Christian from Mosul who refuses to live there, but travels to the city in order to maintain employment. When he looks at the city he once called home, all he sees is sadness and painful memories. “We as Christians don’t have a future in Iraq,” he said.
He is particularly concerned about West Mosul. The intense destruction that this city experienced hides the ISIS militants who remain there, threatening the security of the rest of the city and governorate.
“I think West Mosul [has] two concerning points. First is the destruction; second is security,” explained Akram. “The government doesn’t admit that ISIS is still there… Following up the victory [announcement], nothing has happened. It was supposed to have new development system after the military success. Unfortunately, none of that has happened.”
Dave Eubank, a Free Burma Ranger who participated in the liberation of Mosul, shared with ICC how security and development are intertwined in Mosul. He said, “Even as people slowly try to move back in and rebuild in some parts of the west, ISIS sleeper cells launch intermittent attacks and rival militias raise tensions.”
Without a doubt, the situation in Mosul has improved. It’s no longer run by ISIS. But the wounds that ISIS left behind run deep. Without security or reconstruction, Christians simply aren’t taking the risk to make Mosul their home again.