"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

9 giugno 2014

Primo sacerdote iracheno laureato in lingua siriaca presso il Pontificio Istituto Biblico

By Baghdadhope*

Il primo sacerdote iracheno a conseguire il dottorato in lingua siriaca nell'ambito degli Studi dell'Oriente Antico presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma è Padre Samer Soreshow Yohanna dell'Ordine Antoniano di Sant'Ormisda dei Caldei.
Alla dissertazione, svoltasi lo scorso 5 giugno, dal titolo "The Gospel of Mark in the Syriac Harklean Version. An Edition Based upon the Earliest Witnesses" hanno assistito tra gli altri il Rettore dell'Istituto, R.P. José María Abredo De Lacy, S.J* (Esegesi dell’Antico Testamento); R.P. Craig E. Morrison O. Carm, Moderatore; (Siriaco e Aramaico Targumico) R.P. Stephen PISANO, S.J, Vice-rettore dell'istituto (Critica testuale ed Esegesi dell’Antico Testamento).
Tra il pubblico oltre a parenti, amici e colleghi, l'ambasciatore iracheno in Italia, Saywan Sabir Mustafa Barzani, l'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, Habeeb Mohammmed Hadi Ali Al-Sadr, Padre Joseph Abdel Sater, dal 2012 Delegato apostolico dell'Ordine Antoniano di Sant'Ormisda dei Caldei e Mons. Ciaran O’Carroll, Rettore del Pontificio Collegio Irlandese di Roma.

Di seguito l'abstract della dissertazione di Padre Samer Soreshow Yohanna

This study intends to fill a well-known desideratum in the field of New Testament textual criticism by providing an edition of the Harklean version of the Gospel of Mark based upon its earliest witnesses. The Harklean version, considered to be a Greek text in Syriac dress, has an extremely literal style due to its refined translation techniques, where almost every detail of the Greek original text is reflected attentively in the translation/revision. This version, considered by modern scholars as a kind of scholarly revision of the lost Philoxenian version, was undertaken by the Syriac scholar Thomas of Harqel and it was completed in 615/616.
Because of the absence of a critical edition for the four Gospels of this version, there is no clear, convincing interpretation of the function and precise meaning of the Harklean marginalia and the critical signs. Several scholars have called for such an edition of the Gospels and have noted that it should be based upon the earliest manuscripts. This present study provides the text of the Gospel of Mark based upon the earliest Harklean manuscripts while employing a user-friendly style that will allow scholars to read this version, study its character and appreciate its place in New Testament textual criticism.
This edition collates the surviving Harklean manuscripts from the first millennium. Their contents and interrelationships are carefully described. The base text for this edition is that of manuscript C 25 from the depository of the Chaldean Antonion Order of St. Hormizd (O.A.O.C.). This manuscript is one of the better representatives of the Harklean Gospels because it contains a high percentage of the text (99,79% of the four Gospels) and has a more accurate marginalia, including a full representation of the Harklean critical signs. The methodology that was employed for editing the text and creating its apparatuses is presented with illustrative examples. When manuscript C 25 has an obvious error, the edition is corrected and the reading in manuscript C 25 is moved to the apparatus. The strict criteria for correcting the lemma are carefully delineated for the reader.
This study explains the various levels of text division and the marginalia, along with a description of the critical signs, especially the primary Harklean critical signs and the unified Harklean signs. A description of the diacritics and other punctuation marks used in the text is provided along with the rules for emending the base text and the marginalia. This study concludes with the limits of this research and provides suggestions for further study. Some items of major interest for the study of the Harklean version are presented in seven appendixes, which also illustrate the reasoning for some of the decisions made in the creation of this edition.

* A decorrere dal 17 settembre prossimo il nuovo rettore sarà R.P. Michael Francis Kolarcik, S.J.

Kurdistan iracheno: giungono "troppi" fedeli e la chiesa chiede aiuto


 «L’immigrazione massiccia di fedeli costringe la nostra Chiesa ad affrontare sfide importanti». È quanto dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo caldeo di Erbil, nel Kurdistan iracheno.
Negli ultimi anni, la maggiore tranquillità e sicurezza della regione autonoma ha spinto oltre 12mila famiglie cristiane a lasciare città pericolose come Bagdad e Mosul a trasferirsi nel territorio dell’arcidiocesi di Erbil. ACS sostiene numerosi progetti in favore dei cristiani del Kurdistan iracheno, tra i quali la costruzione della Chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso di Ankawa e varie iniziative a sostegno dei rifugiati.
«In molte aree dell’Iraq la gente esce da casa la mattina senza sapere se vi farà ritorno. Chiunque può essere vittima di esplosioni, attentati, omicidi e rapimenti». L’esodo dei cristiani - verso il Kurdistan e verso altri paesi – ha causato la chiusura di numerose parrocchie in tutto il paese. Ad Erbil invece, a causa del gran numero di fedeli, si sono dovute allestire delle tende, perché le Chiese sono ormai divenute troppo piccole. «Non abbiamo le strutture adeguate, ma la gente continua ad arrivare e ci troviamo a gestire sempre più comunità», aggiunge il presule, raccontando come i cristiani iracheni siano abituati a frequentare quotidianamente la parrocchia per la liturgia, la catechesi ed incontri di preghiera. «Anche qui vengono ogni giorno ed è per questo che dobbiamo costruire urgentemente nuove chiese e centri per la catechesi e le altre attività».
Secondo monsignor Warda l’attuale situazione dell’Iraq è causata da un misto di ragioni storiche, politiche, economiche e sociali. «Ma tutto ciò non descrive pienamente quanto stiamo vivendo. E se proviamo oggi a darne una definizione, domani potrebbe essere già diverso». La guerra ha profondamente diviso la società irachena e provocato il riemergere di problemi che sembravano ormai appartenere al passato. «Inoltre l’Iraq è circondato da molte altre terre di conflitti e spesso ha dovuto combattere guerre non proprie».

Roma, 7 giugno 2014

6 giugno 2014

Le sigle politiche cristiane rilanciano il progetto di una provincia autonoma per la “Piana di Ninive”

By Fides

I partiti e i gruppi politici iracheni di matrice cristiana provano a rilanciare il progetto di creazione di una provincia autonome nella Piana di Ninive, l'area del nord del Paese con forte concentrazione di popolazione cristiana. In un incontro svoltosi giovedì 5 giugno nell'area della città di Dohuk, nel Kurdistan iracheno, i rappresentanti di otto sigle politiche animate da attivisti caldei, siri e assiri – a cominciare dall'Assyrian Democratic Movement - hanno stabilito di riproporre al nuovo governo il progetto su cui si discute da tempo in seno alle comunità cristiane irachene.
Come appreso da Fides, all'incontro hanno preso parte anche amministratori locali cristiani. I rappresentanti politici hanno riaffermato come punto fermo la necessità di salvaguardare l'unità della eventuale provincia autonoma, respingendo ogni ipotesi di divisione o ridimensionamento politico-amministrativo del territorio e della quantità di popolazione in esso presente. Nell'incontro è stata anche deciso di inviare una delegazione di politici e parlamentari cristiani iracheni negli Stati Uniti per confrontarsi sulla questione con gli esponenti e i leader delle locali comunità cristiane irachene in diaspora. Nelle intenzioni dichiarate dai sostenitori, la creazione di una provincia autonoma nell'area della Piana di Ninive rappresenta uno strumento per tutelare e favorire la sopravvivenza di una componente cristiana autoctona in seno alla popolazione irachena, e per tentare di frenare l'esodo dei cristiani dal Paese. Gli esponenti delle sigle politiche cristiane, secondo quanto riportato dal website ankawa.com, sono stati anche chiamati a confrontarsi con la prospettiva di appoggiare a livello parlamentare l'Alleanza per il Kurdistan, dopo le proposte arrivate in tal senso da leader politici curdi.

5 giugno 2014

Cristiani iracheni in pellegrinaggio alla casa di Abramo per chiedere la riconciliazione nazionale

By Fides

Un gruppo di cristiani di Bassora e di Baghdad, guidato dall'Arcivescovo
Photo by Ankawa.com
caldeo di Bassora, Habib al-Naufali, nella giornata di mercoledì 4 giugno ha compiuto un pellegrinaggio alla casa di Abramo, nell'area archeologica di Ur (18 km a ovest di Nassiriya), dove è stata celebrata una Messa per invocare il dono della pace e dell'unità nazionale. Durante il pellegrinaggio, l'Arcivescovo al-Naufali ha anche rilanciato l'idea di erigerenell'area una chiesa che offra anche un punto di riferimento per i pellegrini che visitano i luoghi da dove è partita la missione di Abramo, Padre di tutti i credenti. Nell'ultimo anno si sono intensificate le visite e i pellegrinaggi all'antica Ur, favoriti anche dai responsabili locali degli organismi di promozione del turismo, desiderosi di mostrare che l'area è sicura e pronta a ricevere un'eventuale visita di Papa Francesco. 


ankawa.com 4 giugno 2014 

3 giugno 2014

Rai to intervene to release former Iraqi minister

By The Daily Star (Lebanon)

Maronite Patriarch Beshara Rai will intervene to secure the release of the former Iraqi Foreign Minister Tariq Aziz at the request of his son, Al-Markaziah News Agency reported Monday.
Ziyad Tariq Aziz visited Rai in Bkirki and asked the prelate to intervene and ask that Iraqi authorities release his father, who he said was in critical condition due to old age.
The son also said his father, the only Christian who was part of Saddam Hussein’s inner circle, was in a coma state.
Aziz also relayed to Rai a message from the Iraqi Chaldean patriarch, who the son said had visited the former Iraqi official in prison.
Rai promised Aziz to intervene once again - the Lebanese patriarch had pleaded to Iraqi authorities to release the official during his visit to Baghdad in 2011.
Despite repeated calls to release Aziz, who was sentences to 15 years in prison for crimes he committed during Saddam’s reign, Iraq has refused to set him free.

L’ultima Messa di padre Ganni, ucciso in Iraq perché non ha voluto chiudere le porte della sua chiesa: «Come potrei?»

By Tempi
Rodolfo Casadei

«Come posso chiudere la casa del Signore?». Sono state queste le ultime parole pronunciate in questa vita da padre Ragheed Ganni, il 35enne sacerdote caldeo iracheno trucidato il 3 giugno del 2007 insieme a tre suddiaconi nei pressi della chiesa dello Spirito Santo a Mosul, nell’Iraq settentrionale. Ebbe il coraggio di dirle di fronte all’uomo armato e mascherato che gli puntava contro un’arma automatica e che, insieme ad altri, aveva bloccato i due veicoli su cui il gruppo viaggiava e dopo averlo fatto scendere gli aveva urlato: «Ti avevo ordinato di chiudere la tua chiesa! Perché non lo hai fatto? Perché sei ancora qui?». Alla risposta lo spinse a terra, e gli scaricò addosso 15 colpi del suo fucile mitragliatore. Poco dopo toccava la stessa sorte ai tre laici che lo accompagnavano.
Fra pochi giorni ricorre il settimo anniversario del martirio di quello che fu il primo prete cattolico ucciso in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein (prima di lui era stato rapito e poi ucciso, sempre a Mosul, il sacerdote siro ortodosso Paul Iskandar). Come ha dichiarato recentemente ad AsiaNews l’arcivescovo di Mosul Amel Nona, successore di quel Paulos Faraj Rahho di cui padre Ganni era segretario e che fu rapito e fatto morire di stenti otto mesi dopo l’assassinio del sacerdote, l’Occidente ha dimenticato il dramma dell’Iraq, compreso quello della sua comunità cristiana, che prima della guerra angloamericana del 2003 contava circa 800 mila unità e oggi è ridotta a non più di 250 mila.

Nel decennio seguito a quella guerra più di mille cristiani sono stati uccisi in attacchi mirati e motivati dalla loro appartenenza religiosa. Eppure la morte di padre Ganni continua a essere considerata in modo speciale, non solo perché si è trattato del primo sacerdote cattolico ucciso, ma per il suo carattere di offerta sacrificale, di martirio annunciato. Dal momento del suo ritorno in Iraq da Roma, dove aveva studiato per sette anni all’Angelicum fra il 1996 e il 2003 ed era stato ordinato prete nel 2001, fino alla fine dei suoi giorni la vita del sacerdote nativo di Mosul sarebbe stata una via Crucis al rallentatore, un crescendo di minacce, attentati e incidenti che annunciavano l’approssimarsi del dramma finale.

«L’Iraq è il mio posto»
Come ha potuto padre Ragheed resistere tutto quel tempo, sentendo la morte avvicinarsi passo a passo? Anzitutto, la dedizione convinta alla vocazione. Un amico musulmano, il professore Adnam Mokrani, racconta di avergli sentito dire, subito dopo l’ordinazione a Roma, «da questo momento, sono morto a me stesso». Subito dopo l’ordinazione gli era stato proposto di diventare parroco in Irlanda, paese che conosceva bene per aver alloggiato al Pontificio Collegio irlandese durante i suoi sette anni romani e per aver trascorso i mesi estivi in Irlanda, presso il santuario di Lough Derg. Ma lui aveva rifiutato perché voleva tornare nel già allora tormentato Iraq: «Quello è il posto cui appartengo, quello è il mio posto». Quindi c’era il completo affidamento a Dio.

Chiamato a pronunciare una testimonianza al Congresso eucaristico italiano del 2005, aveva detto: «Senza domenica, senza Eucarestia, i cristiani iracheni non possono vivere. I terroristi cercano di toglierci la vita, ma l’Eucarestia ce la ridona. Qualche volta io stesso mi sento fragile e pieno di paura. Quando, sollevando l’Eucarestia, dico le parole: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”, sento in me la Sua forza: io tengo in mano l’ostia, ma in realtà è Lui che tiene me e tutti noi, che sfida i terroristi e ci tiene uniti nel suo amore senza fine». E ancora, c’era il forte senso di appartenenza a un popolo, il popolo di Dio: «I sacerdoti dicono Messa tra le rovine causate dalle bombe. Le mamme, preoccupate, vedono i figli sfidare i pericoli e andare al catechismo con entusiasmo. I vecchi vengono ad affidare a Dio le famiglie in fuga dall’Iraq, il paese che loro invece non vogliono lasciare, saldamente radicati nelle case costruite con il sudore di anni».

Accanto a santa Brigida
Nel mese di maggio del 2007 si esprime veramente come se fosse consapevole che il suo destino sta per compiersi. Dopo un attacco alla parrocchia durante la domenica delle Palme scrive: «Proviamo empatia con Cristo, che entra in Gerusalemme con la piena consapevolezza che la conseguenza del Suo amore per l’umanità sarà la croce. Quindi, mentre i proiettili distruggono le finestre della nostra chiesa, offriamo le nostre sofferenze come segno di amore per Cristo». E in un’altra e-mail, poco prima della morte: «Ogni giorno aspettiamo l’attacco decisivo, ma non smetteremo di celebrare Messa. Lo faremo anche sotto terra, dove siamo più al sicuro (il 27 maggio una bomba era esplosa davanti alla chiesa ferendo due guardie, e da quel momento la Messa veniva celebrata nei sotterranei, ndr). In questa decisione sono incoraggiato dalla forza dei miei parrocchiani. Si tratta di guerra, guerra vera, ma speriamo di portare questa Croce fino alla fine con l’aiuto della Grazia divina».

A Roma una reliquia di padre Ganni si trova nella basilica di San Bartolomeo all’Isola, collocata nella cappella dei martiri dell’Asia, dell’Oceania e del Medio Oriente. Si tratta della stola che indossava in occasione della sua ultima Messa, quella subito dopo la quale venne ucciso. Nella cupola della Cappella di Tutti i Santi d’Irlanda, al Pontificio Collegio irlandese, padre Ganni è raffigurato in un mosaico opera del gesuita artista Marko Rupnik accanto a santa Brigida. Durante un reportage nel 2008 l’inviato di Tempi raccolse sul posto la notizia che poco dopo l’uccisione dei quattro cristiani, mentre i terroristi collocavano dell’esplosivo sotto i loro corpi per cercare di causare la morte di chi si fosse avvicinato per recuperare i cadaveri, un musulmano che abitava nei pressi abbia affrontato gli uccisori apostrofandoli così: «Avete ucciso degli uomini di pace, degli innocenti. Perché fate questo?». Fu caricato a forza su di un’auto e portato via. Il giorno dopo il suo corpo crivellato di proiettili fu trovato in un’altra zona di Mosul. Fu assassinato con la stessa arma che aveva ucciso padre Ganni.

30 maggio 2014

Sr Hanan, a Good Shepherd Sister in Lebanon lending assistance to war victims and refugees


Sister Hanan, a Good Shepherd Sister in Lebanon lending assistance to war victims and refugees
A testimony delivered at the Aid to the Church in Need Conference held in Malta

Good morning everybody, it is a joy for me to be with you here. Before I begin to introduce myself, let me ask you to be patient with my English, and please do not hesitate to enquire about any idea that’s unclear to you.
Some of you here already know me, but let me introduce myself and my ministry. My name is Hanan Youssef, I’m from Lebanon. I was born in a small village in the South of Lebanon. When I was 9 years old, my family had to leave the village because the Israelis occupied it till the year 2001. There was much suffering; my grandmother and another one of my aunts were also killed by the last missile that was shelled by the Israelis before the liberation. And then, it was the turn of my aunt and her son to be assassinated by the Syrian army.
We ran away to Beirut where more suffering awaited us, my father was taken ill, and was unable to provide for us, so we had to try and survive as best we could. I was 11 years old when I started working, my mornings were taken with work which left me with the nights for school and study, this was a tough task for the child I was, but something was pushing me to do it, in other words, God’s spirit was encouraging me to persevere.
I was also very interested and took part in all parish activities of the church, especially the ones devoted to helping the poor or people with difficulties.
I finished school and started studying sociology at university. I was still in my first year when I felt that I wanted more, that I was wasting my time and that nothing made sense unless I offered myself completely to Jesus. Where was my calling? I wasn’t interested by most congregations whose main concerns were with schools or hospitals. I was then introduced to the Good Shepherd Sisters who look after marginalized people and lost sheep. And this is where I felt my place was; I was attracted to their mission and their charisma; the hearts of Jesus and Mary embracing the world.
The spirituality of the compassionate love. I was inspired with their zeal for saving souls, which, in addition to the 3 vows of poverty, chastity and obedience, was a special 4th vow for this congregation. The founder, St Mary Euphresia says: “One person is more precious than the whole world.”
I joined the sisters and took my vows in May 1989.
In 1999, I was assigned to work in the Rueissat region located on the border of the Beirut suburb Jdeideh. This area is very poor and the population is diverse and I was attracted by the coexistence between Moslems and Christians. I founded a centre there that focused on the promotion of children’s rights and education. The goal was for it to be a safe, peaceful, and joyful haven for these children that came from different backgrounds, so they could learn to live together and accept each other.
In 2005, the congregation was requested to take over the Dispensary Saint-Anthony which was located in that area, and continue to serve the poor. I was put in charge of this dispensary.
In Lebanon, health care is very expensive, and the poor most often find themselves without any. Our purpose as Good shepherd sisters is to offer them as good a quality of healthcare as possible.
The dispensary which functions as a primary health care center had to take on additional responsibilities such as distributing clothes, food, milk, diapers for the elderly and for babies. Some wonderful achievements were accomplished in that region. I’ll give the example of Ali who had polio and mental disabilities, and couldn’t use both his legs. Coming from a destitute family, he needed a lot of help to have some kind of quality of life. And he got it! 12 operations later, Ali can now welcome us on his walker in his very humble house.
Who are the people who benefit from our services?
* Sick people with no Social Security or medical insurance;
* People with no qualifications or education, who were involved with militias during the war, and were not in touch with the working place in a country such as Lebanon where employment is mostly found in services;
* Lone or abandoned women;
* Unemployed youth gone astray;
* Abandoned elderly people;
* Iraqi and Syrian refugees, who have fled their country;
* Uneducated children of illiterate parents, having left school to work and provide some help for their parents;
One of our goals is to give a chance for these children to go to school and learn to live in peace with other children who come from different backgrounds, religions, countries… and realize that violence cannot be an answer to solve problems, but only peace can.
This dispensary has a history of supporting refugees; in the year 2006 during the war with Israel, we catered for more than 5000 refugees coming from the south of Lebanon. We worked round the clock for a whole month to be able to provide them with food, clothes, underwear, water, hygiene kits…

Five years ago we began to receive Iraqis, mainly Chaldean Christians. They were persecuted in Iraq, with no choice given them except to either leave or be killed, some were kidnapped and returned against a ransom; women and girls were raped… They ran away to Lebanon as a safe Christian Arabic country and in the hope to get a visa and leave the Middle East. Sometimes, they waited 2 to 4 years before they got their visas…
We, at the dispensary, welcomed them, supported them with the help of UNHCR. We learned from them the awful suffering they went through.
Having lived and suffered much during the war, I can feel with others who are going through the same trial.
You can’t imagine how much suffering the refugees families are living. 
I’ll try to relate a couple of their stories to you.
B.K. is a 33 years old Iraqi woman. She and her husband are from different religions. From the first day of their union, they were persecuted for this difference but never harmed, until an attempt of murder by the close family. That’s when they decided to come to Lebanon two years ago. 
B.K came to us asking us to provide them with a safe place to stay. We referred her to a safe region and provided social and psychological support for her and her husband; they were very depressed after all the misery and persecution they went through. Now, they live in Australia and they have one boy.
Now let me tell you about R.N. She’s a 30 years old Iraqi woman. For 3 months, she, her husband and their three kids were persecuted because they were Christians: intimidation, death threats, aggressiveness …. Still, they made the decision to stay in their home in Iraq until their son was kidnapped, and the kidnappers asked for a 20,000$ ransom. She didn’t know anything about her son until she collected the sum and paid it to the kidnappers. This is when they left Iraq and travelled to Lebanon to escape persecution and to avoid having another child kidnapped.
3 months after arriving to Lebanon she came to us for help. We provided her with psychosocial support through social interviews, psychosocial support for the family through home visits and psychological care for the kidnapped son with the psychologist.
Now, the family lives in USA, after staying in Lebanon for almost two years.
When the war started in Syria, the Iraqis who had found shelter there, had to flee again from another war; they came to Lebanon and we also welcomed them and helped where we could.
They were followed by a million and a half Syrians… to a Lebanon that was already unable to provide for his own… and the Iraqis. Schools are overloaded and so are hospitals, no electricity, water, work. Violence and robbery thrive now of course because all these people are looking for their basic human needs, food, drink, shelter… Lebanon was not supported by other nations and now Lebanese people’s fundamental right in their own country has been taken away from them.
They come to the dispensary; they don’t hesitate to ask for food, clothes and other needs. We have in the clinic 2 social workers who receive people, listen to them and guide them, especially ladies. We noticed that many women are physically abused and aren’t allowed to talk about their situation.
Some are really damaged, physically and psychologically like this young girl who was raped by four men and was unable to communicate with others.
Another lady was sent by her husband to prostitute herself to be able to provide for her family.
The situation of Syrians is worse than Iraqis.
The girls get married very early (11 years old) and have many children, and so at 30 years old a woman can be a mother to 6 or 9 kids. Some of the girls marry older people to get some money and give it to their families to survive.
These women don’t know how to raise their children and take care of their families.
Many families rent rooms in Lebanon and they would be about 15 people in the same room, you can imagine the problems…
Many Syrian refugees don’t respect where they live, they damage everything, steal, tell lies etc…all this doesn’t help them and creates problems with the local population, even the Muslim population.
I am telling you all this to let you know in what kind of atmosphere we are working and living nowadays.
Our ministry is to live the mercy of God, to help people to live reconciliation, to give them hope in spite of all… at the dispensary we try to provide them with the best service because we believe that people were created in God’s image. Which doesn’t mean that we’re not having many issues, one of them is that Lebanese people feel that our dispensary is no longer a place for them when they are in need. They see it as a place now for refugees, they don’t understand how or why that happened and that angers them. I have to say that even us who work there find the situation unbearable.
We are overwhelmed by the huge number of refugees. Lebanon is a very small country with a small infrastructure that is unable to welcome and serve these huge numbers. We are 4 million Lebanese living in Lebanon and the number of Syrian refugees is 1,300,000. We ran out of available seats at schools for any more children; no more beds in hospitals for sick people and especially for pregnant women and they are many (around 400,000 new babies were born in Lebanon by last year); sometimes they’re giving birth in their houses without any medical help or helped by whoever’s around! Of course you can imagine the consequences of such actions for the babies and the mothers when there are difficulties in childbirth.
In our clinic, we try every day, as much as is possible, to serve every one of them. It is a great challenge for us.
For the vaccination campaigns we gave the vaccine to 2000 children in 1 week and a half. It was a big challenge for the staff, for the doctors, for me, and for the humble structure in the clinic. The Syrian refugees are very poor; they are living in tents without water, electricity, or any kind of basic utilities… in very dire conditions. I’ll give you an example, a few days before coming, a woman came to the dispensary carrying her baby whose ear was partly eaten by some animal because of the dirty conditions they live in. Hygiene is very difficult to achieve... It’s so easy for them to get scabies and many others illnesses. What’s more, some of the contagious illnesses such as polio, measles and others had been eradicated from Lebanon for a while now, but with the coming of the Syrians they are spreading again. We find ourselves now having to provide these vaccines for the Lebanese population also. The government will only provide the vaccine but without any staff, materials, such as gloves, needles, and others .It’s a very difficult situation not only for them, but also for the Lebanese population who welcomes them. They need the entire basic necessities to survive: Food, milk for babies, diapers, blankets, clothes…etc.
May God provide us with people who can help, otherwise it would be impossible to continue in this sacred mission.
We can’t live only by the body but also by the soul. Only that way can we continue this journey. It’s as if in Lebanon we are destined at least in recent history to welcome refugees from as far as Armenians to our present day. Maybe because we, too, are refugees in this world and our only weapon is the word of Jesus. Our faith in God is our only support to help us through the trials we face every day while looking after the refugees, and living with the Syrians.
In this blessed Easter time, we can’t but thank all the people who have helped and supported us. Special thanks to Aid to the Church in Need which is one of the NGOS who help us a lot to improve our presence with the refugees. I would like to express to them and all their benefactors my gratitude, asking God to bless them and their big heart in their efforts to help others. Because of their support we are able to provide some of the services though it is quite clear unfortunately that the provided services are very few relative to the massive needs. That is why we are looking to increase our support for the refugees. We value the prayers and generosity of each of you so we continue witnessing for Jesus Christ our Lord, and being his compassionate presence amongst our sisters and brothers in need.
For He says: “I was hungry and you gave me food, I was thirsty and you gave me something to drink, I was a stranger and you welcomed me, I was naked and you gave me clothing, I was sick and you took care of me, I was in prison and you visited me”.
Now if any of you would like to ask me any questions I’m happy to answer you.
Thank you

Islamic State of Iraq and Syria Preventing Assyrians From Selling Their Homes

By AINA

According to a report published by the Iraq Press, hundreds of Assyrians in Mosul have been forced to leave the city by fighters of the Islamic State of Iraq and Syria, also known as Daash. The Assyrians have been prevented by Daash from selling their homes. Daash has killed real estate agents who do business with Christians.
Unidentified gunmen assassinated the owner of the Zouhour Real Estates agency after he brokered the sale of a Christian house.
Speaking on condition of anonymity, a source at the Nineveh Operation Command said that "ten real estate agents have been killed between 2013 and 2014, most recently the owner of El Nour Realty Office in the region of Mouhandiseen after he was kidnapped and beheaded for selling the house of a Christian family."
The owner of a real estate agency said "there are those who engaged secretly in the sale of real estate outside of the office environment, but the information was leaked to Daash quickly through informants belonging to them. Daash beheaded two of them in front of the owners of some offices selling real estate."
An Assyrian mother said to Iraq Press "The broker who sold my home in March 2013 was killed by armed groups and he was a father of four children. I feel I'm the responsible of this."
Rachel Ishu
, an Assyrian from Mosul, demanded the Nineveh Operations Command find a solution to this humanitarian disaster that has affected nearly 5,000 Christian families. "I live in a small house in located 40 KM north-east of Mosul, I pay a monthly rental of 500 Dinars, I have no breadwinner, only an employed daughter who pays all her salary as rent for our house. We were removed from our large house north of Mosul, without being able to sell it."

28 maggio 2014

Prince Hassan meets head of Chaldean Catholic Church


His Royal Highness Prince Al Hassan Bin Talal, the president of the Arab Thought Forum and the Royal Institute for Inter-faith Studies received on Wednesday Patriarch Louis Raphael I Sako, the Chaldean Catholic Patriarch of Babylon and the Head of the Chaldean Catholic Church and the accompanying delegation.
Prince Hassan and the patriarch reviewed the importance of interfaith dialogue as well as of rejecting violence through enhancing the concept of citizenship.
They also discussed the Arab Thought Forum's social charter which focuses on political, cultural and social pluralism in a manner that guarantees the elimination of the root causes of racial and sectarian strife that threatens the nation’s future and may even lead to its division.

24 maggio 2014

Il nunzio in Giordania: il Papa ravviva la speranza dei cristiani


La Giordania è dunque la prima tappa del viaggio del Papa in Terra Santa: ma come vive la comunità cattolica di questo Paese la presenza di Papa Francesco?  Ascoltiamo mons. Giorgio Lingua, nunzio apostolico in Giordania e Iraq , al microfono del nostro inviato Fabio Colagrande:
"La vive con molto entusiasmo, con molto orgoglio, direi, e con una partecipazione attiva da parte di tutti. Fin dall’inizio, quando questa notizia è stata ufficializzata, si sono messi in moto per organizzarsi per essere presenti."
Cosa significa questa grande celebrazione allo stadio di Amman per i cristiani che sono qui, in Giordania?
"E’ senz’altro un momento di gratitudine verso quello che sta facendo il Santo Padre: già lo stanno seguendo quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione sociale; ed è anche un momento di speranza, perché sanno che hanno bisogno di essere stimolati perché la tentazione di lasciare questa regione così instabile per i cristiani, è forte. Quindi, lo sentono anche come un conforto e uno sprone a dare il meglio di sé, rimanendo qui."
E’ molto atteso anche l’incontro del Papa con i rifugiati, a Bethany beyond the Jordan: cosa significherà quest’altro incontro?
"Questo incontro, secondo me, è innanzitutto un atto di gratitudine del Papa nei riguardi di coloro che stanno lavorando per accogliere questi fratelli. La Chiesa giordana, attraverso Caritas Jordan in particolare, ma anche attraverso altre organizzazioni, sta lavorando tantissimo: oltre 300 mila sono i rifugiati siriani registrati negli uffici della Caritas. E poi, è una delicatezza nei confronti di coloro che soffrono, che arrivano in condizioni a volte disperate, con famiglie distrutte, come i bambini orfani, le vedove, e quindi hanno bisogno di sentire che qualcuno è dalla loro parte, li sostiene, è loro vicino."
Lei crede che potranno arrivare in Giordania anche cristiani dall’Iraq, per questa occasione?
"Si sono organizzati: un piccolo gruppo, una rappresentanza verrà – non è facile il viaggio. Ma lo stanno seguendo molto anche dall’Iraq, sperando che un giorno il Santo Padre decida “di fare un salto” anche dall’altra parte …"

Dunque, che cosa i cristiani si aspettano da questa visita di Papa Francesco? Quali frutti potrà avere?

"Penso che i cristiani si aspettino quello che Papa Francesco ha detto in una Messa a Santa Marta: che Gesù ci ha lasciato tre parole chiave, pace-amore-gioia. Qui tutti vogliono pace, qui tutti cercano amore, qui tutti vogliono vivere nella gioia, e la esprimeranno: il Papa se ne accorgerà, di quanta gioia i cristiani sanno esprimere!"

23 maggio 2014

Anche i Patriarchi cattolici orientali accolgono il Papa in Terra Santa

By Fides

Tutti i Patriarchi delle Chiese cattoliche orientali che hanno esarcati patriarcali e comunità di fedeli in Terra Santa, accoglieranno Papa Francesco durante il pellegrinaggio di tre giorni che inizierà sabato 24 maggio ad Amman. Lo confermano fonti dei diversi Patriarcati contattate dall'Agenzia Fides. Già nella capitale del Regno Hascemita alla Messa nello Stadio saranno presenti il Patriarca di Antiochia dei Maroniti, Bechara Bourtros Rai, quello di Antiochia dei Siri, Ignace Youssif III Younan, quello di Antiochia dei Greco-Melkiti, Gregorios III il Patriarca di Cilicia degli Armeni, Nerses Bedros XIX Tarmouni e il Patriarca di Alessandria dei Copti, Isaac Ibrahim Sidrak e il Patriarca di Babilonia dei Caldei Louis Raphael I Sako. Tutti i Patriarchi, tranne S. B. Gregorios III Laham e – molto probabilmente – S. B. Louis Raphael I Sako, pur non facendo parte del seguito ufficiale saranno presenti alle tappe del pellegrinaggio papale a Betlemme e a Gerusalemme.
Nei giorni scorsi aveva richiamato l’attenzione soprattutto la decisione del Patriarca maronita Rai di essere presente a Betlemme e a Gerusalemme in occasione della visita di Papa Francesco. Finora nessun Patriarca maronita si era recato a Gerusalemme dopo la creazione dello Stato d'Israele. Critiche alla scelta del Patriarca Rai erano state espresse in particolare da esponenti del Partito sciita di Hezbollah, che hanno visto nella visita patriarcale un gesto di riconoscimento di uno Stato considerato nemico. Il Patriarca ha risposto alle critiche sottolineando che la sua visita avrà carattere spirituale e non politico. Circa 10mila cristiani maroniti risiedono in Terra Santa. Dopo la fine del pellegrinaggio papale, il Patriarca Rai si recherà anche a Haifa per incontrare i fedeli delle locali comunità maronite.

22 maggio 2014

Patriarca caldeo a Ninive: Vocazioni, matrimoni e figli per rilanciare la presenza cristiana

Joseph Mahmoud

La visita pastorale è stata una "eccellente opportunità" per osservare "in modo diretto le vostre sofferenze e le vostre aspettative", perché "sentiamo nel profondo ciò che avvertite anche voi e meritate di più". È quanto ha sottolineato il Patriarca caldeo Mar Louis Raphael Sako I nella lettera pastorale inviata alla diocesi di Alqosh, e rilanciata da AsiaNews.
Dal 9 al 16 maggio scorso Mar Sako, assieme all'ausiliare di Baghdad mons. Shlemon Warduni, all'arcivescovo di Kirkuk mons. Yousif Thomas e all'arcivescovo di Bassora Habib Hormuz Al-Nofaly ha compiuto una visita ufficiale nella diocesi del nord. Mar Sako ha voluto ricordare il "passato glorioso" della regione e si è augurato che anche oggi possa svolgere "il medesimo servizio ecclesiastico, con una migliore competenza". 
Alqosh è una città del nord del Paese (poco distante dal confine con Turchia e Siria), nel Kurdistan irakeno, all'interno del governatorato di Ninive; nella zona, secondo un progetto promosso all'estero, ma osteggiato dal Patriarca caldeo sin dai tempi dell'episcopato a Kirkuk, si vorrebbe creare un'enclave cristiana per tutelare la minoranza da conflitti e violenze.
Essa sorge a circa 50 km a nord di Mosul, roccaforte del fondamentalismo sunnita wahabita, dove si ripetono con estrema frequenza attentati ed esplosioni. Al contrario Alqosh ("Il Dio della Giustizia", ndr), città antichissima risalente al VII secolo a.C., è uno dei principali centri del cristianesimo assiro-caldeo. A poco più di 3 km, sulle pendici della montagna, sorge il celebre monastero di Rabban Hormizd, sede dei patriarchi nestoriani dal 1551 al 1804 e, nel XIX secolo, principale monastero della Chiesa caldea.
Ad accogliere la delegazione del Patriarcato il vescovo locale mons. Mikhail Al-Makdesi, accompagnato da sacerdoti, suore, diaconi e fedeli. Nel corso della visita pastorale Mar Sako ha presieduto una processione eucaristica e partecipato a un incontro del clero caldeo, rilanciando gli obiettivi di solidarietà, unità e rinnovamento della comunità cristiana; sua Beatitudine ha inoltre discusso la situazione dei villaggi caldei nella piana di Ninive, a Zakho, Dohuk e Amadiyah, sottolineando con particolare attenzione il problema della migrazione, le sue cause e i fattori che possono contrastarlo. 
Nella lettera pastorale il Patriarca invia i "fratelli e sorelle" a "mantenere la loro autentica identità ed eredità cristiana orientale", preservando "la lingua, la cultura e i valori cristiani a dispetto di difficoltà e sfide". La Chiesa è una "comunità" di persone, aggiunge, e se non viene preservata rischia di "impoverirsi". Per questo serve una "partecipazione effettiva", in un contesto di "unità e cooperazione che è segno di speranza per molti". Mar Sako sottolinea inoltre di aver chiesto a vescovi, suore e monaci di "prendersi cura" delle vocazioni al sacerdozio o alla vita consacrata perché "segno della vitalità della Chiesa" ed è "necessario nominare un prete per ogni villaggio" rimasto privo di una guida pastorale. 
A fronte di una comunità cristiana pressoché dimezzata dall'invasione Usa del 2003 e rispetto a quanti premono per la creazione di un'enclave a Ninive, Sua Beatitudine incoraggia matrimoni e nuove nascite, perché "i bambini sono una benedizione e la migliore garanzia di un futuro". Mar Sako racconta anche gli incontri con le alte cariche della regione - sindaco della provincia di Ninive, presidente del Consiglio provinciale e rappresentante della regione Curda - e le richieste di misure per risollevare le condizioni di miseria e arretratezza della popolazione. Egli attende ora "atti concreti" fra cui opportunità di impiego e alloggi soprattutto per i giovani; ma richiama la comunità alla solidarietà e alla tradizionale "accoglienza" che ha mostrato in secoli di storia. "Da parte nostra - conclude Mar Sako - abbiamo un dovere morale e storico verso i villaggi di questa regione" e "li seguiremo da vicino" per l'enorme impatto che avranno "sulla sopravvivenza dei nostri figli e per mettere fine alla continua emigrazione". Il benessere della Chiesa e della gente, insiste, consiste "prima di tutto" nel poter vivere in pace "nella propria patria". 

Elezioni nazionali: prevale il Premier al-Maliki, assegnati i 5 seggi riservati ai cristiani

By Fides

I risultati ufficiali delle elezioni nazionali irachene svoltesi lo scorso 30 aprile, diffusi nei giorni scorsi dalla Commissione elettorale indipendente, hanno reso pubblica anche l'assegnazione dei 5 seggi parlamentari che la legge elettorale in vigore riserva a candidati di fede cristiana. La National Rafidain List, sigla elettorale dell'Assyrian Democratic Movement (conosciuto popolarmente come Zowaa), ha guadagnato i due seggi delle circoscrizioni elettorali di Baghdad e Kirkuk, mentre la lista del Chaldean Siriac Assyrian Popular Council ha prevalso nei seggi riservati ai cristiani nelle città di Ninive e Erbil. Il seggio riservato ai cristiani nella città di Dahuk è stato conquistato da Azad Hurmuz, un cristiano candidato in una lista comunista.
Gli attivisti politici legati alle comunità cristiane presenti in Iraq si erano ancora una volta presentati in ordine sparso all'appuntamento elettorale del 30 aprile: erano almeno 9 le piccole liste in lizza ispirate da attivisti cristiani (caldei, siri, assiri).
Adesso i 328 membri del nuovo Parlamento dovranno eleggere il Presidente e il Primo Ministro iracheni, nel rispetto del sistema che riserva la carica presidenziale a un curdo e quella di Primo Ministro ad uno sciita.
“Alle elezioni - riferisce all'Agenzia Fides S. E. Saad Sirop Hanna, Vescovo ausiliare caldeo di Baghdad - l'Alleanza ‘Stato di Diritto’, che sostiene il primo Ministro Nuri al Maliki, ha vinto, ma si è aggiudicata 93 seggi e quindi non ha ottenuto la maggioranza assoluta. Per formare il governo, dovrà stringere un accordo di coalizione con altri partiti. Speriamo che si trovi presto la via per assicurare al Paese la stabilità politica”.

16 maggio 2014

When my son was born he was not breathing. Here’s why I begged for help from a martyred Iraqi priest

Ed West

When our son was born he did not breathe. It is quite common for newborns to need encouragement to respire by the nurses rubbing them manually, or via the warning equipment in the birthing room, which is what happened with our second child. This time was different, and our boy didn’t respond to anything when the midwife took him out of my wife’s arms. Then someone in the room pressed the emergency button and within seconds about a dozen medical professionals rushed in. But he was not responding. Then I thought I heard someone say: “He’s gone into cardiac arrest.”
It was then that everything turned hyper-real, as they do during moments of intense stress and panic. One cannot believe something so awful is actually happening for real. It was at that point that I got down on my knees by the bed, and for some reason the man I prayed to was Fr Ragheed Ganni, an Iraqi priest who was killed in Mosul in June 2007.
Later the medical staff told us that our son James had taken two minutes before screaming at the top of his lungs, a sound that brought such overwhelming relief and fearless joy that I could not contain my tears and (my uncharacteristically un-English) hugs for the doctors. You can imagine how long those two minutes had felt.
James’s first breaths, and the life they signified, were not a miracle by any means; because his water birth had occurred with such speed his lungs were filled with liquid, and he survived because of perfectly explicable medical technology, and the very competent and compassionate staff at the Whittington Birth Centre (it was their third such emergency that morning). But I thank Fr Ragheed anyway, and still think of his life of sacrifice, during a period of intense persecution for Christians, as a model to follow.
Fr Ragheed was one of 1,000 Iraqi Christians murdered during the pogrom that began after the Coalition invasion of 2003. The persecution culminated in October 31 2010, with the massacre of 52 worshippers at a Catholic church in Baghdad. In the words of one Chaldean bishop, this is a “Calvary” that has largely been ignored in the western media, outside of the Christian press. More recently, with increasing anti-Christian violence in Egypt and within the appalling civil war in Syria, the subject of Christian persecution has become more widely discussed. The topic has been raised in Parliament and addressed publicly by a (Muslim) Government minister.
It has been a shocking and horrific ordeal for one of the world’s oldest Christian communities, which has been all but driven out of its homeland. A pre-war population of a million is now somewhere in the region of 150,000, many of them elderly, and more than 60 churches have been bombed. Despite this, Fr Ragheed’s story is inspiring. It is marked by perfect sacrifice and devotion, forgiveness and friendship.
Fr Ragheed came from Mosul, in the north of Iraq, which for centuries was the heart of Syriac Christianity, a bustling cosmopolitan city of Assyrians, Arabs, Kurds, Turks, Jews and Persians as well as smaller groups, such as the Sabaeans, Shabeks, Mandaeans and Yezidi. Close to the Aramaic-speaking villages of the Nineveh Plains, Mosul was also home to a large Chaldean Catholic community, although numbers had been in decline throughout the 20th century because of persecution, discrimination and emigration.
Ragheed was born in the city in 1972 and graduated with an engineering degree in 1993. Three years later he went to study theology in Rome at the Angelicum, specialising in ecumenical theology, and was fluent in Arabic, Italian, French and English.
He was at seminary when the September 11 attacks took place in New York and the subsequent build-up to war in his home country began. Lodging at the Irish College, he was known as “Paddy the Iraqi”, and would spend summers by Loch Derg in County Donegal. Fr Don Kettle, now a priest in Western Australia, recalled that while staying with him at St Malachy’s Seminary in Belfast around the time of the marching season, with riots taking place outside, Fr Ragheed explained about the persecution of his people, who since Iraq’s independence in 1932 had suffered various attacks and indignities, first under the kings and then the Ba’athists. Nothing, though, could have prepared them for what followed Saddam Hussein’s downfall.
Fr Ragheed had been devastated by the outbreak of war, having been separated from his family for seven years, and now unsure of their safety. He said he had to return to Iraq to serve as a priest, despite the risks, because “that is where I belong, that is my place”. But he had written optimistically of rebuilding a “free society” and said: “Saddam has fallen, we have elected a government, we have voted for a constitution!” He organised theology courses for people in Mosul, he worked with the young and ministered to the poor and the sick, including a small child who had to undergo eye surgery in Rome.
The violence against Iraq’s Christians escalated in January 2006 with a number of bomb attacks on churches in Baghdad and Mosul. Both Sunni and Shia militia began to target Christians in “revenge” for the American invasion, some even blaming the pope for starting the war, despite Blessed John Paul II’s desperate attempts to prevent it.
The atmosphere in Ragheed’s home town had become terrifying. On August 4 2006, when 80 children of his parish of the Holy Spirit received their first Holy Communion, battles broke out in the street outside, and the children cowered from the sounds of guns and rockets.
The good shepherd helped them through. He told AsiaNews: “Although people are used to it and remained reasonably calm, they started to wonder whether they were going to make it back to their homes or not. I was aware of the immense joy of the 80 children receiving their first Communion so I turned the subject into a joke and said to them: ‘Do not panic, these are fireworks. The city is celebrating with us.’ And at the same time I gave them instructions to leave the church quietly and quickly.”
The following month Benedict XVI’s Regensberg lecture was used as an excuse to attack Christians, including one Mosul priest who was beheaded. In October Fr Ragheed wrote to a friend, saying: “Ramadan was a disaster for us in Mosul. Hundreds of Christian families fled outside the city, including my family and uncles. About 30 people left all their properties and fled, having been threatened. It is not easy, but the grace of the Lord gives support and strength. We face death every day here.”
Friends later recalled that he had become increasingly weary and broken by the demands of the priesthood amid such terror. After an attack on his parish, on Palm Sunday 2007, he wrote: “We empathise with Christ, who entered Jerusalem in full knowledge that the consequence of His love for mankind was the cross. Thus while bullets smashed our church windows, we offered up our suffering as a sign of love for Christ.”
As 2006 turned to 2007 the bombings multiplied, the kidnappings in Baghdad and Mosul became more frequent, and Sunni militia in the northern city began to demand taxes from Christians, while water and electricity grew scarce.
In one of his last emails Fr Ragheed wrote: “Each day we wait for the decisive attack, but we will not stop celebrating Mass; we will do it underground, where we are safer. I am encouraged in this decision by the strength of my parishioners. This is war, real war, but we hope to carry our cross to the very end with the help of Divine Grace.”
A bomb exploded in the Holy Spirit church in on May 27, the feast of Pentecost, injuring two security guards, and the following day, in his last ever email to AsiaNews, he wrote: “We are on the verge of collapse… In a sectarian and confessional Iraq, will there be any space for Christians? We have no support, no group who fights for our cause; we are abandoned in the midst of this disaster. Iraq has already been divided; it will never be the same. What is the future of our Church?”
A week later, on Sunday June 3 2007, after Mass had ended, Fr Ragheed was leaving the Holy Spirit Church along with three sub-deacons, Basman Yousef Daud, Gassan Isam Bidawed and Wahid Hanna Isho, when gunmen approached. Bidawed’s wife was also in the car, but they separated her from the men. She later recalled: “Then one of the killers screamed at Ragheed: ‘I told you to close the church, why didn’t you do it? Why are you still here?’ And he simply responded:, ‘How can I close the house of God?’ They immediately pushed him to the ground, and Ragheed had only enough time to gesture to me with his head that I should run away. Then they opened fire and killed all four of them.”
The terrorists booby-trapped the bodies so that it took hours before they could be collected. Despite the threat of violence, 2,000 people attended the funerals of the four men, and the Mass was celebrated by Fr Ragheed’s bishop, Mar Paulos Rahho, Archbishop of Mosul. Mar Rahho had been critical of the incorporation of sharia into Iraq’s recent constitution and in a final trip to Rome that year had mentioned threats on his life. In March 2008 he was murdered. The kidnappers had demanded $3 million for his return, but the bishop had told his impoverished diocese not to pay the ransom, as they were struggling to support too many families.
In October 2008, 13,000 people, more than half of Mosul’s remaining Christians, fled after 13 people were murdered over two days, including a father and son and a disabled man; most of them were shop owners, suggesting that al-Qaeda in Iraq were seeking to destroy the economic power of the community.
Despite the violence inflicted on the Christians, Fr Ragheed’s life offers a great message of reconciliation and forgiveness. One of his Muslim friends, Adnam Mokrani, professor of Islamic Studies at the Pontifical Gregorian University, wrote the day after his death: “The bullets that have gone through your pure and innocent body have also gone through my heart and soul. I always picture you smiling, joyful and full of zest for life. Ragheed is to me innocence personified; a wise innocence that carries in its heart the sorrows of his unhappy people.” As a Muslim, Prof Mokrani said prayers for Fr Ragheed’s soul, and asked: “In the name of what god of death have they killed you? In the name of which paganism have they crucified you? Did they truly know what they were doing? Brother, your blood hasn’t been shed in vain, and your church’s altar wasn’t a masquerade … You assumed your role with deep seriousness until the end, with a smile that would never be extinguished … ever.”
Prof Mokrani recalled that on the date of Fr Ganni’s ordination, October 13, 2001, less than a month into the new age of conflict, he had said: “Today, I have died to self.”
The suffering of Christians in the Middle East is on a scale that makes it hard for us to see past statistics, but this one story, of a man who chose the path of sacrifice, has always struck me as supremely powerful. No one wants to die to self, and I can imagine how much he must have wanted to do the easier thing, to leave Mosul, and yet he chose the hard thing.
Friends recalled that as the war and violence intensified he would appear more drained and tired, as if carrying a cross. But when he spoke at an Italian Eucharistic congress in 2005, he said: “There are days when I feel frail and full of fear. But when, holding the Eucharist, I say ‘Behold the Lamb of God Behold, who takes away the sin of the world’, I feel His strength in me. When I hold the Host in my hands, it is really He who is holding me and all of us, challenging the terrorists and keeping us united in His boundless love.”
“His boundless love”: I remember reading that and the phrase rather stuck with me, which is why I suppose that when I felt at my most scared
I thought of Fr Ragheed and prayed to him.
A week or so after the birth, and with a healthy boy whose screams by now were rather less welcome than that first magical outburst, I took a bundle of documents and hospital notes to Islington Town Hall to register the birth. We had decided on the name James, after my mother’s brother, and had already chosen a couple of middle names. But I wanted another, despite my wife’s protests.
“You know I have to do this,” I told her as I left. And so our son bears the name Ragheed on his passport, possibly becoming the first Englishman to do so. I just hope he won’t hold it against me, for it will serve him as an example and guide on life’s journey.

The Amazon Singles ebook The Silence of Our Friends: The Extinction of Christianity in the Middle East, by Ed West, is available on Kindle

Leggi la traduzione di Asia News cliccando qui

15 maggio 2014

Il silenzio sul martirio dei cristiani le comunità più perseguitate nel mondo

di Andrea Riccardi

Papa Francesco andrà tra poco in Giordania, Israele e nei Territori palestinesi. Saranno a riceverlo i Patriarchi cattolici orientali. Incontrerà i Patriarchi ortodossi, Bartolomeo di Costantinopoli e quello di Gerusalemme. Sono tutti testimoni della crisi dei cristiani nella regione. Non si tratta solo di un declino dovuto a motivi storici, spesso c’è una vera persecuzione. In Iraq i cristiani erano molto più di un milione prima della guerra di Bush a Saddam Hussein: oggi ne restano poco più di 300.000, sottoposti a una forte pressione. Molti sono emigrati, taluni sono stati uccisi perché cristiani. I cristiani della Piana di Ninive, nel Nord Iraq adiacente al Kurdistan, cercano un modus vivendi con i curdi per garantirsi la sopravvivenza. Ma sono soli in questo loro tentativo.
La grave situazione siriana è sotto gli occhi di tutti. Nelle zone controllate dagli islamisti, la vita dei cristiani è impossibile. Il gesuita italiano, Paolo Dall’Oglio, è ancora prigioniero. Lo sono altri religiosi, come Mar Gregorios Ibrahim, siro-ortodosso, e Paul Yazigi, greco-ortodosso. Da Aleppo assediata e senz’acqua da giorni, giungono le voci disperate dei cristiani, terrorizzati di finire nelle mani islamiste. Forse, tra qualche anno, il Medio Oriente, che ha visto nascere il Cristianesimo, sarà vuoto di cristiani. Del resto i territori della Turchia attuale, un tempo abitati da folte comunità cristiane e ebraiche (più del 19% nel 1914), registrano una presenza cristiana ridotta allo 0,2 % della popolazione turca. Nel 2015 si compiranno cent’anni dalla strage degli armeni, una questione che vede un duro dibattito tra la storiografia turca che nega il genocidio e quella armena. Si dimentica spesso che, nel 1915, furono uccisi con gli armeni in Turchia anche mezzo milione di cristiani siriaci, caldei, cattolici, assiri, prefigurando una vera strage cristiana. A cent’anni da quella dolorosa storia, sarà forse necessario che le Chiese cristiane s’interroghino assieme se c’è futuro nella regione, piuttosto che procedere in ordine sparso e senza visione. Anche questo è ecumenismo.
La persecuzione dei cristiani da parte dei musulmani (o dei gruppi islamisti) non può essere spiegata con lo scontro tra Occidente e Islam. Ghassan Tuéni, grande giornalista libanese, ricordava che i musulmani si uccidono soprattutto tra loro, mentre i cristiani sono un obiettivo secondario. Sono colpiti nel Nord Nigeria da parte di Boko Haram, che attacca pure i musulmani (le giovani recentemente rapite appartengono a tutte le religioni). I cristiani si trovano in una difficile condizione non solo nei Paesi musulmani. In alcuni Stati dell’India soffrono la pressione dei fondamentalisti induisti e la vittoria elettorale del BJP di Narendra Modi, fondato sull’ideologia nazionalista dell’Hindutva, fa molto temere. In tante situazioni le minoranze cristiane rappresentano l’«altro», che si vuole sopprimere per il suo messaggio pluralistico. Come sostiene il libanese musulmano Mohammed Sammak, tante società, private della minoranza cristiana, sono a rischio di totalitarismo religioso.
Già i totalitarismi del Novecento avevano percepito la presenza cristiana come una forte resistenza al loro dominio sui popoli. Giovanni Paolo II, che aveva conosciuto da vicino il nazismo e il comunismo, parlò del Novecento come di un secolo del martirio. Nella solenne celebrazione al Colosseo, nel 2000, evocò i martiri di tutte le confessioni cristiane, ricordando come nel sangue i cristiani fossero già uniti in un ecumenismo dei martiri. Papa Wojtyla ha avuto un ruolo decisivo nel risvegliare la coscienza cristiana e occidentale distratta di fronte a questo dramma. All’Occidente, preso dai sensi di colpa, sembrava eccessivo — quasi vittimista — parlare di persecuzione dei cristiani. Oppure parlarne serviva fondare la teoria dello scontro di civiltà e di religione. Ma i cristiani non sono solo occidentali. Abitano i Paesi del Sud del mondo, sono spesso minoritari. La loro condizione d’insicurezza rivela quanto il Cristianesimo sia cambiato: è una religione che prevalentemente vive in quello che un tempo veniva chiamato il Terzo Mondo, una realtà di poveri, non protetta da istituzioni o da legami internazionali. Le storie di questi cristiani sono spesso ignorate, come quella dei cattolici laotiani costretti ad abbandonare una regione del Paese sotto la congiunta pressione buddista e comunista. Perché in Asia restano anche i drammatici problemi delle minoranze cristiane con i governi comunisti. I cristiani nel mondo sono tutt’altro che un’estensione dell’Occidente cristiano, anche se vengono considerati tali dai loro persecutori a fini di propaganda. La Chiesa cattolica nel 2025 — secondo alcune proiezioni — vivrà per il 74% nel Sud e solo per il 26% in Europa e in Nord America. Non va dimenticato che anche nella cattolica America Latina, religiosi e religiose sono colpiti dalle mafie o dalla violenza diffusa perché, con una vita pacifica e generosa, ostacolano il dominio dei poteri oscuri.
Oggi la sensibilità al dramma dei cristiani è cresciuta. Le istituzioni europee, fino a ieri riservate nel parlarne, riconoscono che ormai i cristiani sono la comunità più perseguitata nel mondo. L’ebraismo italiano ha mostrato grande attenzione a questa realtà. Non è un problema confessionale, ma di coscienza civile. Quello che uccide, dopo i colpi dei persecutori, sono il silenzio e l’ignoranza. Per questo bisogna parlare di questo dramma e sensibilizzare l’opinione pubblica. Resta una grave questione per la Chiesa cattolica che si deve interrogare su come essere solidale con i cristiani in difficoltà. Il prestigio di Francesco può essere influente, come possono esserlo il dialogo e i rapporti personali. Rimane la responsabilità degli Stati che intendono dare spazio ai diritti umani nella loro politica internazionale. Sono scenari nuovi che chiedono nuove responsabilità.
Questa sera il Colosseo si spegne per accendere i riflettori sui cristiani perseguitati nel mondo: alle 19,45 la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità ebraica di Roma, con il sostegno del sindaco Ignazio Marino, si riuniranno sotto l’Anfiteatro Flavio assieme alla cittadinanza per esprimere solidarietà ai cristiani che rischiano la vita per professare la propria religione.

I parenti dell'Arcivescovo martire Rahho scrivono al Papa alla vigilia del suo pellegrinaggio in Terra Santa


« Santità, le vostre lacrime sulla memoria dei martiri cristiani, di cui Lei ha parlato qualche giorno fa nella messa mattutina a Santa Marta, ci danno come figli della Chiesa cattolica anche la forza di sopportare le difficoltà e andare verso gli altri con fede e amore per tutti. Come ha detto il Signore, amate i vostri nemici ». Così scrive da Amman il dottor Ghazi Ibrahim Rahho in una lettera inviata a Papa Francesco a nome della famiglia di Sua Ecc. Boulos Faraj Rahho, l'Arcivescovo caldeo di Mosul rapito e ucciso nel 2008 dopo 12 giorni di sevizie.
Nella lettera, pervenuta al'Agenzia Fides, i parenti dell'Arcivescovo iracheno si rivolgono al Papa in vista della sua imminente visita in Giordania, ringraziandolo per le sue illuminanti parole che esprimono lo sguardo proprio della fede cristiana sulle vicende di martirio e persecuzione: «L'Arcivescovo Rahho» si legge nella missiva « ha dato testimonianza delle parole del Signore, nonostante le sofferenze subite». I parenti dell'Arcivescovo raccontano di aver dovuto lasciare l’Iraq dopo il suo assassinio, trovando rifugio in Giordania, che viene definita come «il Paese della convivenza tra cristiani e musulmani». Esprimono anche l'auspicio che l'Arcivescovo Rahho venga un giorno annoverato «tra i Santi martiri per la Parola di Dio». «Malgrado il nostro esodo dall'Iraq» sottolinea il dottor Ghazi Rahho a nome dei suoi parenti «noi rimarremo comunque in Oriente, che è la nostra Patria. Rimarremo qui nonostante i sacrifici e le realtà che ci opprimono, perché sentiamo che il Signore ci accompagna e vediamo che i santi si rallegrano quando sopportano tutto nel nome del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo».

Colosseo spento e una fiaccolata per i cristiani perseguitati nel mondo


Dopo le stragi in Siria e in Africa centrale, una fiaccolata di solidarietà per i cristiani vittime di persecuzioni la sera del 15 maggio al Colosseo. L’ha promossa la Comunità Ebraica di Roma e la Comunità di Sant’Egidio, con il sostegno del sindaco, Ignazio Marino. Le luci dell’Anfiteatro Flavio si spegneranno per accendere i riflettori sulle ultime persecuzioni e fatti di discriminazione.
«In alcune aree del mondo, e in particolare nel Medio Oriente e in Africa e Asia, i rischi che vivono i cristiani che vogliono professare la propria religione sono enormi - ricorda Riccardo Pacifici, presidente della Comunità Ebraica della Capitale - e i massacri si sono verificati anche contro persone che avevano portato viveri e medicine per aiutare le popolazioni locali».

Le persecuzioni
In altre parole «i cristiani sono i primi a pagare un prezzo altissimo quando scoppiano rivolte e tumulti popolari - sottolinea Pacifici -. Quindi spegnere le luci del Colosseo è un gesto importante per svegliare le coscienze, a volte distratte, dell’opinione pubblica e soprattutto dei governi di tutto il mondo che non possono fare finta di nulla, non possono ignorare quello che sta accadendo».
A divulgare gli obiettivi della fiaccolata (che inizia alle 19.45) e contribuire al lavoro di sensibilizzazione in prima linea, in qualità di media partner, hanno aderito il Tg1 Rai, il mensile ebraico d’informazione e cultura «Shalom» e il Corriere della Sera. E sono proprio le ferite e il dolore che persecuzioni e stragi hanno prodotto ad avere spinto la Comunità Ebraica a mobilitarsi: «La nostra storia, e forse la nostra maggiore sensibilità su questi temi, ci ha obbligato a lanciare un grido d’allarme - spiega Pacifici -. Non basta il dovere di ricordare la Shoah: oggi bisogna anche imparare dalle tragedie attuali che non ci colpiscono direttamente. E la mobilitazione deve essere immediata, come ha fatto Matteo Renzi».
Condannare l’odio religioso
In questo senso la presidenza italiana al semestre europeo «potrebbe essere un’occasione per mettere nell’agenda anche questo argomento perchè l’Unione Europea non deve garantire pace e sicurezza solo nel Vecchio Continente - chiede il presidente della Comunità Ebraica di Roma - e spero che tanti cittadini di qualsiasi orientamento religioso possano partecipare insieme a noi alla fiaccolata per lanciare uniti un appello alla pacifica convivenza tra i popoli e di condanna della violenza e dell’odio religioso». In quest’ottica, secondo Pacifici, riveste un ruolo speciale anche il prossimo viaggio di papa Bergoglio in Israele: «La visita del Santo Padre, soprattutto in questo momento, credo che rappresenti un segnale di speranza in un luogo così difficile e anche un monito in tutto il Medio Oriente - fa notare - per garantire la libertà dei cristiani che negli ultimi tempi sono stati perseguitati e perfino crocefissi».
«Vogliamo dire “basta” a ogni forma di fanatismo e di estremismo - recita l’appello promosso dagli organizzatori della fiaccolata - e accenderemo le fiaccole quando si spegneranno le luci del Colosseo per ricordare le vittime dell’odio anti cristiano». 

14 maggio 2014

Arcivescovo di Mosul: L’Occidente ha dimenticato il dramma dell’Iraq


"Siamo sicuri che la Chiesa di tutto il mondo prega per l'Iraq", ma l'Occidente e i suoi governi sembrano aver "dimenticato" il dramma che vive la sua popolazione; come se ormai "fosse normale sentire tutti i giorni di morti, attentati, violenze". Così mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, nel nord dell'Iraq, descrive ad AsiaNews il clima di un Paese e di una città in particolare, teatro di continui episodi di sangue, mentre la comunità cristiana si fa sempre più esigua. "Non se ne parla più - continua il prelato - ma noi speriamo che si torni l'attenzione [sul dramma irakeno], che sentano il nostro bisogno di pace e serenità: questo, più di tutto, è ciò che vogliamo". In passato proprio la diocesi di Mosul ha pianto la morte violenta anche dei propri pastori, fra cui il precedente vescovo mons. Faraj Rahho (nel contesto di un sequestro) e di p. Ragheed Ganni.
Mosul è una roccaforte del fondamentalismo sunnita wahabita, che ha intrecciato stretti legami con l'Arabia Saudita. Nei giorni scorsi un gruppo di miliziani ha sferrato un attacco a una postazione militare del villaggio di Ayn al-Jahish, poco distante da Mosul, roccaforte islamista nel nord dell'Iraq, uccidendo più di 20 soldati.  Episodi simili erano avvenuti anche nel recente passato e avevano come obiettivo sempre reparti speciali o forze della sicurezza irakena. I militari erano a guardia di un oleodotto petrolifero, utilizzato per convogliare il greggio verso i mercati internazionali.
Assalti contro gli oleodotti sono una prassi comune nella zona di Mosul, circa 360 km a nord-ovest di Baghdad, perpetrati da gruppi legati ad al Qaeda e al jihadismo che seminano da anni morte e distruzione in tutta la nazione. Il tutto a spese delle minoranze, che non hanno alle spalle un sistema di potere o un movimento politico in grado di tutelarne gli interessi.
Mons. Nona riferisce che "la situazione non è cambiata di molto negli ultimi mesi, le elezioni non hanno rappresentato un grande passaggio", perché gli attentati "si ripetono quasi ogni giorno, così come le uccisioni". Talvolta le autorità applicano "il coprifuoco in città, l'esercito blocca le strade ed è difficile spostarsi da un punto all'altro" di Mosul e questo rende "ancor più difficile la vita della gente comune".  
"Siamo quasi sempre in situazioni di emergenza - racconta l'arcivescovo - ma le persone sembrano quasi essersi abituate alle difficoltà della vita quotidiana". In particolare, aggiunge, la "nostra piccola comunità cristiana sta vivendo come gli altri, con queste difficoltà che aumentano ogni giorno di più". È dal 2003, sottolinea il prelato, "che aspettiamo un miglioramento, ma non si vede una luce in fondo al tunnel" e i problemi restano immutati. L'auspicio è che "con le elezioni politiche possa cambiare qualcosa" e che dalle urne emerga un "governo forte, unito, in grado di affrontare e risolvere i problemi legati alla sicurezza, la mancanza di servizi al cittadino", le infrastrutture di base e la crisi occupazionale. 
"La nostra comunità cristiana di Mosul - spiega mons. Nona - spera e prega che la società irakena possa maturare, sia in grado di accettare persone diverse, perché il dramma della convivenza e dell'accettazione dell'altro si fanno sempre più urgenti e difficili". Questo è il risultato, commenta, della mancanza di sicurezza, mentre il nostro obiettivo è la costruzione di una realtà sociale "che sia più aperta e moderata".
La risposta dei cristiani, continua l'arcivescovo, in molti casi continua a essere la fuga, in particolare "nelle grandi città, e la Chiesa non può fare molto". I leader cristiani si adoperano per risolvere alcuni elementi di difficoltà, spiega, ma è compito del governo irakeno risolvere le questioni più grandi e sciogliere i nodi irrisolti. "Per noi cristiani è importante essere presenti all'interno dello Stato, delle istituzioni, ma il numero dei fedeli - conclude mons. Nona - si fa sempre più esiguo; il pericolo maggiore è costituito dal fatto che quanti lasciano sono, nella maggior parte dei casi, persone istruite e benestanti, mentre restano i poveri, i più deboli, quelli che non hanno la possibilità di scappare".

6 maggio 2014

Il Sindaco di Baghdad: distribuiremo case e terre anche ai cristiani

By Fides
5 maggio 2014

Il sindaco di Baghdad, Abub Naim al-Kaabi, ha reso nota l'intenzione di distribuire terreni edificabili e abitazioni costruite secondo i programmi di edilizia pubblica anche a vantaggio dei cristiani della città che appartengono alle fasce meno abbienti della popolazione. L'iniziativa, anticipata dal sindaco sui media locali, secondo fonti vicine al Patriarcato caldeo consultate dall'Agenzia Fides viene sponsorizzata politicamente dallo stesso premier iracheno Nuri al-Maliki, lo sciita destinato a essere confermato nel ruolo di premier dall'Assemblea parlamentare espressa dalle elezione dello scorso 30 aprile (dove, in attesa dei risultati ufficiali, tutte le proiezioni su dati parziali confermano la forte affermazione della sua coalizione “Stato di diritto”). “Noi” ha ribadito nel recente passato al-Maliki in dichiarazioni pubbliche riportate dalla stampa irachena “consegneremo le chiavi di case prefabbricate ai cittadini senza alcuna discriminazione in base all'appartenenza religiosa”. 

Una biblioteca per la scuola di Mar Qardakh ad Erbil (Iraq)

By Baghdadhope*
Photo by Adib Mady, Head of Audio Visual Department, Mar Qardakh School
Di recente (marzo) 27 ragazzi e ragazze della scuola privata cattolica di Mar Qardakh ad Erbil sono stati protagonisti di un evento eccezionale: la prima gita scolastica partita dall'Iraq che ha toccato città come Istanbul, Parigi, Roma e Torino.
La stessa scuola di Mar Qardakh è eccezionale se si considera che accoglie ragazzi e ragazze dai 7 ai 17 anni e che l'insegnamento è svolto unicamente in inglese per due motivi. Il primo è che gli studenti che la frequentano hanno origini diverse e conoscono diverse lingue: l'aramaico in alcuni casi, la lingua liturgica della chiesa in Iraq ma anche la lingua familiare di molti cristiani in quel paese, l'arabo o il curdo se sono studenti che provengono dal centro e dal sud oppure dal nord. In questa babele linguistica l'inglese è stato scelto come lingua franca per non privilegiare un gruppo rispetto agli altri e perchè è la lingua che gli studenti potranno "spendere" ovunque nel mondo.
L'insegnamento in inglese ha permesso alla scuola di Mar Qardakh, nata solo nel 2011, di richiedere l'accreditamento nell'ambito del circuito IBO del baccellariato internazionale che darà ai ragazzi la possibilità di accedere a tutte le università nel mondo. L'accreditamento è previsto per ottobre 2014 ma per la buona riuscita del suo iter manca ancora una cosa: una biblioteca che è uno dei requisiti essenziali richiesti dall'IBO.


Per questa ragione la scuola ha dato vita ad una raccolta fondi che mira a raggiungere entro il 2 giugno 2014 la cifra di 90.000 $ necessari a costruire dal niente la biblioteca per la quale esistono già gli spazi per ora sconsolatamente vuoti. 
90.000 $ (un pò più di 65.000 Euro) sono una grossa cifra se si considera che in Italia sono ancora molte le scuole che non hanno una biblioteca ma sostenere questo progetto vuol dire aiutare "fattivamente" la comunità cristiana irachena la cui sorte nell'Iraq del dopo 2003 ha tanto colpito l'opinione pubblica in occasione dei più violenti crimini cui è stata sottoposta ma che è stata poi dimenticata a causa degli altri conflitti occorsi nel mondo.
Sarebbe un modo per aiutare quei ragazzi e quelle ragazze a costruire un futuro migliore, per sè e per il proprio paese.    

4 maggio 2014

Un nuovo vescovo ed un nuovo amministratore apostolico per la chiesa caldea: Mons. Frank Kalabat e Padre Daoud Bafro

By Baghdadhope*

Photo by Mangish.com. A sx. Mons. Kallabat ed a dx. Padre Bafro

Ancora cambi ai vertici della chiesa caldea con le rinunce accettate dalla Santa Sede di Mons. Ibrahim Namo Ibrahim, (1937) vescovo dell'Eparchia di San Tommaso Apostolo negli Stati Uniti orientali e di Mons. Hanna Zora, (1939) vescovo dell'Eparchia di Mar Addai Apostolo in Canada.
Al posto dei vescovi dimessisi sono state accettate le nomine di Mons. Frank Kalabat come vescovo dell'Eparchia di San Tommaso Apostolo e di Padre Daoud Bafro come
Amministratore Apostolico sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis in Canada.

Mons. Frank Kalabat è nato il 13 maggio del 1970 in Kuwait dove la famiglia, originaria di Telkeif, nel nord dell'Iraq, si era trasferita per motivi di lavoro prima di stabilirsi negli Stati Uniti dove, nel 1989, Mons. Kalabat è entrato nel seminario di Saint Francis a San Diego e successivamente in quello del Sacro Cuore a Detroit dove ha approfondito gli studi teologici.
Ordinato sacerdote il 5 luglio 1995 da Mons. Ibrahim N. Ibrahim nella cattedrale caldea della Madre di Dio a Detroit (MI) il primo incarico di Mons. Kalabat è stato quello di vice-parroco nella stessa chiesa per poi diventare, nel 2001, parroco della chiesa di San Tommaso a West Bloomfield (MI), Direttore del Centro Eparchiale delle Vocazioni e attivo nel Centro di Ri-Evangelizzazione.
Mons. Kalabat parla arabo, inglese, spagnolo ed aramaico.

Padre Daoud Bafro è nato il 1° luglio 1942 a Manghesh, nell’Eparchia di Amadhiya (nord Iraq, dal 2013 accorpata a quella di Zakho). Nel 1954 è entrato nel Seminario di San Giovanni di Mossul ed il 12 giugno 1966 è stato ordinato sacerdote. Fino al 1972 ha svolto il suo servizio pastorale a Manghesh e dal 1972 al 2001 a Baghdad dove, dal 1992 al 2000, ha diretto la Caritas irachena. Nel 2001 è stato inviato in Canada e da allora è parroco della chiesa della Sacra Famiglia a Windsor (Ontario).
Padre Daoud Bafro parla francese ed arabo e conosce l’inglese e l'aramaico.