"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

2 dicembre 2006

Ambasciatore iracheno presso la Santa Sede non critica gli USA, due vescovi lo fanno.


L’Ambasciatore iracheno presso la Santa Sede ha riconosciuto la situazione di violenza crescente nel suo paese, ed ha rivolto un appello perchè la comunità internazionale dia un aiuto alla sua stabilizzazione.

"Siamo molto preoccupati" circa il crescente numero di vittime civile, ha dichiarato Albert Yelda in un’intervista rilasciata il 30 di novembre al Catholic News Service. "Arrivare alla democrazia ed alla stabilità nel paese è un processo lungo, ed abbiamo bisogno dell’aiuto delle forze multinazionali che stanno svolgendo un ottimo lavoro."
Yelda ha anche ammesso l’esistenza di un processo di pulizia etnica in atto nel paese: "I cristiani hanno paura per le proprie vite così come le altre minoranze intrappolate in questo processo."
"Gli elementi di destabilizzazione sono persone che hanno perso la propria influenza quando Saddam Hussein fu rovesciato nell’invasione a guida USA del 2003" ha aggiunto "ed il regime delle fosse comuni è ancora all’opera, forse con una dimensione religiosa" intendendo che la violenza, le uccisioni e le minacce sono ora basate sulle divisioni religiose piuttosto che sul capriccio personale di un dittatore.
"E’ molto importante perseguire un progetto di riconciliazione nazionale e che tutte le fazioni ed i partiti diventino parte del processo politico" ma "la costituzione di un governo democratico, federale e laico richiederà molto tempo e molte idee diverse" ha aggiunto Yelda facendo riferimento anche alla questione degli sfollati interni. (Secondo le statistiche delle Nazioni Unite alemno 2500 famiglie risultano dislocate in 13 delle 18 province irachene) "Durante i 35 anni di regime di Saddam Hussein 4 milioni di iracheni sono fuggiti, ora, a causa della guerra e della instabilità le forze del male sono di nuovo al lavoro 24 ore su 24, per destabilizzare (il paese) e fare altrettanto danno per cercare di recuperare il potere."
"La presenza di una forza militare non è la causa della violenza in Iraq" ha dichiarato Yelda, "sicuramente nessun iracheno vuole che il suo paese sia occupato da una potenza straniera, e credo che siano stati commessi molti errori quando l’Iraq fu liberato, ma criticando questi errori non otterremo nulla."

Due vescovi caldei residenti negli Stati Uniti hanno però una visione più cupa della situazione irachena.

"La situazione è sotto tutti gli aspetti terribile. E’ una guerra civile o è il suo inizio" ha dichiarato Monsignor Ibrahim Ibrahim dell’Eparchia Caldea di San Tommaso Apostolo, Southfield, Michigan, un sobborgo di Detroit. "L’intero paese è in difficoltà – musulmani, cristiani, curdi."
Monsignor Ibrahim ha confermato che i cristiani stanno lasciando i loro quartieri e le città in cui vivono per trasferirsi nel Kurdistan – la regione irachena settentrionale – o nella Piana di Ninive. "Non possono lasciare il paese perchè non hanno i mezzi per trasferirsi nei paesi limitrofi." Monsignor Ibrahim ha anche aggiunto, nel corso di un’intervista telefonica del 30 novembre, che il governo USA ha "la maggiore responsabilità per il deterioramento della situazione."
"Ad esso (il governo USA) spetta il compito di garantire la sicurezza, della ricostruzione, delle riforme." Secondo il diritto internazionale, ha ricordato il vescovo, "il paese occupante è responsabile di quello occupato" ma "gli iracheni non sono in grado di decidere da soli, e se anche potessero non sarebbero liberi di farlo. Gli americani devono dare la loro approvazione. Che cosa significa ciò? Che gli americani hanno l’ultima parola su qualsiasi decisione."

"E’ tragico e doloroso" ha dichiarato Monsignor Sarhad Y. Jammo, della Eparchia Caldea di San Pietro Apostolo, in El Cajon, California, al Catholic News Service il 30 novembre.
"I cristiani iracheni non hanno mezzi per sopravvivere, persino a Baghdad o in altre città. Non possono andare al lavoro o a scuola. Sono minacciati nei loro quartieri, nelle loro case. Vengono rapiti per il riscatto, per essere torturati, perchè si convertano all’Islam. Vengono uccisi. A volte vengono minacciati di morte se non si convertono, o devono pagare i loro vicini per il solo fatto di essre cristiani."
"Sebbene penso che nessuno avrebbe obiettato al cambio di regime" ha aggiunto Monsignor Jammo "il suo collasso non è stato un successo. Non so se la pianificazione sia stata completamente inadeguata o mal disegnata."

Tradotto ed adattato da Baghdadhope