"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

26 marzo 2019

Un ponte di amicizia tra Italia e Iraq. Intervista al Card. Sako


Un ponte di amicizia tra Italia e Iraq
Con la settima edizione del Premio San Zosimo I quest’ anno l’Associazione Reatium ha veramente superato i confini. Infatti la statuetta rappresentante il romano pontefice che fu Papa tra il 417 e 418 è stata consegnata nelle mani del cardinale Louis Raphael Sako Patriarca dei Caldei di Babilonia e arcieparca metropolita di Babilonia. L’effige quasi a ripercorre le strade delle prime evangelizzazioni dell’oriente sarà in Iraq dove il Cardinale, sono le sue parole, la custodirà come segno di pace e di amore. Due parole che l’illustre ospite ha più volte ripetuto sia al momento della consegna del premio che nell’omelia della messa solenne di domenica 17 marzo.
Arrivato in parrocchia venerdì 15 con il suo Vicario e vescovo ausiliario, ha presieduto la via Crucis dedicandola ai cristiani perseguitati in Oriente e commentata da gruppi parrocchiali. Ma il momento più toccante è stato sabato sera quando, dopo il benvenuto del Sindaco, il saluto dell’assessore alla cultura, l’intervento del presidente Stefano Cropanese con la lettura della motivazione del premio, l’opera scultorea di Carlo Cistaro è passata dalle mani di don Aurelio Pagani a quelle del Patriarca che l’ha accolta baciandola. Il battimani che ne è seguito, ripetutosi alle parole di ringraziamento di Sua Beatitudine è stato la
dimostrazione di come la comunità abbia apprezzato questa apertura di amore verso quei nostri fratelli che ancora sono perseguitati. Hanno resa vivace la cerimonia il coro “Voci bianche sul Ceresio”, quello polifonico “di Giorgio Quaglia” e la violinista Carpengo. I gruppi hanno chiuso la serata con simposio assieme ai due ospiti. Domenica 17 è stato sempre il
cardinale Sako al centro della concelebrazione Eucaristica, animata dal coro polifonico locale e dall’organista Matteo Marelli.
Ancora una volta ringraziando per l’accoglienza riservatagli ha salutato tutti dicendo che porterà nel cuore questi giorni come testimonianza di fede e di speranza.
Ni. Sa.

 
INTERVISTA AL CARDINAL SAKO
Michele Luppi

«Guardate ai martiri iracheni e non abbiate vergogna di essere cristiani»

“Fin dal suo primo arrivo tra di noi, dalle sue parole e, ancora più, dai suoi occhi, abbiamo capito come ci trovassimo di fronte ad
una persone che ha pianto tanto, ha tanto sofferto. Abbiamo toccato con mano cosa vuol dire essere una Chiesa perseguitata”.Così don Aurelio Pagani, parroco della Comunità dei Quattro Evangelisti di Lavena Ponte Tresa, descrive l’incontro con il patriarca della Chiesa caldea, card. Louis Raphael Sako, arrivato a Lavena Ponte Tresa alla fine della scorsa settimana per ritirare il premio San Zosimo I.
Approfittando di questa visita, la prima del cardinale
in Diocesi di Como, e grazie alla sua grande disponibilità, abbiamo raggiunto il patriarca sulle rive del Ceresio per farci raccontare, dalla viva voce di un testimone, travagli e speranze della Chiesa irachena.

Eminenza, partiamo dalla cronaca recente e dalle notizie che arrivano da Siria e Iraq. Possiamo dire che l’Isis è davvero
sconfitto?

“È stato sconfitto militarmente, ma la sua minaccia è ancora molto forte. Oggi realtà come l’Isis e Al-Qaeda non hanno potere
militare, ma come pensiero sono ancora molto diffusi e continueranno ad esserlo fino a quando non saranno estirpate le radici: da una parte il materialismo e certi atteggiamenti dell’Occidente (il riferimento è all’invasione dell’Iraq del 2003 ndr), a cui certe ideologie si oppongono, dall’altro la corruzione dei regimi in Medio Oriente e la povertà e mancanza di prospettive in cui molti giovani sono costretti a vivere”.

Durante la visita ad Abu Dhabi è stata firmata dal Santo Padre e dal grande Imam di Al Azhar, Sheikh Ahmed al Tayyeb,
una dichiarazione congiunta sulla Fratellanza universale in cui vi è stata una condanna unanime della violenza. Come è stata accolta da voi questa firma?

“Molto positivamente sia dai cristiani che dai musulmani, vittime essi stessi di un’ideologia che ha distrutto l’immagine della loro
religione. È stato ribadito con forza come il fondamentalismo non abbia futuro: solo il dialogo civile, responsabile, può risolvere i
problemi tra gli uomini. Ma ad Abu Dhabi non c’è stata solo la dichiarazione congiunta; mi piace ricordare la messa celebrata dal Papa e seguita da milioni di musulmani. Per loro questa è stata un’occasione per conoscere come i cristiani pregano, scoprirne la liturgia – gli inni, le preghiere, le letture – una sinfonia di cui non avevano idea”.

Crede che questo sia stato più importante della dichiarazione stessa?

“Sì, perché da parte dei musulmani ci sono spesso sospetti nei confronti dei cristiani e questa visita li ha spazzati via, dando loro
una vera conoscenza della nostra liturgia”.

Nella dichiarazione si afferma che nessuna religione debba considerarsi minoranza. Cosa significa per voi?

“Significa che i cristiani non devono essere discriminati in Medio Oriente. Siamo nella nostra terra da prima dell’arrivo dell’Islam
per questo non possiamo essere considerati cittadini di seconda classe. Dobbiamo avere gli stessi diritti e doveri di tutti. Per questo crediamo nella necessità di fondare uno stato sulla cittadinanza, non sulla religione. La religione è un fatto personale tra il credente e il suo Dio, non deve entrare nella gestione della società”.

In che cosa i cristiani sono discriminati?

“I nostri fratelli musulmani pensano che la loro religione sia la prima religione, vera e completa e le altre siano di seconda classe.

Questo non si può fare, questo è sbagliato. Ripeto sempre: se vogliamo un futuro migliore per tutti dobbiamo avere un regime civile che rispetta i valori religiosi di tutti ma che è basato sulla cittadinanza e uguaglianza di tutti i cittadini.”

Lei è stato tra i primi rappresentanti religiosi a tornare a Mosul dopo la caduta dell’Isis. Cosa ha provato?

“Sono tornato quattro volte dopo la liberazione, sia a Mosul che nei villaggi della Piana di Ninive. A Mosul ho trovato da parte dei
musulmani, soprattutto giovani, una forte reazione contro l’Isis. E’ stato proprio un gruppo di giovani musulmani a preparare una chiesa rovinata – tutte le chiese di Mosul sono state danneggiate dall’Isis, alcune anche del 5° secolo - perché potessi celebrare la messa di Natale (2017 ndr). Stanno nascendo tante attività tra giovani cristiani e musulmani. In città oggi ci sono cento famiglie già rientrate ed è stato eletto vescovo caldeo il padre domenicano Najib Mikhael Moussa che si muove tra la città e i villaggi della Piana di Ninive. Purtroppo l’attacco contro l’Isis in Siria ha portato alcuni membri del gruppo a tornare in Iraq e la gente ha paura, ma si cerca di tornare alla normalità”.

Come procede la ricostruzione dei villaggi cristiani della Piana di Ninive (a cui anche la nostra diocesi ha dato un
piccolo contributo la scorsa quaresima grazie ad ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’ ndr)

“Sedicimila famiglie sono già rientrate nei villaggi e molte case e servizi (scuole, chiese ecc) sono state restaurate, grazie al
sostegno di tanti donatori. Per questo devo ringraziare di cuore tanti fratelli cardinali, vescovi e laici di ogni parte del mondo. Oggi però ci vuole un appoggio ancora più forte per aiutare i cristiani a continuare la loro vita, dando il loro contributo ad un Iraq migliore”.

Tanti cristiani continuano però ad emigrare…

“Tante famiglie sono spaccate tra chi vive in Iraq e chi è già andato all’estero. E questa è un’attrazione forte per chi resta qui.

Abbiamo sofferto molto come cristiani, ma siamo convinti che abbiamo una vocazione e anche una missione. Non possiamo dimenticarlo, non siamo in Iraq per azzardo, queste sofferenze hanno un senso e un valore.

C’è stata una storia di martirio che l’ha colpita particolarmente?

“Sono tante: dal 2003 ad oggi abbiamo avuto 1225 martiri cristiani. Penso al vescovo di Mosul Faraj Rahho, ucciso nel 2008. Ma
vorrei ricordare soprattutto le famiglie della Piana di Ninive costrette a fuggire dalle loro casa in una notte, senza poter portare nulla cosa sé, nemmeno i documenti. Potevano rinnegare la loro fede e restare. Hanno scelto di lasciare tutto”.

Quali sono oggi le sfide della Chiesa irachena?

“La più grande è tenere questi cristiani sul posto e incoraggiare gli altri a tornare. Ma c’è anche un’attività molto positiva per il
dialogo islamo-cristiano con sunniti e sciiti: c’è un’intesa perfetta fra noi, per preparare un terreno appropriato per una vera e pacifica convivenza”.

Come vede il futuro dell’Iraq?

“C’è una reazione quasi totale contro tuto ciò che abbiamo vissuto dal 2003 fino ad ora e c’è una volontà per il cambiamento.

Anche le autorità mussulmane parlano di un regime civile e condannano violenza e corruzione. Il momento è giusto ma tutti devono lavorare insieme”.

Guardando al Medio Oriente siete preoccupati per le tensioni ancora presenti?
“Siamo preoccupati per i grandi interessi che stanno dietro il commercio delle armi e del petrolio, questo è il guaio. L’Occidente deve intervenire per aiutare questi Paesi ad avere regimi democratici, aperti, non solo per perseguire i propri interessi economici”.
Crede che noi cittadini europei dovremmo fare di più..

“I cristiani non devono avere vergogna di dire che sono cristiani. La secolarizzazione non deve banalizzare i valori religiosi e
morali; questo è il più grande pericolo dell’Occidente, la perdita dei valori spirituali, per far posto solo all’economia. L’invito è a
guardare l’esempio dei cristiani del Medio Oriente che hanno pagato caro la loro fedeltà, fino a offrire il sangue dei loro martiri”.

25 marzo 2019

Baghdad. La speranza di convivenza in una piccola chiesa. Mosul. Solidarietà della chiesa caldea alle famiglie delle vittime del traghetto affondato

By Baghdadhope*

Foto Patriarcato Caldeo
A partire dalla guerra all'Iraq del 2003 molte chiese sono state distrutte a causa delle violenze imperversate nel paese dopo la caduta del regime, e culminate in quelle operate dall'ISIS a Mosul e nella vicina Piana di Ninive. Molte chiese sono state temporaneamente chiuse per motivi di sicurezza e molte per mancanza di fedeli, emigrati altrove nel paese o all'estero. E' questo il caso della chiesa della Vergine Maria Benedetta appartenente alla chiesa caldea. La chiesa, chiesetta sarebbe più giusto date le ridotte dimensioni, è  sita nell'ormai centrale quartiere di Camp Gailani, costruito nel 1920 quando la chiusura da parte delle truppe britaniche del campo di Baquba, che due anni prima aveva accolto profughi di fede cristiana provenienti dalle regioni turche ed iraniana, aveva costretto centinaia di famiglie a dover trovare un'altra sistemazione.
La proprietà del terreno su cui sorse il campo era di una famiglia musulmana, la famiglia Shubarji, che ne affittò e ne vendette i lotti ai nuovi arrivati destinandone uno in uso alla costruzione di una chiesa come luogo dove pregare Dio. La chiesa caldea della
Vergine Maria Benedetta fu eretta nel 1921 proprio sul terreno concesso in comodato d'uso dalla famiglia Shurbaji, e fu seguita dalla costruzione di una scuola primaria gestita dalle suore caldee e che accoglieva anche bambini appartenenti a chiese non cattoliche.
Per quanto negli anni la presenza cristiana nell'area si consolidò tanto da arrivare alla costruzione di altre quattro chise di diverse confessioni essa iniziò gradualmente a diminuire e nel 1998, ad esempio, per quanto riguarda le famiglie caldee sembra ne vivessero a Camp Gailani solo 97. 
La situazione precipitò poi dal 2003, a tal punto che il Patriarcato Caldeo ha deciso, per mancanza di fedeli, di restituire il terreno ad un membro della famiglia Shubarji.
Interpellato a proposito da Baghdadhope il Patriarca Caldeo, Mar Louis Raphael I Sako, ha confermato come con 29 parrocchie da mantenere nella sola Baghdad il destino della piccola chiesa senza più fedeli sembrava segnato: costruita nel 1921 con materiali poveri e scadenti il suo restauro sarebbe troppo oneroso.
Una decisione pratica che si è però scontrata contro la volontà espressa dagli abitanti musulmani dell'area di preservare la piccola chiesa come segno di pacifica convivenza tra le diverse religioni. "Hanno inviato una lettera al Patriarcato" ha spiegato Mar Sako "e non solo hanno chiesto che la chiesa non venga distrutta ma si sono anche offerti di contribuire per il suo restauro." 
"Ora aspettiamo la decisione della famiglia Shubarji che ancora possiede il terreno su cui è la chiesa" ha continuato il Patriarca, "ma non possiamo non essere felici per il segnale datoci dagli abitanti musulmani di Camp Gailani. Chiederci di preservare la chiesa e magari aiutarci a restaurarla è un segno bellissimo che ci fa ben sperare per il futuro."
Un segno di convivenza e rispetto reciproco che si sposa con quelli compiuti dallo stesso patriarca caldeo che ha espresso pubblicamente il proprio dolore per il disastro del traghetto affondato a Mosul in una lettera aperta agli abitanti della città, ha disposto che in tutte le chiese caldee di Baghdad si pregasse per le vittime in occasione delle messe di ieri, domenica 24 marzo, e domani si recherà a Mosul
con i suoi vescovi ausiliari per una cerimonia di ricordo delle vittime cui seguirà la deposizione di fiori e candele nella chiesa dedicata a San Paolo, e per portare concreta solidarietà alle famiglie delle vittime cui la chiesa caldea donerà 20.000 dollari.  


22 marzo 2019

Il cordoglio del Santo Padre per le vittime del naufragio di un traghetto sul fiume Tigri a Mosul

By Sala Stampa Santa Sede

Pubblichiamo di seguito il telegramma di cordoglio per le vittime del naufragio, avvenuto ieri, di un traghetto sul fiume Tigri a Mosul, in Iraq, inviato a nome del Santo Padre Francesco alle Autorità ecclesiastiche e civili locali dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin:
Telegramma
His Holiness Pope Francis was deeply saddened to learn of all who lost their lives following the tragic sinking of a ferry in the Tigris River in Mosul. Expressing his prayerful solidarity with those who mourn, His Holiness commends the deceased to the mercy of the Almighty, and prays for the local authorities and emergency personnel. Upon the whole Iraqi nation Pope Francis invokes the divine blessings of healing, strength and consolation.

Cardinal Pietro Parolin
Secretary of State

Leggi: Asia News

Mosul, lutto nazionale per la tragedia del battello affondato. Quasi 100 morti

20 marzo 2019

Un mosaico della madonna dell’Iraq nella Basilica dell’Annunciazione

By Christian Media Center (Terrasanta.org) 



La Basilica dell’Annunciazione a Nazaret espone intorno al suo cortile diverse immagini della Vergine Maria. Esprimono così la devozione e l’affetto di vari popoli e culture alla Madre di Gesù. Il 13 marzo, un nuovo mosaico della Madonna dell’Iraq è stato benedetto da Mons. Alberto Ortega, nunzio apostolico per la Giordania e l’Iraq.
S.E.Mons. Alberto Ortega Martin, Nunzio Apostolico per la Giordania e Iraq
“É molto bello benedire questa madonna dell’Iraq così che sia presente qui in Terra Santa a Nazaret. Una madonna di un paese che è molto legato e che fa anche parte della Terra Santa, lì dove tutto è cominciato, l’Iraq. É una occasione per mettere sotto la protezione della madonna tutti i cristiani iracheni che hanno vissuto momenti difficili ma che, grazie a Dio, stanno superando una grande prova. Chiediamo per tutto l’Iraq per tutta la popolazione la pace in questo paese.”
La cerimonia è avvenuta alla conclusione della riunione dell’Assemblea degli Ordinari di Terra Santa che vi hanno partecipato. Oltre a loro, una presenza speciale e commovente è stata quella di un gruppo di pellegrini iracheni emigrati in Olanda.
Haytham Amrawi Guida turistica iracheno - Olanda “Oggi ho provato una grande gioia perché abbiamo partecipato a questa benedizione. É stato una coincidenza perché eravamo di passaggio. Non ci sono molte cose che diano senso alla nostra vita quanto la nostra grande Madre, la Vergine Maria.” “Regina della Pace” - é uno dei titoli con il quale è invocata la madonna da tanti pellegrini. Ora, con il nuovo mosaico, avranno una presenza in più per chiedere la sua intercessione.
Fr. Francesco Patton, ofm Custode di Terra Santa “Da qui da Nazaret, del luogo dove è avvenuta l’incarnazione del figlio di Dio, quello che noi chiediamo è che Maria stenda il suo manto materno, lei che è la madre del figlio di Dio, ma anche madre della Chiesa, che stenda il suo manto sui cristiani del Iraq.”

19 marzo 2019

For Chaldeans who fled Iraq, New Zealand attacks brought back memories

By Catholic News Service
Michael Otto

The St. Addai Chaldean Catholic community in suburban Auckland felt the impact of the Christchurch mosque killings with a special poignancy, because many members have experienced the sufferings inflicted by terrorism.
"There is a lady in my community -- they beheaded her son in front of her," Chaldean Father Douglas Al-Bazi told NZ Catholic. "Another man, they killed his parents in front of him."
Father Al-Bazi, who was kidnapped for nine days by Islamic militants in 2006 in Iraq, suffering serious injuries -- including being shot in the leg by an assailant wielding an AK-47 -- said that when he heard of the events in Christchurch, he was "really angry."
"There were thousands of questions in my head, and also for my people," he said.
He said he told his parishioners that "we fully understand as Iraqi people, especially Christian, we really understand" the pain, "because we are survivors of genocide, systematic genocide."
"I am still shocked, me and my people, how this could happen here in New Zealand," he added.
Father Al-Bazi said people at his church have said they are scared in the wake of the events in Christchurch, fearful of revenge attacks.
"I told them, no, this is not the time to be scared. It is the time to be united. So, show your happiness, show we are brave, and we have to tell the people how to be calm. Because already, we have had that experience. So, we have to guide people to tell them."
Parishioners placed a floral tribute with a message of support in Arabic outside a local mosque the day after the shootings.
Father Al-Bazi said most of his community came to New Zealand seeking a safe place, and the violence that happened in Christchurch is unacceptable.
"I don't know what we can do for those survivors, for those relatives, the only thing we can do is pray for them and say, 'This is not New Zealand.'"
At the end of Mass March 18, everyone at St. Addai Church sang the national anthem, "God Defend New Zealand" in Maori and in English.
Police were stationed outside the church and told Father Al-Bazi, "It is for your protection." The priest said he asked the officers to park a little down the road, so as not to alarm Massgoers.

18 marzo 2019

Iran’s furtive occupation of Iraq’s Christian communities

By The Jerusalem Post
Lela Gilbert

In November 2014, I visited the devastated survivors of Islamic State’s genocide who were sheltering in Erbil, Kurdistan (Iraq). I heard personal accounts of the horrifying night – just three months before – when ISIS surged into neighborhoods, forced their way into houses, confiscated cash and jewelry, stripped residents of passports, deeds, even bottled water and forced them out of town.
Those who resisted were shot; some women and girls were raped and kidnapped. Thousands of Christians walked for miles. Those who survived the ordeal found their way to Erbil.
That’s where I caught up with them. When I arrived, countless evacuees languished in abandoned buildings, tent cities and vacant, unheated rooms in churches and schools where they were barely surviving.
Some of them cherished hopes of starting over in distant lands, far removed from the fears of violence that haunted Iraq. Others yearned to return to their homes and churches in their ancestral Christian heartland.
But as summer turned to autumn and the night wind blew cold, it became increasingly clear that whatever hopes those heartsick escapees cherished, their dreams of returning to their ISIS-occupied homes anytime soon had crumbled into dust.
In November 2016, two years after my visit to Iraq, I video-interviewed Fr. Benham Benoka, a Syriac Catholic priest from the Christian town of Bartella. By then, Bartella had been liberated from ISIS, but Benham remained in Erbil.
“Bartella is liberated, but not free,” he told me.
Along with a handful of other displaced residents, he had recently managed to reenter Bartella, escorted by Iraqi soldiers. He explained that large portions of the town were beyond repair. ISIS had looted private residences, then demolished them with explosives. They had left building after building booby-trapped. Roadways were rife with IEDs.
“ISIS has excellent technology,” Benoka told me. “They mined everything. Even Bibles.” During his visit, he made his way to St. George Assyrian Church, his spiritual home and that of a sizeable portion of Bartella’s Christian community.
ISIS had all but destroyed St. George’s interior. Bibles and New Testaments from the 14th, 15th and 16th centuries were ripped up, burned or otherwise desecrated. Perhaps most disturbing was a noose, hanging ominously in the church’s courtyard, just inside the entryway. It bore mute witness to the demise of a Christian welcome center that had been transformed into an Islamist execution site.
I asked Benoka how he’d felt when he entered Bartella a few days before. He paused. “I felt insecure,” he finally replied. “I was so disappointed. I kept thinking, What can we do?” Clearly discouraged, he shook his head again and concluded, “And who will help us?”

Patriarca caldeo: i laici e soprattutto le donne siano coinvolti in ruoli di responsabilità anche nelle Chiese d’Oriente

By Fides
16 marzo 2019

Il "sacerdozio comune", condiviso da tutti i battezzati, anima la vocazione e la missione propria dei laici e in particolare delle donne nella Chiesa, nella diversità dei talenti e nella complementarietà dei ruoli affidati a ciascuno. Le Chiesa d’Oriente, e anche la Chiesa caldea, sono chiamate a aprirsi a questo dinamismo di grazia, se non vogliono tradire la propria stessa natura di strumenti di salvezza. Lo ricorda il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, in un intervento diffuso dai media ufficiali del Patriarcato.
L’intento perseguito dal Patriarca è quello di avviare un confronto intorno alla condizione dei laici e delle donne nella Chiesa, anche per offrire spunti di riflessione comune e ispirare disposizioni concrete in occasione del prossimo Sinodo della Chiesa caldea.
Alla fede cristiana – ricorda il Patriarca caldeo - non può essere associato alcun argomento pseudo-dottrinale che punti a giustificare teoricamente qualsiasi forma di discriminazione nei confronti delle donne. Basta guardare – ha sottolineato il Primate della Chiesa caldea – alla Vergine Maria e alle figure femminili che circondano Gesù, fin dall’inizio della sua missione salvifica.
Citando gli insegnamenti dei Papi Giovanni Paolo II e Francesco, il Patriarca Louis Raphael ha sottolineato che “se vogliamo far progredire le nostre società e le nostre Chiese, dobbiamo lasciare il posto ai laici di entrambi i sessi per consentire loro di investire i propri talenti”. Se pure il sacerdozio ordinato rimane riservato agli uomini, posizioni di responsabilità nella Chiesa possono essere attribuite ai laici e alle laiche in tutti gli altri campi, compresi quelli della gestione finanziaria, dell'educazione e dei media. A partire da queste considerazioni, il Patriarca caldeo ha invitato tutti a sperimentare nuovi spazi di partecipazione e di condivisione di responsabilità con i laici e le laiche, in tutti gli ambiti della vita ecclesiale.
In conclusione del suo intervento, il Patriarca Sako ha sottolineato che anche nella Chiesa caldea sono stati compiuti i primi passi per affidare funzioni di responsabilità a laici, e in particolare a donne. Un processo di cui si auspica la continuazione in tutte le Chiese d’Oriente. A questo riguardo, il Primate della Chiesa caldea ha fatto cenno anche al ruolo di responsabilità ricoperto dalla professoressa libanese Souraya Bechealany, attuale Segretario generale del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente.

14 marzo 2019

Archbishop of Erbil: Iraq's Christians need to thrive, not just survive

By Rudaw
Robert Edwards

Iraqi Christians were forced to flee their towns and villages across the Nineveh Plains and from the city of Mosul in the summer of 2014 when Islamic State (ISIS) militants launched a lightening campaign through the region.
The jihadists gave Christian residents of their newly conquered territories three options: convert to Islam, pay a heavy religious tax, or die. The majority chose to flee, taking refuge in the Kurdistan Region.
Thousands flocked to Ankawa – a predominantly Christian neighbourhood in the north of Erbil city. Here, churches like Mar Yousif opened their doors, becoming makeshift camps until the government and aid agencies stepped in to build facilities for the displaced.
Since the liberation of Mosul and the Nineveh Plains from ISIS control in 2017, Christian families have faced a new dilemma: should they go back and try to rebuild their homes destroyed in the fighting, emigrate abroad, or start over in the Kurdistan Region.
Bashar Warda, the archbishop of Erbil's Chaldean Catholic Church, believes Christianity can only survive in its diminished state in Iraq if displaced families are offered housing assistance.
Earlier in March, Rudaw reported on the case of dozens of Iraqi Christian families living above Neshtiman Bazaar, near Erbil's historic citadel. They have been living there rent-free for several years thanks to the charity of the building owner Nizar Hanah.
However, since the liberation of their towns and villages, Hanah has requested the families move on – raising fears they could be left homeless.
Speaking to Rudaw on Wednesday at the Cathedral of Mar Yousif, Ankawa, Bishop Warda explained how the church has supported families like those living above Neshtiman Bazaar and what donors can do to help rehouse them.


Rudaw: What will happen to the families living above Neshtiman Bazaar?

Bishop Warda
: From day one of arriving here we really worked hard to take care of these cases on a large scale and in a smaller case. Neshtiman camp was one of the issues we were really grateful to Mr Nizar Hanah who offered the whole building to be used and for the first year and a half there was no charge at all for electricity, water, everything was for free. 
When the liberation started last year, we approached him to give us more time, and he said yes, fine, no problem, I'm not considering [eviction] until the time will be right. Then he asked us to leave the building in January, and I told him no, that's not good, because most of these families have children and these children are in schools so it is better to finish, and he says fine, no problem.

To be fair to the man, he did all he can. To say that those families have no chances to return, it's not true, because there are empty houses in Bartella, we have empty houses also in Qaraqosh, we have also some empty houses in Karemlash, so there are empty houses.
But the other side of the story is most of those people have also already found a job here, and to find a job means they are settled. Travelling every day from Bartella or Qaraqosh would be a really costly one. Here it's much cheaper, in that it is in the heart of the city. There are other people who are from Mosul, which means it would be extremely difficult for them to go home. That's why we are offering alternative houses in Bartella. We spoke with Father Benham Benoka and he said "I have so many houses I could arrange."

Why are these homes empty? So these are people who have left and are not going back?

Cattedrale Aperta del 13 marzo 2019: "La situazione dei Cristiani in Iraq"




Si conclude il ciclo di conferenze di Cattedrale Aperta con l'intervento di S.E.R. Card. Louis Raphael Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei.

12 marzo 2019

Diocesi: Como, dal 15 al 17 marzo visita del card. Sako

By AgenSir

Il card. Louis Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, sarà in visita alla diocesi di Como, più precisamente a Lavena Ponte Tresa (Va) dal 15 al 17 marzo per ritirare il premio San Zosimo I Romano Pontefice, assegnato dall’associazione culturale Reatium.
Il premio, giunto alla settima edizione, gode del patrocinio della Comunità pastorale “Quattro Evangelisti” e del Comune di Lavena Ponte Tresa nella Valli Varesine.
“Abbiamo scelto di conferire il Premio San Zosimo I Romano Pontefice al patriarca cardinale Sako per il suo grande impegno mirato alla promozione del dialogo e della pace in tutto il Medio Oriente e in particolare nell’Iraq”, annuncia al Settimanale della diocesi di Como il presidente dell’associazione Reatium, Stefano Cropanese, che aggiunge: “Il patriarca Sako è un vero costruttore di ponti”.
L’ultima edizione del premio era stata assegnata a mons. Georg Ganswein. Il premio fondato nel 2013 è nato per contribuire alla promozione della fede cattolica e dei valori culturali che scaturiscono dal patrimonio cristiano. Venerdì 15 marzo, alle ore 20.30, il card. Louis Raphael Sako presiederà la Via Crucis dedicata ai cristiani perseguitati, in particolare in Medio Oriente. Sabato 16 marzo, alle ore 20.30, la cerimonia di conferimento del Premio San Zosimo I intitolato al 41° successore di San Pietro, il Romano Pontefice San Zosimo I che fu Papa dal 18 marzo 417 al 26 dicembre 418.

9 marzo 2019

Dopo il Daesh. Iraq, la «riconquista» di Qaraqosh comincia con il lavoro delle donne

By Avvenire
Luca Geronico

Il selciato del chiostro, sotto uno splendente sole primaverile, sembra come riflettere l’intenso ocra della pietra di Hillan, che riveste pareti e facciata della cattedrale dell’Immacolata Concezione. Le ragazze della Casa delle donne hanno appena finito di dipingere di rosso due panchine: una ha una gamba tagliata.
«Quella con la gamba rotta rappresenta i diritti delle donne: se non sono riconosciuti la società, come la panchina, non funziona»,
spiega brandendo il microfono Merna. Un clima da festa popolare, nel chiostro della più grande chiesa dell’Iraq. Canti e balli per la rinascita della città simbolo dei cristiani in Iraq e a scacciare lo spettro satanico del manichino, usato come bersaglio, fra i mille bossoli abbandonati in terra nei chiostri di “al-Tahira” dai cecchini del Califfato neanche due anni fa.

“Balance for better” è lo slogan della festa delle donne a Qaraqosh: per la prima volta quest’anno, assieme alle rappresentanti della Casa delle donne sostenuta da Focsiv, sono pure presenti le sciite della minoranza shabak, quasi tutte provenienti da Bartalla. «Durante l’ultima campagna elettorale abbiamo fatto delle assemblee per spiegare alle donne i loro diritti. E abbiamo pure lavorato per spiegare loro la nuova carta di identità, adesso uguale per tutti», spiega Surya Mahmud Hamed, presidentessa della Shabak women association. Cosa serve per il futuro? «Un lavoro, perché se una donna non ha l’indipendenza economica viene sfruttata dalla società. E dopo l’arrivo del Daesh lo sfruttamento delle donne ha raggiunto il massimo livello», conclude Surya. Ibtisan Noh, insegnante cristiana di Qaraqosh, animava già con entusiasmo i corsi di formazione professionale al campo Ashti 2, quando con tutti i suoi familiari era profuga ad Erbil. «Il ritorno nelle nostre case ci ha molto tranquillizzato, anche se abbiamo ancora paura che quelli del Califfato possano ritornare. Ci sono dei movimenti e ancora dei contrasti: mesi fa una bomba è esplosa davanti al tribunale. Ma tutti insieme possiamo avere la forza per cambiare le cose», spiega con un sorriso coinvolgente.

8 marzo 2019

I leader religiosi iracheni si riuniscono nella città santa sciita di Karbala

By Baghdadhope*

Foto Patriarcato caldeo
Il primo incontro tra tutti i rappresentanti delle fedi religiose in Iraq era stato organizzato dal Patriarcato caldeo nella chiesa di San Giuseppe e Baghdad il 1 marzo del 2018. Ad esso ne era seguito uno organizzato dalla comunità dei Sabei/Mandei ed un altro dalla comunità sunnita nella moschea di Baghdad dedicata ad Abu Hanifa an-Nu'man.
Ad un anno di distanza, il 7 marzo, il quarto incontro si è svolto invece nella città santa sciita di Karbala. Ad esso hanno partecipato quindi esponenti sciiti, sunniti, sabei/mandei e, ovviamente, cristiani. Per la chiesa caldea erano presenti il patriarca, Cardinale Mar Louis Raphel I Sako e i vicari patriarcali Mons. Basel Yaldo e Mons. Robert Jarjis.
L'incontro, il cui slogan, era "Dio ama diffondere la pace" è stato introdotto dalle parole Talal Faiq al-Kamali, Rettore dell'al-Ma’aref Islamic College affiliato al Santuario dell'Imam Hussein a Karbala che ha sottolineato la portata dell'incontro per il suo "messaggio per tutti coloro che vogliono destabilizzare l'Iraq."
Foto Patriarcato caldeo
A favore dell'unità a dispetto delle differenze, come riporta il sito del Patriarcato Caldeo, si sono espressi tutti i partecipanti all'incontro: lo sciecco Satar Jabbar al-Helou, a capo della comunità sabea/mandea che si è augurato che la discisssione possa tradursi in decisioni pratiche; lo sceicco Abdul Wahab al Samarrai del Sunni Fiqh Council, il Consiglio della giurisprudenza islamica sunnita; il religioso sciita Sayyed Jawad al-Khoei  che ha annunciato la pubblicazione imminente di un testo sulle religioni dell'Iraq preparato dalla diverse autorità religiose, l'imam della moschea dedicata allo sceicco Abdul Qadir Jilani, fondatore della più antica confraternita sufi, Anas Al Issawi, ed il rappresentante della comunità yazida, Hassou Horman.
Per quanto riguarda il cardinale Sako egli ha nuovamente sottolineato l'esistenza di discorsi che incitano all'odio verso il diverso, discorsi che però vengono rifiutati dal popolo iracheno, e la necessità di produrre un documento che metta al centro l'importanza della fratellanza. La riunione è terminata con una simbolica passeggiata di tutti i leader religiosi attorno alla moschea dell'imam Hussein, nipote del profeta Maometto, ucciso proprio a Karbala nel 680 AD.    

6 marzo 2019

Christian IDPs sheltering above Erbil bazaar threatened with eviction

By Rudaw
Robert Edwards and Zhelwan Z Wali

Iraqi Christian families left homeless by the war with Islamic State (ISIS) are being threatened with eviction from an apartment building in downtown Erbil where they have been sheltering rent-free since 2014.
Families who spoke to Rudaw English say their homes were destroyed when ISIS militants swept across northern Iraq, forcing thousands of Nineveh's Christians to seek shelter in the Kurdistan Region.
"We have to pay for the house to be rebuilt, but we cannot afford it," said Suhaila Yaaqub, whose family fled to Erbil from Bartella in 2014. "If there's no house, where can we go?"
Yaaqub showed Rudaw photographs of her home before and after the war. It has been reduced to a mound of rubble.
"Even if we did go back, there is no security... Even if we go out, we have no money," she added.
Around 200 Christian families from both Iraq and Syria live in apartments above Nishtiman Bazaar, a stone's throw from the city's iconic citadel.
The majority of the Iraqi Christian families are from the villages of Bartella and Qaraqosh.
Families living in the complex are under the guardianship of La Rocher de Neshtiman – an aid organization backed by the French foreign ministry, L'Œuvre d'Orient, Centre de Crise et de Soutien, and Action Humanitaire France.
With the Syrian civil war still raging, Syrian families living in the complex have been allowed to remain. However, with the declaration of victory over ISIS in Iraq at the end of 2017, the Iraqi Christian families have been told to leave.
The case highlights the ongoing plight of Iraq's IDPs and vulnerable religious minorities.
During the ISIS war, the building's owner, Nizar Hanah, allowed the families to stay in the apartments as an act of charity. Now their villages have been liberated from ISIS, Hanah has asked the Iraqi Christian families to move on. Residents have been told they have until June 2019 to leave.
"We will have to go to Ankawa. But we cannot afford the rent there," said Munira Shaun, one of the block's Iraqi residents, referring to northern Erbil's predominantly Christian neighborhood.
Churches in Ankawa took in thousands of displaced people in 2014 before they were resettled in IDP camps or emigrated abroad.
"We cannot leave. We have children studying in the schools here," said Shamran Majeed, cradling her baby daughter.
Many of the Iraqi Christian families have already vacated their apartments – some returning to their villages, others securing alternative accommodation.
The roughly 30 Iraqi Christian families who remain in the building are left with few options.
"Their homes have been burned... there is nowhere for them to go. They will end up sleeping on the streets,"Rabeel Yousif Soran, who works for La Rocher de Neshtiman, told Rudaw, confirming the evictions.
He is lobbying Bashar Warda, the Archbishop of Erbil, to intervene in support of the families.
Rudaw English tried multiple times to contact Hanah, but has been unable to reach him for comment. Soran says the building's owner is currently in Lebanon
Asked to comment on the issue, Hoshang Mohamed, director of the Kurdistan Regional Government (KRG) Joint Crisis Coordination Centre, said the KRG does not tolerate evictions or the forced return of IDPs.
"Our policy is constant that we do not support any forcible repatriation or returning of IDPs," Mohamed said.
"We only support voluntary return with dignity and respect. We have zero tolerance for any mistreatment, eviction, and abuse of displaced people," he added. 

Arcivescovo siro cattolico scrive al Premier: stop a nuovi insediamenti urbani nella Piana di Ninive

By Fides

Foto Baghdad Post
Nella Piana di Ninive, regione di radicamento storico delle comunità cristiane autoctone nei territori dell’attuale Iraq, sono in atto strategie urbanistiche e immobiliari che cavalcano gli slogan sulla necessaria ricostruzione e ripartenza del Paese dopo gli anni di occupazione jihadista, ma in realtà avrebbero l’effetto di alterare definitivamente gli equilibri e la composizione etnica della popolazione locale. La messa in guardia arriva da Yohanna Petros Moshe, Arcivescovo siro cattolico di Mosul, che ha espresso il suo allarme e le sue preoccupazioni in una lettera personale inviata al Premier iracheno Adel Abdul Mahdi.
A provocare l’allarme dell’Arcivescovo sono state le ventilate misure della Direzione urbanistica della Provincia di Ninive volte a favorire la creazione di nuovi insediamenti abitativi nell’area, anche nel tentativo di sostenere la ripopolazione di aree e villaggi rimasti deserti dopo la sconfitta e l’esodo forzato delle popolazioni locali verificatosi negli anni di occupazione da parte dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico (Daesh).
Tali disposizioni amministrative, a giudizio dell’Arcivescovo, vanno sospese e riformulate “prima che sia troppo tardi”, se non si vuole alterare definitivamente la tradizionale composizione plurale della popolazione di quella regione.
Nelle ultime settimane, organizzazioni e gruppi che si presentano come espressione delle locali comunità cristiane hanno espresso diffidenza e sospetti in particolare riguardo a un progetto edilizio che prevede la costruzione di centinaia di nuove unità immobiliari nell’area urbana di Bartella, cittadina della Piana di Ninive tradizionalmente abitata da cristiani. Il progetto, denominato “Sultan City” – riporta il website ankawa.com – prevede di utilizzare terreni agricoli appartenenti a famiglie cristiane, in una zona dove adesso è molto forte il controllo militare esercitato dalle Forze di mobilitazione popolare, milizie sciite considerate vicine all’Iran. Il progetto immobiliare, delineato già nel 2013, adesso viene rilanciato, dopo aver subito una lunga sospensione a causa dell’occupazione jihadista. E anche se sulla carta una percentuale considerevole delle case in costruzione risulta riservata alle locali popolazioni cristiane, gruppi di militanti locali denunciano piani volti a assicurare alla minoranza sciita degli Shabak il monopolio nell’accaparramento delle future nuove abitazioni.

4 marzo 2019

Patriarca Sako: Un Patto nazionale contro estremismo e violenze

By Asia News
Louis Raphael Sako*

Un “Patto nazionale” quale terreno comune di lavoro fra le diverse anime, sciiti e sunniti, cristiani e musulmani, fondato sulla sovranità, la sicurezza e l’economia, per superare divisioni, violenze ed estremismo che hanno insanguinato l’Iraq. È la proposta lanciata dal primate caldeo, il card. Louis Raphael Sako, in un messaggio pubblicato sul sito del patriarcato caldeo e inviato per conoscenza ad AsiaNews. La soluzione dei problemi, avverte il presule, dovrebbe essere interna e partire da un documento che servirà da “impegno” per tutte le parti in causa, dando vita a uno Stato che “si fonda sulla cittadinanza, sul diritto e sulle istituzioni”.
Ecco, di seguito, il messaggio del patriarca Sako.

Per un patto nazionale
A sua eccellenza, il presidente della Repubblica d’Iraq Barham Salih, 
Eccellenza, 
Sottopongo alla vostra attenzione una proposta complessiva intitolata “Patto nazionale”, che possa aiutarci a uscire dallo stato attuale di crisi. L’attenzione di questa proposta si focalizza su alcune importanti “linee guida” come la sovranità, la sicurezza e l’economia, che dovrebbero proteggere la nostra patria e preservarne la sua unità. 
Poiché sono assai entusiasta della rinascita dell’Iraq in quanto “culla della civiltà”, faccio appello alle tre presidenze perché possano essere fautori di un incontro sullo stile di una “tavola rotonda”, in cui le alleanze politiche e parlamentari si possano riunire per un dialogo civile e responsabile. Un faccia a faccia che dovrà portare alla riconciliazione [nazionale], al perdono e alla comprensione, segnando una distanza netta dalle tensioni regionali e internazionali, dalle differenze e dalla frantumazione. Faccio presente che nell’attuale gabinetto di governo, tuttora incompleto, vi sono ruolo chiave vacanti e le persone aspettano ancora che vengano garantiti loro servizi essenziali (quali elettricità, acqua, etc…). 
Certo, la soluzione dovrebbe essere interna; ciò significa che gli irakeni dovrebbero risolvere da soli i loro problemi. Ed è possibile farlo, basandosi sulla buona volontà e facendo affidamento a un “Patto nazionale” fondato sulla: sovranità, sicurezza, economia, sull’interesse della nazione e sulla sua unità. Un documento di questa natura servirà da “impegno” per tutte le parti in causa, permettendo loro di costruire, in modo sano, uno stato che si fonda sulla cittadinanza, sul diritto e sulle istituzioni. Una nazione che mette da parte il concetto delle quote (che alimentano il settarismo) e le le dispute sul potere il denaro. Al contempo, è altrettanto importante eliminare l’estremismo che indebolisce lo stato; che ferma il progresso; che viola la dignità dei cittadini; che ritarda la disponibilità dei servizi. 
Gli irakeni di tutte le etnie e religioni potranno dunque “derivare” da questo documento: rispetto reciproco, coesistenza pacifica e solidarietà. In ultima analisi, essi rimarranno fermi e risoluti, pronti ad affrontare tutte le difficoltà che si potranno frapporre e che potrebbero essere causa di allontanamento fra loro. 
L’unità nazionale non vuol affatto dire cancellazione delle differenze, dei diversi punti di vista che sono naturali, ma aiuterà le persone ad accettarsi e a vivere in armonia ciascuno con gli altri. In questo modo, saremo in grado di tenere il passo con il resto del mondo civilizzato. 
Spero che vostra Eccellenza condivida questa idea con il Primo Ministro e il presidente del Parlamento. 

* Patriarca caldeo di Baghdad e presidente della Conferenza episcopale irakena

For a National Covenant


His Excellency President of the Republic of Iraq Dr. Barham Salih

Your Excellency,
I put forward to your Excellency a national proposal entitled “National Covenant” that may help us getting out of the current crises. The focus is on certain important “red lines” such as sovereignty, security and economy that should protect our homeland and its’ unity.
As I am so enthusiastic about the revival of Iraq “the Cradle of Civilization”, I call upon the three presidencies to organize a “round-table” meeting, where political and parliamentary alliances gather for a civil and responsible dialogue, which will lead to reconciliation; forgiveness; and understanding, away from regional and international tensions, differences and shattering. Especially that the current ministerial cabinet is not complete yet and people are still waiting to be provided with services (electricity, water…etc.).
Certainly, the solution should be internal, means Iraqis should solve their own problems. It is possible to do that, based on the good will, and when we rely on a “National Covenant” founded on: sovereignty, security, economy, the interest of the nation and its’ unity. Such document will serve as a “pledge” for all parties, enabling them to build, in a sound manner, a state of, citizenship, law and institutions, away from quotas (sectarianism) and disputes over power and money. It is also important to eliminate extremism that weakens the state; stops its’ progress; violates the dignity of citizens; and delays the availability of services.
Iraqis of all ethnicities and religions will definitely “derive” from this document: mutual respect, peaceful coexistence and solidarity. Ultimately, they will stand firm and steadfast, facing all those who may offend them.
National unity does not mean, at all, the removal of differences of view that are natural, but it helps people to accept each other and live in harmony. This way, we will be able to keep up with the rest of the civilized world.
I hope that your Excellency will share this idea with the Prime Minister and the Parliamentary Leader.
Profound regards,
Cardinal Louis Raphael Sako
Patriarch of the Chaldean Church

1 marzo 2019

Prima Messa per la “riconciliazione” celebrata nella chiesa siro cattolica di Mosul dopo il conflitto

By Fides


Foto Ankawa.com
Dopo gli anni dell’occupazione jihadista di Mosul e a più di un anno e mezzo dalla sua liberazione, la chiesa siro cattolica di San Tommaso, ancora ingombra di macerie, ha ospitato giovedì 28 febbraio una “Messa per la pace” che ha registrato anche la presenza di musulmani e di membri di minoranze non cristiane, nel segno dell’auspicata riconciliazione tra le diverse componenti della popolazione locale. La liturgia eucaristica è stata celebrata dall’Arcivescovo siro cattolico Boutros Moshi nella chiesa situata nel quartiere storico dell’Orologio. Si tratta di una delle chiese più antiche della città. La chiesa era stata danneggiata ma non completamente distrutta dalle battaglie che hanno imperversato su Mosul, dopo essere stata saccheggiata dai jihadisti durante l’occupazione.
La celebrazione ha visto la partecipazione dell’Arcivescovo caldeo Najib Mikhail Moussa OP, insieme a diverse suore, sacerdoti, rappresentanti delle organizzazioni della società civile e gruppi di musulmani, yazudi, shabak, curdi e turkmeni.
La liturgia eucaristica ha rappresentato anche un passaggio importante del progetto sostenuto dall’Associazione Italiana "Un Ponte Per…", progetto volto a sostenere iniziative e processi di riconciliazione tra le diverse componenti della popolazione e il superamento delle ferite, dei risentimenti e dei sospetti lasciati in eredità dal conflitto. Alla celebrazione, in particolare, hanno preso parte membri del Conflict Prevention Team di Un Ponte Per..., sette giovani operatori di pace locali che lavorano sulla trasformazione nonviolenta dei conflitti tra le comunità, inclusa la dimensione del dialogo interreligioso, nel progetto "Bridging Communities in the Ninewa Governorate".
La chiesa è stata resa parzialmente agibile anche grazie all’opera di giovani volontari cristiani e musulmani. In un intervento svolto in margine alla celebrazione, l’attivista Mustafa Hisham ha definito l’iniziativa anche come un incoraggiamento a promuovere il ritorno a Mosul e nella Piana di Ninive delle decine di migliaia di cristiani fuggiti abbandonando le proprie case nel tempo dell’occupazione jihadista.
Le notizie sul ritorno a Mosul e nella Piana di Ninive degli sfollati cristiani appaiono sempre contrastanti e le verifiche risultano difficili. Di recente, fonti russe avevano riferito che a Mosul, dopo la fine del conflitto, avrebbero fatto ritorno alle proprie case soltanto una cinquantina di famiglie cristiane.



ankawa.com

قدّاس السلام في المدينة القديمة...أقدّم كنائس الموصل تغنّي للسلام بمشاركة مكوّنات نينوى



28 febbraio 2019

Nasce l’Intergruppo parlamentare per la difesa della libertà religiosa dei cristiani nel mondo

By Tempi 

«Fratelli d’Italia ha promosso la nascita dell’Intergruppo parlamentare per la difesa della libertà religiosa dei cristiani nel mondo perché non si può più chiudere gli occhi davanti alla più sanguinaria discriminazione al mondo, che è quella di natura religiosa che colpisce i cristiani, soprattutto nel Medio Oriente. Secondo i dati della Fondazione “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, un cristiano su 7 nel mondo viene perseguitato e ben 300 milioni di persone vivono in aree nelle quali subiscono discriminazioni o persecuzioni».
Lo ha detto il capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Esteri alla Camera, Andrea Delmastro delle Vedove, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio alla quale hanno partecipato la Ong libanese Nawraj, SOS Chrétiens d’Orient, Modavi ONLUS, Steadfast Onlus e la sezione italiana della Fondazione CitizenGo.
«L’Intergruppo ha raccolto tante adesioni, hanno aderito parlamentari di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Movimento 5 Stelle e Gruppo Misto e vuole essere un gruppo di pressione a favore della libertà religiosa nel mondo. In particolare, vogliamo avere un focus su quei trattati bilaterali con quegli Stati all’interno dei quali ancora ci sono persecuzioni o discriminazioni di natura religiosa. Oggi depositiamo, inoltre, una mozione di FdI sulla libertà religiosa e sul ricollocamento dei cristiani nel mondo: è necessario accendere i riflettori per difendere il diritto dei cristiani a non emigrare e a rimanere, nel caso del Medio Oriente, nelle terre della prima cristianità», ha aggiunto Delmastro.

26 febbraio 2019

Lamborghini donata al Papa diventa solidarietà per i cristiani in Iraq

Barbara Castelli

Aiuto alla Chiesa che soffre “darà concretezza al gesto del Pontefice finanziando la ricostruzione di due strutture della Chiesa siro-cattolica distrutte dai terroristi: l’asilo intitolato alla Vergine Maria e il centro polivalente dell’omonima parrocchia”. Così Alfredo Mantovano e Alessandro Monteduro, presidente e direttore di Acs-Italia, spiegano come la donazione di 200 mila euro ricevuta in seguito alla messa all’asta della Lamborghini donata da Papa Francesco si concretizzi in sostegno per le famiglie cristiane tornate nella Piana di Ninive, dopo la sconfitta militare dello Stato Islamico. Entrambi gli edifici si trovano a Bashiqa, circa 30 chilometri da Mosul. Il villaggio è stato gravemente danneggiato dalla guerra, ma la comunità cristiana è tornata numerosa. I due interventi, aggiungono Mantovano e Monteduro, “andranno anche a beneficio delle altre minoranze della zona, giacché il centro polivalente, capace di accogliere oltre mille persone, verrà utilizzato per matrimoni e feste religiose delle diverse comunità”.

Ricostruzione e speranza in Iraq

A oltre due anni dalla liberazione della Piana di Ninive, i villaggi si stanno ripopolando: lo scorso 11 gennaio erano ben 9.108 le famiglie tornate a casa, vale a dire quasi il 46% delle 19.832 che vi vivevano nel 2014, prima dell’arrivo dello Stato Islamico. Tutto questo è stato possibile grazie all’opera di ricostruzione, in larga parte finanziata da ACS, che ha permesso di riedificare o riparare il 41% delle 14.035 abitazioni distrutte o danneggiate dai terroristi.
L’intervento, che ha visto la Fondazione in prima linea, insieme con le Chiese locali, ha trovato nel Pontefice un benefattore assiduo. Nel 2016 Papa Francesco ha finanziato con 100 mila euro la “Saint Joseph Charity Clinic” di Erbil, che offre assistenza medica gratuita.

Il rombo della solidarietà

Nel 2017 la casa automobilistica italiana dona a Papa Francesco un numero unico del modello Lamborghini Huracán, di colore bianco con strisce gialle lungo la carrozzeria, in omaggio ai colori della bandiera di Città del Vaticano. La vettura, autografata dallo stesso Pontefice, è stata messa all’asta da RM Sotheby’s il 12 maggio 2018. Il ricavato della vendita è stato devoluto, oltre ad Aiuto alla Chiesa che soffre, anche alla Comunità Papa Giovanni XXIII e al Gruppo internazionale chirurghi amici della mano.

Card Sako: Quaresima di preghiera e opere per una società 'più pacifica, stabile, giusta’


I cristiani sono chiamati a “mantenere la loro identità irakena” e “aggrapparsi” a essa, superando “con coraggio” la tendenza a considerarsi “minoranza” e andando oltre “paure e dipendenze” per rafforzare “la loro permanenza” nel Paese. È quanto scrive il primate caldeo, il card Louis Raphael Sako, nel messaggio ai fedeli per la Quaresima,  in cui esorta a proseguire con pazienza nella costruzione di “legami con musulmani, yazidi e sabei”. Nella missiva, inviata per conoscenza ad AsiaNews, il presule sottolinea il “contributo” dei cristiani “alla costruzione di una società più pacifica, stabile, giusta e sicura”. 
Rivolgendosi ai fedeli in occasione del periodo di riflessione che precede la Pasqua, il primate caldeo ricorda “l’impegno di fede, umanità e patriottismo” cui sono chiamati i cristiani in quanto cittadini irakeni. “Il digiuno - prosegue - è un tempo dedicato alla preghiera, al pentimento, alla correzione di quanto è necessario” per rendere più saldi “pensieri, comportamenti e relazioni”.
Per il cardinale irakeno è essenziale utilizzare questo periodo per “aiutare il fratello bisognoso: il malato, l’affamato, l’assetato, chi è nudo e abbandonato”. Anche per quest’anno in occasione della Quaresima nelle chiese di Baghdad vi sarà una cassetta dedicata alle offerte, dove “si potrà mettere quello che si vuole. Il patriarcato - aggiunge il porporato - come in occasione del Natale contribuirà con un versamento di 50mila dollari”.
Nel messaggio egli ricorda che “la spiritualità” della Chiesa caldea è “mistica, del martirio” e connotata da “uno spirito di attaccamento alla patria”. Il dramma e le sofferenze dei cristiani sono racchiusi nei numeri: 1225 fedeli uccisi in vari episodi di violenza in Iraq; un milione ha lasciato il Paese.
E ancora, 120mila sfollati da Mosul e dalla piana di Ninive che hanno dovuto vivere per oltre tre anni nei campi profughi in condizioni di estremo bisogno (senza che il governo centrale di Baghdad sia mai intervenuto per provvedere ai loro bisogni); 58 chiese e molte moschee sono state bombardate o distrutte; circa 23mila proprietà cristiane, di yazidi e sabei sono state espropriate dalla “mafia” locale.
“Il digiuno non è solo una pausa dal cibo” ricorda il card Sako, ma deve unirsi al “digiuno dalle cattive azioni, in particolare quelle della lingua: calunnie e infamie verso gli altri”. L’appartenenza cristiana “è un privilegio, una grazia che Dio ha individuato per noi” che va vissuta “con entusiasmo e gioia” per rafforzare “una cultura dell’amore e una civiltà della pace che arricchisca la società in cui viviamo”.
“Questo digiuno - conclude il porporato - diventa una grande opportunità per approfondire la nostra fede attraverso la preghiera e la meditazione nella Bibbia. Per aiutare il fratello bisognoso suggerisco di donare cibo e bevande, medicine per i malati, contribuire allo studio per i giovani e restaurando una scuola di una delle città distrutte da Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico]”.

Message of Lent in Preparation for Easter 2019: Let us Renew our commitment to Christian Faith and Homeland

By Chaldean Patriarchate

Lent season is dedicated to: pray; self-revision; repentance; improve our thoughts, behavior and relationships; control our passions; and to help needy people, including sick, hungry, thirsty, naked and the abandoned ones. “whatever you did for one of these least brothers of mine, you did for me”.
(Matthew 25:40). Prophet Isaiah stated that too in chapter 58 verse 7 “Sharing your bread with the hungry, sheltering the oppressed and the homeless; Clothing the naked when you see them, and not turning your back on your own”. This means that every one of us is responsible for his /her brother and that God will hold us accountable for what we did to and with them.
Lent is not just to stop eating certain food for a limited time, but should be accompanied by giving up “bad” manners, especially tongue slips and gossip without knowing the truth. Fasting is actually an opportunity for training ourselves to pay attention to the spiritual calls, and the signs of times, and this is how our “ancestors” spent lent season, decently. Therefore, we must follow this spirituality in building our hope, despite the circumstances and challenges we face, on daily basis.
A “genuine” Christian, whatever is his or her position, should not allow anyone or anything affecting his or her attitude in faith negatively, and not let a single day pass without being united with Jesus Christ, the Savior, i.e. without entering the “mystery of Christ’s pascal and resurrection”.
Our Christian identity in all its’ dimensions is “a privilege and a grace from God”. We should practice it with enthusiasm and joy and look at it as a way to spread love and peace, so as to enrich the culture of our society.
In fact, Iraq is “motherland, home and identity” for Iraqi Christian, where our Church was founded, rooted, and made history, and where we were the vast majority, before the arrival of Muslims. Specifically, for Chaldeans who have been here since the time of “Abraham”. Hence, we must remain here, in spite of all the sacrifices. Therefore, Christians today, through their mission, are strongly called upon, to hold on to their Iraqi identity.
Middle East Christians are called to overcome the barrier of minority, fear and dependency, bravely and determinedly and in order to shape-up a clear vision for their stay in these countries, they should unite “with one will” and strengthen their ties with their “native” Muslim, Yazidis and Sabean citizens by enhancing trust, presence and contributing to build a more peaceful, stable, fair and secure society. This kind of relations should be considered as a commitment of faith, humanity and nationalism. On the other hand, when we do not stick to our Christian and national identity, we will be contradicting what the Lord Jesus taught us, and we won’t fulfill our ecclesiastical and national aspirations.
Therefore, during this Lenten Season, I suggest that we donate our savings of daily “meals” to buy food for the starved, medicine for the sick, tuition fees for the overloaded students, as well as rent allowance, and probably renovating a school in one of the towns that has been destroyed by ISIS “Da’ash”. This is the only way to make our lent a great opportunity to live our faith and to put into practice the Bible teaching that we follow.
In Baghdad, there will be a “box” in every Church, where you can put your donation. The Chaldean Patriarchate is allocating $50,000 for this purpose, as we did on Christmas 2018.
In summary, the spirituality of our Church is a “mystical” one, a spirituality of affection, martyrdom, and of being attached to the homeland.
I wish you all, a blessed lent


Cardinal Louis Raphael Sako
Patriarch of the Chaldean Church

A colloquio con il patriarca di Babilonia dei Caldei Louis Sako. L’Iraq ora ha tutto per rinascere

By L'Osservatore Romano in Il Sismografo Blogspot
Francesco Ricupero

«La visita del Papa ad Abu Dhabi e la messa celebrata davanti a migliaia di cristiani e a milioni di musulmani hanno tracciato la strada del futuro. Sulla scia di questa importante iniziativa del Santo Padre, conclusa con il documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune, la Chiesa in Iraq continuerà a promuovere il dialogo e la convivenza tra le fedi».
È quanto spiega all’Osservatore Romano il patriarca di Babilonia dei Caldei, cardinale Louis Raphaël i Sako.

Lei ritiene che scuola e famiglia potranno essere determinanti per un futuro di pace in Iraq?
 Non ho alcun dubbio. Lo stiamo sperimentando da diverso tempo e i risultati ci stanno dando ragione. Insieme a yazidi e musulmani (sciiti e sunniti) abbiamo realizzato un opuscolo che sarà distribuito in tutte le scuole statali del Paese, dove spieghiamo i valori fondanti delle nostre religioni. All’interno di questo testo abbiamo posto l’accento sull’importanza della tolleranza, del reciproco rispetto, dell’armonia religiosa e dell’unità. Due anni, fa ho costituito un comitato, insieme alle autorità governative e ai leader musulmani, che si incontra periodicamente e discute dei problemi legati alla religione. Grazie a questa iniziativa, posso dire che abbiamo sconfitto il clima di odio e di rancore che c’era tra la popolazione. Se gli imam, per esempio, avvertono che all’interno delle loro comunità ci sono fedeli rancorosi o malintenzionati vengono subito segnalati alla polizia. Le cose sono cambiate.
Iniziative per la Quaresima?

Tante. Cristiani e musulmani andremo a visitare gli ammalati negli ospedali per dare conforto e sostegno. Faremo digiuno perché il digiuno non è individuale, ma è un cammino accompagnato da azioni concrete. Per il 7 marzo prossimo, in accordo con i leader religiosi musulmani, faremo un pellegrinaggio interreligioso a Kerbala (città sciita) e a Ur, la terra nativa di Abramo, padre della fede. Lì, faremo una preghiera comune. Questa iniziativa è stata accolta con entusiasmo non solo dai leader religiosi, ma anche dalle autorità governative che stanno lavorando per garantire supporto e sicurezza. Inoltre, ho preparato una lettera pastorale dove chiederò ai cristiani iracheni di essere fedeli al Vangelo e, allo stesso tempo, all’Iraq. La Pasqua dovrà essere un momento di riflessione, di condivisione e di pace. Lo scorso Natale, i nostri fratelli musulmani, nonostante i diktat di alcuni imam, sono scesi in strada a festeggiare con noi e a farci gli auguri. Questo è l’Iraq che vogliamo.

25 febbraio 2019

France’s former President Hollande encourages rebuilding funds while in Mosul

By Rudaw
Robert Edwards

French former President Francois Hollande visited the Iraqi city of Mosul to observe its improving, but still changing conditions than two years after the country announced the defeat of ISIS.
"The international community played its role, the coalition helped Iraqis to defeat Daesh. But now the international community must be a great support to rebuild and stabilize Iraq," he told reporters on Monday.
Hollande travelled from the Kurdistan Region's capital of Erbil to Mosul. There he visited a church, the city's minorities, and took questions from journalists.
"Today, I really wanted to come personally to see the victory. But now there must be peace, and it’s going to be a difficult job. That is why I wanted to be a witness. I was a player a few years ago," Hollande added.
He also visited the Old City in western Mosul. The area was most devastated by the conflict and where historic al-Nuri Mosque and al-Hadba Minaret were destroyed.
"It is not because Daesh seems to be eradicated that we are done here. If we don’t support each other, we will see a resurrection of those kinds of extremisms. The international community must invest here for Iraq but also for itself," said Hollande.
France's former president twice visited the Kurdistan Region and Iraq during the ISIS conflict.
He recalled visiting forces near the frontlines with then Kurdistan Region President Masoud Barzani.
"Two years ago, I came really close to here with President [Masoud] Barzani. We were on the top of a hill. I could see Mosul’s lights – few – but I could see there was life in Mosul. I could also see there was a war in Mosul," Hollande said.
Hollande thanked the Kurdistan Region for sheltering Yezidis, Christians, and other groups through the conflict.
"...it played a crucial part because, first of all, it fought against Daesh, and then because it rescued Christians, but not just them, also Yezidis and all the minorities which have been persecuted, [putting them] in camps," he added, referring to the Kurdistan Regional Government.
It continues to host 1.2 million IDPs and Syrian refugees.
"When Daesh came between 2014 and 2017, a lot of Christians were rescued and taken in by the KRG for many years. And now with Mosul’s liberation and its areas, it is possible to help them to come back, but we have to make them feel safe, and of course, secure," he added.
Hollande's visit is upon an official invitation from the Rudaw Media Network for a recognition ceremony for Gardi, a Rudaw journalist who died while covering the ISIS conflict in Mosul. He arrived in Erbil earlier on Monday.
Rudaw has established the Shifa Gardi International Award in her honor and as a tribute to all journalists who have died in the line of duty.
France’s close relations to the Kurdistan Region date back to the establishment of the no-fly zone in 1991 under the late French President Francois Mitterrand.