"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

2 settembre 2010

Mons. Sako (Arcidiocesi di Kirkuk). Cristiani a Suleymania

By Baghdadhope*

Le difficoltà che da anni straziano l’Iraq. L’incertezza in un futuro che non tutti sono convinti la repubblica irachena sappia e possa gestire dopo il ritiro dalle strade delle truppe USA nelle gigantesche basi sparse per il paese. Lo stallo politico che ancora, a cinque mesi dalle elezioni, impedisce al paese di avere un governo.
La violenza cha ancora imperversa dal nord al sud.
Queste e molte altre potrebbero essere le ragioni della perdita di ogni speranza. Nonostante tutto però essa non muore. Certo, procede a piccoli passi, ma su un sentiero che ha una sola meta: la rinascita del paese.
A questa speranza di rinascita contribuisce anche la comunità irachena cristiana, pur con i limiti imposti dal suo essere minuscola minoranza
in un paese che sempre più sembra virare verso l’applicazione più rigida delle regole di un Islam intollerante verso il diverso da sé e che, seppur abbracciato da una minoranza. ha trovato nella violenza il modo per imporsi alla maggioranza che invece lo tollera.
In genere quando si scrive degli iracheni cristiani si citano Baghdad, Mosul, Erbil o Kirkuk, i centri dove più cristiani vivono . Ci sono però dei luoghi che raramente sono stati citati in relazione alla presenza cristiana. Uno di essi è la città di Suleymania, capitale dell’omonimo governatorato nel Kurdistan iracheno città natale del l’attuale presidente iracheno,
Jalal Talabani.
Con circa 800.000 abitanti non si può dire sia una piccola città ma certo piccola è la sua comunità cristiana come ha confermato a
Baghdadhope Mons. Louis Sako, Arcivescovo caldeo di Kirkuk, che parla di circa 100 famiglie originarie della città e altre 120 lì trasferitesi da Baghdad e Mosul che vivono in grandi difficoltà e che la diocesi di Kirkuk cerca in ogni modo di aiutare.
La comunità cristiana caldea di Suleymania, come quella di Erbil, ha fatto parte della arcidiocesi di Kirkuk fino al 1968 quando
il sinodo caldeo creò la diocesi di Erbil affidandola a Mons. Stephan Babaqa (1919– +2007) e trasformò Suleymania, che allora contava circa 80 famiglie caldee, in vicariato patriarcale affidato ai monaci caldei. Nel 2009 la città fu di nuovo legata all’arcidiocesi di Kirkuk per un periodo sperimentale di due anni e nello stesso anno il monaco cui era affidata, Padre Dinkha Rassam, tornò al suo monastero per essere sostituito per un anno da un sacerdote di Kirkuk.
Ora questo lungo periodo di cambiamenti e di relativo isolamento della comunità sembra destinato a finire.
Padre Ayman Aziz Hirmiz, ordinato sacerdote a Kirkuk lo scorso 16 luglio è definitivamente subentrato al suo predecessore come parroco caldeo di Suleymania. Nello stesso mese le famiglie hanno incontrato Mons. Sako durante la sua visita pastorale, gli adulti hanno potuto frequentare dei corsi sulla dottrina cristiana e sui sacramenti e la casa parrocchiale è stata trasformata in un centro per l’accoglienza dei giovani e per i ritiri spirituali che ha già ospitato gruppi provenienti da Erbil, Mosul e Kirkuk.
Anche a Suleymania quindi la storica presenza della comunità cristiana si va rafforzando grazie agli sforzi della chiesa di essere sempre presente dove c’è il bisogno, materiale e spirituale, e grazie anche, come sottolinea Mons. Sako, ad una comunità musulmana
“molto aperta”.

Un altro segno di speranza.

Msgr. Sako (Archdiocese of Kirkuk). Christians in Sulaymaniyah

By Baghdadhope*

The difficulties that afflict Iraq since a long time ago. The uncertainty in a future that not everyone is convinced the Republic of Iraq can handle after the withdrawal from the streets of the U.S. troops into the giant bases around the country. The political stalemate that still, five months after the elections, is preventing the country from having a proper government. The violence that still rages from north to south. These and many others could be reasons of the loss of hope. Despite everything, however, it does not die. Certainly it proceeds step by step, but on a path that has only one goal: the rebirth of the country.
The Iraqi Christian community is part of this hope of rebirth despite the limits imposed by its being a tiny minority in a country that seems increasingly turning to the more rigid application of the rules of an intolerant Islam towards who is “other than itself” and that even if embraced by a minority found in the violence the mean of imposing itself on the majority that tolerate who is different.
Writing of Iraqi Christians Baghdad, Mosul, Erbil and Kirkuk are usually cited as they are the centers where most Christians live. But there are places that have rarely been mentioned in relation to their Christian presence. One of them is the city of Sulaymaniyah the capital of the governorate of the same name in Iraqi Kurdistan and hometown of the current Iraqi president, Jalal Talabani.
With about 800,000 inhabitants it is not a small town but certainly small is its Christian community as confirmed to Baghdadhope by Msgr. Louis Sako, Chaldean Archbishop of Kirkuk, who speaks of about 100 families originating from the city and another 120 moved there from Baghdad and Mosul who are living hard times and that the Archdiocese of Kirkuk is trying to help.
The Chaldean Christian community of Sulaymaniyah, such that of Erbil, was part of the Archdiocese of Kirkuk until 1968 when the Chaldean synod created the diocese of Erbil entrusting it to Msgr. Stephan Babaqa (1919-+2007) and transformed Sulaymaniyah, counting by then about 80 chaldean families, in a Chaldean Patriarchal Vicariate entrusted to the monks. In 2009 the city was again tied to the Archdiocese of Kirkuk for a trial period of two years and in the same year the monk it was entrusted to, Father Dinkha Rassam, returned to his monastery to be replaced for one year by a priest of Kirkuk.
Now this long period of change and relative isolation of the community seems destined to end.

Father Ayman Aziz Hirmiz
, ordained in Kirkuk on July 16, has finally replaced his predecessor as the Chaldean priest of Sulaymaniyah
. That same month the families met with Msgr. Sako during his pastoral visit, the adults attended courses on Christian doctrine and the sacraments and the parish house was transformed into a reception center for youth and spiritual retreats which has already hosted groups coming from Erbil, Mosul and Kirkuk.
Even in Sulaymaniyah, then, the historical presence of the Christian community is gaining strength thanks to the efforts of the church to be always present where there is a need, material and spiritual, and thanks also, as pointed out by Msgr. Sako, to an "open minded” Muslim community.
Another sign of hope.

Le categorie delle Chiese sui iuris (prima parte)

By Zenit

di
padre Hani Bakhoum Kiroulos

Il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali stabilisce che le categorie delle Chiese sui iuris sono quattro: la prima è quella delle Chiese Patriarcali, seguita dalle altre tre, che sono le Chiese Arcivescovili Maggiori, le Chiese Metropolitane e le altre Chiese sui iuris.
Queste categorie “rappresentano la scala ascendente dell’autonomia ecclesiastica di tali Chiese, che corrisponde alla loro maturità sul piano ecclesiastico”[1]. Questa diversità ecclesiastica, però, non nuoce all’uguaglianza nella dignità tra le varie categorie.

La Chiesa Patriarcale

Il Concilio Vaticano II non solo afferma che l’istituzione della Chiesa Patriarcale appartiene all’antica tradizione e che è riconosciuta fin dai primi Concili Ecumenici, ma la sua dichiarazione più importante è che tale consuetudo “è da attribuirsi alla divina Provvidenza”[2].
Tale divina Provvidenza si mostra con la nascita di molte comunità cristiane, con la predicazione degli Apostoli e dei loro successori e con l’istituzione dei Vescovi e delle diocesi nelle grande città. Si inizia, dunque, il cosiddetto “raggruppamento” delle varie diocesi intorno ad una diocesi principale. Tale raggruppamento è determinato da vari criteri: culturale, sociale e politico, che ha fatto sì che i Vescovi si riuniscano attorno alle grandi città come Roma, Alessandria e Antiochia.
La prima persona che attribuisce il termine di “Patriarca” ai Vescovi di Roma, di Alessandria e di Antiochia, è l’imperatore Giustiniano I (527- 565). Il titolo di Patriarca, dunque, inizia a sostituire il termine “Eparca”[3] solamente per questi tre Vescovi. Nasce, dunque, la cosiddetta “triarchia giurisdizionale”.
Con l’istituzione dei patriarcati di Gerusalemme e Costantinopoli si trasforma la triarchia in pentarchia giurisdizionale dei Patriarchi.

- La gerarchia della Chiesa Patriarcale sui iuris

La Chiesa Patriarcale è presieduta dal Patriarca ed è costituita da vari istituti, i quali con il Patriarca governano la medesima chiesa in modo collegiale.
Il Patriarca viene eletto secondo le norme dei canoni 63-77. Canonicamente il Patriarca è eletto dal sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale. Il sinodo si riunisce, secondo le norme del diritto, entro un mese dalla vacanza della sede patriarcale.
Hanno il diritto di votare i soli membri del sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale. Per la validità dell’elezione è necessaria la presenza di almeno i due terzi dei Vescovi convocati. Chi riceve i due terzi dei voti è dichiarato eletto. Se gli scrutini superano un certo numero - almeno tre - senza poter arrivare ad una tale maggioranza, a meno che per diritto particolare non sia stabilito diversamente, la norma stabilisce che sia sufficiente la maggioranza dei voti e l’elezione sia portata a termine a norma del can. 183 §§ 3 e 4. Entro quindici giorni, se l’elezione non si porta a termine, la stessa viene devoluta al Romano Pontefice in quanto: “il Romano Pontefice è il garante del funzionamento della vita sinodale delle Chiese orientali e vigila affinché tale funzionamento si svolga a norma del diritto”[4].
Dopo l’elezione e l’accettazione da parte del neo eletto, se questi è già Vescovo, si procede da parte del sinodo alla sua proclamazione e intronizzazione come Patriarca, a norma del diritto, “che implica il previo assenso del Romano Pontefice per quanto riguarda la dignità episcopale”[5]; se, invece l’eletto è legittimamente proclamato Vescovo, ma non è ancora ordinato, prima viene ordinato Vescovo e poi si procede come nel caso precedente.
Tocca al sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale informare la Sede Apostolica dell’avvenuta elezione. Mentre da parte del neo eletto deve essere inviata una lettera, come segno di comunione, ai Patriarchi delle altre Chiese Orientali e un’altra lettera al Romano Pontefice per chiedere la comunione ecclesiastica.

- La potestà del Patriarca

Il Patriarca è un Vescovo qualificato come “primus inter pares”[6]. Una volta che il Patriarca ha ricevuto la “communio ecclesiastica” può anche convocare il sinodo e ordinare Vescovi. Il Patriarca presiede la propria Chiesa come “pater et caput”, presiede il sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale, il sinodo permanente e l’assemblea patriarcale e rappresenta la propria chiesa in tutti gli affari giuridici.
La potestà del Patriarca, esercitata a norma del diritto stabilito o approvato dalla Suprema Autorità della Chiesa, è ordinaria e propria, ma personale. Tale potestà è limitata entro i confini del territorio della Chiesa Patriarcale, a meno che non consti diversamente dalla natura della cosa, oppure dal diritto comune o patriarcale approvato dal Romano Pontefice. Fuori del territorio, il Patriarca, ha infatti la potestà personale su tutti i suoi fedeli, riguardo solamente al patrimonio liturgico.
Dentro i confini del suo patriarcato, il Patriarca possiede la potestà esecutiva e non quella legislativa né giudiziaria. La sua potestà, alcune volte, è condizionata dal sinodo dei Vescovi della propria chiesa o dal sinodo permanente. Cioè il Patriarca gode di una potestà personale, che esercita senza essere condizionato da nessuno e di un’altra potestà limitata dal consenso del sinodo della Chiesa Patriarcale e dal sinodo permanente.

- Il sinodo della Chiesa Patriarcale

Detto sinodo costituisce la superiore istanza della Chiesa Patriarcale. Il Patriarca convoca il sinodo e lo presiede. Infatti “non si può intendere il funzionamento del sinodo senza la presenza del Patriarca, il quale lo convoca, lo presiede e promulga le sue decisioni, attribuendo così la canonicità al suo operato”[7].
Il sinodo dei Vescovi è composto solamente da tutti i Vescovi ordinati per il servizio di tale chiesa ovunque costituiti, entro e fuori dai confini del territorio della Chiesa Patriarcale.
Il sinodo gode della potestà legislativa che consiste nell’emanazione delle leggi per l’intera Chiesa Patriarcale e nella loro interpretazione. Spetta anche al medesimo sinodo la potestà giudiziaria. Esso costituisce il tribunale superiore dentro i confini del territorio della medesima chiesa, salva restando la competenza della Santa Sede.

- Il sinodo permanente

Questo sinodo è l’istituto fondamentale della curia Patriarcale. Il sinodo permanente è composto dal Patriarca e da quattro Vescovi, dei quali tre sono eletti dal sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale ed uno è scelto ed è nominato dal Patriarca. L’elezione dei tre vescovi è “la maggiore novità nel Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium che per il resto ritiene la figura del sinodo permanente sostanzialmente immutata rispetto al diritto precedente, a parte quanto è già stato detto circa il suo potere giudiziario”[8].
Spetta al Patriarca di convocare il sinodo permanente e di presiederlo. Tale sinodo deve essere convocato in tempi determinati, almeno due volte all’anno, e ogni volta che necessita il suo consenso o consiglio, per la validità degli affari della Chiesa Patriarcale.
Il sinodo permanente, dunque, ha il compito di “affiancare il Patriarca nell’esercizio ordinario – si direbbe quasi quotidiano – della sua potestà esecutiva”[9]. Vista l’importanza del ruolo di questo sinodo, esso è considerato indispensabile per la Chiesa Patriarcale. Il sinodo permanente, dunque, non è semplicemente un istituto di consultazione, ma soprattutto un modo permanente di partecipazione per i vescovi eparchiali al governo della propria Chiesa Patriarcale.

- L’assemblea patriarcale

L’assemblea patriarcale offre la possibilità, non solo ai vescovi, ma a molti dei membri della Chiesa Patriarcale: sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, di avere un ruolo consultivo per alcuni affari riguardanti la propria Chiesa. Infatti il can. 140 definisce una tale assemblea come un raggruppamento consultivo dell’intera Chiesa Patriarcale che ha il ruolo di collaborare col Patriarca e col sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale.
L’assemblea Patriarcale deve essere convocata almeno una volta ogni cinque anni e ogni volta che lo richieda il Patriarca col consenso del sinodo dei Vescovi o del sinodo permanente.
Spetta al Patriarca di convocare l’assemblea patriarcale, presiederla e nominare il vicepresidente che lo sostituisca nel presiedere l’assemblea in caso di sua assenza.
L’assemblea Patriarcale viene diretta dai suoi statuti approvati dal sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale.

1) G. NEDUNGATT, Le Chiese Cattoliche Orientali e il Nuovo Codice dei Canoni, in La Civiltà Cattolica 1992, I, 329.
2) I. ŽUŽEK, Un Codice per una “Varietas Ecclesiarum”, 5.

3) Cfr. F. SOLLAZZO, I Patriarchi nel Diritto Canonico Orientale e Occidentale, in Atti del Congresso Internazionale: Incontro fra Canonisti d’Oriente e d’Occidente (Bari 1991), a cura di R. COPPOLA, II, Bari 1994, 240.

4) D. SALACHAS, Le Chiese Patriarcali, 83.

5) I. ŽUŽEK, Un Codice per una “Varietas Ecclesiarum”, 14.

6) Nuntia, 15 (1982) 5 e 22 (1986) 5.

7) D. SALACHAS, Lo Statuto “sui iuris” delle Chiese Patriarcali nel Diritto Canonico Orientale, 596.

8) I. ŽUŽEK, Un Codice per una “Varietas Ecclesiarum”, 19.

9) Idem.

Iraq. Discorso Obama. Mons. Warduni (Baghdad) "Non c'è pace e sicurezza nel paese"

By SIR, 1 settembre 2010

“Oggi in Iraq non c’è né pace e né sicurezza. Cosa hanno fatto gli americani? Prima si parlava della dittatura oggi di cosa si deve parlare, del caos?”. E’ il commento di mons. Shlemon Warduni, vicario patriarcale di Baghdad, al discorso tenuto dal presidente Usa, Barack Obama, che ieri sera ha annunciato agli americani la fine della missione in Iraq, mantenendo la promessa elettorale di ritirare le truppe. Nel suo discorso Obama ha affermato che “non è il momento di celebrare vittorie” ed ha ricordato “il prezzo immenso” pagato dagli Usa, in vite umane e in risorse economiche, “per mettere il futuro dell'Iraq nelle mani del suo popolo, dare un nuovo inizio a questa culla della civiltà umana. L'Iraq ora ha l’opportunità di costruirsi un futuro migliore e l'America è più sicura”. “La gente ora ha più paura – spiega al SIR il vescovo caldeo - questa è la verità. L’America, dice Obama, è più sicura adesso? Avrà le sue ragioni per dirlo. La realtà – ribadisce mons. Warduni - è che l’Iraq non è sicuro, ci sono morti in continuazione, bombe e kamikaze. Mai come adesso è urgente formare il nuovo governo. Senza un governo forte, senza leggi, ci attendono tempi di grandissima difficoltà. La possibilità di ottenere sicurezza e stabilità – conclude il presule - è nella buona volontà dei leader politici di trovare un accordo per governare”.

Iraq. Obama's speech, Mgr. Warduni (Baghdad) "There is neither peace nor security in the country"

By SIR September 1, 2010

“Today, there is neither peace nor security in Iraq. What have the Americans done? Where in the past there was a dictatorship, there is now chaos”. Mgr. Shlemon Warduni, Patriarchal Vicar of Baghdad, spoke these words commenting on the speech delivered by the President of the United States Barack Obama yesterday evening, in which he announced to the Americans the end of the mission in Iraq, keeping the electoral promise of withdrawing the troops. In his speech Obama stated that this “doesn’t mean it’s time for a victory lap” and recalled the “huge price” paid by the US in terms of human lives and economic resources “to put the future of Iraq in the hands of its people, and mark a new beginning for this cradle of human civilization”. “The truth is that now people are even more afraid”, the Chaldean bishop told SIR. “Obama said the US is safer now? He may have his reasons for saying that. But, as a matter of fact, Iraq is not safe, there are still deaths, bombs and kamikaze”, said Mgr. Warduni. “Now more than ever, it is urgent to form a new government. Without a strong government, without laws, we will be in great trouble. The chance to achieve peace and security – concluded Warduni – depends on the good will of political leaders to find an agreement for governing the country."

31 agosto 2010

على هامش سينودس الخاص بكنائس الشرق الأوسط: البابا في روما


بقلم المونسنيور بيوس قاشا، بغداد


أين نحن من جمعية سينودس الأساقفة؟، ماذا تقول وثيقة السينودس وخطوطها العريضة؟، ماذا سيحمل رؤساؤنا الروحيون في جعبهم؟ كيف سيناقشون محتوى وثيقة السينودس وأهدافها؟ وبم سيعودون إلينا بعد دراسة وتمحيص مدة أربعة عشر يوما من 10-24 تشرين الأول القادم؟ أسئلة تطرح هنا وهناك. ولكن الحديث المهم اليوم ليس في عقد السينودس فقط ومتابعة جلساته، إنما يجب أن نعلم لنتهيأ ولنؤمن أن السينودس قيامة، عنصرة جديدة، بل عنصرة الألف الثالث، مليئة بأنوار قدسية، تحمل رسل اليوم، أساقفة كنائسنا الشرق أوسطية الذين يعيشون وضعا صعبا، بل مأساويا، في كيفية اللقاء، إلى كيفية إعادة تبشير الذات وعيش الإيمان في الشهادة والشراكة الكنسية مع الكنيسة الجامعة، خليفة بطرس الرسول، وقبول الآخر في العيش المشترك، كون العلامات الظاهرة تقودنا إلى القلق على المصير، قلق العيش مع جيراننا، نخاف منهم، ومن الآتي... أمام هذه التحديات سيكون صوت البابا بندكتس السادس عشر، الساعي الأمين، إلى دعوتهم وفي انتظارهم حيث قبر مار بطرس ليعيد لكنيسة الشرق حيويتها ومشرقيتها وسمو شهادتها وعمق رسالتها برجالها ومؤمنيها، فهو ينتظرهم كما قال: "هناك ينتظركم"... نعم، إنه يتقدمكم إلى روما حيث قبر هامة الرسل، صخرة الإيمان والحق، وينتظركم لترونه هناك... إنه يتقدمكم إلى الجليل... فترونه هناك (متى 7:28).
مسيرتنا نحو السينودس هي مسيرتنا كلنا، أساقفة ومؤمنين، رهبانا وراهبات، "وكانوا كلهم قلبا واحدا ونفسا واحدة" (أع 32:4). في هذه المسيرة أفكار أتناولها في بحث موجز لوثيقة السينودس التي سلمها البابا بندكتس السادس عشر إلى آبائنا الروحيين في زيارته الأخيرة لقبرص من الرابع إلى السادس من حزيران الماضي.
في هذه الأفكار أرسم محطات إيمانية سينودسية، أستلهم منها حقيقة إيماننا كي لا نكون غير مبالين لما يجري حولنا ومن أجلنا بل وحتى ضدنا. فقداسته يدعونا لنشاركه الكلمة والنقاش والقرار، ثم حمل النير (متى28:11). لنتعلم أن نكون أمناء لجرن عمادنا ورسم كهنوتنا، أوفياء لكلمة عقيدتنا... فأبونا البطريرك مار أغناطيوس يوسف الثالث يونان بطريرك السريان الأنطاكي قد أكد ذلك حينما أعلن في كلمته في افتتاح المؤتمر التاسع عشر لبطاركة الشرق الكاثوليك الذي عقد في دير الشرفة بلبنان في 5 تشرين الأول 2009، وبعد اجتماعهم إلى البابا بندكتس السادس عشر قال: "إن قداسته قد شرح لنا إن من أهداف السينودس أن يعرف العالم، سيما المسيحي منه، بدروب الشهادة التي سلكها المسيحيون في بلادنا المشرقية، وأن يشجعنا وجماعتنا المسيحية كي نظل متجذرين في أرض أجدادنا في شراكة القلب والنفس مع جميع المؤمنين المعمدين، ليس فقط أمانة وحفاظا على الوجود والهوية والتراث بل أيضا كي نتابع باختبارنا حياة الشهادة والإستشهاد، وقد تميز بهما عبر قرون عديدة حضور المسيحيين في الشرق إكليروسا وراهبات ورهبانا وعلمانيين ملتزمين".. ما أجمله كلاما... بل طوبى لمن يدرك معناه.
إذن ها هو البابا بندكتس السادس عشر صاحب الدعوة الهادفة، يدعو إلى التعرف إلى الكنائس الشرقية عموما والكاثوليكية الشرق أوسطية خصوصا، من أجل تعميق وتنمية الحضور المسيحي والدور الريادي لأبناء الكنائس الشرقية، داعيا إياهم إلى الثبات في صفاء هويتهم المسيحية في عيش الإيمان أولا عبر كلمة الله ومسيرة الأسرار المقدسة في شراكة كنسية كاثوليكية من أجل تقديم شهادة حياة مسيحية حقيقية مليئة بالفرح والعطاء ليكونوا قلبا واحدا ونفسا واحدة.
كما يدعو البابا عبر الوثيقة إلى أن يدرك الرؤساء الكنسيون إنهم ليسوا مدعوين فقط لتقديم أحوال بلدانهم فحسب ودراسة نواحيها السلبية والإيجابية، بل هم مدعوون بالأكثر إلى إفهام المؤمنين المسيحيين بأن حس وجودهم في مجتمعاتهم ذي الغالبية المسلمة، من أية قومية كانوا، هو رسالة سامية في مخطط الله.
كما تركز الوثيقة على أن المسيحيين هم مواطنون أصليون في أوطانهم، وينتمون إلى نفس النسيج والهوية ذاتها في بلدانهم الخاصة، وغياب الصوت المسيحي ووجوده سيسبب افتقار المجتمعات الشرق أوسطية وخسارة للتعددية التي ميزت هذه البلدان.
تكشف الوثيقة أن الصراعات السياسية القائمة في المنطقة منذ عقود ولا زالت تؤثر تأثيرا مباشرا وعميقا على حياة المسيحيين بصفتهم مواطنين كما بصفتهم مسيحيين، وهذا ما يجعل وضعهم هشا وغير مستقر.
توصي الوثيقة بأهمية الإستمرار في التربية على الحرية وعلى احترام حرية الآخر، وتخطي المصالح الطائفية في سبيل إخفاق القانون والعدالة. فالحرية الدينية وحرية الضمير لا تعارض بينها وبين حقوق الله... من لا يحترم خليقة الله لا يحترم الخالق... ففي ذلك يكون السلام والعدالة والاستقرار، شروطا أساسية لتنمية الحقوق الإنسانية.
تظهر الوثيقة أن السياسة والإقتصاد هما سببان رئيسان في هجرة المسيحيين وغير المسيحيين من الشرق الأوسط والتي بدأت نهاية القرن التاسع عشر، وتزايدت الهجرة اليوم بسبب هذه الصراعات السياسية وعدم الاستقرار الذي أحدثته مشاكل المنطقة... كما تظهر الوثيقة أن المسيحيين دائماً هم الضحية الأولى جراء تجاهل السياسات الدولية في محافلها الحضورَ المسيحي، وهذا هو أحد الأسباب الكبرى للهجرة.
تطالب الوثيقة كنائس الغرب أن تقوم على حث حكومات بلدانها على إتباع سياسات كفيلة بالمساهمة في تنمية الشرق الأوسط، كما تدعو المسيحيين في كل مكان إلى حمل رسالة المسيح أينما كانوا في ضيقاتهم واضطهاداتهم، مشجعة إياهم على عدم ترك أوطانهم الأصلية بل العمل على اقتناء ممتلكات عقارية من أجل البقاء شهادة لدعوتهم.
توصي الوثيقة أن الشركة داخل الكنيسة الكاثوليكية وبين الكنائس المختلفة ضرورة ملحة... كما توصي أن يبقى مؤمنو الكنائس أمناء لكنيستهم الأصلية، ممارسين حياتهم في الكنيسة التي حملتهم إلى جرن عمادهم، مع العمل على تأهيل المؤمنين تأهيلا جيدا في التعليم المسيحي كون الكنيسة بحاجة إلى صلاة دائمة من أجل الوحدة التي بدأها يسوع نفسه، ومشددة على أن الحوار المسكوني يجب أن يتم على مستويات مختلفة كي يأخذ طابعا جماعيا في البحث عن الحقيقة ولاسيما فيما تعنيه الكنيسة.
أما في حديثها عن العلاقات مع المسلمين، تستشهد وثيقة السينودس بوثيقة المجمع الفاتيكاني الثاني حيث تنظر فيه الكنيسة بتقدير إلى المسلمين الذين يعبدون الله الأحد، مثنية في الآن ذاته على أهمية الحوار الديني الذي يدعمه المجلس البابوي، متمنية أن يتسع أكثر ليشمل فئات واسعة من المؤمنين المسلمين. فأسباب الحوار بين المسيحيين والمسلمين هي الموضوع الأكيد في العيش المشترك وقبول الآخر ضمن وطن واحد ولغة نفسها وثقافة عينها، ومقاسمة الطرف الطرف الآخر في أفراحه وآلامه، ففي ذلك يكون مفتاح النجاح للتعايش هو الاعتراف بالحرية الدينية للآخر وبحقوق الإنسان، وعبر ذلك يتجذر المسيحيون في مجتمعات هم أعضاء فيها، فيكونوا بذلك مساهمين في قول الحق في وجه الأقوياء الذين يقترفون الظلم، أو من يجاوبون على الظلم بالعنف. فعنف الأقوياء والضعفاء على حد سواء قاد منطقة الشرق الأوسط إلى فشل متكرر وتخلف أكيد عن ركب الدول الأخرى. كما يساهم المسيحي في شجب العنف بشجاعة مقترحا الحل السلمي وهو الغاية الأكيدة.
وفي الختام، تضع الوثيقة خاتمة سطورها، إن كل رجائها ما هو إلا في العناية الإلهية قائلة: "لا تخف أيها القطيع الصغير" ( لو32:12)... نعم، فقرات تحديات سريعة العطب، إذا ما كانت بعيدة عن أرضية القبول والواقع، والدعوة هي لنا أن نكون عنصرا رئيسا لحضورنا المسيحي ولشهادتنا في بلداننا وأوطاننا... ولكن هل يحسب الآخرون أن لنا بلداننا وأوطاننا أم أننا غرباء يجب إزالتنا أو تهجيرنا... فإيماننا هو شهادة لدماء آبائنا الذين ضحوا في سبيل أوطاننا... لتبقى دماء الأبرياء شهادة لمسيرة الحياة والرجاء.
السينودس هو الرجاء الذي ننتظره... وفي المسيح يسوع، لا يخيب رجاؤنا(عبر 18:6

30 agosto 2010

Lungo i fiumi laggiù in Babilonia

By Mosaico di Pace, 30 agosto 2010

di Renato Sacco

È sempre così. E non credo capiti solo a me. Quando si torna da un viaggio, da una visita in qualche luogo segnato da sofferenza, miseria o guerra, si vive male il ritorno nel quotidiano, c’è una fatica e una paura di 'adattamento', di dimenticare e far quasi finta di niente, che tanto la vita continua... Se poi ti capita di guardare qualche TG, allora ti monta anche la rabbia in corpo, nel sentire raccontare le bugie o le sciocchezze e le banalità che diventano 'la notizia' più importante. Mi capita anche ora, di ritorno da Baghdad. Ho incontrato amici che conosco, con Pax Christi, da anni. È stata una visita di amicizia, di condivisione. Non per fare un reportage o uno scoop, non scortato da soldati o con addosso il giubbotto antiproiettile, ma semplicemente per vivere qualche giorno con loro, condividendo la quotidianità e dire loro 'non vi abbiamo dimenticati'.
Una quotidianità fatta di piccole e grandi fatiche: il caldo che supera i 50 gradi, l’energia elettrica che viene erogata solo qualche ora al giorno; il rumore assordante e continuo dei generatori (ma il gasolio per farli funzionare costa... nonostante l’Iraq sia il Paese del petrolio); la tensione che si avverte nelle strade piene di militari e polizia; un traffico caotico, simbolo del caos che c’è nel Paese, senza Governo da 6 mesi; i segni evidenti della paura (giustificata...) con muri di protezione ovunque, check point, controlli ecc.. Se è vero che le truppe USA se ne vanno, i mercenari, i contractors restano, e forse aumentano. Una vita davvero faticosa. E la gente – lo si avverte anche senza parlare – è stanca. Stanca di tutto e non vede vie d’uscita. Questa guerra iniziata nel 2003 ha messo il Paese in ginocchio, forse definitivamente. Ho visto Baghdad conciata molto peggio dall’ultima volta, nel novembre 2003. Molti cercano di scappare dalla città e se riescono lasciano anche l’Iraq. Anche perchè continuano i rapimenti e le uccisioni. Ma queste poche righe scritte per L’opinione di... non volevano essere un articolo di riflessione su quello che vive oggi l’Iraq, il ritiro delle truppe, gli interessi in gioco, i vari scenari di guerra.
Le prospettive buie di un Paese che va verso la divisione – chissà se c’è lo zampino del Generale USA che prima è stato nei Balcani, poi in Iraq, e ora in Afghanistan? Volevo solo salutare i lettori condividendo un’esperienza prima di tutto umana. Condividere la testimonianza delle 4 Piccole Sorelle di Gesù che vivono nel silenzio la loro presenza a Baghdad, altre sono a Mosul e Erbil. Condividere il sorriso accogliente di altre 4 donne, musulmane, che casualmente ho incontrato sul taxi che ci portava da Baghdad verso Kirkuk, al nord. Erano le quatto e mezza quando siamo partiti, era buio e la lingua non aiutava la comunicazione. Abbiamo dormicchiato. Ma quando il sole ormai era alto, svegliandoci abbiamo cominciato a parlare e la mamma delle tre figlie mi dice che 40 anni fa, da bambina, era stata in una scuola italiana, qualche parola in memoria c’era ancora, allora i volti si sono illuminati, la loro gioia nel sapere che qualcuno dall’Italia è andato fino a Baghdad per amicizia...: “la prossima volta vieni a casa nostra, ti ospitiamo noi”; scambio di numeri di telefono... baci e abbracci.
Anche questo è Baghdad. Così come volevo dire delle poche parole che mi rivolge, timidamente, ovviamente in arabo, un’altra donna, Noa, che qualche giorno alla settimana lavora come segretaria nella parrocchia dove sono ospite, da mons. Warduni, il vescovo ausiliare del Patriarcato caldeo. “Grazie per essere venuto fin qui, in questi momenti così difficili”. La mattina dopo, mentre beviamo il thè si sente uno scoppio molto forte, abbastanza vicino. Scopriamo poi che sarà una giornata di attentati, di autobombe, di morti e di feriti. Se la cosa fa notizia, ne parlano anche i nostri Tg, altrimenti neanche una parola (come il Tg1 delle 20 del 25 agosto). D’altronde, lo accennavo all’inizio, le notizie sono altre, riguardano i potenti e i poteri forti, magari anche qualche illustre prelato che bacchetta chi osa richiamare a una questione morale. Diamine, la morale riguarda il 6° e 9° comandamento, non il non rubare e la lotta per il potere! E poi la notizia di oggi, è quella dei cavalli arrivati dalla Libia (non i poveri cristi respinti che muoiono nelle prigioni o nel deserto) e gli incontri del Colonnello con il Cavaliere. Allora mi viene in mente, ma forse è una citazione impropria e lo ammetto un po’ emotiva, un’altra donna, nel libro dell’Esodo al capitolo 15: “Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze. Maria fece loro cantare il ritornello: “Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere!”.

Guitton: «Il silenzio del mondo sui cristiani colpiti»

By Avvenire, 30 agosto 2010

di Luca Geronico

Strisciante, dimenticata e tenace come l’indifferenza in cui avviene: è la persecuzione contro i cristiani. La denuncia di René Guitton – ex corrispondente di France 2 dal Marocco, ora della casa editrice Calmann-Levy – è raccolta in Cristianofobia, tradotto in italiano da Lindau.

René Guitton, il suo dossier non ha scosso la vecchia Europa. Due risoluzioni al Parlamento europeo e poco altro. Non è ancora una “questione politica”.
..
In Francia non c’è stata nessuna presa di posizione del governo, solo una petizione di 82 deputati. Se va ricordato l’importante lavoro fatto al Parlamento europea da Mario Mauro, non si può certo parlare di mobilitazione. Una inazione che in Francia spiego con la deformazione del concetto di laicità: la separazione fra Chiesa e Stato, nata per rispettare la libertà di coscienza di tutti, è diventata una sorta di terrorismo intellettuale di certi laicisti. Non è alla moda dire: «Sono cristiano»; questo ancor più da quando la Chiesa è sotto attacco su vari fronti. Se poi, giustamente, in Europa politici e società protestano quando ci sono profanazioni contro le religioni minoritarie – gli ebrei e i musulmani – le autorità non pensano si debba difendere il cristianesimo, in enorme maggioranza numerica. E quindi silenzio e indifferenza.
Quale tragedia dimenticata, tra le altre, vorrebbe ricordarci?
Quello più trascurata, direi, è il genocidio armeno: non si ricorda mai che gli armeni sono dei cristiani che ancora oggi i turchi considerano come cittadini di secondo livello. Oggi in alcuni villaggi cristiani si vive una vera miseria.
Che fare?
L’Ue potrebbe fare pressioni diplomatiche per togliere dai documenti l’obbligo di indicare la religione. Un motivo di discriminazione.
Neanche fra i cattolici sembra esserci una piena consapevolezza del problema. Non crede?
Certo, un deficit di sensibilità dovuto a diverse ragioni. La Chiesa soffre di disaffezione e questo costituisce un freno alla coscienza di appartenere a una comunità cristiana planetaria. Inoltre i cristiani soffrono di un senso di colpa per il colonialismo, percepito come una responsabilità europea, e per i silenzi che la Chiesa avrebbe avuto verso la Shoah. Un duplice senso di colpa fa sì che il concetto di nazione cristiana non esista in Europa. Fra i musulmani e in estremo Oriente, invece, la fede viene prima della nazionalità: si è prima di tutto induista e poi, per esempio, indiano.
Una sottovalutazione dell’identità cristiana. Ma la reazione non rischia di portare a crociate culturali?
No, nessuna crociata culturale. Bisogna che i governi prendano coscienza di questa situazione. Sinora ci sono state solo azioni individuali come quelle della Merkel in Algeria, che ha stigmatizzato le espulsioni dei cristiani. Dopo di che, si potrebbe passare ad azioni diplomatiche, non certo contrapponendo alla cristianofobia l’islamofobia e la giudeofobia. Questo è impensabile anche se gli estremisti, per giustificare le loro azioni, parlano delle guerre in Iraq e in Afghanistan come di una «crociata». Tuttora in arabo per definire un europeo si usa la parola «nazareno». Solo con il dialogo si può spezzare questo meccanismo culturale e sono fondamentali gli incontri interreligiosi. Il re dell’Arabia Saudita, custode dei luoghi santi dell’islam, ha reso visita a Benedetto XVI nel novembre del 2008: un fatto importantissimo. La lettera dei 138 saggi al Papa è un tentativo da parte islamica di trovare delle soluzioni. Siamo solo all’inizio ma vi è la coscienza che sia improrogabile la necessità di fermare con il dialogo la cristianofobia.

29 agosto 2010

Kidnapped Assyrian Killed in Iraq Despite Ransom Paid

By AFP reported by AINA, August 28, 2010

A Christian glazier was abducted and killed in northern Iraq after his family had paid his kidnappers 15,000 dollars as a ransom for his release, police said on Friday.
Luay Barham al-Malik's decomposed body was found in a field in Nimrud, south of Mosul, the main northern Iraqi city and capital of the Nineveh province, Lieutenant Colonel Mohammed Omar al-Juburi said.
He said Malik, 35, an Assyrian Christian, went missing a week ago after he was contacted by a potential client.
"He was abducted... His family negotiated with his kidnappers and paid them 15,000 dollars in ransom money but Luay never returned home," Juburi said.
Malik had been shot several times in the head, he added. Malik had moved recently to Hamdaniyah, a Christian village east of Mosul, after a spate of murders and threats targeting Christians in Mosul itself.
Eight Christians were killed over a nine-day span in February in and around the city.
In 2008, 40 Christians were killed and 12,000 others fled Mosul and nearby towns following a wave of violence that has sent many members of the shrinking community into exile.
Last November, the New York-based Human Rights Watch warned that minorities including Christians were the collateral victims of a conflict between Arabs and Kurds over control of disputed oil-rich provinces in northern Iraq.
Ethnically mixed Mosul has remained a hotbed of insurgent activity even as levels of sectarian violence have dropped dramatically across Iraq since its peak between 2005 and 2008.
The province is split between Sunni Arab and Kurdish communities who are bitterly divided over the ambitions of Kurdish leaders to incorporate large parts of it into their autonomous region in the north.
It also has Assyrian, Shabak, Turkmen and Yazidi minorities.

Cristiano siro-cattolico ucciso in Iraq, nonostante il pagamento del riscatto da parte della famiglia

By Radiovaticana, 29 agosto 2010

Continuano le violenze verso i cristiani in Iraq, dopo il ritiro del contingente americano. Un cristiano siro-cattolico, rapito a Karakosh-Baghdeeda la scorsa settimana da uomini armati, è stato ucciso nonostante la sua famiglia avesse pagato il riscatto per la sua liberazione. Da tempo, il nord dell’Iraq è teatro di attacchi mirati contro la comunità cristiana da parte di estremisti e bande. L'uomo era stato rapito il 25 agosto scorso a Karakosh-Baghdeeda da un gruppo di uomini armati, che per il suo rilascio avevano chiesto un riscatto di 15 mila dollari. Fonti locali hanno riferito ad AsiaNews che la famiglia aveva pagato subito la somma e aveva atteso diversi giorni per la sua liberazione. Ieri, i parenti hanno ricevuto il suo cadavere.
Louyaé Behnam, questo il nome della vittima, aveva 35 anni: era un cristiano siro-cattolico, originario di Mosul, dove fino a pochi anni fa gestiva un negozio di vetraio. Per gli estremisti islamici – precisano le fonti – uccidere un cristiano nel periodo di Ramadan è un’azione meritevole presso Dio. Benham, per ragioni di sicurezza si era trasferito insieme ai familiari a Karakosh-Baghdeeda. La città, a maggioranza cristiana, situata nella piana di Ninive, ospita molti profughi cristiani provenienti da Mosul e Baghdad. Il clima di insicurezza generale è aumentato dopo il ritiro dell’ultimo contingente americano e la fine dell’operazione “Iraqi freedom”, che ufficialmente scade il 31 agosto. Intanto, sono sei mesi che l’Iraq attende la formazione di un governo, dopo le elezioni di marzo.

Iraq: Ritiro USA, Mons.Sako (Kirkuk) "Rischio guerra civile"

By SIR, 26 agosto 2010

Sale, dopo il ritiro Usa dal Paese, il numero degli attentati contro le milizie irachene che mostrano tutta la loro inadeguatezza a mantenere la sicurezza nel Paese. Preoccupato l’episcopato iracheno che continua a denunciare il rischio caos. “La guerra del 2003 ha rovesciato l’Iraq – spiega al Sir l’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sakoil suo esercito, la sicurezza, l'economia, l'unità nazionale. Il conflitto ci ha impoveriti intellettualmente. Sono tanti i professori uccisi e quelli hanno lasciato il Paese, segnato anche da inquinamento e corruzione”. Per mons. Sako, “ora c’è tanta libertà ed un lento movimento verso la democrazia”. Lento perché gli Usa “hanno piani a lungo termine per fronteggiare i problemi legati all’economia, al terrorismo e alla sicurezza. Mi pare che gli Usa non abbiano mai voluto risolvere i problemi dell'Iraq favorendo e proteggendo la formazione di governo forte sul quale la pressione dei Paesi vicini è preoccupante”. Davanti a tutto ciò, conclude mons. Sako, “il ritiro Usa aumenta la paura degli iracheni per una guerra civile che potrebbe portare la divisione etnica e religiosa del Paese. Un Iraq sunnita, sciita e curdo in cui ogni componente potrebbe avere anche il suo esercito. Capro espiatorio di questa situazione saranno le minoranze, che ogni gruppo vorrebbe avere con sé”.

Iraq. Il vescovo di Kirkuk: rischio di guerra civile


L'aumento, dopo il ritiro delle truppe combattenti Usa dal Paese, del numero degli attentati contro le milizie irachene, che mostrano tutta la loro inadeguatezza a mantenere la sicurezza, preoccupa l'episcopato iracheno che continua a denunciare il rischio caos. ''Il ritiro Usa aumenta la paura degli iracheni per una guerra civile - spiega all'Agenzia Sir l'arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako che potrebbe portare la divisione etnica e religiosa del Paese".
Per mons. Sako, se da una parte ''ora c'è tanta libertà”, dall'altra "è lento il movimento verso la democrazia''. Intanto, questa mattina sei miliziani anti al Qaida sono stati uccisi e altri due feriti in un attacco condotto da uomini armati a nord est di Baghdad.
Sulla difficile situazione irachena Stefano Leszczynski ha intervistato Antonio Papisca della cattedra Unesco per i diritti umani, la democrazia e la pace dell'Università di Padova.
R. - La guerra non è servita a nulla. A tanti anni di distanza, ora abbiamo una realtà che non sappiamo come gestire. In questo momento di recrudescenza della violenza e degli attentati, vedo qualche cosa di molto ambiguo, che fa dire, da un lato, “ve ne andate, allora non avete combinato nulla!” e, dall’altra parte, - negli ambienti del terrorismo - “vedete cosa siamo capaci di fare noi! La situazione del Paese in fondo ce l’abbiamo in mano noi, in assenza di un’autorità politica, di un governo che sia ampiamente legittimato e allo stesso tempo capace”.
D. - Si potrebbe obbiettare, che la guerra ha abbattuto, comunque, una dittatura sanguinaria, come quella di Saddam Hussein..
R. - Diciamo che ci sono tante altre dittature nel mondo, alcune esplicite, altre un po’ più ambigue. Da qui, appunto, l’accusa fatta alla Comunità internazionale di usare due pesi e due misure. In presenza di situazioni come quella irachena andando indietro all’epoca di Saddam, c’è da interrogarsi se la guerra in quanto tale e l’occupazione del territorio siano la via più appropriata per farvi fronte.
D. - L’Iraq era già prima un Paese fortemente frazionato da un punto di vista etnico, da un punto di vista religioso…Quelli che erano le vittime di un tempo, si sono trasformate in un certo senso nei carnefici di oggi?
R. - Sono situazioni che esasperano certe discriminazioni latenti, esasperano appunto le faide, esasperano la violenza e chi è violento approfitta poi delle situazioni per conseguire risultati di instabilità. Quindi assistiamo addirittura a immigrazioni forzate, come ad esempio quelle che stanno avvenendo negli ambienti dei cristiani e, ancora una volta, qui gli iracheni dimostrano di non essere in grado di far fronte a questa situazione. Il problema è essenzialmente politico, quindi occorre che la comunità internazionale, trovi maniera di sostenere un processo di riconciliazione all’interno del Paese, è questo che deve avvenire, e quindi sicuramente bisognerà pensare a formare sempre più efficacemente forze di pubblica sicurezza locali e indigene, ma allo stesso tempo occorre un gran progetto, che veda la Comunità internazionale, con l’Onu al centro, con la Lega degli Stati Arabi, l’Organizzazione della Conferenza islamica eccetera, attive insieme per aiutare il processo di recupero della politica in Iraq.

Karakosh - Baghdeeda: a Christian originally from Mosul is kidnapped

By Asia News, August 26, 2010

A Syrian Catholic Christian was kidnapped yesterday in Karakosh - Baghdeeda by a group of armed men, who immediately after the abduction demanded a ransom of 15 thousand U.S. dollars. Local sources told AsiaNews that the family has already paid the sum, but the kidnappers have not yet released the man. Louyaé Behnam, 35, is originally from Mosul, where until a few years ago he ran a glaziers shop. For security reasons, he moved along with his family Karakosh - Baghdeeda 30 km from Mosul. The city is located in a Christian majority district of Karakosh (Nineveh Plain), and is home to many displaced Christians from Mosul and Baghdad.
Northern Iraq has long been the scene of targeted attacks against the Christian community, the centre of a power struggle between Arabs, Kurds and Turkmen. According to Christians attacks are linked to the creation of a Christian enclave in the plain of Nineveh, which the government does nothing to counter.
The announcement of the withdrawal of the last contingent of U.S. troops, which marks the end of Operation Iraqi Freedom, "only adds to the climate of general insecurity. For six months Iraqis have been waiting for the formation of a government and the country is being taken over by criminal gangs and Islamic extremists.Yesterday, more than 50 people were killed in a series of attacks that struck the city of Kirkuk, Fallujah, Tikrit, Mosul, Basra, Ramadi and Karbala. Official sources said the attacks are the work of the extremists of al-Qaida, but local sources say that "the attacks are politicized and al-Qaida has nothing to do with them. Their purpose is to intimidate the population".

Karakosh – Baghdeeda: rapito un cristiano originario di Mosul

By Asia News, 26 agosto 2010

Un cristiano siro-cattolico è stato sequestrato ieri a Karakosh – Baghdeeda, da un gruppo di uomini armati, che subito dopo il rapimento ha chiesto un riscatto di 15mila dollari Usa. Fonti locali di AsiaNews affermano che la famiglia ha già pagato la somma, ma i rapitori non hanno ancora rilasciato l’uomo. Louyaé Behnam, 35 anni, è originario di Mosul, dove fino a pochi anni fa gestiva un negozio di vetraio. Per ragioni di sicurezza si era trasferito insieme ai familiari a Karakosh – Baghdeeda a 30 km da Mosul. La città a maggioranza cristiana è situata, nel distretto di Karakosh (piana di Ninive), e ospita molti profughi cristiani provenienti da Mosul e Baghdad.
Il nord dell’Iraq è da tempo teatro di attacchi mirati contro la comunità cristiana, al centro di una lotta di potere fra arabi, curdi e turcomanni. Secondo i cristiani gli attacchi sono collegati alla creazione di un’enclave cristiana nella piana di Ninive, che il governo non fa nulla per contrastare.
L’annuncio del ritiro dell’ultimo contingente di truppe Usa, che segna la fine dell’operazione “Iraqi freedom”, non fa che aumentare il clima di insicurezza generale. Da sei mesi l’Iraq attende la formazione di un governo e il Paese è tenuto sotto scacco da bande criminali ed estremisti islamici.
Ieri, oltre 50 persone sono morte in una serie di attacchi che hanno colpito le città di Kirkuk, Falluja, Tikrit, Mosul, Basra, Ramadi e Karbala. Secondo fonti ufficiali gli attentati sono opera degli estremisti di al-Qaida, ma fonti locali dicono che “gli attacchi sono politicizzati e al-Qaida non c’entra niente. Il loro scopo è intimidire la popolazione”.

24 agosto 2010

An Assyrian Tragedy

Photo and article by Assyrian International News Agency

by Rosie Malek-Yonan


What will you do if a loved one is kidnapped? To what extreme will you go to see them returned safely? Will you pay a kidnapper to have your child returned? What will you do if the authorities do not mount an investigation? Will you give in to the demands of the kidnappers? How much will you pay to have your teenage son returned? What if you can't come up with the thousands of dollars being extorted for the return of a brother or sister? Would you pay the ransom knowing there is a chance you would still never see your abducted father or mother?
These are not just hypothetical questions. They are questions Assyrians have been forced to reconcile with since the onset of the 2003 U.S.-led invasion of Iraq. The targeted kidnapping of Assyrian Christians in Iraq has been big business and will continue to escalate with the U.S. withdrawal from the region. How to pay for the release of a loved one is a monumental concern for those who have no means to pay the kidnappers. On the other hand, paying off kidnappers in Iraq carries a greater ramification as the U.S. treats these Assyrian victims as colluding with Islamic terrorists. But what if you didn't have the means to pay the ransom? What then?
This is the anguish
Yonan Daniel Mammo's family has been living with since his abduction several weeks ago. Yonan is married and has two small children. They live in the Assyrian neighborhood in Kirkuk. Yonan's sister and brother also live in the area. His children have no idea why they have been separated from their father, though I suspect his six-year-old daughter will most likely understand more than her two-year-old brother. She is old enough to know her mother's tears are caused by her father's absence. Yonan graduated with a bachelor's degree in English from Baghdad University. He worked at Hammurabi Exchange Office on Al-Jamhwaria Street in Kirkuk and supported his family on a modest salary of $300 a month.
At 8 pm on 29 July 2010, when Yonan left his place of work, four armed gunmen jumped out of a BMW in front of the Exchange Office and took the Assyrian man as hostage. According to witnesses, Yonan was stuffed in the trunk of his abductor's vehicle. That evening, Yonan's family waited for his return. There was no sign of him. The family clung to hope and prayer. Nothing else was in their power. With the dawn of a new day, their hopes were shattered.

On 30 July 2010, the Muslim kidnappers used Yonan's own cell phone to contact the family. Yonan was allowed to briefly speak with his family. He informed them that he was taken against his will. The kidnappers then demanded ransom in the amount of USD $150,000 for Yonan's safe release. When the phone went dead, Yonan's family realized their nightmare had already begun. Countless Assyrians had been kidnapped. They knew all the stories. All the lives that had been cut short. And now the tragedy was theirs to live through. Yonan's family did not have the means to come up with this kind of money. Two weeks dragged on. When on 14 August 2010, the kidnappers realized that this was an impossible amount for the family to raise, they lowered their demand to USD $100,000. On 23 August 2010, sources informed me that the local police in Kirkuk raided several locations in the city in search of Yonan but came up empty-handed. There has been no other contact with the kidnappers. This Assyrian tragedy has not come to an end yet. Yonan's future rides on the morals of his hostage takers as his family continues to hold on to hope that perhaps they will be able to raise the money to buy back Yonan's freedom.

The Assyrian tragedy in Iraq is the hidden carnage that the world has chosen to ignore. But what of the role of the elected Assyrian officials in Iraq? What are their responsibilities towards members of their nation in these cases? Why are they not publicly demanding the release of Yonan? Why are they not publicly demanding a full investigation? Why are they silent when so many Assyrians continue to suffer in this manner? Why is Yonan's release not being negotiated with the kidnappers? Why must the family remain in isolation and live in fear of further retaliation from the kidnappers?
One family member writes in frustration, "Why am I Assyrian? Why am I Christian?" These are questions of frustration that stem from Islam's intolerance of the Assyrian nation in Iraq.

What if Yonan were your father, brother, son, husband or friend? What would you do?

Rosie Malek-Yonan is an Assyrian actress, director and author of The Crimson Field. She is an outspoken advocate of issues concerning her nation, in particular the Assyrian Genocide and the plight of today's Assyrians in Iraq since the 2003 U.S.-led invasion. On June 30, 2006, she was invited to testify on Capitol Hill about the genocide and persecution of Assyrians in Iraq. The study of the Assyrian Genocide globally absent from the curriculum of educational institutions changed when in 2009 the SUNY system (State University of New York) added "The Crimson Field," to its curriculum for a World Literature class. She has worked with many of Hollywood's leading actors and directors. She played the role of Nuru in New Line Cinema's "Rendition." To schedule an interview with her please send your request to contact@thecrimsonfield.com.

23 agosto 2010

Guerra finita?

By Radiovaticana, One-O-Five Live, 20 agosto 2010

"Il ritiro delle truppe americane dall'Iraq doveva essere effettuato, ma in questa fase il paese non ha la stabilità necessaria per garantirsi un futuro accettabile. La guerra ha distrutto completamente l'Iraq". Philip Najim, Procuratore del Patriarcato Caldeo presso la Santa Sede, commenta la situazione di stallo che vive l'Iraq, dove i cristiani continuano ad essere ulteriormente penalizzati.
Christian Elia (Peacereporter) precisa che sebbene sia diminuito il numero di attentati, questi sono diventati più mirati e più dannosi. "Il caos nel paese è irreversibile, almeno in una logica di breve termine".

Ascolta le interviste di Antonella Palermo cliccando sul titolo del post oppure qui:
Parlano:

Gabriele Iacovino,
Responsabile desk Medio Oriente Nord Africa del CESI Centro Studi Internazionale

Philip Najim
, Procuratore del Patriarcato Caldeo presso la Santa Sede

Christian Elia
(Peacereporter) Inviato per il Medio Oriente ed i Balcani

Congress Highlights USCIRF’s Concerns about Religious Minorities in Iraq

By USCIRF. August 17, 2010

WASHINGTON, DC - The U.S. Commission on International Religious Freedom (USCIRF) applauds the U.S. Senate’s adoption of S. Res. 322, a resolution spearheaded by Senator Carl Levin (D-MI) that focuses on the perilous status of religious minorities in Iraq. The Senate passed this bipartisan resolution on August 5; this follows the earlier passage in the House of a companion measure (H. Res. 944) authored by Representative Gary Peters (D-MI).
Both measures reflect many of the recommendations USCIRF has advanced and are critically timed ahead of the U.S. military withdrawal from Iraq and as Iraq seeks to form a new government. “USCIRF applauds this resolution for shining a spotlight on the dire issues facing Iraq’s smallest religious minorities, issues about which USCIRF for many years has expressed concern,” said Leonard Leo, USCIRF Chair.
“Their future is far from secure and there is much that needs to be done.” Among other important provisions, these resolutions call on the government of Iraq to direct the Iraqi Ministry of Human Rights to investigate and issue a public report on abuses against and the marginalization of minority communities in Iraq and make recommendations to address such abuses. They also call on the U.S. government and the United Nations Assistance Mission for Iraq to urge the government of Iraq to implement provisions in the Iraqi Constitution that provide protections for Iraq’s religious minorities; and urge the U.S. government to continue to fund a new minorities committee whose membership is selected by Iraq’s minority communities.
These minorities include Chaldeans, Syriacs, Assyrians, Armenians and other Christians, Sabean Mandaeans, Yazidis, Baha’is, Kaka’is, Jews, and Shi’a Shabak. They have lived for centuries in the region that is now Iraq, but currently experience targeted violence, have no militia or tribal structures to defend themselves, and do not receive adequate official protection. Many have fled to neighboring countries, where they represent a disproportionately high percentage of registered Iraqi refugees, and still fear to return. Those who remain in Iraq are now concentrated in Nineveh governorate, one of the most dangerous areas of in the country, where they are caught in the middle of a struggle for territorial control between the Kurdistan Regional Government and the central Iraqi government and suffer abuses and discrimination as a result. “The violence, forced displacement, discrimination, marginalization and neglect suffered by members of these groups threaten these ancient communities’ very existence in Iraq, and jeopardize Iraq’s future as a diverse, pluralistic, and free society,” said Mr. Leo.
That is why USCIRF has recommended that Iraq be designated a “county of particular concern” under the International Religious Freedom Act for its egregious and ongoing violations of religious freedom. USCIRF urges the U.S. government to make these minorities a high priority in its ongoing relationship with the both the Iraqi government and the Kurdistan Regional Government.
Among other actions, the U.S. government should revive the interagency task force on Iraqi minority issues that previously existed and direct it to consider and recommend policies for the U.S. government to address the needs of Iraq’s vulnerable minority communities.
In addition, USCIRF urges the U.S. government to work with the new Iraqi government, when it is established, to reconstitute its minorities committee so that it not only includes representatives of all of Iraq’s minority communities selected by the communities themselves, but also is able to communicate minority concerns to senior Iraqi government officials and the international community. For additional information and USCIRF recommendations concerning religious freedom in Iraq, see the
USCIRF 2010 Annual Report Iraq chapter .
USCIRF is an independent, bipartisan U.S. federal government commission. USCIRF Commissioners are appointed by the President and the leadership of both political parties in the Senate and the House of Representatives. USCIRF’s principal responsibilities are to review the facts and circumstances of violations of religious freedom internationally and to make policy recommendations to the President, the Secretary of State and Congress.

Iraq Admits Minorities Remain Vulnerable

By Radio Free Europe/Radio Liberty, August 20, 2010

The Iraqi government is doing all it can to ensure security for all citizens, but it is also aware that religious and ethnic minorities are particularly vulnerable and extra efforts are required to protect them, a senior Iraqi official has told RFE/RL's Radio Free Iraq.
Ali al-Musawi, who is a media adviser to Prime Minister Nuri al-Maliki, said on August 19 that the safety of Iraq's minority communities was a top priority for the government in its national security strategy.
Musawi's comments come after the U.S. Senate adopted a resolution earlier this month that highlighted "the perilous status of religious minorities in Iraq" and called on the Iraqi government to address abuses against these groups.
Minorities including the Chaldeans, Syriacs, Assyrians, Armenians, and other Christians, Shi'ite Shabaks, Sabean Mandaeans, and Yazidis have lived for centuries in the region that is now Iraq. They have often been the target of bomb attacks and other violence by militant Islamic groups.
Unadim Kanna, a Christian member of parliament and secretary of the Assyrian Democratic Movement, says that the United States and Europe can contribute more effectively to enhancing the status of Iraq's religious and ethnic minorities by helping Iraq advance in such spheres as good governance, human rights, and reconstruction.
Hanin al-Qaddu, leader of the Democratic Shabak Gathering and a member of the outgoing parliament, says that it was the government's failure to crack down on abuses against minority groups that prompted the U.S. Senate's call to address this issue.
Qaddu says that the United States is especially concerned ahead of the departure of the last U.S. combat forces from Iraq and in light of the continuing political deadlock over forming a new government.
The UN's refugee agency estimates that since 2003, some 250,000-500,000 Christians -- about half the total number in Iraq -- have left the country.

Iraq: Ritiro USA. Mons. Sleiman (Baghdad) "Promesse evaporate"

By SIR, 23 agosto 2010

“La delusione rimane grande. Le promesse si sono rapidamente evaporate. Il Paese stenta ancora molto a diventare uno Stato di diritto, a garantire la sicurezza, a rinnovare le infrastrutture, a ridurre la povertà, a fermare l’emigrazione e a rilanciare l’economia. Quello che importa più del ritiro è la ricostruzione dell’Iraq. Un progetto purtroppo ancora lontano dalla realizzazione”.
Con queste parole l’arcivescovo latino di Baghdad, mons. Jean B. Sleiman, commenta, in un’intervista al Sir il ritiro delle truppe americane dall’Iraq. “Paradossalmente – afferma il presule - questo periodo lungo 7 anni è stato battezzato ‘dopo-guerra’ quando, invece, è stato la continuazione della guerra. Il dopo-guerra è fatto di anarchia, violenze, mafia, corruzione a tutti i livelli, esodo massiccio delle popolazioni, pulizie etnico-confessionali, rapimenti ed estorsioni. La guerra del 2003 ha creato più problemi di quanti ne ha risolti. Per le comunità cristiane, poi, è stata micidiale”. I risultati della campagna “Iraqi Freedom”, per l’arcivescovo, sono “la rifondazione dello Stato e l’impianto formale di strutture democratiche. Tuttavia, lo Stato è ostacolato per non dire alienato dal tribalismo e dall’etno-confessionalismo. La libertà non è né custodita, né protetta”.

20 agosto 2010

Le persecuzioni degli iracheni cristiani stasera in TV

By TuttoTV wordpress

Nella puntata di "TV7" in onda su Raiuno venerdì 2o agosto alle ore 23.30 si è parlato delle persecuzioni contro i cristiani in Iraq.

Cosa succederà dopo l'annunciato ritiro delle truppe americane?

Rivedi la puntata con Rai replay cliccando qui

Il Governo iracheno punta sui cristiani per la ricostruzione

By Zenit, 19 agosto 2010

Per poter risorgere l'Iraq non può fare a meno dei cristiani, per questo il Governo si è impegnato ad assicurare loro un futuro. Ad affermarlo in una nota inviata alla stampa è l'ambasciatore dell’Iraq presso la Santa Sede, Habbeb Mohammed Hadi Ali Al-Sadr.

Il neo ambasciatore, che ha presentato le lettere credenziali nel luglio scorso, ha rivelato di aver chiesto al Papa “di spronare i cristiani affinché facciano ritorno nel loro paese con animo pronto alla sua ricostruzione, essendo la parte culturale, tecnica ed economica di cui l’Iraq non può fare a meno nella sua ricrescita”.
“Da parte sua – ha aggiunto – il Governo si è impegnato con quanti faranno ritorno, a ridare loro un lavoro, un terreno per ricostruire la casa e un milione e mezzo di dinari iracheni”.
“L’attuale Costituzione irachena – ha continuato poi – ha sancito la totale uguaglianza nei diritti per i cristiani, ha anche concesso loro la possibilità, lì dove lo volessero, di creare una regione a statuto speciale come quella del Kurdistan, dove poter adottare la lingua Siriaca o Aramaica come ufficiale”.
“Quanto alla legge sulle elezioni – ha sottolineato ancora –, sono stati predisposti cinque seggi parlamentari per i cristiani, oltre le eventuali cariche a livello regionale o provinciale”.
“I cristiani iracheni – ha spiegato poi l'ambasciatore – oggi godono pienamente della libertà di culto come anche di diritti civili e politici: molti di loro sono pienamente inseriti nel mondo politico ricoprendo cariche importanti sia in parlamento che nei ministeri (dell’industria, diritti umani), di recente sono stati nominati tre ambasciatori”.
Inoltre, “i cristiani hanno ed esercitano libertà di stampa e informazione nelle loro lingue, prova ne è la presenza dei canali televisivi cristiani come, ashur, ishtar e altri”.
Habbeb Mohammed Hadi Ali Al-Sadr ha poi ricordato che dopo la caduta della dittatura di Saddam Hussein, il Governo ha dato vita ad una sovrintendenza cristiana indipendente “tesa alla conservazione del patrimonio cristiano e a tal fine, ogni anno sono stanziate considerevoli somme di danaro. Ogni anno anche decine di nostri figli sono mandati a Roma per studiare le diverse scienze teologiche per poi tornare come sacerdoti nelle diverse chiese irachene di appartenenza”.
“Incentivare il turismo, anche religioso, è tra i progetti della Sovrintendenza
– ha fatto sapere -: uno di questi è l’organizzazione di un pellegrinaggio a Ur, la città natale di Abramo. Altro grande progetto e desiderio di collaborazione tra il Governo e la Santa Sede è la visita di Papa Benedetto XVI”.
Tutto questo al fine di garantire “la tutela e il mantenimento dell’intero patrimonio artistico culturale dei cristiani d’Iraq”.
Nell'affrontare invece la questione della violenza anticristiana, l'ambasciatore ha affermato che a suo avviso “i terroristi hanno capito che il sangue dei musulmani iracheni che hanno lasciato scorrere come fiumi, non è poi così interessante per i mass media occidentali”.
Per questa ragione e “dal momento che desiderano attirare lo sguardo del mondo intero sulle loro orribili azioni, solo per affermare la loro esistenza, e dire al mondo intero che la democrazia non prenderà mai piede in Iraq, sono giunti a colpire i cristiani in maniera sistematica avendo compreso che questa è la via più veloce per farli giungere al loro traguardo”.
“In questo meccanismo – ha criticato l'ambasciatore – senza volerlo, i mass media e le organizzazioni occidentali hanno retto il gioco dei terroristi, interessandosi ai cristiani, al loro futuro e al mancato sviluppo della società, quindi accendendo i riflettori sulle opere terroristiche”.
Inoltre, “i primi a condannare tutti gli attentati contro i cristiani sono sempre stati gli iracheni di tutte le comunità che compongono il paese, e tale posizione non sgorga solo da una posizione nazionale ma anche dalla stessa religione islamica che in sé già proibisce l’uccisione ingiustificata di un innocente”.
“Per cui
– ha sottolineato – legare il terrorismo all’islam è un preconcetto sbagliato e un giudizio illogico che i mass media occidentali alimentano sottolineando soltanto l’operato dei gruppi fondamentalisti, senza far parola alcuna della bontà delle azioni e vita comunitaria di tanti altri musulmani che vivono pacificamente tra non musulmani desiderosi di aprirsi all’altro”.
L'ambasciatore ha successivamente rivolto una critica contro le politiche occidentali che “creano un terreno per loro fertile allorquando entrano nelle questioni arabe e islamiche smarrendo il buon senso: come nel caso dei continui soprusi di Israele nei riguardi dei palestinesi e della striscia di Gaza, sottoposti a continue invasioni e lesioni dei diritti umani”.
“D’altra parte l’Occidente
– ha continuato –, se tace su questioni del genere, è pronto ad allarmarsi quando una città o paese islamico fa menzione del desiderio di sviluppare il nucleare anche solo a scopi pacifici, chiudendo gli occhi di fronte al fatto che Israele detiene 200 testate nucleari pronte all’uso”.
“Come non può tale situazione favorire la diffusione dell’ 'ideologia fondamentalista'?”,
si chiede.
A questo proposito l'ambasciatore ha quindi invocato da parte di tutti i governi alcune soluzioni risolutive per contrastare il fondamentalismo: “seccare le sue fonti economiche e di pensiero”; “abbattere il muro di separazione tra le nazioni ricche e quelle povere aiutando queste ad uscire dall’ignoranza, dalla sofferenza, dalla malattia e disoccupazione terreno fertile per i terroristi”; “arrestare la messa in atto di politiche a doppia faccia da parte delle grandi potenze lì dove si parla di questioni arabe e islamiche”.
Il rappresentante iracheno ha infine sottolineato la necessità di “promuovere un vero e fruttuoso dialogo tra le diverse culture e religioni ponendo l’accento sulle comunanze e le diversità” per affrontare le sfide del secolo tra cui il terrorismo, la non credenza, le divisioni familiari, le problematiche ambientali e l’emergente crisi dell’acqua.
“Fino a quando non ci sarà questo quadro di valore
– ha concluso – non ci sarà una posizione unitaria contro le minacce mondiali di oggi incarnate nel radicalismo e fondamentalismo e non ci sarà una posizione unitaria contro qualsiasi altro problema mondiale”.