"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

22 dicembre 2011

Faith under fire: Christians in Iraq

By PBS
 by Martin Himel
The last of the American troops have left Iraq, just in time for Christmas. And with an eye toward next year’s election, President Obama is already touting this achievement. Of course, the debate has resumed about just what the United States accomplished there. Was the overthrow of Saddam Hussein worth the loss of almost 4,500 Americans and tens of thousands of Iraqi lives?
On this Christmas weekend, we focus on another aspect of the story: just what Saddam’s ouster has meant for Christians in that country. Since 2003, hundreds of thousands of Iraqi Christians have fled after a series of attacks by Muslim militants. It’s been reported that as many as 54 churches in Iraq have been bombed. And in some areas, it has been too risky to celebrate Christmas openly. Correspondent Martin Himel recently visited Baghdad. But our story starts in Canada. It contains graphic images.

Watch Faith under fire on PBS. See more from Need to Know.

Kirkuk, mons. Sako inaugura il memoriale dei martiri cristiani durante l'occupazione Usa

by Joseph Mahmoud

  Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, nel nord dell’Iraq, ha benedetto il memoriale (nella foto) che commemora i 36 martiri cristiani della città, dall’inizio dell’invasione americana nel 2003 a oggi. La cerimonia è avvenuta ieri, in concomitanza con la quarta domenica di Avvento; il monumento reca impressi i nomi di tutti i cristiani scomparsi in questi otto anni, a testimonianza dell’ecumenismo che contraddistingue, riferiscono fonti locali di AsiaNews, questa “città multietnica e al centro di lotte per il potere”.
Nella parte superiore del memoriale è stata posizionata una bella statua del Sacro Cuore di Gesù, che è anche patrono della cattedrale di Kirkuk, “con le braccia aperte” in un gesto volto ad accogliere i fedeli e “benedire e infondere coraggio alle famiglie” delle vittime della guerra.
Durante la cerimonia di inaugurazione del monumento, mons. Louis Sako ha sottolineato che “il sangue dei martiri è prezioso” e costituisce un “invito alla riconciliazione per tutti gli irakeni”, soprattutto in queste settimane in cui si va completando il ritiro delle truppe statunitensi dal Paese. “Stiamo vivendo la veglia di preparazione al Natale – ha aggiunto l’arcivescovo – che annuncia la pace in terra per tutti gli uomini di buona volontà”. Per questo, conclude, “noi cristiani siamo chiamati a diventare un ponte” che sia in grado di “unire tutte le culture”.
Alla cerimonia di inaugurazione del memoriale dei martiri cristiani hanno partecipato anche cinque medici di origine italiana, arrivati proprio ieri nel nord dell’Iraq per una missione umanitaria promossa da mons. Sako. Il prelato ha chiesto la loro disponibilità per curare un gruppo di ammalati, senza distinzioni di fede religiosa professata: “una dimostrazione – conclude l’arcivescovo – della solidarietà dei cristiani” a tutta la cittadinanza.
Il memoriale dei martiri cristiani ricorda gli otto anni di guerra civile seguita all’invasione americana del marzo 2003 – l’operazione “Iraqi Freedom” – che ha deposto il dittatore Saddam Hussein e scatenato un sanguinoso conflitto interno. Il 15 dicembre scorso con una solenne cerimonia militare, la bandiera Usa è stata ammainata e con essa anche le ultime 4mila truppe presenti sul territorio torneranno in patria entro il 31 dicembre. La guerra è costata la vita a 4500 soldati americani – e circa mille miliardi di dollari – e a oltre 100mila irakeni.

Kirkuk, Msgr. Sako inaugurates memorial to Christian martyrs during U.S. occupation

by Joseph Mahmoud

Mgr Louis Sako, archbishop of Kirkuk in northern Iraq, has blessed the memorial (pictured) commemorating the 36 Christian martyrs of the city, since the U.S. invasion in 2003 to today. The ceremony took place yesterday, in conjunction with the fourth Sunday of Advent, the monument bears the engraved names of all Christians who have died during these eight years, a testimony of ecumenism that distinguishes, local sources tell AsiaNews, this "multi-ethnic city at the centre of struggles for power. "
At the top of the memorial a statue of the Sacred Heart of Jesus, who is also patron of the Cathedral of Kirkuk, "with open arms" in a gesture of welcome to the faithful and "blessing and courage to the families" of victims of the war.

During the ceremony inaugurating the monument, Mgr. Louis Sako said that "the blood of martyrs is precious" and is a "gesture of reconciliation for all Iraqis", especially in recent weeks in which the withdrawal of U.S. troops from the country has been completed. "We are living in preparation for Christmas - added the archbishop - which announces peace on earth for all people of good will." For this, he concludes, "we Christians are called to become a bridge" to be able to "unite all cultures."

The ceremony for the monument to Christian martyrs was also attended by five doctors of Italian origin, who arrived yesterday in northern Iraq on a humanitarian mission sponsored by Msgr. Sako. The prelate asked for their willingness to treat a group of patients, regardless of their professed religion, "a demonstration - concludes the archbishop – of the solidarity of Christians" to all citizens.

The memorial of Christian martyrs, commemorates the eight years of civil war that ensued after the American led invasion of March 2003 - "Operation Iraqi Freedom" - that overthrew dictator Saddam Hussein and unleashed a bloody internal conflict. On 15 December last, in a solemn military ceremony, the U.S. flag was lowered and with it the last 4 thousand troops in the area began their journey home where they are due to arrive before December 31. The war has cost the lives of 4500 American soldiers - and about one million dollars - and the lives of more than 100 thousand Iraqis.

Medio Oriente tra difficoltà e speranze. Intervista a mons. Louis Sako

By Missione Oggi Novembre 2011
di Federico Tagliaferri

A un anno di distanza dalla conclusione del Sinodo per il Medio Oriente, qual è la sua impressione sull’evento?
Sono stato io a proporre la convocazione di un Sinodo per il Medio Oriente, durante la visita ad limina in Vaticano. In quell’occasione dissi al Santo Padre: “Noi siamo piccole Chiese in Medio Oriente e non avremo un futuro se non ci aiutate. Abbiamo bisogno di un Sinodo per fare autocritica, per elaborare una nostra visione e per fare piani per il futuro”. Avevo preparato due pagine di riflessioni, in cui in poche righe riassumevo le principali questioni che secondo me caratterizzano le Chiese del Medio Oriente e le consegnai al Papa. Che subito mi disse: “È una buona idea!”. Così è nato il Sinodo. Ma la sua preparazione non è stata né buona né approfondita. Ci sono state riunioni e iniziative da parte delle Chiese orientali, ma non è stato preparato nulla di serio. Nonostante ciò, i vescovi orientali nel corso del Sinodo hanno parlato liberamente e con coraggio. Ora aspettiamo l’esortazione apostolica post-sinodale, ma in realtà tutto dipende da noi: come tradurre nella vita concreta gli insegnamenti di questo Sinodo? Le Chiese locali devono darvi seguito, realizzare un follow up. Come Chiese orientali, siamo molto provati per tutti i problemi che viviamo: la persecuzione, l’emigrazione, le prospettive poco incoraggianti che scaturiscono dalla “primavera araba” in Siria e in Egitto.
Che cosa intende per preparazione “non buona”?
In vista del Sinodo, ci hanno inviato un questionario, che è servito a definire i lineamenta, ma non ci sono stati incontri fra i vescovi dell’Iraq, ad esempio, ma nemmeno altrove, né sono stati coinvolti i laici. Io ho organizzato incontri nella mia diocesi, ma a livello di Chiesa c’è stato poco o niente. Non c’è stata una riflessione appropriata. Quali sono le nostre paure, quali le nostre speranze, che cosa ci aspettiamo? Quale solidarietà chiediamo alla Chiesa cattolica, alla Santa Sede e ai nostri fratelli cristiani occidentali? Che cosa fare con i musulmani? Come dialogare con loro? Il fondamentalismo islamico è ormai un fenomeno importante, non è un fatto trascurabile o di singoli individui: come cercare un modo per vivere insieme in pace come cittadini? Lo scopo del Sinodo era cercare una risposta a queste domande, avviare un ragionamento su questi temi, tra cui emerge quello del dialogo: vogliamo chiedere ai musulmani come pensano che debbano essere i rapporti tra cristiani e musulmani. Vogliamo chiedere loro: dove sta andando questo dialogo? Che scopo ha? È una semplice cordialità, una cortesia, che cos’è in realtà?
Qual è la sua opinione in merito?
Io preferisco dialogare con i musulmani che parlano schietto, che dicono la verità. Al Sinodo erano presenti, come invitati, due musulmani, uno sunnita e uno sciita. Quello sunnita è un personaggio molto noto, ma quando parla sembra un cristiano, per lui tutto è bello, tutto è pace. Ma non ha alcun seguito. Anche l’ospite sciita ha detto che non ci sono problemi, che tutto va bene, che l’islam è la religione della pace, che i musulmani rispettano i cristiani, che i musulmani amano Gesù e Maria, ecc. Allora, premesso che il loro Gesù non è il nostro e che la Maria presente nel Corano non è la stessa del Vangelo, io invece preferirei parlare con un rappresentante di al-Azhar (la millenaria e autorevole università islamica del Cairo – n.d.r.) vorrei un dialogo obiettivo, basato sulla verità, sul coraggio, che dica le cose come sono. Mi aspetto che anche i cristiani dicano la loro fede com’è, altrimenti l’altro non capisce. Io rispetto i musulmani, ma chiedo rispetto da parte loro. Bisogna anche aiutare i musulmani a fare un’autocritica nella loro religione, come abbiamo fatto noi da un secolo a questa parte. Se essi credono che il Corano è parola di Dio, dettato da Dio, perché avere paura di uno studio critico? Noi abbiamo fatto tutte le analisi e tutti gli studi possibili sul Vangelo e non abbiamo avuto paura! Anch’essi devono riconoscere i segni dei tempi! E possono imparare dall’esperienza cristiana.
Al Sinodo erano presenti “delegati fraterni” delle Chiese ortodosse. Che cosa si è detto dell’antica e delicata questione del “primato petrino”?
Solo un paio di persone ne hanno parlato, ma non è stato fatto alcun approfondimento. Ci vorrebbe un Sinodo fra cristiani cattolici e cristiani ortodossi per studiare la questione! Secondo me, però, non è un problema difficile da risolvere. In tutte le Chiese ortodosse, infatti, c’è un profondo rispetto per Pietro e per la Chiesa di Roma, ma ciò non significa che vi sia un vincolo giuridico. Infatti, ciò che fa problema è la giurisdizione. Ma in un mondo che è diventato un villaggio globale, oggi ci vuole un’autorità unica per tutti i cristiani. Penso che il “primato petrino” non sia un ostacolo per l’unità dei cristiani. Tutte le Chiese apostoliche affermano che a livello di fede non vi sono differenze, che si tratta di una questione terminologica. Ciò che veniva chiamato “eresia” ora non esiste più, si tratta di un problema di cultura e di terminologia. Bisogna avere il coraggio di costituire una sola Chiesa, l’unità dei cristiani è una sfida anche per la nostra testimonianza, è un segno di credibilità da parte nostra. Io ho ottimi rapporti con le Chiese ortodosse, non credo ci saranno problemi. Ogni Chiesa può avere la sua liturgia, la sua lingua.
In una prospettiva interna alla Chiesa cattolica, visto il gran numero di cristiani orientali emigrati in Occidente (Stati Uniti, America latina, Australia, ecc.) e la nascita di varie diocesi nella diaspora, si è discusso il tema della “giurisdizione dei patriarchi”?
Ci sono due cose da dire. Da un lato è un bene che la Santa Sede, come “Chiesa madre”, aiuti le Chiese orientali, dall’altro rilevo che i cattolici di rito latino hanno tutti i diritti, senza limiti, possono creare ovunque nuove diocesi, come a Baghdad, dove di latini non ce ne sono. Invece nei paesi arabi del Golfo, dove ci sono molti cristiani orientali (anche caldei), noi non possiamo inviare un vescovo. Penso che un sistema così non vada bene, il criterio dovrebbe essere lo stesso per tutti. Io sono favorevole all’unicità del vescovo su un determinato territorio: andrebbe mantenuta la possibilità di inviare preti per i fedeli di altro rito, perché possano assisterli per un certo periodo di tempo, ma nominare un altro vescovo, caldeo o maronita che sia, nella stessa città, non va bene, non funziona. Questo è il mio parere, so che altri non sono d’accordo. Non credo che la storia, la liturgia, la lingua debbano essere d’ostacolo: se i fedeli orientali sono emigrati definitivamente in Occidente, devono integrarsi, per questo ci devono essere un’unica Chiesa e un unico vescovo e non le diocesi (delle Chiese orientali) nella diaspora, perché ciò favorisce l’emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente, impoverendo le Chiese locali di preti e vescovi.
Quest’ultima è una delle preoccupazioni principali delle Chiese Orientali…
Sì, basta guardare ai numeri. Ad esempio a Baghdad una volta c’erano 35 preti, poi, dopo la caduta di Saddam Hussein (2003), ne sono rimasti solo 12. Ci sono le chiese vuote, la gente ha paura, ma noi siamo pastori, è lì che dobbiamo stare! Se c’è un futuro per i caldei, per i maroniti, è lì, non in Occidente. Bisogna incoraggiare e sostenere queste Chiese e non impoverirle. Aggiungo che non si devono creare senza necessità diocesi latine in Oriente, per i non orientali è sufficiente inviare dei missionari.
Che cosa può dire della proposta di istituire una festa comune annuale per i martiri delle Chiese d’Oriente?
Io sono tra coloro che hanno presentato questa proposta. Noi siamo una Chiesa martire: è il sangue versato per Cristo e per la Chiesa che ci dà la forza di continuare, di perseverare. Nessuno parla dei preti martiri! L’anno scorso, alla fine di ottobre, è stata attaccata la cattedrale di Baghdad. Due giovani preti si sono rivolti agli assalitori dicendo: “Sparate a noi, ma lasciate andare questa gente!”. Entrambi sono stati uccisi, insieme a 58 fedeli. Oltre cento sono rimasti feriti. Conoscevo bene i due preti, li ho formati nel mio seminario. Perciò, credo che sia possibile istituire una festa comune per le Chiese d’Oriente, ma anche con gli ortodossi, anch’essi hanno avuto dei martiri. È un punto su cui posiamo essere uniti, l’eccidio di Baghdad potrebbe essere la data di questa festa.
Quando è tornato nella sua diocesi, che cosa ha raccontato dell’esperienza del Sinodo?
Ho detto che il Sinodo è stato un evento positivo, che ci ha dato un forte impulso, che è stata un’occasione d’incontro e di scambio molto coraggioso, che aspettiamo l’ultima parola da parte del Santo Padre, che abbiamo speranze, ma che non dobbiamo sognare. Non aspettiamoci miracoli!

20 dicembre 2011

Les chrétiens irakiens partagés entre inquiétude et espérance se préparent à fêter Noël


A l’heure où les troupes américaines se retirent du pays la situation est toujours critique. En moins de quinze jours, la communauté chrétienne a été prise deux fois pour cible. Deux chrétiens ont été assassinés à Mossoul.
Quelques jours auparavant des magasins tenus par des chrétiens, avaient été saccagés au Kurdistan.
Pour Monseigneur Basile Georges Casmoussa, archevêque syro-catholique de Mossoul, le pouvoir irakien doit réagir au plus vite afin d’éviter la migration et la disparition des chrétiens dans le pays.
"Si la situation ne s'améliore pas sérieusement, à chaque fois l'onde de ces secousses va avoir comme effet une nouvelle vague d'émigration"
[...] "Le gouvernement central et le gouvernement du Kurdistan irakien ont le devoir de maintenir la sécurité à l'intérieur du pays et de permettre la libre circulation de conscience et de mouvement, pas seulement au niveau militaire et policier mais en initiant un changement de mentalité et de lois."

As Iraq war winds down, Christian community finds itself ‘devastated’


 
As the United States finishes pulling its final troops out of Iraq, analysts say that the tragic results of the war, predicted by Pope John Paul II, are being sharply felt by Christians in the country.
Iraqi priest Fr. Firas Behnam Benoka told CNA on Dec. 19 that if world leaders had listened to the “prophetic words” of the late pontiff, “love wouldn’t have been killed off in favor of violence and hate.”
Fr. Benoka said that the Iraqi people continue to face “a terrible tragedy,” as they fight the “shadow of violence” that has been left upon their souls.
The nine-year war has had “dire consequences” for the Christian population in Iraq, said Michael La Civita, vice president for communications at the Catholic Near East Welfare Association.
Pope John Paul II had opposed the U.S. invasion of Iraq, urging negotiation and other nonviolent efforts to work for peace in the country.
He warned that war would bring about “tremendous consequences” for the Iraqi people, living in a region that was “already sorely tried” by violence.
Sadly, La Civita told CNA on Dec. 16, the Pope’s predictions about the war’s effects on the country proved accurate.
He noted that more than 150,000 Iraqi civilians were killed in the war. In addition to the cost in human lives, the war has “absolutely devastated” the Christian community in Iraq, he said.
In a Dec. 15 blog post, La Civita pointed to a United Nations report indicating that “more than 4.7 million Iraqis have fled their homes.”
He explained that according to U.N. estimates, “almost half of Iraq’s middle and professional classes have fled.”
A large percentage of this class was Christian, he said, observing that about 75 percent of the Iraq’s Christian, Mandaean and Yazidi minorities have left their homes.
A recent report by the U.S. State Department found that the Christian population in the country is currently less than half of what it was in 2003.
The result, La Civita said, has been empty churches and lack of financial support for parish communities and programs.
Broken families abound, he added, and many women and children have been left “to fend for themselves.”
Fr. Benoka described “the Iraqi of today” as a “fragile man without hope” in a society that is still deeply divided.
He said that Christians in Iraq “have disappeared, along with the other minorities.”
As the United States pulls its final troops out of the country, the future of these minority groups is uncertain.
Fr. Benoka said that Christians in the country worry about “the idea of extinction” and are fearful “of being used” for political reasons. Still, he said, the survival of Iraqi Christians is possible if peace is established in the country.
La Civita believes the treatment that minorities receive will play an important role in determining the direction that the country is headed in coming years.
“Minorities or a lack thereof will determine the future of Iraq,” he said.

Iraq, p. Tooma: «A Natale temiamo i kamikaze. Era meglio con Saddam»


«Il 90 per cento dei cristiani di Baghdad e Mosul sono scappati. Oggi sono rimasti in pochi, le chiese sono chiuse, i preti sempre meno. È dal 2003 che non viviamo un Natale come facevamo prima della guerra, proviamo tristezza e paura. Gli americani poi non dovevano andarsene ora, la situazione peggiorerà: stavamo meglio con Saddam».
Come testimonia a Tempi.it p. Waheed k. Tooma, superiore generale dell'Ordine antoniano di sant'Ormisda dei caldei e di Al-Qosh, il monastero caldeo più importante dell'Iraq, gli attacchi di estremisti musulmani contro i cristiani iracheni avvenuti nelle ultime settimane, e che hanno causato la morte di due persone e la distruzione di diversi negozi, faranno vivere un altro Natale pieno di apprensione a queste comunità cristiane del Medio oriente
Come vi avvicinate al Natale dopo la notizia che pochi giorni fa, a Zhako, estremisti musulmani hanno attaccato e distrutto alcuni negozi condotti da cristiani?
«Dal 2003 a oggi non abbiamo ancora vissuto un Natale tranquillo, perché casi di sofferenza come quello appena citato avvengono di continuo contro i cristiani. In questi giorni, purtroppo, sono stati attaccati dei negozi di alcool nel Kurdistan iracheno, questa notizia ci ha fatto soffrire e uccide dentro di noi la speranza per il futuro perché quella era la zona più tranquilla, dove questi attacchi non avvenivano mai. Non sappiamo che cosa accadrà domani ma la situazione è molto difficile, non vivremo il Natale come voi»
Come si sta preparando la comunità?

«Io sono ad Al-Qosh, intorno a noi ci sono piccoli paesi e la vita è normale, cerchiamo di vivere questi giorni normalmente ma rimane dentro di noi un'ombra di tristezza, di paura. Prima le famiglie si radunavano tutte insieme, ora nessuna è al completo, o perché qualcuno è stato ucciso o perché i figli se ne sono andati. Noi possiamo fare anche la Messa nella notte di Natale, ma con le guardie armate davanti alle porte. Nessuno sa se verrà un kamikaze a farsi esplodere. È così, cerchiamo di andare avanti con la vita normale ma qualcosa ci blocca»
Il ritiro degli americani migliorerà o peggiorerà la vostra condizione?

«Quando gli americani sono intervenuti in Iraq hanno deposto un grande dittatore e noi speravamo che avremmo avuto un tempo di pace e democrazia ma dal 2003 questa speranza è morta. Sono successe cose terribili in Iraq, con Saddam stavamo meglio. I cristiani non venivano uccisi, le chiese non venivano bombardate. Gli americani sono venuti per portare democrazia e libertà, noi speriamo che ora che vanno via, il governo possa fare qualcosa di meglio per gli iracheni. Ma quello che vediamo è che nel governo, fatto di tanti partiti, ognuno fa quello che vuole, nessuno controlla niente e non agiscono per il popolo. Ora, senza americani, sarà ancora peggio: se non c’è il gatto, i topi ballano. Non era questo il momento per andare via. Non possono lasciarci così. Il governo non vuole creare una nazione forte e unita. Noi siamo molto preoccupati perché nessun paese, neanche l'Europa, ci ha sostenuti fino ad oggi»
Per che cosa pregherete in questo Natale?

«Questo Natale chiediamo a Gesù bambino e a Dio di dare a tutti noi la pace vera. Preghiamo perché le diverse etnie collaborino e si sostengano senza guardare la religione, senza attaccarsi: ognuno deve fare la volontà di Dio. Rispettare noi cristiani significa rispettare degli uomini, speriamo che i musulmani ci guardino come fratelli, perché siamo tutti uomini. Speriamo che Dio faccia capire a tutti che bisogna aiutarsi e non uccidersi. Spero che gli iracheni accolgano la buona novella, Dio ci dà la vita perché noi la viviamo come lui ci chiede».

Baghdad, vescovo ausiliare: «Emigrati più cristiani dal 2003 che in 200 anni»


«Sono emigrati più cristiani dall'Iraq dal 2003 a oggi che negli ultimi 200 anni. Oggi saremo rimasti in 500 mila circa, ma è difficile dare stime esatte. Questo per noi è un grande dolore e i continui attacchi che subiamo ci fanno vivere anche questo Natale con ansia». Nessuno a Baghdad si è dimenticato dell'attentato del 31 ottobre scorso, quando uomini di al Qaida hanno attaccato la chiesa siro-cattolica Nostra Signora della Salvezza, uccidendo 58 persone e ferendone più di 70. Nelle ultime due settimane una nuova ondata di violenza ha colpito i cristiani iracheni: una coppia cristiana è stata uccisa a Mosul, alcuni negozi condotti da cristiani sono stati distrutti a Zhako, nel Kurdistan iracheno, zona solitamente "tranquilla", un giovane è stato rapito (e poi liberato) a Erbil. 
Come racconta a Tempi.it mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliario di Baghdad, «i fedeli, per quanto noi cerchiamo in tutti i modi di garantire la loro sicurezza, restano inquieti»
È ancora vivo il ricordo dell'attentato del 31 ottobre scorso?

«Come potrebbe non esserlo? È una delle sciagure più gravi che abbiamo mai vissuto. Quest'anno abbiamo commemorato l'evento, con una Messa alla quale hanno partecipato anche il patriarca maronita e quello siro-cattolico. C’era tantissima gente e molti sacerdoti, tutti accomunati da un grande dolore. Purtroppo gli attacchi ai cristiani non sono solo un ricordo che appartiene al passato».

Si riferisce ai tanti negozi condotti da cristiani distrutti a Zhako da estremisti islamici?

«Sì, grazie a Dio nessuno è stato ucciso. Sono stato là pochi giorni fa e ho incontrato i responsabili della città, compreso il sindaco. Erano tutti addolorati per quanto successo, hanno usato parole molto rassicuranti, molto forti. Mi hanno detto che queste cose danneggiano tutti perché seminano disordine. Anche loro sperano che le cose andranno meglio, non solo per i cristiani ma per tutti i cittadini iracheni»

Ora che i soldati americani hanno lasciato il paese le cose miglioreranno?

«Difficile dirlo. Io non credevo che sarebbe andata così. Gli americani, prima di andarsene, dovevano pensare a pacificare la gente e il paese. Quando non c’è la pace, manca tutto. Noi sappiamo che la legge internazionale dice che gli occupanti devono portare la pace negli Stati in cui entrano ma questo in Iraq non è successo. E ora si rischia che avvengano cose molto gravi»

Come si è preparata la comunità cristiana di Baghdad per il Natale?

«Proviamo a viverlo in modo normale. Facciamo il presepe, l’albero, abbiamo preparato una festa per i bambini del catechismo e una per i giovani più grandi. Non possiamo celebrare la Messa la notte di Natale ma il 24 ne avremo una alle cinque di pomeriggio, e sarà una messa cantata, a cui seguirà una festa perché il giorno di Natale non può essere uguale a tutti gli altri. Il 25 mattina invece la Messa sarà celebrata in tutte le chiese, sperando che il Signore ci protegga e ascolti le nostre preghiere»

Quali sono?

«Chiediamo a Dio che i cristiani di tutto il mondo sappiano essere fermi nella fede, soprattutto noi iracheni. Chiediamo che il mondo creda, che le famiglie resistano agli attacchi del male che da ogni lato le colpiscono. Infine, chiediamo la pace, specialmente per il Medio oriente e per l’Iraq. Quest'anno staremo davanti al presepe, stupiti di come Gesù abbia saputo dare la vita per il mondo. Vedere che Gesù è venuto sulla terra per salvare l'umanità ci dà speranza». 

Iraq, mons. Nona: «I cristiani non si sentono più figli di questa terra»


«Eravamo così felici di preparare il Natale in modo sereno, le cose stavano andando abbastanza bene. Poi due settimane fa hanno ucciso una coppia di cristiani semplici e poveri, senza motivo, e per questo la festa non sarà più come prima. Anzi, molte famiglie dopo quanto accaduto se ne andranno di qui».
L'arcivescovo di Mosul, mons. Amel Nona, racconta a Tempi.it il dolore e lo sconforto che i cristiani iracheni vivono a Mosul dopo l'assassinio di una giovane coppia, che ha lasciato orfani due bambini di 3 anni e 9 mesi.
I cristiani si sentono in pericolo?
«Dopo i fatti delle ultime settimane, tutti i cristiani in ogni parte dell’Iraq sanno di non essere al sicuro: non si sentono figli di questa terra, percepiscono che gli altri non li vogliono. Questo è il sentimento che vivono tutti, non sto dicendo che sia vero che non siamo voluti ma sentiamo questo. Dopo nove anni le uccisioni continuano, anche in una zona sicura come il Kurdistan, e per questo non ci sentiamo sicuri per il futuro. Soprattutto ora che gli americani se ne sono andati».
Siete preoccupati?

«Da una parte tutti gli iracheni sono contenti che gli americani se ne siano andati via, perché li hanno sempre visti come la causa del caos che invade il paese. Però dall'altra parte c’è molta paura. Ora non sappiamo che cosa succederà, chi guiderà l’Iraq? Ci sono tanti problemi che restano aperti e irrisolti, come gli scontri fra etnie e gruppi politici o i paesi vicini all'Iraq in subbuglio».
Quanti cristiani sono rimasti a Mosul?

«In tutto ci saranno circa 1500 famiglie ma tante se ne sono andate e dopo l'uccisione di questa coppia, molte altre scapperanno»
Le celebrazioni per il Natale sono a rischio?

«Noi volevamo dire Messa la notte di Natale, sono otto anni che non la facciamo più e tutti erano emozionati all'idea. Ora però, dopo l’uccisione della coppia, sono in forte dubbio. Vediamo cosa succede in questi giorni, se avviene qualcos'altro non ci sarà sicuramente. Speriamo bene, abbiamo fiducia che non succederà nient’altro e preghiamo Dio che tutto vada per il meglio. Le feste per i bambini, però, non le cancelliamo e neanche quella di Capodanno per le famiglie, che però si svolgerà fuori da Mosul».
Gli ultimi fatti di violenza vi hanno tolto la speranza di potere tornare a vivere e professare la vostra fede in pace?«No, anche se ci sono molte difficoltà, che dovrebbero farci sfiduciare, noi continuiamo a sperare perché vivere da cristiano significa avere speranza in Dio, nella nostra terra e nella nostra gente. Dobbiamo vivere la nuova umanità che Gesù ci insegna in qualunque situazione. E lo preghiamo per i nostri fratelli e sorelle che sono stati uccisi e per tutte le famiglie povere, che restano qui perché non possono andare nelle parti d’Iraq più sicure. Dio voglia che il nostro paese ritrovi la pace».

Mons. Warduni (Baghdad) "Natale tra paura e speranza"

By SIR

Sarà un Natale “tra paura e speranza” quello che si apprestano a vivere i cristiani iracheni, minoranza vittima di violenze, abusi e intimidazioni, come testimoniano il recente omicidio di una coppia cristiana a Mosul, gli attacchi a negozi e proprietà cristiane a Zakho, solo gli ultimi anelli di una catena di soprusi lunga diversi anni. Ed ora con il ritiro dell’esercito americano dal Paese la situazione rischia di degenerare, come testimonia al SIR il vicario patriarcale di Baghdad, mons. Shlemon Warduni.
“Il nostro problema si chiama sicurezza – spiega il presule caldeo – per questo dovremo avere prudenza e giudizio nel celebrare le imminenti feste di Natale. Noi vorremmo dare al Natale il giusto risalto ma non è possibile per motivi di sicurezza. Non possiamo esporre i nostri fedeli al pericolo. Perciò le Messe di Mezzanotte, del 24, saranno anticipate al pomeriggio, quelle del 25 verranno celebrate al mattino presto. Io spero di poter celebrare nella chiesa dei santi Pietro e Paolo nel quartiere di Dora dove abbiamo anche un seminario, chiuso”. 
I riti natalizi verranno celebrati, aggiunge mons. Warduni, “tra misure di sicurezza rafforzate come ci hanno detto le Autorità. Non solo a Baghdad. Sono stato a Zakho, dopo le violenze dei giorni scorsi, ed anche lì le istituzioni mi hanno garantito che si sta pensando a misure di sicurezza per prevenire ogni problema”.
Ci sono, tuttavia, piccoli segni di speranza: “ho appena terminato un incontro sul Natale per il canale televisivo Al Arabiya. Ho notizia, poi, che alcuni importanti leader musulmani, tra cui Sayed Ammar Al-Hakim, hanno chiesto di presenziare alla messa”. Al di là di ogni rassicurazione, prosegue il vescovo “stiamo cercando di far vivere, almeno ai nostri bambini, un clima di festa, organizzando recite e feste con Babbo Natale che offre regali. È chiaro, però, che la situazione non è tranquilla. Da una parte non manca la speranza in Dio ma dall’altra, come uomini avvertiamo paura e insicurezza. Le nostre preghiere per il Natale che viene – conclude mons. Warduni - sono rivolte proprio a chiedere pace, sicurezza e stabilità, non solo per l’Iraq ma per tutto il Medio Oriente”.

A te Shahrazād

Renato Sacco

Carissima Shahrazād,
dopo tanto tempo si torna a parlare del tuo Paese, l’Iraq. In questi giorni viene completato il ritiro delle truppe Usa. Mi rivolgo a te (anche se con un po’ di imbarazzo, tu a raccontare sei molto brava...) perché non vorrei rivolgermi direttamente a tante persone che in questi anni hanno parlato molto dell’Iraq. Preferisco confidare a te il dolore, ma anche la tenerezza e la bellezza dei ricordi e degli incontri avuti in questi anni nella terra dei due fiumi.
Penso alla giornalista italiana, del Tg1, che è arrivata a Baghdad a bordo dei carri armati americani. Arruolata! Ma come si può fare informazione in questo modo? E le faceva eco, in Italia, un altro giornalista che in studio giocava alla guerra con i modelli dei carri armati. Per noi l’Iraq è stato anche questo. Poi le celebrazioni delle gesta eroiche delle truppe. E ovviamente la tragedia dei morti. Abbiamo i numeri esatti dei militari morti, quelli italiani, americani, inglesi. Un po’ meno sappiamo delle vittime irachene, sia dei morti uccisi direttamente dalle bombe che delle persone contaminate, per esempio dall’uranio impoverito. Ma si sa, non è quello che più interessava. E ora il ritiro delle truppe. Dopo aver invaso, ucciso e distrutto si torna a casa. E il disastro chi lo rimette a posto? Da noi un proverbio dice: chi rompe paga...
Un giornale oggi titola: L’ultima bandiera americana sull’Iraq. Non so, cara Shahrazād, se è proprio così. Io sono stato molte volte in Iraq e anche a Baghdad, dove c’è l’Ambasciata più grande del mondo. Me lo confermi? Era in costruzione nel 2007, personalmente non l’ho mai vista, ma pare sia grande come 80 campi da calcio, con 21 edifici, capace di ospitare sino a mille persone e con un costo che sfiora i 600 milioni di dollari.
Se penso all’Iraq, penso a Giovanni Paolo II, al suo accorato appello contro la guerra nel ’91 (‘avventura senza ritorno’), contro l’embargo durato anni, una vera e propria guerra. Contro, poi, la guerra iniziata a marzo 2003. Ce lo ricordiamo, appassionato, a tentare l’impossibile, a gridare il suo no alla guerra, con milioni di persone che manifestavano in tutto il mondo. Ma tutto sommato la sua è stata una voce isolata, e forse un po’ oggi dimenticata, anche nella chiesa. Come dimenticare l’omelia dei funerali dei militari uccisi a Nassiriya. L’ho seguita in Tv da Baghdad. Non mi era piaciuta. Ogni volta che con gli amici di Pax Christi arrivavamo in Iraq, la gente ci faceva una festa incredibile e ci chiedeva ‘non dimenticateci, invitate altri a venire a trovarci, ci sostenete in un momento molto faticoso’. Ma il primo vescovo italiano ad andare in Iraq, al di là dei Nunzi e degli Ordinari militari, è stato il presidente di Pax Christi, nel giugno scorso. Si, un po’ vi abbiamo lasciati soli, scusa Shahrazād.
Certo qualcuno dirà di no, che vi abbiamo dato anche tanti soldi. Che ci siamo impegnati come Stato, in occasione di rapimenti e uccisioni di italiani, donne e uomini. Certo. Ma resta il fatto che con l’Iraq abbiamo, noi dell’Occidente, cercato di fare businnes, affari: con il petrolio e con le armi. Quante ne abbiamo vendute a Saddam? Me lo chiedeva nel 2002, una catechista di Mosul.
Ti saluto Shahrazād, e nel tuo nome racchiudo tutti i nomi e i volti delle tante persone incontrate in Iraq, nelle grandi città come Baghdad, Mosul, Bassora, Kirkuk, Erbil, fino ai più piccoli paesi come Karemles, Piracca. Batnaia, Mergasor.
Grazie. E non addio, ma arrivederci.

16 dicembre 2011

Kidnapping Stokes Fears in Iraqi Kurdistan

By Al Jazeera in AINA
by Ben Piven

Ankawa, Kurdistan Region, Iraq - After thousands of US troops have packed their bags to return home in time for Christmas with their families, celebrations of Jesus' birth may be more sober this year in Iraq.
Many Iraqi Christians suggest the withdrawal of American soldiers removes a stabilizing and pacifying force, contrary to the perception amongst most other Iraqis that almost nine years wrought little more than chaos and destruction.
Nowhere does this pro-American sentiment find its voice more than Ankawa, a predominantly Christian and affluent northern suburb of Iraqi Kurdistan's capital, Erbil.
Without a doubt, the increasingly prosperous north is far calmer than the rest of the country, and the regional government takes security precautions seriously. But pessimism about the future is slowly rising.
On Monday afternoon, 29-year-old Sermat Patros was kidnapped from his family's home furnishings store along a busy commercial street in his tranquil neighbourhood.
Friends and family say this was the first time such a crime occurred here since intra-Kurdish strife in the mid-1990's. The recent act may not have been political, but for some, it represents the crossing of a perceived threshold towards greater insecurity.
And just last week, in the Kurdish province of Dohuk near the Turkish border, mobs destroyed several Christian shops in the town Zakho. Some Kurdish media also described that event as an unprecedented attack for the northern part of the country.
Peter, who asked that his real name not be used, is a Salahadin University economics student by day and hotel receptionist by night. Like many others who were internally displaced during the war, he believes Iraq has become too unpredictable.
"Of course, Kurdistan is the safest area of Iraq," he says, describing how he left Baghdad after his family dwelling in the Green Zone near the defence ministry was targeted by RPGs fired by unknown assailants five years ago.
"When you get to a safer area, you don't want to again leave and go back to the more dangerous place," he says, his voice shaking with uncertainty the night before his friend Sermat was freed by Kurdish special security forces.

Half-million dollar Chaldean
At his house with relatives after a press conference outside the police station, Sermat says he was sleeping on Thursday morning - blindfolded and tied down - when he faintly heard voices speaking in Kurdish then suddenly felt at ease.
Members of a SWAT team had repelled down from helicopters around 7:00am and then rescued Sermat from his four captors.
The victim says he actually had remained comfortable throughout the ordeal, but never felt as relieved as when he returned home to his wife, 21-year-old Amal, and a crowd of hundreds of cheering people from his Chaldean Catholic community who danced to ceremonial songs and sacrificed a bull in front of his family residence to honor the occasion.
Sermat, who playfully calls his wife Amoula, still resides with her in the spacious stone home belonging to his mother and father - an officer at the regional telecommunications company.
Amal told Al Jazeera she called her husband's phone repeatedly during the three days of captivity during which he was kept shackled in a small house in Erbil. But the assailants - four Arabs who demanded a ransom of $500,000 - would only reply via text message from Sermat's phone.
"I kept telling them 'I just want to hear his voice' and they said 'we want the money first'
."Authorities had used records from Korek, a local mobil phone company, to locate the source of the messages, prior to carrying out the rescue operation on Thursday morning.
"This kidnapping was only about money," Mazil Palander, Sermat's uncle, told Al Jazeera.
"Yet this is far away from politics. Even if you have strong police, you still can't 100 per cent guarantee the situation."
"But we are thankful that the Asayish [counter-terrorism] guys did their best, not sleeping or eating for three days. They gave us lots of calls while we were sitting and praying .. We put our faith in God, and our faith has been returned."
Raveen, Sermat's cousin, says,
"This is about the safety of people internally. As for the [US] soldiers, it's up to them whether or not they are leaving."Sermat's cousin and uncle both insist that the crime was not political. They say the kidnapping was carried out as an act of economic desperation, without any sectarian undertones.
But there is a subtext to recent events. Christians and Kurds in the north of Iraq say they fear the onset of more violence - whether mere "criminal" offenses or targeted political attacks.

'The Other Iraq'
Kurdistan, an autonomous region within the federal Iraqi republic, feels like a separate country. And many residents are recent arrivals from the rest of Iraq, having fled from security nightmares in Basra and Baghdad, and even from Kirkuk and Mosul nearby.
Unlike the rest of the country, there have only been a handful of major attacks in the Kurdish region - most notably 2004 dual bomb attacks that killed 98 people in Erbil.
Fresh concerns about safety in the north were stoked on December 2 in Zakho, when minority-owned businesses - including liquor stores, hotels, a beauty salon and a massage parlor - were ransacked by Islamist mobs.
"This marks the first such destruction of Christian and other ethnic minority establishments in Kurdistan region ever … [and] threatens fragile security," wrote Salah Bayaziddi in the Kurdish Globe newspaper.
Although the US military presence in Kurdish areas has been minimal, many Kurds and other minorities see the troops as a valuable ally.
"We would give food and water to the troops," says Peter, the economics student.
"They were our friends, even though they were targets."
"But now everyone wants to go to the US or Australia. My cousin is leaving for France on Sunday. Some other European or Western government must contain [the situation in Iraq]. They know that it is dangerous for us here."

'No real future'
Rasul
is a talkative cab driver who comes from an area of Iraqi Kurdistan that straddles the Iranian border. "Of course, the American army is good," he said, adding that most Kurdish Muslims feel similarly.
"So we want them to stay."Pretending there was a chance his words could convince US defence officials to halt the withdrawal, Rasul says, "If they leave, then our situation will become worse."One Assyrian Christian member of the Peshmerga - the Kurdistan's regional army - told Al Jazeera that members of his faith believe that only the US can protect religious minorities from sectarian strife.
"Whether it's Sunni-Shia, Kurdish-Arab, or Muslim-Christian, the troubles will escalate," said 26-year-old Baghdad-born Yousef, who asked that his real name not be used.
Yousef was wounded in the right side of his abdomen in a triple-bomb attack in the capital four years ago while he was working for a private US security contractor. He laments the US departure for the loss of many decent-paying jobs and the pullout of a security guarantor.
"There is no real future for us in Iraq," Yousef says firmly, an automatic weapon on his left shoulder and the Kurdish army crest with an embroidered yellow lion on his right.
"Once the Americans go, then we've got nothing."

15 dicembre 2011

Liberato dalla polizia il ragazzo cristiano rapito ad Erbil

By Baghdadhope*
fonte della notizia: ankawa.com

Sarmad Salah Boutrous,
il giovane cristiano sequestrato tre giorni fa ad Erbil e per la cui liberazione era stato chiesto alla famiglia un riscatto di mezzo milione di dollari è stato liberato oggi all'alba dalla polizia che ha arrestato i sequestratori, un uomo ed una donna che con la scusa di dover fornire di tende una casa da essi acquistata recentemente in città avevano attirato Sarmad, che lavora presso un negozio di tendaggi, in una trappola.

14 dicembre 2011

Coniugi cristiani uccisi a Mosul

By L'Osservatore Romano
by Francesco Ricupero

Ancora dolore e paura per la comunità cristiana di Kirkuk. Martedì sera, l’ennesimo agguato contro una famiglia caldea. Adnan Elia Jakmakji, 34 anni, e la moglie Raghad al Tawil, 25 anni, sono stati brutalmente uccisi e i loro due figli sono rimasti feriti in un agguato mentre erano a bordo della loro auto. Adnan Elia e Raghad erano commercianti. Usciti dal loro piccolo negozio, non appena sono saliti a bordo della loro auto sono stati improvvisamente raggiunti da una raffica di proiettili che non ha dato scampo alla giovane coppia cristiana. Gli assassini, al momento ancora ignoti, sono riusciti a fuggire facendo perdere le loro tracce.
«Purtroppo, il clima che si respira a Mosul e a Baghdad
— spiega a “L’Osservatore Romano” l’arcivescovo di Kirkuk dei Caldei, monsignor Louis Sakoè piuttosto pesante. Non si riesce a garantire la sicurezza alla piccola comunità cristiana. Le forze di polizia non sono sufficientemente preparate per tutelare la loro incolumità. Più volte abbiamo esortato ad alzare il livello di attenzione e di sicurezza ma i risultati raggiunti sono affatto incoraggianti. Speriamo che la situazione non si aggravi con la partenza del contingente americano. Fra pochi giorni è Natale — prosegue l’arcivescovo — e anche quest’anno i cristiani di Mosul e di Baghdad dovranno celebrare le festività in incognito e con la paura che da un momento all’altro gruppi armati facciano irruzione nelle loro abitazioni o nelle comunità e fare fuoco senza un’apparente ragione».
Nonostante la situazione, per i cristiani di Kirkuk, di Erbil e di altri paesi del nord dell’Iraq sia relativamente tranquilla, monsignor Sako ha espresso preoccupazione per il futuro dei cristiani nel Paese. «Le nostre radici sono ben salde e la nostra fede è solida — ribadisce l’arcivescovo di Kirkuk dei Caldei — ma bisogna intervenire in maniera decisa per assicurare a queste persone e a tutte le minoranze il diritto di professare le propria religione senza il rischio di essere, minacciati, perseguitati o uccisi da un momento all’altro».
Monsignor Sako non ha dubbi che l’attentato di martedì sera sia opera di gruppi estremisti che vogliono intimidire le comunità cristiane e le minoranze del Paese. «I due coniugi uccisi erano delle bravissime persone e gran lavoratori. Che minaccia poteva rappresentare una famiglia di commercianti di religione cristiana? Non si può — conclude il presule — vivere quotidianamente nell’angoscia e nel terrore. Adesso che ne sarà dei due figli gravemente feriti?».
I funerali di Adnan Elia Jakmakji e della moglie Raghdad al Tawil sono stati celebrati martedì sera nella chiesa caldea della Vergine Immacolata di Kirkuk*, la stessa chiesa che il 7 dicembre del 2004 e il 17 gennaio del 2008 subì due attentati da parte degli estremisti.

* Nota di Baghdadhope: La cerimonia funebre si è svolta nella città di Mosul e non a Kirkuk

Cristiano rapito ad Erbil.

By Baghdadhope*
fonte delle notizie: Ankawa.com

Si sono svolti stamani a Mosul i funerali di Adnan Elia Jakmakji, di 34 anni, e di sua moglie Raghad al Tawil, di 25 anni, uccisi ieri in un agguato a Mosul. All'attacco a colpi di armi da fuoco rivolti verso l'auto della coppia che stava rientrando a casa dopo il lavoro nel negozio di cui erano proprietari sono sopravvisssuti, anche se feriti, i due figli di 3 anni e 9 mesi.
Questo ultimo crimine ha senza dubbio preoccupato la comunità cristiana di Mosul che, secondo informazioni riservate pubblicate dal sito Ankawa.com, sarebbe nel mirino di ignoti attentatori pronti a colpire le chiese delle città in occasione delle prossime festività natalizie ed all'arrivo del nuovo anno.
Minacce dirette alla comunità cristiana di Mosul negate dal comandante di polizia della provincia di Ninive, il Maggior Generale Yassim Al Ta'i, che ha comunque dichiarato di aver allertato tutte le forze di sicurezza e di aver predisposto posti di blocco all'entrata delle strade e dei quartieri dove si trovano le abitazioni dei cristiani e le chiese.
Dopo gli attacchi ai negozi di proprietà dei cristiani avvenuti nella cittadina di Zakho, all'estremo nord dell'Iraq, dove raramente la comunità cristiana era stata fatta oggetto di violenza in passato, e l'orrendo omicidio a sangue freddo di Mosul, la serenità che il Natale dovrebbe portare in tutte le case del mondo appare sempre più un miraggio per gli iracheni di fede cristiana. Anche ad Erbil, la cittadina dove a migliaia essi hanno trovato rifugio dalle violenze che li colpivano nelle altre parti del paese, il Natale non sarà tranquillo. A due giorni fa risale infatti il rapimento di un giovane, Sarmad Salah Boutrous, per la cui liberazione è stata chiesta alla famiglia la somma di mezzo milione di dollari.
Il giovane che lavorava in un negozio di tendaggi ad Ankawa sembra sia stato attirato in un tranello che si è concluso con il suo sequestro da una coppia che parlava arabo (Erbil si trova in una zona abitata da una maggioranza curdofona) e che ha raccontato di venire dall'estero, di aver da poco comprato una casa ad Erbil.

Mosul, ancora sangue cristiano: marito e moglie uccisi in un agguato

By Asia News
by Joseph Mahmoud

Nuovo omicidio mirato contro la comunità cristiana irakena a Mosul, nel nord dell’Iraq, teatro da tempo di una lunga striscia di sangue contro la minoranza religiosa. Fonti locali di AsiaNews, che chiedono l’anonimato per sicurezza, riferiscono che ieri sera “un cittadino cristiano caldeo e sua moglie sono stati uccisi” a colpi di arma da fuoco; nell’agguato sono invece sopravvissuti i due figli della coppia, che si trovavano con loro al momento dell’attacco. Nei giorni scorsi a Zakho, nel Kurdistan irakeno, gruppi estremisti islamici, aizzati dall’imam locale, hanno preso di mira attività dei cristiani nella zona; gli attacchi sono iniziati il 2 dicembre e continuati nei giorni successivi a Dohok, con decine di negozi incendiati e almeno 30 i feriti.
Nell’agguato di ieri sera a Mosul sono morti Adnan Elia Jakmakji, di 34 anni, e sua moglie Raghad al Tawil, di 25 anni. I coniugi, racconta la fonte di AsiaNews, si trovavano a bordo della loro automobile in compagnia dei due figli, nel quartiere 17 luglio, nella zona a est della città. La coppia è deceduta sul colpo, mentre i figli hanno riportato ferite ma non sarebbero in pericolo di vita. Dalle prime ricostruzioni sembra che il gruppo armato abbia teso una vera e propria imboscata, aspettando la coppia e investendoli con una pioggia di proiettili. Gli assassini sono poi fuggiti indisturbati, facendo perdere le loro tracce.

La famiglia era proprietaria di un piccolo negozio, ma non è ancora chiaro se l’omicidio sia in qualche modo legato alla loro attività commerciale. I funerali hanno avuto luogo oggi nella chiesa caldea dell’Immacolata, a Mosul. “In questo periodo la sicurezza sta peggiorando – conferma la fonte – e i cristiani sono preoccupati in vista delle celebrazioni del Natale”.

Da tempo la comunità cristiana nel nord dell’Iraq è vittima di una guerra incrociata fra arabi, turcomanni e curdi per la conquista del potere e il controllo degli enormi giacimenti petroliferi racchiusi nel sottosuolo. Ad aumentare la tensione, il ritiro completo delle truppe statunitensi dal Paese – previsto entro la fine dell’anno – che potrebbe generare ulteriore instabilità e violenze.

More Christian bloodshed in Mosul, husband and wife killed in ambush

By Asia News
by Joseph Mahmoud

The Christian community in Mosul has been the victim of another targeted murder. The city in northern Iraq has seen a long series of bloody attacks against minority Christians. A local source, anonymous for security reasons, told AsiaNews that last night “a Christian man and his wife were gunned down” but their two children who were with them survived. A few days ago, Muslim extremist groups, egged on by a local imam, attacked Christian shops in Zakho, Iraqi Kurdistan. Beginning on 2 December and for several days, dozens of shops were torched and at least 30 people wounded in Dohok.
In yesterday’s ambush, Adnan Elia Jakmakji, 34, and his wife Raghad al Tawil, 25, were killed in their car in the 17 July neighbourhood, east of the city. Their two children were with them. The two died instantly whilst the children were wounded. The latter’s life is not in danger.

According to early reports, the armed group ambushed the family, firing many bullets at the car. The attackers then fled the scene, undisturbed, without leaving any traces.

The family owns a small shop but it is unclear whether the murder was linked somehow to their business. Funerals will be held tonight in the Immaculate Chaldean Church in Mosul.

“Right now, security is getting worse,” the source said, “and Christians are concerned in view of the upcoming Christmas celebrations.”

The Christian community in northern Iraq has been the victim of a war between Arabs, Turkmen and Kurds for control over the region’s huge oil reserves.

The US pullout, to be completed by the end of the year, could cause further instability and violence.

Deux chrétiens tués à Mossoul - Déclaration du Nonce apostolique : « Peur et espérance »

By Fides

« Deux chrétiens ont été assassinés hier à Mossoul. Les causes en sont encore inconnues et les agresseurs n’ont pas été identifiés » confirme à l’Agence Fides S.Exc. Mgr Amel Shamon Nona, Archevêque chaldéen de Mossoul qui a exprimé sa « proximité et assuré la famille de sa prière ». Interpellé par l’Agence Fides à propos de l’épisode sanglant et de la situation de la communauté chrétienne dans l’attente de Noël, S.Exc. Mgr Giorgio Lingua, Nonce apostolique en Iraq, a déclaré : « On ne connaît pas encore les motifs de ce délit. Il faut faire attention à ne pas mettre en relation tout épisode de violence avec la haine religieuse. Des incidents ont lieu pour des motifs variés, dans un climat généralisé de violence. Aujourd’hui, je ne dirais pas qu’il existe en Iraq une persécution des chrétiens en tant que tels. Il existe également des signes d’espérance ».
« Certes – explique le Nonce – les fidèles sont apeurés. La peur est le fruit d’années et de tristes passages de l’histoire récente au cours desquels la communauté a été touchée. Et l’on doit noter en outre la présence des groupes fondamentalistes islamiques. Mais les chrétiens vivent les dangers que tous supportent ». Par exemple, déclare le Nonce, « les incidents qui ont eu lieu au cours des semaines passées au Kurdistan, qui ont frappé des magasins de boissons alcoolisées tenus par des chrétiens, entendaient toucher ce type de marchandises au-delà des propriétaires des magasins ».
Le prochain Noël, conclut le Nonce « sera célébré avec les mêmes précautions que les années passées : les célébrations auront lieu de jour, les églises seront protégées et sans grandes expressions extérieures. Nous le vivrons dans la préoccupation mais avec confiance et tranquillité ».

Apostolischer Nuntius zum Mord an zwei Christen in Mossul: „Christen leben zwischen Angst und Hoffnung“

By Fides

„Gestern wurden in Mossul zwei Christen ermordet. Die Tatmotive sind nicht bekannt und der Täter wurde noch nicht identifiziert“, so der chaldäische Erzbischof von Mossul Shamon Nona, der seine „Verbundenheit mit der Familie“ zum Ausdruck bringt und die Angehörigen seines Gebets versichert.
Im Gespräch mit dem Fidesdienst erklärt der Apostolische Nuntius im Irak, Erzbischof Giorgio Lingua, unterdessen: „Wir kennen die Tatmotive nicht. Man muss vorsichtig sein und darf nicht jedes Delikt mit religiöser Gewalt in Zusammenhang bringen. Es kommt immer wieder zu Zwischenfällen mit unterschiedlichen Motiven in einem allgemeinen Klima der Gewalt: meiner Meinung nach kann man heute im Irak nicht von Christenverfolgung als solcher sprechen. Denn es gibt auch Zeichen der Hoffnung“.
„Gewiss“, so der Nuntius, „sind die Gläubigen verängstigt: die Angst ist das Ergebnis vieler Jahre und die Folge der Ereignisse in der jüngeren Geschichte, die auch die christliche Glaubensgemeinschaft betrafen. Und man sollte auch darauf bedenken, dass es sehr wohl radikalislamische Gruppen gibt. Doch Christen sind denselben Gefahren ausgesetzt, wie anderen irakischen Bürger auch“. „Die Zwischenfälle, zu denen es in den vergangenen Wochen in Kurdistan kam“, so der Nuntius weiter, „zielten zum Beispiel zwar auf christliche Geschäfte ab, die Alkohol verkauften, sondern waren vielmehr gegen die Ware gerichtet als gegen die Geschäftsbesitzer“.
Das bevorstehende Weihnachtsfest, so der Nuntius abschließend, „wird mit den selben Vorsichtsmaßnahmen stattfinden, die jeden Tag getroffen werden. Die Kirchen werden bewacht und es wird nicht nach außen hin gefeiert. Wir erleben Weihnachten zwar mit einer gewissen Sorge aber auch mit Zuversicht und Gelassenheit“.

Due cristiani uccisi a Mosul. Il Nunzio: “C’è paura e speranza”

By Fides

“Due cristiani sono stati assassinati ieri a Mosul. Le cause non sono note e gli aggressori non sono stati identificati” conferma all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Amel Shamon Nona, Arcivescovo Caldeo di Mosul, che ha espresso “vicinanza e preghiera per la famiglia”.
Interpellato dall’Agenzia Fides sull'episodio e sulla situazione della comunità cristiana, in attesa del Natale, Mons. Giorgio Lingua, Nunzio Apostolico in Iraq, ha dichiarato: “Non si conoscono ancora i motivi del delitto. Occorre fare attenzione a non legare ogni episodio di violenza all'odio religioso. Avvengono incidenti per vari motivi, in un clima generalizzato di violenza: oggi non direi che in Iraq c'è una persecuzione dei cristiani in quanto tali. Ci sono anche segni di speranza”.
“Certo – spiega il Nunzio – i fedeli sono impauriti: la paura è frutto di anni e di passaggi tristi della storia recente, in cui la comunità è stata colpita. E si deve notare, inoltre, la presenza dei gruppi fondamentalisti islamici. Ma i cristiani vivono i pericoli che sopportano tutti”. Ad esempio, dice il Nunzio, “gli incidenti verificatisi nelle scorse settimane in Kurdistan che hanno colpito dei negozi di alcolici, tenuti da cristiani, intendevano colpire quel tipo di merce, al di là dei proprietari degli esercizi commerciali, chiunque essi fossero”.
Il prossimo Natale, conclude il Nunzio, “sarà celebrato con le stesse precauzioni degli anni passati: le celebrazioni si svolgeranno di giorno, le chiese saranno protette, e senza grandi espressioni esteriori. Lo vivremo con preoccupazione ma con fiducia e tranquillità”.

Two Christians killed in Mosul. The Nuncio: "There is fear and hope"

By Fides

"Two Christians were killed in Mosul yesterday. The causes are not known and the attackers have not been identified",
confirms to Fides His Exc. Mgr. Amel Shamon Nona, Chaldean Archbishop of Mosul, who expressed his "closeness and prayer for the family".
Fides asked him questions about the incident and the situation of the Christian community, in view of Christmas, Mgr. Giorgio Lingua, Apostolic Nuncio in Iraq, said: "I do not yet know the reasons of the crime. We must be careful not to link each episode of violence to religious hatred. Accidents happen for various reasons, in a general climate of violence: in Iraq today I would not say that there is a persecution of Christians as such. There are also signs of hope"."Of course – explains the Nuncio - the faithful are afraid: fear is the result of years and sad moments of recent history, in which the community has been hit. And, moreover the presence of Islamic
fundamentalist groups should be noted. But Christians are bearing all the dangers." For example, says the Nuncio, "the incidents in recent weeks in Kurdistan that hit liquor stores, owned by Christians, wanted to hit that type of goods, apart from business owners, whoever they were".This coming Christmas, concludes the Nuncio, "will be celebrated with the same precautions as in past years: the celebrations will be held during the day, the churches will be protected, and without great outward expressions. I live with concern but with confidence and tranquillity".

13 dicembre 2011

La presenza cristiana in Medio Oriente. Intervento del primate anglicano alla Camera dei Lord

By L'Osservatore Romano, 13 dic. 2011

Londra, 12. «La costante presenza dei cristiani nella regione è essenziale per il bene sociale e politico dei Paesi del Medio Oriente»: è il concetto espresso dall’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, primate della Comunione anglicana, nel discorso pronunciato nei giorni scorsi alla Camera dei Lord, a Londra, durante un dibattito parlamentare sulla situazione delle comunità cristiane nei Paesi arabi del Vicino e Medio Oriente.
Williams ha ricordato che «per duemila anni la presenza cristiana nel Medio Oriente ha svolto una parte essenziale per le successive civilizzazioni». Per il primate anglicano, ignorare questa verità storica porta molte persone a pensare che sull’altra sponda del Mediterraneo o del Bosforo esista solo un mondo arabo e musulmano omogeneo. L’arcivescovo di Canterbury ha invece sottolineato che «il Medio Oriente non è una regione omogenea e la presenza dei cristiani è profondamente radicata nella sua realtà». Rivolgendosi direttamente ai membri della Camera dei Lord, li ha avvertiti che, «nel momento attuale, la situazione dei cristiani nella regione è più vulnerabile di quanto sia stata per secoli. Il flusso di profughi cristiani dall’Iraq in conseguenza di costanti minacce e attentati è stato sottolineato — ha lasciato la comunità locale drammaticamente impoverita».
Un altro Paese arabo citato nel suo discorso da Rowan Williams è stato l’Egitto, dove i copti subiscono attentati e sono vittime di repressione. «Di recente — ha spiegato — la comunità copta ha visto aumentare il ritmo di emigrazione a livelli senza precedenti, impensabili pochi anni or sono». Tuttavia, per il primate della Comunione anglicana, il fenomeno più inquietante di flusso migratorio è quello che riguarda la comunità cristiana presente nei Territori palestinesi, che l’arcivescovo di Canterbury ha descritto come «una delle comunità cristiane più professionalmente evolute dell’intera regione, ma attualmente in rapido declino a causa della tragica situazione in cui attualmente versa la zona della cosiddetta West Bank».
Sul fenomeno della «primavera araba», Williams ha affermato che il futuro rimane ancora profondamente incerto: «Tale fenomeno non è stato in alcun modo un movimento religioso — ha detto — e la spinta al cambiamento è stata data da coloro che vogliono vedere al potere un governo responsabile, che credono in una politica di partecipazione, che reclamano una decisa definizione e difesa del diritto di cittadinanza, che chiedono la fine della repressione e del preponderante ruolo dei servizi di sicurezza (i quali possono compiere prepotenze e ricorrere anche alla tortura), e che auspicano la fine di una gestione che si basa sulla certezza dell’impunità». Williams, al riguardo, ha ricordato che il 9 dicembre si è celebrata la Giornata internazionale contro la corruzione.
Nel concludere la panoramica sui vari movimenti in atto nei diversi Paesi del Medio Oriente, l’arcivescovo di Canterbury ha sottolineato che «i cristiani della regione sono molto sensibili quando vengono descritti come una minoranza. Per loro questo termine può implicare che le loro comunità sono in qualche modo estranee o marginali anziché essere considerate le più antiche della regione e storicamente legate al tessuto sociale». Essi — ha spiegato — denunciano di subire un duplice attacco alla loro identità: da una parte, questo viene messo in atto da una nuova generazione di musulmani che li trattano come se fossero ormai dei pegni dell’Occidente; dall’altra, essi pensano di essere le vittime di una retorica occidentale che o li ignora totalmente o, sconsideratamente, li mette in grave pericolo perché pone in termini di confronto religioso ciò che invece è un vero conflitto, anche di carattere militare. L’arcivescovo di Canterbury ha infine espresso l’auspicio che «alle comunità cristiane venga garantito un ruolo nella loro patria storica e che possano partecipare in modo proficuo alla vita politica e alle dinamiche sociali». Per Williams, tuttavia, anche da parte dei fedeli che vivono nei Paesi occidentali è necessaria una maggiore conoscenza storica e un più profondo rispetto per le antiche tradizioni dei cristiani del Medio Oriente.

12 dicembre 2011

Kirkuk: Avvento e Natale, segni della presenza di Cristo fra gli uomini

By Asia News
by Joseph Mahmoud

I cristiani irakeni si preparano al Natale sperimentando e testimoniando la presenza di Cristo con l’annuncio, la meditazione e la preghiera. Fin dai primi giorni di Avvento l’arcidiocesi di Kirkuk ha aperto nella cattedrale una “radio della speranza” che copre tutta la città, per diffondere la buona novella di Gesù: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
In questo modo anche molti ascoltatori non cristiani possono comprendere le radici e il significato della fede, in cosa credono, i riti e le preghiere, gli inni, le meditazioni e i testi biblici, insieme ai testi liturgici. All’interno della struttura, operano diverse persone a titolo volontario e gratuito. I giovani della comunità Emmaus hanno organizzato quattro serate di meditazione e di preghiera, ogni volta in una diversa parrocchia, partendo dal tema: “credere è amare e amare è donare”, secondo l’esempio fornito da Elisabetta e Zaccaria, Maria e Giuseppe, Giovanni Battista e Gesù. Il gruppo di famiglie cristiane – una fraternità diocesana – hanno iniziato a raccogliere soldi per aiutare i bambini poveri a Natale, di modo che anche i più piccoli e meno fortunati possano celebrare la nascita di Gesù Bambino. Il gruppo “Acqua Viva”, formato da giovani fra i 13 e i 17 anni, ha proposto per quest’anno un grande presepe dalla forma di una tenda di beduini; con questo gesto, essi intendono sottolineare che il Signore ha posto la sua tenda in mezzo alle nostre. Tra difficoltà e violenze quotidiane, la chiesa irakena festeggia momenti di gioia come la conclusione di un percorso di fede che ha portato alla conversione di una giovane coppia. Un cammino che, a dispetto delle problematiche, diventa fonte di grande speranza per tutta la comunità in questa vigilia di festa. Il Natale è attuale, è un evento di oggi, non è solo una commemorazione del passato. Non è un abitudine consolidata nel tempo. La notte di Natale, al termine della messa di mezzanotte, nel villaggio cristiano di Sekanyan, a 10 km dal centro di Kirkuk, un gruppo di giovani decorerà una macchina sul modello di una slitta di Babbo Natale, per distribuire regali a tutta la comunità, incluse le famiglie musulmane degli isolati vicini. Intanto l’Iraq si prepara al ritiro completo delle truppe statunitensi, che dovrebbe avvenire entro la fine dell’anno. In questi giorni il premier irakeno Nouri al-Maliki è a Washington per aprire un “nuovo capitolo” nella storia delle relazioni con gli Stati Uniti; oggi incontrerà il presidente Barack Obama, nel contesto di una due giorni di colloqui fra Baghdad e Washington. Il governo irakeno teme che la partenza dell’esercito americano, dopo otto anni di presenza sul territorio, possa causare una nuova ondata di instabilità nel Paese. I colloqui fra i due fronti toccheranno anche altre questioni cruciali fra cui energia, sicurezza, educazione e giustizia.

Kirkuk: Advent and Christmas, marks the presence of Christ among mankind

By Asia News
by Joseph Mahmoud

Iraqi Christians are preparing for Christmas experiencing and witnessing to Christ's presence through proclamation, meditation and prayer. From the beginning of Advent, the archdiocese set up a "radio of hope" in the Cathedral of Kirkuk that covers the whole city, to spread the good news of Jesus: "Glory to God in the heavens and on earth peace among men of good will".
In this way many non-Christian listeners can understand the roots and significance of the Christian faith, what they believe, the rites and prayers, hymns, biblical texts and meditations, along with liturgical texts. The radio is being manned by several people working on a voluntary basis, without pay.
Young people of the Emmaus communities have organized four evenings of meditation and prayer, each time in a different parish, starting from the theme: "Belief is to love and love is to give," according to the example provided by Elizabeth and Zechariah, Mary and Joseph, John the Baptist and Jesus. The Christian families group - a diocesan fraternity – has begun collecting money to help poor children at Christmas, so that even the smallest and least fortunate can celebrate the birth of Baby Jesus. The "Living Water" group, formed by young people between 13 and 17, this year are creating a large nativity scene housed within a Bedouin tent, to underline that the Lord has pitched his tent in our midst. Among difficulties and daily violence, the Iraqi Church also celebrates moment of joy like the conclusion of the journey conversion to the faith of a young couple. A journey which, in spite of the problems, becomes a source of great hope for the whole community on the eve of the celebration. Christmas is present, it is an event of today and not only a commemoration of the past. It is not merely a tradition that has become consolidated over time.On Christmas eve, after midnight mass, in the Christian village of Sekanyan, 10 km from the center of Kirkuk, a group of young people will decorate a car modelled on Santa Claus’ sleigh to distribute gifts to the whole community, including Muslim families of the neighbouring blocks. Meanwhile, Iraq is preparing for the complete withdrawal of U.S. troops, which should happen before year’s end. The Iraqi Prime Minister Nouri al-Maliki is in Washington this week to open a "new chapter" in the history of relations with the United States, and will meet with President Barack Obama today, in the context of two-day talks between Baghdad and Washington. The Iraqi government fears that the departure of the U.S. Army, after eight years, can cause a new wave of instability in the country. Talks between the two sides will touch on other key issues including energy, security, education and justice.

Iraq: Verso un Natale “fra la paura e la fede incrollabile”

By Fides, 9 12 2011

Sarà un “Natale sotto assedio” quello che vivranno le comunità cristiane in Iraq. “Le tradizioni saranno rispettate nel chiuso delle case e delle chiese. La Santa Messa si celebra di giorno, per motivi di sicurezza. Sarà un Natale fra la paura e la fede incrollabile” dice, in un nota inviata a Fides, “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), opera di diritto pontificio, annunciando una campagna di solidarietà e di sostegno verso i fedeli cristiani in Iraq. Le testimonianze raccolte da ACS in Iraq raccontano le condizione dei fedeli nelle varie regioni del paese. Secondo Mons. Jean Benjamin Sleiman, Arcivescovo di Bagdad dei Latini, negli ultimi anni, alcuni fedeli cristiani hanno conosciuto la persecuzione e oggi continuano ad abitare le zone più pericolose, come Bagdad e Mosul. Sono considerati “dimmi” (infedeli), quindi giuridicamente e socialmente inferiori, e perfino costretti a pagare la “jizya”, il tributo islamico dovuto dalle minoranze non musulmane per poter praticare la loro fede. In Kurdistan – racconta il Vescovo – la vita dei cristiani è più tranquilla, “ma le enormi difficoltà socio-culturali ed economiche spingono i fedeli ad emigrare”. Al di fuori di queste “isole di convivenza”, la comunità cristiana subisce la maggioranza islamica, “assistendo inerme alla criminalità, mafiosa o miliziana”.
L’incertezza del futuro accomuna i fedeli iracheni, che attendono con ansia la Santa Messa di Natale. “Le festività – spiega l’Arcivescovo di Bagdad dei Latini – sono occasioni fondamentali per praticare la fede. Spero che riusciremo a celebrarle con serenità, ma tutto dipende dalla sicurezza”. Guardando al nuovo Iraq, Mons. Sleiman invita la comunità internazionale a sostenere il Governo, “perché l’Iraq ridiventi uno stato di diritto”.
P. Amir Jaje, Superiore dei Domenicani di Baghdad, parla del clima teso che si respira ormai da qualche settimana a Baghdad, a causa dei conflitti settari e per l’imminente ritiro delle truppe americane: “Gli estremisti approfittano delle tensioni per far sentire la propria voce – dice padre Amir – e i fedeli sono sempre più angosciati”. Ma “in Iraq c’è ancora speranza, e il nostro Natale è credere in questa speranza”, conclude.