"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

24 ottobre 2007

Un des deux prêtres enlevés: "Pour l'argent, pas pour la religion"

Source: MISNA

"Les gens en Irak sont enlevés continuellement, ils vivent dans la crainte d'être victimes d'un kidnapping car la sécurité s'est tellement détériorée que personne ne se sent plus en lieu sûr. Cette guerre doit finir parce qu'elle a jeté le pays dans le chaos", a déclaré Père Pius Afas, l'un des deux prêtres syriaques catholiques qui ont été enlevés à Mossoul le 13 octobre et libérés dimanche dernier, et que notre agence MISNA a contacté en Irak. "Je ne crois pas que les personnes qui nous ont enlevés – souligne le religieux – faisaient partie d'une organisation ; je suis presque sûr qu'il s'agissait de criminels ordinaires qui voulaient de l'argent". Le prêtre, originaire de la région de Mossoul, ne rentre pas dans les détails de sa libération : "Je ne veux pas parler de la rançon, même si je peux dire qu'il s'agissait d'une somme bien inférieure à celle qu'avaient requise les ravisseurs, mais je tiens à souligner que l'argent était le motif de notre enlèvement, et en aucun cas notre religion". Père Pius, retenu prisonnier dans une salle unique avec son confrère Mazen Ishoa et trois autres personnes, ajoute : "C'étaient des musulmans pour lesquels il avait également été demandé une rançon, comme dans notre cas ; ils sont probablement en train de fêter leur retour à la liberté eux aussi". Pendant que Père Pius parle au téléphone, on entend en fond sonore des voix et un téléphone qui sonne continuellement depuis la sacristie de l'église de Saint Thomas : "La nouvelle de notre libération a provoqué un grand soulagement au sein de notre communauté et il y a un va-et-vient continu de personnes qui veulent nous manifester leur affection", explique-t-il ; puis, en conclusion, il ajoute : "Avant la chute de Saddam Hussein, les problèmes en Irak étaient nombreux, mais il n'y avait jamais eu de haine entre les différentes confessions religieuses ; nous pensions que ça allait mal, que nous vivions sous une dictature, mais au moins, on pouvait sortir de chez soi".

Sacerdote secuestrado: "No por religión sino por dinero”

Fuente: MISNA

“La gente es secuestrada continuamente en Irak, vive en el temor de ser víctima de un secuestro porque la situación de seguridad, luego de la ocupaciَon ha degenerado hasta el punto de que nadie se siente seguro. Esta guerra debe terminar porque ha llevado al país al caos”, dice convencido el padre Pius Afas, uno de los dos sacerdotes siro-católicos secuestrados en Mosul el 13 de octubre y liberados el domingo pasado, al ser contactado en Irak por la MISNA. “No creo que las personas que nos secuestraron -insiste el religioso- fueran parte de una organización. Estoy casi seguro de que se trataba de criminales comunes en busca de dinero”. El sacerdote, originario de la zona de Mosul, no entra en los detalles de la liberación: “Del rescate no quiero hablar, aunque se trate de una cifra muy inferior a la que fue exigida en principio por los secuestradores, pero insisto en subrayar que el dinero es la razón del secuestro. No se trató, en ningun modo, de un acto de violencia con motivaciones religiosas”. El padre Pius, que fue tenido prisionero en un sólo lugar junto con su colega Mazen Ishoa y otras tres personas, subraya que eran “musulmanes, por los que se pidió un rescate como en nuestro caso. Probablemente también ellos estarán celebrando su liberación”. Mientras habla por teléfono desde la sacristía de la Iglesia de Santo Tomas, se sienten otras voces en el fondo y un teléfono que suena continuamente. “La noticia de la liberación trajo mucho alivio a la comunidad y hay un ir y venir continuo de gente que manifiesta su afecto”, explica el padre Afas que, concluye diciendo: “Antes de la caída de Saddam Hussein, los problemas en Irak eran muchos, pero jamás hubo odio entre las distintas confesiones religiosas. Pensábamos que estábamos mal, que vivímos bajo una dictadura, pero al menos podíamos salir de casa”.

23 ottobre 2007

Online the video of the vigils held for Baghdad National Museum

By Baghdadhope

Three terrible days for Baghdad and the whole Iraq began on April 10 2003.
In those frenetic hours when the regime broke up and the American troops took possession of the capital city, with the complete indifference of the occupants, Baghdad National Museum and National Library were sacked. Thousands of artistic and historical invaluable works, the memory of Mesopotamia, the “Cradle of Civilization” disappeared. A lot of masterpieces were returned but many, too many, vanished, swallowed by the art black market that has not scruples about destroying the inheritance of a country and of humanity.

To draw the attention of the world to the 7.000 masterpieces still missing from Baghdad National Museum, and to the still running sack of more than 10.000 archaeological sites in the country, the nonprofit organization SAFE/Saving Antiquities for Everyone organized on April 10, 11 and 12 2007 a vigil for which it was requested to the partecipants to light a candle and to keep one minute of silence.
The initiative was supported by Dr. Donny George, the former general director of Baghdad National Museum who is now living in the USA and working as a professor at Stony Brook University of New York.

On SAFE website is now possible to see the VIDEO of the vigils held in different countries of the world since April 10 to 12 2007, starting from the one held in front of Baghdad National Museum.
Click here to go to SAFE website and see the video using:

Online il video delle veglie per il Museo Nazionale di Baghdad

By Baghdadhope

Il 10 aprile del 2003 iniziarono tre giorni terribili per Baghdad e per tutto l’Iraq.

In quelle ore frenetiche in cui il regime si disgregò e le truppe americane presero possesso di tutta la capitale, nella completa indifferenza degli occupanti, il Museo Nazionale di Baghdad e la Biblioteca Nazionale vennero saccheggiati. Da essi scomparirono migliaia di pezzi di incalcolabile valore artistico e storico, memoria della Mesopotamia, la “culla della civiltà.” Molti capolavori sono stati restituiti ma molti, troppi, sono scomparsi, ingoiati dal mercato nero dell’arte che non si fa scrupoli di distruggere il patrimonio artistico di un paese e di tutta l’umanità.

Per attirare l’attenzione del mondo sui 7.000 pezzi ancora mancanti dal Museo Nazionale di Baghdad e sul saccheggio, tutt’ora in corso, di più di 10.000 siti archeologici nel paese, l’organizzazione senza fini di lucro SAFE/Saving Antiquities for Everyone ha organizzato il 10, l’11 ed il 12 aprile 2007 un evento in cui venne richiesto richiesto ai partecipanti di accendere una candela e di rispettare un minuto di silenzio.L'iniziativa ha avuto l’appoggio del
Dottor Donny George, ex Direttore Generale del Museo Nazionale di Baghdad che ora vive in America ed insegna presso la Stony Brook University di New York.

Sul sito di SAFE è ora possibile vedere il VIDEO delle veglie svoltesi in diversi paesi del mondo dal 10 al 12 aprile 2007, a partire da quella tenutasi proprio di fronte al Museo di Baghdad.

Clicca qui per collegarti al sito di SAFE/ Saving Antiquities for Everyone e poter vedere il video con

Gli iracheni fuggiti dalle loro case affrontano di nuovo il terrore mentre la Turchia bersaglia i ribelli del PKK.


By Michael Howard in Anishky

Tradotto ed adattato da Baghdadhope

Quando Youssef Toma e la sua famiglia lasciarono la loro casa nel pericoloso quartiere di Dora per trovare rifugio tra i picchi e le valli del Kurdistan, pensarono di avere lasciato il terrore dietro di sè, insieme ai propri mobili.
Con l’aiuto delle autorità locali il Sig. Toma, un ex dirigente di una compagnia assicurativa, nello scorso anno si costruì una nuova casa ad Anishky, un villaggio ai piedi del monte Matin nella quiete della Valle Sabna, a 13 miglia dal confine turco.
Il Sig. Toma, un diacono della Chiesa Assira, e la sua famiglia presto divennero membri attivi della congregazione del luogo. Orgoglioso del suo giardino e del suo buon raccolto di pomodori indica con la pala i muri perimetrali del palazzo che Saddam Hussein fece costruire per la moglie Sajida alla fine degli anni 70 – una prova, dice, di quanto l’area fosse apprezzata non solo dai locali.
Eppure la scorsa settimana l’idillio rurale del Sig. Toma è stato brutalmente infranto. Il terrore che aveva provato a Baghdad è ritornato. Per circa 45 terrificanti minuti una serie di colpi dell’artiglieria turca è caduta dal chiaro cielo notturno su Anishky.

Clicca su "leggi tutto" per l'articolo di The Guardian
Presumibilmente le truppe turche al di là del confine miravano alle basi ribelli del Partito dei Lavoratori Curdi, il PKK, che si crede nascoste tra le montagne. Ma le hanno mancate.
“La casa tremava, ed io ho detto alla mia famiglia che erano tuoni” ha dichiarato il Sig. Toma guardando una macchia annerita sulla montagna circa 100 metri dietro la casa dove è caduto un colpo di artiglieria. “Ma ho vissuto a Baghdad per 40 anni e conosco il rumore delle bombe. Ne sono cadute 22. Siamo fuggiti dai terroristi islamici ed ora siamo terrorizzati dai turchi. Dove possiamo fuggire?’”
Anishky non è l’unico villaggio che è stato bombardato questa settimana. Secondo quanto ha riferito il Vescovo Shlimon della vicina cittadina di Sersing altri 6 villaggi della zona, molti abitati da rifugiati cristiani da Baghdad, sono stati colpiti.
“Il bombardamento è durato per più di 4 ore ed ha colpito fattorie, ucciso bestiame e distrutto orti e strade usate dagli abitanti, è un miracolo che nessuno sia stato ucciso.”
A Dohuk, capoluogo della provincia, il vice governatore, Gorgees Shlaymoon Kaaee, anch’egli un cristiano, ha dichiarato che quella notte la zona è stata colpita da almeno 250 colpi di artiglieria. “I nostri villaggi esistono da secoli. Non abbiamo niente a che fare con il PKK, eppure veniamo puniti lo stesso.”
Il bombardamento è avvenuto mentre il parlamento turco si preparava ad approvare gli attacchi oltre confini mirati a stanare i guerriglieri del PKK che dal 1984 lottano per i diritti dei Curdi contro le forze turche nella zona sud-orientale della Turchia a maggioranza curda. Secondo la Turchia 30 tra soldati e civili sono stati uccisi nel corso di attacchi da parte del PKK dallo scorso settembre.
Pressione interna
Spinta ad agire da una forte pressione interna, Ankara ha dispiegato circa 60.000 soldati dalla sua parte del confine con l’Iraq, ed ha chiesto che i leaders curdi iracheni, che essa accusa di aiutare il PKK, cooperino con Baghdad nello sradicare le basi dei ribelli e nell’estradare i leaders del PKK. La Turchia accusa anche il governo americano e quello di Baghdad di non fare abbastanza per schiacciare i ribelli in territorio iracheno.
Sebbene il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato questa settimana che un’invasione del nord dell’Iraq non è imminente, i leaders turchi affermano di riservarsi il diritto di proteggere il paese contro i ribelli che lanciano i loro attacchi dall’Iraq. La decisione è stata criticata dalla comunità internazionale che teme che un attacco destabilizzerebbe il Kurdistan iracheno, la regione più sicura. I leaders curdi iracheni hanno chiesto il dialogo e la pace tra le parti.
Il ministro degli esteri iracheno, Hoshyar Zebari, un curdo, questa settimana ha chiesto al PKK di lasciare il territorio iracheno ed ha previsto che un attacco turco al nord dell’Iraq avrebbe portata limitata.
Tutto ciò è però di poco conforto per gli abitanti dei villaggi, particolarmente allarmati dalle notizie secondo le quali i generali turchi avrebbero stabilito dei piani per creare una zona cuscinetto lungo la parte irachena del confine che includerebbe molte zone dove i rifugiati si sono sistemati.
Eppure i turchi sono già qui – e sono stati qui per più di un decennio, con il tacito accordo delle autorità curde. Da un lato della Valle Sabna, un presidio di soldati turchi occupa la base aerea Barmani. Ad est, nella cittadina collinare di Amediya, un carro armato turco sorveglia da un piccolo avamposto. Il loro ruolo è monitorare i combattenti del PKK, sebbene i guerriglieri siano ora lontani. “Non ci piace che siano qui, ma cosa possiamo fare?” dice Mohsen Qatani, un capo tribù locale, “Li ignoriamo e speriamo che ci ignorino. Non è la nostra lotta.”
Il Vescovo Shlimun stima che 6.000 cristiani assiri sradicati dalla violenza da altre parti del paese abbiano trovato rifugio lungo il confine iracheno settentrionale con la Turchia. Questo afflusso ha portato nuova vita nelle semi abbandonate comunità rurali, dice. Questa settimana ad Ashinky, per esempio, un cristiano di Baghdad ha aperto una sala dove la gente può riunirsi per i matrimoni.
“Ma se la Turchia continua con le incursioni o i bombardamenti” dice il vescovo, "come faremo a trovare la pace che stiamo cercando?”
Gli avvertimenti dei rifugiati
Le autorità locali della regione del Kurdistan affermano di temere che 30.000 persone potrebbero essere sfollate se i soldati turchi penetrassero oltre il confine. L’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha anche avvertito del pericolo di una crisi dei rifugiati nel nord Iraq in caso di attacco curdo. “Il governatorato del nord, o Kurdistan.. è l’area più stabile dell’Iraq” ha detto, “è un’area dove si possono trovare anche iracheni provenienti dal centro e dal sud venuti qui in cerca di sicurezza. Posso solo dire che siamo molto preoccupati per quanto riguarda gli sviluppi che potrebbero condurre a significativi spostamenti forzati dela popolazione.”

Nel villaggio di Barnatha, Juliet Jabril, 37 anni, afferma di avere nostalgia della sua vita e del suo lavoro di parrucchiera a Baghdad che ha lasciato a luglio.
“Non c’era alternativa se non quella di partire” dice in lacrime. Aveva visto uccidere un ragazzino di 11 anni che vendeva benzina sulla strada dov'era il suo negozio, ed uomini mascherati erano andati a trovarla e le avevano detto che il suo lavoro era “contro la volontà di Dio.”
“So cosa è successo alle altre parrucchiere”
dice “voglio solo vivere in pace ed ho pensato di trovarla in Kurdistan.” Juliet dice di non essere d’accordo con la violenza del PKK, ma di essere preoccupata che, se costretto a lasciare le proprie basi ciò “potrebbe creare spazio per i militanti islamici in arrivo dall’Iran.”
“Ed allora vedremo gli uomini mascherati nella nostra bella valle.”

Iraqis who fled homes in fear face new terror as Turkey targets PKK rebels

Source: The Guardian

By Michael Howard in Anishky, northern Iraq

When Youssef Toma and his family fled their home in Baghdad's perilous Dora neighbourhood and found refuge in the peaks and valleys of Kurdistan, they assumed their fear had been left behind with their furniture.
With the help of local authorities, Mr Toma, a former manager of an insurance company, had spent the last year building a new house, and life, in Anishky, a village nestling at the foot of the Matin mountains in the bucolic Sabna valley, 13 miles from the Turkish border.
Mr Toma, a deacon in the Assyrian church, and his family soon became active members of the neighbourhood congregation. He took special pride in developing his garden. Standing by a healthy crop of tomatoes this week, he gestured with his trowel at the perimeter walls of a palace Saddam Hussein built for his wife Sajida in the late 70s - a reminder, he said, that the beauty of the region was not just prized by locals.
Last weekend, however, Mr Toma's rural idyll was brutally disrupted. The dread he felt in Baghdad returned. For about 45 terrifying minutes, a barrage of Turkish artillery shells rained down from the clear night sky upon Anishky.


Click on "leggi tutto" for the article by The Guardian

Turkish troops gathered across the border had supposedly been aiming at rebel bases of the Kurdistan Workers party or PKK, believed to be hiding high up in the mountains. They missed.
"Our house was shaking. I told my family it was thunder," said Mr Toma, as he looked at a blackened patch of mountainside about 100 metres behind his house, where a shell had fallen. "But I have lived in Baghdad for 40 years, so I know the sound of bombs. There were 22 of them. We escaped the Islamic terrorists, and now we are terrorised by the Turks. Where else can we run?"
Anishky was not the only village shelled this week. According to Bishop Shlimon in the nearby town of Sersing, at least six other villages in the area, many inhabited by Christian refugees from Baghdad, were affected.
"The bombardment lasted for more than four hours, striking farmlands, killing livestock and destroying orchards and roads used by villagers," he said. "It is a miracle no one was killed."
In the provincial capital of Dohuk, the deputy governor, Gorgees Shlaymoon Kaaee, also a Christian, said that night the area was hit by at least 250 shells. "Our villages have been here for centuries. We have nothing to do with PKK. Yet we are being punished all the same."
The shelling came as the Turkish parliament prepared to sanction cross-border attacks to root out guerrillas from the PKK, which has fought a bloody campaign for Kurdish rights against Turkish forces in the country's heavily Kurdish south-east since 1984. Turkey says 30 soldiers and civilians have been killed in PKK attacks since late September.
Domestic pressure
Under huge domestic pressure to take action, Ankara has deployed about 60,000 troops on its side of the border with Iraq, and has demanded that Iraq's Kurdish leaders, whom it accuses of aiding the PKK, cooperate with Baghdad in eradicating the rebel bases and extraditing PKK leaders. Turkey also accuses the US and the government in Baghdad of not doing enough to crack down on the rebels in Iraqi territory.
Though the Turkish prime minister, Recep Tayyip Erdogan, said this week an invasion of northern Iraq was not imminent, Turkish leaders say they reserve the right to protect the country against the rebels it claims are launching attacks from Iraq. The decision was criticised by the international community, who fear an attack would destabilise Iraqi Kurdistan, the country's most secure region. Iraq's Kurdish leaders have urged dialogue and peace.
Iraq's foreign minister, Hoshyar Zebari, himself a Kurd, this week demanded the PKK leave Iraqi soil. He predicted any Turkish attacks on northern Iraq would be on a limited scale.
But that is of little comfort to the villagers. They are particularly alarmed by reports that Turkey's generals have drawn up plans to establish a 15-mile buffer zone along the Iraqi side of the border that would include many places where refugees have settled.
Yet the Turks are already here - and have been for over a decade, with the tacit agreement of the Kurdish authorities. At one end of the Sabna valley, a garrison of Turkish soldiers occupies the Barmani airbase. To the east, in the hilltop town of Amediya, a Turkish tank watches from a small outpost. Their role is to monitor the PKK fighters, though the guerrillas are actually far away. "We don't like them to be here, but what can we do?" said Mohsen Qatani, a local tribal chief. "We ignore them and hope they ignore us. It is not our fight."
Bishop Shlimon said an estimated 6,000 Assyrian Christians who have been uprooted by violence elsewhere have found homes along Iraq's northern border with Turkey. The influx has breathed new life into many semi-abandoned rural communities, he said. This week in Anishky, for example, a Christian from Baghdad opened a hall where 1,000 people could gather for weddings.
"But if Turkey continues to raid or bomb us, or even invades," said Bishop Shlimon, "then how will any of us get the peace or the life we are looking for?"
Refugee warning
Local authorities in the Kurdistan region said they feared 30,000 people may be displaced if Turkish troops enter across the border. The UN's high commissioner for refugees, Antonio Guterres, also warned of the danger of a refugee crisis in northern Iraq if Turkey attacks. "The northern governorate, or Kurdistan ... has been the most stable area of Iraq," he said. "It is an area also where you find Iraqis from the south and central Iraq who came seeking security. I can only express our deep concern about any development that might lead to meaningful displacements of population."
In the village of Barnatha, Juliet Jabril, 37, said she missed her life and her hairdressing business in Baghdad, which she left in July.
"There was no alternative but to leave," she said tearfully. First she saw an 11-year-old boy, who was selling petrol on the street outside her salon, shot dead. Then masked men visited her salon and told her that hairdressing "was against the will of Allah".
"I know the fate of other hairdressers," she said. "All I want is to live in peace, and I thought Kurdistan would offer me sanctuary." She said she did not support the PKK's violence, but worried that if they were forced to leave their bases, "it might create space for Islamic militants to come in from Iran".
"And then we'd see the masked men in our beautiful valley,"
she said.

Iraq. La testimonianza di padre Afas dopo la liberazione: invito i cristiani a restare a Mossul


By Mathilde Auvillain e Giancarlo La Vella

Proprio nel corso della sua visita pastorale a Napoli, è giunta al Papa la notizia della liberazione in Iraq dei due sacerdoti cristiani, di rito siro-cattolico, rapiti nei giorni scorsi a Mossul, nel nord del Paese. “Benedetto XVI ha accolto con grande gioia la notizia della positiva conclusione del sequestro dei due religiosi, per i quali domenica scorsa il Santo Padre aveva lanciato all’Angelus un accorato appello”. Lo ha detto ai giornalisti il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi. “Abbiamo intensamente partecipato a questo dramma e seguito la vicenda di padre Mazen Ishoa e di padre Pius Afas con grande preoccupazione – ha detto ancora padre Lombardi – e l’avvenuto rilascio è il segno di una pace che speriamo possa svilupparsi. L'auspicio del Papa – ha concluso – è che eventi del genere non si ripetano più”. Sulla drammatica esperienza vissuta, Mathilde Auvillain, della nostra redazione francese, ha contattato telefonicamente a Mossul proprio uno dei due sacerdoti rapiti, padre Pius Afas:

Clicca su "leggi tutto" per le interviste di Radiovaticana a Padre Pius Afas ed a Monsignor Basel George Casmoussa
"Non abbiamo subito nessuna tortura, nessuna pressione. Assolutamente no. Abbiamo vissuto dei momenti molto difficili, in cui, però, non sono mai mancate la fiducia, la speranza e la preghiera. Noi siamo stati molto contenti e molto grati della grande solidarietà che abbiamo ricevuto a livello mondiale e delle tante preghiere che si sono elevate per noi e che ci hanno tanto aiutato e sostenuto, così come l’appello del Santo Padre. Ieri mattina, ci hanno liberato in un quartiere, dove abbiamo preso un taxi, dal quale ci siamo fatti portare direttamente nella nostra Chiesa e già ieri, nel pomeriggio, abbiamo celebrato la Messa insieme. Molte erano le persone presenti in segno di ringraziamento al Signore. E’ stato veramente molto molto emozionante."
Voi avete incoraggiato i cristiani a rimanere a Mossul...
"Assolutamente. Noi siamo molto preoccupati che si mini l’amicizia con i nostri fratelli musulmani, con i quali conviviamo da secoli. E questo lo abbiamo detto anche ai nostri rapitori: noi non vogliamo rovinare questa amicizia, perdere questa fraternità islamo-crisitana. Noi restiamo, quindi, in Iraq e non siamo disposti a cedere, perché siamo – cristiani e musulmani insieme – per la pace tra gli iracheni."
Quanto è stato importante per voi l’appello del Papa?
"L’appello ci ha dato un grande coraggio: l'appello affinché i nostri rapitori ci lasciassero è stato certamente un grande, grande sostegno."

Il sequestro di padre Ishoa e padre Afas è solo l’ultimo degli attacchi compiuti contro la comunità cristiana in Iraq. Con quale stato d’animo i cristiani stanno vivendo questo momento?
Giancarlo La Vella lo ha chiesto a mons. Basile Georges Casmoussa, arcivescovo siro-cattolico di Mossul:
"Siamo molto preoccupati per il futuro. Noi rappresentiamo soltanto una minoranza in Iraq e molti cristiani iracheni sono spinti a lasciare le loro case a Baghdad e a Mossul. Ci sono molte famiglie che vanno via da questi luoghi. Alcune volte vengono minacciati affinché lascino le loro case, ma altre volte vengono esortati a convertirsi all’Islam in cambio della libertà; in caso contrario saranno costretti ad andarsene. Ci sono molti episodi del genere fra i cristiani e questo aumenta nella comunità la preoccupazione per il futuro. Normalmente i nostri rapporti sono sempre stati buoni con la popolazione musulmana, con i quali conviviamo in spirito di amicizia e collaborazione. Ma ora, con questa corrente fondamentalista che combatte la presenza delle truppe americane, la situazione è diventata estremamente pericolosa per noi."

21 ottobre 2007

Commozione a Moncalieri (TO) per la liberazione a Mosul dei due sacerdoti rapiti sabato scorso

By Luigia Storti

“Dopo 2000 anni la mia chiesa sta ancora lottando, anche se non con le armi, è ancora perseguitata, ancora una chiesa di martiri, ma ancora esiste. La sua stessa sopravvivenza è la sua missione.”
I fedeli della chiesa di San Vincenzo Ferreri a Moncalieri (TO) hanno appena finito di ascoltare queste parole che hanno concluso l’omelia che oggi, giornata mondiale missionaria, è stata dedicata appunto alla chiesa missionaria di Cristo nel mondo. A pronunciarle è stato, non con senza emozione, un giovane sacerdote iracheno, Padre D. Dawood, da poco tempo collaboratore della chiesa.
La lunga storia della sua chiesa, iniziata nel primo secolo dopo Cristo, e la narrazione delle varie persecuzioni che l’hanno colpita, hanno commosso l’uditorio che ha ben capito il messaggio del sacerdote: una chiesa è missionaria non solo quando diffonde la Parola di Dio, ma anche quando la conferma con la sua stessa sofferenza, con il suo stesso resistere, con il sacrificio dei milioni di cristiani che in quelle terre d’oriente hanno dato la vita pur di non tradirla.
Il silenzio in chiesa è carico di cristiana partecipazione, ed è rotto dalla preghiera che i due celebranti, Don Giuseppe Orsello e Padre Dawood elevano a Dio a protezione di quella e di tutte le chiese perseguitate ed in difficoltà nel mondo.
Ed è proprio alla fine di quella preghiera, “un segno” commenterà poi Padre Orsello, che una certa agitazione si trasmette nella chiesa. Uno degli accompagnatori del sacerdote iracheno ha appena ricevuto un messaggio: “Padre Pius e Padre Mazen sono stati liberati.” La voce si diffonde ma nessuno sa come fare a dare la notizia. Spinto da chi gli è vicino l’accompagnatore si fa coraggio e si avvicina all’altare chiedendo a gesti di poter parlare. “Mi scuso per l’interruzione, ma ho appena ricevuto un messaggio dall’Iraq: i due sacerdoti rapiti sono liberi ed ho pensato che tutti voi voleste saperlo!” dice.
La prima reazione è di stupore. Non succede spesso che i fedeli di una chiesa siano partecipi in prima persona della notizia della liberazione di due sacerdoti rapiti. Chi ha dato l’annuncio si gira verso l’altare e conferma in inglese ciò che Padre Orsello sta riferendo in italiano a Padre Dawood:
“They have been released, they are free”
“E’ sicuro?” “Si”
Sono quasi indescrivibili le emozioni che in quel momento passano negli occhi del sacerdote, lui stesso vittima di un rapimento in Iraq. Felicità, stupore, commozione, addirittura incredulità. I suoi stessi gesti le dimostrano. Le mani alla testa, le labbra che pronunciano più volte: “Mio Dio! Mio Dio!” l’abbraccio con Padre Orsello che ripete il felice annuncio ai fedeli che finalmente sciolgono la tensione in un lungo applauso liberatorio. La commozione è palpabile. Una donna si alza dalle prime file e porta al commosso Padre Dawood un fazzoletto di carta, la chiesa è illuminata dai sorrisi di tutti.
La Santa Messa continua e finisce in un clima di felicità, anche il coro canta più forte oggi.
“Ci sono particolari della liberazione?” chiedo a Padre Dawood che, appena finita la Messa ha chiamato l’Iraq per la conferma della notizia, “stanno bene?”
“Non lo so, ma non mi importa”
risponde, “se anche gli hanno tagliato una mano la cosa importante è che siano liberi, e vivi.”
Ecco, in questa piccola storia che per un caso viene da una chiesa della provincia italiana c’è tutta la lunghissima storia della chiesa irachena, perseguitata, mutilata, ma ancora viva, proprio come Padre Pius Affas e Padre Mazen Isho’a, liberati oggi a Mosul dopo 9 giorni di prigionia, e come lo stesso Padre Dawood che qui l’ha testimoniata con il suo essere vivo.
Ed oggi, felice.”

20 ottobre 2007

Un appello per i cristiani iracheni rifugiati in Libano dal vescovo caldeo: Mons. Michel Kassarji

Fonte: altomilaneseinrete.it

Per il ciclo d’incontri organizzato dalla Fondazione San Giacomo: “QUID EST VERITAS? Testimoni della verità”, nuovo appuntamento giovedì 25 ottobre alle ore 21:15 al Teatro Sociale di Busto Arsizio (VA) in piazza Plebiscito,1. Ospite d’eccezione, insieme a Rodolfo Casadei inviato speciale di Tempi, S.E. Mons. Michel Kassarji vescovo Caldeo a Beirut che interverrà su un tema di grande importanza: “Un appello per i cristiani iracheni rifugiati in Libano”. L’evento ha il patrocinio della Città di Busto Arsizio.
Il Vescovo Caldeo a Beirut Mons. Kassarji parlerà della situazione dei cristiani Caldei Iracheni che scappano dal loro Paese e si rifugiano, in cerca di futuro, in Libano, unica nazione con una presenza cristiana ancora organizzata. Rodolfo Casadei è autore di reportage periodici sul settimanale Tempi che a partire dall’estate 2007 hanno contribuito a richiamare l’attenzione sulla situazione drammatica di questa comunità cristiana, che Mons. Kassarji sta personalmente sostenendo. Il Vescovo ha raccontato che oggi sono oltre 2.000 le famiglie rifugiate. Nessuno dei componenti ha permessi di soggiorno, ed è nella più completa clandestinità, con immaginabili riflessi sulla scelta dei modi con cui sopravvivere. Una clandestinità tollerata e non perseguita dalle autorità, ma che li destina a vivere come fantasmi, senza medicine, assistenza, diritti e identità civile: senza alcuna soluzione per il futuro, che si auspica invece che gli organismi politici internazionali sappiano ideare.
Gli incontri, ad ingresso gratuito, sono aperti a tutti gli interessati, con registrazione obbligatoria prima dell’inizio.
Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria della Fondazione, telefono: 0331.336.390

Baghdad: un missionario, la grazia ed i passeri (replica dal 2005)

Fonte: MISNA

di Massimo Zaurrini
Sono passati due anni da quando la MISNA raccolse, per la giornata missionaria del 2005, questa testimonianza da Baghdad, ma, purtroppo, le parole di padre Manuel Hernandez restano ancora di grande attualità

Clicca su "leggi tutto" per la testimonianza raccolta da MISNa nel 2005
“Aspetta che ti faccio sentire come cantano i passeri che ogni giorno vengono a rifugiarsi nei 25 metri quadri di giardino che abbiamo nella nostra casa”: padre Manuel Hernandez, missionario spagnolo dei Carmelitani scalzi, apre la finestra della sua camera nella casa conventuale dell’ordine a ridosso della 'zona verde', la più militarizzata al centro di Baghdad, ma invece del cinguettio dei passeri attraverso la cornetta arriva fino a Roma solo il suono inconfondibile degli spari di un’arma automatica. Brevi raffiche separate da neanche due secondi di silenzio. In quei brevi istanti di pace, riesco effettivamente a sentire un debole cinguettio. “Hai sentito?” mi chiede Manuel dall’altra parte. Sono confuso, gli chiedo di confermarmi quello che le mie orecchie non possono vedere...Lui si mette a ridere. “Anche i passeri non ne possono più – continua padre Hernandez – ormai da alcuni giorni c’è un nutrito gruppo di volatili che ha preso l’abitudine di venirsi a rifugiare sugli alberi del nostro piccolo giardino. Nei giorni scorsi ho assistito a scene incredibili, hanno combattuto a poca distanza da casa nostra e mi sembrava di essere finito dentro un film di guerra americano. Sembrava una delle puntate di Rambo. A differenza tua mi sono abituato al suono delle armi e come accade per chi abita vicino a una ferrovia ormai non le sento quasi più, mentre mi godo la voce di queste piccole creature che mi vengono a trovare”.
Il suono delle raffiche continua a distrarmi, padre Manuel se ne accorge e chiude la finestra. “Ci sei adesso?” mi dice sempre ridendo. Non riesco a non chiedergli chi glielo faccia fare di stare li, se non ha mai pensato di andarsene e qual è il senso della sua missione in quell’inferno in terra che ormai sembra diventata Baghdad. “Mai come in questo periodo mi ritengo ‘pieno di grazia’– dice lui, mentre intuisco che sta teneramente sorridendo della mia ingenua curiosità laica – perché sto soffrendo con questa gente, sto condividendo il loro dolore e la loro tristezza, la loro gioia e le loro speranze, insomma in poche parole sto dividendo la loro stessa esistenza cercando di trasmettere tutto l’amore che ho a disposizione”.
“Gocce d’acqua in mezzo al deserto”, questa è l’immagine con cui Manuel sintetizza il ruolo di un missionario secondo la sua filosofia di vita. “Cerchiamo di essere un esempio, di insegnare, ma soprattutto di imparare da chi ci circonda - conoscendo ormai da tempo questo missionario spagnolo posso assicurare a tutti che le sue parole non sono retorica - come la Chiesa, la gerarchia intendo, dovrebbe imparare da noi missionari. Troppo spesso, invece, continua a parlare con un linguaggio extraterrestre che la gente non comprende. Io non condivido i toni politici e diplomatici con cui la gerarchia si esprime e sono convinto che non li condividerebbe neanche Gesù che per aver parlato chiaramente venne messo su una croce” prosegue il missionario. “Ad esempio – continua padre Manuel – in questi giorni si è aperto il processo contro Saddam Hussein per crimini di guerra e contro l’umanità. Giustissimo che venga processato. Ma perché nessuno si adopera per mettere alla sbarra anche i capi di quei paesi che ogni anno distruggono tonnellate di cibo per evitare che i prezzi di alcuni prodotti agricoli si abbassino troppo sui mercati internazionali, mentre milioni di persone muoiono ogni anno per fame? Che cos’è questo se non un crimine contro l’umanità?"
Non rispondo, non riesco mai a rispondere alle domande di Manuel. “In materia di condivisione – aggiunge, tornando sul tema di questa giornata missionaria – dovremo imparare proprio dalle vittime dei nostri comportamenti, da quei paesi del Medio Oriente e dell’Africa che stanno alla periferia di questa epoca e dove i valori umani, quelli veri, sono più forti di quanto pensiamo. In questo mondo di ingiustizia vengono negati i diritti fondamentali, come quello di vivere e di mangiare, a milioni di persone e poi ci confortiamo l’anima dando un po’ di elemosina quando si producono disastri e dimostrando tutta la nostra misericordia. Non è certo questa la strada. Finchè non ci si sveglierà al mattino rendendosi conto che siamo tutti dalla stessa parte, quella dell’umanità, non ci aiuteremo a vicenda”.
Appena rientrato dal suo paese d’origine, con ancora negli occhi le immagini delle ondate di aspiranti immigrati abbattersi sulle recinzioni delle enclavi di Ceuta e Melilla, il missionario continua: “Guarda all’immigrazione. Dopo aver rubato per secoli a questa gente le loro materie prime impedendo intanto che potessero sviluppare una propria industria, ora ci stupiamo e ci interroghiamo sul perché si gettano sui fili spinati. Le nostre società sono schiaviste. Cos’è, se non una nuova forma di schiavitù, costringere milioni di uomini e donne giovani, nel fiore degli anni, ad abbandonare la propria terra, i propri cari per lanciarsi contro un filo spinato nel tentativo di raggiungere una condizione migliore di quella a cui i nostri paesi democratici li hanno relegati?”. Anche a questa domanda non riesco a rispondere.
“C’è un passerotto sul balcone” si interrompe improvvisamente Manuel. “Ti saluto e vado a recuperare un po’ di pane e glielo sbriciolo, prima che qui fuori ricomincino a girare Rambo” mi dice, prima di riagganciare la cornetta.


19 ottobre 2007

Il Nunzio apostolico in Iraq segue la vicenda dei due sacerdoti sequestrati

Fonte: Zenit

La Santa Sede, attraverso il Nunzio apostolico in Iraq, segue la situazione dei due sacerdoti siro-cattolici sequestrati sabato scorso e lavora per la loro liberazione. Secondo quanto rivelato giovedì dalla “Radio Vaticana”, a confermarlo è stato l’Arcivescovo Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione vaticana per le Chiese Orientali, recentemente chiamato alla porpora cardinalizia dal Santo Padre. “Stiamo facendo il possibile ed anche il Papa ha fatto un appello per la loro liberazione domenica scorsa all'Angelus”, ha detto il porporato a margine della presentazione dell’ultimo numero della rivista italiana di geopolitica “Limes”. “Stiamo aspettando le informazioni per vedere cosa si può fare attraverso il Nunzio apostolico”, che “sta a Baghdad e quindi lì, in nome del Papa e della Santa Sede, siamo in contatto anche con il Patriarca Delly III (di Babilonia dei Caldei, Iraq), anch’egli destinato a diventare Cardinale il 24 novembre.Con grande preoccupazione per la situazione in Iraq, Benedetto XVI ha rivolto domenica un appello per l’immediata liberazione di questi “due buoni sacerdoti dell'Arcidiocesi siro-cattolica di Mosul, minacciati di morte”. Padre Mazin Ishoa, di 35 anni, e padre Pius Afas, di 60, si stavano dirigendo dal centro di Mosul (loro città d’origine) alla parrocchia di Nostra Signora di Fatima, nel quartiere di al-Faisaliya – dove erano attesi per la celebrazione di un funerale –, quando sono stati sequestrati da un numero imprecisato di uomini armati nel quartiere di al-Thawara.

El representante papal en Irak, pendiente de los dos sacerdotes secuestrados

Fuente: Zenit

La Santa Sed
e, a través del nuncio apostólico en Irak, sigue la situación de los dos sacerdotes siro-católicos secuestrados el pasado sábado y trabaja por su liberación. De acuerdo con las e
misiones del jueves de «Radio Vaticano», así lo confirmó la víspera el arzobispo Leonardo Sandri, prefecto de la Congregación vaticana para las Iglesias Orientales --recién llamado a la púrpura cardenalicia por el Santo Padre--.
«Estamos haciendo lo posible, y también el Papa ha hecho el domingo pasado, en el Ángelus, lanzó una petición por su liberación», expresó el prelado al margen de la presentación del número de «Limes» [revista italiana de geopolítica].
«Además, estamos esperando informaciones para ver qué se puede hacer a través del nuncio apostólico» --apuntó-- quien «se encuentra en Bagdad y por lo tanto allí, en nombre del Papa y de la Santa Sede, permanecemos en contacto también con el Patriarca Delly III» (de Babilonia de los Caldeos, Irak) –que igualmente será creado cardenal el próximo 24 de noviembre--.
Con gran preocupación por la situación en Irak, Benedicto XVI hizo el domingo un llamamiento por la inmediata liberación de estos «dos buenos sacerdotes de la archidiócesis siro-católica de Mosul, amenazados de muerte». El padre Mazin Ishoa, de 35 años, y el padre Pius Afas, de 60, se dirigían desde el centro de Mosul (de donde ambos son originarios) a la parroquia de Nuestra Señora de Fátima, en el barrio de al-Faisaliya –donde se les esperaba para la celebración de un funeral--, cuando fueron secuestrados por un número impreciso de hombres armados en el barrio al-Thawara.

Irak : Restera-t-il encore des chrétiens ?


«Les chrétiens sont pris pour cible car ils refusent le recours à la violence : ils n’ont pas de milice pour se défendre ou se venger et représentent donc des proies faciles »
a déclaré Marc Fromager, directeur de l’Aide à l’Eglise en Détresse (AED), réagissant à l’enlèvement de deux prêtres Irakiens le 13 octobre à Mossoul. «Dans le même temps, nous recevons une lettre de 138 dignitaires musulmans qui assurent que “les musulmans et l'Islam ne sont en aucune manière contre les chrétiens”. Nous nous en réjouissons et espérons que ces autorités condamneront également et sans réserve ce genre d’actes anti-chrétiens» poursuit-il.
Le 13 octobre dernier, le Père Mazer Ishoa Mattoka et le Père Pios Affas ont été enlevés dans le district de Faisaliya, dans le Nord de Mossoul, alors qu’ils étaient en route pour l’église Notre-Dame de Fatima, où ils allaient assister à des funérailles. Mgr Andreas Abouna, évêque auxiliaire chaldéen de Bagdad, a immédiatement appelé tous les chrétiens à prier pour la libération de ces deux prêtres, en insistant sur le caractère anti-chrétien de leur enlèvement. Dans un entretien à l’AED il a ajouté que les chrétiens d’Irak, et particulièrement ceux de Mossoul, «sont prisonniers d’une lutte pour le pouvoir sans merci entre différentes factions d’extrémistes. Nous ne sommes ni des marionnettes qu’on manipule à l’envie, ni du bois de chauffage dont on se débarrasse en le jetant au feu» a-t-il poursuivit. Mgr Basilios Georges Casmoussa, évêque syrien catholique de Mossoul –lui-même enlevé le 17 janvier 2005- a pour sa part dénoncé la politique de la communauté internationale «qui sacrifie [les chrétiens d’Irak] sur l’autel de ses intérêts politiques et économiques».La ville de Mossoul est le dramatique théâtre de violences anti-chrétiennes. De nombreuses églises y ont été attaquées et profanées. En octobre 2006, un prêtre de l’Eglise orthodoxe syriaque a été décapité. Le 3 juin 2007, le Père Ragheed Ganni, et trois diacres, y ont été assassinés. Les chrétiens n’ont aujourd’hui pas d’autre solution pour échapper à la mort que de fuir en Jordanie ou en Syrie.

Mosul: In attesa di notizie a poche ore dall'ultimatum

Fonte: MISNA

“Siamo in attesa di notizie, per il momento non ci sono novità sulla sorte dei nostri due fratelli, che si trovano ancora nelle mani dei loro sequestratori”.
A poche ore dallo scadere dell’ultimatum, monsignor Basile Georges Casmoussa, Arcivescovo siro-cattolico di Mosul, conferma alla MISNA l’assenza di sviluppi significativi nella vicenda di padre Pius Afas e padre Mazen Ishoa, i due sacerdoti sequestrati a Mosul, il 13 ottobre scorso. A proposito delle dichiarazioni rilasciate ad un sito di informazione iracheno, sull' ‘indifferenza’ dimostrata dal governo di Baghdad per la sorte dei cristiani in Iraq, Casmoussa, che in questi giorni ha portato avanti i negoziati con i rapitori, ha precisato che “non si trattava di una critica al governo, era una constatazione su uno stato di fatto: le autorità hanno un potere molto limitato sul territorio, e non possono garantire la protezione dei cittadini, cristiani o musulmani che siano”. L’ultimatum dei rapitori, secondo le informazioni ricevute dall’arcivescovo nelle ultime telefonate con i rapitori, scade domani mattina.

Mosul: A few hours missing to the expire of the ultimatum

Source: MISNA

“We are still waiting for some news but by now nothing is known about the fate of our two brothers who are still in the hands of their kidnappers.” A few hours are missing to the expire of the ultimatum, and the syriac catholic bishop of Mosul, Mgr. Basel George Casmoussa, confirms to MISNA the absence of any progress in the kidnapping of Fr. Pius Afas and Fr. Mazen Ishoa.
In regard of the declarations made to an Iraqi news website about the “indifference” showed by the government of Baghdad about the fate of the Christians in Iraq, Mgr. Casmoussa, who is is heading the negotiations with the kidnappers, has clarified that it “was not a criticism of the government but a remark of the reality: authorities have a very limited power of control of the territory and cannot guarantee citizens’ protection, whether Christians or Muslims.” According to the information given by the kidnappers to the Archbishop the ultimatum will expire tomorrow morning.”


Translated and adapted by Baghdadhope

Mosul: silenzio dei rapitori. Arcivescovo incontra i familiari dei rapiti

Fonte: MISNA

Scade domani il termine fissato dai rapitori per il pagamento del riscatto, "ma sia ieri che stamattina non abbiamo ricevuto alcuna telefonata da parte loro”: lo ha detto alla MISNA monsignor Basile Georges Casmoussa, l’Arcivesvoco siro-cattolico di Mosul che sta conducendo le trattative con gli autori del sequestro di padre Pius Afas e padre Mazen Ishoa. Casmoussa ha anche incontrato uno dei familiari dei rapiti: “Padre Pius non ha nessuno, ho visto perٍò il fratello di padre Mazen dicendogli di restare fiducioso e di continuare a pregare”.

Mosul: no news from the kidnappers. Archbishop of Mosul meets the relatives of one of the kidnapped priests

Source: MISNA

Mgr. Basel George Casmoussa, the syriac catholic Archbishop of Mosul who is heading the negotiations with the kidnappers of Fr. PiusAfas and Fr. Mazen Ishoa, declared to MISNA that with the ultimatum for the delivery of the ransom established by the captors by tomorrow “we had no call call from them neither yesterday nor today.” Mgr. Casmoussa met the realatives of one of the two priests: “Fr. Pius has no relatives but I met Fr. Mazen’s brother and told him to be confident and to pray.”

Translated and adapted by Baghdadhope

18 ottobre 2007

Preti rapiti a Mosul, vescovo denuncia l’indifferenza del governo


Sul sito in arabo Ankawa.com mons. Casmoussa dice che dal rapimento dei due sacerdoti nessun politico è intervenuto in alcun modo. L’appello alla preghiera e alla pace.

Ė una critica diretta al governo centrale e alle autorità politiche locali “indifferenti” alla sorte dei cristiani in Iraq, quella che oggi lancia l’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, mons. Basile George Casmoussa, dalle pagine del sito internet in arabo Ankawa.com. Dal 13 ottobre mons. Casmoussa è impegnato in una difficile trattativa per il rilascio di due suoi sacerdoti rapiti da un gruppo non identificato sabato scorso. “Nessun politico ci ha chiamati – dice il vescovo – nemmeno per esprimerci solidarietà, non vi è stato nessun tipo di intervento”, eppure conoscono tutti la scadenza fissata dai rapitori e l’ingente somma richiesta per il riscatto.
Mons. Casmoussa si rivolge poi alla comunità cristiana e chiede di “continuare a pregare perché abbiamo bisogno di pace”; ricorda infine che i “cristiani d’Iraq sono fedeli al loro Paese e rispettano tutti gruppi” che lo popolano.
Le parole di Casmoussa sono sentite dai fedeli come un seno della preoccupazione con la quale il presule sta seguendo gli sviluppi della vicenda. Finora nessuna novità sulla sorte di p. Mazen Ishoa, 35 anni, e p. Pius Afas, 60 anni. Per il pagamento del loro riscatto (1 milione di dollari) i rapitori – ha reso noto l’arcivescovo siro-cattolico – hanno fissato una scadenza al prossimo 20
ottobre.

Abducted priests in Mosul, bishop slams government indifference

Sources: Ankawa.com abcd Asia News

Mgr Casmoussa
expresses his views on Ankawa.com, an Arabic-language website. Since the two clergymen went missing, no politician has lifted a finger for them. The prelate appeals for prayer and peace.

Mgr Basile George Casmoussa, the Syro-Catholic archbishop of Mosul, has criticised head on both the central government and local authorities, guilty in his view of ‘indifference’ towards the fate of Christians in Iraq. He did so on Ankawa.com, an Arabic-language website.
The prelate has been involved in the difficult negotiations for the release of the two clergymen who were kidnapped last Saturday by an unknown group.
“Not one single politician has called us just to express their solidarity. Not one step of any kind has been taken,” he said, this despite the fact that everyone knows the deadline set by the kidnappers and the huge ransom they demanded.
In addressing the Christian community, Mgr Casmoussa calls on its members “to continue praying, because we need peace,” reminding everyone that “Iraqi Christians are loyal to their country and respectful of every group” who calls it home.
For many faithful, the archbishop’s words are a sign of the concern with which he is following the affair. But so far nothing new is known of the fate of Fr Mazen Ishoa, 35, and Fr Pius Afas, 60.
The kidnappers have demanded that a ransom of a million dollars be paid by October 20, Mgr Casmoussa said.

A Beirut l’incontro annuale dei patriarchi delle chiese orientali.

Fonte: Ankawa.com

Il tema dell’incontro di quest’anno è: “La presenza cristiana in Oriente con particolare riferimento alla situazione in Iraq ed alle pressioni che mirano alla loro emigrazione dall’Iraq e dall’intero Medio Oriente.”


In Beirut the annual meeting of the Patriarchs of the Oriental Churches.
The main topic of the meeting is: “Christian presence in the East with particular reference to the situation in Iraq and to the pressures aiming at Christian emigration from Iraq and the Middle East.”

Mosul: attesa dopo la proroga concessa dai rapitori

Fonte: MISNA

“Sono lunghe ore di attesa qui a Mosul, aspettiamo una telefonata dei rapitori”:
monsignor Basile Georges Casmoussa mantiene intatta la speranza e alla MISNA dice di restare in fiduciosa attesa di notizie su padre Pius Afas e padre Mazen Ishoa, sequestrati sabato scorso a Mosul. Ieri sera lo stesso presule aveva informato della proroga di 72 ore concessa dai rapitori per il pagamento del riscatto: “abbiamo ricevuto una proroga di 72 ore per la consegna del riscatto, ma i rapitori rimangono fermi sulle loro posizioni”e rassicurato sulle condizioni dei sacerdoti. “La nuova scadenza – aveva detto alla MISNA monsignor Casmoussa – è sabato, ho potuto sentire brevemente la voce dei due padri, poi qualcuno ha interrotto la conversazione”. “Preghiamo e ci facciamo forza l’un l’altro – dice riferendosi ai suoi confratelli – e preghiamo perché il Signore ci sostenga e sostenga padre Pius Afas e padre Mazen Ishoa, in questo momento così difficile”.

Mosul: Long wait after extention conceded by kidnappers

Source: MISNA

“It is a long wait here in Mosul. We are waiting for a phone call from the kidnappers”,
said to MISNA the Syrian Catholic Archbishop of Mosul, Basile Georges Casmoussa, expressing confidence of soon receiving news of Father Pius Afas and Fr. Mazen Ishoa, abducted last Saturday in the northern Iraqi city. The Archbishop last night referred that the kidnappers had conceded 72 more hours for the payment of a ransom: “we have received a 72 hour extension for the delivery of the ransom, but the kidnappers are upholding their positions” and that he was reassured of the condition of the two priests. “The new deadline is Saturday”, Archbishop Casmoussa told MISNA, “I was able to briefly hear the voices of the priests, but then someone broke off the conversation”. Moreover he added, “let us pray and give each other strength – addressing his fellow brothers – and let us pray such that the Lord supports us and supports father Pius Afas and father Mazen Ishoa, in this very difficult time"

17 ottobre 2007

Vaticano: Annuncio di Concistoro per la creazione di nuovi cardinali

Fonte: Vaticano

Al termine dell’Udienza Generale di oggi, il Santo Padre Benedetto XVI ha annunciato per il prossimo 24 novembre un Concistoro nel quale procederà alla nomina di alcuni nuovi Cardinali.
Queste le parole del Santo Padre:
Ho ora la gioia di annunciare che il 24 novembre prossimo, vigilia della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo, terrٍ un Concistoro nel quale, derogando di una unità al limite numerico stabilito dal Papa Paolo VI, confermato dal mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nella Costituzione Apostolica Universi dominici gregis (cfr n. 33), nominerٍ diciotto Cardinali. Ecco i loro nomi:
1. Mons. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali;
2. Mons. John Patrick Foley, Pro-Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;
3. Mons. Giovanni Lajolo, Presidente della Pontificia Commissione e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano;
4. Mons. Paul Joseph Cordes, Presidente del Pontificio Consiglio "Cor Unum";
5. Mons. Angelo Comastri, Arciprete della Basilica Vaticana, Vicario Generale per lo S.C.V. e Presidente della Fabbrica di San Pietro;
6. Mons. Stanisław Ryłko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici;
7. Mons. Raffaele Farina, Archivista e Bibliotecario di S.R.C.;
8. Mons. Agustيn Garcيa-Gasco Vicente, Arcivescovo di Valencia (Spagna);
9. Mons. Seلn Baptist Brady, Arcivescovo di Armagh (Irlanda);
10. Mons. Lluيs Martيnez Sistach, Arcivescovo di Barcellona (Spagna);
11. Mons. André Vingt-Trois, Arcivescovo di Parigi (Francia);
12. Mons. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova (Italia);
13. Mons. Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar (Senegal);
14. Mons. Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay (India);
15. Mons. Francisco Robles Ortega, Arcivescovo di Monterrey (Messico);
16. Mons. Daniel N. DiNardo, Arcivescovo di Galveston-Houston (Stati Uniti d’America);
17. Mons. Odilio Pedro Scherer, Arcivescovo di Sمo Paulo (Brasile);
18. Mons. John Njue, Arcivescovo di Nairobi (Kenya).
Desidero inoltre elevare alla dignità cardinalizia tre venerati Presuli e due benemeriti ecclesiastici, particolarmente meritevoli per il loro impegno al servizio della Chiesa:
1. S.B. Emmanuel III Delly, Patriarca di Babilonia dei Caldei;
2. Mons. Giovanni Coppa, Nunzio Apostolico;
3. Mons. Estanislao Esteban Karlic, Arcivescovo emerito di Paranل (Argentina);
4. P. Urbano Navarrete, S.I., già Rettore della Pontificia Università Gregoriana; e
5. P. Umberto Betti, O.F.M., già Rettore della Pontificia Università Lateranense.
I nuovi Porporati provengono da varie parti del mondo. Nella loro schiera ben si rispecchia l'universalità della Chiesa con la molteplicità dei suoi ministeri: accanto a Presuli benemeriti per il servizio reso alla Santa Sede, vi sono Pastori che spendono le loro energie a diretto contatto con i fedeli.
Affidiamo i nuovi eletti alla protezione di Maria Santissima, chiedendoLe di assisterli nelle rispettive mansioni, affinché sappiano testimoniare con coraggio in ogni circostanza il loro amore per Cristo e per la Chiesa.

Un onore per il patriarca Delly e per la Chiesa in Irak, sotto la persecuzione

Fonte: Asia News

By Paul Dakiki
Primi commenti a caldo sulla nomina cardinalizia del patriarca di Baghdad. “Un segno della paternità del papa verso il popolo irakeno”.
“Il Santo Padre ha concesso un onore a sua Beatitudine, il patriarca Emmanuel Delly, nominandolo cardinale. Ma è un onore per tutta la Chiesa in Iraq, così provata anche in questi giorni dalla persecuzione, l’emigrazione, i rapimenti dei sacerdoti e l’insicurezza”. Mons. Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut, commenta così per AsiaNews la nomina cardinalizia del Patriarca di Baghdad, annunciata stamane da Benedetto XVI. Il card. Emmanuel Delly - primo porporato dell'Iraq - si trova in questi giorni a Beirut per un raduno con tutti i patriarchi del Medio Oriente.
Mons. Kassarji continua “È certo un privilegio per lui e per la Chiesa. Anche lui sta soffrendo come tutti i cristiani in Iraq: è stato minacciato di morte, la sua chiesa ha subito attentati, è costretto a vedere i suoi fedeli partire per l’estero, emigrando”.
“È un grande onore!”
gli fa eco una suora caldea da Baghdad. “Penso – continua - che questa nomina è un modo per il papa di mostrare la sua attenzione paterna verso tutti i cristiani irakeni e la popolazione. La gente vive nella miseria, l’abbandono, l’insicurezza e la violenza. C’è proprio bisogno di testimoni e di padri che prendono a cuore il nostro destino”.
Emmanuel III Delly, 80 anni appena compiuti - lo scorso 6 ottobre - è originario di Telkaif, nell'Iraq del nord. Nel 1952 era stato ordinato sacerdote della Chiesa caldea e 10 anni dopo - il 16 dicembre 1962 - è divenuto vescovo. Nel 1967 aveva ricevuto il titolo di arcivescovo, sebbene, sotto il precedente Patriarcato, svolgesse la carica di vescovo ausiliario di Baghdad.
Nel dicembre 2003, è stato eletto Patriarca di Babilonia dei caldei, succedendo a mons. Rophael Bidawid I, morto nel luglio dello stesso anno. L’elezione di Delly a Patriarca aveva messo fine a una situazione di stallo: la scelta del nuovo Patriarca era particolarmente delicata a causa della situazione irachena, con l’occupazione militare americana e forti tensioni intestine, che peraltro si sono almeno in parte riproposte nel corso del sinodo della Chiesa caldea del giugno scorso.
La comunità caldea, di antiche origini, è sparsa in tutto il mondo dagli Stati Uniti e Canada, fino all'Iran, Libano, Egitto e Siria e conta circa 1,5 milioni di fedeli. Il loro centro rimane da millenni l'Iraq, con Baghdad quale sede del Patriarcato, dove i caldei erano circa 800mila prima del 2003. La feroce persecuzione dei cristiani in atto nel Paese del Golfo ha costretto numerose famiglie ad oltrepassare i confini e oggi in Iraq i caldei, secondo stime non ufficiali, sono poco più di 200mila.
Dopo un lungo silenzio il leader della Chiesa caldea nel maggio scorso ha raccolto e rilancia con forza gli appelli di vescovi e clero iracheno, perché i responsabili fermino la “persecuzione interna ed esterna” che colpisce i cristiani in Iraq. Ai politici ha chiesto di non rimanere a guardare, ed ha usato parole dure anche contro le truppe Usa: “Dio non gradisce quello che state facendo al nostro Paese”.

Ultimatum per i due sacerdoti rapiti a Mosul: 72 ore per pagare il riscatto

Fonte: Asia News

Lo hanno comunicato stamattina i sequestratori all’arcivescovo siro-cattolico, secondo il quale i due sacerdoti “stanno bene”. Finora, però, nessun contatto diretto con p. Ishoa e p. Afas.
Solo 72 ore di tempo per mettere insieme l’ingente somma di denaro (un milione di dollari) necessaria a liberare i due sacerdoti siro-cattolici rapiti a Mosul lo scorso 13 ottobre. I sequestratori, di cui l’identità è sconosciuta, non si muovono dalle loro condizioni e oggi in una “breve telefonata” all’arcivescovo siro-cattolico, mons. Basile George Casmoussa, hanno ribadito le loro richieste e fissato una scadenza per il pagamento. Lo riferisce ad AsiaNews lo stesso presule, secondo il quale p. Mazen Ishoa e p. Pius Afas “stanno bene”. L’arcivescovo, che segue di persona le trattative, riporta le assicurazioni dei rapitori: “Mi hanno detto che i nostri sacerdoti stanno bene, la richiesta del pagamento di un riscatto è rimasta invariata”. Mons. Casmoussa sottolinea, però, che “finora non ci sono stati contatti diretti con i nostri due sacerdoti”. Egli invita poi a “non smettere di pregare: è l’unica, la migliore cosa che possiamo fare”.
Proprio il fatto che non vi siano prove certe della salute di p. Ishoa e p. Afas, è motivo di preoccupazione per molti cristiani in Iraq, che hanno vissuto e testimoniato tragiche esperienze di rapimenti in passato. “Spesso – ricordano – è successo che anche a pagamento del riscatto avvenuto, i sequestratori abbiano ucciso i loro ostaggi, cristiani e no”.