"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

16 novembre 2007

Parlamento Europeo: Garantire la sicurezza delle comunità cristiane e la libertà di culto

Fonte: Parlamento Europeo

Il Parlamento condanna tutti gli atti di violenza contro le comunità cristiane nel mondo. Chiede quindi ai paesi interessati di fornire garanzie adeguate e effettive nel campo della libertà di religione e di migliorare la sicurezza delle comunità cristiane. Appoggiando il dialogo interreligioso, invita le autorità religiose a promuovere la tolleranza e ad agire contro l'estremismo. La situazione dei cristiani, inoltre, deve essere tenuta in conto dall'UE nella sua politica estera e di sviluppo.

Approvando con due soli voti contrari e un astenuto (i due voti contrari sono dei Verdi Hélène Flautre (francese) e Raul Romeva i Rueda (spagnolo), l'astensione è della deputata portoghese socialista (PSE) Ana Maria Gomes)* una risoluzione comune promossa da Mario Mauro (PPE/DE, IT) e sostenuta da tutti i gruppi (eccetto i Verdi/ALE), il Parlamento «condanna risolutamente tutti gli atti di violenza contro comunità cristiane, ovunque essi si verifichino, ed esorta i governi interessati a tradurre in giudizio gli autori di tali reati». In proposito, elenca tutti i recenti casi di persecuzione e violenza subiti dai cristiani in Pakistan, a Gaza, in Turchia, in Cina, in Vietnam, in Sudan, in Iraq e in Siria. A quest'ultimo proposito, esprime anche preoccupazione per l'esodo di cristiani dall'Iraq e sottolinea che il 24% dei 38.000 iracheni registrati dall'UNHACR in Siria erano cristiani, mentre la gran parte dei due milioni di sfollati in Siria appartiene a minoranze cristiane. Deplora inoltre il rapimento nelle Filippine del sacerdote cattolico Giancarlo Bossi. Il Parlamento sottolinea che, in alcuni casi, la situazione delle comunità cristiane è tale «da compromettere la loro sopravvivenza» e che, qualora esse scomparissero, «una parte significativa del patrimonio religioso dei paesi in questione andrebbe perduta». Ricordando peraltro di essersi espresso a più riprese a favore delle comunità religiose e della tutela delle loro identità, ovunque nel mondo, così come a favore del riconoscimento della protezione delle minoranze religiose, senza distinzioni di sorta, condanna fermamente tutte le forme di discriminazione e intolleranza basate sulla religione o il credo, come pure gli atti di violenza contro tutte le comunità religiose. Esorta quindi i paesi interessati a far sì che il loro ordinamento giuridico e costituzionale offra «garanzie adeguate ed effettive» per quanto riguarda la libertà di religione o di credo, nonché vie di ricorso per le vittime in caso di violazione di questa libertà. Sottolinea infatti che il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione «è un diritto umano fondamentale garantito da vari strumenti giuridici internazionali». Il Parlamento sollecita pertanto i governi dei paesi interessati a migliorare la sicurezza delle comunità cristiane e sottolinea che le autorità pubbliche «hanno il dovere di tutelare tutte le comunità religiose, incluse quelle cristiane, dalla discriminazione e dalla repressione». Raccomanda poi che le sue commissioni competenti esaminino la situazione delle comunità cristiane, «in particolare in Medio Oriente». Appoggia peraltro «risolutamente» tutte le iniziative volte a incoraggiare il dialogo e il rispetto reciproco tra le religioni. Invita pertanto tutte le autorità religiose a promuovere la tolleranza e a prendere iniziative contro l'odio e la radicalizzazione violenta ed estremista. Commissione e Consiglio sono inoltre invitati a sollevare la questione della situazione delle comunità cristiane nel quadro del dialogo politico con i paesi in cui tali comunità sono minacciate, «promuovendo un impegno strategico da parte dei paesi in questione sulla base delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». E a prestare particolare attenzione a tale questione nell'elaborazione ed implementazione di programmi di cooperazione ed aiuto allo sviluppo con quegli stessi paesi.
* Fonte Federico Rossetto. Addetto Stampa Commissione Parlamentare Petizioni

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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 settembre 2007 su gravi episodi che mettono a repentaglio l'esistenza delle comunità cristiane e di altre comunità religiose
Il Parlamento europeo ,
– visto l'articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (UDHR), del 1948,
– visto l'articolo 9 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo (ECHR), del 1950,
– visto l'articolo 18 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), del 1966,
– vista la dichiarazione delle Nazioni unite sull'eliminazione di ogni forma di intolleranza e di discriminazione fondata sulla religione e sul credo, del 1981,
– visti i documenti elaborati dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di religione e di credo, in particolare quelli dell'8 marzo 2007, del 20 luglio 2007 e del 20 agosto 2007,
– viste le sue relazioni annuali sulla situazione dei diritti umani nel mondo e le sue precedenti risoluzioni sulle minoranze religiose nel mondo,
– viste le sue risoluzioni del 25 ottobre 2007 sul Pakistan
(1) e sull'Iran(2) ,
– vista la sua risoluzione del 28 aprile 2005 sulla relazione annuale sui diritti umani nel mondo nel 2004 e sulla politica dell'UE in materia
(3) ,
vista la sua risoluzione del 6 luglio 2005 sull'Unione europea e l'Iraq concernente un quadro per l'impegno(4) ,
vista la sua risoluzione del 6 aprile 2006 sull'Iraq concernente la comunità assira e la situazione nelle prigioni irachene
(5) ,
– vista la sua risoluzione del 10 maggio 2007 sulle riforme nel mondo arabo e la strategia dell'Unione europea: quale strategia per l'Unione europea?
(6) ,
– visto l'articolo 115, paragrafo 5, del suo regolamento,
A. ricordando che, nelle sue relazioni con il resto del mondo, l'Unione europea afferma e promuove i propri valori e contribuisce alla pace, al rispetto reciproco tra i popoli e alla salvaguardia dei diritti dell'uomo,
B. sottolineando che si è espresso a più riprese a favore dei diritti delle comunità religiose e della tutela della loro identità, ovunque nel mondo, così come a favore del riconoscimento e della protezione delle minoranze religiose, senza distinzioni di sorta,
C. dichiarandosi vivamente preoccupato, in tale contesto, per il moltiplicarsi di episodi di intolleranza e repressione nei confronti delle comunità cristiane, in particolare in alcuni paesi dell'Africa, dell'Asia e del Medio Oriente,
D. ricordando la sua profonda adesione ai principi della libertà di pensiero, di coscienza, di religione e di culto, ovunque nel mondo, nonché al principio della laicità dello Stato e delle sue istituzioni pubbliche; sottolineando che tali autorità hanno il compito, ovunque nel mondo, di garantire dette libertà, compresa la libertà di cambiare la propria fede religiosa,
E. sottolineando l'importanza del dialogo tra le religioni per promuovere la pace e la comprensione tra i popoli,
F. ricordando che è compito dei leader politici e religiosi, a tutti i livelli, combattere l'estremismo e promuovere il rispetto reciproco,
G. considerando che, secondo la normativa internazionale in materia di diritti umani, e in particolare secondo l'articolo 18 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti,
H. considerando che la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di religione e di credo richiama l'attenzione su situazioni preoccupanti di violazione della libertà di adottare una religione o un credo, di cambiarli o di rinunciare ad essi, oltre a segnalare numerosi casi di discriminazione e violenza tra religioni diverse, di uccisioni e di arresti arbitrari per ragioni legate alla religione o al credo,
I. considerando che anche altre categorie di persone, come i profughi, gli sfollati interni, i richiedenti asilo, i migranti, le persone private della libertà, le minoranze etniche, religiose e linguistiche e i figli di credenti subiscono sempre più di frequente violazioni del diritto alla libertà di religione o di credo; ricordando a tale proposito il principio di non-refoulement conformemente all'articolo 33 della Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati,
J. esprimendo preoccupazione per i recenti episodi di violenza in Iraq, fra cui il rapimento di due sacerdoti cattolici, padre Pius Afas e padre Mazen Ishoa, il 14 ottobre 2007 a Mosul; l'uccisione di due cristiani assiri, Zuhair Youssef Astavo Kermles e Luay Solomon Numan, entrambi membri dell'organizzazione National Union of Bet-Nahrin , avvenuta a Mosul il 28 giugno 2007; l'uccisione di un sacerdote caldeo, padre Ragheed Ganni, e dei tre diaconi che lo assistevano, avvenuta il 3 giugno 2007 a Mosul,
K. deplorando la situazione dei villaggi assiri situati in prossimità del confine turco, come il villaggio di Kani Masi,
L. dichiarandosi preoccupato per i recenti episodi di violenza in Pakistan, fra cui l'assalto contro una chiesa cristiana il 10 ottobre 2007 a Godwinh, alla periferia di Lahore; la bomba che il 15 settembre 2005 ha seriamente danneggiato una scuola, la "Saint John Bosco Model School ", gestita dai missionari di Mill Hill nel distretto di Bannu; l'uccisione del vescovo protestante Arif Khan e di sua moglie il 29 agosto 2007 a Islamabad,
M. deplorando l'uccisione di Rami Khader Ayyad, titolare di una libreria cristiana, avvenuta il 7 ottobre 2007 a Gaza,
N. dichiarandosi profondamente addolorato per l'uccisione di due giovani copti, Wasi Sadek Ishaq e Karam Klieb Endarawis, avvenuta il 3 ottobre 2007 ad Awlad Toq Garb, in Egitto,
O. dichiarandosi inorridito per l'attacco perpetrato il 18 aprile 2007 contro la casa editrice cristiana Zirve a Malatya, in Turchia, con l'uccisione di tre cristiani, Tilmann Geske, Necati Aydin e Ugur Yuksel; ricordando la sua risoluzione del 24 ottobre 2007 sulle relazioni UE-Turchia
(7) e la sua viva condanna dell'assassinio di Hrant Dink e del sacerdote cattolico Andrea Santoro,
P. deplorando il rapimento nelle Filippine del sacerdote cattolico padre Giancarlo Bossi,
Q. sottolineando in particolare la gravità della situazione delle comunità cristiane del Sudan, i cui membri continuano ad essere oggetto della repressione delle autorità di Khartoum,
R. considerando che negli ultimi anni centinaia di famiglie assiro-cristiane che vivono nei zona di Dora, a sud di Baghdad, hanno lasciato la città a seguito di intimidazioni, minacce e violenze,
S. considerando che l'esodo dei cristiani dall'Iraq è fonte di serie preoccupazioni, come sottolinea il fatto che, nel 2006, circa il 24% dei 38.000 iracheni complessivamente registrati dall'Alto Commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) in Siria erano cristiani e che la gran parte degli sfollati interni in Iraq - che sono più di due milioni - appartiene a minoranze cristiane dirette per lo più verso la piana di Ninive,
T. sottolineando la gravità della situazione per quanto concerne la libertà religiosa nella Repubblica popolare cinese, dove le autorità continuano a reprimere qualsiasi manifestazione religiosa, soprattutto nei confronti della chiesa cattolica, molti dei cui fedeli e vescovi sono detenuti da anni e in alcuni casi sono morti in carcere,
U. sottolineando che anche in Vietnam si registra una forte repressione contro le attività della chiesa cattolica e di altre religioni, come dimostra la grave situazione in cui versano le comunità dei montagnard vietnamiti,
V. sottolineando che in alcuni casi la situazione delle comunità cristiane è tale da compromettere la loro sopravvivenza e che, qualora esse scomparissero, una parte significativa del patrimonio religioso dei paesi in questione andrebbe perduta,
1. condanna risolutamente tutti gli atti di violenza contro comunità cristiane, ovunque essi si verifichino, ed esorta i governi interessati a tradurre in giudizio gli autori di tali reati;
2. condanna fermamente tutte le forme di discriminazione e intolleranza basate sulla religione o il credo, come pure gli atti di violenza contro tutte le comunità religiose; esorta i paesi interessati a far sì che il loro ordinamento giuridico e costituzionale offra garanzie adeguate ed effettive per quanto riguarda la libertà di religione o di credo, nonché vie di ricorso per le vittime in caso di violazione della libertà di religione o di credo;
3. sottolinea che il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione è un diritto umano fondamentale garantito da vari strumenti giuridici internazionali; ribadisce nel contempo la sua profonda adesione al concetto fondamentale dell'interdipendenza dei diritti umani;
4. appoggia risolutamente tutte le iniziative volte a incoraggiare il dialogo e il rispetto reciproco tra le religioni; invita tutte le autorità religiose a promuovere la tolleranza e a prendere iniziative contro l'odio e la radicalizzazione violenta ed estremista;
5. sollecita i governi dei paesi interessati a migliorare la sicurezza delle comunità cristiane; sottolinea di conseguenza che le autorità pubbliche hanno il dovere di tutelare tutte le comunità religiose, incluse quelle cristiane, dalla discriminazione e dalla repressione;
6. invita la Commissione e il Consiglio a sollevare la questione della situazione delle comunità cristiane nel quadro del dialogo politico con i paesi in cui tali comunità sono minacciate, promuovendo un impegno strategico da parte dei paesi in questione sulla base delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani;
7. invita la Commissione, il Consiglio e gli Stati membri a contribuire ulteriormente al rafforzamento dei diritti umani e dello stato di diritto attraverso gli strumenti di politica estera dell'UE;
8. chiede alla Commissione e al Consiglio di prestare particolare attenzione alla situazione delle comunità religiose, ivi comprese le comunità cristiane, in quei paesi dove sono minacciate, nel momento dell'elaborazione ed implementazione di programmi di cooperazione ed aiuto allo sviluppo con quegli stessi paesi;
9. chiede all'Unione europea e agli Stati membri di destinare maggiori fondi alle attività dell'UNHCR e agli aiuti umanitari gestiti da questa organizzazione;
10. raccomanda che le sue commissioni competenti esaminino la situazione delle comunità cristiane, in particolare in Medio Oriente;
11. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al Segretario generale delle Nazioni Unite e al Consiglio per i diritti dell'uomo delle Nazioni Unite.





14 novembre 2007

Arcivescovo di Mosul alla MISNA: "Musulmani e cristiani vittime di comuni violenze"

Fonte: MISNA

"Metà dei cristiani di Mosul ha lasciato la città per sfuggire alle violenze; e lo stesso hanno fatto i musulmani":
lo ha detto alla MISNA monsignor Basile Georges Casmoussa, minimizzando le voci di discriminazioni religiose e inquadrando la questione in un contesto generale all'interno del quale i cristiani non sono un'eccezione. "Qui siamo tutti discriminati – ha aggiunto l'arcivescovo siro-cattolico della città che si trova 400 chilometri a nord di Baghdad – cristiani e musulmani. Da mesi due fedeli della mia diocesi sono in ostaggio di criminali che chiedono il pagamento di un riscatto, ma la stessa situazione riguarda un numero ancora maggiore di musulmani". Nei giorni scorsi, il vescovo di Erbil, Rabban al-Qas, aveva riferito di molti villaggi del Kurdistan ripopolati da cristiani provenienti dalle regioni meridionali del paese ancora teatro delle violenze della guerra. Casmoussa parlando con la MISNA e confermando la partenza di cristiani di Mosul verso il più tranquillo Kurdistan iracheno, ha detto che tra le altre destinazioni ci sono Giordania, Turchia e Siria: "Se la situazione migliorerà probabilmente una parte di loro farà ritorno". Un primo segnale positivo c'è stato: "Nelle ultime settimane – ha concluso l'arcivescovo aprendo le porte alla speranza - il governo ha preso una serie di iniziative per garantire maggiore sicurezza, chiedendo inoltre alle autorità di convincere la nostra piccola comunità cristiana a restare. Quel che io posso dire è che i cristiani andati via da Mosul lo hanno fatto per la guerra, perché non c'è lavoro, per evitare di essere rapiti da bande criminali, ma non certo per eventuali discriminazioni. A Mosul ci sono venti chiese, perché tornino a riempirsi serve molto semplicemente la pace".


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MOSUL ARCHBISHOP TO MISNA: “MUSLIMS AND CHRISTIANS VICTIMS OF SAME VIOLENCE”
“Half of the Christians of Mosul have left the city to escape the violence; as have the Muslims”, said to MISNA the Syrian-Catholic Archbishop of Mosul, Basile Georges Casmoussa, minimising rumours of religious discrimination and catagorising the situation in a general context in which Christians are not an exception. “Here we are all discriminated, Christians and Muslims alike. Two faithful of my diocese have been held hostage for months by criminals demanding a ransom, but an even greater number of Muslims are in the same situation”, added the Syrian-Catholic Archbishop of Mosul, a northern Iraqi city 400km north of Baghdad. The Bishop of Erbil, Rabban al-Qas, in the past days referred of many villages of Kurdistan repopulated by Christians from the strife-redden southern regions of the nation. In confirming to MISNA the departure of Mosul’s Christians toward the calmer Iraqi Kurdistan, Archbishop Casmoussa said that other destinations include Jordan, Turkey and Syria: “If the situation improves, most will probably return”. There has been a first positive sign: “In the past weeks the government has taken a series of measures to guarantee major security, also calling on authorities to encourage our small Christian community to remain. I assure that the Christians left Mosul due to the war, because there is no work, to avoid being abducted by criminal gangs, and certainly not due to eventual discrimination. There are twenty churches in Mosul, and for these to fill up again there must very simply be peace”, concluded the Archbishop, giving a glimpse of hope.

ARCHEVÊQUE DE MOSSOUL À MISNA: "CHRÉTIENS ET MUSULMANS VICTIMES DES MÊMES VIOLENCES"
"La moitié des chrétiens de Mossoul a quitté la ville pour fuir les violences ; et les musulmans font la même chose", a déclaré à notre agence MISNA Monseigneur Basile Georges Casmoussa, archevêque syro-catholique de Mossoul, à 400 km au nord de Bagdad, démentant ainsi les rumeurs de discriminations religieuses et plaçant le sujet dans un cadre général à l'intérieur duquel les chrétiens ne sont pas une exception. "Ici, nous sommes tous victimes de discriminations – a ajouté l'archevêque –, chrétiens et musulmans. Depuis plusieurs mois, deux fidèles de mon diocèse ont été pris en otages par des criminels qui demandent le paiement d'une rançon, mais cette même situation concerne un nombre encore plus important de musulmans". Ces jours-ci, l'évêque d'Erbil, Rabban al-Qas, avait révélé que de nombreux villages du Kurdistan avaient été repeuplés par des chrétiens en provenance des régions méridionales du pays où sévissent encore les violences de la guerre. Confirmant le départ des chrétiens de Mossoul en direction du Kurdistan irakien, Monseigneur Casmoussa a déclaré à notre agence MISNA que la Jordanie, la Turquie et la Syrie se trouvent également parmi les autres destinations des réfugiés: "Si la situation s'améliore, une partie d'entre eux reviendra sûrement". Un premier signe positif s'est déjà fait entrevoir: "Au cours des dernières semaines – a conclu l'archevêque, laissant la place à l'espoir –, le gouvernement a pris toute une série de mesures pour garantir plus de sécurité et a demandé aux autorités de convaincre notre petite communauté chrétienne de rester. Ce que je peux dire, c'est que les chrétiens qui sont partis de Mossoul l'ont fait à cause de la guerre, parce qu'il n'y a pas de travail ou pour éviter d'être enlevés par des bandes criminelles, mais sûrement pas à cause de discriminations éventuelles… Il y a vingt églises à Mossoul : pour qu'elles se remplissent de nouveau, on a tout simplement besoin de la paix".

ARZOBISPO DE MOSUL: "MUSULMANES Y CRISTIANOS VÍCTIMAS DE LA MISMA VIOLENCIA "
“La mitad de los cristianos de Mosul ha dejado la ciudad para huir a la violencia; y lo mismo han hecho los musulmanes”: lo dijo a la MISNA Monseñor Basile Georges Casmoussa, minimizando las voces que hablan de discriminación religiosa y enmarcando el tema en un contexto general en el que los cristianos no son una excepción. “Aquí somos todos discriminados -agregó en arzobispo sirio-católico de la ciudad que se encuentra 400 kilómetros al norte de Bagdad- cristianos y musulmanes. Hace meses que dos fieles de mi diócesis son rehenes de criminales que piden el pago de un rescate. Pero la misma situación afecta a un número aún mayor de musulmanes”. En los últimos días el obispo de Erbil, Rabban al-Qas, había mencionado que muchas aldeas del Kurdistán han sido repobladas por cristianos provenientes de las regiones meridionales del país, todoavía escenario de la guerra. Casmoussa, al hablar con la MISNA y confirmar la partida de cristianos de Mosul hacia el más tranquilo Kurdistán iraquí, dijo que otras destinaciones han sido Jordania, Turquía y Siria: “Si la situación mejora, probablemente parte de ellos regresarán”. Una primera señal positiva ha sido que “en las últimas semanas -concluyó el prelado abriendo las puertas a la esperanza- el gobierno ha tomado una serie de iniciativas para garantizar mayor seguridad, pidiendo además a las autoridades que convenzan a nuestra pequeña comunidad a quedarse. Lo que puedo decir es que los cristianos que se fueron de Mosul, lo hicieron por la guerra, porque no hay trabajo, para evitar ser secuestrados por bandas criminales, pero con certeza no se fueron por eventuales discriminaciones... En Mosul hay 20 iglesias. Para que vuelvan a llenarse, muy simplemente hace falta la paz”.

Non c'è pace per gli iracheni cristiani

Fonti: Diverse

By Baghdadhope

Dopo una lunga malattia lo scorso 8 di novembre si è spento a Baghdad Padre Basil Maroghe che per molti anni ha servito la Chiesa Caldea nella Parrocchia del Sacro Cuore della capitale irachena
Da Bassora intanto giungono notizie contrastanti. Da una parte diverse entità politiche e sociali della città hanno inviato a Padre Emad Aziz Banna, parroco caldeo della città, telegrammi di felicitazioni per la prossima nomina a Cardinale del Patriarca Caldeo Mar Emmanuel III Delly, ma nello stesso tempo
Padre Zacaria Sulaqa, parroco siro cattolico della città, denuncia la quasi completa sparizione della comunità cristiana. Delle circa 10.000 famiglie cristiane di Bassora ne sarebbero rimaste poco più che 500 e le cause sono da ricercare, secondo il sacerdote, in diverse ondate migratorie. La prima è quella relativa al periodo dell’embargo che per più di 10 anni ha colpito il paese ed a costretto molti a ricercare una vita migliore all’estero, mentre la seconda, successiva alla caduta del regime, ha le sue ragioni nella difficoltà di vivere come cristiani in una città in cui le loro abitudini ed i loro usi sono sentiti come estranei e quindi avversati anche con la forza.
Una difficoltà che difficilmente potrà essere bilanciata dai segnali di apertura che le autorità cittadine stanno dando ai cristiani ora invitati ad arruolarsi in polizia per, come ha affermato il capo dipartimento della città, Mr. Jalil Khalaf, “limitare l’emigrazione dei cristiani verso l’estero offrendo loro delle possibilità lavorative.”
Ma sarà consigliabile per i cristiani arruolarsi nelle forze di polizia di Bassora? Se il paese stesse vivendo una situazione normale potrebbe anche esserlo, ma normale essa non è, e questo malgrado le parole dello stesso Maggior Generale Khalaf che l’ha definita “buona” forse dimenticando, buon per lui, di essere stato egli stesso vittima di due attentati nelle scorse settimane.
Aumentano intanto i delegati del governo iracheno e di quello del Kurdistan che presenzieranno alla cerimonia di investitura cardinalizia del Patriarca Caldeo Mar Emmanuel III Delly a Roma il 24 novembre prossimo.
I nominativi annunciati come presenti sono infatti, la Signora Wijdan Mikhail Salim, Ministro dei Diritti Umani del Governo iracheno, George Yousif Mansour, Ministro per gli Affari Civili del Governo Regionale Curdo, Yassin Majid, consigliere del Primo Ministro iracheno Nouri al Maliki, Khorkhis Jacoub Bakus consigliere dell’ufficio del Primo Ministro,
e Mohammad Ahmad Saeed Shakaly, Ministro degli Affari Religiosi del Governo Regionale Curdo.
Per quanto riguarda Baghdad alcune famiglie sono ritornate nel quartiere di Dora nella speranza di potere tornare alle proprie case lasciate a causa dell’ondata di violenza che specialmente dal 2006 in poi ha contrapposto le milizie sunnite a quelle sciite per il controllo dell’area. Una speranza però che subito si è infranta contro la realtà di una zona ancora pericolosa in cui molte case sono state completamente depredate ed altre sono state occupate illegalmente. I cristiani di Dora non possono, secondo quanto è riportato, neanche trovare conforto nei propri luoghi di culto visto che ben sette di essi sono oramai chiusi: le chiese caldee degli Apostoli, di Mar Yohanna e di Mar Yacoub, quella della Chiesa Assira dell’Est di Mar Khorkhis, quella della Antica Chiesa Assira dell’Est di Mart Shmoni e quella siro ortodossa di Mar Matti, a cui aggiungere la chiesa del Seminario Maggiore Caldeo di St. Peter ed il Babel College, istituzioni trasferite all’inizio del 2007 nel nord dell’Iraq proprio per ragioni di sicurezza ed ora occupate dall’esercito americano che ne hanno fatto una propria base operativa.
Ed è di poco conforto sapere che proprio su una di queste chiese, quella di Mar Yohanna, la croce è ritornata sulla cupola dov’era originariamente. La foto, scattata dal giornalista Michael Yon, ha fatto nei giorni scorsi il giro del mondo come “indimenticabile icona che indica dei segnali di speranza” come è stata definita in uno dei commenti nel sito, ma la realtà è in quello che non è scritto. Nel fatto cioè che, se è vero che la croce è stata riposizionata con l’aiuto dei vicini musulmani, una chiesa, come ha riferito a Baghdadhope un sacerdote di Baghdad “non funziona solo se è aperta, ma quando vi si possono celebrare i momenti di fede per la comunità” una cosa, questa, non ancora possibile a Dora come è testimoniato dai cristiani che, dal nord, raccontano le proprie vicissitudini. Come ad esempio Lina Benham il cui marito è stato minacciato da militanti islamici perché smettesse di esercitare il suo mestiere di barbiere e quindi di rasare la barba degli uomini che devono conformarsi anche nell’aspetto a ciò che queste persone ritengono sia “islamicamente corretto” ed il cui fratello diciottenne, Nasser, è stato ucciso da un’autobomba scoppiata davanti alla sua scuola.
Se Baghdad è ancora pericolosa Mosul non è però da meno. Almeno 2500 studenti che vivono nei villaggi cristiani vicini alla città hanno dichiarato la propria preoccupazione dei non poter continuare gli studi nel vicino capoluogo perché la strada verso esso è diventata troppo pericolosa. Qualche mese fa otto studenti erano stati rapiti proprio durante il tragitto verso l’università di Mosul e questo aveva spinto la chiesa a fermare il servizio di trasporto con autobus creando non poco disagio agli studenti che denunciano anche di non essere riusciti ad iscriversi negli istituti di Erbil o Dohuk perché non residenti nella regione curda. Un duplice impedimento agli studi che ha portato il Direttorato per l’Istruzione di Qaraqosh (una delle cittadine di provenienza degli studenti) a proporre al governo di Baghdad la creazione in quella zona di un istituto in cui preparare i futuri insegnanti e che eviterebbe agli studenti i costi ed i pericoli del viaggio verso Mosul. Una richiesta che per ora però giace ancora inevasa presso il Ministero dell’Istruzione di Baghdad.
Baghdad e Mosul pericolose per i cristiani quindi, ma anche gli unici posti in cui vivere, o tornare a vivere, per molti di loro. Cominciano ad essere sempre di più infatti i cristiani che, fuggiti verso il nord controllato dal Governo Regionale Curdo, non riescono più a vivere perchè, come denuncia Agnes Yacoub, “Con tanta gente che arriva qui da ogni parte i prezzi sono saliti alle stelle. Questo è il prezzo per la sicurezza, ma non potremmo farcela per molto.”
Una situazione, questa, confermata da Monsignor Rabban Al Qads, vescovo caldeo di Amadhiya ed amministratore vescovile di Arbil, che ha parlato di almeno 20 famiglie che nella scorsa settimana hanno lasciato Ankawa per motivi economici.
Bassora, Baghdad, Mosul, Kurdistan. Sembra proprio che gli iracheni cristiani non debbano trovare pace.

La Chiesa irachena: in cammino nonostante le difficoltà


By Luigia Storti

Monsignor Jacques Isaac, Vescovo Ausiliare per gli Affari Culturali del Patriarcato di Babilonia dei Caldei e Rettore del Babel College, l’unica facoltà cristiana di studi teologici in Iraq, e dell’annesso Istituto di Scienze Religiose, è a Torino per qualche giorno ed ha accettato di rispondere a qualche domanda.
Secondo quanto riportato qualche giorno fa da un
organo di informazione curdo il Patriarca dei Caldei, Mar Emmanuel III Delly, ha incontrato il Presidente della Repubblica Irachena, Jalal Talabani, ed ha sollevato alcune questioni che riguardano l’insegnamento della religione cristiana nelle scuole del paese, come la necessità che essa sia garantita nelle scuole pubbliche in cui la percentuale degli studenti cristiani sia del 25% del totale, e la richiesta che anche agli studenti cristiani sia consentito di sostenere gli esami in materia di religione come già fanno i loro colleghi musulmani. Può chiarire meglio i due punti in questione?
Il Presidente Talabani ha promesso al Patriarca Mar Emmanuel III Delly di intervenire presso il Ministero dell’Istruzione affinché anche gli alunni cristiani possano sostenere a fine anno gli esami di religione – cristiana, ovviamente – che permetterebbero loro di ottenere votazioni finali maggiori.
Il sistema educativo iracheno è basato sulla valutazione centesimale data dalla somma dei voti finali in ogni materia studiata. In molte scuole l’unico insegnamento religioso impartito è quello islamico e di conseguenza – in mancanza di una materia e di una sua valutazione – per gli studenti cristiani è molto difficile avere votazioni finali uguali a quelli dei loro compagni musulmani che invece sostengono un esame in più.
Per quanto riguarda invece la percentuale degli studenti cristiani nelle scuole l’argomento è più delicato. Per prima cosa bisogna parlare di due situazioni diverse: quella del centro e del sud del paese e quella del nord governato dal Governo Regionale Curdo. Per quanto riguarda il centro ed il sud la questione della percentuale ci tocca come minoranza. In nessuna parte del paese – tranne, appunto che in Kurdistan – gli studenti cristiani superano di numero quelli musulmani. Se anche così fosse, però, all’eventuale minoranza di studenti musulmani verrebbe garantito l’insegnamento della loro religione, garanzia non estesa all’ipotetica minoranza cristiana. Per questa ragione si è arrivati ad un compromesso sui numeri ipotizzando una percentuale del 25% di studenti cristiani cui impartire per legge l’istruzione religiosa, proprio la richiesta fatta dal Patriarca al Presidente.

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Il 25% è la
stessa percentuale garantita – almeno sulla carta – dal regime di Saddam Hussein prima della sua caduta, quando si diceva che la mancata ammissione di studenti cristiani da parte dei direttori scolastici che portava la percentuale sempre sotto il 25% stabilito da un decreto del 1972 fosse dovuta alla necessità di non gravare sul bilancio scolastico con uno stipendio in più. Era quella l’unica ragione, o era l’unica all’epoca “dichiarabile?”
Non si può escludere che a volte l’esclusione sia stata dettata più da motivi “politici” che economici, e questo malgrado il fatto che durante il regime di Saddam Hussein fosse stato nominato dal governo un responsabile dell’insegnamento della religione cristiana legato al Ministero dell’Istruzione ed incaricato proprio di sorvegliare che il decreto del 1972 fosse rispettato. A fianco di questo responsabile lavorava un comitato formato da rappresentanti di tutte le chiese cristiane in qualità di consiglieri. Certo però non era possibile controllare l’operato dei singoli direttori scolastici che dichiaravano di non avere avuto tante richieste di iscrizione da parte di studenti cristiani.
In ogni caso la percentuale stabilita, se alta o bassa, non è il solo problema. Di questi tempi è difficile ad esempio trovare professori in grado di insegnare la religione cristiana. In passato i vescovi avevano stabilito che ad insegnare potessero essere solo quei laici in possesso del certificato rilasciato dopo la frequenza dei corsi triennali dell’Istituto delle Scienze Religiose del Babel College. I fenomeni della fuga e dell’emigrazione forzata dei cristiani, uniti al trasferimento dello stesso Istituto nel nord per ragioni di sicurezza, però, hanno fatto scomparire dal paese molte di queste figure professionalmente preparate, ed in alcuni casi si propongono dei laici che però abbiano almeno seguito dei corsi intensivi di 2 o 3 mesi nelle chiese.
Ci sono poi i problemi del caos che regna a Baghdad e che non ha risparmiato il Ministero dell’Istruzione, e quello dell’appartenenza politica dei responsabili di tali decisioni che a volte può ostacolare o rallentare la messa in pratica di leggi favorevoli alla minoranza cristiana.
C’è quindi una soluzione che possa garantire agli studenti cristiani le opportunità di istruzione in materia religiosa per ora date solo a quelli musulmani?
Soluzione no, speranza sì. Ciò che ci vorrebbe sarebbe, sempre che la percentuale del 25% sia confermata così come la possibilità di sostenere gli esami finali, un responsabile coraggioso, che non abbia paura di denunciare gli eventuali casi di violazione delle leggi stabilite. Per adesso però rimane un sogno, l’Iraq è ancora, purtroppo, un paese dove l’opposizione alla legge del più forte viene pagata con la morte.
Tra i problemi che ha citato c’è quello della preparazione dei laici destinati all’insegnamento dei principi del cristianesimo. E’ per questa ragione che ha espresso l’intenzione di
riaprire i corsi dell’Istituto di Scienze Religiose a Baghdad dopo la loro chiusura forzata per ragioni di sicurezza?
Si, il programma e la guida degli studenti sono già pronti. Certo ci saranno delle difficoltà. La vecchia sede dell’Istituto, che era anche quella del Babel College, a Dora, è inavvicinabile perché ormai diventata sede operativa delle truppe americane, ma ce la faremo. Ed a questo proposito si sono già svolte delle riunioni che hanno coinvolto sacerdoti – ex alunni del Babel College – non solo caldei. I principi che ci guidano, infatti, sono quelli dell’ecumenismo, dell’unione tra le chiese martiri dell’Iraq, della testimonianza della Parola di Cristo.
Ricordo di aver visitato nel 2001 una piccola chiesa a Baghdad e di avervi trovato molti bambini, ma anche ragazzi più grandi, impegnati nelle lezioni di catechismo. La presenza dei giovani nelle chiese, pur con le difficoltà che state vivendo, è ancora alta?
Si, anche se purtroppo sono molti quelli che ormai hanno lasciato le proprie case – e le proprie chiese - per ragioni di sicurezza. Se pensiamo alla zona di
Dora, ad esempio, si calcola che più di 2000 famiglie cristiane abbiano lasciato volontariamente o siano state costrette a lasciare la zona, ma dove possono i giovani frequentano le chiese che sono anche diventate luoghi di ritrovo in quartieri dove altrimenti il tempo trascorre in casa per paura.
Per quanto riguarda il catechismo c’è da precisare che ci sono alcune differenze tra il nostro rito, quello Caldeo, e quello Latino. Il sacramento della Cresima, ad esempio, viene impartito insieme a quello del Battesimo. I bambini quindi iniziano a frequentare i corsi di catechismo a circa 8/9 anni per poi fare la Prima Comunione una volta finita la scuola elementare. Ma il catechismo non si ferma con la Comunione, particolari corsi sono dedicati ai ragazzi ed alle ragazze fino ai 18 anni ed anche per gli universitari si organizzano degli incontri. Naturalmente dopo la Prima comunione cessa l’obbligo di frequenza ma i ragazzi amano andare in chiesa per studiare ed anche trovare gli amici, e molto dipende anche dal rapporto che si instaura con il sacerdote.
Sembrerebbe una vita normale…
Purtroppo non lo è più. La guerra ha distrutto tante cose e tante persone. Nessuno di noi, specialmente a Baghdad, è sicuro di tornare a casa la sera, e neanche il rimanervi a volte salva dai pericoli, ma tutti cerchiamo di farci forza, i ragazzi hanno bisogno di punti fermi e la chiesa può essere uno di essi.
Parlando dell’istruzione cristiana ha detto che la situazione è diversa nel nord del paese..
Nel nord, sia quello sotto il controllo del Governo Regionale Curdo, sia quello controllato da Baghdad, ci sono cittadine e villaggi interamente cristiani. Ad esempio nel Kurdistan il G.R.C. ha approvato due ore di insegnamento a settimana di religione cristiana e due di lingua siriaca, e questo a prescindere dall’appartenenza percentuale degli studenti ad una fede od ad un’altra.
Nel nord però ci sono cittadine dove ad essere in maggioranza sono i caldei e quelle dove invece sono siro-cattolici, siro-ortodossi o appartenenti alla Chiesa Assira dell’Est. Come sono i rapporti tra le diverse confessioni cristiane?
In linea di massima direi buoni ma anche in questo caso bisogna parlare di alcune differenze.
Prendiamo la questione dei libri di testo religiosi. Il governo centrale ha approvato la loro stampa che però è per ora bloccata da alcune obiezioni sollevate dagli ortodossi che ne richiedono la revisione considerandoli troppo orientati verso il cattolicesimo. Nel nord, invece, forse perché malgrado tutto la situazione è più rilassata, queste tensioni sono minori.
Quali sono le obiezioni sollevate dagli Ortodossi?
Riguardano le diversità che esistono. Così ad esempio, essi non accettano che nel libro ci sia la storia di Yohanna Sulaka, l’abate del monastero di Rabban Hormizd che nel 1553 diede inizio alla Chiesa Cattolica Caldea staccata dalla Chiesa dell’Est e fedele a Roma, e che esso sia definito “martire dell’unione” (con Roma n.d.r.) o le storie dei santi cattolici. Anche le questioni dogmatiche rappresentano un problema perché se i cattolici riconoscono a Maria il titolo di Theotokos (Madre di Dio) la Chiesa Assira dell’Est le riconosce solo quello di Christotokos (Madre di Cristo), se nel Credo di Nicea caro ai cattolici si recita che “lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio” per gli Ortodossi esso procede solo dal Padre. Persino lo stesso Purgatorio, negato dall’Ortodossia, è fonte di discussione.
E’ difficile che queste contese dogmatiche si possano risolvere, ciò vuol dire che questo testo così importante non verrà mai utilizzato, o Lei ha una soluzione da proporre?
La soluzione deve prevedere prima di tutto la buona volontà di ambo le parti. In secondo luogo si potrebbe raggiungere un compromesso pratico: un testo che nella sua parte principale preveda un sentire comune, ed un’appendice che spieghi le differenze fondamentali. Certo, come ho detto, si tratterebbe di un compromesso, ma è pur sempre meglio che rinunciare all’educazione cristiana dei nostri giovani.
In ogni caso anche se ci sono delle differenze tra noi stiamo facendo di tutto per risolverle. A Baghdad, ad esempio, ci sono due consigli che trattano delle questioni dei cristiani. Il
Consiglio dei capi delle comunità cristiane il cui Segretario è Monsignor Avak Asadorian, il Vescovo della Chiesa Armena Apostolica, ed il Consiglio dei Vescovi Cattolici, il cui Segretario è Monsignor Jean Sleiman, Vescovo Latino di Baghdad, e di cui fanno parte il Patriarca della Chiesa Cattolica Caldea, Mar Emmanuel III Delly con i suoi ausiliari, (Monsignor Jacques Isaac, Monsignor Shleimun Warduni e Monisgnor Adraous Abouna, n.d.r) Monsignor Matti Shaba Matoka, Vescovo della Chiesa Siro Cattolica, Padre Vincent Van Vossel in rappresentanza della Chiesa Melchita e l’Arciprete Emmanuel Dabbaghian della Chiesa Armeno Cattolica, nominato a gennaio del 2007 nuovo vescovo di Baghdad ma ancora non arrivato in sede.
A proposito di “comunità cristiane,” su alcuni siti cristiani iracheni è nato proprio in questi giorni un dibattito circa il termine usato in Iraq per definire i cristiani da parte del Primo Ministro Nouri Al Maliki, vuole spiegarci ciò che sta succedendo?
I vescovi cristiani hanno presentato al Primo Ministro Nouri Al Maliki una serie di richieste riguardanti le loro comunità. Come risposta la Segreteria ha inviato una lettera ad ogni ministero in cui è stato usato il termine “Ğāliyah” che, se volessimo tradurlo in italiano, equivale a “colonia di emigrati” e questo riferito agli iracheni cristiani. L’uso di un tale termine ha ovviamente causato delle proteste perché i cristiani in Iraq sono i primi abitanti del paese e non certo dei profughi arrivati da chissà dove. La Segreteria del Primo Ministro ha quindi riconosciuto l’errore, chiesto scusa attribuendolo ad una svista, e corretto il termine sostituendolo con quello di “Tā’ifah” anche questo, a mio parere, non corretto visto che significa comunità ma anche setta o minoranza religiosa. Quando è nato il Consiglio dei Capi delle Comunità Cristiane io sono stato incaricato di redigerne lo statuto e la mia proposta era stata infatti: Consiglio dei capi delle Chiese Cristiane.
Ma non è stata accettata…
Per questo prima ho parlato di buona volontà da ambo le parti, della necessità di venirsi incontro, quella volta alle richieste degli ortodossi che invece hanno caldamente sostenuto l’uso del termine “comunità” perché era il termine già usato ai tempi del passato regime quando le diverse chiese erano state elencate con il termine “Tā’ifah” in uno degli organi di stampa ufficiali del governo.
Lo spirito ecumenico ha sempre caratterizzato il Babel College. Nonostante queste divergenze di vedute in seno di consigli tra le più alte autorità religiose all’interno della facoltà questo spirito è riuscito a sopravvivere?
Si. Il primo ottobre scorso sono iniziati i corsi del Babel College ad Ankawa che già durante lo scorso anno accademico sono stati svolti regolarmente ed addirittura aumentati nelle ore. I docenti sono in tutto 35 di cui 14 in possesso di dottorato. Tra essi – e questo è lo spirito interreligioso – come gli altri anni ben 6 sono di religione islamica ed insegnano del Dipartimento di Filosofia. Per quanto riguarda gli altri – ed ecco l’ecumenismo – si tratta di caldei, siro cattolici, domenicani ed un siro-ortodosso, così come di suore caldee, domenicane e del Sacro Cuore. Tra i docenti, inoltre, ben tre sono stranieri, due sono Padri Redentoristi belgi, Padre Lucien Cop e Padre Vincent Van Vossel, ed uno è un gesuita statunitense, Padre Dennis Como, che impartisce le sue lezioni in inglese dando così la possibilità agli studenti di mettere in pratica la lingua e che è anche Padre Spirituale del Seminario Maggiore Caldeo anch’esso trasferito da Baghdad ad Ankawa. Per quanto riguarda gli studenti – 63 per l’anno accademico in corso – essi sono caldei, siro-cattolici, ma anche appartenenti alla Chiesa Assira dell’Est, a quella Assira Antica dell’Est ed a quella Armeno Ortodossa. Il miglior modo per praticare l’ecumenismo, così come il dialogo tra appartenenti a religioni diverse, è proprio nel confronto quotidiano, nelle amicizie che in un ambiente culturale si sviluppano e crescono.
63 studenti e 35 docenti rappresentano un numero di successo considerando le difficoltà ed il trasferimento forzato dell’istituzione da Baghdad ad Ankawa. Ci può parlare della nuova sede?
Quando, all’inizio del 2007, siamo stati costretti a lasciare la sede di Baghdad dopo 16 anni di attività è stato difficile. Non potevamo però fare altrimenti visto che la zona dove si trovava, Dora, era diventata troppo pericolosa. Ad Ankawa il Governo Regionale Curdo, attraverso il suo Ministro delle Finanze, Sarkis Aghajan, ci ha messo a disposizione un edificio in cui abbiamo iniziato i corsi ed a cui ora ne è stato affiancato un altro dove si trovano la biblioteca, un’aula magna e altre quattro aule per l’insegnamento.
Il Babel College è aperto a tutte le chiese , non appartiene alla sola Chiesa Caldea anche se è gestito da essa. Quando siamo stati costretti a trasferirci pensavo che un tale cambiamento sarebbe stato difficile e, sebbene dal punto di vista pratico lo sia stato, come è ovvio, ho poi pensato che in realtà sia stato un intervento provvidenziale. Nel nord, i cristiani che già vi abitavano e quelli che dal centro e dal sud del paese vi sono arrivati, specialmente nell’ultimo anno, ora hanno un’istituzione dove approfondire la propria cultura cristiana. Non dobbiamo dimenticare che del Babel College fa parte l’Istituto di Scienze Religiose che prepara i laici a diventare futuri catechisti ed il cui bisogno è testimoniato dagli iscritti - già più di 90 al primo anno - e dal fatto che, ad esempio lo scorso anno, alcuni studenti hanno frequentato i corsi bisettimanali affrontando il viaggio di 250 Km da e per Kirkuk. Una cosa che non sarebbe stata possibile se l’Istituto fosse rimasto a Baghdad.
Il bisogno che gli iracheni cristiani hanno, e dimostrano, di essere vicini alla Chiesa studiandone la storia ed i principi ci ha addirittura spinto a pensare ad altre sedi per l’Istituto nel nord, magari a Karamles ed ad Al Qosh, due villaggi cristiani che si trovano nei pressi di Mosul, nella zona controllata dal governo di Baghdad.
Sono progetti, sogni, lo so, ma come fare a non sognare quando si vede la sete di fede che i nostri fedeli, e soprattutto i giovani hanno? E questo senza abbandonare il sogno di poter tornare a Baghdad.
Succederà?
Se il governo centrale potrà riprendere il controllo della zona succederà. Ma questo non vuol dire che la sede di Ankawa chiuderà. Anche il Seminario Maggiore potrà forse rinascere nella sua sede originaria di Dora. Il Seminario è la speranza del Patriarcato, la certezza che la chiesa continuerà a vivere in Iraq attraverso i suoi pastori.
Monsignore, il Babel College è nato nel 1991, cosa ha rappresentato per il clero iracheno?
Prima del Babel College gli studi ecclesiastici avvenivano nei seminari. Io, per esempio ho frequentato il seminario domenicano di Mosul. Proseguire ed approfondire gli studi voleva dire all’epoca andare all’estero, come è successo anche a me che ho studiato presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma. La nascita del Babel College ha rappresentato la possibilità di uno studio mirato più approfondito per i nostri religiosi nel proprio paese. Un punto di svolta poi è da far risalire al 1997 quando il College è stato affiliato all’Università Urbaniana di Roma. Prima di quella data, infatti, l’accettazione di uno studente iracheno del collegio che volesse conseguire un dottorato dipendeva dalle singole università all’estero, ma dal 1997 il certificato rilasciato dal Babel College apre le porte delle varie università perché riconosciuto come valido.
L’Arcidiocesi di Torino ha un
progetto di sostegno per il Babel College Che rapporti ci sono tra la Diocesi ed il Patriarcato di Babilonia dei Caldei?
Il rapporto è ottimo. Proprio durante questa mia ultima visita ho incontrato il Vescovo Ausiliare, Monsignor Guido Fiandino e Don Fredo Olivero, Direttore dell’Ufficio Pastorale Migranti. A gestire il progetto di sostegno nell’ambito di quelli legati alla Quaresima di Fraternità è però lUfficio Missionario Diocesano diretto da Don Bartolo Perlo. Devo dire che l’accoglienza che i sacerdoti e la stessa città mi riservano è sempre calorosa. Ho sempre trovato nei miei fratelli torinesi la volontà di capire i nostri problemi e di aiutarci a risolverli. Così negli anni il rapporto, iniziato nel 2002, si è rafforzato. Dal 2004 è attivo un progetto di sostegno annuale a 10 giovani sacerdoti caldei di Baghdad curato dall’Ufficio Pastorale Migranti che si è occupato anche di un progetto di scambio di disegni tra bambini di Torino e di Baghdad e di una raccolta fondi destinata all’acquisto di regali di Natale per i bambini di alcune nostre parrocchie della capitale. Da breve tempo, inoltre, un sacerdote caldeo di Baghdad, Padre Douglas Dawood è collaboratore della Chiesa di San Vincenzo Ferreri a Moncalieri, una tappa questa che cementa un rapporto già fraterno.
Tutti questi progetti di sostegno sono importanti ma ciò che voglio sottolineare è l’importanza che essi hanno dal punto di vista morale. Essi testimoniano agli iracheni cristiani il loro non essere soli, l’avere nei fratelli torinesi delle persone sconosciute ma amorevoli nelle attenzioni che dimostrano.
Monsignore, gli iracheni cristiani hanno sempre avuto un ruolo culturale importante nel paese ma ora le cose sembrano essere cambiate, complice la “fuga di cervelli” dal paese e l’affermarsi, almeno in alcune zone, di una mentalità che riconosce i meriti altrui solo se “l’altro” appartiene al proprio gruppo religioso ed etnico. Ci sono speranze che queste tendenze possano cambiare?
Certo i problemi ci sono, ma i cristiani sono ancora percepiti come “portatori di cultura.” Tutti sanno che prima della nazionalizzazione delle scuole da parte del passato regime nel 1972 le scuole cristiane erano considerate le migliori del paese tanto che le famiglie musulmane più in vista vi mandavano i propri figli a studiare, ed alcuni dei protagonisti dell’attuale scena politica irachena, seppure di fede islamica, hanno studiato in esse. La nazionalizzazione ha decretato la fine delle scuole confessionali ma esse non sono sparite del tutto. Prendiamo il caso di una scuola primaria e secondaria nel centro di Baghdad. Prima del 1972 si chiamava Mar Yohanna ed era gestita dalla suore caldee, dopo il 1972 è diventata una scuola pubblica ma la direttrice ha continuato ad essere una suora così come alcune delle insegnanti, e tuttora sono molte le famiglie musulmane che fanno a gare per iscrivervi i propri figli, specialmente le ragazze, perché riconoscono che l’istruzione impartita è di alto livello. Gli iracheni, “tutti” gli iracheni, hanno sempre dato e, nonostante i problemi danno, una grande importanza all’istruzione dei figli, quelle nuove generazioni che rappresentano il futuro del paese.
Per quanto riguarda la fuga dei cervelli essa è innegabile. I professionisti, e quindi i docenti ma anche i medici, gli ingegneri, gli avvocati, ecc. sono fuggiti dal paese perché minacciati, e molti sono stati uccisi. E’ vero anche però, ed in questo caso parlo di cristiani, che molti si sono spostati nel nord in attesa di poter tornare a Baghdad. Un medico cristiano che conosco, ad esempio, pur avendo ottenuto il visto per l’estero dopo averci vissuto per un certo periodo è tornato nel nord Iraq sognando di poter riaprire la sua clinica a Baghdad che ora è chiusa.
Se poi parliamo dell’accettazione dell’“altro” bisogna dire che se è vero che i problemi ci sono mi sembra di avere notato ultimamente un seppur piccolo cambiamento di atteggiamento. Di fronte alle violenze che ogni giorno insanguinano il paese e che colpiscono anche i musulmani alcuni di loro cominciano a percepire l’elemento cristiano come un elemento di equilibrio, una religione di pace. Cominciano a capire che è l’amore che ci guida e che la pace deve essere per noi, e per loro, il risultato del nostro cammino.

8 novembre 2007

Iraq. ONG locali: “Negli ultimi due mesi uccisi 27 cristiani a Mosul e Kirkuk"

Fonte: SIR

Sono almeno 27 i cristiani uccisi negli ultimi due mesi a Mosul e Kirkuk mentre uscivano dalle loro chiese o da gruppi di preghiera tenuti presso delle abitazioni private. La denuncia arriva dal portavoce della Christian peace association, il religioso Lucas Barini e raccolta dall’Irin, l’ufficio delle Nazioni Unite di coordinamento degli affari umanitari. “Il panico si è diffuso – dichiara Barini – anche perché tra le vittime ci sono molte donne e bambini. Solo nelle ultime due settimane almeno 120 famiglie hanno ricevuto lettere di minaccia con l’intimazione di lasciare Mosul e Kirkuk entro un mese e ora non sanno dove andare”.
A riguardo la Cpa insieme ad altre quattro Ong locali – Iraq Aid association, White birds clerics organisation, Catholic organisation of Virgin Mary e Christian refugee council - ha chiesto aiuto alle nazioni europee e alle Ong internazionali “affinché aiutino le comunità cristiane la cui sicurezza è peggiorata con molte famiglie che non hanno i soldi necessari per lasciare l’Iraq. Speriamo – afferma Barini – di arrivare ad una soluzione rapida. Ci sono persone che muoiono a causa della loro fede”. A ribadire la drammaticità della situazione è anche padre Danilo Anuar, portavoce dell’organizzazione cattolica della Vergine Maria: "cerchiamo di mantenere la nostra fede religiosa e di continuare il nostro lavoro pastorale ma il 23 ottobre è stata uccisa una coppia che aveva ospitato in casa a Mosul un momento di preghiera. Da allora stiamo chiedendo alle famiglie di pregare solo nelle proprie case e di non fare uscire i loro figli”. Secondo la Cpa i cristiani rimasti in Iraq sono circa 450 mila degli 800 mila stimati prima della guerra del 2003.

Iraq: vescovo curdo, crisi con Turchia grave minaccia per villaggi cristiani

Fonte: Adnkronos International

By Wisam Khalil

"C'è grandissima preoccupazione nella comunità cristiana per l'ingente stanziamento lungo il confine con il Kurdistan di forze turche, con lo scopo di penetrare in territorio iracheno e attaccare gli elementi del
Pkk": è quanto dichiara Monsignor Rabban al-Qass, vescovo di Amadiya, nel Kurdistan iracheno. In un'intervista ad AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL, monsignor Qass si dice convinto che "tutto ciò che si vuole risolvere con la guerra e con l'uso delle armi possa essere risolto pacificamente attraverso il dialogo. La capacità di dialogare è ciò che ci distingue in quanto esseri umani". Secondo il vescovo di Amadiya, "le minacce turche gravano sul Kurdistan nel suo insieme e in primo luogo sui villaggi cristiani lungo la frontiera comune tra Turchia ed Iraq, in cui si trovano molti cristiani rifugati a causa del peggioramento delle condizioni di sicurezza a Baghdad e Mossul. Non vogliamo che costoro siano coinvolti un'altra guerra - prosegue - E' l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno".
Monsignor Qass rivolge quindi un appello alla Turchia, perchè "rifletta bene prima di prendere una decisione come questa, che coinvolgerebbe migliaia di persone". Il vescovo curdo conclude esprimendo la speranza che "lo spettro della guerra si allontani" dalla regione e che "si diffonda la pace che sempre invochiamo. Questo è il nostro messaggio e lo spirito della nostra religione, la religione dell'amore".

6 novembre 2007

I cristiani potrebbero essere le principali vittime di un attacco turco in nord Iraq.

Fonte: Catholic News Agency

Traduzione, adattamento e note di Baghdadhope

Il Vescovo Cattolico Caldeo Monsignor Petros ha dichiarato questa settimana che una possibile incursione nel nord Iraq da parte delle forze turche alla ricerca delle milizie curde potrebbe avere come vittime principali gli iracheni cristiani.
La Turchia ha ammassato le truppe al confine con l’Iraq nella regione del Kurdistan ed ha lanciato attacchi sporadici nei confronti dei separatisti curdi che operano in Turchia ma cercano rifugio tra la popolazione del nord dell’Iraq.
Papa Benedetto XVI ha aggiunto la sua alle voci di chi è preoccupato della situazione. Ieri, dopo l’Angelus ha detto: “Incoraggio ogni sforzo teso al raggiungimento di una pacifica soluzione dei problemi recentemente emersi tra Turchia ed i curdi iracheni.”
Secondo Monsignor Petros, la cui sede vescovile è Dohuk, gli iracheni cristiani, sono ormai la metà rispetto a qualche anno fa. Essi: “temono un attacco turco in Kurdistan più degli altri perché non sanno dove andare dopo essere stati esiliati una, due, e persino tre volte sfuggendo dalle violenze.”
Dei circa 600.000 cristiani ancora in Iraq, dice il vescovo, 250.000 vivono in Kurdistan.
“I cristiani sono oggetto di un’autentica persecuzione in Iraq e solo qui nel Kurdistan trovano la pace grazie alla tolleranza del governo autonomo curdo.”
“A causa dell’occupazione americana del paese noi siamo considerati complici perché cristiani come loro ed allora ci sono i fanatici musulmani che vogliono purificare l’Iraq ed il Medio Oriente dalla presenza dei cristiani”
spiega il prelato.
Dopo la caduta di Saddam Hussein i cristiani iracheni sono stati attaccati come le loro chiese. I più ricchi sono fuggiti all’estero mentre i poveri si sono trasferiti sulle montagne del Kurdistan. “Questa povera gente ha esaurito le risorse, possono solo rifugiarsi nelle tende, c’è chi vuole sterminare i cristiani ed i musulmani onesti non fanno niente per difenderci.”

Il vescovo intervistato è Monsignor Petros Hanna Al Harbouli, vescovo caldeo della Diocesi di Zakho. Il titolo "Mer" o "Mar" è di solito usato nella Chiesa Caldea per indicare il suo Patriarca: Mar Emmanuel III Delly.

Christians would be main victims of attack by Turkey in northern Iraq

Source: Catholic News Agency

Chaldean Catholic Bishop Mer Patros said this week a possible incursion into the northern Iraq by Turkish forces in to order to combat Kurdish militias would affect Iraqi Christians the most.
Turkey has amassed troops on its border with Iraq in the region of Kurdistan and has launched sporadic attacks on Kurdish separatists who operate in Turkey but seek refuge among the population of northern Iraq.
Pope Benedict added his voice to those who are concerned about the situation. Following the praying of the Angelus yesterday, the pontiff said, "I would like to encourage every effort to reach a peaceful resolution to the problems that have recently surfaced between Turkey and the Iraqi Kurds."
According to Bishop Patros, whose see is in Dohuk, Iraqi Christians, have been reduced in recent years to half of what they once were. These Christians “fear a Turkish attack in Kurdistan more than anyone because they have no where to go after having been exiled once, twice and even three times to escape the violence.”
Of the some 600,000 Christians who are still in Iraq, he said, 250,000 of them live in Kurdistan.
“Christians are the objects of an authentic persecution in Iraq and only here, in Kurdistan, do we find peace thanks to the tolerance of the autonomous Kurdish government,” Bishop Patros stated.
“Because of the American occupation of the country, we are considered accomplices because we are Christians like them; and then there are the Muslim fanatics who want to purify Iraq and the Middle East of Christians,” he explained.
After the fall of Saddam Hussein, Iraqi Christians began to suffer personal attacks and attacks on churches. Those with greater financial resources fled to other countries, but the poor moved to the Kurdish mountains.
“These poor people have exhausted all of their possibilities. The only thing they can do is take shelter in a tent,” Bishop Patros said. “There are some who want to exterminate Eastern Christianity, and decent Muslims don’t do anything either to defend us.”

The interviewed Bishop is Mgr. Petros Hanna Issa Al Harbouli, Chaldean bishop of the Diocese of Zakho. The title "Mer" or "Mar" is usually used in the Chaldean Church only to indicate its Patriarch: Mar Emmanuel III Delly.

Note by Baghdadhope

5 novembre 2007

Turchia-Kurdistan: Najim (Chiesa Caldea). "L'Iraq non ha bisogno di altre guerre"

Fonte: SIR

“L’Iraq è stanco e oppresso e non ha bisogno di nuove guerre”.
Padre Philip Najim, procuratore della Chiesa caldea presso la Santa Sede, commenta così la crisi che si è aperta tra Turchia e Kurdistan iracheno dopo gli attacchi dei militanti del Pkk curdo ai militari di Ankara. “Da quattro anni la popolazione soffre questo conflitto sanguinoso che ha portato tanta emigrazione, in molti casi forzata, di cristiani e anche di musulmani che si sono rifugiati nel Kurdistan iracheno” dichiara al Sir il Procuratore. “Con questa crisi ad essere sottoposti alla pressione militare saranno i piccoli villaggi al confine turco e a farne le spese saranno ancora una volta i più deboli”. “Le parole di domenica – aggiunge - dimostrano come il Papa segua con apprensione quanto accade in questa regione. Gli iracheni sono stanchi e oppressi e non vogliono altre guerre”. Secondo padre Najim l’ago della bilancia in possibili negoziati sono gli “Usa che hanno notevoli interessi sia in Iraq che in Turchia e potrebbero avvicinare le parti ad una trattativa che ponga rimedio alla crisi”. “Da parte loro – conclude - i curdi devono riconoscere che esiste un governo centrale e che serve dialogare con la Turchia. Questa eviti di colpire perché a farne le spese saranno poveri innocenti. La politica deve difendere l’uomo, non distruggerlo”.

Papa: pace tra Turchia e Kurdistan, anche per i tanti cristiani lì rifugiati

Fonte: Asia News

Il Papa chiede che sia pace tra Turchia e Kurdistan iracheno, regione nella quale tante persone, compresi molti cristiani, hanno trovato rifugio dalla violenza che tormenta l’Iraq, auspica buoni rapporti tra rifugiati e residente e chiede a “chi è preposto alla sicurezza e all’accoglienza” di garantire diritti e doveri che sono alla base della civile convivenza.
La tensione in atto al confine tra Turchia ed Iraq, con la minaccia che possa precipitare in una invasione dell’esercito di Ankara alla caccia dei curdi del PKK, è stata evocata oggi da Benedetto XVI nelle parole che ha rivolto alle oltre 50mila persone che hanno riempito Piazza San Pietro per la recita dell’Angelus.
“Le notizie di questi ultimi giorni relative agli avvenimenti nella regione di confine tra la Turchia e l’Iraq – ha detto, dopo la recita della preghera mariana - sono fonte, per me e per tutti, di preoccupazione. Desidero, pertanto, incoraggiare ogni sforzo per il raggiungimento di una soluzione pacifica dei problemi che sono recentemente emersi tra la Turchia e il Kurdistan iracheno. Non posso dimenticare – ha aggiunto - che in quella regione numerose popolazioni hanno trovato rifugio per sfuggire all’insicurezza ed al terrorismo che hanno reso difficile la vita nell’Iraq in questi anni. Proprio in considerazione del bene di quelle popolazioni, che comprendono anche numerosi cristiani, auspico fortemente che tutte le parti si adoperino per favorire soluzioni di pace. Auspico, inoltre, che le relazioni tra popolazioni migranti e popolazioni locali avvengano nello spirito di quell’alta civiltà morale che è frutto dei valori spirituali e culturali di ogni popolo e Paese. Chi è preposto alla sicurezza e all’accoglienza – ha concluso - sappia far uso dei mezzi atti a garantire i diritti e i doveri che sono alla base di ogni vera convivenza e incontro tra i popoli".

Pope urges peace between Turkey and Kurdistan, also for the many Christian refugees there

Source: Asia News

The Pope has asked that there be peace between Turkey and Iraqi Kurdistan, a region in which many people, including many Christians have found refuge from the violence which torments Iraq. He also expressed his hope for good relations between refugees and residents and asked that “all those in charge of security and integration” guarantee the rights and duties which are at the basis of all true coexistence.
The current tensions between Turkey and Iraq, which threatens to overflow into full blown invasion by Ankara’s army in the hunt for PKK Kurdish rebels was highlighted today by Benedict XVI during his angelus address before a crowd of almost 50 thousand people who filled St Peter’s square.
“The news of current events in the region bordering Turkey and Iraq – he said following the recitation of the Marian prayer – our reason for grave concern, for me and many others. Therefore I wish to encourage all efforts to reach a peaceful solution to these recent problems which have emerged between Turkey and Iraqi Kurdistan. I cannot forget – he added – that in that very region scores of people have sought refuge from the insecurity and terrorism which have made life in Iraq very difficult in these years. In fact in consideration of those peoples good, population which includes numerous Christians, it is my fervent hope that both parties opt for a peaceful solution. Moreover I also hope that the relations between migrant populations and the local people develop in a spirit of high moral civility, which is fruit of those spiritual and cultural values of every people and every nation. Those who re in charge of security and integration – he concluded - must use those means at their disposal which guarantee the rights and duties which are the foundations of true coexistence and understanding between peoples ".

31 ottobre 2007

Il Patriarca Caldeo cerca legami con i musulmani

Fonte: Associated Press

Di KIM GAMEL

Tradotto ed adattato da Baghdadhope

Il Patriarca Caldeo di Baghdad, recentemente nominato primo cardinale della storia irachena, ha dichiarato martedì che la crescente violenza ha peggiorato la vita degli iracheni cristiani a partire dall’invasione a guida americana del paese, ma anche che è ottimista sul fatto che “la pace prevarrà”
Emmanuel III Delly, che il prossimo mese si recherà in Vaticano per accettare la berretta cardinalizia, ha il compito di mediare tra i pericoli che la sua piccola comunità cattolica sta affrontando e la necessità di mantenere i contatti con i musulmani.
L’ottantenne capo dell’antica Chiesa Caldea in Iraq ha affermato che le speranze di libertà createsi all’indomani della caduta di Saddam Hussein nel 2003 hanno lasciato il posto al terrore diffuso.
“Avevamo sperato che la situazione sarebbe migliorata, ma in effetti è peggiorata” ha detto alla Associated Press nel corso di un’intervista rilasciata nella sede patriarcale difesa da guardie armate nella parte ovest di Baghdad.
“Autobombe, bombe lungo le strade, omicidi. Tutte cose che non succedevano in passato quando c’erano stabilità e sicurezza.”
Delly, uno dei nuovi 23 cardinali nominati il 17 ottobre da Papa Benedetto XVI, da’ la colpa della violenza all’estremismo ed afferma che è suo compito promuovere l’unità con i musulmani ed i fedeli di altri credi.
“Prego ogni giorno perché Dio illumini le menti dei dirigenti e li guidi verso la strada della pace e della riconciliazione.”
Giocherellando spesso con la grossa croce d’argento che pende dal suo collo, il leader spirituale caldeo ha affermato di aver fatto visita ai leaders islamici sunniti e sciiti durante i loro giorni sacri e che essi usano ricambiare queste visite durante il Natale. Ha anche riferito di aver ricevuto centinaia di telefonate di congratulazioni per la sua nomina a cardinale da parte sia di sunniti che di sciiti.
“Tutti vogliamo la pace” ha detto, seduto in una sala di un edificio che fiancheggia un cortile ornato di siepi fiorite e con una statua della Vergine Maria in centro. “Dovremmo però agire e non solo parlare.”

Clicca su "leggi tutto" per l'articolo della Associated Press
Delly in passato ha parlato chiaramente della necessità di proteggere i cristiani che rappresentano il 3% dell’intera popolazione irachena che ammonta a 26 milioni di persone.
Lo scorso maggio S.E. Delly ha emesso un comunicato congiunto con il Patriarca della Catholic Assyrian Church of the East*, Mar Dinkha IV, in cui si affermava che i cristiani in Iraq erano vittime di “ricatti e rapimenti, e che erano costretti a lasciare le proprie case” per mano di insorti arabo sunniti legati al al-Qaida in Iraq. I due patriarchi lamentavano il fatto che il governo “fosse rimasto in silenzio senza prendere una chiara posizione.”
Nonostante ciò il messaggio di Delly di martedì è stato un messaggio di unità in cui si è detto che gli iracheni di ogni appartenenza religiosa hanno sofferto a causa del caos, e si è comunque sottolineato l’ottimismo riguardo al miglioramento della sicurezza nel paese.
“Abbiamo vissuto con i nostri fratelli musulmani per 14 generazioni ed abbiamo interessi in comune, il pericolo esiste per tutti senza nessuna eccezione. Preghiamo Dio perché la pace prevalga e che ognuno di noi lavori per essa.”
Questi toni moderati sono stati espressi tre giorni dopo la promessa fatta a Delly da parte del primo ministro Nouri al-Maliki di proteggere ed aiutare la comunità cristiana che è particolarmente vulnerabile considerando il suo scarso peso politico e militare.
Delly, che parla arabo, francese, italiano, latino, inglese ed aramaico, ha riferito che il primo ministro sciita ha definito la sua nomina a cardinale “un onore per tutti gli iracheni” e che ha promesso l’invio di una delegazione governativa a Roma per la nomina del 24 novembre prossimo.
“Mi ha detto che sta facendo del suo meglio per rendere migliore la vita degli iracheni e perché si possa vivere in pace. Io gli ho detto che è nostro dovere lavorare per la pace. Entrambi lavoriamo per il bene di tutti gli iracheni.”
Prima della guerra si stimava che i cristiani in Iraq, la maggior parte dei quali caldeo-assiri ed armeni,* più una piccola percentuale di cattolici romani, fosse di 800.000 persone.
Durante il regime di Saddam essi erano generalmente lasciati in pace e molti, incluso l’ex ministro degli esteri e vice primo ministro Tariq Aziz, raggiunsero alti livelli di potere. Dopo la caduta di Saddam però i cristiani iniziarono ad essere considerati sostenitori degli Stati Uniti, secondo quanto afferma il Minority Rights Group.
I cristiani cominciarono ad essere sempre più vittime dell’insorgenza a guida sunnita. A decine di migliaia fuggirono, mentre molti di coloro che rimasero si barricarono in alcune zone e furono costretti a nascondere la propria appartenenza religiosa se ne uscivano. Circa il 50% dei cristiani potrebbero avere lasciato l’Iraq, ha dichiarato U.S. Commission on International Religious Freedom.
Gli attacchi ai cristiani hanno raggiunto il culmine in un attacco coordinato ad alcune chiese di Baghdad* nell’estate del 2004 e di nuovo lo scorso settembre dopo i commenti del Papa considerati anti islamici.
Il pontefice tedesco ha successivamente dichiarato che le sue parole sull’Islam erano state male interpretate e che gli dispiaceva che i musulmani si fossero offesi, e recentemente ha imvoacto il dialogo tra la cristianità e l’Islam.
Delly, che è nato a Tel Kaif, a nord della città settentrionale di Mosul, ha riferito che Papa Benedetto XVI gli ha chiesto di dialogare con i musulmani iracheni.
“Lui vuole il bene di tutti e mi ha chiesto di aprire un dialogo con i nostri fratelli musulmani qui. Questo è il suo messaggio ai musulmani ed al mondo intero” ha detto Delly, “Dovremo fare il possibile per far capire e sentire loro che li amiamo e che ci amano. Questo è il vero dialogo.”


* Il nome esatto della chiesa che Mar Dinkha Iv guida è Assyrian Church of the East. L’aggettivo “catholic” è assente visto che la chiesa non è legata al Pontefice Romano.
*
Ricordiamo anche i fedeli della chiese Siro cattolica, Siro Ortodossa, Copta Cattolica, Copta Ortodossa, Melikita e le diverse confessioni protestanti.
*Il primo di agosto del 2004 furono attaccate 5 chiese, 4 a Baghdad ed 1 a Mosul.

Note di Baghdadhope

Chaldean Patriarch Seeks Ties to Muslims


By KIM GAMEL

Chaldean patriarch of Baghdad, recently named Iraq's first cardinal, said Tuesday that rising violence has made life worse for Iraqi Christians since the U.S.-led invasion, but he is optimistic that "peace will prevail."
Emmanuel III Delly, who will go to the Vatican next month to collect his cardinal's red hat, must balance the dangers facing his small Catholic community with a mission to reach out to Muslims.
The 80-year-old head of the ancient Chaldean Church in Iraq said the hopes of freedom in the aftermath of Saddam Hussein's ouster in 2003 have given way to widespread fear.
"We had hoped that the situation would be better. In fact it is worse," he told The Associated Press during an interview at his guarded compound in western Baghdad.
"Car bombs, roadside bombs, killings, assassinations. All of these things were not happening in the past. There was stability and security."
But Delly, who was one of 23 new cardinals named by Pope Benedict XVI on Oct. 17, blamed the violence on extremists and said it is his job to reach out to Muslims and followers of other faiths to promote unity.
"I pray every day to God to enlighten the minds of the officials and guide them to the road of peace and reconciliation," he said.
Often fiddling with the large silver cross on a chain around his neck, the Chaldean spiritual leader said he visits leaders from Islam's Shiite and Sunni sects during their holy days and they do the same on Christian holidays. He said he received "hundreds of calls from Sunnis and Shiites" congratulating him on his promotion to cardinal.
"We all want peace," he said, sitting in an ornate reception room in a building off a courtyard lined with flower bushes and a statue of the Virgin Mary in the center. "We should accomplish this with actions and not only with words."

Click on "leggi tutto" for the article by Associated Press

Delly has been outspoken in the past about the need to protect Christians, who comprise less than 3 percent of Iraq's 26 million population.
In May, he issued a joint statement with Patriarch Mar Dinka IV of the Catholic Assyrian Church of the East* saying Christians in a number of Iraqi regions faced "blackmail, kidnapping and displacement" at the hands of Sunni Arab insurgents led by al-Qaida in Iraq. They complained the government "has kept silent and not taken a firm stance."
But Delly had only a message of unity Tuesday, saying that Iraqis of all sects have suffered from the chaos and that he is optimistic security is improving.
"We have been living with our Muslim brothers for 14 generations and we have common interests with each other," he said. "The danger is hitting everybody without exception. We pray to God that peace will prevail and every one of us should work for peace."
The toned down remarks came three days after Delly received a promise from Prime Minister Nouri al-Maliki to protect and support Iraq's Christian community, which is particularly vulnerable since it has little political or military clout to defend itself.
Delly, who speaks Arabic, French, Italian, Latin, English and Aramaic, said the Shiite Muslim prime minister called his promotion to cardinal "an honor for all Iraqis" and promised to send a government delegation to Rome for his Nov. 24 ordination.
"He told me he is doing his best to make Iraqis feel comfortable and live in peace in Iraq. I told him it is our duty to work for peace," Delly said. "We are working for the sake of all Iraqis."
The country's Christian population was estimated at more than 800,000 before the war — the majority of them Chaldean-Assyrians and Armenians,* with small numbers of Roman Catholics.
They were generally left alone under Saddam's regime, and many, including former foreign minister and deputy prime minister Tariq Aziz, reached the highest levels of power. But after Saddam's ouster, Christians became perceived as supporters of the U.S., the Minority Rights Group says.
Christians were increasingly targeted by the Sunni-led insurgency, causing tens of thousands to flee, isolating many of those who remained in barricaded neighborhoods and forcing them to hide their religious affiliation when venturing out. Up to 50 percent may have left Iraq, says the U.S. Commission on International Religious Freedom, which advises the U.S. government.
Attacks on Christians peaked with a coordinated bombing campaign in the summer of 2004 aimed at Baghda* churches and again last September after the pope made comments perceived to be anti-Islam.
The German-born pontiff later said that his words about Islam were misunderstood and that he was sorry Muslims were offended, and he has recently been calling for dialogue between Christianity and Islam.
Delly, who was born in Tel Kaif, north of the northern city of Mosul, said Benedict asked him to reach out to Iraq's Muslims.
"He wants the good of everybody, and he asked me to open dialogues with our Muslim brothers here. This is his message to the Muslims and the whole world," Delly said. "We should do our best to make them understand and to make them feel that we love them and they love us. This is the real dialogue."

*The exact name of the Church Mar Dinkha IV leads is Assyrian Church of the East, the adjective Catholic being absent being not the church linked to Rome Pontiff.
* We can remember also the faithful of the Syriac Church - Catholic and Orthodox, of the Coptic Church - catholic and orthodox, of the Melkite Church and different Protestant Churches.
*On the 1 of August 2004 five churches were attacked, four in Baghdad and one in Mosul

Notes by Baghdadhope

30 ottobre 2007

Credere fra le bombe


di Casadei Rodolfo

La sua famiglia ha dovuto abbandonare la città e la casa che abitava da molti anni per cercare riparo in un villaggio della piana di Ninive. Uno dei suoi fratelli è rimasto ferito mentre faceva la guardia alla chiesa dello Spirito Santo, colpito da schegge e proiettili di un assalto di terroristi. Un altro è minacciato di morte perché si è occupato delle salme delle vittime dell'attacco del 2 giugno,* quando furono assassinati il parroco e tre suddiaconi che lo accompagnavano, e ha contribuito a evitare un'altra strage lanciando l'allarme per le mine che erano state collocate sotto i cadaveri. Il sacerdote assassinato, padre Ragheed Ghanni, era stato prima suo insegnante alla facoltà di teologia a Baghdad e poi compagno nel ministero pastorale a Mosul. E adesso due dei pochi sacerdoti cristiani rimasti in città, i padri Pius Afas e Mazen Ishoa della Chiesa siriaca cattolica, sono stati rapiti e il loro destino, al momento in cui scriviamo, è estremamente incerto.* Eppure Samer Yohanna, monaco caldeo di 27 anni, ha gli occhi del bambino contento. Complice il fisico pacioccone e il sorriso intelligente del ragazzo che studia senza fatica e impara tutto rapidamente. Il pensiero di tornare a Mosul una volta terminati gli studi a Roma pare non turbarlo: «Padre Ghanni diceva sempre: "Dobbiamo esprimere la speranza che è nella fede cristiana rimanendo presenti, continuando a dire Messa. Questo farà crescere la fede e la speranza della gente". Sapeva quello che rischiava, gli arrivavano minacce di morte e "inviti" a non dire più Messa in parrocchia, ma mi diceva: "Dobbiamo essere come il buon pastore che dà la vita per le pecore. Io vivo giorno per giorno, non so se mi uccideranno mentre torno a casa. Ma non posso smettere di fare quello che faccio"».

Clicca su "leggi tutto" per l'articolo de I Tempi
Prima della guerra del 2003 Mosul era la seconda città dell'Iraq per numero di cristiani: caldei, siriaci cattolici e ortodossi, assiri, melchiti, armeni, eccetera. Insieme superavano le 100 mila unità. Proprio per questo il primo assalto terrorista in grande stile contro la presenza cristiana in Iraq, quello del 1° agosto 2004, coinvolse quattro edifici di culto di Baghdad e due di Mosul. Dopo di allora gli edifici sacri, i vescovadi, i conventi e il personale apostolico della città sono sempre rimasti sotto tiro. La capitale ha conosciuto il più alto numero di sacerdoti rapiti, ma a Mosul è finito nelle mani dei sequestratori anche un vescovo (il siriaco cattolico Basile Georges Casmoussa), e di Mosul erano i due preti iracheni uccisi dalla guerriglia: oltre a padre Ghanni il siriaco ortodosso Paulos Iskandar, assassinato nell'ottobre 2006.* Dopo oltre tre anni di aggressioni di tutti i tipi, le comunità cristiane in città si sono ridotte al lumicino. La Chiesa siriaca cattolica, che prima della guerra contava 35 mila fedeli, 12 parrocchie e 23 sacerdoti diocesani, oggi conta appena 300 famiglie e 3 sacerdoti. I caldei, un po' meno numerosi come fedeli, avevano 11 parrocchie, 8 monasteri, 10 sacerdoti. Ora sono rimasti solo 3 sacerdoti che devono garantire la Messa in tutte e 11 le chiese, che vengono aperte solo il sabato e la domenica (ma non sempre e non tutte). La chiesa dello Spirito Santo, che era la principale parrocchia caldea della città con 1.200 famiglie prima della guerra, era scesa a 300 famiglie alla vigilia dell'assassinio del parroco e oggi non ne rimangono più di 80. Le prime comunioni riguardavano 200-300 bambini all'anno negli ultimi tempi del regime. Nel 2006, l'ultima volta che padre Ghanni poté assistere, erano ridotti a 80; e nel luglio scorso, quando il rito è stato celebrato dal vescovo, monsignor Rahho, solo 17 bambini e bambine si sono presentati all'appello. In settembre l'ennesima bomba è stata fatta esplodere davanti alla chiesa e un pulmino della parrocchia è stato portato via a mano armata. Eppure quella di Mosul non è solo la cronaca di una persecuzione dei cristiani con l'inevitabile effetto della dispersione del gregge e dei pastori. È anche la storia della trasformazione del ruolo sociale dei sacerdoti e insieme del loro doloroso cammino di santificazione, prodotti del fatto che sono diventati bersagli di una violenza mirata. «In Iraq tradizionalmente il sacerdote era oggetto di rispetto da parte di tutti per la sua figura sacrale. E ancora oggi al prete si baciano le mani. Quando appare in una stanza tutti si alzano in piedi per cedergli il loro posto a sedere. Al tempo di Saddam chiunque avesse non dico aggredito, ma minacciato un sacerdote cristiano sarebbe stato arrestato. Dopo la guerra è cambiato tutto: a causa dei pericoli che corriamo, ci vestiamo in maniera da non essere riconosciuti, e la gente sa che non deve sottolineare la nostra identità in pubblico. Ricordo un giorno che portai un gruppo di orfani in un negozio del centro. Ero vestito in borghese per non farmi riconoscere, dicevo ai commessi che ero lo "zio" di quei ragazzi, e loro sapevano di non dovermi contraddire». Il prestigio sociale dei sacerdoti è andato in frantumi, mostrare riguardi o semplicemente rispetto nei loro confronti è diventato un atto che mette in pericolo chi lo compie. La scelta vocazionale è tutta sotto il segno del sacrificio. «Ho preso i voti solenni proprio nel 2003, sono un monaco antoniano di sant'Hormiza», spiega padre Samer. «Quando ero ancora un professo, padre Ghanni mi voleva con lui sull'altare col mio saio. Io mi vergognavo, ma lui diceva che dovevo farlo per aiutare le vocazioni. Ricordo sempre quello che diceva: "Dirci cristiani di questi tempi è una sfida a noi stessi, ma dobbiamo farlo. Altrimenti, che ne sarà della nostra gente?". Cercava di rassicurare sempre i fedeli. L'ho visto aprire e chiudere lettere di minacce, dicendo a chi aveva vicino: "È la lettera di un amico, la leggo dopo"».

Il coraggio in eredità
Quanto sia centrale la figura dei sacerdoti martiri per i cristiani iracheni lo si è visto alla Messa di commemorazione delle vittime dell'eccidio del 2 giugno presso la chiesa di San Paolo la settimana dopo, col presbiterio affollato di simboli inconsueti. Oltre alle foto dei quattro uccisi (quella di padre Ragheed Ghanni più grande al centro, le tre immagini dei suddiaconi subito sotto, appoggiate alla prima) c'erano una gabbia con dentro un cocorito verde, alcuni pacchi di pasta, un cellulare e un computer portatile. Erano gli oggetti personali di padre Ghanni, che sono stati spartiti fra i familiari dei tre laici uccisi insieme a lui, consegnati dal vescovo in persona. Un modo per dire che quel prete ha dato tutto se stesso per il suo gregge, e che il gregge ha meritato di ereditare la sua fede, la sua forza, il suo coraggio.

* Padre Ghanni ed i tre suddiaconi furono uccisi
Domenica 3
* Padre Pius Affas e Padre Nazen Isho'a sono stati liberati Domenica 21 ottobre
*Nel dicembre 2006 a mosul è stato ucciso anche Monther Saqa, il diacono della National Protestant Evangelic Church
Note di Baghdadhope

27 ottobre 2007

Il premier iracheno si impegna a proteggere la minoranza cristiana

Fonte: International Herald Tribune

The Associated Press

Tradotto ed adattato da Baghdadhope

Lo scorso sabato il primo ministro iracheno si è impegnato a proteggere ed aiutare la minoranza Cristiana fuggita dal caos e dalla violenza settaria nel paese.
Ricevendo il Patriarca Caldeo di Baghdad, Emmanuel III Delly, a capo della chiesa caldea in Iraq e nel mondo, Nouri Al Maliki ha dichiarato la disponibilità e la determinazione del proprio governo a difendere la piccola comunità ed a fermare la fuga degli iracheni cristiani, secondo quando riferito dallo stesso ufficio del primo ministro.
Delly ha parlato apertamente della necessità di proteggere la minoranza cristiana dalla spirale di violenza in Iraq.
Il 17 di ottobre Papa Benedetto XVI ha nominato Delly come uno dei nuovi 23 cardinali, principi della Chiesa Cattolica Romana.
Dalla Guerra del 2003 gli iracheni cristiani, la maggior parte caldei, sono stati vittime degli estremisti islamici che li hanno definiti “Crociati” leali verso le truppe americane che essi combattono.
La comunità Cristiana in Iraq, circa il 3% di 26 milioni di abitanti, è particolarmente vulnerabile avendo scarso peso politico e militare nel difendersi e chiese, sacerdoti ed esercizi commerciali gestiti dai cristiani sono stati attaccati dagli estremisti islamici.
Ala ricerca di una vita migliore e più sicura circa il 50% degli iracheni cristiani potrebbe già avere lasciato il paese secondo un rapporto della U.S. Commission on International Religious Freedom.

Iraqi premier pledges to protect Christian minority


The Associated Press

Iraq's prime minister pledged Saturday to protect and support the Christian minority that has been fleeing the chaos and sectarian violence in the country.
In receiving Chaldean patriarch of Baghdad, Emmanuel III Delly, the head of Chadean Church in Iraq and the world, Nouri al-Maliki affirmed his government's readiness and determination to defend the small community and to stop the outflow of Iraqi Christians, according to a statement by al-Maliki's office.
Delly has been outspoken about the need to protect minority Christians from Iraq's spiraling violence.
Pope Benedict XVI named Delly as one of 23 new cardinals as a prince of the Roman Catholic Church on Oct. 17.
Since 2003 war, Iraqi Christians, mostly Chaldeans were the targeted by Islamic extremists who labeled them "Crusaders" loyal to the U.S. troops they are fighting.
The Christian community here, about 3 percent of the country's 26 million people, is particularly vulnerable. It has little political or military clout to defend itself.
Churches, priests and business owned by Christians have been attacked by Islamic militants.
Seeking better and safer life, about 50 percent of Iraq's Christians may already have left the country, according to a report issued by the U.S. Commission on International Religious Freedom.

26 ottobre 2007

Monsignor Warduni: "L'iraq è nel cuore del Papa"

Fonte: SIR

“Il rapimento dei due sacerdoti siro-cattolici sequestrati a Mossul il 13 ottobre e rilasciati domenica scorsa ripropone il tema della sicurezza in Iraq e soprattutto delle difficoltà in cui versa maggiormente la minoranza cristiana”.
A parlare al Sir è il vescovo ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni. “La sicurezza – dice – resta il problema più grande dell’Iraq. Sono uscito questa mattina per andare al Patriarcato e non riesco a fare rientro a casa. Check point, strade e ponti chiusi, sto cercando disperatamente un varco per passare ma senza successo. Restare a lungo in strada è pericoloso per il rischio di bombe e attentati”. A questo si aggiunga anche “la carenza di energia elettrica, di gasolio e di acqua. La popolazione vive un disagio incredibile che solo chi vive qui riesce a capire”. In questa situazione la creazione a cardinale del patriarca caldeo Mar Emmanuel III Delly, per mons. Warduni, rappresenta “un segno importante e forte con il quale il Papa mostra tutto il suo affetto per il popolo iracheno. Anche il Governo ha accolto con soddisfazione questa notizia. Tutto l’Iraq è nel cuore del papa e questo ci dona conforto e speranza”.

Mgr. Warduni: "Iraq is in Pope's heart"

Source: SIR

Translated from Italian by Baghdadhope

“The kidnapping of the two syriac catholic prites in Mosul on October 13 and their release on last Sunday reproposes the topic of security in Iraq and above all of the difficulties the Christian minority is living.”
These are the words of the Auxiliary Bishop of Baghdad, Mgr. Shlemon Warduni. “Security” he says “is the most serious problem in Iraq. This morning I went to the Patriarchate and I am not able to get back home. Check points and closed roads and bridges, I am still desperately try to find a way but with no result. To stay outside is dangerous for bombings and attacks.” To all this it must be added “the lack of electricity, oil and water. People are living an uncomfortable life that only who is living here can understand.” In this situation the appointment of the Chaldean patriarch, Mar Emmanuel III Delly, as a Cardinal is for Mgr. Warduni “an important and strong sign of Pope’s love for the Iraqi population. Even the Government was satisfied with the nomination. All Iraq is in Pope’s heart and this gives us comfort and hope.”

24 ottobre 2007

Il Cardinale Delly sui rifugiati iracheni in Libano


Il Cardinale Caldeo Emmanuel –Karim Delly di Baghdad, Iraq, ha ringraziato il popolo libanese per l’ospitalità ed ha chiesto maggiore aiuto per i rifugiati iracheni nel paese. Milioni di iracheni sono fuggiti dalla violenza, dal terrorismo, dalle estorsioni e dalla morte, ha dichiarato il Patriarca della Chiesa cattolica Caldea durante la Messa nella Cattedrale Caldea di St. Raphael a Beirut il 21 di ottobre. Egli si è appellato alle autorità libanesi perché aiutino le decine di migliaia di iracheni rifugiati in Libano, molti dei quali cristiani. Ha espresso inoltre gratitudine verso i libanesi che hanno accolto gli iracheni in cerca di rifugio “in attesa che passi la tempesta” nella loro patria. Il Cardinale Delly ha sottolineato che i rifugiati iracheni affrontano numerose difficoltà, specialmente per quanto riguarda il lavoro, la possibilità di ottenere i permessi lavorativi ed il loro status legale. Sebbene essi siano destinatari di aiuti, specialmente dalla Caritas del Libano e dall’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, hanno ancora bisogno di sostegno per le cure mediche e l’istruzione dei loro figli.

Iraqi cardinal-designate discusses Iraqi refugees in Lebanon


Chaldean Cardinal-designate Emmanuel-Karim Delly of Baghdad, Iraq, thanked the people of Lebanon for their hospitality and called for more help for Iraqi refugees there. Millions of Iraqis have fled their homeland to escape violence, terrorism, extortion and death, said the patriarch of the Chaldean Catholic Church at a Mass in St. Raphael Chaldean Cathedral in Beirut Oct. 21. He appealed to Lebanese authorities to ease the burden weighing on the lives of the tens of thousands of Iraqi refugees in Lebanon, many of whom are Christian. He expressed gratitude toward the Lebanese who have welcomed Iraqis seeking refuge "while they wait for the storm to pass" in their homeland. Cardinal-designate Delly noted that Iraqi refugees face numerous difficulties, particularly regarding their employment, legal status and ability to obtain work permits. Although they receive emergency aid, notably from Caritas Lebanon and the U.N. High Commissioner for Refugees, they need more help for medical treatment and education for their children, he said.

Sacerdote rapito: "Non per religione ma per soldi"

Fonte: MISNA

"La gente in Iraq viene rapita di continuo, vive nel timore di essere vittima di un sequestro perché lo stato della sicurezza, dopo l’occupazione, è talmente degenerato che nessuno si sente più al sicuro. Questa guerra deve finire perché ha gettato il paese nel caos”: ne è convinto padre Pius Afas, uno dei due sacerdoti siro-cattolici sequestrati a Mossul il 13 ottobre e rilasciati domenica scorsa, contattato in Iraq dalla MISNA. “Non credo che le persone che ci hanno rapito – sottolinea il religioso - facessero parte di un’organizzazione; sono quasi certo che si trattasse di criminali comuni alla ricerca di soldi”. Il sacerdote, originario della zona di Mossul, non entra nei dettagli della liberazione: “Del riscatto non voglio parlare, anche se si è trattato di una cifra molto inferiore a quella richiesta dai rapitori, ma ci tengo a sottolineare che è il denaro il motivo del rapimento. Non si è trattato di una violenza a scopo confessionale, in nessun modo”. Padre Pius, tenuto prigioniero in un unico locale insieme con il confratello Mazen Ishoa e altre tre persone, sottolinea: “Musulmani, per i quali è stato chiesto un riscatto come nel nostro caso; probabilmente anche loro stanno festeggiando il ritorno alla libertà ." Mentre parla al telefono dalla sagrestia della Chiesa di San Tommaso, si sentono voci di sottofondo e un telefono che squilla di continuo: “La notizia della liberazione ha portato molto sollievo nella comunità e c’è un andirivieni di gente che manifesta il suo affetto” spiega padre Afas che, concludendo, aggiunge: “Prima della caduta di Saddam Hussein, i problemi in Iraq erano molti, ma non c’è mai stato odio tra le diverse confessioni religiose; pensavamo di stare male, di vivere sotto una dittatura, ma almeno si poteva uscire di casa”.

Kidnapped priest: "Not for religion but money"

Source: MISNA

"People in Iraq are being kidnapped all the time….Overall security, after the occupation, has degenerated to such an extent that nobody feels safe. This war must end as it has thrown the country into chaos”. So said father Pius Afas, one of the two priests who were kidnapped last October 13 in Mosul and released last Sunday to MISNA: “I do not believe that those who kidnapped us were part of an organization; I’m almost sure they were common criminals looking for money”. He added, “as for the ransom, I don’t want to talk about it…, but I stress that money was the motive behind the kidnapping. This was in no way related to confessional violence”. Father Pius, held prisoner with his fellow brother Mazen Ishoa and three others, said: “Muslims, who were also released upon the payment of a ransom are likely also celebrating their release”. He added that “news of the release brought much relief to the community and many people have come to show their affection” said father Afas who concluded by saying: “before the fall of Saddam Hussein, there were many problems in Iraq, but hatred among the various religious denominations was never a problem; we thought that we were living badly, under a dictatorship, but at least we could leave the house”.