"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

21 dicembre 2020

55.000 cristiani scampati all'ISIS e rifugiati in Kurdistan sono emigrati verso l'estero.

By Baghdadhope*


Dei 138.000 cristiani in totale che sono fuggiti dai villaggi della Piana di Ninive e da altre aree del nord Iraq conquistate dall'ISIS nel 2014 e si sono rifugiati nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, più di 55.000 sono emigrati verso l'estero. A dichiararlo a
Rudaw è stato il direttore generale dell'ufficio per le proprietà dei cristiani del ministero degli affari religiosi della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Khaled Albert.  
Secondo Albert la ragione principale di questa emigrazione è "l'assenza di stabilità politica e di sicurezza in Iraq e nelle aree cristiane del paese." 
Durante la conquista da parte dell'ISIS un totale di circa 200.000 cristiani hanno abbandonato Mosul e la Piana di Ninive rifugiandosi nella regione autonoma del Kurdistan iracheno ed in altre aree del paese mentre circa 300 sono caduti nelle mani della soldataglia islamista. E di questi solo alcuni sono stati liberati dalla prigionia, così come accadde per Cristina, una bimba di Qaraqosh rapita dalle braccia di sua madre, venduta dall'ISIS, riscattata e protetta da una famiglia musulmana di Mosul ed infine tornata in seno alla sua famiglia.   

 

Restaurata la chiesa siro cattolica di Mar Toma a Mosul, ospiterà la Santa Messa il 26 dicembre.

By Baghdadhope*

Era il 3 luglio del 2018, il giorno dell'apostolo Tommaso che diffuse la parola del Vangelo in Mesopotamia,  quando in una Mosul che ancora nascondeva sotto le sue macerie i cadaveri dei morti per mano dell'ISIS e della guerra scatenata contro di essa ufficialmente conclusasi un anno prima, in una piccola chiesa nel centro della città, ancora senza altare e piena di macerie,
 si tenne la
 prima celebrazione cristiana dalla presa della città avvenuta nel 2014. La chiesa era quella siro cattolica di Mar Toma ed a guidare la celebrazione fu Mons. Butrous Moshe.
C'era, allora, ancora la speranza che la cacciata dei combattenti islamisti e quel gesto simbolico di riportare Cristo tra le macerie potesse segnare il ritorno dei cristiani mosulioti che dal 2003 ad ondate diverse avevano abbandonato la città, e la cui fuga di massa del 2014, quando dall'ISIS erano state date loro tre sole alternative: convertirsi, fuggire o rimanere pagando la "Jizia," la tassa di protezione prevista dall'Islam per i non islamici viventi nel suo territorio, aveva decretato la fine della comunità tanto da far ammettere all'allora arcivescovo caldeo, Mons. Emile Nona, che la sua diocesi "non esisteva più.
Vandalizzata, spogliata di tutto ciò che conteneva e trasformata in base militare, l'antichissima chiesa di Mar Toma (VIII secolo) ha resistito alla furia dell'ISIS e con il tempo, e l'aiuto di molti giovani volontari, cristiani e musulmani, ora è rinata tanto che, come annunciato da diverse fonti irachene, a lavori di ripristino ormai terminati il 26 dicembre sarà celebrata la Santa Messa cui sono invitati a partecipare tutti i fedeli ed anche coloro che, da Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil, il capoluogo della regione autonoma del Kurdistan iracheno vorranno unirsi a che saranno portati a Mosul da autobus appositamente organizzati.  
Perchè è questo il vero problema di Mosul, e di tutto l'Iraq: i cristiani che hanno la forza e la voglia di tornare sono pochi e se è vero, come ha affermato il patriarca caldeo, il Cardinale Mar Louis Sako, che è impossibile che l'ISIS possa tornare a prendere il controllo di Mosul dove la gente ha sofferto troppo e non ne vuole più sentire parlare, è vero anche - e sono sempre le sue parole - che ci sono ancora gruppi fondamentalisti che ne predicano l'ideologia.
Ed è difficile convincere i cristiani a fidarsi dei nuovi anti-ISIS che, a parte delle eroiche eccezioni, non mossero un dito per difendere i vicini cristiani quando sulle loro porte apparve la lettera NUN che li segnalava come vittime predestinate. 
Cristiani che, si spera, possano prendere coraggio dalla visita che il Papa farà anche a Mosul nel corso del suo prossimo viaggio apostolico in Iraq a marzo ma che, di certo, spentasi l'eco di quell'evento vorranno di più che chiese restaurate e speranze; vorranno tornare ad essere abitanti di Mosul a tutti gli effetti, con tutti i diritti ed i doveri che i cittadini hanno, e soprattutto quello di essere difesi da uno stato che ancora oggi, a 17 anni e mezzo dallo scoppio della guerra, è lontano dall'essere normale e pacificato.    

Bleak Christmas for Iraqi refugees stuck in Jordan

By CNA (Channel News Asia)

Saad Polus Qiryaqoz bitterly remembers the festive Christmas season in his Iraqi hometown of Bartella before he was forced to flee to neighbouring Jordan when extremists took it over.
 Up until 2014, when the Islamic State group swept the Nineveh Plain in northern Iraq, Christians like Qiryaqoz had pulled out the stops over Christmas with celebrations lasting a whole month, he said. "Our life was beautiful and we were happy before the jihadists seized our town and destroyed everything," said the engineer and father of three in his modest apartment in the eastern Amman suburb of Marka.
 "Our life has now changed forever," he added, surrounded by his wife, his son and one of his daughters, a small Christmas tree standing in a corner of the living room. "Back home, Christmas lasted a whole month and there would be a 15m high Christmas tree in the square near the church. We would gather there with family and friends to pray and sing hymns ... Now all that is over."
More than 66,000 Iraqis live in Jordan, the United Nations says. They were forced out in waves by conflict, starting with the 1990 first Gulf War, the 2003 US-led invasion of Iraq and the 2014 emergence of IS. Of those, between 12,000 and 18,000 are Christians, according to Wael Suleiman, who heads the Catholic charity Caritas in Jordan.
Most of the refugees in Jordan are there awaiting clearance to emigrate to a third country and build a new life, mostly because Jordanian law forbids them from holding jobs.
In 2016, two years after IS was driven out of Bartella and most of the Christian heartland in northern Iraq by Iraqi forces, Qiryaqoz, who had sought refuge in nearby Arbil, returned for a visit. It was a shock, said the 56-year-old, "and there was no other option but to flee and find a safe haven for my family", so in the spring of 2017, they moved to Jordan.
 "So far, we have submitted four requests to emigrate to Australia, but they all have been turned down, even though we are English speakers and have family there," said Qiryaqoz.

 "SAD CHRISTMAS"
 Ameel Saeed, 53, also a father of three, is spending another Christmas in self-exile in Jordan and, like Qiryaqoz, he misses the festive celebrations they used to have in Iraq.
 "Christmas here is sad and different from the celebrations back home," he said. "There we had plenty to eat and drink, while here, we are on our own. No one visits us and we don't visit with other Iraqis because most of us are in need and we don't want to embarrass anyone," he added.
Life in Jordan "is very difficult and expensive", said Saeed. "Most of us are unemployed ... and there is very little aid" handed out to refugees.
His family is hoping to move to the United States where they have relatives. Until then, they have put on a brave face and placed a small decorated Christmas tree in the centre of their modest home.
Father Khalil Jaar, a priest at St Mary Mother of the Church in the working-class district of Marka, knows too well the plight of refugees from Iraq. He has been catering to their needs since 2014, setting up in the church complex a school and a clinic, as well as sewing and computer workshops.

 "GO BACK HOME"
 Since 2015, Jaar has helped around 2,500 families process their documents to emigrate to a third country but, he said, "500 Iraqi Christian families are still waiting" for the green light. "Unfortunately, when we seek out help from international and local aid organisations, they tell us that the war in Iraq has ended and that the refugees should be going back home," he added.
This Christmas, thanks to a donation from a wealthy Iraqi family that lives in Amman, Jaar is preparing to hand out coupons worth 50 Jordanian dinars (about US$70) to families so that they can buy new clothes for their children.
"Children should be able to be rejoice. They should not pay the price for what is happening," said the priest.
Suleiman, the Caritas local head, said his charity has been helping Iraqi refugees since 1990 but financial restrictions mean it can only cover the needs of 10 per cent of those in Jordan. "The world thinks that the problems of the Iraqi people are over and that they should go back home," he lamented. 
One person who is not going back is Dalia Youssef, who was widowed in 1997 while pregnant when her husband was killed in Iraq. Five years after applying to emigrate with her son to Australia, the good news arrived. "We can't wait to start a new life. For us, nothing good ever came out from Iraq," she said.

Vatican cardinal says papal trip to Iraq a ‘sign of hope’ for struggling local Church

By Crux
Inés San Martín

According to Cardinal Leonardo Sandri, who heads the Vatican’s office for Eastern Churches, there’s “great concern” on the part of the Catholic Church regarding the return of Christians to Iraq.
“It will be very difficult for Christians who’ve fled to return if the conditions of safety and access to an education are not guaranteed,” Sandri said on Thursday.
Speaking about Pope Francis’s upcoming visit to Iraq – planned for March 5-8, 2021 – the Argentine cardinal said that it will have a “global resonance,” and it will serve as a “gesture of solidarity with a Christian community that is still suffering a lot.”
“The pope’s trip is one that wants to bring consolation and hope of a better future for the local church, facing the threats of terrorism and persecution, because the Christian presence in Iraq has virtually been dismantled,” Sandri said. “The visit could bring a message of fraternity and consolation so that the Church can find the strength needed to be a beacon of hope in Iraq.”
Sandri was speaking at a Zoom meeting organized by Stand Together, a project aimed at giving visibility to persecuted Christians around the world, and Rome Reports, a Catholic news outlet.
The prelate also referenced the “scandal of the lack of unity among Christians,” noting that many of those who don’t have faith question why they should “if Christians don’t have the same observance of Christ.”
“When instead, Christians face martyrdom – either Catholics, Coptic or from other denominations – that unity we don’t manifest and is a source of scandal for non-believers, is present in the communion of those who give their lives for Christ,” he said.
The prelate also noted that persecution against Christians is not only found in the Middle East and doesn’t just imply a violent physical threat. In many Western countries, Sandri said, there’s an “environmental aggression” against Catholics, who are banned from publicly expressing their faith in the values of the Gospel and who are called to be silent in respect of the opinion of others.
This ideologically imposed silence, he argued, “does not kill people, but limits their freedom, dignity and respect that we all deserve as children of God.”
The meeting was hacked several times by a user who shared videos and songs with explicit sexual lyrics, which the cardinal said was an example of this attempt to silencing Christians.
Joining the head of the Vatican’s Congregation for the Eastern Churches were Father Luis Montes, an Argentine who has been a missionary in Iraq since 2010, and Maria Lozano, a Spaniard laywoman who coordinates the communications office of the papal charitable agency Aid to the Church in Need (ACN).
Under the theme of “Pope Francis, in the country most punished by ISIS,” the meeting lasted for a little over an hour and took place in Spanish.
Lozano, who’s been to Iraq five times since the rise of ISIS in 2014, gave a wide overview of the situation on the ground, noting that over 300 church properties, including parishes, cathedrals and schools, were destroyed by terrorist in a span of three years.
However, she said, the “long martyrdom, the Way of the Cross” for Christians in Iraq began over a decade earlier, with the fall of President Saddam Hussein.
“When I first visited Iraq in 2014, the local bishops told me that they were writing the ‘final lines in the final paragraphs of Christianity in Iraq’,” she said.
The numbers back up that statement: According to the information she shared, arguably the most reliable data on Christians in the country, there are 150.000 Christians left in a nation that had 1.4 million in 2003.
Yet despite the grim picture painted by statistics, “the local churches made an incredible effort working together to help those who fled their homes with nothing but the PJs they were wearing,” and to then help with the reconstruction of Christian villages destroyed by ISIS.
This effort, which had the support of Christians from around the world that donate to organizations such as ACN and the Knights of Columbus, helped 44 percent of the families that fled to return to their homes.
Close to 54 percent of the homes had been rebuilt by April, when the COVID-19 pandemic forced the suspension of all activities. The number is significant, taking into consideration that when the papal charity first asked Christian refugees in Erbil, the capital of Kurdistan, and other neighboring countries if they wanted to go back, only 3 percent said they would.
Despite the promising signs, the situation is still “very complex, with a great influence from Iran,” and political instability both in Iraq and the rest of the region, she said. Furthermore, 84 percent of Christians today living in Iraq argue that their willingness to say depends on their safety, and 70 percent believe the economic situation makes staying very difficult.
“I believe that, thanks to this incredible joint effort, we still haven’t written the final lines of the story of Christianity in Iraq,” Lozano said. “And this visit by the pope is an enormous gift for Christians who’ve been waiting for this visit for over 20 years.”
There had been negotiations for St. John Paul II to become history’s first pope to visit the land of Abraham in 2000, but they fell through.
Montes was speaking from Egypt, where he’ll be for a few months before heading back to Iraq’s capital, Baghdad, hopefully before the pope’s scheduled March 5-8 trip. He too saw the fact that almost 50 percent of the families who fled after ISIS are back in the Nineveh Plain as a sign of hope, while acknowledging that much needs to change for things to be stable. He said he fact that terrorist attacks have gone from 120 a month to virtually none is an important step.
“But Christians feel the pressure, the insecurity: They’re afraid,” he said. “Iraqi Christians not only want to leave Iraq, but the Middle East, because they don’t trust there won’t be a war in Lebanon a few years from now.”
The fact that the government declared Christmas a national holiday is another step in the right direction following the announcement of the papal visit. Both of these things, Montes argued, “can allow many Muslims, some of whom have never actually met a Christian, to see that we can coexist.”
“Fear is still there, but Christians in Iraq have a very strong faith,” the missionary priest said. “Everyday life in Iraq requires an enormous faith, an enormous trust in God. And we’re called to make every human effort to guarantee that peaceful coexistence that was lost after the war.”

17 dicembre 2020

Iraq Ministra dell'Immigrazione incontra il Nunzio apostolico per scambiare idee, opinioni e progetti sui rifugiati e sfollati dentro e fuori l'Iraq


Evan Faeq Yakoub Jabro, attuale Ministra irachena per l’immigrazione e i rifugiati, cristiana caldea, secondo informazioni di Fides dello scorso 20 novembre "ha iniziato a mettere in atto il piano disposto a ottobre dal governo di Baghdad, che prevede la chiusura entro il prossimo marzo di tutti i campi profughi disseminati sul territorio nazionale. La realizzazione del piano si rivela tutt’altro che agevole, e le prime indicazioni espresse dalla Ministra sui criteri guida che dovrebbero ispirarlo sono state già accolte da critiche e polemiche."
Oggi, mercoledì 16 dicembre, la Ministra ha confermato a Iraqi News Agency - INA, che il governo di Baghdad "lavora per costruire ponti di fiducia, per preservare e difendere le minoranze e per chiudere i campi di sfollati, tutte persone che vivono in condizioni di povertà estrema nonostante gli aiuti nazionali e internazionali, insufficienti".
In questo contesto la dichiarazione del Ministero dell'Immigrazione, diffusa da INA, spiega in dettaglio l'incontro tra la Ministra Evan Jabro e il Nunzio apostolico in Iraq, monsignor Mitja Leskovar, per discutere l'andamento del piano di emergenza del ministero per incoraggiare le famiglie sfollate, attualmente in campi profughi, a tornare volontariamente nelle loro terre di origine, così come i diversi sistemi e modi di fornire aiuti a queste persone in estrema precarietà.
La Ministra dell'Immigrazione ha osservato durante l'incontro che "il terrorismo ha lasciato tangibili effetti negativi in Iraq, compresa la distruzione delle aree che erano sotto il suo controllo e ha accentuato la diminuzione delle minoranze nel Paese a seguito dell'immigrazione forzata negli ultimi anni". La nota, inoltre, precisa che le parti hanno scambiato opinioni e idee sul "rimpatrio degli sfollati e sulla riabilitazione di donne e bambini vittime dell'Isis, dal punto di vista psicologico e sociale, in modo che si integrino nella società e conducano una vita normale". Il Ministero, si è detto nell'incontro, "ha chiuso 18 campi per sfollati e ne rimangono solo tre, ad eccezione dei campi nella regione del Kurdistan iracheno". Per quanto riguarda gli iracheni della diaspora, la Ministra Evan Faeq Yakoub Jabro ha precisato: "La direzione del ministero nella fase successiva riguarderà i Paesi che ospitano un gran numero di rifugiati iracheni, come Germania, Belgio, Australia e Finlandia, affinché siano monitorate le loro condizioni, in particolare le persone le cui domande di asilo sono state respinte e si faccia il possibile per incoraggiarle a tornare in Iraq volontariamente, evitando i rimpatri forzati".
Da parte sua, il Nunzio ha sottolineato la volontà della Santa Sede: "Impegnarsi al massimo per sviluppare le relazioni tra Iraq e Vaticano con lo scopo di raggiungere gli obiettivi comuni delle parti al servizio dell'umanità e dei suoi diritti e per diffondere la cultura e i valori della pace e della solidarietà."
Infine, senza offrire particolari, il comunicato conclude dicendo che si è parlato anche sul pellegrinaggio apostolico di Papa Francesco fissato, per ora, dal 5 all’8 marzo 2021.

Il Parlamento riconosce il Natale come giorno festivo in tutto il Paese. Accolta le proposta del Patriarca Sako

By Fides

Da questo anno, e per sempre, il Natale del Signore diventa giorno festivo in tutto l’Iraq. Lo hanno deciso i membri del Parlamento iracheno, esprimendo all’unanimità il proprio consenso alla proposta emersa nei mesi scorsi, e divenuta di pubblico dominio in occasione di un colloquio tra il Presidente iracheno Barham Salih e il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako.
Il pronunciamento assume rilievo anche alla luce della visita apostolica che Papa Francesco si appresta a compiere in Iraq, in programma dal 5 all’8 marzo 2021. Il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Cardinale Louis Raphael Sako, subito dopo aver appreso la notizia della decisione unanime del Parlamento, ha diffuso un messaggio in cui ringrazia il Presidente iracheno Barham Salih, il Presidente del Parlamento Muhammad al Halbousi e tutti i parlamentari «per il voto espresso per il bene dei loro concittadini cristiani», invocando per tutti loro la benedizione e la ricompensa di Dio. Lo scorso 17 ottobre, come riferito dall’Agenzia Fides,  lo stesso Patriarca Sako aveva esposto al Presidente Salih la proposta di far presentare in Parlamento un disegno di legge volto a riconoscere il Natale come giorno festivo in tutto l’Iraq. In quell’occasione, ricevendo presso la propria residenza il Patriarca caldeo, il Presidente Salih (ingegnere curdo laureatosi in Gran Bretagna, dove era espatriato ai tempi del regime di Saddam Hussein) aveva messo in risalto il ruolo delle comunità cristiane nella ricostruzione del Paese, dopo gli anni dell’occupazione jihadista di Mosul e di ampie regioni del nord Iraq.
Salih, in quella occasione, aveva anche ribadito il suo impegno a favorire in tutti i modi il ritorno dei cristiani sfollati nei loro territori di provenienza, a cominciare da Mosul e dalla Piana di Ninive, da loro abbandonate durante gli anni della dominazione jihadista. Il governo iracheno aveva già dichiarato il Natale giorno festivo “una tantum” nel 2008, ma negli anni successivi tale disposizione non era stata ufficialmente rinnovata a livello nazionale, venendo applicata in anni recenti solo nella Provincia di Kirkuk.
Lo scorso anno, lo stesso Cardinale Louis Raphael Sako aveva dato disposizione di celebrare il Natale in maniera sobria, senza momenti conviviali pubblici, come segno di vicinanza alle famiglie delle centinaia di morti e dei feriti registrati durante le proteste e gli scontri di piazza che nei mesi precedenti avevano scosso il Paese, verificatisi anche dopo la caduta del governo guidato da Adel Abdel Mahdi. Per questo motivo vennero cancellati anche i tradizionali ricevimenti che vedevano autorità politiche e religiose recarsi presso la sede del Patriarcato caldeo per lo scambio di auguri con il Patriarca e i suoi collaboratori.

Baghdad Booze Bombings: Islamic Vice Squads or Turf War?


"Il vino è il più grande dei peccati"
"Gli Imam Al Bakr ed Al Sadiq dissero:
"Il vino è il più grande dei peccati."
 

Escalating attacks on the Iraqi capital's few liquor stores have terrified shop-owners who fear hardline Islamists are flexing their muscle against alcohol consumption.
But there may be a bigger story behind the Baghdad booze bombings, as some suspect turf wars for control of the lucrative niche trade in the Muslim majority country.
Over the past two months, at least 14 alcohol shops across the city have been firebombed in the middle of the night or just before dawn, with three simultaneous attacks in different districts Monday night alone. 
Most businesses are run by Christians or Yazidis, minorities who for decades have been granted the licenses required to sell alcohol in broadly conservative Iraq. 
Andre, an Iraqi Christian, said his shop was firebombed a few weeks ago by two people on a motorcycle just before dawn, according to the store's security camera footage. 
He said it had cost him thousands of dollars to replace the lost merchandise and repair the shop.
"These groups want the last of the Christians to leave the country. They're targeting us," Andre told AFP, as his brother stacked new bottles of whisky on restored shelves.
He blamed security forces for negligence, saying a police patrol that had been deployed nearby left its post for hours, which gave the attackers a window of opportunity. 
"Why doesn't the government arrest them?" Andre asked angrily, saying he had even provided authorities with the license plate number of the attacking vehicle from their CCTV footage. 
The attackers had "time to place the explosives, take pictures before and after and publish them on Facebook," he said.
"You really can't pursue these guys?"

- 'All that's left' - 
Another business owner, speaking on condition of anonymity in fear of reprisal attacks, said it was an attempt to crush the shrinking community of Iraqi secularists. 
"We are all that's left of a liberal lifestyle. There are attempts to kill this ancient side of Baghdad -- if they win, Baghdad will have lost its liberal side," he said. 
In recent weeks, an array of Islamist groups have ramped up their rhetoric against Baghdad's liquor stores and other establishments that they insist are violating religious edicts against drinking and other trades considered sinful.
One such group, "Rubu Allah" or "God's gang," claimed responsiblity for raiding a massage parlor in the heart of Baghdad and physically assaulting the women inside.
Another group calling itself "Ahl al-Qura" or "The Village People," said it had bombed an underground nightclub. 
Despite being formed earlier this year, these groups are already well-known for claiming rocket attacks on the US embassy in Baghdad, attacking a TV station broadcasting cheerful music during a religious holiday and setting the offices of a Kurdish party alight.
While the groups claim to have no formal political link, those protesting or storming establishment have carried the flag of the Hashed al-Shaabi, a state-sponsored network of armed groups, many of which have close ties to Iran. 

- Money or morality? -
Others say it's money, not morality, that is behind the recent spate of attacks on liquor stores.
For years, their owners have paid protection fees to armed Islamist groups to guarantee they can keep selling. 
"The top dogs of these groups don't get involved in the extortion but smaller figures are individually extracting protection money," said a senior member of one such group.
He even accused state security forces of being involved, asking for thousands of dollars a month to protect a shop.
Some Christian and Yazidi shop-owners pointed to new competition from Muslim businessmen seeking a stake in the spirits market without legal licenses.
Those newer establishments, the minority store-owners pointed out to AFP, had not been targeted by bomb attacks.
Iraqi federal police and even army troops have deployed in force along the main streets hosting the liquor stores, including the riverside road of Abu Nuwas.
Their presence is meant to reassure shop-owners, but they have also been shutting stores, night clubs and massage parlors that don't have operating licenses. 
At least 91 unlicensed alcohol shops and nightclubs have been shut in the last two months, a statement by Iraq's intelligence agencies said.
Businessmen in the neighborhood fear the wave of attacks could take Baghdad back to bloodier days, when multiple roadside bombs would rock the capital each day.
"I live in a state of constant fear," said Saad Mohammad, who operates a grocery store near several liquor shops. 
"Every minute, I think that there will be an explosion that will destroy everything."

16 dicembre 2020

Terra Santa: mons. Pizzaballa (patriarca), su accordo Israele-Santa Sede “necessario chiudere il negoziato. Siamo in un limbo giuridico”. Viaggio Papa in Iraq “decisione coraggiosa”


“Il viaggio del Papa in Iraq è una decisione coraggiosa sia per le circostanze politiche del Paese sia per la pandemia”.
Lo ha detto oggi il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, nel corso di un incontro di lavoro on line organizzato dall’Associazione Iscom (Iscom.info) per parlare della situazione della Chiesa Cattolica e dei cristiani in Terra Santa, nell’approssimarsi del Natale.
“Una visita che è una grande sfida – ha aggiunto Pizzaballa – perché la pandemia si sta spandendo anche in Iraq e dubito che a marzo saranno tutti vaccinati. È un bel gesto di solidarietà verso il mondo cristiano iracheno che ha sofferto tantissimo e che da 30 anni è sotto continua pressione”.
Il patriarca ha ricordato anche il dramma degli sfollati siriani e iracheni e del loro rientro in patria: “Quelli che sono usciti e approdati in Occidente difficilmente rientreranno. Più facile che ciò avvenga per i rifugiati che vivono nei campi in Giordania, Libano e Turchia. Ma prima bisognerà garantire sicurezza e stabilità politica, religiosa ed economica. Le ferite aperte dalle guerre in Iraq e Siria – ha sottolineato Pizzaballa – sono profonde e laceranti. Sarà dura convincere la gente a rientrare. Testimonianze che mi arrivano da Siria e Iraq raccontano di cristiani che oggi lamentano di essere stati convinti a restare, mentre se fossero partiti oggi vivrebbero in condizioni migliori. In Siria e in Iraq la condizione economica è spaventosa”.
 Sul futuro della regione Pizzaballa ha affermato che “ci troviamo in una situazione di stallo. Gli equilibri in Medio Oriente stanno cambiando lentamente e progressivamente: abbiamo visto gli accordi fra Israele e alcuni Paesi arabi. Le guerre in Siria e Iraq non sono del tutto finite e c’è tanta instabilità”.
Qui “in Terra Santa – ha poi aggiunto – è difficile capire come cambieranno le cose. Il dialogo tra israeliani e palestinesi è necessario ma se non si vuole che diventi solo uno slogan deve essere accompagnato da gesti concreti che riportino fiducia reciproca. Vedremo cosa accadrà con l’amministrazione Biden. Siamo in fase di attesa”.
Da un punto di vista pastorale Pizzaballa ha rimesso al centro della riflessione il Sinodo per il Medio Oriente, a dieci anni dal suo svolgimento (2010-2020).
“Il Sinodo – ha dichiarato – rimane un ideale di cui abbiamo bisogno. Spesso il nostro errore come Chiese è quello di partire dalla situazione, dal contesto in cui ci troviamo a vivere. Il Sinodo ci invita, invece, a ripartire dalla vocazione. I temi affrontati dal Sinodo, rapporto con l’Islam, con l’ebraismo, il diritto di cittadinanza, la politica, che le guerre sembrano avere distrutto, restano un punto di riferimento cui tornare. Il Sinodo è oggi più che mai una base di lavoro da cui ripartire. Le prospettive sono quelle non ce ne sono altre”.
Chiudendo l’incontro il patriarca ha auspicato la conclusione dei negoziati su alcuni capitoli ancora aperti dell’Accordo fondamentale fra Santa Sede e Stato di Israele (firmato nel 1993): “Sono qui da 30 anni e da 25 sento dire che siamo vicini alla firma. Ma è necessario chiudere il negoziato – ha rimarcato il patriarca – come Chiesa viviamo in una sorta di limbo giuridico che va risolto. Anche aprire un conto bancario è una Via Crucis. Questo perché non abbiamo una identità giuridica chiara. Sono cose che devono essere risolte”.

This is why His Holiness Pope Francis will go to Iraq

Fr. Rif’at Bader

Father Rif’at Bader, Director of The Catholic Center for Studies and Media (CCSM), provides historical and contextual background to Pope Francis' scheduled Apostolic Journey to Iraq in March 2021. 

Iraq is a sacred country. It was inhabited by prophets, the oldest of whom was Abraham, who headed from the Chaldean Ur to the Holy land, where the era of prophecy began in the old times. Iraq is the country of Prophet Jonah who lived in Nineveh and called for repentance and permanent return to God. It is also the country in which the people were exiled in the Old Testament during a merciless trip called "exile" to Babylon.
In the first place, the Pope comes to the country of Mesopotamia as a pilgrim. An announcement has been made about an imminent visit of Pope Francis to Iraq. This visit comes actually on the heels of an official invitation that is usually issued by authorities competent in political affairs, implying the president of the Republic of Iraq. It is also coupled with a second invitation by the Catholic Church in Iraq. When we mention the Catholic Church, we mean of course all the Catholic churches present in Iraq, but mostly the Chaldean Church that is currently headed by one of the Pope's aides, namely Cardinal Louis Raphaël I Sako.
This is not to ignore the Syriac Catholic Church whose faithful were the martyrs of faith, especially after the bombing of Our Lady of Deliverance Church 10 years ago. There is, of course, a modest presence of other Catholic churches, namely the Latin, the Maronite, the Greek Catholic, Coptic, and Armenian churches. There is, of course, other non-Catholic sisterly churches, the most important of which is the Assyrian Church, whose leadership was in Iraq but moved for years to the United States of America and then came back to Baghdad.
Pope Francis goes to Iraq at a time when his predecessors were unable to do so due to the complexities of the pressing conditions that prevailed recently, including wars, sectarian violence, terrorist attacks, and the complexities of the political affairs in that fraternal country.
Pope John Paul II had an earnest wish to visit Iraq in 1999, but due to the blockade which was imposed on Iraq at the time late President Saddam Hussein postponed the visit that was scheduled that year. Thus, the saint pope made a "spiritual" pilgrimage to this country, on March 12, 2000, in order to start the pilgrimage journey in the year of the great jubilee from the country of Prophet Abraham which was fulfilled with a visit to Egypt, Jordan and Palestine. A year later he walked in the steps of Paul the Apostle to Syria.
Today, Pope Francis--who always focuses on respect for the poor, the refugees and the immigrants, as well as their right to a safe life-- goes to Iraq where in recent years Christian and Yazidis, especially from the Nineveh Plain and Mosul and from neighboring towns and cities, have been forcibly displaced to countries of the world in the wake of the terrorist acts conducted by ISIS at the time.
Pope Francis comes to Iraq in the first place to encourage the Christian community in Iraq which has withstood political “turbulences” that took place including foreign wars or in-fighting. There is still a bright and glorious Christian presence despite the dramatic decrease in numbers.
Consequently, the Pontiff wants to encourage those who are steadfast in the land of their ancestors in spite of the successive disasters especially during his scheduled visit to the city of Erbil, where there are currently good numbers of forcibly displaced people from Mosul and the towns of the Nineveh Plain. His Holiness will also visit Mosul and Qaraqosh township to further encourage the forcibly displaced who live abroad to possibly return to the land of their ancestors and grandparents.
Pope Francis wants in the second place to promote dialogue and common living between all the religious components, whether at the ecumenical level between sisterly Churches, or through Islamic-Christian relations. It is well-known that there is not only Christian-Sunni dialogue, but there is also Shiite-Christian dialogue. On the land of Iraq, there is a historical presence of Sabean-Mandeans, Yazidis, Baha'is, as well as other religions and traditions.
Furthermore, Pope Francis--who is the man who supports dialogue-- wants to emphasize the feeling, the duty and the responsibility of fraternal common living among the various components of the Iraqi people, under the umbrella of citizenship, especially a few months after he signed an important document called "Fratelli Tutti" or "We are all brothers and sisters."
Pope Francis will definitely send a message for the pursuit of paths of peace, dialogue, fraternity, cooperation and constructive cooperation among the various politicians in Iraq in order to rebuild a strong modern Iraqi state after years of hard and bitter wars, sectarian squabbles, and attacks by terrorist groups, so as to restore the spirit of hope among all Iraqis, especially the youth, for a better future.
We look forward to the visit of the Holy Father which will be the first by the successor of Saint Peter. We hope that the visit will take place at a time when the epidemic-related conditions have improved in the world countries. The official Vatican statement referred to this point, while the visit schedule will take into account the development of the global health emergency, whether in Italy, from whose airport the Pope will leave or in Iraq whose motley of inhabitants will welcome him with great joy.
We pray to God that the upcoming visit will be successful and fruitful, as well as serving as a start for unity by urging the Iraqi people to turn over a new leaf, and to seek mutual forgiveness, so that this fraternal country would start the process of healing the wounds of the past and looking towards to the future with hope and grace.

Lastly there are two points:
The first one is that during the Pope’s visit to the United Arab Emirates in early 2019, he signed an important document with the Imam of Al-Azhar titled, “The Document on Human Fraternity for World Peace and Living Together”. Two months later, he was in Morocco to sign an Appeal with the King of Morocco on Jerusalem. Is there a new document that will see the light of the day in Mesopotamia?
The second point is that in March 2003, the American war drums were beating for Iraq, which enjoyed international approval, except for Pope John Paul II, who said: "NO TO WAR"! War is not always inevitable. It is always a defeat for humanity.” In March 2021, Pope Francis will come to try to restore what was destroyed, as a result of not listening to the voice of his predecessor, the saint Pope…

Pope Francis, you are welcome anew in our Arab homeland.

Eastern Churches need permission to start congregations

By UCANews (Union of Catholic Asian News)

 Pope Francis announces change in Eastern canon laws in Apostolic Letter.
 The Vatican has changed regulations making it mandatory for Eastern churches to seek its approval before establishing new institutions and societies of consecrated Religious life.
Pope Francis has modified the Code of Canons of the Eastern churches, empowering the Apostolic See to be the final authority on dioceses establishing religious congregations. The amendments, which became effective on Dec. 8, make it mandatory for any diocesan bishop of the Eastern Church to have written permission from the Vatican before starting a religious congregation.
 It comes after Pope Francis made similar changes in Latin Rite Church laws on Nov. 4 this year. It meant Latin Rite bishops have to seek the Vatican’s written permission before establishing new religious institutions.
Archbishop Giorgio Demetrio Gallaro, secretary for the Congregation for the Oriental Churches, said Pope Francis was putting in place a similar law for the whole Catholic Church. 
The archbishop said there had been many new forms of consecrated life since the Second Vatican Council, which at times have led to duplications. The changes aim to curb these duplications, he told Vatican News. Pope Francis announced the change to the Eastern canon laws with an Apostolic Letter issued as a motu proprio called “Ab initio.”
The apostolic letter said the Church always supported various forms of consecrated life as a “manifestation of the richness of the gifts of the Holy Spirit.” Consecrated life started first in the Eastern Church, and then in the West by the early Christians. It has helped the growth of the entire “Body of Christ” in multiple ways, hailing the religious orders, the Apostolic Letter said.
The Catholic Church has 23 Oriental or Eastern Catholic Churches that are autonomous but in full communion with the pope. Two of them are based in India — the The five liturgical traditions of the Eastern Churches include the Alexandrian Rite, the Armenian Rite, the Byzantine Rite, the East Syriac Rite, and the West Syriac Rite. These churches are headed by patriarchs, metropolitans, and major archbishops and are governed based on the Code of Canons of the Eastern Churches. However, each church also has its own regulations for the upkeep of its liturgy and traditions.

Francesco in Iraq dal 5 all'8 marzo 2021: Il Papa incontrerà il leader sciita Al-Sistani?

Maria Grazia Moretti

 Nel corso dei viaggi papali, che nella storia contemporanea iniziano con Paolo VI (Terrasanta - 1964), uno dei pochissimi Paesi non visitati da un Pontefice è l’Iraq. Quindi, se i primi di marzo prossimo, il viaggio pontificio si farà come annunciato giorni fa, mancano 80 giorni circa. E sarà un evento storico poiché Francesco porta con sé e nel suo magistero la memoria dei suoi Predecessori molto attesi ma impossibilitati ad andarci.
*** Venti anni fa ci aveva provato Giovanni Paolo II, nella prospettiva del grande Giubileo del 2000, ma alla fine la risposta negativa di Saddam Hussein - in severo conflitto con gli Stati Uniti e l'Occidente in generale - chiuse definitivamente le porte alla realizzazione della Visita e Papa Wojtyla dovette accettare di compiere un "pellegrinaggio ideale" a Ur dei Caldei, la terra di Abramo, padre del monoteismo, al quale dedicò la Catechesi dell'Udienza generale del 16 febbraio 2000 (Catechesi - Sulle orme di Abramo) e l'omelia del 23 febbraio 2000 (Abramo, Padre di tutti i credenti).
Nel caso di Papa Benedetto XVI, gli eventi, dopo l'arresto, processo ed esecuzione di Saddam Hussein (2003-2008), portarono agli anni del terrore dell’Isis (Daesh) che controllava militarmente un ampio territorio dell’Iraq e della Siria, bloccando qualsiasi possibilità di pellegrinaggio pontificio e la questione venne tolta definitivamente dall'agenda internazionale.
La fine dell'Isis, in particolare la sua sconfitta militare e il pontificato di Jorge Mario Bergoglio contribuirono, insieme ad altri eventi internazionali, a riproporre l'eventualità del pellegrinaggio del Pontefice.
*** Ora sappiamo che Papa Francesco visiterà l’Iraq dal 5 all’8 marzo 2021. Lo ha annunciato il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, il 7 dicembre scorso.
In attesa della pubblicazione del Programma detagliato, si sa già che Francesco visiterà Bagdad, la piana di Ur, la città di Erbil, così come Mosul e Qaraqosh nella piana di Ninive. Uno dei temi di cui parla la stampa irachena è il possibile incontro tra Papa Francesco e il grande Ayatollah Al-Sistani, incontro caldeggiato da numerosi intellettuali e religiosi iracheni e ritenuto da più parti un evento rilevante non solo per il Paese ma anche per i rapporti con l’Islam in generale.
Ma chi è Ali Al-Sistani? Sayyed ʿAli Hoseyni Sistāni è l'attuale Ayatollah maggiore o Grande Ayatollah, guida spirituale e politica dell'Iraq, riferimento per milioni di fedeli sciiti tanto all’interno quanto all’esterno del Paese e dirige la "Hawza" (NdR: seminario religioso) della città di Najaf. Il termine Ayatollah significa “segni di Allah” o “segni di Dio”. L’Ayatollah è una figura di spicco nel sistema clericale sciita e questo tiolo si può ottenere soltanto dopo un considerevole numero di anni di studio in una Hawza, sotto la costante guida di un dotto e solo grazie al consenso degli altri ayatollah, quale riconoscimento delle sue autorità di guida spirituale e del suo sapere. Solo pochi dei più importanti Ayatollah vengono riconosciuti come Grandi Ayatollah ovvero come "fonte di emulazione". Solitamente ciò avviene quando i seguaci di un Ayatollah fanno riferimento a lui in moltissimi casi e quindi gli chiedono di pubblicare un testo giuridico-religioso che possa fungere da codice di comportamento per i casi più comuni della vita di un musulmano. 
 Nato a Mashhad in Iran il 4 agosto 1930, Al-Sistani è stato allevato in una famiglia molto nota per la sua importanza religiosa. Suo nonno era un grande studioso sciita, la cui biografia è riportata nel libro 'Tabaqaat Al-a'laam Al-Shi`a (Categorie di studiosi sciiti). Dopo aver terminato una prima fase degli studi a Mashhad, si trasferì in Iraq nella città di Najaf per proseguire gli studi superiori. Qui seguì le lezioni di giurisprudenza e di filosofia e con il titolo di Grande Ayatollah gli fu riconosciuto il diritto di "ijtihād" (ovvero il diritto di proclamare interpretazioni indipendenti che saranno riprese dai rispettivi seguaci). 
Discepolo dell’Ayatollah Khou'i, che già nel 1960 lo aveva elevato al grado di mujtahid – ovvero di autorità religiosa e legislativa islamica che sa e può esprimere interpretazioni originali della legge islamica, invece di applicare sentenze precedenti già stabilite – Al-Sistani ne prese il posto alla direzione del seminario religioso di Najaf (Hawza di Najaf). Nella dettagliata biografia pubblicata sul suo sito ufficiale si legge persino una descrizione della sua personalità con un elenco delle sue qualità morali. Per quanto ostile alle ingerenze dell’establishment religioso in ambito politico, Al-Sistani ha giocato negli ultimi decenni un ruolo di primo piano, una sorta di deus ex machina capace di imprimere svolte significative e di superare linee di divisione profonde e sedimentate. Ogni amministrazione governativa formata dall’invasione statunitense del 2003 che ha rimosso il regime di Saddam Hussein ha cercato la benedizione e l’approvazione di Al-Sistani. Durante i periodi di crisi, il Grande Ayatollah ha costantemente chiesto l’unità nazionale, il compromesso e che i rappresentanti eletti ascoltassero la volontà del popolo. Il suo ruolo è stato decisivo nel 2014 quando chiamò tutti gli sciiti alla lotta contro l’ISIS invertendo le sorti del conflitto in Siria. Nel 2019 il primo ministro Adel Abdel Mahdi è stato costretto a dimettersi dopo la richiesta di togliere l'appoggio al governo da parte del leader spirituale Al-Sistani e dopo la condanna del medesimo dell'uccisione di 420 dimostranti antigovernativi.
L’incontro con Al-Sistani sarebbe il primo gesto rilevante del Papa con la parte sciita dell’Islam e non ci sarebbe migliore occasione per aprire un varco su quel fronte. In passato il Papa ha incontrato dei religiosi sciiti iraniani ma questo sarebbe il primo incontro con un leader religioso non sunnita di altissimo livello e carisma. Non solo. Si tratta di un leader religioso molto anziano e malato che però esercita tuttora una grande influenza morale, spirituale e politica, dovuta soprattutto alla personalità di Al-Sistani. Gli iracheni sono ufficialmente in larghissima maggioranza musulmani (99% della popolazione). Nello specifico, circa il 62,5% della popolazione è di fede musulmana sciita e il 34,5% è di fede musulmana sunnita. Oltre che in Iran dove l'Islam sciita ha la maggioranza assoluta, esso è prevalente in Iraq, in Azerbaigian e nel Bahrein; alte percentuali di sciiti si trovano in Libano, nello Yemen (zayditi) e in Kuwait.

P. Victor Edwin: Il papa in Iraq, in dialogo con cristiani e misticismo sciita

By Asia News
Victor Edwin

La visita di papa Francesco in Iraq dal 5 all’8 marzo 2021, sarà un sostegno per musulmani e cristiani che cercano il dialogo, sottolineando che l’eredita religiosa dell’Iraq è duplica: quella cristiana e quella del misticismo sciita. È quanto afferma in questo commento il p. Victor Edwin, gesuita, direttore del Vidis (Vidyajyoti Institute of Islamic Studies) e segretario del Cmrsa (Christian-Muslim Relations South Asia).
Per il p. Edwin  nel dialogo con l’islam il pontefice sta esercitando una “pazienza geologica”, con “atti concreti per raggiungere le persone”.
Ho avuto l’opportunità di visitare l’Iraq qualche anno fa. I cristiani irakeni appartengono a diverse Chiese: la famiglia ortodossa orientale (greco-ortodossi di Antiochia); la famiglia ortodossa d’oriente (Chiesa siriaca ortodossa, Apostolica armena, Copti ortodossi); la famiglia cattolica (Caldei, Armeni, Greci – melkiti) e alcune parrocchie anglicane.
L’ideologia politica nazionalista e laica del partito Baath limitava il ruolo dei gruppi religiosi. Essi comunque affermavano tutti una comune identità araba. La libertà religiosa e di culto era garantita dalla Costituzione. Nell’ultimo decennio del 20mo secolo, i cristiani irakeni erano circa un milione.
Per essi, tutto è cambiato in modo tragico con l’Isis e i gruppi terroristi che hanno devastato ampie zone dell’Asia occidentale, compresi Siria e Iraq. Molti cristiani sono migrati in occidente e molti altri vivono come rifugiati in molte parti del Vicino oriente. L’Isis ha distrutto molte chiese e monasteri e in Iraq sono ormai rimasti solo poche migliaia di cristiani.
Da questo punto di vista, io vedo la visita del papa come una continuazione della sua visita ad Abu Dhabi e una conferma del documento sulla fratellanza umana da lui firmato nel febbraio 2019. E’ importante ricordare che il 21 giugno 2019, alla Facoltà teologica “San Luigi” dell’Italia meridionale, il papa ha dichiarato che “Il dialogo non è una formula magica”. Esso richiede molti sforzi nell’impegnarsi con le persone nel mondo. Il papa pratica una “pazienza geologica” – nelle parole di un grande domenicano islamologo, Georges Anawati – e soprattutto, con atti concreti per raggiungere le persone.
Le sue parole si radicano sempre più nel mondo musulmano. Il 30 marzo 2019, il re Mohammed VI (del Marocco) ha detto che le tre religioni abramitiche non esistono per tollerarsi l’un l’altra, in nome di un rassegnato fatalismo o di un’accettazione superba. Esse esistono per aprirsi l’un l’altra e conoscersi l’un l’altra, in una coraggiosa competizione nel fare il bene l’uno dell’altro.
La sua visita conferma il ruolo dei cristiani in Iraq e l’importanza della coesistenza di tutti i popoli dell’Asia occidentale. Di certo, questa visita darà importanza ai fratelli e sorelle musulmani che cercano il dialogo coi cristiani in Iraq, sottolineando l’eredità religiosa dell’Iraq: cristiana e del misticismo sciita.
Via via che la visita si avvicina, potranno emergere ancora più messaggi.

Card Sako: il Natale dei cristiani e musulmani irakeni, in attesa di papa Francesco

By Asia News

I cristiani irakeni si apprestano a “celebrare due volte il Natale: il primo, con la nascita di Gesù e il secondo con la visita di Papa Francesco”, in una “dimensione di continuità” fra le due feste.
È quanto afferma ad AsiaNews il patriarca caldeo, card Louis Raphael Sako, commentando il viaggio apostolico del pontefice argentino nel Paese arabo ai primi di marzo, fonte di gioia per cristiani e musulmani e “segno di speranza” per i profughi di Mosul e Ninive.
“Nelle omelie delle messe - prosegue il porporato - noi vescovi cercheremo di spiegare il senso della presenza del papa, che è lo stesso del Natale: Gesù nato fuori dalla propria casa, come sfollato, che non perde la speranza e il legame con la famiglia. Per questo bisogna celebrare, perché è anche il ritorno dei cristiani nelle loro terre, nelle loro città, nelle loro abitazioni”. 
“Ho saputo del viaggio a ottobre - ricorda il primate caldeo - e ho avvertito subito una profonda emozione e una grazia enorme. È da un po’, ovviamente in modo riservato, che abbiamo iniziato a lavorare per questa visita con dinamismo e con il cuore”. Certo, prosegue, vi sono ancora diversi dettagli tecnici da delineare, vi è una messa a punto da fare sul piano metodologico e pratico “ma faremo del nostro meglio per accogliere il capo della nostra Chiesa, che è anche un padre per noi”.
Quello di papa Francesco in Iraq sarà un viaggio del dialogo, dell’incontro, della convivenza fra cristiani e musulmani (ed ebrei) all’insegna del legame comune con Abramo, il padre dei credenti, e con la sua terra, Ur dei Caldei.
Fra il 5 e l’8 marzo 2021 il pontefice visiterà anche Baghdad, Erbil (Kurdistan irakeno), Mosul e Qaraqosh nella piana di Ninive, sebbene i dettagli siano ancora da definire considerando pure l’evoluzione della pandemia di Covid-19.
“Nonostante tutte le sfide e difficoltà, non ultima l’emergenza sanitaria causata dal nuovo coronavirus - afferma il card Sako - il pontefice troverà il calore della gente, il loro amore, una accoglienza che sarà fonte di grande emozione”. Sarà inoltre “un conforto per le sofferenze presenti e del passato” e porterà “fiducia nel futuro, oltre a un rinnovato impulso a cambiare in meglio, affrontare e risolvere i problemi, in un’ottica di uguaglianza e di convivenza”.
Inevitabile, al riguardo, il richiamo “all’essere cittadini e fratelli di una casa comune, la Mesopotamia, terra di Abramo, Ezechiele, Giona... molti testi della Bibbia sono ambientati in Iraq, anch’essa come la Palestina una terra santa e fra le Chiese più antiche”. 
Parlando della reazione dei musulmani all’annuncio, il primate caldeo sottolinea che “se possibile, sono ancora più entusiasti dei cristiani: a Ur - spiega - con tutta probabilità si terrà una cerimonia interreligiosa, un rito alla presenza di cristiani, musulmani sciiti e sunniti, yazidi. Abbiamo chiesto che il papa possa fare una tappa a Najaf, con un incontro con [il grande ayatollah] al-Sistani, la massima carica religiosa sciita”.
In passato il pontefice argentino ha compiuto grandi “gesti” con leader sunniti, fra cui la firma dello storico documento sulla fratellanza con l’imam di al-Azhar ad Abu Dhabi nel febbraio 2019. Ora “è tempo di farlo anche con gli sciiti, grazie anche al carisma straordinario di questo papa - afferma il card Sako - per il dialogo, nell’aprire porte che sembrano chiuse. Tutto questo si è visto nell’incontro con il leader degli yazidi o negli appelli a difesa degli uiguri in Cina e dei Rohingya in Myanmar. Egli è un uomo semplice, che non ha paura di andare dritto incontro all’altro e i musulmani ammirano molto questi gesti, ci dicono che è un papa speciale e che tanti passi a compiuto nella direzione del dialogo”. 
In ultimo, una riflessione sul Natale al tempo della pandemia di Covid-19: “Le chiese resteranno aperte - conclude il porporato - e io stesso andrò a visitarle. Abbiamo addobbato gli alberi e celebreremo la festa, pur facendo attenzione alle disposizioni sanitarie sul distanziamento, l’igiene, le mascherine. Il coronavirus non fermerà il Natale, le messe distribuite su più orari, che pure verranno trasmesse in tv e sui social network”.

La gioia di Mons. Warda per il viaggio del Papa in Iraq


 Dopo l’esodo di circa 120.000 cristiani a seguito dell'occupazione di Mosul e della Piana di Ninive nel 2014, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha lavorato a stretto contatto con l'Arcivescovo cattolico caldeo di Erbil, Mons. Bashar Warda, fornendo aiuti d'emergenza ai fedeli brutalmente aggrediti dai jihadisti.
Secondo Mons. Warda, intervistato da ACS, la volontà del Papa di visitare l'Iraq può rivelarsi determinante per salvare dall'estinzione la sua antica comunità cristiana, che da più di 20 anni attende la visita del Successore di Pietro.
Commentando le informazioni secondo le quali la popolazione cristiana dell'Iraq è scesa di almeno l'80%, riducendosi nell’arco di una generazione a meno di 150.000 fedeli, l'Arcivescovo Warda ha aggiunto: «La venuta di Sua Santità sarà foriera di speranza e di salvezza. Siamo un popolo che è stato emarginato fino all’estremo limite. Durante tutto il suo pontificato, Papa Francesco è sempre stato vicino agli emarginati e ora verrà in mezzo a noi per dimostrarlo. Certamente questa visita darà forza e coraggio ai cristiani iracheni per rimanere in patria e ricostruirla». Sottolineando poi l'importanza della visita a Mosul, inserita nell'itinerario del Papa, Mons. Warda ha ricordato che «questa città ha un così grande significato simbolico perché sede di alcuni dei più antichi santuari e monasteri. In mezzo a tanta distruzione, andando lì e in altri luoghi come Qaraqosh nella Piana di Ninive, il Papa lancia un messaggio di speranza».

Archbishop Warda: Pope Francis’ 2021 Visit to Iraq Will Bring Much-Needed Hope

Edward pentin

News that Pope Francis plans to make a historic visit to Iraq in March has filled Christians in the country with “immense excitement and pride,” Archbishop Bashar Warda of the northern Iraqi Diocese of Erbil has said.
 The papal visit, the first ever to Iraq, will come at a time when the ancient Christian community continues to suffer greatly from the fallout of the 2014-2017 Islamic State (ISIS) invasion including unemployment, threats to security and lack of education. The minority Yazidi community has been even harder hit, and the COVID-19 crisis has compounded the challenges.
In email comments to the Register Dec. 7, Archbishop Warda says the Holy Father’s visit will therefore bring Christians “hope, confidence and motivation in that they will never be a forgotten people,” refocusing media attention on their plight and fueling hopes that “such an historic visit will open minds for peaceful coexistence, interreligious dialogue, harmony, and reconciliation.”
 The March 5-8 visit will include stops in Baghdad, the plain of Ur in southern Iraq, the city of Erbil, as well as Mosul and Qaraqosh in the Nineveh Plain. Mosul was a former stronghold of the Islamic State. The visit depends on the state of COVID-19 infections, with the Vatican saying it would “take into consideration the evolution of the worldwide health emergency.” Your Excellency, how important is the Holy Father’s visit to Iraq to you and all the Christians of Iraq?
 Firstly, His Holiness’ visit to any country is always momentous, greatly valued and treasured by all. He comes as God’s messenger of peace, harmony and goodwill to all. His coming to Iraq is already filling our communities with immense excitement and pride. The historic importance of this visit to the Christians of Iraq is immense. It will be a massive lift for a people who have been marginalized and pushed to the very edge of their own existence after 2,000 years. Pope Francis has always been in solidarity with the marginalized, constantly giving them a voice in his prayers, care and support. The world cannot afford for Christianity to disappear from Iraq and the Middle East. We have been here for 2,000 years and we need help. His Holiness’ visit will refocus the media’s attention on us and other ancient minorities like the Yazidis who have suffered greatly, and shed light on our plight to survive into the future.
 What message of hope do you expect he will bring?
His Holiness has given us a message in Advent and it is one to be cherished in expectation of hope and togetherness. For the Christians it will bring them hope, confidence and motivation in that they will never be a forgotten people We hope for all that his presence on such an historic visit will open minds for peaceful coexistence, interreligious dialogue, harmony and reconciliation.

Pope's planned trip to Iraq raises coronavirus worries


Public health experts and Catholic ethicists are expressing concern about Pope Francis' newly announced plan to visit Iraq in March, warning that the trip could facilitate the spread of the coronavirus in a nation with an underdeveloped healthcare system.
Although there is hope that some countries will have vaccination programs well underway by the spring, that is unlikely to be the case in Iraq, where even before the pandemic essential medicines were not always in supply.
In interviews with NCR, medical practitioners and theologians worried about the prospect of a papal visit exposing local organizers and security officials to the virus, or attracting even small-scale crowds, where it could be hard to enforce social-distancing measures.
"You'd be hard pressed to justify this kind of trip," said Howard Forman, a practicing emergency radiologist and director of the health care management program in the Yale School of Public Health.
Forman said that while he appreciates the importance of the pope's ministry, a trip to Iraq "would not be in the best interest of reducing spread."
"They are a country that has had a substantial loss of life and a substantial outbreak," said the healthcare professional, who also teaches healthcare economics. "Even though things seem to be much more under control … you just would be hard-pressed to think that's the right thing to do at this moment."
Jesuit Fr. Andrea Vicini, a moral theologian and medical doctor, said he is concerned the trip may put people at risk of infection who otherwise would not have been.
"The visit of the pope should be a visit that does not put anyone at risk," said Vicini, a professor of moral theology and bioethics at Boston College. "We cannot really have a situation at the moment where there is no risk for the health of those involved."
"During a pandemic, those who suffer the most are those who are more vulnerable," said the theologian, adding: "Do we want to further expose them, for a situation that we are creating?"
The Vatican announced Francis' plan to travel to Iraq Dec. 7, saying the pope expected to be in the country from March 5 to 8 and wanted to visit five cities across the nation. The announcement did not give further details, except to say that the plan "will take into consideration the evolution of the worldwide health emergency."
The trip to Iraq would be Francis' first outside Italy since November 2019. Due to the pandemic, throughout 2020 the pope interrupted a decades-long tradition of pontiffs visiting Catholic communities around the world and pursuing the Vatican's diplomatic goals.
The Vatican press office did not respond to questions sent Dec. 10 about what specific precautions are being planned in terms of preventing the spread of the coronavirus during the papal trip to Iraq.
One knowledgeable source, who asked not to be named as they were not authorized to speak on the matter, said the finalized agenda for the trip would likely see the pope partake in quasi-private events open only to small groups.
The director of the Vatican's health service said Dec. 11 that the city-state will begin providing its small population of residents and staff with new coronavirus vaccines "in the first months" of 2021, raising the possibility that the pope and those traveling with him will be vaccinated in time for the March trip.
Iraq's healthcare system is known to be underfunded and undersupplied. A March Reuters investigation, published just as the pandemic began to affect the country, found that some 85% of the drugs on the country's list of essential medicines were in short supply or unavailable.
Tobias Winright, a professor of health care ethics at St. Louis University, suggested that the Vatican could use its supply of coronavirus vaccines to inoculate people in Iraq the pope plans to meet with. Or, Winright suggested, a Catholic relief agency could be given supplies to inoculate people on behalf of the Vatican.
"If there are plans to meet with larger crowds, perhaps Catholic Relief Services or some other agency supported by Vatican funding could provide and distribute vaccines in advance," said Winright. "Doing so would help save lives and truly serve as an example of peacebuilding."
Although papal trips to predominantly Catholic countries often attract large crowds, Francis' visits to some other nations have been lower-key affairs. When the pontiff traveled to Muslim-majority Egypt in 2017, for example, he moved about in a normal car, and local officials essentially shut off outside access to areas he was in.
But even in such countries, small crowds often gather at Catholic churches the pope visits, with the faithful who are not taking part in the events hoping to at least catch a glimpse of the pontiff.While the Vatican has not yet indicated what specific places Francis might visit in Iraq, Arabic-language outlets have reported that the pope hopes to travel to at least two churches in Baghdad: the Syriac Catholic Cathedral of Our Lady of Salvation, which was the target of a terrorist attack that killed 58 people in October 2010, and the Chaldean Catholic Cathedral of St. Joseph.
Outside Baghdad, the Vatican says Francis hopes to visit the historic city of Ur, said to be the birthplace of Abraham, and the cities of Erbil, Mosul and Qaraqosh. The last two places each suffered under the control of the Islamic State from about 2014 to 2017.
Amnesty International says the Iraqi government's battle to retake Mosul in 2017 displaced some 600,000 civilians and killed nearly 6,000.
Forman said that "nobody should minimize" the importance of the pope visiting such devastated places. But he added that any deaths caused by the coronavirus now, as vaccines are becoming available, would be especially tragic.
"We're so close right now to vaccinating populations that every life that you save right now is no longer an infection deferred but probably an infection avoided, and therefore a death avoided," said the radiologist. "We're so close."

14 dicembre 2020

Iraq Vescovi cattolici: Il mistero del Natale e la visita del Papa fanno fiorire la speranza, anche nei nostri deserti


 
Foto Patriarcato Caldeo
Il popolo iracheno sta attraversando il tempo presente come si attraversa il deserto. Un deserto spirituale e materiale che mette a nudo le fragilità di tutti, compresi i tanti fratelli che “non hanno più sogni da vivere in questo Paese, e fuggono migrando”, Ma proprio questo deserto, abitato da dubbi e paure per un futuro incerto e pieno di minacce, i battezzati sono chiamati a “preparare le vie del Signore”, che nel mistero del Natale ha preso carne umana per far arrivare la Sua salvezza agli uomini e alle donne di ogni tempo.
Lo scrivono i vescovi cattolici in Iraq nel messaggio diffuso a conclusione dell’incontro svoltosi a Baghdad venerdì 11 dicembre. Nel Natale - suggeriscono i vescovi nel loro messaggio – il Signore ci viene incontro e ci dona la sua salvezza attraversando tutti i deserti. Lui può far fiorire la speranza anche in mezzo alle desolazioni di ogni genere che assediano la vita quotidiana degli iracheni e dei popoli del Medio Oriente. Una speranza che potrà essere alimentata anche dal segno dell’annunciata visita di Papa Francesco in terra irachena.
La riunione del Consiglio dei vescovi cattolici iracheni, presieduta dal Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, ha affrontato anche questioni legate alla preparazione della visita papale in Iraq. All’incontro ha preso parte anche l’Arcivescovo Mitja Leskovar, Nunzio apostolico in Iraq. I vescovi cattolici del Paese hanno già messo in agenda due riunioni straordinarie del consiglio, una a gennaio e una a febbraio 2021, per seguire la preparazione del viaggio apostolico dell’attuale Successore di Pietro, in programma dal 5 all’8 marzo 2021. “Ci manca la pace, siamo vulnerabili davanti alle milizie di Daesh e a quelle simili. La pandemia da Covid 19 sta depredando il nostro popolo, paralizzando le nostre capacità e spegnendo le nostre relazioni, che sono l’essenza della nostra umanità. In questo deserto, il Signore chi chiede di preparare le vie, perché sta arrivando il nostro Salvatore. Le nostre preghiere si alzeranno, per chiedere di essere salvati”.

IRAQ: Mons. Seeman saluta calorosamente la notizia del viaggio del Papa

L'Arcivescovo siro-cattolico di Hadiab-Erbil Mons. Nizar Semaan ha salutato calorosamente la notizia del Viaggio del Papa.
In un colloquio con la nostra fondazione pontificia l'Arcivescovo ha esclamato: «Sono felice. Questa è una grande notizia perché credo che l’avvenimento avrà un forte impatto sulla vita dei cristiani in Iraq. La decisione del Papa di visitare il Paese è un segno dell’azione dello Spirito Santo. L’annuncio che il Papa verrà a trovarci dimostra quanto Egli abbia a cuore il cristianesimo in Medio Oriente e soprattutto in Iraq». 
I viaggi progettati dai predecessori di Papa Francesco sono purtroppo falliti. Nel 2000 Papa San Giovanni Paolo II aveva in programma di visitare Ur, ritenuta la città natale di Abramo, ma le trattative con il governo di Saddam Hussein si arenarono e il viaggio non poté proseguire:
«Papa Giovanni Paolo II aveva sperato di venire così come Papa Benedetto ed ora, finalmente, Papa Francesco visiterà il nostro Paese. Ne apprezziamo il significato perché sappiamo quanto sarà difficile, stiamo ancora affrontando l'emergenza COVID, il Papa è anziano e non viaggia molto, quindi la sua presenza sarà ancor più importante e un segno del nostro ruolo all'interno della Chiesa universale».

Voyage du pape en Irak: un nouvel élan pour un pays en ruines

Pauline de Torsiac

Jamais un pape n’a posé le pied sur le sol irakien. François se rendra à Bagdad, dans la plaine de l’Ur, à Erbil, Mossoul et Quaraqosh. Le cardinal Sako, patriarche de Babylone des chaldéens assure Dans un message adressé aux Irakiens, qu’il ne s’agit "ni d'un voyage touristique ni d’un voyage de luxe", mais bien l’occasion pour François d’apporter "un message de réconfort à tous en ce temps d’incertitude".

UN VOYAGE SUR LA TERRE D'ABRAHAM 
Pour le père Olivier Poquillon, dominicain en mission à Mossoul, le Saint-Père vient sur la terre d’Abraham pour apporter un message de paix et d’unité.
"Il ne faut pas oublier que l’Irak c’est aussi la Terre sainte. La première visite du pape va être à Ur, qui est la terre d’Abraham. C’est peut-être un moyen pour le pape de nous rappeler que nous sommes tous chrétiens musulmans, placés face à cet appel de Dieu, appel à la conversion", explique-t-il.

UN MESSAGE D'ESPÉRANCE EN PARTICULIER POUR LES JEUNES 
Le voyage du pape est porteur de paix d’unité et d’espérance dans un pays affaibli par la crise économique, le chômage, la corruption. Message d’espérance tout particulièrement à destination des jeunes. 50% de la population a moins de 20 ans en Irak. Un défi pour les responsables politiques et religieux.
"C’est un défi pour toutes les structures. nous sommes tous appelés à travailler avec eux. La génération des 15-25 ans n’attend pas des solutions toutes faites de l’extérieur. La reconstruction de Mossoul c’est un enjeu majeur d’un point de vue humain", affirme le père Olivier Poquillon.

Faire revivre l’esprit de Mossoul c’est justement l’un des programmes de l’UNESCO financé par les Emirats arabes unis. Il consiste à reconstruire la grande mosquée Al-Nouri, l’ancienne cathédrale syriaque catholique et le couvent des dominicains, Notre-Dame de l’Heure.

Siria e Iraq, cardinale Sandri: date ai giovani un futuro

 Alessandro Di Bussolo e Antonella Palermo 

Incontrarsi in modalità online per fare il punto sulla situazione assai problematica vissuta da diversi Paesi mediorientali, ancora in balìa di guerre e fughe forzate, è uno dei tasselli che vanno a comporre il percorso di avvicinamento al viaggio apostolico di Papa Francesco in Iraq nel marzo prossimo. Il cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, spiega le ragioni di quello che già si preanuncia un atto storico, altamente coraggioso, apripista di sentieri di dialogo e riconciliazione, e ne sottolinea il significato in particolare per chi ha pagato un duro prezzo anche in vite umane:

 Venerdì scorso il predicatore della Casa Pontificia, nella predica dell'Avvento, ci ha ricordato le parole del profeta Isaia: consolate, consolate il mio popolo. Per me questa visita del Papa significa un gesto enorme di consolazione per tutti questi Paesi e popoli che hanno sofferto - l'Iraq, in particolare - la guerra, la persecuzione e l'emigrazione, dover lasciare tutto, soprattutto la popolazione cristiana, ma anche di tutte le religioni e di tutte le confessioni. Le vittime hanno il comune denominatore dei figli di Dio che sono stati soppressi ingiustamente e crudelmente. Questo è veramente un gesto straordinario del Papa che voleva farlo già da tanto. Ricordo che nella riunione della Roaco (Riunione Opere Aiuto Chiese Orientali, ndr) del 2019 il Papa disse: voglio andare in Iraq. E già in quella occasione si aprirono tutte le speranze per questa visita, che porta consolazione, stimolo, incoraggiamento ai Pastori della Chiesa. Dobbiamo inchinarci di fronte ai Pastori che sono rimasti in loco nonostante tutte le difficoltà, nonostante tutte le minacce, gli attentati. Loro sono rimasti lì, sono stati l'esempio di buon Pastore che non fugge. Per tutti i sacerdoti, i religiosi, le religiose, in questo Paese così ricco di storia, a partire da Abramo, dalla Chiesa assira. Questo ha dimostrato la fermezza nella fede e nella tribolazione. Quindi, sarà un gesto di grande consolazione e forza che si estenderà a tutta la realtà sociale, civile, politica di questo Paese perché la consolazione che porta Gesù Cristo, che porta il Papa è per tutti. e soprattutto per quelli che soffrono. Sarà una specie di suono di campane per tutto il Medio Oriente dopo tante tribolazioni che ancora sussistono in Siria, in Libano. Il Papa darà loro l'incoraggiamento a essere in questo contesto uomini di comunione e testimoni dell'amore di Dio.
Lei è stato diverse volte in visita in Iraq. Verrà accolto con favore, anche dai musulmani, Papa Francesco? 
Penso di sì - e non solo per la persona di Papa Francesco, l'uomo disarmato che solo ha le armi dell'incontro, del sorriso, dell'andare verso quelli che hanno più bisogno - perché il Papa si presenta con una carta di identità importantissima: la Fratelli tutti e la Dichiarazione di Abu Dhabi sulla fraternità umana. Come possiamo voler costruire un mondo nuovo di giustizia, pace, di libertà, di rispetto dei diritti umani e della libertà religiosa, se non ci consideriamo fratelli, prescindendo dalla identità religiosa che bisogna mantenere con tutto l'impegno? Quando sono stato in Iraq nel 2019 con tutti i nostri delegati della Roaco per vedere le necessità sul posto, ho potuto apprezzare con quale dignità, rispetto e amore il governo iracheno, ma anche le autorità del Kurdistan e tutti i capi musulmani ci hanno ricevuto. Pensi, che la prima volta in cui sono andato in Iraq, quando sono arrivato a Kirquq - c'erano ancora tanti attentati - il Patriarca Sako, che allora era vescovo, la prima cosa che mi ha fatto fare è stata di visitare una moschea. Sono stato ricevuto dagli iman sciiti e sunniti, ho anche dovuto fare un discorso. Non ho dubbi che il corpo sociale dell'Iraq in tutte le sue componenti, riceverà il Papa con entusiasmo.
 Nel suo intervento alla riunione sull'emergenza umanitaria nell'area tenutosi in Vaticano il 10 dicembre scorso, lei ha ricordato che la ferita dell'emigrazione riguarda soprattutto i giovani. Cosa fare per frenare questa emorragia? 
Si è detto molto chiaramente: è inutile che viviamo con queste sanzioni. Non si possono fare le case nuove. Come possono i giovani trovare lì la sicurezza per il futuro, per gli studi, la formazione di una famiglia? Date ai giovani un futuro. La Chiesa lo dà dal punto di vista della luce che è Gesù Cristo, ma ci devono essere le istanze, nazionali e internazionali, che favoriscano la permanenza. Sono meravigliosi i professionisti in tutti gli ambiti della scienza e della cultura.
 Lei crede che una volta che riusciranno a rientrare, i cattolici potranno contribuire alla rinascita dei loro Paesi? Verrà data loro la possibilità di farlo, in una pacifica convivenza con i musulmani e le altre fedi? 
Io lo spero e me lo auguro. I cristiani che vogliono tornare devono trovare tutte le condizioni di sicurezza per una vita degna. Loro, che forse si sono sistemati attraverso altri familiari emigrati in occidente, dicano 'torniamo'. Ma è evidente che le difficoltà maggiori sono per chi rientra, non per chi va via. Chi rientra lo fa volontariamente. Non sarebbe un Paese di benessere se loro non potessero partecipare alla vita politica. Per questo insistiamo tanto nella Congregazione che dobbiamo dare a tanti giovani la possibilità di formarsi anche nella Dottrina sociale della Chiesa. I laici devono costruire il proprio Paese, la patria, non soltanto ricevere dai capi le indicazioni. Sei tu, cristiano, che dai un contributo, attraverso i principi del Vangelo, alla costruzione di questa società che tutti vogliamo ispirata da Gesù, dalla Fratelli tutti e dalla dignità dell'uomo e della donna, per si viva secondo le proprie credenze e la propria fede.

11 dicembre 2020

Videomessaggio del Santo Padre ai partecipanti all’Incontro (online) sulla crisi umanitaria siriana e irachena promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale


Pubblichiamo di seguito il testo del Videomessaggio che il Santo Padre invia ai partecipanti all’Incontro (online) che ha luogo oggi pomeriggio sulla crisi umanitaria siriana e irachena, promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, al quale sono presenti una cinquantina di organismi di carità cattolici, rappresentanti degli episcopati locali e delle Istituzioni ecclesiali e Congregazioni religiose che operano in Siria, Iraq e nei Paesi limitrofi, oltre ai Nunzi apostolici dell’area: Videomessaggio del Santo Padre 

Cari amici,
è con gioia che vi rivolgo questo saluto affettuoso durante questo incontro organizzato dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, insieme ad altre istanze della Santa Sede, per discutere e riflettere sui gravissimi problemi che ancora oggi affliggono le amate popolazioni di Siria, Iraq e Paesi limitrofi. Ogni sforzo - piccolo o grande - fatto per favorire il processo di pace, è come mettere un mattone nella costruzione di una società giusta, che si apra all’accoglienza, e dove tutti possano trovare un luogo per dimorare in pace. Il mio pensiero va soprattutto alle persone che hanno dovuto lasciare le proprie case per sfuggire agli orrori della guerra, alla ricerca di condizioni di vita migliore per sé e per i propri cari. In particolare, ricordo i cristiani costretti ad abbandonare i luoghi dove sono nati e cresciuti, dove si è sviluppata e arricchita la loro fede. Bisogna fare in modo che la presenza cristiana, in queste terre, continui ad essere ciò che è sempre stata: un segno di pace, di progresso, di sviluppo e di riconciliazione tra le persone e i popoli. In secondo luogo, il mio pensiero va ai rifugiati che vogliono rientrare nel loro paese. Rivolgo un appello alla comunità internazionale, perché si faccia ogni sforzo per favorire questo rientro, garantendo le condizioni di sicurezza e le condizioni economiche necessarie perché ciò si possa avverare.
Ogni gesto, ogni sforzo in questa direzione è prezioso. Un’ultima riflessione sull’opera delle agenzie cattoliche che sono impegnate negli aiuti umanitari. Un pensiero di incoraggiamento a tutti voi, che, sull’esempio del Buon Samaritano, vi adoperate senza riserve per accogliere, curare, accompagnare i migranti e gli sfollati in queste terre, senza distinzione di credo e di appartenenza. Come ho avuto modo di dire tante volte, la Chiesa non è una ONG.
La nostra azione caritatevole dev’essere ispirata dal e al Vangelo. Questi aiuti devono essere un segno tangibile della carità di una Chiesa locale che aiuta un’altra Chiesa che sta soffrendo, tramite questi mezzi meravigliosi che sono le agenzie cattoliche di aiuto umanitario e di sviluppo.
Una Chiesa che aiuta un’altra Chiesa!
 Per terminare, voglio farvi sapere che quando vi trovate a operare in questi luoghi, non siete soli! Tutta la Chiesa si fa uno, per andare incontro all’uomo ferito incappato nei briganti lungo il cammino da Gerusalemme a Gerico. Nel vostro lavoro, vi accompagnerà sempre la mia benedizione, che oggi vi impartisco volentieri, perché questo incontro porti nei vostri Paesi frutti abbondanti di prosperità, di sviluppo e di pace, per una vita nuova.
 Grazie!

Dove è nata la fede di Abramo

By L'Osservatore Romano 
Fernando Filoni Cardinale gran maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, già nunzio apostolico in Iraq dal 2001 al 2006

Papa Francesco, con annuncio sorprendente, sebbene atteso, ha rivelato nei giorni scorsi di accogliere l’invito rivolto dalle autorità irachene di visitare la terra di Abramo nei primi giorni di marzo. Un viaggio molto atteso sia dagli iracheni, sia dal Pontefice che per vari motivi aveva dovuto procrastinarlo. La notizia ha suscitato viva emozione. Molti in Iraq hanno pianto, mi è stato riferito. Ne sono emozionato anch’io, avendo condiviso con quel nobile popolo e in particolare con i cristiani, vita, drammi e speranze negli ultimi vent’anni.
L’Iraq non è un Paese qualsiasi. La Mesopotamia è stata culla di civiltà antiche di straordinaria bellezza (Sumeri, Babilonesi, Assiri): qui si ebbe la prima codificazione scritta di leggi (Codice di Hammurabi); qui è nata la fede di Abramo, hanno predicato e si ritengono sepolti vari profeti (Ezechiele, Giona, Nahum); qui è fiorita la prima evangelizzazione attribuita all’apostolo Tommaso; qui si è sviluppata la Chiesa d’Oriente che estese la sua feconda presenza lungo il Golfo Persico fino all’India, all’Afghanistan e all’antica Cina (la “Stele di Xian” ne porta inciso il credo); qui l’islam fece una delle sue prime conquiste e conobbe la prima drammatica divisione tra sunniti e sciiti; qui la pur non facile convivenza di conquistatori e conquistati produsse l’incontro tra le civiltà arabo-greco-cristiana che ha avuto tanta parte nella civiltà del Mediterraneo; qui sono nate eresie e grandi opere teologiche, grandi santi e scrittori sacri. I cristiani che finora l’hanno abitata sono eredi di una storia gloriosa, non sempre ben conosciuta.
Geo-politicamente l’Iraq è una terra “cerniera” tra il Medio Oriente e l’Asia centro-occidentale. La fertilità per i due grandi fiumi che l’attraversano e le ricchezze petrolifere sono state all’origine di grandi benedizioni, di guerre e sofferenze. Il Papa troverà nelle pieghe di questa terra, intrisa dal sangue per innumerevoli conflitti, una storia che pesa sulle spalle delle popolazioni che la abitano.
La presenza cristiana, nel corso degli ultimi cento anni è gradualmente e drammaticamente diminuita. Fino a pochi decenni fa era concentrata a Baghdad (che in quanto capitale offriva maggiori possibilità di lavoro), nella Piana di Ninive (Mosul, antica Assiria) e nel Kurdistan settentrionale — dove i missionari domenicani toscani composero il primo vocabolario e la prima grammatica curda (1787). Si tratta di comunità sopravvissute a secoli di adattamenti, di convivenze non facili, di pressioni autoritarie, di imposte e gravami, di induzioni matrimoniali e divieti, di discriminazioni e di odi, di intolleranze e di invidie e, negli ultimi tempi, anche di persecuzioni (cfr. La Chiesa in Iraq. Storia, sviluppo e missione, dagli inizi ai nostri giorni, Libreria editrice vaticana, 2015). La storia di questa terra è un intreccio di persone e di avvenimenti. E quella di oggi non prescinde da quella di ieri.
Papa Francesco porterà con sé una novità. La possibilità di una convivenza fondata su quella fratellanza che ha voluto sottoscrivere ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019. Non è secondario che ciò avvenga dopo quell’evento e che porti quei principi di convivenza di cui la terra di Abramo, l’Iraq di oggi ha assolutamente bisogno. La Chiesa cattolica (caldea, sira, armena, latina), ma anche d’Oriente si è fatta portavoce, insieme a tante minoranze, della necessità di una convivenza rispettosa di tutti i cittadini al di là della professione di credo di ciascuna.
Il 20 agosto 2014, nel tardo pomeriggio, Papa Francesco mi concedeva un’udienza al mio ritorno dall’Iraq dove mi aveva inviato dieci giorni prima come suo rappresentante per essere vicino e per manifestare la solidarietà della Chiesa alle migliaia di cristiani e di altre minoranze che i terroristi dell’Isis avevano cacciate, spogliate di ogni avere, da Mosul e dalla Piana di Ninive; gli raccontai la terribile situazione delle innumerevoli famiglie che sostavano smarrite lungo le strade o appena accomodate in qualsiasi luogo che avesse potuto offrire ospitalità: chiese, scuole, giardini, edifici in costruzione. Ovunque si organizzavano cucine, bagni, piccole infermerie per anziani e ammalati. Una generosità incredibile. Avevo sentito storie di persone che avevano perso tutto, episodi di tremende uccisioni, racconti di violenze su giovani donne sequestrate e vendute nei mercati, di bambini separati dai genitori; avevo condiviso le ansie e le preoccupazioni dei capi Yazidi che parlavano di violenze inenarrabili; avevo visitato il fronte militare nord-occidentale dei peshmerga a poche centinaia di metri dalle linee dell’Isis. Le autorità curde erano state assai generose nell’aiutare e organizzare la resistenza; chiedevano che i cristiani non abbandonassero la loro terra, riconoscendo che «avevano il diritto nativo di viverci». Fu la prima volta che lo dicevano, secondo quanto mi raccontavano i vescovi. Ne riferii, non senza profonda emozione al Papa, assai colpito, da quella narrazione. Tornai in Iraq per la Pasqua del 2015; volevo che quella popolazione sapesse che non l’avevamo dimenticata. L’aeronautica militare italiana mi aiutò a portare seimila “colombe pasquali” per le famiglie, dono di famiglie della diocesi di Roma. Fu un momento di gioia e di amicizia.
Avevo imparato ad amare il popolo iracheno e le sue comunità cristiane nei cinque anni di servizio quale rappresentante diplomatico della Sede apostolica in Iraq. Furono anni difficili; la caduta di Saddam Hussein aveva portato il caos e la comunità cristiana divenne oggetto di feroci attentanti, di uccisioni, di confisca di case e di beni; chi poteva fuggiva. I vescovi, il clero e i religiosi e le religiose, tutti abbiamo condiviso il dramma dei bombardamenti e della guerra. Questo aveva cementato la stima e l’affetto.
La visita pastorale del Papa sarà un’iniezione di incoraggiamento, perché l’Iraq divenga un Paese di civile e rispettosa convivenza. Ricostruire la fiducia è fondamentale. Come ebbe a dire l’arcivescovo latino di Baghdad, monsignor Jean Benjamin Sleiman, è necessario che i cristiani, rinvigoriti nella fede, non debbano comportarsi come una minoranza che si affanna a raggiungere la storia che apparentemente li ha lasciati indietro, ma devono ripartire dal concetto di patria comune, di cittadinanza senza connotazioni e dalla Carta dei diritti dell’uomo, dal bene collettivo e da una organizzazione moderna e razionale. Aggiungo: il Documento di Abu Dhabi può aiutare a raggiungere questo fine: sia tra musulmani per superare la profonda divisione tra sunniti e sciti, sia tra l’islam e il cristianesimo, senza ignorare le tante piccole minoranze che abitano questa straordinaria terra di Abramo.