"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

11 ottobre 2010

Medio Oriente: Sinodo al via «Chiese antiche, sete di futuro»

By Avvenire, 10 ottobre 2010

Oggi si apre l’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi che durerà fino al 24 ottobre. Avvenire ha intervistato il patriarca di Alessandria dei Copti Antonios Naguib, nominato relatore generale del Sinodo che si tiene sul tema La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza.

Beatitudine, perché un Sinodo speciale per il Medio Oriente? I vescovi del Medio Oriente hanno espresso, in diverse occasioni, alla Santa Sede il desiderio di riunirsi insieme per elaborare una visione comune. E mi rallegro che Benedetto XVI abbia accolto questo desiderio. Tutte le Chiese orientali stanno affrontando sfide fondamentali e sentono l’esigenza di riflettere su quale sia oggi la loro missione e la loro testimonianza e su come rinnovare la loro comunione nel contesto che stanno vivendo.
Intende il difficile contesto politico? Non solo. Nell’Instrumentum Laboris si parla certamente dei conflitti e guerre che accrescono le ansie dei cristiani, ma ci sono anche congiunture nuove, come la crescita del fondamentalismo, oltre alle questioni relative alle relazioni tra diverse Chiese.
In Occidente si fa fatica a cogliere la molteplicità delle Chiese orientali. Molti vi vedono il segno delle antiche divisioni tra cristiani...
Le divisioni che esistono ancora sono effettivamente un frutto amaro del passato e ciò ci pone delle sfide per cercare di far cadere gli ostacoli all’unità visibile dei cristiani. Tuttavia le Chiese d’Oriente e d’Occidente beneficiano reciprocamente delle loro rispettive tradizioni. La varietà di tradizioni e spiritualità è una grande ricchezza da conservare per tutta la Chiesa.

Uno dei punti cruciali è il rapporto con l’islam. Ha seguito le reazioni musulmane alla convocazione del Sinodo?

Dopo la pubblicazione dell’Instrumentum Laboris ho letto sulla stampa alcuni commenti negativi, frasi estrapolate dal loro contesto, ma erano tutti firmati da giornalisti noti per la loro opposizione a tutto.

Quale punto contestavano di preciso?

Dicevano che il Vaticano lavora alla creazione di un fronte cristiano contro l’islam. Un giornalista ha lamentato davanti a me «l’insistenza» del Documento sul pericolo islamico. Gli ho risposto che noi ci siamo limitati a descrivere un fatto, l’islam politico, che ha finito per proporre lo slogan «l’islam è la soluzione». Si evoca un periodo in cui la voce di questo islam risultava più alta delle altre. Questo periodo, in verità, non si è concluso, ma questa tendenza non è più l’unica né la più forte. Bisogna fare in modo che nelle nostre società predominino i diritti dell’uomo, la democrazia e l’uguaglianza per scongiurare questo pericolo e il carattere teocratico di molti governi.

Un’altra questione è quella dell’emigrazione. C’è veramente il rischio di un’estinzione del cristianesimo nel Medio Oriente?

C’è una preoccupazione del ritmo inaudito del fenomeno in alcuni Paesi, come l’Iraq. Perciò i Padri sinodali esamineranno il modo di sostenere le comunità, anche attraverso una sensibilizzazione sul «dovere storico» dei cristiani di rimanere nella regione. Solo che non possiamo costringere nessuno a farlo; si tratta di una scelta personale. Fino a pochi decenni fa, le famiglie tentate dall’emigrazione venivano a chiedermi consiglio al patriarcato, mentre ora vengono solo per comunicarmi la loro decisione e chiedere la mia benedizione. Sanno che la Chiesa non incoraggia affatto tale scelta.

E così le Chiese orientali «inseguono» i loro fedeli in diaspora istituendo anche nuove diocesi...

Le Chiese hanno il dovere di assistere spiritualmente, secondo il proprio rito, le famiglie emigrate. Nei Paesi in cui il numero dei fedeli è esiguo lo possono certamente fare attraverso una coordinazione con le diocesi locali o con l’ordinario del luogo. Il punto è che, negli ultimi vent’anni, l’emigrazione si è talmente accelerata da rendere necessario, per alcune Chiese, la creazione di proprie diocesi. Tutto dipende da come viene vista questa molteplicità. Se, come dicevo prima, è una ricchezza per l’intera Chiesa, non vedo perché l’Occidente debba privarsene.

Camille Eid

10 ottobre 2010

All’Angelus, Benedetto XVI esorta la Chiesa del Medio Oriente ad essere strumento di riconciliazione

By Radiovaticana

All’Angelus, davanti ad una Piazza San Pietro gremita di fedeli, Benedetto XVI è tornato a parlare del Sinodo per il Medio Oriente ed ha auspicato che la Chiesa di quella regione sia “segno e strumento di unità e riconciliazione”. Il Papa ha quindi affidato l’assise sinodale all’intercessione della Vergine Maria, in particolare in questo mese di ottobre dedicato alla preghiera mariana del Rosario.
Il servizio di Alessandro Gisotti

La Chiesa del Medio Oriente non si scoraggi e prosegua nell'annunciare il messaggio perenne di Cristo. All’Angelus, Benedetto XVI ha messo l’accento sull’importanza del Sinodo per la regione, apertosi solennemente in San Pietro. In particolare, ha osservato, in un momento in cui i cristiani “si trovano spesso a sopportare condizioni di vita difficili, sia a livello personale che familiare e di comunità”, l’annuncio evangelico deve risuonare “ancora più necessario e urgente”. Quindi, ha levato un appello per la riconciliazione nel Medio Oriente:
“In quei Paesi, purtroppo segnati da profonde divisioni e lacerati da annosi conflitti, la Chiesa è chiamata ad essere segno e strumento di unità e di riconciliazione, sul modello della prima comunità di Gerusalemme, nella quale la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola”.
Il Papa ha così invitato tutti i fedeli a pregare Dio affinché il Sinodo sia accompagnato da “un’abbondante effusione di doni dello Spirito Santo”. Si è poi soffermato sul Rosario a cui è dedicato il mese di ottobre. Una preghiera, ha detto il Papa, “antica e sempre nuova”. Una “preghiera biblica - ha detto richiamando Karol Wojtyla - tutta intessuta di Sacra Scrittura”:
“E’ preghiera del cuore, in cui la ripetizione dell’'Ave Maria' orienta il pensiero e l’affetto verso Cristo, e quindi si fa supplica fiduciosa alla Madre sua e nostra. E’ preghiera che aiuta a meditare la Parola di Dio e ad assimilare la Comunione eucaristica, sul modello di Maria che custodiva nel suo cuore tutto ciò che Gesù faceva e diceva, e la sua stessa presenza”.
Alla Vergine Maria, tanto amata e venerata in Medio Oriente, il Papa ha dunque affidato l’assemblea sinodale, “affinché i cristiani di quella regione si rafforzino nella comunione e diano a tutti testimonianza del Vangelo dell’amore e della pace”.
Al momento dei saluti ai pellegrini, parlando in polacco, Benedetto XVI ha ricordato che oggi ricorre la decima Giornata Papale. Ha così invitato tutti i credenti a procedere “sull’evangelica via della verità e dell’amore che ha indicato Giovanni Paolo II”.

Pace e giustizia indispensabili per il Medio Oriente: così, il Papa nella Messa di apertura del Sinodo per la regione

By Radiovaticana


“Vivere dignitosamente nella propria patria è un diritto umano fondamentale”
e “occorre favorire condizioni di pace e di giustizia” nella regione mediorientale: è l’appello lanciato da Benedetto XVI, durante la Messa di apertura del Sinodo per il Medio Oriente, celebrata stamani nella Basilica Vaticana. Al centro dell’omelia del Papa, anche il richiamo a proseguire un dialogo costruttivo con ebrei e musulmani ed a vivere in comunione. Il Vangelo è stato letto in latino ed in greco, mentre nelle intenzioni di preghiera si è auspicato “lo sviluppo della laicità positiva dello Stato e la promozione dei diritti umani”.
L’Assemblea sinodale per il Medio Oriente proseguirà in Vaticano fino al 24 ottobre e rifletterà sul tema della “comunione e testimonianza”.
Il servizio di Isabella Piro

Una “porzione del Popolo di Dio preziosa ed amata”: così, il Papa definisce il Medio Oriente. Una terra che ha vissuto “vicende spesso difficili e tormentate”, sulla quale il Sinodo dei vescovi è chiamato a riflettere per comprendere “il presente ed il futuro dei fedeli e delle popolazioni” locali. Centrale, ribadisce Benedetto XVI, il ringraziamento al “Signore della storia” che ha permesso che il Medio Oriente vedesse sempre “la continuità della presenza dei cristiani”:
“Questa regione del mondo, Dio la vede da una prospettiva diversa, si direbbe ‘dall’alto’: è la terra di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; la terra dell’esodo e del ritorno dall’esilio; la terra del tempio e dei profeti; la terra in cui il Figlio Unigenito è nato da Maria, dove ha vissuto, è morto ed è risorto; la culla della Chiesa, costituita per portare il Vangelo di Cristo sino ai confini del mondo. E noi pure, come credenti, guardiamo al Medio Oriente con questo sguardo, nella prospettiva della storia della salvezza”.
La Chiesa, continua il Papa, “è costituita per essere, in mezzo agli uomini, segno e strumento dell’unico e universale progetto salvifico di Dio” ed è questa la prospettiva con la quale occorre guardare al Medio Oriente:
“Guardare quella parte del mondo nella prospettiva di Dio significa riconoscere in essa la ‘culla’ di un disegno universale di salvezza nell’amore, un mistero di comunione che si attua nella libertà e perciò chiede agli uomini una risposta”.
Il Santo Padre, poi, ricorda il tema del Sinodo dei vescovi, dedicato alla comunione e alla testimonianza:
“Senza comunione non può esserci testimonianza: la grande testimonianza è proprio la vita di comunione. (…) Questa comunione è la vita stessa di Dio che si comunica nello Spirito Santo, mediante Gesù Cristo. È dunque un dono, non qualcosa che dobbiamo anzitutto costruire noi con le nostre forze. Ed è proprio per questo che interpella la nostra libertà e attende la nostra risposta: la comunione ci chiede sempre conversione, come dono che va sempre meglio accolto e realizzato”.
“Il Sinodo dei vescovi è un momento privilegiato”, continua Benedetto XVI, in cui rinnovare “la grazia della Pentecoste” affinché “la Buona Novella sia annunciata con franchezza e possa essere accolta da tutti”. Essenziale, allora, comprendere lo scopo dell’Assise sinodale:
“Lo scopo di questa Assise sinodale è prevalentemente pastorale. Pur non potendo ignorare la delicata e a volte drammatica situazione sociale e politica di alcuni Paesi, i Pastori delle Chiese in Medio Oriente desiderano concentrarsi sugli aspetti propri della loro missione. (…) Questa occasione è poi propizia per proseguire costruttivamente il dialogo con gli ebrei, ai quali ci lega in modo indissolubile la lunga storia dell’Alleanza, come pure con i musulmani”.
Auspicando che, “a livello personale, familiare e sociale”, “i fedeli sentano la gioia di vivere in Terra Santa”, ravvivando “la coscienza di essere pietre vive della Chiesa in Medio Oriente”, nonostante le difficoltà, il Papa lancia un forte appello:
“Quello di vivere dignitosamente nella propria patria è anzitutto un diritto umano fondamentale: perciò occorre favorire condizioni di pace e di giustizia, indispensabili per uno sviluppo armonioso di tutti gli abitanti della regione. Tutti dunque sono chiamati a dare il proprio contributo: la comunità internazionale, sostenendo un cammino affidabile, leale e costruttivo verso la pace; le religioni maggiormente presenti nella regione, nel promuovere i valori spirituali e culturali che uniscono gli uomini ed escludono ogni espressione di violenza. I cristiani continueranno a dare il loro contributo non soltanto con le opere di promozione sociale, quali gli istituti di educazione e di sanità, ma soprattutto con lo spirito delle Beatitudini evangeliche, che anima la pratica del perdono e della riconciliazione”.
Infine, Benedetto XVI affida i lavori sinodali ai Santi della “terra benedetta” del Medio Oriente e alla protezione di Maria, invocando, ancora una volta, la pace.

Messa d'apertura del Sinodo per il Medio Oriente - Testo integrale dell'omelia di Benedetto XVI.
Per leggerla clicca qui

Mons. Giorgio Lingua riceve gli auguri per il suo episcopato

By Baghdadhope*

E' molto alto Mons. Giorgio Lingua, e vestito di rosso dalla testa ai piedi lo appare ancora di più.
Così lo hanno visto le centinaia di persone, parenti, amici e conoscenti che lo hanno incontrato ieri, subito dopo la cerimonia di ordinazione episcopale svoltasi in San Pietro e celebrata dal Segretario di Stato vaticano, Mons. Tarcisio Bertone.
In una grande sala del braccio nuovo dei Musei Vaticani Mons. Lingua, da ieri Arcivescovio Titolare eletto di Tuscania, ha accolto tutti con cordialità ed affetto.
Tra i presenti anche qualche rappresentante della chiesa irachena che ha voluto così augurare al nuovo nunzio apostolico per la Giordania e l'Iraq un buon lavoro: Mons. Jacques Isaac, vicario patriarcale di Baghdad, Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, Mons. Bashar M. Warda, Arcivescovo di Erbil e Mons. Jean B. Sleiman, vescovo latino di Baghdad.

Il cardinale Bertone nella Messa per quattro nuovi vescovi: annunciate con forza e autorevolezza la Parola di Dio

By Radiovaticana, 10 ottobre 2010
Photo by Radiovaticana


Il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha celebrato ieri pomeriggio nella Basilica Vaticana la Messa per l’ordinazione episcopale di quattro presuli. I nuovi vescovi sono mons. Giorgio Lingua, mons. Joseph Tobin, mons. Ignacio Carrasco e mons. Enrico Dal Covolo. Nell’omelia, il cardinale Bertone ha messo l’accento sulla missione del vescovo chiamato ad annunciare con forza il Vangelo e ad essere "costruttore di comunione" per i fedeli.
Il servizio di Alessandro Gisotti

“Per imitare il Buon Pastore è richiesto un grande coraggio, ma soprattutto un grande amore”, la “capacità di donarsi totalmente”: è quanto affermato dal cardinale Tarcisio Bertone a quattro nuovi vescovi, ordinati nella Basilica Vaticana. A loro, il porporato ha sottolineato che compito dei vescovi, successori degli Apostoli, è “condurre l’intera umanità sulla via della salvezza manifestata da Dio”:
“Il Vescovo è chiamato ad annunciare con forza e autorevolezza la parola che libera e salva: annuncia che Gesù è vivo, che ha vinto la morte e dal suo Sacrificio scaturisce la vita eterna per tutti coloro che nel corso dei secoli credono in Lui. Il Vescovo rende presente Cristo nell’Eucaristia e in tutti i Sacramenti con i quali si edifica la Chiesa, la comunità dei credenti; è costruttore di comunione perché guida la Chiesa con l’amore del Buon Pastore”.
Il cardinale Bertone si è dunque rivolto personalmente ai nuovi presuli.

A mons. Lingua, nuovo rappresentante pontificio in Iraq e in Giordania, ha augurato di essere “a sostegno delle comunità cristiane sparse in quelle terre così tribolate”, per le quali dovrà “essere messaggero di pace e di speranza”.

Ha pregato dunque per mons. Tobin, “a cui è affidato il delicato compito di collaborare nella Curia Romana, quale segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica”, per mons. Carrasco, neo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e mons. Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense. Il porporato li ha così invitati a riconoscere le “molteplici miserie che affliggono l’umanità”, dalla povertà alla disgregazione della famiglia:
“Entrate sempre più in intimità di vita con Cristo, perché Egli possa amare con il vostro cuore, guardare con i vostri occhi, parlare con la vostra bocca, operare con le vostre mani”. Quindi, ha assicurato ai nuovi vescovi la vicinanza e la benedizione del Papa, alla quale ha aggiunto un suo caloroso augurio:
“Cari Fratelli scelti da Dio per il ministero episcopale, auguro a ciascuno di voi di essere sempre fedeli e gioiosi portatori del Vangelo, mostrando l’universale respiro della missione della Chiesa”.

8 ottobre 2010

Synod for the Middle East: Special pages by Radiovaticana in different languages




Italian
English
French
Arabic
Armenian
Hebrew

Promemoria. Le Chiese cattoliche orientali sono 23

By Settimo Cielo di Sandro Magister

Nel ventennale della promulgazione del codice di diritto canonico orientale, detto propriamente “Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium”, la Santa Sede ha diffuso il 7 ottobre una scheda informativa sulle Chiese cattoliche d’oriente unite a Roma.
Tali Chiese sono 23 e si raggruppano attorno a cinque grandi tradizioni: alessandrina, antiochena, armena, caldea e bizantina.
Il ripasso è tanto più utile in quanto tra pochi giorni si aprirà a Roma un sinodo speciale sui cattolici nel Medio Oriente, nel quale parecchie di queste Chiese sono presenti.
Per seguire i lavori sinodali, il sito della Radio Vaticana ha creato una sezione ad hoc in più lingue: italiano, inglese, francese, arabo, armeno, ebraico.

SCHEDA INFORMATIVA SULLE CHIESE CATTOLICHE ORIENTALI

Attualmente nella Chiesa Cattolica ci sono 23 Chiese “sui iuris” appartenenti alle cinque tradizioni orientali.

CHIESE DI TRADIZIONE ALESSANDRINA

Chiesa Patriarcale Copta
Nel 1824 la Santa Sede creò un patriarcato per i cattolici copti, che però esisteva soltanto sulla carta. Papa Leone XIII con la lettera apostolica “Christi Domini” del 26 novembre 1895, ristabilì il Patriarcato cattolico copto di Alessandria.
L’attuale Patriarca è Sua Beatitudine Antonios Naguib che ha iniziato il suo ministero il 30 marzo 2006. La sede patriarcale si trova nel Cairo. I copti cattolici si trovano esclusivamente in Egitto e nel Sudan in numero di 210.000.

Chiesa Metropolitana “sui iuris” Etiopica
Nel 1930 fu istituito un ordinariato per i fedeli di rito etiope in Eritrea, affidato ad un vescovo eritreo. Successivamente, nel 1951, fu istituito un esarcato apostolico di rito etiope ad Addis Abeba, e l’ordinariato per l’Eritrea fu elevato al rango di esarcato. Dieci anni dopo, il 9 aprile 1961, fu istituita una metropolia etiope, con Addis Abeba come sede metropolitana e Asmara (in Eritrea) e Adigrat (in Etiopia) come eparchie suffraganee. Nel 1995, due nuove eparchie, quelle di Barentu e di Keren, sono state erette in Eritrea.
Attualmente il Metropolita è S.E.R. Mons. Berhaneyesus Demerew Souraphiel, i fedeli sono 208.000, la lingua liturgica di questa Chiesa è Ge’ez, una lingua semitica caduta in disuso ormai da secoli.

CHIESE DI TRADIZIONE ANTIOCHENA

Chiesa Patriarcale Sira
È la Chiesa degli ortodossi siriaci che si sono riuniti con Roma a partire dal 1783. La Chiesa ha una propria gerarchia, sotto l’autorità di un patriarca, che porta il titolo di Patriarca di Antiochia dei Siri.
Dal 20 gennaio 2009 il nuovo Patriarca è Sua Beatitudine Ignage Youssif III Younan. La sede è a Beirut (Libano), ma la maggior parte dei fedeli vivono in Iraq (42.000) e Siria (26.000), mentre 55.000 vivono nella diaspora: U.S.A., Venezuela.

Chiesa Patriarcale Maronita
La Chiesa maronita prende il nome dal suo fondatore, san Marone († 410), che la istituì nel IV secolo. 
Il Patriarca di Antiochia dei Maroniti è Sua Beatitudine Em.ma il Sig. Card. Nasrallah Pierre Sfeir, con la sede a Bkerké, Libano, e un numero di tre milioni di fedeli. La Chiesa si trova in Libano, Cipro, Giordania, Israele, Palestina, Egitto, Siria, Argentina, Brasile, Messico, U.S.A., Canada, Australia.

Chiesa Arcivescovile Maggiore Siro-Malankarese
Nel 1930 un piccolo gruppo di religiosi e fedeli della Chiesa malankarese ortodossa, guidati dal vescovo Geevarghese Mar Ivanios chiesero ed ottennero la comunione con la Chiesa cattolica da papa Pio XI che nel 1932 diede vita alla nuova Chiesa cattolica siro-malankarese con l’erezione di due diocesi e l’imposizione del pallio a Mar Ivanios. Il 10 febbraio 2005 papa Giovanni Paolo II elevò la chiesa alla dignità di arcivescovile maggiore.
L’Arcivescovo Maggiore è Sua Beatitudine Baselios Cleemis Thottunkal, con la sede a Trivandrum e un numero di oltre 410.000 fedeli.

CHIESA DI TRADIZIONE ARMENA

Chiesa Patriarcale Armena
La Chiesa armeno-cattolica nata nel 1742 dalla Chiesa nazionale armena. Fu riconosciuta da papa Benedetto XIV (1740-1758). È presente con comunità in Libano, Iran, Iraq, Egitto, Siria, Turchia, Israele, Palestina ed in altre realtà della diaspora armena nel mondo. Il numero dei fedeli è stimato in 540.000 (2008). La sede della Chiesa è a Bzoummar, in Libano.
Il capo della Chiesa è il patriarca di Cilicia degli Armeni che ha sede a Beirut; l’attuale patriarca è Sua Beatitudine Nerses Bedros XIX Tarmouni.

CHIESE DI TRADIZIONE CALDEA

Chiesa Patriarcale Caldea
Nel 1551 alcuni vescovi e fedeli si riunirono presso l’antico monastero di Rabban Hormisda ed elessero a patriarca Yochanan (Giovanni) Sulaqa, abate del monastero. Successivamente inviarono Sulaqa a Roma, dove l’abate venne ascoltato da papa Giulio III. Sulaqa si convertì al cattolicesimo. Nel 1553 il papa creò il Patriarcato della Chiesa cattolica di rito caldeo. Nel 1830 venne fissata l’unione definitiva con Roma, quando papa Pio VIII attribuì al patriarca il titolo di Patriarca di Babilonia dei Caldei. La sede rimase fino al XX secolo la città assira di Mossul.
Il Patriarca di Babilonia dei Caldei ha la sede a Baghdad; l’attuale patriarca è Sua Beatitudine Em.ma il Sig. Card. Emmanuel III Delly. I fedeli sono circa un milione, di cui 250.000 vivono in Iraq, dove rappresentano la maggioranza dei fedeli cristiani. La Chiesa si trova anche in Iran, Gerusalemme, Libano, Siria, Egitto, Turchia, Australia, U.S.A.

Chiesa Arcivescovile Maggiore Siro-Malabarese
Il 1662 (o il 1663) si considera la data di fondazione della Chiesa siro-malabarese. Nel 1896 furono fondati tre vicariati apostolici, alla cui guida vennero posti vescovi siro-malabaresi. Papa Pio XI diede vita nel 1923 ad una gerarchia propria per la chiesa siro-malabarese e nel 1934 diede il via ad un processo di de-latinizzazione dei riti che portò all’approvazione della nuova liturgia da parte di papa Pio XII nel 1957. Nel 1992 papa Giovanni Paolo II elevò la Chiesa ad arcivescovile maggiore nominando quale primo arcivescovo maggiore il cardinale Antony Padiyara (che è rimasto in carica fino alla scomparsa, nel 2000).
L’attuale Arcivescovo Maggiore è Sua Beatitudine Em.ma il Sig. Card. Varkey Vithayathil, con la sede a Ernakulam-Angamaly; il suo territorio è l’India specialmente lo Stato Kerala, il numero dei fedeli e di 3.600.000.

CHIESE DI TRADIZIONE BIZANTINA

Chiesa Patriarcale Melkita
Nel 1724 la Chiesa melchita si divise in due rami, uno sotto l’influenza di Costantinopoli, detti “Ortodossi antiocheni”, gli altri “Melchiti cattolici”, che dichiararono formalmente l’unione con Roma nello stesso 1724. Oggi, i Melchiti cattolici sono presenti non solo in Medio oriente, ma anche in nazioni come il Canada, gli Stati Uniti d’America, il Brasile, l’Australia.
Il Patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti è Sua Beatitudine Gregorio III Laham, con la sede a Damasco; il numero dei fedeli è di 1.200.000.

Chiesa Arcivescovile Maggiore Ucraina
Fu concordata un’Unione, detta Unione di Brest, nel 1595 a Roma, poi ratificata a Brest Litovsk nel 1596: in quella occasione oltre all’arcieparchia metropolitana di Kiev ed altre eparchie dette della Rutenia Bianca, si unirono delle terre rimaste in territorio ucraino e cioè le eparchie della Volinia. L’Unione fu comunque ristabilita nel 1620 ed il Metropolita si stabilì nella città di Kiev. La Chiesa elevata allo statuto Arcivescovile Maggiore il 23 dicembre 1963, ha per capo l’arcivescovo maggiore di Kyïv-Halyč; la sede della Chiesa è stata ufficialmente trasferita dalla storica sede di Leopoli alla capitale Kiev il 6 dicembre 2004.
L’attuale titolare è Sua Beatitudine Em.ma il Sig. Card. Ljubomyr Huzar, con un numero di 4 284 082 fedeli, sparsi in tutto il mondo.

Chiesa Arcivescovile Maggiore Romena
Preparata ad Alba Iulia nel sinodo del 1697 e decisa ufficialmente in quello del 7 ottobre 1698, l’unione con Roma fu solennemente ratificata nel sinodo di Alba Iulia del 7 maggio 1700. Il 9 maggio 1721 il papa Innocenzo XIII conferma con la bolla “Rationi congruit” la fondazione di un vescovado per gli “uniti di Transilvania”, con la sede prima a Fagaras e poi, dal 1737, a Blaj. Nel 1853, con la bolla “Ecclesiam Christi ex omni lingua” papa Pio IX istituì la metropolia greco-cattolica rumena nell’eparchia di Fagaras-Alba Iulia con tre diocesi suffraganee. La Chiesa è stata elevata allo statuto di Chiesa Arcivescovile Maggiore il 16 dicembre 2005. Il suo capo è l’arcivescovo maggiore di Fagaras e Alba Iulia che ha sede a Blaj.
L’attuale arcivescovo maggiore è Sua Beatitudine Lucian Muresan. La Chiesa è suddivisa in sei eparchie delle quali cinque in Romania, riunite in una provincia ecclesiastica, e una negli Stati Uniti d’America immediatamente soggetta alla Santa Sede, con un numero di 737.900 fedeli.

Chiesa Metropolitana “sui iuris” Rutena

Con l’Unione di Uzhorod del 1646, la Chiesa rutena si riunì al resto della Chiesa cattolica. Nel XIX e XIX secolo molti cattolici di rito bizantino emigrarono negli Stati Uniti d’America, soprattutto nelle città minerarie. La Chiesa rutena oggi consiste nell’Eparchia di Mukacevo in Ucraina immediatamente soggetta alla Santa Sede, nell’Arcieparchia di Pittsburgh con le sue tre eparchie suffraganee e nell’esarcato apostolico della Repubblica Ceca.
La sede di questa Chiesa si trova fuori territorio dell’Ucraina, a Pittsburgh, Stati Uniti. Attualmente la sede è vacante con il decesso nel 10 giugno 2010 di S.E.R. Mons. Basil Myron Schott. I fedeli sono in numero di 594.000.

Chiesa Metropolitana “sui iuris” Slovacca
L’Unione di Uzhorod del 1646 fu unanimemente accettata sul territorio che include l’odierna Slovacchia orientale. Eretta il 22 settembre 1818, l’eparchia di Presov fu sottratta nel 1937 dalla giurisdizione del primate d’Ungheria e resa immediatamente soggetta alla Santa Sede. Nel 1997, Giovanni Paolo II eresse l’esarcato apostolico di Kosice. Il 30 gennaio 2008 papa Benedetto XVI ha riorganizzato la Chiesa rendendola metropolitana sui iuris con l’elevazione dell’Eparchia di Prešov a Metropolia, l’elevazione del Esarcato apostolico di Kosice ad eparchia e l’erezione dell’Eparchia di Bratislava.
La sede della Chiesa è a Presov e l’attuale Metropolita è S.E.R. Mons. Jan Bajak; i fedeli sono in numero di 350.000.

Chiesa “sui iuris” Albanese
La prima unione si è cercata nel 1660, quando un arcivescovo ortodosso si unì alla Chiesa cattolica, ma nel 1765 fu abbandonata a causa di ostacoli posti dai governanti ottomani. Nel 1895 un gruppo di villaggi a sud-est di Elbasan, nell’Albania centrale, decisero di passare al cattolicesimo. L’Albania meridionale diventa nel 1939 una giurisdizione ecclesiastica separata, sotto la cura di un amministratore apostolico. La Chiesa è costituita nell’Amministrazione Apostolica dell’Albania Meridionale, con più di 3.600 fedeli.
L’attuale amministratore apostolico è il vescovo di origine croata, francescano di rito bizantino, S.E.R. Mons. Hil Kabashi, che fu nominato nel 1996.

Chiesa “sui iuris” Bielorussa
Con l’Unione di Brest (1595-96), erano entrati in piena comunione con la Sede di Roma numerosi cristiani bielorussi. Nel 1931 la Santa Sede inviò un vescovo nel ruolo di Visitatore apostolico. Nel 1939, fu nominato un esarca per i fedeli bielorussi di rito bizantino. Nell 1960 la Santa Sede nominò un Visitatore Apostolico per i fedeli bielorussi all’estero. All’inizio del 2005, la Chiesa greco-cattolica bielorussa aveva 20 parrocchie, 13 delle quali avevano ottenuto il riconoscimento statale. Nel 2003, le città di Minsk, Polatsk e Vitebsk avevano due parrocchie greco-cattoliche ciascuna, mentre Brest, Grodno, Mogilev, Molodechno e Lida ne avevano una. I fedeli legati permanentemente a queste parrocchie erano circa 3.000, mentre circa altri 4.000 vivevano fuori dalla portata pastorale delle parrocchie. C’erano 10 preti e 15 seminaristi. A Polatsk c’era un piccolo monastero Studita.

Chiesa “sui iuris” Bulgara
Negli anni 1859-1861, i bulgari chiedono l’unione con Roma. Papa Pio IX accettò la loro richiesta e ordinò egli stesso l’archimandrita Joseph Sokolsky arcivescovo l’8 aprile 1861. Nel 1926, fu istituito un esarcato apostolico per i fedeli cattolici di rito bizantino. Al termine del 2004, l’esarcato apostolico di Sofia contava circa 10.000 battezzati in 21 parrocchie, assistiti da 5 sacerdoti eparchiali e 16 religiosi, con altri 17 religiosi e 41 religiose.
È attualmente retto da S.E.R. Mons. Christo Proykov.

Chiesa “sui iuris” Croata
Nel 1611 viene creato un vescovo per gli ortodossi gradualmente passati al cattolicesimo in Croazia. Nel 1853 l’Eparchia diventa suffraganea dell’Arcivescovo di Zagabria. Nel 1966 si fa il trasferimento della sede eparchiale a Zagabria. Nel 2001 dall’Eparchia viene staccato l’Esarcato Apostolico per i Macedoni (circa 6000 fedeli) e nel 2003 viene staccato l’Esarcato Apostolico di Serbia e Montenegro (circa 25.000 fedeli).
L’eparchia di Krizevci è attualmente guidata dal primate della Chiesa S.E.R. Mons. Nikola Kekic e comprende tutti i fedeli di rito bizantino di Croazia. Sede vescovile è la città di Krizevci. Il territorio è suddiviso in 34 parrocchie con un totale di 15.311 fedeli.

Chiesa “sui iuris” Greca
Le prime conversioni greche al cattolicesimo si verificarono alla fine del XIX secolo con la creazione di una Chiesa “sui iuris”. L’Esarcato Apostolico di Grecia per i fedeli di rito bizantino è stato eretto l’11 giugno 1932, nel 2004 contava 2.300 battezzati. È attualmente retta dal primate della Chiesa, S.E.R. Mons. Dimitrios Salachas. L’Esarcato Apostolico di Costantinopoli per tutti i fedeli di rito bizantino di Turchia è stato eretto l’11 giugno 1911, la sede è vacante dal 1957. L’amministratore apostolico è S.E.R. Mons. Louis Pelatre.

Chiesa “sui iuris” Italo-Albanese
È costituita da due eparchie e dall’Abbazia territoriale di Grottaferrata. L’eparchia di Lungro è stata eretta il 13 febbraio 1919 con la bolla “Cattolici fideles” di papa Benedetto XV. Nel 2004 contava 32.800 battezzati su 33.182 abitanti. È attualmente sede vacante, dopo l’accettazione alla rinuncia per limiti di età di S.E.R. Mons. Ercole Lupinacci nel 10 agosto 2010. Il territorio è suddiviso in 29 parrocchie. Il 26 ottobre 1937 la bolla “Apostolica Sedes” di papa Pio XI segnò l’erezione dell’eparchia di Piana dei Greci, con giurisdizione sui fedeli di rito bizantino della Sicilia. L’eparchia nel 2004 contava 28.500 battezzati su 30.000 abitanti. È attualmente retta dall’eparca S.E.R. Mons. Sotir Ferrara. L’abbazia territoriale di Santa Maria di Grottaferrata comprende la sola abbazia di Grottaferrata. Nel 2004 contava 98 battezzati su 98 abitanti. È attualmente retta dall’archimandrita Emiliano Fabbricatore, O.S.B.I. L’abbazia viene fondata nel 1004 da San Nilo da Rossano, sul terreno di un’antica villa romana concesso ai monaci dal feudatario del luogo Gregorio I dei Conti di Tuscolo.

Chiesa “sui iuris” Macedone
Costituita dall’Esarcato Apostolico di Macedonia, che fu fondato nel 1918, abolito poi nel 1924. Nel 2001, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, la Santa Sede ristabilì l’Esarcato apostolico di Macedonia. la Santa Sede dal 2001 ha nominato i vescovi di rito latino di Skopje a capo dell’Esarcato Apostolico di Macedonia. Attualmente i membri della Chiesa greco-cattolica macedone ammontano a circa 11.400.
L’attuale esarca è S.E.R. Mons. Kiro Stojanov vescovo di Skopje.

Chiesa “sui iuris” Russa
Si unì formalmente con Roma nel 1905. Nel 1917 fu fondato il primo esarcato apostolico per i cattolici russi e nel 1928, fu fondato un secondo esarcato apostolico a Harbin per i cattolici russi in Cina. I due esarcati ufficialmente esistono ancora ma non sono nominati nuovi vescovi

Chiesa “sui iuris” Ungherese
Nel XVIII secolo molti ungheresi protestanti furono convertiti al cattolicesimo, adottando il rito bizantino. Nell’8 giugno 1912, Papa Pio X creò l’Eparchia di Hajdudorog per le 162 parrocchie greco-cattoliche di lingua ungherese. Il 4 giugno 1924 viene eretto l’Esarcato Apostolico di Miskolc.
Il primate della Chiesa è S.E.R. Mons. Peter Fulop Kocsis vescovo dell’eparchia di Hajdudorog, con sede a Nyiregyhaza e con circa 300.000 fedeli.

Il blog “Settimo cielo” fa da corredo al più importante sito “www.chiesa”, curato anch’esso da Sandro Magister, che offre a un pubblico internazionale notizie, analisi e documenti sulla Chiesa cattolica, in italiano, inglese, francese e spagnolo.

“Il mondo si può cambiare”: il 16 ottobre l'incontro mondiale del Sermig "Giovani della Pace"

By Radiovaticana, 8 ottobre 2010

Dopo l’Abruzzo, tornerà a sventolare a Torino la bandiera della pace del Sermig - Servizio Missionario Giovanile - fondato nel 1964 dall’ex bancario Ernesto Olivero, responsabile oggi della “Fraternità della Speranza”, comunità che attira giovani, sposi, famiglie, sacerdoti e religiosi accomunati dall’impegno per i poveri e nella formazione. All’Arsenale della Pace, ex fabbrica di armi convertita in luogo di accoglienza degli ultimi, in “università del dialogo” tra ebrei, cristiani e musulmani, nel cuore vivo e multirazziale della città – in piazza Borgo Dora – si lavora, infatti, al terzo appuntamento mondiale dei Giovani della Pace, fissato per il 16 ottobre.
“Il mondo si può cambiare” è il titolo dell’evento rivolto ai giovani intenzionati ad abbandonare paura, sfiducia, degrado morale per lasciare posto alla speranza, ai sogni, all’etica. Una “proposta per un nuovo stile di vita”, recita lo slogan sul sito del Sermig realizzato per informare sull’incontro mondiale (www.giovanipace.org).
«Il racconto che il mondo si può cambiare è la buona notizia che la nostra credibilità ci ha messo la faccia, è raccontare con la nostra vita la bella notizia del nostro crederci a quanti sono stanchi e oppressi», ha scritto Ernesto Olivero in un messaggio indirizzato ai tremila giovani che si sono riuniti questa estate a Collemaggio, in Abruzzo, in vista dell’appuntamento mondiale nel capoluogo piemontese.
Intanto, l’attività del Sermig procede anche su altri fronti: inizieranno dal 26 ottobre gli incontri internazionali presso “l’Università del Dialogo” nell’Arsenale della Pace.
Il primo ospite sarà l’arcivescovo latino di Baghdad, mons. Jean Benjamin Sleiman, invitato a parlare sul tema “La fede ha i suoi diritti. L’esperienza dei cristiani in Iraq”.

6 ottobre 2010

Rapimenti a Baghdad e bombe a Mosul. Essere cristiani in Iraq

By Baghdadhope*

A Dora, l'enorme quartiere sud orientale di Baghdad una volta densamente abitato da famiglie cristiane è tornato il terrore. Lo scorso 2 ottobre, infatti, secondo quanto riferito dalla TV cristiana Ishtar, un ragazzo, Matti Anwar Yohanna Albazi, è stato rapito ed alla famiglia il giorno successivo è stato chiesto un riscatto di 100.000 $ per la sua liberazione.
In realtà, come ha rivelato oggi il sito Ankawa.com, Matti è stato rilasciato ieri dopo il pagamento di "soli" 80.000 $.
Uno sconto che difficilmente tranquillizzerà i cristiani di Dora che già nel 2007 si erano trovati vittime designate di una feroce ondata di violenza che ne decimò il numero.

Anche a Mosul però le cose per i cristiani non vanno bene.
E' ancora il sito Ankawa.com a riferire che, dopo la bomba che alcuni giorni fa ha causato la fuga di tre famiglie dal quartiere di Al-zuhoor, spaventate da ulteriori e più violenti attacchi, un'altra bomba è esplosa questa volta nel quartiere di Hay Al-thaqafa davanti alla casa di una famiglia cristiana già fuggita altrove in cerca di sicurezza.
Secondo alcuni osservatori citati da Ankawa.com quella delle esplosioni per ora non letali sarebbe la nuova tattica adottata da chi vuole "pulire" la città dalla sua componente cristiana seminando il terrore,senza far ricorso a quelle già adottate in passato e che hanno compreso rapimenti, minacce ed omicidi.
Il sito sottolinea anche che l'esplosione di due giorni fa è avvenuta a soli pochi metri da uno dei posti di blocco istituiti ed addirittura rafforzati rispetto al passato.

Abductions in Baghdad and bombs in Mosul. Being Christians in Iraq

By Baghdadhope *

In Dora, the huge south-eastern district of Baghdad once densely inhabited by Christian families the terror is back. On October 2, in fact, as reported by the Christian TV Ishtar a boy, Matti Anwar Yohanna Albazi, was kidnapped and a ransom of $ 100,000 was asked to his family for his release.
In reality, as revealed today by the website Ankawa.com, Matti was released yesterday after the payment of "only" $ 80,000.
A discount that hardly reassure the Christians of Dora who in 2007 were the designated victims of a brutal wave of violence that decimated their number.

Also in Mosul, however, things are not going well for Christians.
It is still the website Ankawa.com to report that after the bomb that a few days ago caused the escape from Al-zuhoor neighborhood of three families afraid of more violent attacks, another bomb exploded, this time in district of Hay al-thaqafa, in front of the house of a Christian family who already fled elsewhere in search of safety.
Some observers quoted by Ankawa.com affirm that the non-lethal explosions could be the new tactic adopted by those who want to "clean" the city of its Christian component spreading terror without resorting to the tactics already adopted in the past that included kidnappings, threats and murders.
The site also points out that the explosion that took place two days ago occurred just a few meters away from one of the checkpoints set up and even reinforced compared to the past.

Iraqi Christians flee homeland even as war fades

By Reuters, October 6, 2010

By Jamal al-Badrani

Bassam Hermiz has slashed prices to clear his stock of electrical appliances, close his shop and join many thousands of other Iraqi Christians abroad.
Once numbering some 750,000 in this mainly Muslim country of 30 million, Christians have been trapped in the crossfire of sectarian strife ignited after the U.S.-led invasion that toppled Saddam Hussein's secular dictatorship in 2003.
Alarmed that their flock could face extinction, Iraqi Christian leaders appealed to the Vatican for help.
Pope Benedict, also worried about the shrinking Christian presence in the Israeli-occupied Palestinian territories, has called a synod of bishops for October 10-24 to discuss how churches can work together to preserve Christianity's oldest communities.
The special assembly will consider a Vatican document that decries "disregard for international law," human rights abuses and an exodus of Christians fleeing conflict in the Middle East.
The document, released in June, says Christian emigration is "particularly prevalent because of the Israeli-Palestinian conflict and the resulting instability in the Middle East."
Post-invasion bloodshed and chronic insecurity have spooked Iraqi Christians, many of whom feel they have no future here.
It also cites political instability in Lebanon and menacing conditions in Iraq, "where the war has unleashed evil forces."
"We decided to leave after we lost hope of living in peace in Iraq. It was not our choice," said Hermiz, the shopkeeper who is taking his family from the volatile northern city of Mosul to Holland, where his brother already lives.
He cast a dejected eye over the few remaining goods in his shop. His two-storey family home, replete with balconies and marble, also looks forlorn with most of the furniture sold.
Hundreds of thousands of Christians, described by Pope Benedict as Iraq's "most vulnerable religious minority" in an appeal for better security this year, have left since 2003.And more Christians are leaving, despite a plunge in overall violence in the past three years as bloodletting between majority Shi'ites and once dominant Sunni Muslims tapers off.Every now and then Christians still come under attack, especially in the northern province of Nineveh, considered the last urban stronghold of al Qaeda Islamist militants.

CHRISTIAN EXODUS

Perhaps only half of a Christian community rooted here for centuries remains, although no official figures exist.
And more Christians are leaving, despite a plunge in overall violence in the past three years as bloodletting between majority Shi'ites and once dominant Sunni Muslims tapers off.

Every now and then Christians still come under attack, especially in the north
ern province of Nineveh, considered the last urban stronghold of al Qaeda Islamist militants.

It is not always clear whether they are targeted for their faith, for the headlines their woes generate in Western media, for their political allegiances or for other reasons.
In February, gunmen killed eight Christians in the streets or at work in Mosul, prompting thousands of others to flee.
The slayings occurred two weeks before an inconclusive parliamentary election that has produced no new government six months later. The stalemate threatens Iraq's fragile security, along with most other aspects of life in a traumatized nation.
In May bomb blasts near a bus carrying Christian university students in Mosul killed at least one and wounded 100.
Attacking Christians is an effective way to highlight the shortcomings of Iraq's security forces, attracting more media attention than the far higher casualties among Iraqi Muslims.
Christians, like other minorities in northern Iraq, feel insecure as the region's Arabs and Kurds feud over land and oil.
"The departure is in full swing for many reasons: the security and economic situation, and the direct attacks and kidnappings that Christians have been exposed to," said Bassim Bello, mayor of Telkaif near Mosul.
He said 1,050 families in the mainly Christian town had fled abroad in 2008 alone.
Exile is often heart-breaking, as it is for Hirmiz and his family, quitting the home they built 20 years ago in Mosul.
"I used to reject the idea of leaving, but I've got used to it over time, especially when I hear of the killing of friends," sighed Um Edwar, Hermiz's wife. "I also feel sad about the garden, which I adore. No one will take care of it like I do."

(Writing by Aseel Kami, editing by Michael Christie and Alistair Lyon)

5 ottobre 2010

Membri, esperti e uditori per il Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente

By Zenit, 5 ottobre 2010


Di seguito pubblichiamo l'elenco dei membri, degli esperti e degli uditori, nominati o con l'approvazione del Santo Padre, per l’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, che avrà luogo dal 10 al 24 ottobre prossimi, sul tema “La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza
.
"La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola"
(
At 4, 32)”.

Per leggere l'elenco completo clicca qui o sul titolo del post


Cristiani perseguitati. Mons. Sako (Iraq) al PE, sono "a rischio estinzione"

By SIR, 5 ottobre 2010

Un appello alla comunità internazionale affinché protegga i cristiani in Iraq “a rischio estinzione”. A lanciarlo questa mattina da Bruxelles è stato mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, in Iraq. Intervenendo alla conferenza “Persecuzione contro i cristiani”, promossa dalla Comece (Commissione episcopati Unione europea), e dai Gruppi dei conservatori e riformisti europei e del partito popolare europeo (Epp) all’Europarlamento, in collaborazione con Kirche in Not e Open Doors International presso la sede del Parlamento europeo, mons. Sako ha affermato: “In Iraq il numero dei cristiani continua a diminuire. Forse essi scompariranno a causa delle continue persecuzioni, minacce e violenze”.Dall’invasione Usa del 2003” ad oggi, ha reso noto, “sono state assalite 51 chiese; rapiti e uccisi un vescovo e tre preti; circa 900 cristiani innocenti uccisi e centinaia di migliaia obbligati a lasciare le proprie case in cerca di un luogo sicuro”. “Da 6 mesi, inoltre, i politici iracheni non riescono a formare un governo. In Iraq, ed anche in altri Paesi, c’è il rischio che la comunità cristiana si estingua”. La guerra, prosegue l’arcivescovo di Kirkuk, “per questa famiglie è stata un disastro”, e gli americani, “responsabili di quella tragedia, sono responsabili anche di un futuro stabile e pacifico”. Gli americani, prosegue mons. Sako, “non dovrebbero ritirarsi dall’Iraq senza tenere conto” di questo, ma anche “l’assemblea internazionale è responsabile di mantenere le minoranze religiose ed etniche nel proprio Paese”. A preoccupare il presule è soprattutto “la mancanza di un piano” mentre sono due le prospettive per i cristiani in Iraq e nel Medio Oriente: “emigrare o accettare di vivere come cittadini di seconda classe tra mille difficoltà e paure”. Di qui l’appello: “Abbiamo bisogno di un sostegno più forte da parte di tutti, con una chiara visione ‘politica’ e piani precisi non solo per proteggere e incoraggiare i cristiani a rimanere in patria, ma anche per promuovere la riconciliazione tra gli iracheni, i diritti umani”, e per “far sì che i governi rispettino le regole”. Per mons. Sako “la comunità internazionale si deve assumere le proprie responsabilità” e arrivare “ad un accordo comune con le autorità locali” per garantire pari protezione e uguaglianza a tutti i cittadini. Essa dovrebbe inoltre “aiutare gli emigrati a ritornare” o, dove ciò non sia possibile, sostenere il loro attuale insediamento altrove. Dall’arcivescovo l’auspicio che il Sinodo delle Chiese del Medio oriente, che si terrà a Roma dal 10 al 24 ottobre, “susciti attenzione ai nostri problemi”. Esso “può essere un’opportunità per rivedere tutta la situazione dei cristiani in Medio oriente”. Speriamo, conclude “che sia altamente produttivo”.

Persecuted Christians. Mgr. Sako (Iraq) to the EP, they "are dying out"

By SIR, October 5, 2010

An appeal to the international community to protect Christians in Iraq “who are dying out”.
It was made this morning from Brussels by mgr. Louis Sako, Chaldean archbishop of Kirkuk, Iraq. Speaking at the conference “Persecution against Christians”, promoted by Comece (Commission of the EU Bishops Conferences), the European Conservative and Reformist Groups and the European People’s Party (Epp) at the European Parliament, in conjunction with Kirche in Not and Open Doors International, in the premises of the European Parliament, mgr. Sako stated: “In Iraq, the number of Christians is continuing to diminish. Maybe they will disappear under continued persecution, threats and violence”. “Since the US invasion in 2003”, he revealed, “51 churches have been attacked, one bishop and three priests kidnapped and murdered and about 900 innocents Christians have been killed. Hundreds of thousands have fled their homes in search of a safe place”. “Since 6 month Iraqi politicians are not able to form the new government. In Iraq, and in other countries as well, there is a danger of the extinction of the Christian community”. “For these families, the war has been a disaster. Americans are not only responsible for that tragedy, but they are responsible for a stable and peaceful future" the archbishop of Kirkuk goes on.
“They should not leave them behind and pulling their troops out of Iraq without caring” but “also the international assembly is responsible to keep religious and ethnic minorities in their land”. The prelate is mainly worried out “the lack of a plan”, while there are two options for Christians in Iraq and in the Middle East: “Emigration, or to accept to live as a second class citizen with many difficulties and fears”. Hence the appeal: “To survive these times, we need a strong support from all, with a clear "political" vision and precise plans not only for protecting and encouraging Christians to stay home and to hope, but also for fostering reconciliation among Iraqis, to promote human rights in that area and asking the governments to respect the rules”. According to mgr. Sako: “The international community must take its responsibility and come up with the local authorities to a common agreement to respect the dignity of the human person and its rights based on equality and full citizenship, with partnership commitments and protection”. In addition, it should “help emigrants to come back” or, when this is not possible, it should support their current settlement elsewhere. The archbishop expressed the wish that the Synod of the Churches of the Middle East, which will take place in Rome from 10th to 24th October, “will call attention to our problems. It is an opportunity to revise the whole situation for Christians in the Middle East; because there are so many crucial issues to tackle we hope this synod will be highly productive”.

4 ottobre 2010

Altre famiglie cristiane fuggono da Mosul

By Baghdadhope*

Mentre l'intera gerarchia cattolica irachena si sta preparando al sinodo sul Medio oriente che si terrà a Roma dal 10 al 24 ottobre continua la fuga dei cristiani da Mosul.
Le decine di migliaia di fedeli che vivevano in città prima dell'ultima guerra si sono ridotte a non più di 700 famiglie, come ha ricordato all'Avvenire Mons. Emil Shimoun Nona, il vescovo caldeo di Mosul, che ha anche specificato come il loro rimanere non sia stato dettato da altro che dalla povertà che ha impedito loro la fuga.
Ci sono però casi in cui neanche lo spettro della miseria può vincere il terrore di morire.
Secondo alcune fonti di Ankawa.com, infatti, tre famiglie cristiane hanno precipitosamente lasciato le proprie case nel quartiere di Al-zuhoor dopo l'esplosione di un ordigno posto in un contenitore dei rifiuti davanti ad una di esse che, fortunatamente, ha causato solo danni materiali ma ha convinto le tre famiglie a fuggire per timore di ulteriori attacchi e con nel cuore il ricordo del terribile autunno del 2008 quando gli attacchi ai cristiani di Mosul causarono decine di morti e la fuga di migliaia di cristiani dalla città.
Riusciranno i partecipanti al sinodo a trovare una soluzione che davvero possa rappresentare per queste famiglie una ragione per tornare alle proprie case nonostante i pericoli,"salvando" così la presenza cristiana nella città?
In fondo è lo stesso vescovo caldeo, Mons. Nona, ad affermare che solo Dio sa quando Mosul sarà una città tranquilla e pacificata e che in caso di un'ennesima guerra civile "per i cristiani, già duramente provati, sarebbe la fine."

Other Christian families flee from Mosul

By Baghdadhope

While the entire Catholic hierarchy in Iraq is preparing for the synod on the Middle East to be held in Rome between October 10 and 24 the exodus of Christians from Mosul continues.
The tens of thousands of Christian faithful who used to live in the city before the last war have been reduced to no more than 700 families, as declared to Avvenire by Msgr. Emil Shimoun Nona, the Chaldean bishop of Mosul, who also specified how their stay was not dictated by anything but poverty which prevented them to escape.
But there are also cases in which even the specter of poverty can win the terror of dying. According to some sources of Ankawa.com, in fact, three Christian families fled from their homes in the district of Al-zuhoor after the explosion of a bomb placed in a rubbish bin in front of one of them that, fortunately, caused only material damages but that convinced the three families to flee for fear of further attacks and with their hearts full of the memory of the terrible autumn of 2008 when the attacks to Christians in Mosul caused dozens of deaths and the displacement of thousands of Christians from the city.
Will the participants to the synod find a solution that really can provide these families a reason to return to their homes despite the dangers, and "saving" in this way the Christian presence in the city?
It is the same Chaldean bishop, Msgr. Nona, who affirmed that only God knows when Mosul will be a quiet and peaceful city, and that in case of another civil war "for Christians, already sorely tried, it would be the end."

Middle East: Refugees and IDPs by country

By IRIN, October 4, 2010

The refugee and displacement problem is one of the most complex humanitarian issues facing the Middle East, aid workers say. Elizabeth Campbell, senior advocate at US NGO Refugees International, believes it is likely the Middle East hosts the highest number of refugees and asylum-seekers in the world. She underlined the need to find lasting solutions: "Any time that people remain uprooted and have not been afforded basic rights or pathways to durable solutions, it is a humanitarian crisis." IRIN takes a look at the number of refugees, asylum-seekers and internally displaced persons (IDPs) in the region, and the main issues they face.

Iraq
Iraq is not a state party to the 1951 UN Refugee Convention.
Iraqis are the second-largest refugee group in the world.
As of August 2010, there were 207,639 UNHCR-documented Iraqi refugees living beyond their country's borders.
The estimated number of IDPs exceeds 1.55 million.
Most Iraqi refugees (45 percent of the total) are living in Syria; other large communities are in Jordan and Lebanon.
As of October 2007, when Syria became the last neighbouring country to impose a stricter visa regime on Iraqis, mobility for Iraqis seeking to flee persecution in their country has become very difficult.
A growing number of refugees are returning home for lack of employment and education opportunities in neighbouring host countries.
In June 2010, UNHCR announced that 100,000 Iraqis had been referred for resettlement to third countries. Of that number, just over half had been resettled.
Religious and other minorities face a grave risk of persecution in Iraq, according to various reports.
An estimated 500,000 Christians remain in Iraq out of a population of 1.0-1.4 million before 2003.
UNHCR estimates that of the 34,000 Palestinians in Iraq in May 2006, only 11,544 remain. UNHCR has expressed concern over instances of the forced return of Iraqi citizens from Western European countries, including those who had been residing in Sweden, Norway, Denmark and the United Kingdom.
UNHCR’s guidelines for Iraq ask governments not to forcibly return people originating from the governorates of Baghdad, Diyala, Kirkuk, Ninewa and Salah Al-din, in view of the serious human rights violations and continuing security incidents in these areas.
UNHCR’s position is that Iraqi asylum applicants originating from these five governorates should benefit from international protection as per the 1951 Refugee Convention or an alternative form of protection.
UNHCR recorded 426,090 Iraqi refugee and IDP returnees in 2008 and 2009. However, only 15 percent of these were refugees.
The estimated 1.5 million IDPs in Iraq include 500,000 in settlements or camp-like situations in extremely poor conditions who are considered a priority for protection and emergency assistance. (Sources: UNHCR, Internal Displacement Monitoring Centre and Brookings Institution)

Iraq, Frattini: Presto consolato in Kurdistan e commissione mista

By Il Velino, 4 ottobre 2010

L’Italia sta valutando la possibilità di aprire un consolato nel Kurdistan iracheno. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, al termine di un incontro alla Farnesina con il presidente del Kurdistan, Massoud Barzani. “Attualmente nella regione abbiamo una persona che funge da antenna politica – ha spiegato il capo della diplomazia italiana -. Stiamo pensando di aprire un consolato o una rappresentanza diplomatica per incoraggiare gli investimenti e accompagnare le imprese italiane. Per aprirlo sono necessari dei tempi tecnici, che non credo saranno lunghi. Bisogna trovare un luogo – ha sottolineato Frattini -, e dei finanziamenti. Resterà però ferma – ha aggiunto il ministro -, la nostra ambasciata a Bagdad che continuerà a occuparsi di tutte le attività politiche e istituzionali”. Frattini ha anche confermato a Barzani “la piena volontà dell'Italia di cooperare per il rilancio e la ripresa dell'economia irachena, in particolare nel Kurdistan con cui la collaborazione e' sempre stata eccellente”. A questo proposito, il ministro ha ricordato che nell’area sono già presenti e attive molte regioni italiane “che svolgono un ruolo importante” e i Carabinieri che si occupano della formazione delle forze di sicurezza locali.
Frattini, inoltre, ha voluto confermare il sostegno a Barzani spiegando di condividere la sua “saggia visione” nei confronti del nuovo esecutivo di Bagdad. “Per il nuovo governo iracheno occorre stabilità e cooperazione tra le componenti etniche e religiose – ha affermato il ministro - Solo così, si potrà avere un governo stabile e forte. E anche Barzani, nonostante abbia la forza per fare la differenza nel nuovo esecutivo, ne è convinto. “Sono lieto che l'Italia si dica pronta ad aiutarci e a sostenerci - ha risposto il presidente del Kurdistan - Stiamo cercando di creare un governo di coalizione dove tutte le componenti etniche e religiose collaborino per creare la sicurezza”. La regione, però, a differenza del resto del Paese è già sicura. Tanto che Barzani ha sottolineato che “non abbiamo preoccupazioni. Le aziende italiane possono partire da qui” per incrementare la loro presenza in Iraq. Questa “tranquillità” è confermata anche dal fatto che la minoranza cristiana nell’area è molto rispettata e che “numerose famiglie vengono da fuori a vivere in Kurdistan, perché i cristiani si sentono più protetti – ha affermato Frattini -
Ho ricevuto da Barzani rassicurazioni sul loro trattamento”. Il capo della Farnesina si è detto, infine, fiducioso anche sul futuro prossimo dell’Iraq. A questo proposito Frattini ha annunciato che “vogliamo organizzare una commissione mista Italia-Iraq a Bagdad, appena il governo sarà stato formato”.

Medio Oriente: la pace ha bisogno dei cristiani

By Avvenire, 3 ottobre 2010

di Giorgio Bernardelli



SAMIR KHALIL SAMIR


È uno degli osservatori più attenti rispetto a ciò che si muove (nel bene ma anche nel male) nelle società del Medio Oriente. Non ha mai esitato a descrivere i pericoli del fondamentalismo islamico. Ma il gesuita islamologo padre Samir Khalil Samir, libanese, è soprattutto un cristiano arabo che sente chiara quella vocazione «alla comunione e alla testimonianza» che il Sinodo che si aprirà domenica prossima a Roma richiama fin dal suo tema-guida.

Padre Samir, è giusto parlare di un Sinodo sulle minoranze cristiane in Medio Oriente?
Sul termine minoranza bisogna intendersi. Noi cristiani del Medio Oriente non accettiamo di essere considerati una minoranza etnica. Sarebbe assurdo: siamo qui da prima dell’islam, non siamo gente venuta da fuori. E dunque non chiediamo nessuna protezione: siamo cittadini di prima classe dei Paesi dove viviamo ed esigiamo di essere riconosciuti come tali. Siamo invece una minoranza dinamica, nel senso che proprio per le nostre specificità portiamo qualcosa di diverso dentro ai nostri Paesi. È stato il nostro ruolo di ponte con l’Occidente a far entrare in circolo anche in Medio Oriente concetti come quelli di diritti umani, uguaglianza tra uomo e donna, libertà di coscienza... Ma questo implica per noi la consapevolezza di un ruolo, una missione che resta quanto mai attuale».
È una missione che, però, deve fare i conti con una presenza che si assottiglia per via dell’emigrazione legata alle difficili condizioni di vita per i cristiani.
«Il rischio di veder sparire i cristiani da alcuni Paesi del Medio Oriente è assolutamente reale. Da questi Paesi dove sperimentano la guerra, l’ingiustizia, il mancato rispetto dei diritti umani, chi può se ne va. Trent’anni fa in Libano i cristiani erano il 50% della popolazione; oggi sono il 38% (se non addirittura di meno). In Iraq prima della guerra erano un milione, oggi non arrivano a 350 mila. Se questa tendenza continuasse sarebbe una tragedia. E non tanto per i cristiani, ma per i loro Paesi. Perché l’esperienza dice che nei Paesi in cui emigrano i cristiani arabi riescono a costruirsi un futuro. Ma il problema è il vuoto che lasciano dietro di sé: un impoverimento di tutto il Medio Oriente».
Uno dei temi cruciali oggi nelle società del Medio Oriente è il rapporto tra tradizione e modernità. Che cosa potrà dire il Sinodo in proposito?
«Il cristianesimo in Medio Oriente è stato sempre portatore di novità. Guardiamo alla stessa epoca d’oro dell’islam: si parla del contributo che la civiltà arabo-musulmana ha portato alle scienze, alla medicina, alla filosofia. Ma da dove viene questo contributo? Dall’ellenismo, che nel mondo arabo ci è arrivato grazie ai cristiani. Le conoscenze di Ippocrate e Galeno le hanno trasmesse loro, tanto è vero che i medici dei califfi erano in gran parte cristiani. E poi la Logica e la Metafisica di Aristotele in arabo sono state tradotte dal siriaco, non dal greco. Anche in tempi più recenti, poi, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, i cristiani sono stati protagonisti nella breve stagione del Rinascimento arabo».
E oggi?
«Il mondo islamico attuale è incapace di affrontare la modernità. La teme, perché la vede andare nella direzione di una secolarizzazione che conduce dritta all’ateismo. Vorrebbero la tecnologia (lo stesso terrorismo musulmano è iper-tecnologico) ma senza il pensiero critico. Il punto vero è che l’islam non ha integrato la modernità nel suo pensiero religioso: il musulmano alla fine ripete certezze. Invece il cristianesimo ha osato assumersi il rischio di un confronto con la modernità. E ribadire nel Sinodo questa idea sarà fondamentale».
Però nell’«Instrumentum laboris» non mancano accenti preoccupati rispetto al fenomeno della secolarizzazione: anche tra i cristiani del Medio Oriente si parla della difficoltà di trasmettere la fede ai giovani.
«Sì. Ma il punto è che qui ci collochiamo in un ambito diverso: quello della critica rispetto alle derive del mondo secolare. Noi non rigettiamo in toto la modernità; invitiamo all’incontro tra fede e ragione. Era propria questa la sostanza del discorso di Benedetto XVI a Ratisbona. Non ci lasciamo ingabbiare in una prospettiva per cui diventa razionale solo ciò che è fisico. Ma questa è un’altra cosa rispetto al bandire ogni possibilità per la ragione critica di indagare la fede».
Il Sinodo che si aprirà domenica avrà un volto «plurale» per via della presenza di Chiese, gerarchie e riti tra loro diversi.
«In Oriente c’è una varietà di tradizioni spirituali e culturali che è poco conosciuta. Eppure è anche questo un contributo che completa la cattolicità della Chiesa. La tradizione orientale non è una, ma molteplice. La liturgia etiopica – tanto per citarne una – deriva sì da quella copta, ma ha specificità che sono solo sue. E sono una ricchezza per tutti».
In che modo?
«Prendiamo il tema del digiuno. Nella tradizione occidentale è praticamente sparito, ma questa dimensione della vita cristiana è ancora fortissima in Oriente. Il calendario della Chiesa copta comprende circa 200 giorni di digiuno all’anno. E lo praticano sul serio. Non è solo un gesto: ha dietro tutta una spiritualità sulla forza interiore di fronte alle difficoltà».
Il Sinodo viene a coincidere con giorni delicatissimi per il processo di pace tra israeliani e palestinesi. Come leggere questa concomitanza?
«È proprio in rapporto al tema della violenza e della pace che emerge con chiarezza tutta l’originalità della visione cristiana. Noi difendiamo la giustizia ovunque e per tutti. Gli altri invece dicono: questa terra è degli ebrei o questa terra è musulmana. Avremmo anche noi delle ragioni per dire che Gerusalemme è cristiana. Eppure noi non la rivendichiamo come una nostra proprietà: chiediamo giustizia per tutti. Distinguiamo il piano della politica da quello della religione. Ecco perché anche su questo tema cruciale noi cristiani abbiamo un ruolo fondamentale in Medio Oriente. Anche se non è apprezzato come meriterebbe».


JOSEPH YACOUB


Originario del nord della Siria, da più di trent’anni docente all’Università Cattolica di Lione, il professor Joseph Yacoub è uno dei massimi studiosi al mondo sul tema dei diritti delle minoranze. Un campo di studio che in questi ultimi anni purtroppo ha dovuto affrontare sempre più spesso a partire da un’esperienza a lui particolarmente vicina: quella dei cristiani perseguitati in Iraq.

Professor Yacoub, come guarda al Sinodo che sta per aprirsi?
«Fin da quando il Papa ha annunciato la sua convocazione – un anno fa – il mio sentimento personale è stato di grande gioia e speranza. È la prima volta che un Sinodo abbraccia l’intera area del Medio Oriente. C’era stato il precedente del Sinodo per il Libano, ma questa volta lo sguardo abbraccia tutto il mondo arabo e poi anche l’Iran e la Turchia. Ed è molto importante questa prospettiva ampia su una regione che si caratterizza per l’instabilità e – penso in particolare al caso iracheno – per la persecuzione dei cristiani. Sarà un momento importante di visibilità internazionale per i cristiani d’Oriente. E attirerà l’attenzione del mondo sulla loro situazione».
In Occidente, quando si parla di Chiese d’Oriente, il nostro pensiero va immediatamente al mondo bizantino. Invece a questo Sinodo sarà molto visibile anche un’altra grande tradizione, quella del cristianesimo siriaco. Che cosa dobbiamo riscoprire di questo mondo?
«Sì, è vero, si tende a identificare i cristiani non occidentali solo con la tradizione greca, quella bizantina. Ma quello che Giovanni Paolo II indicava come il secondo polmone della cristianità è fatto anche di altre tradizioni, come quella slava e – appunto – quella siriaca, figlia dei cristiani che parlavano l’aramaico. Ed è una tradizione che ha dato tanto al mondo cristiano con la sua spiritualità e con i suoi padri della Chiesa, come sant’Efrem che è dottore della Chiesa universale».
Ma, al di là della sua grande storia, qual è la sua attualità?
«Quello siriaco è sempre stato un cristianesimo impegnato a gettare ponti. E non solo per il fatto di essere stati il tramite tra la filosofia greca e il mondo arabo. Si sono spinti anche molto più in là: arrivarono in Cina molti secoli prima di Matteo Ricci, ponendosi già allora in dialogo con il mondo buddhista e taoista, in quella che noi oggi chiameremmo una prospettiva di inculturazione. Il segno più evidente sono le parole in siriaco che si trovano incise nella Stele di Xi’ian, testimonianza del VII secolo che narra dell’incontro tra la religione dell’Oriente cristiano e il mondo cinese. Ancora oggi non dobbiamo dimenticare che in India vivono 5 milioni di cristiani malabaresi, che sono appunto di tradizione siriaca. Sono esperienze che parlano di un modello di incontro tra la fede cristiana e le culture locali che è di grandissima attualità. E in Asia c’è un interesse crescente per lo studio di questo volto del cristianesimo, che è precedente rispetto all’arrivo dei missionari occidentali in epoca coloniale».
Il versetto degli Atti degli Apostoli scelto come guida per questo sinodo parla della «moltitudine di coloro che erano diventati credenti». Sembrerebbe un’immagine un po’ bizzarra visti quelli che sono oggi i numeri dei cristiani in questa regione...
«La parola moltitudine richiama il fatto che il Medio Oriente è plurale: la presenza di popoli, etnie, religioni diverse è una delle sue caratteristiche fondamentali. Non c’è democrazia vera senza il riconoscimento di questa verità. E in questo contesto è importante che anche la Chiesa abbia un volto plurale. Sono sette le Chiese che partecipano a questo Sinodo e ciascuna ha la sua liturgia, la sua teologia, la sua organizzazione. Ci tengono alla loro specificità i fedeli ci ciascuna di queste Chiese ed è un fatto importante. Ma nello stesso tempo si riconoscono in comunione con il Papa. Questa pluralità nell’unità è un segno prezioso. E che oggi va declinato in un contesto nuovo. Perché lo statuto di queste Chiese non è più quello di un tempo: l’Instrumentum laboris utilizza l’immagine evangelica del "piccolo gregge" che deve incontrare tante sfide politiche, religiose, economiche. Deve affrontare la sfida del fondamentalismo, che non rispetta la libertà di coscienza sancita dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e quindi minaccia questo volto plurale».
Che cosa può dire questo Sinodo alle società musulmane del Medio Oriente?
«L’Instrumentum laboris insiste sull’importanza del dialogo nonostante tutti i problemi che conosciamo. Lo fa senza ignorare le preoccupazioni per l’aumento del fondamentalismo islamico e le minacce, le persecuzioni, gli omicidi che hanno avuto luogo in questi ultimi anni contro i cristiani in tutto il Medio Oriente e in Iraq in particolare. A me pare importante che rilanci questo dialogo mettendo l’accento su quella che Benedetto XVI chiama laicità positiva. Si tratta di una parola decisiva per una regione del mondo dove in alcuni Paesi lo Stato è islamico e la sharia è applicata non solo nella vita privata ma anche nei rapporti sociali. Non una laicità qualsiasi, ma l’idea di una laicità positiva è la risposta a questo problema. Perché permette di ridurre il carattere teocratico dei regimi senza pretendere di svuotare dell’elemento religioso la vita pubblica. È la strada per uscire da ambiguità come quelle della nuova costituzione irachena e riconoscere davvero l’uguaglianza tra cittadini di religione diversa. Ma mantenendo però la forza morale insita nelle religioni come un criterio di riferimento etico per la società».
Quali speranze ripone la Chiesa caldea dell’Iraq in questo Sinodo?
«I caldei – come tutte le altre Chiese in Iraq – attendono questo Sinodo con grande trepidazione. Se n’è parlato molto sulle loro pubblicazioni in inglese, in arabo, in aramaico: vedono in questo evento un segno del fatto che non sono stati abbandonati. Si guarda al Sinodo da Baghdad, da Mosul ma anche dalla diaspora: pochi giorni fa ho incontrato una famiglia di rifugiati che si trova in Turchia; mi hanno espresso il loro auspicio che a Roma si parli anche della loro condizione. Che si solleciti il mondo a dare delle prospettive a queste centinaia di migliaia di persone».

3 ottobre 2010

Sinodo per il Medio oriente: digiuno e preghiera a Kirkuk

By Asia News, 2 ottobre 2010

L’arcivescovo di Kirkuk mons. Louis Sako invita i fedeli dell’arcidiocesi a pregare e a fare digiuno per il successo del Sinodo delle Chiese del Medio oriente, che si terrà a Roma dal 10 al 24 ottobre. Oggi e domani nelle chiese dell’arcidiocesi, tutte le messe saranno dedicate al Sinodo. Il digiuno si terrà invece il prossimo 9 ottobre, vigilia dell’evento.
Nella sua richiesta l’arcivescovo ha sottolineato che “il Sinodo è per la Chiesa cattolica in Medio oriente un'occasione unica e molto importante di comunione e solidarietà fra cristiani, affinché essi non si limitino alla mera sopravvivenza, ma siano invece una testimonianza e una presenza viva”.
“Preghiamo
– ha continuato - affinché questo Sinodo porti a tutti cristiani speranza e conforto e sia un momento privilegiato di conversione, testimonianza e fedeltà a Cristo”.
I cristiani del Medio Oriente sono importanti per l'intera regione martoriata da guerre, terrorismo e dall’instabilità politica dei Paesi musulmani, che in questi anni hanno messo a rischio la sopravvivenza stessa delle Chiese mediorientali. Nato su richiesta dei vescovi locali, il Sinodo ha lo scopo di analizzare problematiche come emigrazione, libertà religiosa, ecumenismo e unità
tra i cristiani, per testimoniare il messaggio di Cristo nel mondo islamico ed ebraico.

Synod for the Middle East: fasting and prayer in Kirkuk

By Asia News, October 2, 2010

The archbishop of Kirkuk, Mgr. Louis Sako is inviting the faithful of his archdiocese to pray and fast for the successful outcome of the Synod of the Churches of the Middle East to be held in Rome, October 10 to 24. Today and tomorrow all masses in the churches of the archdiocese will be dedicated to the Synod. Instead the fast will be held on October 9, the eve of the event.
In his request, the Archbishop stresses that "the Synod is very important for the Catholic Church in the Middle East and a unique opportunity of communion and solidarity among Christians, so they are not limited to mere survival, but instead become witnesses and a living presence. "
"Let us pray -
he continues - that this Synod will bring hope and comfort to all Christians and is a privileged moment of conversion, witness and faithfulness to Christ."
The Christians of the Middle East are an important component in a region plagued by wars, terrorism and political instability of Muslim countries, which in recent years have endangered the very survival of the churches in the Middle East. Born of a request from local bishops, the Synod will analyze issues such as immigration, religious freedom, ecumenism and unity among Christians, as witnesses to the message of Christ in the Islamic and Jewish world.