"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

18 settembre 2008

Un'oasi di pace. L'eredità di mons. Rahho: una casa per assistere giovani disabili

Fonte: SIR

By Daniele Rocchi

Un'oasi di pace e di accoglienza nell'Iraq scosso continuamente dalle violenze settarie e dei terroristi affiliati ad Al-Qaeda. Può sembrare un controsenso ma è forte la testimonianza che offre l'oasi della carità e gioia di Mossul, la casa di accoglienza per giovani disabili fondata il 28 agosto 1986 da mons. Paulos Faraj Rahho, arcivescovo della città, allora parroco, rapito il 29 febbraio di quest'anno e ritrovato morto il 13 marzo. La sua tragica morte non ha fermato questa opera che raccoglie intorno a sé centinaia di giovani e adulti, in tutto l'Iraq, e rivolta all'accoglienza e all'assistenza di bambini e giovani diversamente abili. L'eredità di mons. Rahho, infatti, è stata raccolta dal vescovo ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, coordinatore dell'oasi e da Imad Azid.
Un incontro particolare. "Imad Azid - racconta al SIR mons. Warduni - nel 1986 era un soldato impegnato nell'esercito iracheno nella guerra contro l'Iran. Di ritorno dal fronte, s'imbatté a Mossul, in un giovane disabile che avvicinatolo gli mostrò affetto e bontà. Colpito da questo incontro, ne parlò con il compianto mons. Rahho, al tempo parroco nella chiesa di san Paolo, che iniziò ad impegnarsi per alleviare le tristi condizioni di questi disabili bambini e giovani in particolare". "Gli inizi - continuano il vescovo - non furono facili, anche perché i volontari che da subito, si dedicarono con mons. Rahho a queste persone, trovarono molta resistenza nelle famiglie degli stessi disabili, considerati, nella cultura locale, come una vergogna, quindi da tenere in casa nascosti. Per alcuni erano addirittura ritenuti una punizione divina. Molti sono stati trovati in casa legati, che non sapevano parlare o camminare, lasciati soli".
Inizi difficili ma grandi gioie. "La prima cosa - prosegue mons. Warduni - fu avvicinare le famiglie dei bambini e dei giovani e superare una certa loro resistenza. La diffidenza nei confronti degli operatori che cercavano di entrare in contatto con i figli piano piano è diminuita. Soprattutto quando si sono accorti che i loro piccoli venivano accolti, amati, curati, educati. I progressi erano e sono notevoli al punto che qualche ragazzo è rientrato in famiglia". "Una delle gioie più grandi - afferma con soddisfazione - è stata sentire dire da qualche genitore di aver riscoperto nel figlio disabile una persona e dunque una rinnovata genitorialità. Al rifiuto del figlio è subentrata l'accoglienza e soprattutto l'amore". "Da questo impegno è nata la Fraternità della carità e gioia, suddivisa in quattro settori: i volontari, gli assistenti spirituali, i piccoli disabili, chiamati fratelli, e infine i loro genitori. Con la fraternità nacque, a Mossul, anche la prima casa, l'oasi della carità e gioia, per ospitare i disabili".
Un modello da seguire. In quest'opera mons. Rahho si ispirò alla comunità "L'Arche" di Jean Vanier, il quale, rivela il vescovo ausiliare di Baghdad, "circa 15 anni fa venne in Iraq per conoscere e vedere da vicino quanto si faceva a Mossul. Per mons. Rahho il disabile è un dono del Signore per farci ricordare chi ha bisogno di noi; lavorare con i fratelli disabili era un modo di scoprire il senso più vero e profondo dell'umanità. Il ricordo dei suoi piccoli 'fratelli' traspare in tutta la sua tenerezza in alcune righe del testamento: Da voi ho imparato l'amore, voi mi avete insegnato ad amare".
L'impegno continua. "La morte di mons. Rahho non ci ha fermato, anzi ci ha confermato la bontà della sua opera e della sua intuizione", dice mons. Warduni. "La Chiesa si è sempre prodigata per l'oasi, aperta all'accoglienza di tutti i disabili delle famiglie cristiane irachene, ortodosse, protestanti, cattoliche. Chi vuole può portare qui i propri sofferenti. Essa è un segno tangibile del cammino ecumenico in Iraq. Tre settimane fa abbiamo fatto una festa a Baghdad, alla presenza del patriarca, il card. Emmanuel III Delly, dove c'erano più di 300 persone, tra volontari, assistenti, fratelli disabili e genitori. Prima di questo incontro avevamo tenuto sempre nella capitale una due-giorni di formazione per i volontari e lo stesso a Mossul, dove si sono radunate 115 persone. Ogni mese abbiamo un incontro di formazione per i nostri operatori che lavorano gratis. Noi offriamo loro solo un rimborso spese per vitto e trasporto. La Provvidenza fino ad oggi non ha fatto mancare nulla, grazie anche a tanti benefattori. Oggi intorno all'Oasi di Mossul e in tutto il nord lavorano 16 gruppi di operatori, i fratelli disabili sono 175, i volontari 170; al sud e al centro i disabili assistiti sono 60 grazie a 85 volontari con 11 gruppi di operatori a sostegno. Abbiamo allestito anche due piccole fabbriche dove i nostri fratelli disabili realizzano statue e oggetti in gesso. Nell'Oasi seguono lezioni scolastiche e fanno anche terapie riabilitative".