"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

22 dicembre 2022

Messaggio di Natale 2022 del patriarca Sako

By Patriarcato caldeo

Il Natale è credere nella presenza continua di Dio nella nostra vita, una presenza eterna nel suo amore e nella sua misericordia
Il Natale è un progetto teologico sul piano della fede, dell’uomo e della vita che aiuta le persone a recuperare i valori spirituali e morali per vivere nell’amore e nella pace con gli altri.
Il Natale non è solo una celebrazione di un anniversario di duemila anni fa, o una celebrazione di folclore con fascino esteriore come le decorazioni, i regali e le visite,  il Natale ci insegna la consapevolezza e la fede nella continuazione della presenza di Dio nella nostra vita, una presenza eterna con il suo amore e la sua misericordia. Un inno natalizio dice: “Quando la mia anima si dissolve nell’essere di Dio, io sono nel Natale”. 
Cristo è venuto per riunirci e avvicinarci, per sviluppare le nostre relazioni in uno spirito di fraternità e tranquillità, quindi accogliamolo con spirito nuovo per raggiungere la pienezza dei valori umani e spirituali che ci ha insegnato, e non lasciamo che la festa passi come i giorni del calendario, come ha detto Papa Francesco tre settimane fa nell’Angelus.
Il Natale non finirà e la speranza di una nuova umanità che viva nella pace, nell’amore e nel perdono rimane un desiderio vivo nel cuore di ogni essere umano: “La notte di Natale è cancellato l’odio, la terra fiorisce, la guerra è abolita, l’amore germoglia”. 
Questa speranza deve continuare.
È un peccato che questo Natale arrivi in un momento in cui il mondo soffre di crisi sempre più gravi come la guerra micidiale tra Ucraina e Russia, e divisioni, conflitti e ingiustizie in Iraq, Palestina, Siria, Libano e Yemen, dove i cittadini, e in particolare le minoranze, sono diventati oppressi, oggetto di violenza, e rapina, poveri e sfollati a causa del conflitto su posizioni e interessi.
Il mondo intero deve rendersi conto che le guerre sono fallimenti e i conflitti sono una perdita; questo metodo dovrebbe finire e si deve intraprendere il dialogo diplomatico per risolvere i problemi; inoltre le persone perverse devono rendersi conto che il male non durerà, che Dio li riterrà responsabili e che solo il bene rimane, e, anche se di poca entità, è una benedizione.
Gesù ha vissuto quello che viviamo oggi: le personalità religiose ebraiche lo hanno attaccato come Anna e Caifa; i politici, come il re Erode e il governatore romano Pilato, lo hanno temuto e hanno agito per liquidarlo e metterlo in croce, ma Dio lo ha risuscitato dai morti, motivo per cui i nostri fratelli musulmani lo chiamano “Gesù il vivente”.
Le nostre paure e i nostri desideri trovano nella nascita e nella risurrezione di Cristo la speranza di un lieto fine: “Quando riempiamo i cuori di speranza, siamo nel Natale”. Questa speranza dovrebbe dare energia ai cuori dei buoni e unire i loro sforzi per porre fine alla sofferenza delle persone costruendo un ambiente migliore in cui ogni cittadino, indipendentemente dal colore, dal sesso o dalla religione, viva con dignità, libertà e fierezza.
Il Natale ci insegna ad essere operatori di pace, di carità, di difesa degli oppressi, di sollievo per gli orfani, le vedove e i poveri, e non possiamo crescere e svilupparci senza una vita spirituale, i valori morali e la cooperazione per ristabilire l’armonia in questo mondo, creato bello da Dio, che ce lo ha affidato per organizzarlo, conservarlo e farlo prosperare.
L’Iraq è un paese di civiltà, di culture e di glorie, con grandi persone di tutte le religioni e categorie. È tempo di tornare alla nostra originalità e ai nostri valori, costruire fiducia sociale ed educarci ad accettare la diversità, consolidare la convivenza e la lealtà verso la patria che abbraccia tutti secondo la regola della cittadinanza paritaria. Questo progetto non è compito del solo Primo Ministro, ma i cittadini hanno una grande responsabilità con il loro sostegno, la cooperazione e la cura per proteggere l’unità e la sovranità del paese e il suo progresso in modo che tutti possano vivere in pace e felicità. Onestamente, non c’è altro modo.
Preghiamo e diciamo: o Signore della pace, dona pace e stabilità al nostro Paese e al mondo.
Buona Festa e Buon Anno. Viva l’Iraq!

21 dicembre 2022

A Mosul torneranno a suonare anche le campane della “chiesa dell’Orologio”


Foto di Ammar Aziz in Kirkuknow.com

Il “viaggio” è in programma per il prossimo mese di marzo.
Sarà allora che le tre campane, rinominate coi nomi degli Arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele, partiranno dalla Normandia per arrivare a Mosul e essere ricollocate nel campanile di quella che tutti conoscono come la “chiesa dell’orologio”, o “chiesa dell’ora”.
L’annuncio è apparso nei giorni scorsi sui canali d’informazione dell’Unesco, l’organismo dell’ONU coinvolto nei progetti di ricostruzione della parte storica della città nord-irachena, ancora segnata dalle devastazioni subite durante gli anni dell’occupazione jihadista.
Le tre campane sono state fuse nella fonderia artigianale di Villedieu-les-Poêles Cornille Havard, in Normandia (Francia), atelier dove 15 artigiani specializzati operano facendo tesoro dell’incontro tra i moderni strumenti tecnologiche e tradizioni risalenti al Medioevo. L’Unesco riferisce anche che i lavori di restauro dell’intera chiesa dovrebbero essere completati entro il 2023.
Le fonti locali riportano spesso notizie ambivalenti e comunque non confortanti in merito al “ritorno” delle famiglie cristiane fuggite dal Mosul nel 2014, quando la città divenne capitale irachena dell’auto-proclamato Stato Islamico (Daesh).
Dopo gli anni dell’occupazione jihadista, durata fino al 2017, la convivenza sociale della città tornerà comunque a essere accompagnata anche dal suono delle campane della “chiesa dell’orologio”, uno dei segni più semplici e discreti con cui la presenza cristiana si rende percepibile a tutti, nel passare dei giorni.
La chiesa di Nostra Signora dell’Ora (Al-Saa’a) si trova nel cuore di Mosul, all’incrocio delle due strade principali che attraversano la città vecchia. Costruita alla fine del XIX secolo, è sempre stata considerata uno dei simboli di Mosul, soprattutto per il suo visibilissimo campanile che, con il suo grande orologio, era stato donato alla chiesa dall’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III. La chiesa, officiata storicamente dai Padri Domenicani, era stata gravemente danneggiata (ma non distrutta, come invece sostenevano a quel tempo voci rilanciate da alcuni media inclini al sensazionalismo più ingannevole) durante l’occupazione jihadista.
Il ripristino dell’edificio sacro, come già riferito dall’Agenzia Fides, era stato inserito nel piano di restauro di chiese e monasteri devastati durante il periodo di occupazione jihadista. Un programma di ricostruzione avviato anche grazie a un contributo dell’Unione Europea. L’Unesco ha riservato alla ricostruzione di Mosul il finanziamento offerto dagli Emirati Arabi Uniti.
La chiesa domenicana di Mosul è l’erede di una lunghissima tradizione. L'Ordine dei Predicatori era infatti giunto in Mesopotamia già nel XIII secolo e aveva stabilito un suo convento anche a Mosul.
“I rintocchi dell’orologio di quella chiesa” raccontò nell’aprile 2016 all'Agenzia Fides suor Luigina Sako, superiora della casa romana delle Suore caldee Figlie di Maria (e sorella del Patriarca caldeo Louis Raphael), “hanno scandito la nostra giovinezza, quando Mosul era una città dove si conviveva in pace. Ricordo che da studenti, quando avevamo un esame importante, andavamo tutti, cristiani e musulmani, a portare i biglietti con le nostre richieste d'aiuto alla grotta di Lourdes ospitata presso quella chiesa, che anche i nostri amici islamici conoscevano e onoravano come 'la chiesa della Madonna miracolosa' ”.

20 dicembre 2022

Baghdad: cristiani in festa per l’ordinazione di tre nuovi sacerdoti


Foto Patriarcato caldeo

Il sacerdozio “assume dentro di sé” l’essenza intera di una persona, di un cristiano e ne permea “il suo pensiero, i suoi sentimenti e la sua attività”.
È quanto ha sottolineato il patriarca di Baghdad dei caldei, card. Louis Raphael Sako, durante l’omelia della messa di ordinazione di tre nuovi sacerdoti della Chiesa irakena.
La funzione si è svolta ieri nella cattedrale di san Giuseppe, a Baghdad, e ha rappresentato un momento di festa per una comunità cristiana segnata - come il resto del Paese - da violenze e guerre ma che cerca, negli ultimi tempi, di risollevarsi. Rivolgendosi ai tre nuovi pastori (nelle foto) il porporato ha aggiunto che il sacerdozio non è “un lavoro per guadagnarsi da vivere”, ma è una missione al servizio che deve mantenere viva “la fiamma dell’entusiasmo” e che deve per questo “imparare a rinnovarsi in modo costante”.
I tre nuovi sacerdoti sono: José Emanuel Martins, nato a Madrid, in Spagna, nel 1969. Egli è laureato in Letteratura Araba e ha studiato teologia in Spagna ed è simbolo della comunità caldea della diaspora; Bashar Basil Najeeb, nato a Baghdad nel 1995, è laureato in Informatica e sta per conseguire la laurea in Teologia presso il Pontificio Collegio Babylon, nella capitale irachena. Aiden Elia Jejo, nato ad Alqosh (nel Kurdistan iracheno) nel 1982, emigrato in Olanda dove ha studiato teologia, oggi lavora come professore di inglese ed è sposato con Larsa Khaled Matti.
Alla funzione erano presenti numerose personalità ecclesiastiche locali, oltre a una nutrita schiera di fedeli. Oltre al primate caldeo che ha presieduto l’ordinazione hanno partecipato il nunzio apostolico in Iraq mons. Mitja Leskovar, l’ausiliare di Baghdad e braccio destro del patriarca mons. Basilio Yaldo, gli ambasciatori di Italia, Spagna e Australia, numerosi sacerdoti, suore, monaci e laici della capitale e da altre parti del Paese.
Nell’omelia il patriarca Sako ha sottolineato come uno dei momenti più importanti dell’ordinazione sia quanto il novello sacerdote dichiara la propria fede e la disponibilità a dedicare la propria vita “al servizio di Cristo e dei fratelli”.
E alla domanda risponde “con entusiasmo: sì, eccomi!”.
Vi è poi l’atto dell’inginocchiarsi come “espressone di umiltà, obbedienza e ringraziamento”, per poi ricevere l’olio crismale segno dello Spirito Santo.
Ai nuovi preti, uno dei quali sposato come da tradizione della Chiesa orientale, il patriarca Sako ha rinnovato l’invito alla preghiera, mezzo che ha il sacerdote “per nutrire il rapporto con Dio e con Cristo”. Non è una “routine”, ma un elemento “essenziale” che è anche “fonte di pace, tranquillità e sicurezza”. Il secondo punto è “il rapporto con la Chiesa” al cui interno opera il sacerdote come una “squadra armoniosa” che porta “lo stesso messaggio” e da esso “non si discosta”. Infine il “rapporto con le persone”, con la propria comunità che ogni sacerdote “porta nel cuore” dedicando la propria vita al “loro servizio” come madri, padri, fratelli e figli.
Chiamandoli per nome, il porporato chiede loro di essere “testimoni” dell’amore, del perdono e della salvezza di Cristo e li ringrazia per la scelta del sacerdozio “in una società che perde i valore umani e spirituali” virando sempre più verso il materialismo. Infine, egli ringrazia quanti “hanno contribuito alla vostra educazione: la famiglia, la Chiesa e tutti i sacerdoti che vi hanno preparato a questo giorno speciale”.

16 dicembre 2022

In Iraq, focus is on role of religious actors in promoting social cohesion, inclusive citizenship


Following several interfaith consultations, representatives of different Iraqi religious and ethnic components identified education, media, and the constitution as important pillars of a nation-building process that provides equal rights to all—including the freedom of religion and belief.
The WCC, together with its member churches, the Middle East Council of Churches, CAPNI (the Christian Aid Program in Northern Iraq) and UFUQ (local interreligious civil society organization) and with the support of NCA, initiated the process of revision of educational curriculums so that they reflect the religious and ethnic diversity of the country and they promote equal citizenship.
From 3-6 December, several workshops took place in order to assess the results of the educational revision process and map the way forward.
“Iraq is considered to be a cradle of civilizations. The diversity of its religious and ethnic components is a heritage to all humanity,” said Carla Khijoyan, WCC programme executive for Peace Building in the Middle East.
“Protecting this diversity implies establishing solid inclusive systems in different disciplines, social, political, legal and cultural. Through our collective efforts, together with the indigenous Iraqi communities, we are able to promote models of inclusive citizenship paving the way towards reconciliation and unity.”
A special workshop was held for the input of female religious and ethnic actors on the role of education in inclusive citizenship. Pioneering women, activists, academics, and specialists in the field of education shared their assessments, reflections, and hopes towards the future of their communities. This first phase was followed by a workshop for input from religious leaders. The third workshop focused on next steps in the process and identified the road map to work on media and Iraqi legislation as important actors in shaping Iraqi communities.
Under the theme “Towards a Brighter Future!” the different workshops also explored the relationship between citizenship and religious and social values, healing of collective memories, transitional justice, and reconciliation.
Participants presented recommendations summarizing their concerns, aspirations, and proposals in order to achieve social cohesion and inclusive citizenship in Iraq.
Many outputs and recommendations have been issued and many also have been started to be implemented at the curriculum and legislative levels. Work has also begun in order to establish a media lobby which aims to protect diversity, promote social solidarity, and maintain ethno-religious diversity in Iraq. WCC member churches in Iraq

Summit inedito tra i Patriarchi delle Chiese di tradizione siriaca


Un incontro inedito, e per certi versi storico, tra i Capi delle Chiese di tradizione siriaca, per confrontarsi e riflettere insieme su emergenze e problemi affrontati dalle comunità cristiane in Medio Oriente, alla luce della comune eredità spirituale e dell’insegnamento dei Padri della Chiesa.
 E’ questo il singolare incontro ecclesiale convocato oggi, venerdì 16 dicembre, a Atchaneh (Libano), presso la sede del Patriarcato siro ortodosso. All’incontro, convocato dal Patriarca siro ortodosso Mar Ignatius Aphrem II, prendono parte tra gli altri il Patriarca siro cattolico Ignace Youssif III Younan, il Patriarca maronita Béchara Boutros Raï, il Patriarca assiro Mar Awa III e il Patriarca caldeo Luis Raphael Sako.*

Alla vigilia del summit ecclesiale, in un’intervista rilasciata all’emittente televisiva Tele Lumière-Noursat, il Patriarca Mar Ignatius Aphrem II aveva sottolineato la singolarità dell’incontro, che riunisce per la prima volta i Capi Chiese accomunate dall’appartenenza alla stessa sorgente spirituale e teologica, ma spesso divise in passato da controversie e conflitti. La riunione punta anche a trovare insieme le vie per custodire e rivendicare l’attualità del comune patrimonio spirituale e teologico di matrice siriaca, rappresentato da grandi figure del cristianesimo dei primi secoli, come Sant’Efrem il Siro.
"Ci uniamo oggi” ha detto il Patriarca Mar Aphrem II aprendo l’incontro “per dare insieme testimonianza in questo mondo pieno di provocazioni, e chiediamo a Dio di darci la forza e l'amore per decidere insieme tutto ciò che è meglio per i membri delle nostre Chiese, in ogni parte del mondo”. “Quello che abbiamo in comune” ha soggiunto il Primate della Chiesa sira ortodossa “è molto, anche se per diverse contingenze storiche oggi viviamo ancora delle discordanze nel modo di esprimere la nostra fede. Ma oggi sentiamo l’urgenza di stare insieme, e far tesoro insieme della nostra ricca eredità siriaca”.

*Il patriarca caldeo Cardinale Mar Louis Raphael Sako ha partecipato all'apertura dell'incontro via web come è specificato da Noursat TV e come appare dalle foto pubblicate dalla pagina facebook del patriarca della chiesa siro-ortodossa dove è presente, oltre ai già citati patriarchi, anche il vescovo caldeo di Mosul, Monsignor Najib Mikhael Moussa OP. 
Nota di Baghdadhope

15 dicembre 2022

Hungary stands out for its aid to beleaguered Christians in Iraq. Here's why

Jonah McKeown


Left: Father Karam Naguib Qasha.
Centre: President Katalin Novák
Right: 
Archbishop Boulos Thabet Habib
Hungarian President Katalin Novák visited Iraq last week, stopping at a majority-Christian town that has been rebuilt in recent years almost entirely with Hungarian support, following years of occupation and devastation by the so-called Islamic State.
Novák, a Reformed Christian, on Dec. 9 toured St. George Chaldean Catholic Church in Telskuf, a predominantly Christian village about 20 miles north of Mosul in the Nineveh Plains which suffered greatly under ISIS occupation beginning in 2014.
The church’s priest, Father Karam Naguib Qasha, gave a brief explanation of the reconstruction work of the church building and damaged houses in the town, and the role of the Hungarian government in achieving the reconstruction, reported ACI Mena, CNA’s Arabic-language news partner.
Since 2017, Hungary has given an outsize proportion of the aid needed for persecuted Christians in Iraq and around the world to rebuild and sustain their livelihood. The country’s Hungary Helps program says it has enabled some 250,000 Christians to remain in their homelands. 
Stephen Rasche, an American lawyer, documentarian, and a fellow of the Religious Freedom Institute who has worked and advocated extensively in persecuted Christian communities in both Iraq and Nigeria, told CNA that Hungary has provided timely, tangible help to persecuted Christians in recent years, and remains one of the only countries to do so.
Hungary’s aid has resulted in entire Christian towns being rebuilt in Iraq, and more recently, Catholic schools in territories previously occupied by Boko Haram being reopened in Nigeria.
"They're there directly, in a way that other countries which have substantially more resources can't be found,” Rasche commented.
Hungary’s aid model involves granting funds directly to the local Catholic or other Christian churches for rebuilding and helping Christian communities stay in their ancestral homelands. 
Iraq is home to one of the world’s oldest Christian communities; as recently as 2003, there were 1.4 million Christians in Iraq, but today there are fewer than 250,000. P
Pope Francis visited the beleaguered Christian community in Iraq in March 2021, to an enthusiastic welcome.
Rasche said Hungary was “really the first government” to provide aid by dealing directly with Iraq's persecuted Christians. He said aid that trickles down to Iraq’s Christians through channels such as the United Nations is often received far too late to make a difference — if aid takes a few months to a year to arrive, often the Christians of the area have moved elsewhere or left the country entirely, he said.
After ISIS lost control of Mosul in 2017, Hungary provided a direct grant to the Chaldean Archdiocese of Erbil to rebuild the town of Telskuf.
Rasche, who serves as counsel to the archdiocese, said an admirable quality of Hungary's program is its willingness to trust the local community and to grant them the money to rebuild in a manner that is best for them. 
The direct aid provided by Hungary allowed the local archdiocese to recover and rebuild the town within two to three months. Many of the hundreds of Christian families who were displaced by ISIS have since returned.
The Knights of Columbus later used the same model as Hungary — granting money directly to the local churches — to do a similar project, rebuilding the majority-Christian town of Karamlesh.
"That aid was tremendously effective for recovering those towns rapidly," Rasche said, saying the examples of Karamlesh and Telskuf stand out as "singular successes" in terms of recovery, and "prove that the model works."
He said he hopes that wealthier countries such as the United States will take notice of Hungary’s success in this area.
President Novák’s recent visit to Iraq included a meeting with Archbishop Boulos Thabet Habib of the Chaldean Archdiocese of Alqosh, and a visit to a kindergarten run by the Dominican Sisters, which was being reconstructed with Hungarian government assistance. She also visited a model farm — located on a piece of land granted by the Chaldean Church to Hungarian organizations — that seeks to develop agriculture practices to help local farmers.
Finally, Novák visited the ancient Chaldean monastery of Rabban Hormizd, which dates to the year 640 A.D. and is located in the far north of Iraq.
"We hope that this visit will be a reminder to the international community about these people who are in this region, not to be forgotten,” Archbishop Habib told ACI Mena.
“The process of reconstruction and development of this region and the consolidation of Christians on their land will continue." 
Hungary Helps, while providing vital assistance on the ground to the persecuted, also has an explicitly stated goal of eliminating the “root causes of migration,” including migration to Hungary itself. 
Hungarian Prime Minister Viktor Orbán is known for his hardline stance against immigration to Hungary, which has garnered criticism from his fellow European Union leaders and elsewhere, including from officials at the Vatican.
“The migration and humanitarian policies of the Hungarian government go hand in hand,” Tristan Azbej, State Secretary for the Aid of Persecuted Christians, writes on the welcome page of the Hungary Helps website.
“We are not advocating that people in need should leave their homelands. Rather, we are promoting that they should stay in their home countries or return there. It is our firm and consistent principle that help should be provided where trouble is instead of bringing people in trouble to Europe and to our country.”
In Rasche's view, the aid is making a real difference in Christian communities, regardless of any additional political baggage that may be attached to it.
Whatever the internal politics within Europe may be, the reality and the effectiveness of these programs can't be denied,” he said.
“Our focus, always, is with the people who are affected in these situations,” he said, referring to the persecuted Christians.
“And so we do our best to make sure that we keep away from these other political differences, and keep our focus always on the people affected."

Former Supreme Knight Carl Anderson Honored For Support of Iraqi Christians


Carl Anderson, the former Supreme Knight of the Knight of Columbus, was honored Tuesday night for the work the charity has done on behalf of Christians in Iraq to help ensure that future generations of Christians will continue to live in what is known as the cradle of Christianity. 
In accepting the 2022 Faith and Culture Award from the Catholic Near East Welfare Association (CNEWA) based in New York City, Anderson remembered his former colleague, the late Andrew Walther, who died of leukemia at age 45 in 2020, as a “true hero in this cause.”
“I accept this award on behalf of my brother Knights who in so many ways stood up for our fellow Christians in their time of need, especially my friend and colleague, the late Andrew Walther, who devoted the last 6 years of his life to the protection of Iraqi Christians—it was his passion, and he is a true hero in this cause,” he said.
 Anderson, who served as Supreme Knight from 2000 to 2021, saw the Knights take a leading role in helping Christians and other religious minorities in Iraq in the wake of the 2014 invasion of Iraq by ISIS.
Today, thanks to material support from the Knights, Christians are able to see a future for themselves in Iraq.
The establishment of the Catholic University in Erbil, thanks to the Knights, and others, offers young Christians economic opportunity and a reason to stay in Iraq. In his speech, Anderson shared three “lessons” from helping Christians from Iraq’s Nineveh Plains. First, he said, Catholics should do more to make persecuted Christians around the world “true neighbors in the faith.” “We should get to know them better. We should do more to mainstream them into the life of the Catholic Church—and especially the Church in the United States,” he said.
Second, the United States, as well as other nations, should do more to help persecuted Christians. “We need to do more to adjust to the new geopolitical reality that confronts Christians throughout the developing world. Minority Christian communities increasingly inhabit a toxic environment of prejudice and violence—often openly tolerated by governments and sometimes even sponsored by them. The hard reality is that Muslim communities throughout the world—even when they resort to violence—can rely on broad-ranging support from Muslim governments—including Iran and Saudi Arabia,” he said.
 “Can we confidently say that there is a Western government that will have the back of the minority Christian communities throughout the Middle East, Africa or Asia?” Anderson asked.
 “We are proud of what the United States accomplished to protect Christians in Iraq. But our government can and should do better. While we are grateful to officials in the two previous administrations including Secretaries of State John Kerry and Mike Pompeo and the bi-partisan coalition in Congress — and especially the leadership of Congressman Chris Smith, it is indisputable that a sustained, determined campaign was necessary to overcome the business as usual, inertia of the United States government in order to initiate the U. S. response — a response that saved many, but could have saved many more if it had been made earlier,” he said.
And third, Anderson said that helping persecuted Christians is a mission that every Catholic should take on.
“The survival of endangered Christian communities throughout the globe is the responsibility of every Catholic—both clergy and lay. All of us must have some share in this work. Not only for their sake, but for our sake as well,” he said.

14 dicembre 2022

Natale: dai caldei in Iraq e nel mondo digiuno e preghiera per la pace


“Da Baghdad all’Ucraina vogliamo invitare alla preghiera” tutta la Chiesa caldea in Iraq e della diaspora “in segno di solidarietà con le persone che soffrono in ogni angolo della terra, per quanti non hanno un posto dove vivere, pensando anche a migranti e sfollati”.
È quanto sottolinea ad AsiaNews mons. Basilio Yaldo, ausiliare di Baghdad e stretto collaboratore del primate caldeo Louis Raphael Sako, anticipando la tre giorni di digiuno e preghiera indetta dal patriarcato e dalla Chiesa locale in preparazione al Natale. In queste ore il neo primo ministro Muhammad al-Sudani ha dichiarato la giornata che celebra la nascita di Gesù “festa ufficiale” per tutti gli iracheni, a prescindere dalla fede professata. *
Il primate dei caldei ha diffuso un messaggio sul sito del patriarcato in cui invita i fedeli di tutto il mondo a digiunare e pregare per tre giorni (il 21, 22 e 23 dicembre) per la pace in Iraq e nel mondo in occasione del Natale.
La nascita di Cristo, sottolinea il card. Sako, “non è solo una celebrazione di un ricordo passato” di 2mila anni fa, ma è un evento presente e carico di significati ancora oggi. Seppur celebrata “con folclore”, la ricorrenza è “consapevolezza e fede” della continua “presenza di Dio fra noi”, una presenza “eterna, di amore e misericordia” in vista della quale “dobbiamo prepararci con un digiuno”.
Ai nostri giorni il digiuno e la preghiera sono un modo “speciale” per stare vicino ai più bisognosi, fra i quali il porporato ricorda le famiglie costrette a lasciare un centro di accoglienza a Baghdad.
“Serve digiunare concentrandosi maggiormente sulla preghiera, sul pentimento, sull’astenersi dal magiare carne e pesce, dal bere alcolici, soprattutto dai vizi”. Egli critica i “discorsi falsi, l’ira, l’invidia, l’orgoglio, l’avidità” ai quali contrappone l’importanza di gesti simbolici come “atti di rettitudine, bontà e carità”. In quest’ottica si inserisce la decisione di stanziare oltre 32mila euro “ai bisognosi della diocesi di Baghdad e alla Caritas che fornisce gratuitamente 800 cesti di cibo”.
“La situazione in Iraq e nel mondo - spiega l’ausiliare di Baghdad - è critica, noi abbiamo bisogno di stabilità con il nuovo governo anche se nelle ultime settimane si sono visti piccoli segnali di miglioramento. Questi sono concetti che abbiamo sottolineato nei giorni scorsi nell’incontro con il premier, auspicando il massimo impegno per il bene di un Paese che soffre da ormai 20 anni. Noi abbiamo deciso di pregare e digiunare, con la speranza che questo nuovo anno, il 2023, sarà davvero di pace e di tranquillità per tutti”.
In risposta, il capo del governo ha assicurato che “intende fare del suo meglio per gli iracheni, cristiani compresi. E il patriarca Sako - precisa mons. Yaldo - ha ribadito che l’attenzione va posta su tutti e che non si devono fare differenze, lavorando in particolare a favore dei giovani per dare loro un futuro."
Infine, l’ausiliare di Baghdad rivolge un pensiero agli sfollati cristiani, soprattutto quanti erano ospitati nel campo profughi della Vergine Maria a Zayouna, Baghdad. “Li abbiamo incontrati - conclude il prelato - e allestito per loro alcune stanze in un ex seminario della capitale, almeno 15 famiglie si stanno preparando al trasferimento. Come patriarcato ci stiamo adoperando al massimo per loro”.
Infine, un richiamo al dialogo fra fedi e alla preghiera per la pace giunge in questi giorni anche dal grande ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità sciita del Paese. Incontrando un alto funzionario Onu, il leader religioso ha sottolineato “l’importanza di moltiplicare gli sforzi per promuovere la cultura della coesistenza pacifica, di lottare contro l’odio e di sostenere valori fondati sulla solidarietà e l’attenzione ai diritti reciproci, nel rispetto delle diverse fedi”.

* Il 25 dicembre è stato dichiarato festivo per tutto l'Iraq mentre il 26 sarà festivo solo per i cristiani. Nota di Baghdadhope

13 dicembre 2022

PM al-Sudani Receives Patriarch of the Chaldean Catholic Church in Iraq

Photo Chaldean Patriarchate
By Shafaq

Iraq's new Prime Minister Mohammad Shia al-Sudani received the Chaldean Patriarch in Iraq and the world Cardinal Louis Raphael Sako and his accompanying delegation in Baghdad on Monday.
According to a readout issued by his office, the prime minister praised the peaceful coexistence among the Iraqis as the mainstay of civil peace and constructive citizenship that upholds the security and stability of the country.
The prime minister said that Christians played a major role in the cultural heritage of Iraq and the diversity of the Iraqi community, the readout said.
"The prime minister pledged to provide facilities for a set of issues raised during the meeting," the readout concluded.

Patriarcato caldeo: tre giorni di “digiuno speciale” prima del Natale, per chiedere il dono della pace


Un invito a digiunare per 3 giorni prima del Natale, per chiedere al Signore il dono della pace in Iraq e in tutto il mondo. E’ questa la proposta che il Patriarcato caldeo a rivolto a tutti i battezzati caldei sparsi nel mondo, all’inizio della terza settimana di Avvento.
I giorni indicati per osservare il “digiuno speciale” per la pace sono quelli del 21, 22 e 23 dicembre, quasi a preparare la strada al lieto annuncio della nascita di Gesù. “Natale” ricorda il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako nel messaggio diffuso dai canali informativi del Patriarcato caldeo – non è celebrare in ricordo passato di duemila anni fa”. La fede può riconoscere la presenza del Signore che è vivo e opera in mezzo a noi, “con amore e misericordia”.
Il digiuno “speciale” – prosegue il messaggio - può essere accompagnato anche con il sostegno concreto da rivolgere alle famiglie bisognose di profughi cristiani che avevano trovato sistemazione nel Campo rifugiati rinominato “della Vergine Maria”, intorno a una struttura edilizia fatiscente che ora sono costretti a abbandonare su ordine delle autorità locali. Le 130 famiglie di rifugiati, come riferito dall’Agenzia Fides, troveranno ospitalità presso le strutture restaurate dell’ex seminario caldeo, situate a Dora, sobborgo a sud di Baghdad.
I giorni del “digiuno speciale” per la pace – aggiunge il Cardinale Sako – potranno essere giorni di preghiera e di penitenza, di astinenza dal consumo di carne, pesce e alcolici, e anche dal lasciarsi andare a comportamenti e atteggiamenti viziosi come la maldicenza, il parlare menzognero, l’invidia, la superbia e l’avidità, compiendo piuttosto opere di carità, come quelle da realizzare grazie alla offerta di 50 milioni di dinari iracheni 8pari a più di 32mila euro) elargita dall’arcidiocesi caldea di Baghdad per sostenere iniziative a favore delle famiglie più indigenti.
Domenica 11 dicembre, dopo la recita della preghiera mariana dell’Angelus, Papa Francesco, mentre si accingeva a benedire le statuine di Gesù Bambino portate da tanti bambini e bambine a piazza San Pietro per essere poi poste nei presepi allestiti nelle proprie case, ha invitato tutti a pregare “davanti al presepio, perché il Natale del Signore porti un raggio di pace ai bambini del mondo intero, specialmente a quelli costretti a vivere i giorni terribili e bui della guerra, questa guerra in Ucraina che distrugge tante vite, tante vite, e tanti bambini”.

L’ex seminario accoglierà i rifugiati cristiani “sfrattati” dal “campo profughi della Vergine Maria”


Foto Patriarcato caldeo
Le strutture dell’ex seminario caldeo situato a Dora, sobborgo di Baghdad, sono state restaurate in tempi brevi per ospitare gli sfollati cristiani provenienti da Mosul e dalla Piana di Ninive che finora avevano trovato rifugio nella Capitale irachena, occupando i campo profughi che la popolazione aveva cominciato a chiamare “Campo della Vergine Maria”. 
E’ questa la soluzione pratica escogitata dal Patriarcato caldeo per affrontare una emergenza che richiama in tanti suoi dettagli e implicazioni le fatiche e le sofferenze attraversate dalle comunità cristiane irachene negli ultimi due decenni.
Le famiglie che troveranno ospitalità nella struttura risistemata per volontà del Patriarcato caldeo erano dovute fuggire nel 2014 dal Mosul e dalle città della Piana di Ninive, nel nord dell’Iraq. Avevano abbandonato le loro case e tutti i loro beni davanti all’avanzata delle milizie jihadiste del sedicente Stato Islamico (Daesh). Avevano trovato rifugio a Baghdad, dentro e intorno a un edificio nel quartiere di Zayouna, in quello che da quel momento era divenuto noto come il Campo profughi “della Vergine Maria”. 
A sfrattarli dalla loro precaria sistemazione residenziale sono stati gli appetiti commerciali d imprenditori e i piani di sviluppo urbano della Capitale irachena. Le 120 famiglie cristiane, nei mesi scorsi, avevano ricevuto l’ordine di evacuare il complesso che li ospitava, collocato su un terreno demaniale. L’ordine era arrivato dalla Direzione degli investimenti di Baghdad. La giustificazione della disposizione faceva riferimento al fatto che in quell’area dovrà sorgere un centro commerciale.
Nelle prima metà di ottobre, il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako aveva visitato il complesso della Vergine Maria per manifestare vicinanza alle famiglie di sfollati e farsi carico delle loro preoccupazioni.
La soluzione trovata è stata quella di risistemare a aprire ai profughi cristiani le strutture dell’ex seminario caldeo, ubicato nella zona conosciuta come “Makanik” a Dora, sobborgo meridionale di Baghdad. Quella struttura dismessa già un decennio fa aveva accolto sfollati provenienti da altre città. Attualmente, una parte delle famiglie lì ospitate sono emigrate o sono tornate alle loro case d’origine, e una parte delle strutture versava in stato di abbandono. Negli ultimi mesi, un’opera straordinaria di recupero e manutenzione realizzata anche grazie al contributo dell’ingegnere Jinan Khader ha consentito di predisporre il complesso all’accoglienza delle famiglie “sfrattate” dal Campo profughi della Vergine Maria. I lavori di recupero e restauro – riferiscono i mezzi di comunicazione del Patriarcato caldeo – hanno interessato anche la chiesa dell’ex seminario.
Nel sobborgo di Dora, prima dell’intervento militare USA in Iraq del 2003, vivevano almeno 150mila cristiani, perlopiù appartenenti alla Chiesa caldea e alla Chiesa assira d’Oriente.
Il seminario maggiore caldeo nel gennaio 2007 fu trasferito per ragioni di sicurezza da Baghdad ad Ankawa, sobborgo di Erbil, capoluogo del Kurdistan Iracheno. Negli ultimi quindici anni si è registrato un impressionante esodo della popolazione cristiana di Dora.

10 dicembre 2022

Conferenza di dialogo cristiano-sciita in programma nel marzo 2023, a due anni dalla visita del Papa


Nel marzo 2023, a due anni dalla visita apostolica in terra irachena, l’Iraq ospiterà una Conferenza di dialogo cristiano –sciita.
L’iniziativa coinvolgerà alti rappresentanti cristiani e sciiti, si svolgerà tra Baghdad e la città santa sciita di Najaf e si porrà come occasione di incontro e confronto nel solco dello storico incontro avvenuto il 6 marzo 2021 a Najaf tra il Vescovo di Roma e l’Ayatollah al Sistani.
Nel pomeriggio di venerdì 9 dicembre, una delegazione di autorevoli studiosi sciiti provenienti da Najaf sono stati ricevuti a Baghdad dal Cardinale Louis Raphael Sako, Patriarca della Chiesa caldea.
L’incontro – riferiscono i media collegati al Patriarcato caldeo – ha fornito l’occasione per un confronto sui contenuti che saranno al centro della Conferenza e su alcuni dettagli organizzativi.
La delegazione proveniente da Najaf comprendeva autorevoli esponenti sciiti, compreso Sayyed Jawad Mohammed Taqi Al Khoei (segretario generale dell’Istituto Al Khoei e co-fondatore del Consiglio iracheno per il dialogo interreligioso) e Sayyed Zaid Bahr al-Ulum, Professore all’Hawza di Najaf, uno dei seminari sciiti (hawza) più antichi del mondo, fondato nell’XI secolo dal grande studioso sciita Shaykh Al Tusi.
Alla vigilia del viaggio di Papa Francesco in Iraq, in un’intervista all’Agenzia Fides, il Patriarca Sako aveva voluto richiamare l’attenzione sulla frase dell’Ayatollah Alì al Sistani che in quei giorni campeggiava sui poster appesi nelle città irachene, in cui in cui la foto della massima autorità sciita del Paese era affiancata a quella del Vescovo di Roma: “Al Sistani” aveva rimarcato il Patriarca “ha detto: ’Voi siete una parte di noi, e noi siamo una parte di voi’. E’ un modo suggestivo per dire che siamo fratelli”.

8 dicembre 2022

Iraq: The Grand Ayatollah Sistani’s emphasis on mutual rights and respect among followers of religions


This morning (Wednesday, 07 December 2022), Miguel Angel Moratinos, the United Nations Under–Secretary–General and High Representative for the United Nations Alliance of Civilizations met with the Grand Ayatollah Sistani in Najaf Ashraf.
According to Shafaqna, the office of the Grand Ayatollah Sistani published a statement about this meeting. The statement reads:
The Grand Ayatollah Sistani received Miguel Angel Moratinos, the United Nations Under–Secretary–General and High Representative for the United Nations Alliance of Civilizations and the person in charge of United Nations Plan of Action to safeguard religious sites before noon today (Wednesday).
The High Representative for the United Nations gave some explanations about this plan, the principles based on it and accomplished procedures in this regard. According to this statement, the Grand Ayatollah Sistani, in this meeting, emphasized the importance of redoubled efforts to promote the culture of peaceful coexistence, negation of violence and hatred and establishment of values of solidarity based on paying attention to mutual rights and respect among the followers of various religions and intellectual trends.
Then, the Grand Ayatollah Sistani pointed out: Tragedies that many nations and ethnic and social groups are suffered in several parts of the world- as a result of intellectual and religious repression and suppression of fundamental freedoms and lack of social justice- play a major role in the emergence of some extremist movements. These movements use blind violence against defenseless civilians and attack religious and ancient sites of those that are different from them in terms of thought and belief.
Also, the Grand Ayatollah Sistani stressed the necessity of dealing with background of these banned and condemned phenomena and taking serious action to reach some degree of justice and peace in various communities that are worthy of human dignity- as God wishes and added that this issue will constrict the favorable space for extending extremist thoughts.
In the end, the prominent Marja’ al-Taqlid of Shia praised the attempts of the United Nations in this regard and whished Mr. Moratinos’ success in performing his mission and asked him to convey his greetings and regards to Antonio Guterres, Secretary-General of the United Nations.

7 dicembre 2022

Iraq: Erbil, visita ufficiale del comandante dell’Italian National Contingent Command Land alla cattedrale caldea e all’arcivescovo Warda


Foto difesa.it
Visita ufficiale oggi* del comandante dell’Italian National Contingent Command Land, colonnello Daniele Pisani, accompagnato dal cappellano militare, all’arcivescovado e alla cattedrale caldea di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, dove è stato accolto da mons. Bashar Matti Warda, che guida l’arcidiocesi locale dal 2009. 
L’incontro, si legge in un comunicato dell’Esercito italiano, si è protratto per circa 45 minuti e si è svolto in un clima di estrema cordialità e di reciproca attenzione. Questa visita si inserisce in una serie di incontri istituzionali che il col. Pisani ha avviato con le diverse autorità politiche, religiose e militari del Kurdistan iracheno allo scopo di consolidare ulteriormente il rapporto di conoscenza e reciproca fiducia che già esiste fra la popolazione locale e il contingente italiano. 
Nel corso del colloquio sono state affrontate varie tematiche relative alla cooperazione e all’attuale panorama geopolitico dell’area, nonché alla specifica situazione della comunità caldea, che molto ha sofferto negli anni in cui l’Isis imperversava nella regione. 
Mons. Warda, secondo quanto riporta il comunicato, ha sottolineato che, nonostante la tragedia vissuta in quegli anni, la Chiesa caldea, anche grazie agli aiuti internazionali, intende continuare non solo ad esistere e a rimanere vitale nel Paese, ma a essere soprattutto un elemento aggregante e pacificatore.
“Dobbiamo sognare, progettare e creare il futuro fin da ora – ha detto l’arcivescovo – perché è solo così che riusciremo a vivere in pienezza il presente”.
A conferma di questo, infatti, la Chiesa caldea risulta molto impegnata non solo nell’ambito spirituale, ma anche in quello sociale, culturale e assistenziale; basti pensare alla fondazione, avvenuta nel 2015, dell’Università cattolica di Erbil, che oggi accoglie studenti da tutto l’Iraq e non solo di fede cristiana.
I cristiani caldei, eredi dell’antico popolo assiro, sono una parte importante delle molteplici comunità etniche e religiose che costituiscono l’Iraq. Essi hanno da sempre collaborato fortemente con la maggioranza musulmana nell’interesse comune per un’armonica convivenza e un fruttuoso sviluppo.

* In realtà lo scorso 30 novembre. Nota di Baghdadhope

6 dicembre 2022

Faire sonner les cloches de Mossoul: le sacerdoce d'une fonderie normande

6/12/2022 

Gabriel, Michel et Raphaël sonneront bientôt à Mossoul : trois cloches nées dans la fonderie de Villedieu-les-Poêles (Manche) vont s'envoler vers l'Irak pour rejoindre l'église du couvent Notre Dame de l'Heure, partiellement détruit par l'Etat islamique.
L'une des trois cloches, déjà nettoyée et accordée, a sonné lundi pour la première fois sous les coups de battant de l’ambassadeur d'Irak en France, Wadee al-Batti, accompagné de la directrice générale de l'UNESCO Audrey Azoulay et le provincial dominicain Nicolas Tixier
La délégation avait fait le déplacement pour assister au "déchapage" (retrait du moule extérieur NDLR), et donner le premier coup de brosse aux deux autres cloches encore sous moule avant le transport des trois instruments par avion vers de la deuxième ville d'Irak, à l'extrême nord.
 "En tant que chrétien de la ville de Mossoul, j'ai beaucoup de souvenirs de ce clocher, pendant toute mon enfance, pendant mes études, il a rythmé ma vie" a déclaré M. al-Batti, également ambassadeur à l'UNESCO depuis dimanche.
Faire sonner à nouveau des cloches à Mossoul est pour lui "une victoire de la vie: celle d'être réunis ensemble contre le terrorisme et la violence".
Première école de filles en Irak, première école d’institutrices, le couvent de Notre-Dame de L’Heure (al Saa-a en arabe) a été construit par des frères dominicains au milieu du XIXe siècle sur les plans d’un architecte français. Le campanile de son église (cloches et horloges) avait été payé sur les deniers personnels de l'impératrice Eugénie.
Ce symbole avait été détruit en 2017 par les hommes de Daesh avant d’être chassés de la ville par l’armée irakienne.
L’UNESCO supervise la reconstruction de la vieille ville de Mossoul après sa destruction durant les combats contre l'Etat Islamique, un chantier à plus de 100 millions d'euros.
La directrice générale de l'UNESCO Audrey Azoulay a vu dans ce projet "un soutien à la société mossouliote dans sa diversité, culturelle, cultuelle, de connaissance, d'université, de librairie, il s'agit de reconstruire cet esprit, et pas uniquement des pierres".

"Parler à toutes les confessions"
Le frère Nicolas, habillé d'une seule tunique blanche malgré le thermomètre tutoyant le zéro dans la fonderie Cornille Havard, a estimé que "ces cloches portent l'espoir, et pas uniquement pour la communauté chrétienne", avant d'évoquer un souvenir: "je suis allé à Mossoul récemment et un policier musulman m'a demandé quand les cloches allaient revenir".
Ces trois cloches de bronze, qui pèsent de 110 à 270 kg (fa, mi, sol) ont été fondues en novembre dans un alliage caractéristique composé de 78% de cuivre et 22% d'étain La pose et la maintenance seront assurées en Irak par une équipe de locaux formée sur place par Paul Bergamo, directeur et propriétaire de la fonderie.
"Aller à Mossoul était bouleversant, c'est un projet qui me marquera pour un moment", a déclaré celui qui se voulait "passeur de savoir" dans cette aventure.
Son atelier emploie 15 artisans à plein temps et exporte 25% de sa production, entre autres vers le Vietnam, l'Irlande ou encore le Bénin: 100 cloches d'église par an, pour 200 à 300 cloches de maison. Il n'existe plus que deux fonderies de cloches en France (l'autre est en Savoie), et une trentaine dans le monde.
L'installation des cloches, nommées après les trois archanges, Gabriel, Michel et Raphaël pour "parler à toutes les confessions", selon M. Bergamo, est prévue avant le 6 mars 2023. La fin complète des travaux de reconstruction du couvent est prévue pour décembre 2023 au plus tard.

Camminare insieme nella fede degli Apostoli. Intervista a Mar Awa III, Patriarca della Chiesa assira d'Oriente

Gianni Valente

Un programma ecclesiale sinodale è fecondo se «aiuta tutti a camminare nella fede degli Apostoli custodita dalla Tradizione». Per questo i richiami alle dinamiche sinodali non possono essere usati «per aprire fratture tra i membri della Chiesa su questioni di fede o di morale». Così Mar Awa III, Patriarca della Chiesa della Chiesa assira d’Oriente, offre da una prospettiva orientale coordinate suggestive e utili per guardare anche al processo sinodale avviato nella Chiesa cattolica.
Sabato 19 novembre Mar Awa III ha compiuto la sua visita fraterna a Papa Francesco, che lo ha ricevuto nel Palazzo apostolico. In occasione della sua prima trasferta a Roma da Patriarca, Mar Awa III ha anche tenuto presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) una conferenza sulla “teologia della sinodalità nella Chiesa dell’Oriente”, nel quadro del Simposio ecumenico internazionale “Listening to the East” (Ascoltare l’Oriente) promosso dall’Angelicum e dalla Fondazione Pro Oriente per ascoltare relazioni, dibattiti e testimonianze sulla sinodalità nella vita e nella missione delle Chiese ortodosse e nelle antiche Chiese orientali.
Nell’intervista a tutto campo, rilasciata all’Agenzia Fides, il Patriarca assiro critica le campagne di “demonizzazione” della Chiesa ortodossa russa e del suo Patriarca Kirill. Mar Awa offre risposte non scontate e illuminanti anche sulla condizione dei cristiani in Medio Oriente, sulla ricerca di una data comune per la celebrazione della Pasqua, sul cammino verso la piena comunione tra la Chiesa assira d’Oriente e la Chiesa di Roma. Il Primate della Chiesa assira accenna anche al “segreto” della grande progressione missionaria della antica Chiesa d’Oriente, che nei primi secoli cristiani aveva portato l’annuncio del Vangelo fino in Cina, in Mongolia e nella Penisola arabica.
Il 122esimo Patriarca della Chiesa assira d’Oriente, eletto l’8 settembre 2021, viene dagli USA e ha compiuto parte del suo percorso di formazione nelle accademie cattoliche. Nato 47 anni fa a Chicago, e quindi figlio della diaspora assira negli USA, David Royel è stato ordinato diacono già a 17 anni, e in seguito ha conseguito titoli di laurea in sacra teologia presso la Loyola University di Chicago e presso l’University of Saint Mary of the Lake. Successivamente ha conseguito la licenza in Sacra Teologia e il dottorato presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma. È stato ordinato Vescovo dall’allora Patriarca Mar Dinkha IV nel 2008, prendendo il nome di Awa (che in lingua assira significa “padre”) e divenendo il primo Vescovo della Chiesa assira nato negli USA. Prima dell’elezione patriarcale, Mar Awa era Vescovo della diocesi assira di California (USA) e Segretario del Santo Sinodo.

Nel processo sinodale avviato nella Chiesa cattolica, alcuni ancora suggeriscono di guardare alle Chiese d’Oriente per “imparare” la sinodalità. Nell’esperienza delle Chiese d’Oriente quale è il criterio che orienta e può rendere ecclesialmente fecondo l’esercizio della sinodalità?
MAR AWA III: La dinamica sinodale della Chiesa consiste nel camminare insieme nella fede della Tradizione apostolica. La modalità sinodale serve a custodire e confermare l’unità della fede in questo cammino, facilitandolo per tutti e liberando tutti da pesi inutili e prassi ecclesiali che lo intralciano. Quindi il criterio per valutare la validità e la fecondità di un processo sinodale è se esso, nel tempo presente e nell’attuale condizione storica, aiuta tutti a camminare nella fede degli Apostoli custodita dalla Tradizione.
L’esercizio della sinodalità, se davvero è il cammino di tutti i battezzati e di tutti i vescovi come successori degli Apostoli, non può mai essere utilizzato per allontanarsi dall’alveo della Tradizione apostolica, della fede trasmessaci dagli Apostoli, che unisce la Chiesa cattolica e le antiche Chiese d’Oriente. Condividiamo lo stesso Depositum fidei ricevuto dagli Apostoli.
In molti casi il cammino sinodale viene presentato come un processo dialettico tra posizioni diverse che cercano di ottenere un consenso per mantenere o cambiare la posizione della Chiesa su un’agenda di temi ecclesialmente e dottrinalmente sensibili. Con dinamiche che assomigliano a quelle politiche e “parlamentari”.
MAR AWA III: Qualcuno mi ha parlato di questo. Forse si può correre questo rischio, quando si passa da una gestione centralizzata in cui tutto è nelle mani di una sola persona a una modalità sinodale di conduzione delle dinamiche ecclesiali. Eppure il modello sinodale praticato nelle Chiese d’Oriente non è interessante perché è più vicino ai sistemi di gestione moderna del potere, ma perché è più congeniale a manifestare il consenso intorno al Depositum fidei, e a custodirlo insieme. Un’autentica dinamica sinodale nasce proprio dal fatto che i vescovi e tutti i battezzati camminano insieme nella stessa fede, e convergono nel cercare insieme le forme e le prassi più adatte a testimoniare la stessa fede nel tempo presente. Immagino che anche la gran parte dei vescovi cattolici condividano il desiderio e la volontà di mantenere la dottrina tradizionale, anche su questioni come il matrimonio.
Se le dinamiche sinodali esprimono il camminare di tutta la Chiesa nel solco della fede degli Apostoli, non possono essere usate per aprire fratture tra i membri della Chiesa su questioni di fede o di morale. Piuttosto, l’esercizio della sinodalità serve anche a mantenere l’unità nello stesso cammino di sensibilità diverse, comprese quelle di chi auspica un maggiore adattamento alla mentalità del mondo attuale.
Molti cristiani vanno via dal Medio Oriente. Il Patriarcato assiro è invece tornato in Mesopotamia da pochi anni, dopo otto decenni di “esilio” prima a Cipro e poi negli USA. Ora Lei risiede a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Dal suo punto di vista in Iraq, quali sono le cose davvero necessarie per custodire la presenza dei cristiani in Medio Oriente?
MAR AWA III: Ci vuole impegno a livello delle autorità politiche e militari affinché sia garantita sicurezza, e che non ritorni un giorno, magari tra qualche anno, un altro “Stato Islamico” a spargere paura e angoscia tra i cristiani. Serve anche creare opportunità di lavoro per garantire un minimo di sicurezza economica. Adesso la situazione appare difficile per tutti, e lo è ancor più per i gruppi sociali più deboli e minoritari. E la corruzione diffusa nel paese peggiora tutto. Ma ci sono luoghi dove i buoni segni di speranza si vedono, come accade appunto nel Kurdistan iracheno.
Il Patriarca latino emerito di Gerusalemme Michel Sabbah ha detto che il futuro dei cristiani in Medio Oriente non è una questione di numeri, ma di fede.
MAR AWA III: Se non c’è vincolo di affetto e gratitudine con le terre in cui si è nati e dove si è ricevuto il dono della fede, poi è più facile che per legittimi motivi tante persone preferiscano andar via. Non tutto si spiega solo con le discriminazioni e i maltrattamenti subiti. I cristiani possono rimanere solo se si ravviva in loro il legame di affetto con una terra e una storia ricca di fede, come testimoniano i nostri antichi monasteri. E anche su questo punto le autorità civili possono fare qualcosa. Ho suggerito a Masrour Barzani, il Primo Ministro della Regione autonoma del Kurdistan, di incentivare il turismo religioso e i pellegrinaggi nei monasteri antichi e nei luoghi cari alla memoria delle nostre Chiese. Così anche la nostra gente emigrata e i loro discendenti nati nella diaspora possono tornare a visitare gli antichi villaggi d’origine, con le loro chiese, e ravvivare il vincolo con le terre dei loro padri.
Il dialogo di Papa Francesco con autorevoli esponenti dell’islam, focalizzato sulla riscoperta della fratellanza universale e ispirato dal Documento di Abu Dhabi, che riflesso ha sulla condizione dei cristiani in Medio Oriente?
MAR AWA III: Magari qualcuno può pensare che il dialogo sulla fratellanza esprima una prospettiva idealistica con scarse possibilità di generare conseguenze concrete. Ho parlato anche di questo, nel mio incontro con Papa Francesco. Io credo che questi incontri e questi dialoghi siano comunque utili, anche quando rimangono a livello di auspici e dichiarazioni d’intenti. È comunque confortante vedere che il Papa e gli altri Capi delle Chiese hanno a cuore la sorte dei cristiani in Medio Oriente, e anche per questo tessono rapporti e dialoghi fraterni con Capi musulmani. Anche i concittadini musulmani, quando vedono i loro capi dialogare con alti rappresentanti delle Chiese, possono liberarsi da pregiudizi e sentimenti ostili verso i cristiani. Questo non risolve magicamente tutti i problemi, ma comunque aiuta molto.
Tra la Chiesa di Roma e la Chiesa assira d’Oriente non c’è stata mai nessuna rottura diretta su questioni dogmatiche e teologiche. Nel dialogo teologico tra le due Chiese si sono ottenuti risultati importanti. Papa Francesco, nel discorso rivolto a Lei, ha auspicato che la Chiesa assira diventi la prima tra le antiche Chiese d’Oriente con cui la Chiesa di Roma possa ritrovare la piena comunione sacramentale.
MAR AWA III: Non c’è stato nessun anatema tra la antica Chiesa Assira d’Oriente e la Chiesa di Roma. La separazione è cominciata dal Concilio di Efeso, nel 431, ma il Depositum fidei che celebriamo prima di Efeso è condiviso, e siamo chiamati a custodirlo insieme. Nel 2025 si celebrano i 1700 anni del Concilio di Nicea. Si è iniziato a parlare della possibilità di avere un incontro per celebrare quel Concilio tutti insieme: la Chiesa di Roma, le Chiese ortodosse, le antiche Chiese d’Oriente… Nicea ci unisce. Nicea è di tutti. In tutte le nostre diverse liturgie recitiamo il Credo di Nicea, anche se non siamo in piena comunione.
A che punto è il cammino del dialogo ecumenico tra Chiesa assira e Chiesa di Roma, dopo la fondamentale dichiarazione cristologica comune firmata da Giovanni Paolo II e dal Patriarca Mar Dinkha IV?
MAR AWA III: Nel 2017 abbiamo firmato un testo in cui cattolici e assiri riconoscono mutuamente la validità dei sacramenti celebrati e amministrati nella Chiesa cattolica e nella Chiesa assira d’Oriente. Quindi si può dire che la seconda tappa del cammino si è conclusa con successo. Adesso siamo entrati nella terza fase del nostro dialogo, che tratta della Costituzione della Chiesa. E ovviamente in questa fase è implicata anche la questione del primato del Vescovo di Roma e la questione della comunione e del primato a livello locale e anche universale.
Il consenso sulla validità dei sacramenti cosa comporta?
MAR AWA III: Non siamo ancora arrivati alla piena e incondizionata possibilità di ricevere i sacramenti amministrati da sacerdoti e vescovi dell’altra Chiesa. Ma già dal 2001, con un accordo entrato in funzione già all’epoca di Papa Giovanni Paolo II e Mar Dinkha IV, può essere praticata tra le due Chiese una “ospitalità sacramentale” speciale, per motivi pastorali di necessità. Questo rimane. E in più si è aggiunto il riconoscimento che la Chiesa cattolica e la Chiesa assira concordano nella dottrina e nella teologia sacramentale. Però, arrivare alla piena comunione è un cammino a lungo termine e sarebbe un cammino da condividere con tutte le altre Chiese non cattoliche, un cammino guidato dalla preghiera intensa e dallo stesso Spirito Santo.
Il Cardinale Louis Raphael Sako, come Patriarca della Chiesa caldea – che condivide con la Chiesa assira lo stesso patrimonio liturgico e teologico – ha proposto di avviare un cammino di riunificazione tra le due Chiese, ambedue “eredi” dell’Antica Chiesa d’Oriente…
MAR AWA III: Coi caldei, che sono certo i nostri fratelli, noi siamo sempre pronti a parlare di unità e della riunificazione in una unica Chiesa d’Oriente. Però rifiutiamo totalmente l’uniatismo, il quale è stato alle origini dello scisma di 1552. La proposta del Patriarca Sako credo sia questa: i due Patriarchi, il caldeo e l’assiro, si dimettono dai loro incarichi, e i vescovi assiri e caldei eleggono insieme un altro Patriarca della Chiesa d’Oriente, ma poi quel Patriarca deve essere in comunione gerarchica con il Papa. E questa procedura non mi sembra percorribile. La strada è quella di ritrovare le radici della Chiesa d’Oriente, risalire a prima del 1552, vedere quale era l’ecclesiologia condivisa nel momento della separazione.
Anche nell’incontro tra Lei e Papa Francesco è stata toccata la questione di trovare una data comune per celebrare la Santa Pasqua. Ritiene che questa sia davvero una possibilità all’orizzonte?
MAR AWA: Noi nel Sinodo del 2019, sotto il mio predecessore Mar Gewargis III, abbiamo accettato l’idea di trovare con le altre Chiese una data comune fissa per celebrare la Pasqua. Per quanto ne so, su questa possibilità concordano anche i copti e i siro ortodossi. Papa Francesco su questo è molto disponibile. E ultimamente ha espresso apertura anche Bartolomeo I, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli. Magari si potrebbe provare a trovare prima un accordo sulla data comune per la celebrazione della Pasqua tra la Chiesa cattolica, la Chiesa Assira e le altre antiche Chiese d’Oriente. Gli ortodossi potrebbero poi unirsi progressivamente, se di volta in volta matura il consenso in ogni singola Chiesa ortodossa.
Lei, prima di venire a Roma e incontrare Papa Francesco, ha incontrato Kirill, il Patriarca di Mosca.
MAR AWA III: Sì, la settimana prima ero andato in Russia, a incontrare la nostra comunità in quel Paese, e ho incontrato a Mosca anche il Patriarca Kirill. Abbiamo parlato a lungo sulla condizione attuale dei cristiani del Medio Oriente. Lui mi ha detto anche di portare i suoi saluti sinceri a Papa Francesco, cosa che ho fatto qualche giorno dopo.
Il Patriarca Kirill viene attaccato come complice e quasi corresponsabile della guerra in Ucraina. Lei come lo ha trovato? E cosa pensa delle misure prese contro di lui e contro la Chiesa ortodossa russa?
MAR AWA III: Il Patriarca Kirill mi è apparso molto sincero. E comunque ogni demonizzazione della Chiesa russa o dello stesso Kirill non è giusta. Lui è a capo di una Chiesa, non guida la politica del Paese. E si capisce che lui sta in una posizione molto difficile. Bisogna tener conto anche di questo. Anche la decisione dell’Unione Europea di porre sanzioni ad personam contro di lui è una cosa inopportuna, crea un precedente grave e contraddice tutti i richiami a distinguere sfera ecclesiale e sfera politica, Chiesa e governo secolare. Se si prende questa strada, può accadere lo stesso a altri Capi e esponenti ecclesiali che siano fatti oggetto di valutazioni negative da parte di qualche apparato politico.
La guerra in Ucraina è anche una grande tragedia cristiana. Con Kirill ne avete parlato?
MAR AWA III: Io ho espresso il desiderio che si arrivi presto a un cessate il fuoco, e si arrivi a una soluzione per far cessare le sofferenza del popolo. Ucraini e russi condividono lo stesso battesimo, attingono alla stessa sorgente spirituale. E non ho trovato giuste nemmeno le pressioni operate per marginalizzare gli ortodossi russi negli incontri ecumenici, come si è tentato di fare nell’Assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC) ospitata tra agosto e settembre a Karlsruhe, in Germania. Bisogna sempre lasciare aperte le porte al dialogo. Mentre se si seguono certi ragionamenti, bisognerebbe per coerenza eliminare tutti i cappellani militari, che benedicono soldati inviati a fare la guerra, da una parte o dall’altra.
La teologia e la spiritualità della Chiesa assira sottolineano con forza la natura umana di Cristo. Questa prospettiva spirituale non potrebbe essere maggiormente valorizzata per l'annuncio cristiano nel tempo che stiamo vivendo? 
MAR AWA III: Nei manuali classici di teologia si scrive che la Chiesa assira mette l’accento con forza sull’umanità di Cristo. Ma prima occorre chiarire che noi confessiamo l’unità di divinità e umanità nella singola persona di Cristo. Come mostra la Scrittura e come è affermato anche vari Padri comuni della Chiesa, riconosciamo che arriviamo a contemplare il mistero della divinità di Cristo attraverso i gesti concreti della sua umanità. Questo fa parte dell’esperienza quotidiana dei cristiani quando pregano, quando vanno a messa e ricevono l’eucaristia.
Annunciando il Vangelo con questo accento, l’antica Chiesa assira d’Oriente ha vissuto una delle avventure missionarie più impressionanti della storia. Cosa può suggerire quell’esperienza dei primi secoli del cristianesimo ai missionari di oggi?
MAR AWA III: Nel 1904 a Turfan, nell’attuale provincia cinese dello Xinjiang, hanno trovato un libro di preghiere in cui le formule erano in siriaco e le rubriche erano riportate nella lingua locale. Si continuano a trovare resti di chiese e monasteri appartenuti a quella cristianità nell’attuale Mongolia e in tutta la Penisola arabica. I missionari della antica Chiesa d’Oriente erano un “esercito” di tipo spirituale. Erano soprattutto monaci e monache, e si recavano in contesti plasmati da altri pensieri, da antiche culture e mentalità religiose. Avvincevano i cuori delle persone con dolcezza, e non per dinamiche di conquista. E poi aiutavano le popolazioni locali a trovare i segni grafici per mettere in forma scritta le loro lingue e le loro parlate. E ogni urgenza, ogni problema concreto della vita diveniva occasione per fare il bene, diventando amici e fratelli con tutti.

2 dicembre 2022

UN: Iraq Christians were victims of Islamic State war crimes

By AP
Edith M. Lederer

Evidence collected in Iraq strengthens preliminary findings that Islamic State extremists committed crimes against humanity and war crimes against the Christian community after it seized about a third of the country in 2014, a U.N. investigative team said in a report circulated Thursday.
The report to the U.N. Security Council said crimes included forcibly transferring and persecuting Christians, seizing their property, engaging in sexual violence, enslavement and other “inhumane acts,” such as forced conversions and destruction of cultural and religious sites.
In addition, the team said it has identified leaders and prominent members of the Islamic State extremist group who participated in the attack and takeover of three predominantly Christian towns in the Nineveh plains north of Iraq’s second largest city, Mosul, in July and August 2014 -- Hamdaniyah, Karamlays and Bartella. It also started collecting evidence on crimes committed against the Christian community in Mosul.
Islamic State fighters seized Iraqi cities and declared a self-styled caliphate in a large swath of territory in Syria and Iraq in 2014. The group was formally declared defeated in Iraq in 2017 following a three-year bloody battle that left tens of thousands dead and cities in ruins, but its sleeper cells continue to stage attacks in different parts of Iraq. The 26-page report was submitted by the U.N. Investigative Team to Promote Accountability for Crimes committed by the Islamic State group, also known as IS, ISIL and Daesh.
The team updated its investigations into the extremists’ development and use of chemical and biological weapons, attacks on the Yazidi and Sunni communities, the mass execution of prisoners and detainees at Badush prison near Mosul in June 2014, and crimes in and around Tikrit.
In December 2021, the head of the U.N. team, Christian Ritscher, told the Security Council that Islamic State extremists committed crimes against humanity and war crimes at the prison in Badush.
In May 2021, Ritscher’s predecessor, Karim Khan, told the council that investigators had found “clear and compelling evidence” Islamic State extremists committed genocide against the Yazidi minority in 2014. He also said the militant group successfully developed chemical weapons and used mustard gas.
The new report said Ritscher’s team found evidence of payments to the families of Islamic State members killed deploying chemical weapons and records of payments for training senior operatives on the use of chemical weapons and devices to disperse such weapons.
The team said it is still assessing evidence of the use of agents.
“Evidence suggests that ISIL manufactured and produced chemical rockets and mortars, chemical ammunition for rocket-propelled grenades, chemical warheads and improvised explosive devices,” the report said. “Furthermore, the ISIL program involved the development, testing, weaponizations and deployment of a range of agents, including aluminum phosphide, chlorine, clostridium botulinum, cyanide, nicotine, ricin, and thallium sulphate.”
As for the destruction of cultural and religious sites by Islamic State fighters, the team said it expanded its investigations into different Iraqi communities and focused on several areas in Nineveh and Mosul.
This has led to a preliminary inventory of over 150 Kaka’i, Shabak and Shia Turkmen sites “suspected of having been destroyed by ISIL, along with enforced displacements, disappearances and sometimes killings of members of those communities,” the team said. It also identified places of worship and heritage sites in Tikrit that were severely damaged or destroyed by ISIL.
“The evidence obtained thus far shows that religious and cultural sites were either intentionally destroyed or taken over and occupied by ISIL, sometimes for military purposes, which resulted in their severe damage or destruction,” it said. “While the motives and methods adopted by ISIL are still being reviewed, it appears that explosives and heavy equipment were used to destroy many of the sites."
With regard to attacks on the Yazidi community in Sinjar, the team said it has expanded the list of identified perpetrators to currently include the names of 2,181 individuals, including 156 foreign fighters.
“In-depth case files have been developed in relation to 30 primary persons of interest,” it said.
The team said it has expanded its investigation into crimes by Islamic State against the Sunni community in Anbar, citing progress in its probe of the execution of hundreds of members of the Albu Nimr tribe between 2014 and 2016.
The U.N. investigation of the mass execution of detainees at Badush prison on June 10-11, 2014, continues, the team said, including interviews with additional witnesses and survivors.
This yielded “new and corroborative evidence on the circumstances under which approximately 1,000 predominantly Shia prisoners were targeted and executed by ISIL inside the prison and in various other locations,” it said.
The team said it has also continued investigating crimes against civilians in Tikrit and Alam in 2014 and 2015, and is gathering further evidence on the mass killing of unarmed military cadets and personnel from the Tikrit Air Academy in June 2014.
In the coming months, the investigators said they plan to focus on transitioning from investigations to building cases and sharing information with Iraq to spur prosecutions and accountability.

1 dicembre 2022

Il frutto della visita di papa Francesco in Iraq: procedono i lavori di costruzione della chiesa di Abramo ad Ur.

By Baghdadhope - Al Iraqiya - Shafaq

Photo Al Shafaq
La visita di Papa Francesco in Iraq nel marzo 2021 sta cominciando a dare frutti  concreti con l'avanzamento dei lavori di costruzione della chiesa che sorgerà ad Ur, il luogo natale del profeta Abramo e che ad egli sarà dedicata. 
Secondo quanto dichiarato all'inizio dei lavori lo scorso luglio dal vice governatore del governatorato di Dhi Qar, Ghassan Al-Khafaji, "La chiesa sarà dedicata ad Ibrahim Al-Khalil* dal nome del padre dei profeti nato in questa terra, mentre la grande sala interconfessionale sarà chiamata Pope Francis Hall secondo le istruzioni del Patriarca Louis Sako, la più alta autorità dei cattolici caldei nel mondo”.
Qualche giorno fa il supervisore del progetto, Talib Al Rikabi, ha dichiarato che  in tre mesi è stato completato il 30%  dei lavori di costruzione ed ha spiegato che la chiesa sarà situata su una superficie di 10.000 mq, conterrà una grande sala di 600 mq ed avrà una torre campanaria alta 23 metri.
Photo Al Shafaq
"La chiesa,"  la cui costruzione ha goduto di una cospicua donazione pari a 2 milioni di dollari da parte dell'uomo d'affari iracheno Edouard Fatohui Boutros,  e che sarà affiancata da una moschea come parte dell'iniziativa tesa alla pacifica convivenza delle religioni nella terra del profeta Abramo  "sarà un importante punto di riferimento turistico e religioso in grado di assicurare un ritorno economico."  
Il fatto poi che il complesso sarà polo di attrazione per i pellegrini che arriveranno in Iraq ed in particolare, quindi, nell'area archeologica di Ur, servirà, secondo Al Rikabi a fare pressione sui paesi a monte perché aumentino il rilascio di acqua necessaria alla sopravvivenza delle paludi, la dimora originaria dei Sumeri.
Un chiaro riferimento ai problemi idrici dell'Iraq causati non solo dai cambiamenti climatici ma anche dalla costruzione di grandi dighe da parte della Turchia sul Tigri (Diga di Ilisu) e dell'Iran (Diga di Daryan) sull'Eufrate.  

* Al Khalil (الخليل) "Amico di Dio" è l'epiteto di Abramo
 
nota di Baghdadhope