"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

20 aprile 2010

Iraq: churches as the target of al Qaeda, confirmed by Msgr. Warduni

By SIR

Yesterday, special units of US and Iraqi troops, during a raid in a house in the area of Batharthar, in the Sunni province of al-Anbar, killed the two heads of Al Qaeda in Iraq: military commander Abu Ayyub al Masri and political leader Abu Omar al Baghdadi. The Iraqi Prime Minister, Nuri al-Maliki, in giving the news, also said that the terrorists were planning a number of attacks against the churches of Baghdad. The news has been indirectly confirmed to SIR by the patriarchal vicar of Baghdad, the Chaldean Shlemon Warduni. “I do not know anything about this killing – he says from Ankawa where a meeting for the Year of Priesthood is taking place – all I can say is that in the last few weeks some security forces had told us to be very careful, as there was a strong risk of attacks in the churches. That’s why last Sunday all the churches of the capital were surrounded by troops and police. We were aware of the risks due to the real possibility of terrorist attacks against our places of worship”.
As to the decision taken by the Iraqi Independent Electoral Commission to let the votes from the Baghdad districts be recounted, thus granting the request of Prime Minister Nuri al Maliki, mgr. Warduni has no doubts: “apart from the recounting of the votes, what is urgent now is to form a new government. Almost one and a half months have passed since the election, and we have no leadership yet. Iraq needs a government that is capable of ensuring peace, stability, reconciliation and security. All of Iraq and its interests must come out of the election the winners”. Over these days, over 150 priest, religious people, friars and monks are meeting in Ankawa for a convention on the Year of Priesthood. Points on the agenda include the Pope’s letter to the priests, the relation between the family and the discovery of vocation, Christian identity and Christian roots.

18 aprile 2010

Un nuovo vescovo per la chiesa siro cattolica negli USA: Mons. Yousef Benham Habash

By Baghdadhope*
Foto by Ankawa.com
Fonte delle notizie:
Radiovaticana, The Tidings, Ankawa.com

Dal 17 febbraio del 2009, quando Mar Ignatius Joseph III Younan fu intronizzato in Libano come nuovo patriarca della chiesa siro cattolica la sede della diocesi di Our Lady of Deliverance di Newark per i siri cattolici negli Stati Uniti ed in Canada che aveva presieduto dal 1996 era vacante.
Il
12 aprile scorso il Santo Padre, Benedetto XVI, ha nominato come vescovo di quella diocesi il corepiscopo Mons. Yousef Benham Habash, parroco della chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Los Angeles.
Mons. Habash è nato a Qara Qosh (Iraq) il 1 giugno 1951. Dopo i primi studi compiuti nel suo villaggio natale Mons. Habash entrò all'età di 10 anni nel monastero di Mar Benham ed a quella di 14 in quello di San Giovanni a Mosul. Dopo aver servito nell'esercito per un anno e mezzo, e vista la chiusura del seminario di Mosul, il 23 settembre del 1972 entrò nel seminario patriarcale di Charfé in Libano e successivamente studiò filosofia e teologia presso l'università del Santo Spirito a Kaslik, sempre in Libano. Tornato in Iraq fu ordinato sacerdote il 31 agosto del 1975 nella chiesa della Vergine a Qara Qosh dall'allora vescovo di Mosul, Mons. Cyrille Emmanuel Benni. Nel 1983 fu inviato al servizio dei fedeli nella chiesa del Sacro Cuore a Bassora ma nel 1992 tornò a Qara Qosh. Il 14 giugno del 1996 divenne sacerdote della neo istituita (6 novembre del 1995) diocesi di Our lady of Deliverance che ha sede ad Union City, nel New Jersey. Dopo avere servito la chiesa siro cattolica anche a Chicago (Illinois) Mons. Habash fu trasferito nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Los Angeles.
In un'
intervista dello scorso marzo Mons. Habash aveva sottolineato il peggioramento della situazione della comunità cristiana in Iraq successivamente alla guerra del 2003. Pur riconoscendo la durezza del regime di Saddam Hussein nei confronti di tutta la popolazione irachena il vescovo aveva ricordato come "prima del 2003 a Mosul non scorrevano fiumi di sangue come oggi. I cristiani non morivano come mosche." Negli ultimi tempi invece, aveva spiegato il pralato, i cristiani sono diventati vittime della persecuzione perchè considerati da molti musulmani come alleati dell'Occidente e perchè presi nel mezzo nella lotta per il predominio nell'Iraq del nord in corso tra arabi e curdi.
Secondo il Patriarca Mar Ignatius Joseph III Younan il 45% dei 160.000 siri cattolici del mondo pur originari del Medio Oriente vive al di fuori del suoi confini.

A new bishop for the Syriac Catholic Church in the USA: Msgr. Yousef Benham Habash

By Baghdadhope*

Sources of the news:
Radiovaticana, The Tidings, Ankawa.com

Since
February 17 2009, when Mar Joseph Ignatius III Younan was enthroned in Lebanon as the new patriarch of the Syriac Catholic Church the see of the Diocese of Our Lady of Deliverance of Newark for the Syriac Catholics in the United States and Canada that he had chaired since 1996 was vacant. On April 12 2010, the Holy Father, Benedict XVI has appointed as bishop of that Diocese the Chorepiscopus Yousef Benham Habash, parish priest of the Church of the Sacred Heart of Jesus in Los Angeles.
Msgr. Habash was born in Qara Qosh (Iraq) on June 1, 1951. After the first studies in his native village Msgr. Habash entered at the age of 10 in the monastery of Mar Benham and at that of 14 in the seminary of Saint John in Mosul. After serving in the Iraqi army for a year and a half, and due to the closure of the seminary in Mosul, on September 23 1972 he entered the patriarchal seminary of Charfé in Lebanon and later studied philosophy and theology at the University of the Holy Spirit in Kaslik, in Lebanon too. Back in Iraq he was ordained priest on August 31, 1975, in the church of the Virgin in Qara Qosh by the then bishop of Mosul, Msgr. Cyrille Emmanuel Benni. In 1983 he was sent to serve the faithful in the Sacred Heart Church in Basra but in 1992 he went back to Qara Qosh. On June 14 1996 he became a priest of the newly established (November 6, 1995) Diocese of Our Lady of Deliverance, which is based in Union City, New Jersey. After serving the Syriac Catholic Church also in Chicago (Illinois) Msgr. Habash was transferred to the Church of the Sacred Heart of Jesus in Los Angeles.
In an interview on last March Msgr. Habash recalled the worsening situation of the Christian community in Iraq after the 2003 war. While recognizing the harshness of Saddam Hussein’s regime against the Iraqi population, the bishop recalled how "before 2003 in Mosul there were not the rivers of blood like today. Christians were not dying like insects." Recently, explained the bishop, Christians have become victims of persecution because they are considered by many Muslims as West’s allies and beacuse they are caught in the middle of the struggle for supremacy in northern Iraq between Arabs and Kurds.
According to the Patriarch Mar Ignatius Joseph III Younan 45% of the 160,000 Syriac Catholics in the world who have their origins in the Middle East are living outside its borders.

12 aprile 2010

Prima comunione a Baghdad: preservare il passato guardando al futuro










By Baghdadhope*

Una cerimonia particolare si è svolta negli scorsi giorni nella chiesa caldea di Mar Eliya a Baghdad.
35 tra bambini e bambine hanno ricevuto la prima comunione.
Fin qui niente di strano, anche nei periodi più bui che l'Iraq ha attraversato il sacramento della prima comunione è sempre stato somministrato, anche se solo a pochi bambini.
Ciò che ha reso unica la giornata è stata la richiesta fatta dal parroco della chiesa alle famiglie dei bambini di vestirli in modo diverso rispetto agli anni passati. Così è stato che all'altare si sono presentati piccoli uomini e piccole donne che indossavano i vestiti tradizionali dei villaggi di provenienza delle loro famiglie cuciti dalle donne di casa.

Padre Douglas Al Bazi ha spiegato a Baghdadhope il perchè di questa scelta controcorrente.
"Quando ho proposto di far indossare ai bambini i vestiti tradizionali le famiglie erano perplesse fino al punto di parlarne direttamente con il nostro patriarca, il Cardinale Mar Emmanuel III Delly, che mi ha chiesto il perchè di quella richiesta. La mia risposta è stata che mi sembrava il modo giusto per affermare la nostra identità che è fatta di liturgia, lingua, cibo, tradizione ma anche di abbigliamento. Non si tratta di un ritorno al passato, quanto piuttosto del desiderio di vivere il presente e pensare al futuro senza perdere ciò che ci ha reso ciò che siamo."
E' la prima volta che la cerimonia della prima comunione prevede gli abiti tradizionali?
"Per quanto ne sappia io negli ultimi decenni sì. Molti anni fa si usava vestire i bambini e le bambine come degli sposi in miniatura. Nel duro periodo dell'embargo si usò invece vestirli come piccole suore e piccoli monaci. Perchè non con gli abiti tradizionali?"
Gli abiti sono quindi rappresentativi delle tradizioni dei villaggi o anche delle città?
"La maggior parte delle famiglie dei bambini viene da villaggi del nord come Tel kaif, Batnaya o Tellesqof. Ma ce ne sono alcune originarie di Mosul ed in quel caso i bambini sono indistinguibili nell'abbigliamento dai bambini arabi. C'è anche un bambino che viene da un villaggio a maggioranza assira e che quindi veste con gli abiti tradizionali assiri."
Le famiglie erano perplesse dunque, e poi?
"Poi però la cerimonia è piaciuta a tutti tanto che anche chi aveva portato dei vestiti di ricambio da fare indossare ai bambini una volta finita ha preferito che rimanessero vestiti in modo tradizionale. Noi siamo iracheni e cristiani, quelle sono le nostre tradizioni. Ricordarle potrà solo arricchire il nostro bagaglio culturale. I colori ed i decori non hanno tolto nulla alla sacralità del momento che è stata a lungo preparata dal catechismo, ma sono certo che rimarranno per sempre nei ricordi di quei bambini e dei loro genitori."

First communion in Baghdad: preserving the past looking at the future






By Baghdadhope*

In the photo on the right the ceremony in 2009

A special ceremony was held in recent days in Mar Eliya Chaldean church in Baghdad.
35 boys and girls received their First Communion.
So far nothing strange, even in Iraq's darkest times the sacrament of first communion was always administered, although only to a few children. What made the day a unique one was the request made by the parish priest to the children's families to dress them differently than in previous years. Thus was that at the altar there were little men and women wearing the traditional clothes of the villages their families come from sewn for them by their female relatives.

Father Douglas Al Bazi explained to Baghdadhope the reason of this upstream choice.
"When I proposed to make the children wear the traditional clothes their families were perplexed to the point of talking directly with our Patriarch, Cardinal Mar Emmanuel III Delly, who asked me the reason of my request. My answer was that I think it is the right way to assert our identity which is made of liturgy, language, food, tradition but also clothes. This is not a throwback, but rather a desire to live the present and look to the future without loosing what made us who we are."
Is it the first time that the first communion ceremony includes traditional clothes?
"As far as I know in the last decades yes. Many years ago they used to dress the children like little newlyweds. In the harsh embargo time they used instead to be dressed like little monks and nuns. Why do not use the traditional clothes?"
Are the clothes representative of the traditions of the villages or of cities too?
"Most of the families of the children are from villages in the north such as Tel kaif or Batnaya or Tellesqof. But there are some coming from Mosul and in that case the children were indistinguishable from the Arab children in clothing. There was also a child from an Assyrian village who was wearing the traditional Assyrian clothes."
You said that in the beginning the families were perplexed, and then?
"Then everyone enjoyed the ceremony so that even those who had brought some spare clothes to be weared by the children after it preferred them to remain dressed in the traditional way. We are Iraqi Christians, those are our traditions. Remembering can only enrich our culture. The colours and the decorations did not not diminish the sacredness of the moment that had been prepared by the catechism, but I am sure that will remain forever in the memories of those children and their parents. "

11 aprile 2010

Il destino di un cimitero cristiano in Iraq





By Baghdadhope*

Da decenni in Iraq "pace" è una parola strana. Lo è per i vivi la cui vita non si può ancora dire sia normale. Lo è anche per i morti che molte volte nonriescono a trovarla neanche nella loro ultima dimora.
A circa 25 km a nord-est di Baghdad, lungo una strada polverosa e larga non lontana da quella che unisce la capitale a Baquba, sorgono dei cimiteri. Fianco a fianco, su terreni che circa 50 anni fa furono concessi gratuitamente dal governo alle diverse chiese per i propri riti funebri, riposano cristiani di diverse confessioni.
Tra quei cimiteri c'è quello caldeo che il patriarca vicario, Mons. Shleimun Warduni, ha visitato nelle scorse settimane.

Baghdadhope ha chiesto a Mons. Warduni il perchè delle disastrose condizioni in cui versa quel luogo e che sono testimoniate dalle foto scattate da Padre Douglas Al Bazi.

"I motivi sono diversi"
ha dichiarato il presule, "per prima cosa l'area in cui si trova il cimitero per molti anni è stata molto pericolosa, certamente il cimitero è stato saccheggiato dai ladri che si sono impadroniti del marmo delle lapidi e del ferro ma soprattutto è stato mal costruito e mal conservato." "Il terreno in molti casi non ha retto il peso delle successive costruzioni. All'inizio alle famiglie veniva concesso uno spazio dove seppellire i propri morti vicini, poi si iniziarono a costruire tombe singole, successivamente queste tombe cominciarono ad essere ornate da piccoli monumenti funebri e da poco si è tornati a maggiore semplicità con tombe ornate dalle sole lapidi."
A chi è affidata la gestione del cimitero?
"Il cimitero fu voluto dal compianto patriarca Mar Raphael Bedaweed che ne affidò la gestione alla Chaldean Charity Association. Pur tenendo conto delle difficoltà di operare lavori di manutenzione la chiesa si augura che essi vengano svolti al più presto così come espressamente richiesto dal patriarca, Cardinale Mar Emmanuel III Delly. Per adesso la zona è stata recintata ed affidata ad un guardiano. Il rispetto dei morti è nella tradizione cristiana e non dobbiamo dimenticare che all'interno dell'area c'è anche una piccola cappella dove si svolge la commemorazione dei defunti. Per questa ragione la chiesa caldea farà il possibile perchè il luogo torni ad essere l'oasi di pace che merita."

Può sembrare strano che in un paese dove si fa fatica a vivere si pensi ai cimiteri ma la normalizzazione passa anche attraverso la loro sorte perchè, come ha detto Padre Al Bazi commentando le foto "la sofferenza non appartiene ai soli cristiani vivi, ma anche a quelli morti."

The fate of a Christian cemetery in Iraq





By Baghdadhope*

Since decades ago "peace" is a strange word in Iraq. It is so also for the dead who many times cannot find it even in their last home. At about 25 km northeast of Baghdad, along a dusty and wide road not far from the one that joins the capital city to Baquba, there are some cemeteries. Side by side, on a piece of land that about 50 years ago were given by free by the government to the various churches for their funeral rites, rest Christians of different confessions. Among these cemeteries there is the Chaldean one that the Patriarchal Vicar, Msgr. Shleimun Warduni, visited some weeks ago.

Baghdadhope
asked to Msgr. Warduni the reason of the disastrous conditions of the place shown by the photographs taken by Father Douglas Al Bazi.

"There are many reasons," said the prelate, "the first is that the area where the cemetery is has been a very dangerous one for many years, certainly the cemetery has been plundered by thieves who seized the marble tombstones and the iron but above all it was poorly built and badly maintained." "The soil in many cases did not hold the weight of subsequent constructions. In the beginning the families were given a place to bury their dead close together, then individual graves began to be built, then these graves began to be decorated with small memorials and recently there has been a return to more simple tombs adorned only with plaques."
Who is responsible for managing the cemetery?
"The cemetery was built by the late Patriarch Mar Raphael Bedaweed who entrusted its management to the Chaldean Charity Association. Even taking into account the difficulty of making maintenance works the church wants them to be carried out as soon as possible as expressly required by the patriarch, Cardinal Mar Emmanuel III Delly. In the meanwhile the area was fenced and entrusted to a guardian. Respect for the dead is in the Christian tradition and we must not forget that within the area there is also a small chapel for the All Soul's Day celebration. For this reason Chaldean church we will do everything possible for the place to be again the oasis of peace it deserves to be. "

It may seem strange thinking of cemeteries in a country where living is hard but the normalization is made also by their fate because, as Father Al Bazi said commenting the photos "suffering does not belong only to living Christians but to passed away too."

9 aprile 2010

Iraq: anno sacerdotale, raduno dei sacerdoti ad Ankawa

By Sir

Si svolgerà dal 18 al 21 aprile, ad Ankawa, un raduno nazionale dei sacerdoti iracheni, voluto dal patriarcato caldeo di Baghdad, per celebrare l’Anno sacerdotale con a tema il sacerdozio e le vocazioni. A dare la notizia al Sir è mons. Shlemon Warduni, vicario patriarcale caldeo di Baghdad: “a presiedere sarà il patriarca caldeo il card. Mar Emmanuel III Delly e sono attesi numerosi sacerdoti e religiosi dalle diverse diocesi del Paese. In questi giorni di incontro avremo modo di parlare del sacerdozio oggi e del ruolo della famiglia per promuovere le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa. Speriamo che ci siano le condizioni di sicurezza per consentire una grande partecipazione”. Nell’ordine del giorno, sottolinea il presule, non è previsto nessun dibattito sullo scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti e religiosi della Chiesa cattolica: “al Pontefice – ribadisce mons. Warduni - va tutta la nostra solidarietà e vicinanza. Siamo di fronte ad attacchi strumentali contro la Chiesa che condanna questi atti terribili ed è decisa a fare pulizia e a rendere giustizia alle vittime. E’ il momento in cui i cristiani devono restare uniti per fronteggiare questi attacchi che vogliono infangare la Chiesa e la moltitudine di sacerdoti e religiosi che con lealtà e purezza di spirito portano avanti la loro missione pastorale a favore degli ultimi”.

Iraq: year for priests, gathering of priests in Ankawa


The national gathering of Iraqi priests organised by the Chaldean Patriarchate of Baghdad to mark the Year for Priests is due to be held in Ankawa from 18 to 21 April on the theme priesthood and vocations. The news was relayed to SIR by the Chaldean patriarchal vicar of Baghdad Mgr. Shlemon Warduni:Cardinal Mar Emmanuel III Delly will preside at the celebration and many priests and religious from various Iraqi dioceses are expected to come. The gathering will be the occasion to speak about priesthood today and the role of the family in promoting vocations to priesthood and religious life. We hope that security conditions will be such as to allow a wide participation”. As for the agenda, the bishop highlights that there won’t be any debate on the scandal of child abuse committed by priests and religious of the Catholic Church: “We assure the Pope of our full solidarity and closeness”, declared Mgr Warduni. “We are faced with the exploitation of attacks against the Church which, for its part, condemns these terrible acts and is determined to clean up and render justice to the victims. Christians are now called to remain united to face these attacks aimed at discrediting the Church and the many priests and religious who are carrying out their pastoral mission, with faith and purity of soul, at the service of the least”.

8 aprile 2010

Iraq: Mons. warduni (Baghdad) "siamo nel caos, manca la legge"

By SIR

“Siamo nel caos. Mancano la legge e la sicurezza. Non sappiamo cosa può accaderci fra un attimo. Possiamo solo confidare nel Signore”.
Così il vicario patriarcale caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, commenta al Sir l’ondata di violenza e di bombe che in questi ultimi giorni hanno devastato la capitale provocando decine di morti e centinaia di feriti. Secondo diversi analisti si tratterebbe di un avviso contro le trattative per il nuovo Governo, dopo il voto del 7 marzo che ha visto vincere di soli due seggi di scarto il blocco laico di Iyyad Allawi contro quello del premier uscente Nouri al Maliki. “La formazione del nuovo Governo – dichiara il vescovo caldeo - non si sa come andrà a finire. Ci sono tanti interessi in ballo, dei partiti ma ci sono anche interventi esterni”. Nonostante ciò, aggiunge, “le comunità cristiane hanno potuto celebrare la Pasqua in relativa tranquillità, anche a Mosul. Solo domenica di Pasqua, dopo le 11.30, quando abbiamo udito scoppi tremendi all’esterno ci sono stati dei fedeli che hanno lasciato la chiesa ma la maggioranza e rimasta a pregare. Ed quello che continueremo a fare per il nostro Paese e per tutto il suo popolo”.

7 aprile 2010

Easter Mass attendance renews hope in times of strife


By John Pontifex

A leading archbishop has spoken of renewed hopes for the survival of Christianity in one of Iraq’s most troubled regions after Easter celebrations passed off peacefully – with increased numbers attending the services.
Archbishop Amil Nona said altogether up to 1,500 people attended Chaldean-rite Easter Mass in the northern Iraqi city of Mosul – an increase on previous years.
Speaking on Tuesday 6th April in an interview with Aid to the Church in Need, the Archbishop of Mosul said the Easter celebrations gave “new hope”, especially after the all important 7th March general elections.
A spate of violence against Christians in Mosul ahead of the elections prompted an exodus of more than 3,500 faithful – up to half of the city’s Christian population – who fled mostly to villages in the nearby Nineveh plains. Many have since returned.
Archbishop Nona said the faithful now had “new hope”.
He went on: “The people clearly feel more confident after the elections. They have faith that things will now improve.”
The archbishop added: “The Easter celebrations went very, very well. I am really happy about the way it went and it was clear the people felt happy too. You had people coming to the church who had not come for two or three years.”
Archbishop Nona explained that security was high with armed men outside the four churches in Mosul where the Chaldean-rite Catholic services were held.
The Holy Week Triduum services went ahead as usual except that liturgies normally held in the evening including the Easter Vigil were brought forward to daylight hours to reduce the security risk.
But the archbishop said it was “too difficult” at this stage to say whether such hopeful reports would encourage a return of some of the thousands of Christians who fled Mosul in the years of anti-Christian violence and security breakdown following the fall of Saddam.
Since 2003, the Chaldean-rite Catholic community in Mosul has dwindled by two thirds.
Archbishop Nona’s account was one of a number of reports of peaceful Easter celebrations in Iraq.
It comes against a backdrop of violence in Baghdad where at least five people died and 140 were injured in six separate explosions.
Archbishop Louis Sako sent Aid to the Church in Need a message describing peaceful Easter celebrations in the northern city of Kirkuk.
In his account, reported by Catholic news agency, AsiaNews, the Archbishop of Kirkuk wrote that a delegation of local government officials and Muslim religious leaders attended the Catholic religious services in the city.
And in another sign of hope for the Church in Iraq, the Daughters of Mary Immaculate, also known as the Chaldean Sisters, provided Easter packages for 750 poor families.
The families are among refugees currently living in villages outside the ancient Christian city of Zakho, close to the border with Syria and Turkey.
The food hampers, which included sugar, rice, chocolate and eggs, were funded by Aid to the Church in Need, which has helped to provide Easter and Christmas hampers for Christians in the region since 2008.
The food hamper project is coordinated by Father Bashar Warda, a senior Catholic priest.
Speaking from outside Erbil, the regional capital of Kurdish-controlled northern Iraq, Father Warda said that the initiative had once again been a great success.
He explained that, compared with last year, the number of items in each hamper was reduced to enable outreach to more families.
They face extreme poverty having fled their homes further south. Many are desperate to start a new life abroad.
Father Warda said: “The people were very happy to receive their hampers. The situation for them is very difficult and they are very grateful for the help they receive.”
The signs of new hope for Christians in Iraq will come as a major boost for Archbishop Nona, who at 42 became the Catholic Church’s youngest archbishop.
Ordained bishop in January, he replaced Archbishop Paulos Faraj Rahho of Mosul, who was kidnapped outside his cathedral in February 2008.
He died in captivity two weeks later and his body was buried in a shallow grave not far from the centre of the city.

6 aprile 2010

Pasqua in Iraq: i cristiani invocano la pace per il Paese


Le violenze e gli attentati con morti e feriti di questi giorni, non hanno impedito ai cristiani iracheni di festeggiare la Pasqua. A Kirkuk una delegazione di funzionari governativi e leader musulmani locali hanno partecipato alla Veglia pasquale e alla Messa. Una testimonianza di solidarietà alla comunità cristiana, vittima nelle ultime settimane di una serie di attacchi mirati e costretti in migliaia alla fuga verso zone più sicure o all’estero. Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, riferisce ad AsiaNews che la chiesa era gremita e le donne hanno colorato migliaia di uova “per distribuirle ai fedeli e ai rappresentanti del governo”. Una famiglia musulmana ha preparato un enorme pane da distribuire ai presenti. Circa 500 bambini che frequentano le classi del catechismo, invece, hanno offerto i soldi risparmiati in Quaresima ai poveri della città, compresi i musulmani. “Il bambino che ha portato il denaro all’altare – sottolinea mons. Sako – ha detto che ‘con la preghiera’ si vince il male e il terrorismo”. Durante l’omelia l’arcivescovo di Kirkuk ha sottolineato che “la risurrezione di Cristo ci ricorda i valori del perdono, della riconciliazione, della pace e della vita”. Il sacrificio e l’amore di Gesù, ha aggiunto il prelato, sono “la magna charta per una vita umana dignitosa”. Egli ha inoltre spiegato che “l’emigrazione è un esilio; dobbiamo rimanere nella nostra terra e rendere testimonianza della nostra fede cristiana”. “Nella chiesa cristiana e nelle moschee – ha continuato mons. Sako – si impara l’amore, la tolleranza e la cooperazione, per essere più vicini a Dio”. Per questo gli iracheni, sulla base delle norme della legge e dei valori spirituali, devono “lavorare per la riconciliazione” e superare le divisioni, che sono “segni della morte: l’unità è il simbolo della vita”. In quest’ottica, secondo il prelato, sarà importante “la formazione del nuovo Parlamento e del nuovo governo, capaci di imporre l’ordine e garantire stabilità”.

2 aprile 2010

عيد فصح سعيد
Joyeuses Pâques
Happy Easter
¡Felices Pascuas
Feliz Páscoa
Glad Påsk
Frohe Ostern
By Baghdadhope*

29 marzo 2010

Council of Christian Church Leaders: “We ask the government for peace and security”


"We're waiting to see which direction and what guidelines the new government will follow. We hope that the government's plans call for peace and security.”
This is what Fides learned from Archbishop Avak Asadourian, Primate of the Armenian Orthodox Church of Iraq and Secretary General of the Iraqi Council of Christian Church Leaders, which brings together leaders of 14 Christian churches in the country. Commenting on the results of the elections, the Archbishop tells Fides about some good signs: "Many citizens have participated in the vote. There was a high level of participation among Christians, as well. Now all we are waiting to see is which direction the government will take. We hope that the guiding principle of action will be to ensure peace and security to the nation, as this is the basis for genuine democracy and for rebuilding infrastructure and work." On the sentiments among leaders and the Christian community, the Archbishop told Fides: "The Christians have hopes for a stable and strong government. We are citizens of Iraq and we have been in this land, our home, for millennia. Politicians leading the country say they hope that Christians will remain in the country and continue to contribute. We ask them not to remain in good intentions, but to put them into practice through works," ensuring a peaceful life to Christian minorities, who are still under fierce attack. On direct commitment in politics, Archbishop Asadourian says: "There are now 5 Christians in Parliament and this is a step forward from the previous Parliament, where there was only one. But it's not enough. We encourage lay Christians to become involved in social life and engage in good politics, to support Christian values such as respect for human dignity and fundamental human freedoms."
The Council of Christian Church Leaders in Iraq was established on Feb. 10 in Baghdad as a coordinating body among the Christian leaders in Iraq. It includes 14 communities: the Chaldean Catholic Church, the Assyrian Church, the Assyrian Catholic Church, the Syrian Orthodox Church, the Syro-Catholic Church, the Armenian-Orthodox Church, the Armenian Catholic Church, the Greek Catholic Church, the Greek Orthodox Church, the Latin Catholic Church, the Presbyterian Church, the Assyrian Evangelical Church, the Seventh Day Adventist Church, and the Coptic Orthodox Church.

Asia/Iraq: Il Consiglio dei leader cristiani: “Al nuovo governo chiediamo pace e sicurezza”


“Aspettiamo di vedere quale direzione e quali orientamenti seguirà il nuovo governo. Auspichiamo che le linee programmatiche dell’azione di governo siano pace e sicurezza”:
è quanto dichiara all’Agenzia Fides l’Arcivescovo Avak Asadourian, Primate della Chiesa Armena Ortodossa dell’Iraq e Segretario Generale del “Consiglio dei Leader delle Chiese cristiane dell’Iraq”, che riunisce i capi di 14 Chiese cristiane del paese.
Commentando i risultati delle elezioni, l’Arcivescovo dice a Fides di notare buoni segnali: “Molti cittadini hanno partecipato al voto; anche la partecipazione dei cristiani è stata alta. Ora tutti attendono di vedere quale strada prenderà il governo. Speriamo che il principio guida dell’azione sia garantire pace e sicurezza alla nazione, che sono la base per una autentica democrazia, e per poter ricostruire infrastrutture e lavoro”.Sui sentimenti dei leader e della comunità cristiana, l’Arcivescovo nota a Fides: “I cristiani sperano in un governo stabile e forte. Siamo cittadini dell’Iraq e siamo presenti in questa terra, casa nostra, da millenni. Rappresentanti politici ai vertici del paese dicono di sperare che i cristiani restino nel paese e continuino a dare un contributo. Chiediamo che queste non restino solo buone intenzioni, ma che seguano i fatti per metterle in pratica”, assicurando una vita pacifica alle minoranze cristiane, ancora sotto tiro.Sull’impegno diretto in politica, Mons. Asadourian afferma: “I cristiani sono ora 5 in Parlamento ed è un passo avanti rispetto al Parlamento precedente, dove ce n’era solo uno. Ma non basta ancora. Incoraggiamo i laici cristiani a coinvolgersi nel sociale e a impegnarsi nella buona politica per portare i valori cristiani come il rispetto della dignità umana e le libertà fondamentali dell’uomo”. Il Consiglio dei Leader delle Chiese cristiane in Iraq (“Council of Christian Church Leaders”) è stato istituito il 10 febbraio scorso a Baghdad come organismo di coordinamento fra i leader cristiani in Iraq. Ne fanno parte 14 comunità: la Chiesa cattolica Caldea; la Chiesa Assira; la Chiesa Assiro-Cattolica; la Chiesa Siro-Ortodossa; la Chiesa Siro-cattolica; la Chiesa Ortodossa-Armena; la Chiesa Cattolica Armena; la Chiesa Greco-Cattolica; la Chiesa Greco-Ortodossa; la Chiesa Cattolica Latina; la Chiesa Presbiteriana; Chiesa Evangelica Assira; la Chiesa Avventista del Settimo giorno; la Chiesa Copto-Ortodossa.

Mosul: bimbo cristiano di tre anni ucciso da un'esplosione


Ennesima vittima cristiana a Mosul. Un bambino di soli tre anni è morto, sabato 27 marzo, per le ferite riportate a causa di un’esplosione provocata da una bomba posta nei pressi della sua abitazione. Nell’attentato sono rimasti feriti anche i familiari del piccolo. A confermare la notizia al Sir è l’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Emil Shimoun Nona che fornisce dettagli dell’accaduto: “secondo la polizia l’attacco non era diretto all’abitazione della famiglia cristiana ma, forse, ad una chiesa vicina. I terroristi, due, scoperti e fermati dalla polizia si sono dati alla fuga lasciandosi dietro l’ordigno che è esploso nei pressi dell’abitazione causando la morte del piccolo e gravi ferite agli altri componenti che sono ricoverati in ospedale. Ieri mi sono recato in visita alla famiglia per portare tutto il conforto della comunità locale”. “Speriamo che il prossimo Governo sappia arginare questa violenza – afferma l’arcivescovo - la popolazione ha bisogno di riconciliazione, di pace e di stabilità, condizioni necessarie per riprendere la via della rinascita. Siamo ottimisti perché notiamo anche la speranza e la voglia del popolo di camminare in questa direzione”.
Un invito ad “attendere tempi migliori” arriva da mons. George Casmoussa, arcivescovo siro-cattolico della città, che a Fides parla di “fedeli cristiani terrorizzati. Speriamo in un governo forte che porti pace e giustizia in Iraq. Un governo che non difenda interessi di gruppi religiosi, etnici o di fazioni politiche, ma che guardi con lungimiranza al bene comune del paese, in quanto l’Iraq è di tutti”. Parla di “attacco brutale” il vicario patriarcale caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni riferendosi alla morte del bambino cristiano: “proviamo dispiacere e paura per i nostri cristiani di Mosul – dichiara al Sir – la situazione è difficile. Il nostro auspicio è che qualsiasi Esecutivo sarà formato questo possa affrontare il tema della sicurezza e dei diritti dei nostri fedeli”. Analogo appello alla “pace e sicurezza” giunge anche dall’arcivescovo Avak Asadourian, Primate della Chiesa armena ortodossa dell’Iraq e Segretario Generale del “Consiglio dei Leader delle Chiese cristiane dell’Iraq”, che riunisce i capi di 14 Chiese cristiane del paese. “Speriamo che il principio guida dell’azione del prossimo Governo sia garantire pace e sicurezza alla nazione, basi per una autentica democrazia, e per poter ricostruire infrastrutture e lavoro”.

26 marzo 2010

A new Syriac Orthodox priest in Mosul

By Baghdadhope*

Source of the news: Syriac Orthodox Patriarchate

The Christian community in Mosul is growing in number despite the diffiucult situation of the country and the city.
The Syriac Orthodox bishop of Mosul, Msgr. Saliba Chamoun, will soon have an aide as decided by the Patriarch Mor Ignatius Zakka I.
Fr. David Sharaf, after serving for more than three years in the church of Mar Malke in Sydney, will serve as Mosul bishop's aide going back to the city where he was born in 1976.
Before being sent to Australia Fr. David, who has a BA in Theology, taught at the Theological Seminary in the College of Mar Ephrem, served as a priest for three months in Sweden and then went to study to the University of Athens (Greece) before going back to teach at the Theological Seminary.

Give to Ceasar What Is Ceasar’s (Lk 20:25)

By Baghdadhope*

Iraqi youth use technology to join celebrations in St. Peter's Square

In reporting the piece of news about the "virtual" union of the youth partecipating yesterday to the celebration for the 25° anniversary of WYD in Saint Peter's Sq. in Rome and the youth of Mar Qardagh Chaldean Catholic church in Erbil (Iraq) CNA/ETWN news cited as the source of it SIR agency.

In reality the first to report the news was Baghdadhope.
SIR agency reported the news too but properly citing Baghdadhope as its source, as did also Radiovaticana in the late afternoon.

25 marzo 2010

Young people from Rome and Erbil virtually together

By Baghdadhope*

To mark the 25th anniversary of the first World Youth Day held in Rome in 1985 and to celebrate the 10th anniversary of WYD in Tor Vergata on this afternoon the Holy Father will meet with young people from Rome and Lazio between 7.00 and 9.30 pm in San Pietro square.
Those young people, as it is a tradition, will be virtually joined by those of the Chaldean Catholic parish of Mar Qardagh in Erbil (Iraq) who after a meeting of reflection and prayers led by the parish priest, Father Rayan P. Atto, will follow the event St. Peter's Square by satellite.
"It has become a tradition for young people waiting to be in spiritual communion with the youngpeople preparing for the World Youth Day," said Father Atto to Baghdadhope.
Father, in 2008 a few young of the church of Mar Qardargh were able to attend WYD in Australia. On that time there were many bureaucratic difficulties. Are you still thinking to Madrid's WYD in 2011?
"Certainly. To be physically present at WYD and not only spiritually is a dream for all young people in the world and for the Iraqis in particular. How it was in Sydney we would like to bear witness of our faith and our devotion to the Lord who helps us in living the difficult times Iraq is passing through also in Madrid."
Will you have problems in going to Madrid?
"I really hope not. Going to Australia was not easy. In any case we are already preparing ourselves. We have informal contacts with the Spanish Committee of World Youth Day and as soon as the inscriptions of the groups begin we will ask that all documents necessary to be received and sent can pass through a European embassy in Iraq since there is no the Spanish embassy in the country."
In short, it will not be very easy ..
"As always. Life is never easy for Iraqis, but the challenges don't scare us. We will be in Madrid."

I giovani di Roma ed Erbil virtualmente insieme

By Baghdadhope*

In occasione del 25° anniversario della prima Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a Roma nel 1985 e del 10° aniversario della GMG di Tor Vergata oggi pomeriggio il Santo Padre incontrerà i giovani di Roma e del Lazio dalle ore 19.00 alle ore 21.30 in Piazza San Pietro.
A quei giovani, come è ormai tradizione, si uniranno virtualmente quelli della parrocchia cattolica caldea di Mar Qardagh ad Erbil (Iraq) che dopo un incontro di riflessione e preghiera guidata dal parroco, Padre Rayan P. Atto, seguiranno l'evento di Piazza San Pietro via satellite.

"Ormai è diventata una tradizione attesa dai giovani quella di ritrovarci in comunione spirituale con i giovani che si preparano alla GMG"
ha dichiarato Padre Atto a Baghdadhope
Padre, nel 2008 un piccolo gruppo della chiesa di Mar Qardargh è riuscito a partecipare alla GMG in Australia. Quella volta c'erano state molte difficoltà burocratiche. State comunque pensando a Madrid nel 2011?
"Certamente. Poter essere fisicamente presenti alla GMG e non solo spiritualmente è un sogno per tutti i giovani del mondo. Per quelli iracheni poi in particolare. Come a Sydney anche a Madrid vorremmo portare la testimonianza della nostra fede, del nostro attaccamento al Signore che ci aiuta a vivere nella situazione difficile che l'Iraq sta attraversando da anni."
Avrete problemi anche per Madrid?
"Sinceramente spero di no. Andare in Australia non è stato facile. In ogni caso ci stiamo già muovendo. Ci sono dei contatti informali con il comitato della GMG spagnola e non appena si apriranno le iscrizioni dei gruppi chiederemo che tutti i documenti necessari da ricevere e da inviare transitino attraverso una sede diplomatica europea in Iraq visto che nel paese non c'è un'ambasciata spagnola."
Insomma, proprio facile non sarà..
"Come sempre. La vita non è mai facile per gli iracheni ma le sfide non ci hanno mai spaventato. A Madrid ci saremo anche noi."

Mons. Tomasi: in aumento le violenze contro le minoranze religiose, i cristiani i più colpiti


La tutela del diritto alla libertà religiosa è particolarmente importante in quanto “i valori religiosi sono un ponte per tutti i diritti umani”. Ma questo diritto è oggi ripetutamente oltraggiato da pregiudizi, discriminazioni e violenza. E’ quanto ha affermato ieri l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio dell’Onu di Ginevra, in occasione della 13.ma Sessione del Consiglio dei diritti umani nella città elvetica.
Il servizio di Amedeo Lomonaco:
Aumentano i casi in cui la religione viene ridicolizzata e si assiste ad una sempre più grave “mancanza di rispetto per personalità e simboli religiosi”. Sono in aumento anche i casi di “discriminazione e di uccisioni” di fedeli di minoranze religiose. A questo – fa notare l’arcivescovo Silvano Tomasi - si aggiunge nell’opinione pubblica una diffusa considerazione negativa della religione, ritenuta “dannosa” per la coesistenza pacifica. Si tratta di fenomeni che sollevano “questioni politiche e giuridiche” sull’attuazione dei diritti umani e, in particolare, per la tutela del “diritto alla libertà religiosa”. Dal momento che i sistemi di fede sono diversi e anche in contrasto tra loro, la motivazione del loro rispetto dovrà provenire da un “fondamento universale che è la persona umana”. Una legislazione pertinente – osserva mons. Tomasi - dovrebbe realizzare il bene comune e dovrebbe essere basata su valori, principi e norme che riflettono la “natura dell'uomo” e fanno parte “della coscienza della famiglia umana”, pur tenendo conto delle “implicazioni della libertà di espressione e di religione”. Il rispetto del diritto di tutti alla libertà religiosa – sottolinea il presule - non richiede la “completa secolarizzazione della sfera pubblica o l'abbandono di tutte le tradizioni culturali”. Un quadro normativo che tuteli “il bene comune e l'uguaglianza dei cittadini in una società sempre più pluralistica” implica che i sistemi legislativi applicabili ai credenti non debbano essere imposti “ai fedeli di altre religioni e ai non credenti”. In caso contrario - afferma mons. Silvano Tomasi - i diritti umani e il diritto alla libertà religiosa possono diventare uno strumento politico per la discriminazione, piuttosto che uno strumento etico nelle relazioni interpersonali. Uno Stato non può diventare l’arbitro dell’ortodossia religiosa, decidendo su questioni teologiche o dottrinali. Sarebbe la “negazione del diritto alla libertà di religione”. Misure contro atteggiamenti offensivi verso la religione basate su discrezione dello Stato per l'introduzione di un concetto vago di “diffamazione” nel sistema dei diritti umani, “non supportano una soluzione efficace e soddisfacente”. C’è il rischio reale – spiega il presule - che l’ulteriore interpretazione di ciò che comporta la diffamazione possa condizionare l'atteggiamento verso la religione o le convinzioni personali, spesso “a tragico discapito delle minoranze”. Questo è purtroppo il caso di quei Stati che non fanno “distinzione tra materia civile e religiosa”. Stati che si identificano con una fede particolare, interpretano la diffamazione in base alle convinzioni della religione o le convinzioni cui aderiscono. Inevitabilmente vengono discriminati i cittadini che non condividono le stesse convinzioni. La Santa Sede – conclude mons. Tomasi - esorta gli Stati ad un nuovo impegno per il dialogo e la riaffermazione del diritto all'appartenenza ad una comunità di fede. Tale scelta, come espressione di personali diritti fondamentali della persona umana, “deve sempre essere esercitata nel contesto del bene comune”.
In diversi Paesi le minoranze religiose sono vittime di attacchi drammatici come in Pakistan, dove un cristiano è stato bruciato vivo perché si è rifiutato di convertirsi all'islam. Come si difende la libertà religiosa?
R. – La comunità internazionale deve assumersene una responsabilità, in qualche modo, nel trattare anche tale questione in maniera sistematica. Tra l’affermazione dei grandi principi che sono enunciati, per esempio nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e la pratica quotidiana in molti Paesi c’è di mezzo un grande vuoto. Dobbiamo rinnovare la volontà politica di poter proteggere i diritti di tutti i cittadini e questo lo si fa attraverso l’educazione in modo che, ad esempio, nelle scuole non ci siano dei manuali o dei testi che sostengono posizioni fondamentaliste o incitino all’odio di altre religioni diverse dalla propria. Lo si fa attraverso non solo l’educazione pubblica ma anche attraverso i mezzi di comunicazione, creando un senso di accettazione reciproca finalizzato ad avere lo spazio pubblico sereno per cercare insieme la verità.
Nel suo intervento ha anche affermato che uno Stato non può diventare l’arbitro dell’ortodossia religiosa introducendo leggi sulla diffamazione che poi, in realtà, possono diventare discriminatorie…
R. – C’è una forte divisione, soprattutto tra i Paesi occidentali e i Paesi in cui c’è una maggioranza islamica. Nel mondo occidentale l’accento viene messo sulla persona come fonte di diritto, mentre nel mondo mediorientale c’è una cultura che dà un certo peso alla comunità. In questo caso, però, si rischia di discriminare le minoranze, perché se il gruppo dominante ha diritti per difendere le proprie posizioni ideologiche o religiose, le minoranze vengono discriminate, messe in una posizione di sottomissione. Dobbiamo perciò riaffermare il diritto della persona alla sua libertà religiosa e, allo stesso tempo, tener presente che le persone sono naturalmente aperte a relazionarsi con gli altri e quindi anche a creare comunità. Certo, i più discriminati in questo momento sono i cristiani. Non è solo questione di caricature o di articoli diffamatori, ma si tratta di vita e morte.
In Occidente si assiste ad un altro allarmante fenomeno: la ridicolizzazione della religione…
R. – La religione viene vista come un qualcosa di sorpassato, un blocco allo sviluppo e al progresso scientifico. Ci sono ancora molti funzionari pubblici – a volte anche nell’Unione Europea – e gruppi o correnti di pensiero che vedono nella religione un ostacolo alla modernità. Quest’atteggiamento porta poi a discriminare la maggioranza della popolazione che è credente. Mi pare che la cultura pubblica occidentale che ridicolizza la religione non faccia un servizio a se stessa ma crei dei problemi per il suo futuro.

24 marzo 2010

IRAQ - In tanta sofferenza. I cristiani iracheni verso la Pasqua

By SIR

di Daniele Rocchi

Domenica 28 Marzo, domenica delle Palme, prenderà il via la Settimana Santa. La passione, la morte e la resurrezione di Cristo, celebrate attraverso riti suggestivi e antichi, saranno vissute con animo particolare dai cristiani iracheni, sia dentro che fuori i confini nazionali. Le violenze cui sono sottoposti ormai da anni, con furia crescente, hanno fatto della Chiesa irachena una comunità di martiri, che vive giornalmente sulla sua pelle, la passione di Cristo, in una sorta di calvario del quale sembra non si veda la fine, ovvero la risurrezione. Un calvario che porta le croci di sacerdoti e vescovi, di tanti uomini e donne costretti alla fuga, umiliati, rapiti, uccisi. Le cifre raccolte dall'Agenzia Fides, della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, tramite fonti delle Chiese locali in Iraq, offrono un quadro esauriente di questa sofferenza: dal 2003 a oggi, circa 2.000 cristiani iracheni sono stati uccisi in diverse ondate di violenza; fra il 27 febbraio e il 1 marzo 2010, 870 famiglie, per oltre 4.400 fedeli, hanno lasciato Mosul a causa della violenza anticristiana; nell'ottobre 2008, oltre 12.000 cristiani sono fuggiti da Mosul per un'ondata di violenza; il 40% dei rifugiati iracheni all'estero (circa 1,6 milioni in totale) sono cristiani (fonte Unhcr); il 44% degli iracheni che hanno fatto domanda di asilo in Siria sono cristiani. Per l'Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), nel 2009 l'Iraq è risultato il secondo Paese al mondo per richieste di asilo, circa 24 mila domande, preceduto solo dall'Afghanistan con 26.800; il numero complessivo dei cristiani in Iraq, nel 1987, era di 1,4 milioni, nel 2003 era passato a 1,2 milioni, nel 2009 si è dimezzato scendendo a 600 mila, molti dei quali sono sfollati interni.

Un gregge impaurito.
In questa situazione ha ancora senso parlare di Pasqua, di speranza nella risurrezione?
"Certamente - risponde l'arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Emil Shimoun Nona - sebbene quest'anno non la celebreremo in tutte le chiese, per motivi di sicurezza. I nostri fedeli, infatti, non possono recarsi nelle parrocchie della zona antica della città, a causa di blocchi e check point della polizia e dell'esercito. La situazione - dice al SIR - è critica e molto difficile, tuttavia la scelta di celebrare solo nei luoghi più protetti dovrebbe favorire la partecipazione alle liturgie. Non prevediamo riti all'esterno e anche le liturgie dentro le chiese si svolgeranno senza troppa visibilità. Il pericolo di attentati è reale nonostante i dispositivi di sicurezza messi a punto per l'occasione dalle istituzioni".
Ma con quale disposizione d'animo i cristiani vivranno la prossima Pasqua?
"Il mio è un gregge impaurito che rischia di perdere la speranza, tuttavia, la Pasqua serve a concentrarci sul dolore che stiamo vivendo per rileggerlo alla luce della risurrezione, della speranza nella vita eterna", spiega mons. Nona, per il quale "la cosa più difficile è dare un senso a tutta questa sofferenza, viverla cristianamente, come offerta per la salvezza nostra e del mondo. Mai come in questo momento abbiamo bisogno di sperare".
La forza interiore dei cristiani iracheni è enorme: "Ci sono fedeli che camminano per ore per raggiungere una chiesa in cui poter pregare in tutta sicurezza. La loro è una grande testimonianza di fede, che deve far riflettere anche i cristiani dell'Occidente". "In questa sofferenza non siamo soli, sentiamo la vicinanza di altre comunità cristiane che in tante parti del mondo, non solo qui in Medio Oriente, stanno soffrendo allo stesso modo per la violenza, per la mancanza di libertà. Il mondo oggi ha tanti calvari e tante croci. Condividerle ci fa sentire più uniti alla Chiesa". Su un punto, però, mons. Nona, chiede tempo: il perdono. "Giusto parlare di perdono ma adesso è difficile perché non c'è giustizia".

Sofferenza immeritata.
Usa l'immagine biblica del "Servo sofferente" di Isaia, l'arcivescovo di Baghdad dei latini, mons. Jean Benjamin Sleiman, per descrivere il dolore dei cristiani iracheni. Il servo è costretto ad una ingiusta sofferenza, simile per violenza e modalità d'esecuzione a quella descritta nei Vangeli riguardo alla passione di Gesù. Una sofferenza che sembra immotivata, immeritata e senza prospettive di riscatto. "Mi è capitato di paragonare il popolo iracheno e i cristiani, in particolare, al Servo sofferente di Isaia, che prende su di sé il male che gli altri fanno - afferma al SIR l'arcivescovo latino - se c'è una Pasqua qui è quella di pregare affinché non si estingua la speranza. Non possiamo perdere la speranza nella risurrezione, la fine del tunnel dovrà pur esserci, è la speranza che ci salva: questo è il significato della Pasqua soprattutto in Iraq. Vedo tanti cristiani che stanno perdendo la speranza. Questa perdita genera paura, spinge a fuggire altrove, a lasciare tutto per cercare di salvare la propria vita, per trovare un futuro migliore". "La perdita di speranza è un cruccio - prosegue mons. Sleiman - ma la Chiesa universale può aiutarci esortando i suoi fedeli sparsi nel mondo a vivere da cristiani. Questa testimonianza di fedeltà sarebbe una grande forza per noi tutti. Noi vi guardiamo. Se la Chiesa universale è fedele a se stessa e alla speranza, ci aiuterà a vivere con coraggio e in comunione. Il calvario di questi giorni appare assurdo, inspiegabile senza la speranza. Soffriamo - conclude - ma lo dobbiamo fare con lo sguardo di Cristo che ha preso su di sé la nostra debolezza e, malgrado tutto, ha mantenuto il suo sguardo di amore e di perdono".

Iraq: Vescovi di Baghdad e Mosul, "il futuro governo fermi la strage dei cristiani"

By SIR

“Sta crescendo il numero degli iracheni che vogliono un Paese gestito dalla ragione e dalla legge piuttosto che dalla confessione e dall’etnia. C’è desiderio di uno Stato di diritto, e questo mi sembra un fatto molto positivo”. In attesa di conoscere i risultati definitivi, che con molta probabilità saranno resi noti il 26 marzo, mons. Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad dei latini, commenta così al Sir il voto del 7 marzo in Iraq. Lo spoglio dei voti, giunto al 95% del totale, vede, al momento, un testa a testa fra il premier uscente Nuri al Maliki e Yyad Allawi, con un leggero vantaggio del primo. “Gli appelli alla laicità in vista del voto – spiega il presule - sono stati recepiti anche in virtù del fatto che un certo tipo di legame tra religione e politica non ha dato frutti a livello sociale, economico e culturale. La novità del voto risiede anche nella varietà delle liste presentate”. Una varietà che però, secondo mons. Sleiman, “ha favorito anche la frammentazione politica dei cristiani che si sarebbe potuta evitare."
Qualunque sia il risultato definitivo sancito dalle urne, aggiunge l’arcivescovo latino, “il nuovo Parlamento ed il nuovo Governo dovranno fermare la strage dei cristiani, in atto specialmente a Mosul, trovando mandanti ed esecutori di questi crimini. Lo Stato deve intervenire, se non è capace, chieda ad altri di farlo. E’ inaccettabile che persone vengano uccise in questo modo”.
Ad auspicare un Governo laico è anche l’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Emil Shimoun Nona, che a margine di un’intervista al Sir sulle prossime celebrazioni di Pasqua, ha invitato le “autorità della città a fornire notizie sui motivi di tanta violenza nei nostri confronti, sulle indagini sui crimini commessi contro la nostra comunità che sta perdendo fiducia verso lo Stato”.

Iraq: Bishops Sleiman and Nona (Baghdad and Mosul) "Let the future government stop the massacre of Christians"


"The number of Iraqis wanting a country run by reason and law, rather than by confession or ethnic group, is increasing. They want a constitutional state, and this sounds like a very good thing”.
While waiting for the announcement of the final results, which will most likely take place on March 26th, this is how mgr. Jean Benjamin Sleiman, archbishop of Baghdad of the Latins, comments with SIR the vote of 7th March in Iraq. The count, which is now at 95% of the total, is now seeing the outgoing prime minister Nuri al Maliki and Yyad Allawi in a neck-and-neck situation, with the former faring slightly better than the latter. “The appeals to laicism in the run-up to the voting – the prelate explains – have been heeded, not least because a certain kind of bond between religion and politics bore no fruits, in social, economic and cultural terms. The innovation of the vote lies also in the variety of tickets that run for the election”. A variety that, however, according to mgr. Sleiman, “also led to the political fragmentation of the Christians that might have been avoided”.
Whatever the final result the count will guarantee, the Latin archbishop adds, “the new Parliament and the new Government will have to stop the massacre of Christians, which is mainly happening in Mosul, by finding who instigates and who commits such crimes. The State must do something, and, if it cannot, then it must ask someone else to do that. It is unacceptable that people are killed like this”. A lay Government is also wished for by the Chaldean archbishop of Mosul, mgr. Emil Shimoun Nona, who, during an interview with SIR about the forthcoming Easter celebrations, invited the “city authorities to give news about the reasons for such violence against us, and about the investigations into the crimes committed against our community, which is losing confidence in the State”.