"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

11 dicembre 2015

Patriarca di Baghdad: per vincere lo Stato islamico truppe di terra, libertà religiosa e laicità

By Asia News
Luis Raphael I Sako

Unire gli sforzi militari “con truppe sul terreno” e prosciugare le fonti ideologiche e di finanziamento dello Stato islamico e degli altri gruppi terroristi. Combattere “tutte le altre forme di estremismo, di odio, di violenze” e riaffermare con forza il principio della libertà religiosa e della piena cittadinanza di tutte le anime del Paese, compresa la minoranza cristiana. Sono queste alcune delle proposte concrete avanzate da Mar Louis Raphael I Sako, patriarca caldeo di Baghdad, per contrastare la deriva violenta nei Paesi del Medio oriente e in particolare l’Iraq, teatro dell’avanzata dei movimenti jihadisti. Per costruire un “futuro migliore”, afferma sua beatitudine, è necessario “separare la religione dallo Stato” e separare le istituzioni “da una religione o da una setta”.
Mar Sako partecipa in questi giorni a un incontro a Roma dedicato alla situazione attuale in Iraq e Siria e alla risposta cristiana alle persecuzioni. L’iniziativa è promossa dalla GeorgeTown University (Usa), dall’Università di Notre Dame nell’Indiana (Usa), dalla Comunità di Sant’Egidio e dai Cavalieri di Colombo.
Ecco, di seguito, il testo completo dell’intervento del patriarca Sako, inviato ad AsiaNews:

La situazione dei cristiani in diverse nazioni del Medio oriente si sta “deteriorando”. Le persecuzioni anti-cristiane sono diventate un fenomeno diffuso ai nostri giorni per diversi motivi:
1 - La cultura che è alla base del cristianesimo, ovvero una religione di amore, perdono e pace, la quale si contrappone alla cultura corrente: quella della vendetta.
2 - La secolarizzazione è diventata una religione in Occidente ed è evidente il vuoto in tema di valori religiosi nelle società occidentali.
3 - La corruzione di molti regimi in Medio oriente e la mancanza di riforme concrete.
4 - Gli errori della politica occidentale nel Medio oriente, che ha portato cambiamenti in peggio nei vari regimi. La dittatura è una cultura caratteristica in Medio oriente. Quello di cui abbiamo bisogno è di un dittatore saggio e giusto.
5 - La mancanza di una formazione nell’ambito democratico, in tema di libertà individuali e di diritti umani.
6 - L’instabilità e la mancanza di sicurezza.
7 - L’emergere progressivo di un islam che ha l’obiettivo preciso di stabilire uno stato islamico, basato sulla sharia (legge islamica).
Molti musulmani pensano che il cristianesimo ha fallito ed essi hanno la missione di islamizzare il mondo, perché l’islam è la sola e unica vera religione.

La situazione attuale dei cristiani in Medio oriente
Sfortunatamente, la libertà religiosa è sotto attacco in molte nazioni del Medio oriente… Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico] e altri gruppi estremisti attaccano i cristiani, gli yazidi, i sabei a causa del loro credo religioso. Essi distruggono qualsiasi cosa non rientri nella loro visione dell’islam. I leader dello Stato islamico hanno fissato tre modalità per relazionarsi con i non musulmani: conversioni forzate all’islam; pagare un tributo (jizyah) o lasciare la propria casa; essere decapitato.
In una sola notte almeno 120mila cristiani hanno dovuto abbandonare in tutta fretta le loro case, con i soli abiti indosso e vivono ancora oggi - a distanza di un anno e mezzo - in campi profughi. Tutto questo non rappresenta un crimine contro l’umanità?
Le costituzioni basate su principi di natura religiosa o confessionale sono, per loro stessa natura, incompatibili con i valori sanciti dai diritti umani. L’islam politico cerca di imporre un sistema di leggi islamico (sharia) che non consente, secondo diritto, ai non musulmani di avere un ruolo nella vita politica e di poter godere di pari diritti rispetto ai musulmani nell’amministrazione. In Iraq oggi qualsiasi cosa è ammantata da un elemento confessionale!
La recente legge approvata dal Parlamento irakeno in data 27 ottobre 2015 è una vera e propria coercizione nei confronti dei minori di 18 anni cristiani, yazidi, sabei i quali sono convertiti a forza all’islam, quando uno dei due genitori proclama la fede musulmana (art. 26/II). Tutto ciò è contrario ai valori della cittadinanza e danneggia l’unità nazionale e il pluralismo religioso e i principi stessi della coesistenza.
La legge è in contraddizione con il Corano stesso, quando dichiara in più versi che “non vi possono essere obblighi in tema di religione”. In aggiunta, essa contrasta anche diverse direttive presenti all’interno della stessa Costituzione iraqena fra cui l’articolo 3, il quale stabilisce che “l’Iraq è una nazione multi-etnica” con diversi culti e fedi religiose. E ancora, l’articolo 37/II secondo cui “lo Stato deve garantire la protezione dell’individuo dalla coercizione politica e religiosa”. In aggiunta, l’art. 42 secondo cui “tutti devono godere della libertà di pensiero, coscienza e religione”. Ed è anche in contrasto con le norme internazionali in tema di diritti umani quando stabiliscono che “ciascun individuo deve poter godere delle libertà di …”.
Le milizie estremiste islamiche stanno minacciando i cristiani di Baghdad, li rapiscono per denaro e li cacciano a forza dalle loro case, per potersene impossessare.
È fonte di estremo dispiacere osservare che in questo contesto i non musulmani nutrono poche speranze di un miglioramento della situazione nella regione. Le violazioni spingono i cristiani e le altre minoranze a emigrare e, di conseguenza, li sradicano dalla loro madre terra, dove essi trovano identità e ragione di vita! Prima della caduta del regime di Saddam Hussein, in Iraq vi erano almeno 1 milione e 400mila cristiani; oggi il loro numero arriva a malapena a 500mila!

Proposte
Vorrei presentare alcune proposte concrete. Sperando che possano servire come roadmap per tracciare un futuro migliore nella regione.
1 - Daesh e il fondamentalismo sono un cancro nel corpo islamico, ma costituiscono una minaccia concreta per tutti noi; per questo, dobbiamo unirci per distruggerlo sul piano militare con truppe sul terreno e sconfiggerlo sul piano ideologico prosciugando le fonti di finanziamento e le armi che alimentano i jihadisti. Il settarismo e tutte le altre forme di estremismo, di odio, di violenze devono essere condannate ed eliminate.
2 - Il governo ha il compito di garantire una vera comprensione nelle relazioni fra cittadini della stessa nazione e le libertà individuali, senza alcuna paura. Le riforme nella sfera politica dovrebbero dar vita a un sistema civile basato sui principi della cittadinanza e dell’uguaglianza.
3 - Il governo dovrebbe bollare come criminali e perseguire tutte quelle attività finalizzate al disprezzo della religione e dei suoi simboli sacri, così come tutte le forme di discriminazione, che diffondono l’odio e la divisione.
4 - Le autorità religiose islamiche dovrebbero assumersi piena responsabilità nello smantellare l’ideologia “takfirista”, dando vita a programmi di insegnamento della religione di impronta moderata, purificandoli dalle idee diaboliche, e rispettando le differenze e rafforzando i legami improntati al bene comune dei cittadini. E ancora, diffondere una cultura di coesistenza sociale armoniosa. Al riguardo, appare forse necessario dar vita a un’etica universale che sia contraria alla xenofobia e al fondamentalismo.
5 - La comunità internazionale, attraverso le Nazioni Unite, dovrebbe emanare provvedimenti contro quanti commettono questo tipo di ingiustizie contro le minoranze religiose, contro quelli che finanziano e sostengono questa ideologia terrorista. Costoro devono essere condotti davanti a un tribunale internazionale e perseguiti.
6 - La libertà religiosa non vuol dire che lo Stato debba essere laico, ma che vi possa essere una nazione con una religione ufficiale che assicuri i diritti di base, ivi inclusa la libertà fondamentale di pensiero, coscienza e religione o credo senza alcuna discriminazione. I cristiani e le altre minoranze dovrebbero abbandonare lo status di minoranze protette, per assumere quello di cittadini a pieno titolo.
7 - A livello personale, penso che la sola possibilità che abbiamo per costruire un futuro migliore per tutti sia quello di separare la religione dallo Stato e di dar vita a uno Stato civile che sia alieno dalla logica della nazione guidata da una religione o da una setta. La nostra società è formata da diverse religioni. Come è possibile che qualcuno possa vivere la propria dottrina di fede, quando la sua religione è considerata di serie b? Quello che conta è che tutti siamo dei buoni cittadini. La religione è un elemento personale fra Dio e l’uomo, e la decisione di credere in una particolare fede dovrebbe essere frutto di una scelta personale, e non certo di coercizione.

Conclusione
Per raggiungere questo obiettivo i governi, le religioni e tutte le persone di buona volontà di tutto il mondo dovrebbero sentirsi seriamente coinvolte nel preservare e rafforzare la libertà religiosa quale elemento indivisibile dell’uomo. Essa permette di pensare, esprimersi, agire secondo le convinzioni personali più profonde e più vere. La libertà è alla base di tutto ed è un diritto umano imprescindibile per tutti. Non è certo il favore o il monopolio nelle mani di una sola religione, o setta, o di un gruppo etnico o persino della maggioranza. La libertà religiosa è di beneficio per qualsiasi cittadino sulla terra, e getta le basi per una coesistenza pacifica fra cittadini della stessa nazione.
Noi cristiani affermiamo ancora una volta il nostro attaccamento alla patria, alla nostra terra, e l’amore e il rispetto per i nostri fratelli musulmani; allo stesso modo, vogliamo che essi facciano lo stesso con noi.
  • Patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena

10 dicembre 2015

Chaldean bishop criticizes Obama administration

By Detroit Free Press
Todd Spangler


The head of the Chaldean Catholic Church for Michigan and the eastern half of the U.S. sharply criticized the Obama administration Wednesday, saying it has largely ignored the suffering of Christians displaced by war in Syria and Iraq and should do more to protect and resettle them.
Testifying before a U.S. House subcommittee, Bishop Francis Kalabat of Southfield said while the State Department may soon declare that the Yazidi people, a religious minority in Iraq, face genocide at the hands of the Islamic State or ISIS, it leaves unaddressed problems faced by other religious minorities.
“There are more than 150,000 Iraqi Christians who are now displaced in northern Iraq or are refugees in other countries such as Jordan, Lebanon and Turkey,” Kalabat said. “There are countless Christian villages in Syria that have been taken over by ISIS and have encountered genocide, and the Obama administration refuses to recognize their plight. … I say, shame on you.”
Kalabat delivered his impassioned testimony to the subcommittee on Africa, Global Health, Global Human Rights, and International Organizations as it considered the circumstances of religious minorities displaced by fighting in Syria and Iraq and the actions taken against them by ISIS. According to witnesses, religious minorities have faced sexual violence, forced conversions, killings and other threats.
While the U.S. has accepted tens of thousands of refugees from Iraq and Syria since 2011, the large majority have been Muslims, causing some to argue for more to be done specifically for Christians and other religious minorities. That call has become more urgent as ISIS has continued to gain ground and in the face of recent terrorist attacks.
The subcommittee hearing was held against a backdrop of increasing concern over fighting in the Middle East and whether extra precautions should be taken regarding refugees from Syria and Iraq in the wake of last month’s attacks in Paris, for which ISIS took credit. More than 130 people died in the attacks, leading to worries terrorists might try to infiltrate the U.S. via refugee programs.
The U.S. House has passed legislation, which President Barack Obama has vowed to veto, that would effectively halt his plans to resettle some 10,000 Syrians in the U.S. by next October. This week, the House also passed a bill by U.S. Rep. Candice Miller, R-Harrison Township, to tighten the visa waiver program for anyone who has traveled to or is a dual citizen of Syria and Iraq.
Both bills’ restrictions would be nondenominational and include Christians and other religious minorities, which Kalabat denounced, saying, “Christians have not been part of any terrorist activity but instead have been the targets of terrorist activities. And now they are being looked at as possible terrorists. This is simply unfair.”
The White House, meanwhile, has continued to say it will do everything it can to hit its resettlement target, without being drawn into debates over the religious background of those being resettled. The vast majority of the some 4 million displaced by war in Syria and Iraq are Muslims.
At the hearing, subcommittee Chairman Chris Smith, R-N.J., said the administration should declare the persecution faced by Christian religious minorities in Syria and Iraq constitutes genocide. Such a determination could trigger legal obligations to offer aid, asylum and other protections and would likely change American strategy in the region.
“Each day, our newspapers, magazines, radios and television screens are filled with images of people fleeing territory controlled by the Islamic jihadist group known as the Islamic State,” said Smith. “The crisis has become the largest displacement crisis in the world, with 3.8 million people having fled to Lebanon, Jordan, Turkey, Iraq and Egypt, in addition to those internally displaced.”
Concerns have been raised, however, that the refugee resettlement system in place in the Middle East works against Christian and other religious minorities. According to reports — including one last month in the Washington Post — members of religious minorities can face violence in refugee camps and try to avoid them, but the United Nations draws much of its refugee pool from those camps.
Meanwhile, as religious minorities, their adherents and supporters say, they have far fewer places to move safely to across the region, leading some, including Kalabat, to suggest that the U.S. and other western nations should offer more refuge to Christians displaced by war.
“Here’s my point, where is the best place for a Muslim-Syrian refugee to settle? Kuwait or Germany? Saudi Arabia or Canada? Qatar or America?” he said. “My point (is) it is much easier for an Arab refugee to start over in a country where the language is the same, the culture is similar and the official religion of that country is the same.”
Kalabat, though, pointedly noted the dire threats faced by the Yazidis, who the U.S. Holocaust Memorial Museum has said is the target of genocide, as well as other Muslim groups themselves and was quick to say that he did not mean that “no Muslim Syrian or Iraqi refugee should enter a western country,” a distinction important in the wake of Monday’s statement by Republican presidential candidate Donald Trump that Muslims should not be allowed into the U.S.
Kalabat called for the U.S. to join with nonprofit groups and churches to “ensure the efficient delivery of aid” to refugees as well as recognizing that Christian groups, as well as the Yazidis, face genocide in the region. Doing so, he said, “would send a powerful signal to the United Nations and every member of the international community to act on their plight.”
He also called for creation of an “autonomous region” where Christians and other religious minorities can be settled.

9 dicembre 2015

The international network of experts working on social resilience against extremism

Archbishop Habib Jajou attended an important conference in London between 24 to 25 Nov. 2015. 12 experts from Christian and Islamic religious institutions worked for social resilience against extremism. The conference was held by: Adyan Institute, institution of education (London University) and Hedayah from UAE.
For an interreligious alliance, Archbishop Jajou spoke about some Islamic religious leaders’ problems: lack for dialogue, weak work for justice and peace, big gap between religion teaching and practise with people: ‘Since 2003 Iraqi Christians have been facing an atrocity situation; we have become easy prey of illegitimate and dehumanising practices, the incitement to hatred pushing extremists to a deliberately violence against us and other minorities, they have been challenging us by Islamic legislation which is ‘inspired by Shariah law’. He added ‘We often are being made to feel like second-class citizens.’
According to the Archbishop, the dilemma has different faces: the imponderable of relationship among religions and within one religion in our time; the instability between the concept of state and of citizenship; the barriers that prevent the true role of the individuals in the community to monitor the incitement, the poor role of education and culture, and the negative role of oppression, injustice, discrimination and illiteracy.
The Archbishop suggested different points: ‘First, to monitor the incitement and discrimination, go ahead with the social resilience and protect of the national fabric of different religions and backgrounds, work for the counter-speech to face the irrational propaganda of the extremists who depend on sacred sources like verses from Quran; the need to educating the new generation, effort to consecrate the Human Right through the national low, encouraging culture of life tools where people believe in a positive coexistence, requesting from Arab League, the Organisation of Islamic Cooperation , Dar Al-Iftaa and policy makers to take legal decisions and decisive actions through adopting of appropriate religious, political, cultural and educational solutions, Encouraging citizen education and training programmes, work to establish a law to criminalize states, organizations, and individuals who finance terrorism or encourage terrors, Interreligious alliance could work to reduce literacy in all human levels, working for spiritual humanitarian religious discourse. Finally, encouraging psychological and social studies which may help to resolve people problems.’ 

Galantino inaugura Università cattolica ad Erbil. Intervista a Padre Samir Yousif

By Radiovaticana

Una Università cattolica e una Porta Santa per milioni di profughi del Kurdistan. Sono i due doni che mons. Nunzio Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana, ha portato ai rifugiati iracheni scappati dalla Piana di Ninive a causa della violenza dei jihadisti. Oltre due milioni di euro derivanti dall'8 per mille sono serviti per l’inaugurazione dell’ateneo di Erbil, i cui primi corsi saranno di economia, lingue e informatica.
Invece nel piccolo villaggio di Enishke, al confine con la Turchia, mons Galantino insieme al parroco padre Samir Yousif e alla comunità yazida, ha aperto una Porta Santa avviando anche qui un cammino giubilare del tutto speciale.“Sono importanti segni di speranza”, racconta lo stesso padre Samir al microfono di Gabriella Ceraso:

Cominciare questa Università è stato un segnale di speranza. L’apertura poi è stata una gioia, una festa. Prima di tutto, per far lavorare i cristiani e i non cristiani all’interno, poi per farli studiare in un comune spazio di convivenza, al livello culturale. E questa per noi è una cosa grande.
Quindi dialogo culturale ma anche futuro dignitoso, perché questi giovani hanno visto il loro futuro cancellato?

Sì, veramente. Perché le università in Kurdistan erano quasi tutte piene. Ci sono tre milioni di profughi qui in Kurdistan. Abbiamo delle scuole che fanno quattro turni. Molti dicevano che era inutile studiare, perché non c’erano abbastanza università per aiutarli a finire i loro studi. Non c’era posto. Aprire allora questa Università significa dare futuro.

Lei ha parlato con questi ragazzi iracheni, cristiani e non, hanno voglia di andare avanti o hanno più paura di quello che sta succedendo?

Nonostante le difficoltà, le situazioni difficili, c’è questa voglia di andare avanti, di studiare. Oggi il mondo sta vivendo un momento difficile, un momento di paura. Allora non dobbiamo fermarci, la vita continua. E questa è la Porta della misericordia: aprire il cuore alla speranza, andare avanti. La croce è pesante, ma se noi portiamo la croce con fede, con speranza, la croce si può portare, altrimenti ci uccide. Stamattina, mentre uscivo di casa, guardavo questi bambini yazidi andare a scuola - la Chiesa  ha trovato il modo per mandarceli, infatti – nonostante vivano in case abitate da cinque o sei famiglie. Questo è un segnale di vita.

So che lei ha voluto anche la presenza di mons. Galantino per aprire simbolicamente la Porta Santa di Enishke, proprio in questo Kurdistan iracheno così devastato. Perché ha voluto questa Porta e che cosa rappresenta per voi lì iniziare un Giubileo?

La Porta come dice Papa Francesco è simbolo: potrebbe essere cuore, potrebbe essere parola, vita, il nostro passato. Aprire questa Porta vuol dire aprire una via nuova. Enishke è un villaggio come quello di Betlemme ai tempi della nascita di Gesù. Venire, dunque, ed aprire qui questa Porta, significa dire che Gesù continua ad entrare nelle nostre vite, nelle nostre zone, nelle nostre Chiese, nelle nostre parrocchie, non solo dove c’è sempre la luce, ma anche dove ci sono zone dimenticate.

Il Papa ha detto anche che questo sarà un anno in cui crescere nella convinzione della misericordia. Per gli iracheni del Kurdistan, l’essere misericordiosi in questo momento è una prova dura, difficile, che cosa significa?

Sì, veramente, ci sono persone che sono state perseguitate, violentate, famiglie che hanno visto uccidere i loro figli. Misericordia vuol dire non fare come gli altri. Non è che noi dimentichiamo quello che ci hanno fatto, non è che noi possiamo parlare con loro senza problema, ma non proviamo odio dentro di noi. Possiamo perdonare, nel senso di aprire una pagina nuova. Preghiamo per loro. Oggi ci sono dei musulmani sunniti qui tra i profughi e mi hanno detto: “Padre, noi ci vergogniamo, perché vi abbiamo cacciato dalle vostre case; noi vi abbiamo fatto del male - non loro, ma la loro gente - invece voi come Chiesa ci avete raccolto, ci aiutate. Noi adesso capiamo cosa voglia dire l’amore nel Vangelo”.

Erbil: L’università cattolica contro l'esodo dei cristiani di Mosul

By Asia News

La nostra amata comunità [cristiana] "ha così tanti motivi per abbandonare l’Iraq, oggi. Ecco perché questa università rappresenta un motivo forte per restare. Tutti noi abbiamo l’enorme responsabilità di dare loro motivi per rimanere. Per questo sono convinto che questa università sia un segno di speranza”.
È quanto afferma ad AsiaNews mons. Bashar Warda, arcivescovo di Erbil, la capitale del Kurdistan irakeno dove hanno trovato rifugio le centinaia di migliaia di persone in fuga dalle violenze dello Stato islamico (SI) a Mosul e nella piana di Ninive. E che ieri, 8 dicembre, in concomitanza con la festa dell’Immacolata, ha partecipato all’inaugurazione ufficiale della prima università cattolica della città, realizzata anche grazie ai fondi stanziati dalla Conferenza episcopale italiana (Cei). Proprio per questo all’evento era presente anche il segretario generale mons. Nunzio Galantino, impegnato in una tre giorni di visita ufficiale che si è conclusa oggi.
La posa della prima pietra dell’ateneo cattolico della capitale del Kurdistan irakeno (Catholic University in Erbil Campus, Cue) risale all’autunno del 2012; esso sorge ad Ankawa, il sobborgo cristiano di Erbil, nel contesto di un’area di circa 3 chilometri quadrati fornita dalla stessa Chiesa caldea. L’obiettivo era di trasformare la zona un un polo associato alla ricerca scientifica.
Per realizzare il progetto la Cei ha stanziato due milioni e 300mila euro; l’ateneo è aperto a tutti e si propone di offrire la possibilità - anche ai giovani profughi - di poter proseguire il loro iter educativo e formativo. L’inaugurazione ufficiale si è tenuta ieri - presente anche il ministro dell’Istruzione del Kurdistan Yousif Goran e il collega degli Interni Karim Sinjri - e già oggi gli studenti hanno potuto varcare le porte dell’istituto per scoprire l’istituto e i corsi.
Fra i primi corsi avviati all’interno dell’ateneo vi sono quelli di economia, informatica e lingue e letterature orientali. In un futuro non troppo remoto è prevista anche la nascita di una facoltà di diritto e di relazioni internazionali. Per mons. Galatino essa vuole essere “il fondamento di una nuova storia e di un futuro promettente” per la comunità locale, così provata dalle violenze e dalle sofferenze dell’ultimo anno e mezzo e che si avvia a celebrare il secondo Natale lontano dalla terra di origine e dalle proprie abitazioni.
Commentando l’apertura del polo educativo cattolico a Erbil, situato non lontano dai campi profughi di Ankawa, mons. Warda conferma che “sarà aperta a tutti” e “ogni anno accoglierà almeno 250 studenti”. “Vorrei che tutti gli studenti, cristiani, musulmani, yazidi - spiega il prelato ad AsiaNews - possano respirare la fede cattolica e percepirne i valori fondanti”. I dipartimenti previsti, aggiunge, sono quelli di “studi orientali, information Technology, lingue, educazione e business administration”.
L’ateneo di Erbil, conferma mons. Warda, ospiterà anche giovani provenienti da Mosul e dalla piana di Ninive. “L’inizio delle prime attività dell’Università Cattolica - conclude il prelato - è previsto per venerdì 11 dicembre, con l’apertura di 96 corsi di studi biblici e teologici, cui potranno partecipare rifugiati di età compresa fra i 18 a e i 40 anni. Alle lezioni è prevista la partecipazione di circa 300 persone”.

Giubileo, mons. Galantino apre Porta Santa nel Kurdistan: “Nella storia faticosa dei perseguitati”.

By TV2000


“Il Papa ci ha ricordato più volte in questo periodo di preparazione che la Porta Santa non è solo quella delle cattedrali o dei santuari ma sono tutte quelle porte in cui si entra in storie diverse e faticose come quelle dei bambini, delle donne e degli uomini che abbiamo incontrato qui”.
Lo ha detto il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, in un’intervista realizzata dall’inviato di Tv2000, Massimiliano Cochi, a margine di una cerimonia in cui è stata aperta la Porta Santa a Enishke, nel Kurdistan iracheno. Mons. Galantino, da domenica fino a mercoledì 9 dicembre, è nel Kurdistan iracheno per una missione di solidarietà e vicinanza ai profughi. La piccola delegazione italiana con don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana, è accompagnata dal parroco locale, padre Samir Yousif. L’apertura della Porta Santa è nata proprio dalla richiesta di padre Samir, una cerimonia a cui hanno preso parte anche i capi della comunità yazida.
“Il parroco – ha spiegato mons. Galantino – ci ha chiesto in modo spontaneo di aprire simbolicamente anche qui una Porta Santa. A questa celebrazione non hanno partecipato solo i cristiani perseguitati ma intere famiglie di altre religioni che si sono ritrovate insieme a far festa intorno alla realtà dell’accoglienza e del sentirsi fratelli”.
“Entrare in questo villaggio e in questa chiesa – ha proseguito mons. Galantino – significa entrare in una storia veramente faticosa, significa fare un esercizio di misericordia”.
“Sono rimasto spiazzato – ha concluso mons. Galantino – nel vedere queste persone vivere con grande dignità in pochi metri quadri: intere famiglie hanno detto ‘grazie alla Chiesa cattolica che ci sta accompagnando’. E questo ringraziamento è nato non solo dai cristiani perseguitati. Qui si sentono parte di una comunità perché si sentono oggetto della nostra attenzione ma non sanno che sono loro stessi che ci stanno dando tanto”.

Iraq, mons. Galantino: “Da 8xmille 2,6 mln per costruire Università”

“Tra i tanti interventi che la Cei ha realizzato qui nell’ultimo anno c’è anche la costruzione di una grande Università cattolica sovvenzionata con 2,6 milioni di euro derivanti dall’8xmille”.
“Abbiamo voluto dare a tanti giovani perseguitati fuggiti dalle loro terre – ha spiegato mons. Galantino – la possibilità di costruire qui il loro futuro, di crearsi una professionalità e di non sentirsi persone parcheggiate. E l’università è un piccolo segno”.
“I fedeli italiani – ha proseguito mons. Galantino – devono sapere che attraverso la loro generosità la Cei ha portato i loro soldi fino in Iraq per sostenere i cristiani e tantissima gente perseguitata. La Chiesa italiana sta aiutando queste persone non solo tramite sostegni diretti ma anche grazie al lavoro di molte organizzazioni sostenute dai vescovi italiani”.
Per il futuro, ha concluso mons. Galantino, “mi auguro che nel cuore degli uomini che hanno in mano le sorti di queste persone sorga il desiderio di mettere fine alle persecuzioni e alla sofferenze di tanti uomini, donne e bambini. Colpisce vedere i volti e i piedi affaticati di questa gente. Non dobbiamo lasciarli soli. La Chiesa italiana sta facendo tanto ma dobbiamo fare molto di più”.

Lezione di provvidenza dall’Iraq

Nunzio Galantino

La richiesta de Il Sole 24Ore mi raggiunge mentre da un paio di giorni sono in missione in Iraq. Mi si offre la possibilità di stendere un editoriale, un contributo sull’Anno della Misericordia che inizia oggi con l’apertura solenne della Porta Santa.
Scrivo queste righe – appunti, frasi smozzicate che escono più dall'inchiostro del cuore che dalla riflessione – mentre dal nord del Kurdistan iracheno rientro verso Erbil. I fari della macchina guidata da padre Samir, che ci fa da guida, illuminano un breve tratto della pista; attorno a noi è il silenzio, come avvolti dal silenzio e dalla dimenticanza appaiono i villaggi accanto ai quali transitiamo. Rivedo le persone incontrate quest’oggi a Enishke, nelle montagne fra Zakho e Dohuk: sono volti e storie destinate a rimanere impresse per sempre nella memoria. Appartengono a gente fiera, impoverita dalla sera alla mattina dalla violenza della persecuzione.
Ecco la giovane moglie di Khalifa Ali, che piange il marito con il quale era sposata da poco più di un anno, ucciso a 22 anni mentre con altri peshmerga combatteva per liberare le sue colline nel Sinjar. Nella casa accanto, raccolgo muto l’esperienza di Mahaia: la ragazza avrà forse vent’anni e fino allo scorso maggio ha conosciuto la prigionia di un emiro dell’Isis. Entrambe appartengono alla comunità di profughi yazidi, come l’uomo che chiede la parola e si alza per dire con semplicità il suo ringraziamento: «Voi cristiani ci siete sempre stati vicini: la Chiesa non ci ha fatto mai mancare nulla». Guardandomi attorno, ho intuito che questa gente vive di speranza e s’accontenta di ciò che da noi non basterebbe nemmeno all’ultimo dei poveri. Li ho lasciati con una promessa, che mi sono sentito di dover fare a nome di tutta la Chiesa che è in Italia: «Non temete! Finché avrete bisogno, noi saremo al vostro fianco».
Nell’oscurità dell’abitacolo ora guardo padre Samir attento a evitare le buche più profonde. Penso a questo prete, conosciuto in diverse comunità del nostro Paese, che ha rinunciato a percorrere altre strade – certamente più comode – per scegliere di tornare e rimanere fra la sua gente. Il rapporto con lui ci ha permesso, attingendo anche un milione di euro dai fondi 8xmille, di portare avanti la realizzazione di qualche progetto di solidarietà, a partire dalla ristrutturazione di abitazioni e all’allestimento di scuole. Sono migliaia le famiglie, fuggite in fretta, di notte, dalla furia omicida dei terroristi dell’autoproclamato Stato islamico: in questa zona hanno trovato l’accoglienza accogliente e generosa delle comunità cristiane. «Nel rispondere a infinite richieste di cibo, acqua e ricovero – confida Samir – devo riconoscere che ho toccato con mano la presenza di una Provvidenza enorme, che ci ha permesso di non restare sepolti nell'impotenza; ma abbiamo veramente bisogno che non ci abbandoniate».
Ci avviciniamo ormai alla città. Le sue periferie pullulano di profughi, anche se questi mesi hanno permesso di passare dalle tende e dai container ad abitazioni più dignitose.
«La gente vive un desiderio struggente di tornare alle proprie case – mi racconta ancora – pur nella consapevolezza che sono state depredate dai jihadisti o da vicini di casa, che hanno potuto rimanere proprio perché musulmani. Quindi, anche immaginando un improbabile ritorno di quanti hanno dovuto abbandonare Mosul e la Piana di Ninive, non sarà facile ricostruire la convivenza sociale. Senza lavoro né sicurezza, molti cercano di emigrare all'estero: ci sono ragioni fondate perché tra qualche anno qui non vi sia più nemmeno la traccia della presenza cristiana».
Proprio per fermare questo esodo lo scorso anno attraverso Caritas Italiana abbiamo deciso di proporre, quale aiuto concreto, una sorta di gemellaggio tra le famiglie, le parrocchie e le diocesi italiane e quelle dei profughi: qui con 5 euro al giorno si riesce a garantire un minimo ad un nucleo di cinque persone; con 140 euro si copre un mese intero. Nella consapevolezza, però, di come accanto al bisogno di cibo ci sia quello non meno importante di assicurare nutrimento per la mente, abbiamo anche accettato di finanziare per 2 milioni e 300 mila euro a Erbil un’Università che consenta l’accesso a tutti; un’Università in cui anche i giovani profughi, che qui hanno trovato riparo, possano completare il loro cammino formativo.
La sua inaugurazione – fissata per oggi, festa dell’Immacolata – è stata l’occasione dell’invito, il motivo principale della mia presenza qui. Avrei dovuto e voluto essere in Piazza San Pietro per un’altra inaugurazione e vivere in prima persona il dono di un Anno Santo. Se fossi rimasto a Roma altre sarebbero state anche le parole di questo mio editoriale: più riflessive, dense di dotte citazioni e di sollecitazioni esistenziali. Qui, invece, mi sento un po’ come se fossi a Bangui, altra terra che da anni conosce la guerra e l’odio, l’incomprensione e la mancanza di pace. Come ha affermato Papa Francesco una decina di giorni fa, dopo essersi impuntato per entrare nella Repubblica Centrafricana al culmine del suo viaggio, in quella terra sofferente sono rappresentati tutti i Paesi che stanno passando attraverso la croce della guerra. Ci sono, quindi, anche l’Iraq, la Siria, la Terra Santa…: non a caso, nel proclamare Bangui «la capitale spirituale del mondo», il Santo Padre ha chiesto pace, riconciliazione, perdono, amore per tutto il mondo, per i Paesi che soffrono la guerra, per quanti non conoscono il dono della pace; ha fatto appello perché ci si armi piuttosto della giustizia e dell’amore, autentiche garanzie di convivenza riconciliata.

7 dicembre 2015

Emotional funeral for Iraqi family that drowned in Aegean



Photo by Ankawa.com
Photo by Aina.org













Hundreds of people attended a funeral ceremony Wednesday for an Iraqi family that drowned in the Aegean Sea last month while attempting to reach the shores of Europe.
Seven members of a same Christian family died after boarding a small boat in Turkey bound for Greece but only six bodies were recovered.
They were repatriated to Ainkawa, a majority Christian area on the edge of the Kurdish regional capital of Arbil, to which the family was displaced by a jihadist offensive last year.
The victims of the accident were Stephen Mazena, his wife, their two sons -- one of whom is lost at sea -- his sister-in-law and her two sons.
"My brother, his family, his wife's sister and her family decided to try to reach Europe from Turkey because the living conditions here are bad," his 28-year-old brother Mark said at the ceremony.
"On November 17, they were in a boat that was carrying a total of 35 people, that's when the incident happened on the Aegean," he told AFP.
Mourners attended a religious service led by Mosul Archbishop Boutros Moshe in a newly built church in the camp of Ashti.
The family was from Qaraqosh, which was Iraq's largest Christian town before it was overrun by the Islamic State group in August 2014.
Tens of thousands of Christians were forced to flee their homes in Qaraqosh, the surrounding Nineveh plains and other areas last year when IS made its lightning advance.
Most of them now live in homes or in camps in the neighbouring autonomous region of Kurdistan.
The exodus has threatened the existence of one of Iraq's oldest minorities, many of whose members want to leave the country for good despite calls by top clerics for them to remain on their ancestral land.
Elias Shesha, a relative of the family, said Iraq's Christian community did not feel safe.
"The reasons are known to everyone, it was the displacement and killing in Qaraqosh. So they went to a place that was supposed to be safe, they went to Turkey and stayed a few months in order to get to Europe," said Shesha, the 66-year-old cousin of Salim Shesha, Mazena's brother-in-law who survived the tragedy but lost his wife and two children.
"But their fate came that day, they got on the boat and what was fated happened," he said.
"Everyone, Iraqis in general and us Christians in particular, wants to emigrate. Without international protection, nobody will stay here," he said.

Seven Iraqi christian sank on their way to Greece for the purpose of immigration 

Kurdistan: mons. Galantino in missione per inaugurazione Università a Erbil. L’impegno della Cei per i profughi

By SIR

Da ieri monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, è nel Kurdistan iracheno per una missione che si concluderà mercoledì 9 dicembre e che avrà il suo momento più alto domani con l’inaugurazione di un’Università a Erbil. Costruita con i fondi dell’8xmille, intende offrire ai giovani profughi della Piana di Ninive e di Mosul la possibilità di completare il percorso formativo.
Lo rende noto Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei.
Mons. Galantino è giunto oggi a Enishke, nelle montagne fra Zakho e Dohuk, estremo Nord del Kurdistan iracheno: “Il suo arrivo nel piccolo villaggio cristiano è vissuto come un momento di sollievo per la comunità di profughi yazidi in lutto”, si legge nella nota.
La piccola delegazione italiana con don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana, è accompagnata dal parroco, padre Samir Yousif.
Una famiglia ha raccontato la storia di Khalifa Ali: aveva 22 anni ed era sposato da un anno e mezzo quando il 2 dicembre una pallottola lo ha ucciso mentre combatteva per liberare le sue montagne nel Sinjar. “Voi cristiani ci siete sempre stati vicini: la Chiesa non ci ha fatto mancare nulla”, ha detto il capo famiglia rivolgendosi a mons. Galantino.
Pochi metri più in là, in quella che era una casa di vacanza abbandonata, la giovanissima moglie di Alì piange fra le amiche. Nella stanza accanto, ristrutturata grazie agli aiuti giunti dalla Cei alla parrocchia di padre Samir, anche Mahaia. Avrà 20 anni e fino al 18 maggio era prigioniera di un emiro del Daesh: “Finché avrete bisogno, noi saremo al vostro fianco”, ha assicurato mons. Galatino. Poi, su richiesta di padre Samir, una semplice cerimonia: la presenza della delegazione italiana è l’occasione per aprire anche a Enishke, presenti pure i capi della comunità yazida, una piccola porta: “Il Kurdistan chiede più che mai misericordia”.

“Sotto la spada di Cesare”, i Cristiani oggi e le persecuzioni

By Romasette
Daniele Piccini

Fuggire? Resistere? Perdonare?
Qual è la reazione dei cristiani davanti alla violazione della loro libertà religiosa? Una ricerca, condotta da 14 gruppi di ricercatori su un centinaio di comunità cristiane insediate in trenta paesi, tenta ora di rispondere a queste domande.
I risultati di questa indagine globale, la prima del suo genere, verranno presentati in un convegno internazionale – dal titolo “Under Caesar´s Sword: Christian Response to Persecution” (“Sotto la Spada di Cesare”) – che si svolgerá a Roma, presso l’Aula Magna della Pontificia Università Urbaniana, da giovedí 10 dicembre a sabato 12.
Il convegno, patrocinato da “Aiuto alla Chiesa che soffre”, è organizzato dal “Centro per i Diritti Civili e Umani” dell’Università di Notre Dame e dal “Progetto per la Libertà Religiosa” presso il Centro Berkley per la Religione, la Pace e gli Affari Mondiali della Georgetown University. Co-sponsor è la Comunità di Sant’Egidio.
Oltre alla celebrazione del 50° anniversario della Dignitatis Humanae, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa, il convegno – come suggerisce una nota degli organizzatori – si propone di «suscitare un vivace dibattito sul tema della persecuzione dei cristiani nel mondo con i giornalisti, i funzionari governativi, gli attivisti per i diritti umani, i leader della Chiesa, i rappresentati delle differenti religioni, gli studiosi, gli studenti ed il pubblico interessato che sarà presente». Obiettivo ultimo è te ed incoraggiare la solidarietà globale nei loro confronti»
Obiettivo ultimo è «richiamare l’opinione pubblica verso la difficile situazione delle comunità cristiane perseguitate ed incoraggiare la solidarietà globale nei loro confronti».
Internazionale e di alto profilo il panel dei relatori. Interverranno Paul Bhatti, politico pakistano, fratello di Shahbaz Bhatti, ucciso nel 2011 in un attentato per aver criticato la legge sulla blasfemía e preso le parti di Asia Bibi, una cristiana, madre di cinque figli condannata a morte e incarcerata l´8 novembre 2010 proprio sulla base di quella legge, per presunta offesa alla divinità. Sua Beatitudine, Louis Raphael I Sako, Patriarca caldeo-cattolico di Bagdad in Iraq, dove, dal 2003, la popolazione Cristiana si è più che dimezzata passando da 1,2 milioni a meno di 500.000. Il cardinal Charles Bo, Arcivescovo di Yangon in Birmania, dove una maggioranza di credenti buddisti (90%) perseguita una minoranza musulmana di etnia Rohingya, e ha già causato l´esodo di migliaia di cristiani dal Kachin, stato settentrionale della Birmania.
«La persecuzione dei Cristiani – nota Timothy Shah, direttore associato del “Progetto per la Libertà Religiosa” – ha assunto livelli di genocidio in alcune parti del mondo. Governi e chiese cristiane occidentali non sono coinvolti oppure non sanno come solidarizzare con i perseguitati in modo utile e intelligente. Il nostro progetto e la conferenza vogliono individuare strumenti pratici che ci potranno aiutare a rispondere in modo più efficiente».
«È un caso felice
– commenta Mary Ann Glendon, ex-ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede e relatrice del convegno – che questa conferenza si svolga proprio nella settimana dell´anniversario della Dignitatis Humanae e della Dichiarazione universale dei diritti dell´uomo, due documenti che sono autentiche stelle polari, la cui capacità di comprensione della libertà religiosa è più rilevante che mai nel problematico mondo di oggi».

P. Jens Petzold: La mia missione in Iraq e Siria, per costruire ponti fra cristiani e musulmani

By Asia News

Una vocazione tardiva, scoperta e approfondita in età adulta in un monastero della Siria dopo aver intrapreso un percorso di ricerca fra le grandi religioni del mondo, in particolare i culti orientali. E una vita missionaria dedicata alla costruzione di ponti fra cristiani e musulmani in Medio oriente, nei Paesi oggi teatro di guerre e di violenze connotate (anche) da una matrice confessionale.
È la storia di p. Jens Petzold, nato in Germania ma oggi cittadino svizzero, 53 anni, membro della comunità monastica cristiana nata dall’esperienza di Deir Mar Musa, in Siria, caratterizzata dalla preghiera, dall’accoglienza e dal dialogo con tutti, in special modo i musulmani. Prima di incontrare e scoprire la vocazione alla missione egli ha svolto studi e apprendistato nel settore del commercio, svolgendo poi professioni diverse prima di trasferirsi in Medio oriente, dove ha vissuto negli ultimi 20 anni. 
Dal 2001 p. Jens è superiore di una comunità monastica a Sulaymaniyah, uno dei più importanti centri del Kurdistan irakeno, nata dall’esperienza di Deir Mar Musa, in Siria. Dall’anno successivo egli ha iniziato ad occuparsi anche di una chiesa ottocentesca dedicata alla Vergine, nel quartiere di Sabunkaran, su richiesta dell’allora arcivescovo di Kirkuk (oggi patriarca caldeo) Mar Louis Raphael I Sako. Deir Maryam al-Adhra (il monastero della Vergine Maria) nasce da Deir Mar Musa al-Habashi, la comunità monastica siriana fondata da p. Paolo Dall’Oglio, che prega e si impegna a promuovere il dialogo con l'islam.
“La mia è una tardiva chiamata alla missione - racconta p. Jens - perché fino al 1994, anno in cui sono venuto per la prima volta in Medio oriente, non ero cristiano. In Europa avevo iniziato un percorso spirituale, che guardava alle religioni orientali, soprattutto il buddismo che mi affascinava molto. Per questo ho deciso di uscire dall’Europa, per scoprire come si viveva il buddismo nei Paesi in cui era di casa. Dopo un anno di viaggio sono arrivato in Siria, anche se la meta finale era il Giappone”. La Siria lo conquista e decide di fermarsi per sette mesi e iniziare lo studio dell’arabo. “Infine l’incontro con il monastero di Mar Musa - spiega - dove ho visto una comunità che prende sul serio anche le altre religioni”. 
I responsabili del monastero, prosegue nel racconto, “mi hanno offerto la possibilità di restare un anno per studio e ricerca. Ho accolto la proposta con entusiasmo, mi è apparso fin da subito chiaro che per creare ponti bisogna essere parte di una delle due sponde del fiume. Bisogna prendere una decisione di fede - afferma - e affidarsi allo Spirito Santo. Era l’anno 1994, in quel periodo ho capito che volevo diventare cristiano” e dedicare la vita a questa particolare esperienza monastica e missionaria.
Inizia così il cammino di approfondimento della fede, di studio, di preghiera che lo porterà a ricevere il battesimo nella Pasqua del 1996; quattro anni più tardi, nella Pasqua del 2000, la pronuncia dei voti, con una parentesi di due anni a Roma per approfondire arabo e islamistica al Pisai (Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica).
“Dove vivo - racconta ad AsiaNews - non si crede che vi sia una guerra a soli 150 km di distanza. In città vi sono caffè e anche nel momento peggiore, lo scorso anno, con l’avanzata dello Stato islamico (SI), non si avvertiva una vera tensione. Certo, i ristoranti erano vuoti per la paura, ma la vita continuava a scorrere normale, il cibo non è mai mancato, solo la benzina, di tanto in tanto, veniva razionata. Quello che abbiamo sentito sono i rifugiati, 220 dei quali sono ora accolti nella nostra comunità e altri 5mila sparsi per la città”. 
“Sono venuto qui, in Iraq - aggiunge - per dar vita a un centro di incontro fra musulmani e cristiani... Qui vedo un grande interesse fra i fedeli dell’islam a cercare di trovare una modalità che li porti ad affrancarsi da Daesh [acronimo arabo per lo SI], per far capire che Daesh sta sbagliando… musulmani che cercano di preservare l’islam tradizionale”. Egli scorge nell’islam classico “un movimento di riflessione e di ricerca” per capire “come possiamo uscire da questa crisi. Dal mio punto di vista, qui è un momento molto interessante per guardare a una società che inizia a lottare per un nuovo cammino”. 
La comunità monastica di Sulaymaniyah è caratterizzata da un voto di preghiera, dal lavoro manuale, dall’ospitalità secondo il modello di amore e accoglienza indicato da Gesù Cristo. Con il mondo islamico, racconta, “se parliamo del rapporto con il singolo fedele musulmano non vi sono problemi”. Tuttavia, resta la realtà di guerra, di violenze e di terrore che hanno insanguinato l’Iraq, la Siria, tutto il Medio oriente negli ultimi anni.
“Il nostro - conclude - è un centro di incontro, non un centro di cultura o di dialogo. Il nostro obiettivo è favorire l’incontro, partendo dalle differenze di fede e di cultura, ma favorendo un percorso di conoscenza e di confronto. Il pericolo maggiore è quello di non cercare nemmeno un contatto con l’islam, pur a fronte di esperienze negative che la stessa comunità di Mar Musa ha sperimentato”.

4 dicembre 2015

VIDEO Iraq: Prima la fuga, poi una scuola

By NENA News
Chiara Cruciati


Nel campo profughi di Ashti “Un Ponte Per” ha aperto a tempo di record una scuola per 700 bambini cristiani e yazidi, fuggiti con le famiglie dall’Isis e accolti dalla Chiesa di Erbil
 I bambini aspettano composti fuori dai cancelli. Quando il pick up di “Un Ponte Per” arriva nel piazzale di fronte alla scuola, si avvicinano correndo e aiutano gli insegnanti a portare nelle aule il materiale per i laboratori: strumenti musicali, colori, palloncini, libri. È venerdì, oggi non c’è scuola, ma l’associazione italiana organizza workshop di teatro, musica, inglese, arte e informatica per i bambini del campo profughi di Ashti, nella capitale del Kurdistan iracheno.
«Ad agosto il governatorato di Ninawa ci ha chiesto di aprire una scuola qui: molti bambini avevano abbandonato gli studi perché gli istituti sono lontani e le strade pericolose da percorrere a piedi – ci spiega Sergio Dalla Ca’ di Dio, project manager di “Un Ponte Per” – La scuola è stata costruita a tempo di record grazie al sostegno della Cooperazione Italiana: il 30 settembre è stata inaugurata. Ci sono 13 aule e due uffici e ora stiamo lavorando al cortile, da usare per i giochi e la ginnastica».
«Attraverso la scuola e i laboratori del venerdì cerchiamo di lavorare sul livello di violenza e aggressività dei bambini, frutto della fuga, della perdita del proprio ambiente sociale e delle condizioni di vita nel campo».
Ci troviamo nel campo di Ashti, ad Erbil, rifugio per oltre 6mila persone, per lo più cristiani di Qaraqosh e Bardala e yazidi di Sinjar. Sono fuggiti dallo Stato Islamico e hanno trovato l’accoglienza della Chiesa di Erbil che ha costruito questo campo (oggi diviso in due, Ashti 1 e Ashti 2) e lo gestisce dal gennaio 2015.
Nel campo profughi di Ashti “Un Ponte Per” ha aperto a tempo di record una scuola per 700 bambini cristiani e yazidi, fuggiti con le famiglie dall’Isis e accolti dalla Chiesa di Erbil - See more at: http://nena-news.it/video-iraq-prima-la-fuga-poi-una-scuola/#sthash.0dRbGDQR.dpuf
Nel campo profughi di Ashti “Un Ponte Per” ha aperto a tempo di record una scuola per 700 bambini cristiani e yazidi, fuggiti con le famiglie dall’Isis e accolti dalla Chiesa di Erbil - See more at: http://nena-news.it/video-iraq-prima-la-fuga-poi-una-scuola/#sthash.0dRbGDQR.dpuf
Nel campo profughi di Ashti “Un Ponte Per” ha aperto a tempo di record una scuola per 700 bambini cristiani e yazidi, fuggiti con le famiglie dall’Isis e accolti dalla Chiesa di Erbil - See more at: http://nena-news.it/video-iraq-prima-la-fuga-poi-una-scuola/#sthash.0dRbGDQR.dpuf

Apertura della Porta Santa per la piccola comunità cristiana di Bassora

By Baghdadhope*

Intervista di Baghdadhope all'Arcivescovo caldeo di Bassora, Mons. Habib Jajou Al Naufali,  sulla situazione della comunità cristiana caldea di Bassora.

Conseguentemente  ai tragici eventi che hanno colpito i cristiani di Mosul e della Piana di Ninive molto è stato scritto e detto sul loro destino, come fu in passato per quelli di Baghdad. Molto di meno si sa, invece, della comunità cristiana di Bassora. Può dirci qualcosa e darci qualche dato?

“Ci sono circa 400 famiglie cristiane che vivono ancora a Bassora. 180 appartengono alla chiesa caldea e vivono a Bassora ed Al-Amarah, una cittadina nel governatorato di Maysan, 120 appartengono alla chiesa siro-cattolica, 10 a quella siro-ortodossa, 72 famiglie sono armene, quasi tutte ortodosse, 9 appartengono alla chiesa assira e 9 a quella evangelica. Ogni denominazione ha ancora almeno una chiesa, solo i fedeli assiri non ne hanno una in città e frequentano quella caldea.”
Come vive la comunità Cristiana minoritaria nell’Iraq del sud prevalentemente sciita? Grazie a questa omogeneità ed al completo controllo della zona da parte del governo centrale sembra un’area molto sicura se paragonata ad altre aree del paese.
“L’Iraq del sud è sciita al 90% ma noi, in quanto cristiani, abbiamo un buon rapporto con la popolazione anche se, a volte, qualche famiglia cristiana è maltrattata e decide quindi di fuggire.” 
 Il governo centrale e quello locale aiutano i cristiani, ad esempio, sostenendo le famiglie povere o restaurando le chiese?
“Sfortunatamente non ci sono aiuti da parte del governo ma occasionalmente ci arrivano da singole persone. Degli aiuti ci sono stati fino al 2013 ma dopo gli eventi legati all’ISIS del 2014 non abbiamo più avuto sostegno per i poveri o le chiese. Naturalmente ogni chiesa ha un suo pastore ed io posso parlare solo di quella caldea. In ogni caso l’elettricità e l’acqua sono gratuite per tutte le chiese e durante le celebrazioni religiose la sicurezza è data da 4 poliziotti per ogni chiesa mandati dal governo.” 
Cosa pensano i cristiani di Bassora dell’ISIS? Gli eventi ad esso legati hanno avuto conseguenze sulla migrazione dei cristiani dalla città?
“Anche se I cristiani di Bassora vivono lontani dalle aree controllate dal’ISIS sono sconvolti per quanto è accaduto e per la sorte dei loro parenti che sono fuggiti dai villaggi della Piana di Ninive. La nostra diocesi ha accolto 73 famiglie provenienti da quella zona. Per quanto riguarda ciò che i cristiani di Bassora provano direi che il 10/15% di loro si sente isolato dai propri parenti che vivono fuori dall’Iraq e di conseguenza non sa cosa fare: rimanere o emigrare.”
E’ ottimista o pessimista circa il futuro della comunità Cristiana di Bassora?
“Direi parzialmente pessimista per molte ragioni tra le quali la più importante è che i cristiani hanno bisogno di una vita sociale cristiana che l’attuale situazione non consente di vivere.”
L’Anno della Misericordia inizierà l’8 dicembre con l’apertura della Porta Santa a Roma che sarà seguita dall’apertura di altre Porte Sante in ogni diocesi del mondo. Ci sarà una celebrazione simile anche a Bassora?
“Si, ci sarà una celebrazione simbolica il 6 dicembre. Alcuni fedeli mi hanno chiesto aiuto per recarsi a Roma e cercherò di fare qualcosa per loro.”
E per quanto riguarda Natale? Come trascorrerà questo tempo santo la comunità cristiana di Bassora?
“I gruppi diocesani inizieranno la prossima settimana la celebrazione del Natale. Ci saranno ritiri spirituali, mostre, visite pastorali, studi biblici, rappresentazioni. Ognuno farà del suo meglio per celebrare il tempo speciale del Natale nel miglior modo possibile

Opening of the Holy Door for the tiny Christian community in Basra

By Baghdadhope*

Interview by Baghdadhope to the Chaldean Archbishop of Basra, Mgr. Habib Jajou Al Naufali,  about the situation of the Christian community of Basra.

Following the tragic events that affected the Christians of Mosul and of the Plain of Nineveh much has been written and said about their fate, as it was in the past for those living in Baghdad. Less is known, however, about the Christian community in Basra. Can you tell something about it? Can you give us some data? 
“There are almost 400 Christian families still living in Basra. 180 of them belong to the Chaldean catholic church and live in Basra and in Al-Amarah, a city in the governorate of Maysan, 120 belong to the Syriac catholic church, 10 to the Syriac Orthodox one, 72 to the Armenian church, mostly the Orthodox one, 9 to the Assyrian church and 9 to the Evangelical church. Every denomination still has at least one church, only the Assyrian faithful have no church in the city and attend the Chaldean church.
"How does the Christian minority community live in the predominantly Shia south of Iraq? Thanks to this homogeneity and the complete control of the area by the central government it seems now a much safer area to live in compared to other areas of the country. 
“South Iraq is 90% Shia but we, as Christians, have a good relationship with the population even if there are sometimes cases in which Christian families face a bad treatment and therefore decide to flee from Basra."
 Does the Iraqi central government/Basra local government help the Christians, for example supporting poor families, renewing churches or else?
 “Unfortunately, there is no help from the government but some individuals are helping us occasionally. Some help was provided until 2013, but after the events related to ISIS in 2014 we had no support to the poor people or to the church. Of course every church has its pastors and I can speak only for the Chaldean church. In any case it is worth mentioning that electricity and water are free for all churches, and that during any religious celebration security is assured by 4 policemen for each church sent by the Government.” 
How do the Christians in Basra feel about ISIS? Do the events related to ISIS affected the migration of Christians from the city?
 “Even if Basra Christians live far from the areas controlled by ISIS they are upset about what happened and about their relatives’ fate who fled from the Nineveh Plain villages. Our Diocese welcomed 73 families from there. About how the Basra Christians feel I would say that the 10/15% of them feel isolated from their relatives who live outside Iraq and so they do not know what to do: stay or migrate! "
Are you optimistic/pessimistic about the future of the Christian community in Basra? 
“I am partly pessimistic for many reasons, but the most important one is that Christians need the Christian social life that the current situation doesn’t permit.”
The Year of Mercy will begin on December 8 with the opening of the Holy Door in Rome that will be followed by the openings of the Holy Door in every diocese of the world. Will there be a similar celebration in Basra too?

"Yes, there will be a symbolic celebration on December 6. Some faithful asked for my help in travelling to Rome and I will try to do something for them."

What about Christmas? How will Basra Christian community spend that Holy time?

"Diocese’s groups will start on next week the celebration of Christmas. There will be spiritual retreats, exhibitions, pastoral visits, biblical classes, plays. Everyone will do his best to celebrate the special time of Christmas in the best way."    

3 dicembre 2015

Legge sull'islamizzazione dei minori in Iraq: ancora in stallo l'applicazione della modifica dell'articolo 26

By Baghdadhope*

E' passato poco tempo da quando il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I Sako, annunciava "grande soddisfazione" per la decisione del parlamento iracheno di modificare l'articolo 26/della Costituzione relativo alla disposizione secondo la quale un minore uno dei cui genitori si converte all'Islam viene automaticamente registrato come musulmano.
Le comunità minoritarie irachene, cristiani ma anche sabei, mandei e yazidi, si erano trovati d'accordo nel presentare una richiesta di modifica di tale articolo che avrebbe stabilito il diritto del minore a mantenere la religione originaria anche nel caso di conversione all'Islam di uno dei genitori, per poter poi decidere se convertirsi egli stesso al compimento della maggiore età.

Qualcosa però ancora non va in questo lungo iter tanto che qualche giorno fa, di nuovo, il patriarca Sako, ha deciso di indirizzare un'altra lettera al Parlamento.
La lettera è stata ispirata dal fatto che, come ha riferito Mar Sako a Baghdadhope, anche se il Parlamento ha approvato la modifica all'articolo 26/2, alcuni parlamentari si sono rivolti all'Ayatollah sciita Ali Al Sistani per avere un suo parere a riguardo. Essa è, praticamente, un richiamo che il Patriarca Sako fa al rispetto delle decisioni prese che non possono essere ora cambiate nel caso Sistani si dicesse ad esse contrario.

Nel testo pubblicato dal Patriarcato Caldeo si ricorda non solo che i bambini cristiani, sabei, mandei e yazidi non vogliono diventare musulmani solo perchè uno dei loro genitori lo ha fatto, ma anche tutti gli articoli della costituzione che sanciscono la giustizia e l'uguaglianza: l'articolo 3, ad esempio, che recita: "l’Iraq è un paese di molte etnie, religioni e dottrine"; l’articolo 37/2: "Lo Stato garantisce la protezione dell'individuo dalla coercizione  intellettuale, politica e religiosa" e l'articolo 42: "ogni individuo deve godere della libertà intellettuale, di coscienza e di fede." Oltre che alla costituzione nella lettera il Patriarca Sako si appella all'articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, sottoscritta dall'Iraq, che prevede che: "Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.".
Non viene dimenticata, infine, la raccomandazione del Corano secondo la quale: "non c'è obbligo nella religione".
Il Cristianesimo, continua il testo, è rispettoso della libertà umana non obbligando nessuno a essere cristiano, e "credendo che la fede sia un dono di Dio ed una relazione tra Lui e il suo servo, rispetta la religione islamica."
"I Cristiani partecipano ai riti religiosi islamici come la Ashura e la ricorrenza della nascita del Profeta Maometto, e varie chiese in Occidente hanno aperto le loro porte per accogliere gli sfollati musulmani, permettendo loro di praticare i loro riti religiosi al loro interno." Questo atteggiamento, secondo Mar Sako, è "civile e meraviglioso" e "noi speriamo che i musulmani si comportino allo stesso modo nei nostri confronti perchè l’Islam è una religione di "misericordia e perdono".
Gli eventi che agitano l’Iraq e l'area mediorentale e la diffusione del Takfirismo (fondamentalistico), spiega Mar sako, rendono necessario agli iracheni il rispetto reciproco secondo lo  spirito d’amore e di perdono. In modo particolare "una delle prime responsabilità dei parlamentari è quella di realizzare la giustizia e l'eguaglianza tra tutti i membri della società, e stabilire il concetto di cittadinanza, della diversità e della costruzione della civiltà all'insegna della convivenza pacifica."
"In conclusione" si legge, "per rispetto delle parole del Corano: “non c'è obbligo nella religione”, e per rispetto della costituzione irachena e delle legislazioni internazionali, facciamo appello al Consiglio dei Rappresentanti perchè cancelli l'articolo 26/2 e lasci che i minorenni mantengano la religione che avevano alla nascita, la religione del padre, fino al raggiungimento della maggiore età quando saranno liberi di scegliere la propria religione in piena coscienza."
La lettera si conclude con i ringraziamenti a "tutti coloro che ci hanno sostenuto: Sua Eccellenza il Presidente della Repubblica, la Commissione dei Diritti Umani, la Missione delle Nazione Unite, le organizzazioni della società civile, ed alcuni reverendi uomini religiosi."

2 dicembre 2015

Si inaugura l'8 dicembre l'Università cattolica di Erbil

By Fides

E' fissata nel pomeriggio di martedì 8 dicembre la cerimonia inaugurale dell'Università cattolica di Erbil (Catholic University in Erbil Campus, CUE).
L'invito a partecipare all'inaugurazione di questo importante polo d'istruzione è stato diffuso dall'Arcidiocesi caldea di Erbil, che invita tutti, come si legge nel comunicato pervenuto all'Agenzia Fides, ad unirsi a un “percorso educativo che condurrà molti verso un futuro di prosperità e di pace”.
La prima pietra dell'istituto universitario era stata posta ad Ankawa, sobborgo di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, il 20 ottobre 2012, all'interno di un'area di 30mila mq messa a disposizione dalla Chiesa caldea (vedi Fides 19/10/2012).
Dopo il Sinodo sul Medio Oriente, svoltosi a Roma nel 2010 – aveva spiegato allora all'Agenzia Fides l'Arcivescovo caldeo di Erbil, Bashar Warda, grande patrocinatore dell'iniziativa – erano stati presi i primi contatti con l'Universitè Saint-Esprit di Kaslik, il rinomato Ateneo fondato in Libano dall'Ordine Libanese Maronita, per chiedere aiuto e orientamento nella realizzazione del progetto.

L'obiettivo era quello di creare un polo d'insegnamento universitario privato aperto a tutti, conforme alle esigenze del mercato e strettamente associato alla ricerca scientifica. Già allora, l'Arcivescovo Warda contava di concludere i lavori entro il 2015, anche con l'intento di offrire ai giovani cristiani iracheni la possibilità di “continuare a testimoniare il dono della fede nella loro terra”. Le convulsioni drammatiche che hanno sconvolto l'Iraq settentrionale, trasformando proprio Ankawa in luogo di rifugio per migliaia di cristiani fuggiti dalla Piana di Ninive davanti all'avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico, non ha fermato il progetto. Segno eloquente che i cristiani iracheni ancora continuano, nonostante tutto, ad avere fiducia in un futuro di pace, dove poter confessare la fede in Cristo convivendo in armonia con i propri connazionali musulmani e di altre comunità religiose.

1 dicembre 2015

L'ultima chiesa Viaggio fra i cristiani di Siria ed Iraq


Iraq: Acs, una cappella-container per 135 famiglie cristiane

By SIR

“Questa cappella restituisce ai fedeli un pezzetto della loro casa. Ed ora possono andare a messa senza rischiare la propria vita”.
Con queste parole padre Luis Montes ringrazia Aiuto alla Chiesa che Soffre per aver finanziato una cappella-container per il campo profughi intitolato alla Vergine Maria di Baghdad.
La chiesa è stata consacrata nei giorni scorsi da monsignor Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo di Bagdad dei latini.
Padre Montes, religioso argentino della Famiglia del Verbo incarnato, vive nella capitale irachena da cinque anni e riferisce dell’altissimo numero di attacchi. “Solo a ottobre vi sono stati 128 bombardamenti. Non mi stupisce che la gente abbia paura di uscire per andare a messa”.
Le 135 famiglie accolte nel campo profughi sono tutte cristiane, fuggite da Mosul e dalla Piana di Ninive a causa dell’Isis. “Molti sono venuti a Baghdad perché i campi profughi del Kurdistan erano già affollati mentre altri hanno scelto la capitale per poter richiedere i propri documenti, dimenticati o persi nella fuga, e lasciare il paese”.
Il religioso riferisce di come quasi nessun cristiano speri più di avere un futuro in Iraq o in Medio Oriente. L’attesa per l’ottenimento del visto può durare anche anni e non tutti i rifugiati riescono a trovare un impiego nel frattempo.

Newly built church in refugee camp lifts Christians' spirits in Iraq


Slovakia to accept 149 Christians from Iraq


Slovakia is giving asylum to a group of 149 Christians who live in Iraq and are threatened by extremism.
Interior Minister Robert Kalinak says the 25 families will arrive in the country in next few days.
Kalinak says that "they would lose their lives if we didn't help them."
The families will be initially placed in a center in eastern Slovakia and the Catholic Church has agreed to help them integrate into society in the predominantly Roman Catholic country.
Slovakia strictly opposes a European Union plan to redistribute 120,000 asylum-seekers among the bloc's 28 nations.
The government of Prime Minister Robert Fico is planning to a legal complaint against it at an EU court in Luxembourg. Kalinak said Monday the complaint could be filed as soon as later this week.