Sandro Magister
9 novembre 2021
9 novembre 2021
Se per Benedetto XVI valeva la “diplomazia della verità”, con Francesco domina la “Realpolitick”. Non potrebbe essere più netto il cambio di passo politico e diplomatico tra i due ultimi pontificati, in particolare nei rapporti con la Cina e l’Islam. È quanto mette a fuoco Matteo Matzuzzi, caporedattore del quotidiano “Il Foglio” e vaticanista sperimentato, in un volume fresco di stampa sulla geopolitica vaticana, dal titolo “Il santo realismo”, edito dalla LUISS University Press.
Con la Cina il cambio di passo è sotto gli occhi di tutti. Lo è meno quello con l’Islam. Ma è proprio su quest’ultimo terreno che i due pontificati compiono i percorsi più diversi, se non opposti, che il libro di Matzuzzi ricostruisce con cura.
Di Benedetto XVI resta nella memoria l’incidente di Ratisbona, quando una sua argomentata critica dell’incerto rapporto nell’Islam tra fede e ragione scatenò una reazione furiosa e violenta nel mondo musulmano.
Pochi però ricordano che non solo papa Benedetto non arretrò di un passo da quanto detto allora, ma proprio da quel suo discorso del 12 settembre 2006 prese vita un dialogo di spessore senza precedenti prima con trentotto e poi con centotrentotto autorevoli personalità musulmane di varie nazioni e di vario orientamento, sunniti e sciiti.
Questo dialogo si sostanziò in impegnative lettere al papa firmate da questi saggi e nella prima visita in Vaticano del re dell’Arabia Saudita e custode dei luoghi santi dell’Islam, oltre che di emissari della più alta autorità sciita al di fuori dell’Iran, il grande ayatollah Sayyid Ali Husaini Al-Sistani. Mentre a sua volta Benedetto XVI, dopo un viaggio in Turchia riuscito oltre ogni previsione nel novembre di quello stesso 2006 – con preghiera silenziosa nella Moschea Blu di Istanbul –, nel tracciare a fine anno un bilancio nel discorso prenatalizio alla curia romana, arrivò a sollecitare apertamente il mondo musulmano a fare anch’esso quella “lunga ricerca faticosa” che – disse – già impegna da tempo i cristiani, cioè “accogliere le vere conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l'autenticità della religione”.
Parlando al corpo diplomatico, nel gennaio del 2006, papa Benedetto non aveva esitato a ravvisare nel tempo presente il reale “pericolo di uno scontro di civiltà”, al quale disse che si doveva opporre “l’impegno per la verità” anche “da parte delle diplomazie”, una verità che “può essere raggiunta solo nella libertà” e “nella quale è in gioco l’uomo stesso in quanto tale, il bene e il male, le grandi mete della vita, il rapporto con Dio”.
Attenendosi senza mai deflettere a questa “diplomazia della verità”, Benedetto XVI pagò dei prezzi. Il più alto all’inizio del 2011, quando ad Alessandria d’Egitto un’autobomba esplose davanti a una chiesa colma di fedeli convenuti per la messa. I morti furono decine. E il 2 gennaio, al termine dell’Angelus, il papa non tacque. Ma nemmeno tacque il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, che dall'Egitto reagì alla “ingerenza” papale troncando i rapporti con la Santa Sede, lui che più volte in passato s’era detto favorevole agli attentati suicidi in territorio israeliano.
I rapporti con Al-Azhar furono riallacciati solo nel 2016, con un abbraccio a Roma tra Al-Tayyeb e Francesco. Ma appunto, col nuovo papa molto era già cambiato.
Intanto, s’era subito interrotto quel dialogo profondo su fede e ragione con i centotrentotto saggi musulmani. Perché le mosse di papa Francesco nei confronti dell’Islam rispondevano a criteri del tutto diversi, più pragmatici.
Il primo suo gesto, con tanto di digiuno penitenziale, fu nel settembre del 2013 l’offensiva pubblica contro l’incombente attacco occidentale alla Siria di Bashar Al-Assad. Le gerarchie ortodosse e cattoliche di quel paese erano decisamente dalla parte del regime alawita, che faceva loro da scudo all’ostilità di altre correnti islamiche. Ma la mossa di Francesco era a più ampio spettro. Tra i più contrari a un’intervento militare occidentale in Siria c’era Vladimir Putin. E questo indusse il papa a scrivere al leader russo una lettera-appello, come a un alfiere di pace. La mossa andò a segno e da lì in poi i rapporti tra Francesco e Putin furono quanto mai concordi, fino a propiziare, il 12 febbraio 2016, lo storico incontro all’aeroporto dell’Avana tra il papa e il patriarca di Mosca Kirill, con la firma apposta da entrambi a una dichiarazione – nota Matzuzzi – che “di vaticano aveva ben poco e sembrava scritta al Cremlino”.







