"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

4 marzo 2021

Il Papa all’Iraq: in cammino nella speranza, come Abramo

Allessandro Di Bussolo



In un videomessaggio al popolo iracheno, diffuso alla vigilia della partenza per Baghdad, Francesco invita i cristiani, ma anche tutti i “fratelli e sorelle di ogni tradizione religiosa”, a "rafforzare la fraternità, per edificare insieme un futuro di pace”.
E implora dal Signore “perdono e riconciliazione dopo anni di guerra e di terrorismo” Un pellegrino penitente, un pellegrino di pace e che invita gli iracheni a continuare il cammino di Abramo, “nella speranza”, senza mai togliere lo sguardo dalle stelle.
In un accorato videomessaggio al popolo iracheno diffuso alla vigilia della partenza del suo 33esimo viaggio apostolico, dal 5 all’ 8 marzo, Papa Francesco spiega di venire nella “vostra terra, antica e straordinaria culla di civiltà”, innanzitutto come “pellegrino penitente”
Per implorare dal Signore perdono e riconciliazione dopo anni di guerra e di terrorismo, per chiedere a Dio la consolazione dei cuori e la guarigione delle ferite.
Pellegrino di pace in cerca di fraternità
Ma anche “come pellegrino di pace, a ripetere” come Gesù nel Vangelo di Matteo: “Voi siete tutti fratelli”… In cerca di fraternità, animato dal desiderio di pregare insieme e di camminare insieme, anche con i fratelli e le sorelle di altre tradizioni religiose, nel segno del padre Abramo, che riunisce in un’unica famiglia musulmani, ebrei e cristiani.
L'incontro con una Chiesa martire
Il Papa si rivolge innanzitutto ai cristiani iracheni, che hanno “testimoniato la fede in Gesù in mezzo a prove durissime”, e si dice  “onorato di incontrare una Chiesa martire: grazie per la vostra testimonianza”. I troppi martiri che avete conosciuto, è il suo auspicio “ci aiutino a perseverare nella forza umile dell’amore”. E ricorda “le immagini di case distrutte e di chiese profanate” che gli iracheni fuggiti alla furia dell’Isis hanno ancora negli occhi, e nel cuore “le ferite di affetti lasciati e di abitazioni abbandonate”. Vorrei portarvi la carezza affettuosa di tutta la Chiesa, che è vicina a voi e al martoriato Medio Oriente e vi incoraggia ad andare avanti. Alle terribili sofferenze che avete provato e che tanto mi addolorano, non permettiamo di prevalere.
Come Abramo, guardiamo le stelle
“Non arrendiamoci davanti al dilagare del male” è l’appello del Pontefice, perché “le antiche sorgenti di sapienza delle vostre terre ci orientano altrove, a fare come Abramo che, pur lasciando tutto, non smarrì mai la speranza”. Fidandosi di Dio, Abramo “diede vita a una discendenza numerosa come le stelle del cielo”. “Guardiamo le stelle – è il suo invito - Lì è la nostra promessa”.
Rafforzare la fraternità, in questi tempi di pandemia
Poi Papa Francesco si rivolge a tutti gli iracheni “che molto avete sofferto, ma non vi siete abbattuti”. Ai cristiani, ai musulmani ma anche agli yazidi “che hanno sofferto tanto” chiamandoli “tutti fratelli”. Come “pellegrino di speranza” ricorda che “da voi, a Ninive, risuonò la profezia di Giona, che impedì la distruzione e portò una speranza nuova, la speranza di Dio”. Lasciamoci contagiare da questa speranza, che incoraggia a ricostruire e a ricominciare. E in questi tempi duri di pandemia, aiutiamoci a rafforzare la fraternità, per edificare insieme un futuro di pace. Insieme. Fratelli e sorelle di ogni tradizione religiosa.
Continuare il cammino di Abramo, percorrendo vie di pace
Il Papa conclude ricordando agli iracheni che “da voi, millenni fa, Abramo incominciò il suo cammino”, e oggi “sta a noi continuarlo, con lo stesso spirito, percorrendo insieme le vie della pace!”. E, come Abramo “camminare nella speranza e mai lasciare di guardare le stelle”. 

L’attesa dei cristiani iracheni di Germania, che vedranno il Papa solo in tv

Alessandro Di Bussolo

Nessuna delle 10 mila famiglie di caldei e siro-cattolici emigrate nella “locomotiva d’Europa”, causa pandemia, potrà raggiungere l’Iraq per il viaggio di Francesco, ma lo accompagneranno con la preghiera. Don Basa, parroco per il Nord Reno - Westfalia: “C’è gioia, preoccupazione e speranza. Come messaggero di pace, la visita del Papa potrà aprire la strada al dialogo e alla fratellanza”
Molti di loro avrebbero certo affrontato i costi del viaggio e anche i rischi di tornare in quell’Iraq dal quale hanno dovuto fuggire per salvarsi da guerra, persecuzione o anche solo dalla disoccupazione, per pregare con Papa Francesco nella terra dove sono nati. Ma i cristiani caldei della diaspora, 8 mila famiglie in Germania (10 mila se si contano anche i siro-cattolici), a causa delle restrizioni per frenare la pandemia, potranno seguire Francesco nel suo viaggio da Baghdad a Ur, da Erbil a Qaraqosh, dal 5 all’8 marzo, solo in televisione, in casa, e nemmeno in gruppo in qualche sala parrocchiale.
Cinque sacerdoti per 8 mila famiglie caldee in Germania
Sarà così anche per i caldei emigrati in Australia, Canada, Stati Uniti, e in tutta Europa, come ci spiega don Rebwar Basa, nato 42 anni fa a Shaqlawa, a pochi chilometri da Erbil, nel Nord dell’Iraq, e dalla fine del 2018 parroco ad Essen e in altre quattro missioni tedesche, a Bonn, Monschengladbach, Munster e Stadtlohn. A lui è affidata la cura pastorale di 1300 famiglie di cristiani caldei iracheni del Land Nord Reno-Westfalia, ed è uno dei 5 sacerdoti per le 8mila famiglie in Germania. La sua parrocchia caldea dei Santi Addai e Mari ad Essen si è spostata a giugno dalla chiesa di St. Albertus Magnus a quella più grande di St. Nikolaus, ma di trasferimenti don Rebwar ne ha fatti molti, nella sua vita.
Allievo di don Ganni, ucciso dall'Isis a Mosul nel 2007
Ha vissuto per nove anni a Mosul, dove è stato ordinato sacerdote nel 2004 dal cardinale patriarca Emmanuel III Delly, ed è stato allievo alla facoltà di teologia di Baghdad di don Ragheed Ganni, che nel giugno 2007, parroco della chiesa dello Spirito Santo a Mosul, è stato ucciso da terroristi dell’Isis all’uscita dalla Messa insieme a tre suoi giovani diaconi. Don Rebwar allora era a Roma, studente del Pontificio Istituto Biblico, ma nel 2017, per i 10 anni dalla morte del suo professore, ha pubblicato con Aiuto alla Chiesa che Soffre “Un sacerdote cattolico nello Stato Islamico: la storia di padre Ganni”.
Don Basa: non c'è pace in Iraq, preghiamo per il Papa
Ora don Ragheed è sepolto nella sua Karemlesh, nella piana di Ninive, da dove proviene anche la statua della Vergine Maria sfregiata dall’Isis che sarà accanto all’altare del Papa nella Messa ad Erbil, il pomeriggio del 7 marzo. Ad agosto 2019 si è chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione, e oggi la Chiesa caldea ne fa memoria accanto al vescovo di Mosul Paulos Faraj Rahho, rapito il 29 febbraio 2008 e trovato senza vita due settimane dopo. A don Basa chiediamo che si sta vivendo, nelle comunità cristiane caldee irachene in Germania, l'attesa per la visita di Papa Francesco in Iraq.

Con grande gioia, ma anche con tristezza e preoccupazione. Con grande gioia, perché sappiamo che questa è una visita storica: la prima visita di un Pontefice in terra di Mesopotamia. I cristiani iracheni sono popoli originari, la Chiesa risale ai primi secoli, grazie all’ evangelizzazione di San Tommaso apostolo, e questi cristiani hanno mantenuto la fede dai primi secoli fino ad oggi, nonostante tanti conflitti e preoccupazioni. Ma oggi questa comunità cristiana è diminuita, a causa delle ultime guerre e persecuzioni. Siamo tristi perché non possiamo essere lì. Volevamo partecipare a questo grande evento, come comunità cristiana irachena che vive in Germania, ma purtroppo non possiamo andare, perché la situazione della pandemia non ce lo permette. Siamo preoccupati perché sappiamo che in Iraq manca la pace. Ci sono tanti conflitti, tanti problemi, tante milizie e ci sono ogni giorno degli attentati, dei missili che vengono lanciati di qua e di là. Ci sono tante vittime e quindi siamo preoccupati per il Santo Padre. Lo accompagniamo con la preghiera e preghiamo il Signore affinché il Santo Padre come messaggero di pace possa portare tanta pace per l'Iraq e possa andare in pace e tornare in pace dall'Iraq. Questa sua visita ci apre una strada di dialogo, di grande volontà per ricostruire l’Iraq e per uscire da tutti questi conflitti, cominciando così una epoca di pace e di fratellanza.
Durante le celebrazioni del Papa in Iraq, non potrete riunirvi come comunità per assistervi insieme attraverso la Tv, a causa della pandemia. Lei però potrà parlare della sua Erbil come commentatore della Messa per Mediaset. Come descriverà la vita nella sua città e nel Nord Iraq oggi per i cristiani?
La vita dei cristiani iracheni ad Erbil e nel Nord Iraq è abbastanza stabile. Vorrei ricordare che i cristiani di Erbil hanno accolto con tanta gioia, con tanto amore i cristiani che dovevano fuggire dall’attacco dello Stato Islamico. Solo nella città di Erbil i cristiani hanno accolto circa 120 mila fratelli cristiani. Poi anche la comunità internazionale, la Chiesa, le associazioni, e il Santo Padre hanno aiutato tanto affinché la città di Erbil, ma anche altre del Nord e la Chiesa del Nord Iraq potessero accogliere questi cristiani e aiutarli a vivere una vita dignitosa, nonostante la persecuzione e la situazione in cui vivevano.
C'è la speranza che questo viaggio faccia capire a tutti nel mondo, e soprattutto in Iraq, che i cristiani non sono ospiti stranieri nella terra del Tigri e dell'Eufrate, ma abitanti originari del Paese. Oggi questo non è compreso abbastanza?
Sicuramente la visita del Santo Padre in Iraq fa capire a tanta gente in tutto il mondo che c'è una Chiesa in Iraq, c'è una presenza cristiana in Iraq che risale ai primi secoli. E c'è una Chiesa viva, che nonostante la persecuzione dà una grande testimonianza a Cristo. Poi per gli altri iracheni questa visita del Papa fa capire a tanta gente che i cristiani sono popoli originari, discendenti degli antichi caldei e assiri. Sono una presenza importante in Iraq: perché hanno una lunga storia, ma anche hanno un ruolo molto importante. Oggi sono pochi, ma non è importante la quantità ma la qualità. Gesù Cristo ci invita ad essere il sale della nostra terra, la terra del Tigri e dell'Eufrate, ad essere la luce, ad essere testimoni di Gesù, ad essere strumenti di pace e di fratellanza in questo Paese al quale manca la stabilità, la sicurezza e la pace.
Per la situazione drammatica dei cristiani in Iraq, il Patriarcato rivolge spesso appelli all'aiuto ai caldei della diaspora. Quale aiuto riuscite a dare, nella vostra situazione di piccola Chiesa di missione in Germania?
Come iracheni, l’Iraq e la nostra Chiesa in Iraq stanno al centro della nostra vita. Noi ricordiamo sempre l'Iraq nelle nostre preghiere, nelle Messe e preghiamo per la pace. Dopo la preghiera viene anche l'aiuto concreto: tante volte come comunità raccogliamo fondi per aiutare chi ha bisogno in Iraq, ma anche a livello personale tante famiglie vengono da me come parroco e perché vogliono donare qualcosa alle famiglie che si trovano in difficoltà in Iraq o ai cristiani che si trovano oggi in Turchia, Libano, in Giordania. Hanno lasciato l'Iraq ma vivono una situazione drammatica. I nostri cristiani qui in parrocchia e nelle missioni che abbiamo in Germania sono sempre in solidarietà e unità con l'Iraq, con la Chiesa e i suoi abitanti. Per esempio qui ad Essen, ultimamente, la nostra parrocchia ha anche aiutato una nuova diocesi Iraq. La maggior parte delle nostre famiglie sono nuove, qui in Germania. Nonostante questo siamo riusciti a raccogliere più di duemila euro per sostenere una delle nostre diocesi in Iraq. La nostra parrocchia è sostenuta delle famiglie: tante famiglie ogni mese donano 10 euro per poter coprire le spese mensili della chiesa e così possiamo avere una chiesa tutta nostra. Inoltre tanti cristiani caldei qui hanno dei parenti in Iraq e sempre sono in contatto con loro e li aiutano in diversi modi.
Qualcuna delle famiglie che sono fuggite dall'Iraq più di recente, dopo l'attacco dell'Isis nel luglio 2014 alla Piana di Ninive, sta pensando di rientrare in Iraq? Come sostenere comunque la presenza dei cristiani nella terra di Abramo?
Sappiamo tutti che una famiglia quando lascia il proprio Paese è molto difficile che poi prenda la decisione di tornare, dopo anni nei quali si è ricostruita una vita. I figli crescono, vanno a scuola, poi cominciano a lavorare… hanno imparato un'altra lingua, un'altra cultura, quindi anche se i genitori vogliono tornare, per i figli diventa troppo complicato. Però devo dire che tutti i cristiani dell'Iraq sia in Germania, ma anche in altri Paesi del mondo soffrono di una grande nostalgia dell'Iraq. Soffrono tanto. Sappiamo bene che non è stata una loro decisione quella di lasciare l'Iraq, ma purtroppo sono state le guerre, i conflitti, le persecuzioni. Come l'ultimo esempio dell’Isis, per come ha cacciato i cristiani dalle loro case, dalle loro chiese, dalle loro terre. Ma l’Iraq rimane sempre nel loro cuore e ringraziamo il Santo Padre Francesco che sta andando in Iraq per essere solidale con il popolo iracheno che ha sofferto per tante guerre e ancora sta soffrendo.

I giovani iracheni attendono il Papa: abbiamo sofferto troppo, vogliamo la pace

Antonella Palermo

In Iraq il 57% della popolazione ha meno di 25 anni. Francesco visiterà dunque un Paese potenzialmente ricco di energie vitali. Le guerre hanno tentato di spegnere i sogni, invece ancora sopravvive la speranza per un futuro luminoso. Parla una giovane della Chiesa assira, ex rifugiata: “Non dimenticherò mai le sirene in guerra. Ci aggrappiamo alla vita, ma vogliamo l’opportunità di essere davvero felici”
L’Iraq è nelle mani dei giovani. La povertà, i traumi delle guerre, la disoccupazione, le famiglie separate a seguito delle migrazioni forzate incidono sull'estrema precarietà di questo popolo. I giovani iracheni desiderano educazione, orientamento al lavoro, formazione professionale. Non hanno paura, vogliono mettersi in gioco ma hanno bisogno di conferme, di opportunità per incanalare le energie nella strada della pace, della condivisione, del dialogo che rifugge gli estremismi. Dahlia Khay Azeez è una quarantenne di Baghdad. Una laurea in Informatica, studi teologici dai padri Redentoristi. Poi il trasferimento in Belgio, il conseguimento della Licenza all’università di KuLeuven e il dottorato al Pontificio Istituto Orientale, a Roma, dove è iscritta al quarto anno. Ci ricorda che, appena arrivata qui, l’Istituto celebrava il centenario della fondazione e in quella circostanza il Papa si recò in visita lì. Lei era a pochi passi da lui ma non ebbe modo di salutarlo, di parlargli, solo vederlo mentre piantava un albero nel giardino dell’università, in segno di pace. La raggiungiamo ora nella sua città natale, dove da alcuni mesi ha fatto rientro per stare accanto alla famiglia, quattro fratelli, in un frangente così preoccupante a causa della pandemia. Anche adesso che il Pontefice è in procinto di atterrare nel suo Paese, non potrà partecipare agli incontri: troppo difficile spostarsi per lei. Ma a Dahlia è sufficiente sapere che il Papa, il primo in terra irachena, arriva a portare un messaggio di fraternità, soprattutto per i giovani.

Tutti sono molto molto felici per questa visita di pace. I musulmani lo sono perché è la prima volta che una persona importante viene da noi. Per noi il valore dell’ospitalità è grandissimo, è sacro. Come Abramo ha accolto i tre angeli nella sua casa, da noi la tradizione dell’ospitalità è radicata nella nostra anima. E’ una cosa meravigliosa per noi, siamo contenti. Speriamo che tutto andrà bene. Sarà tutto molto semplice ma qualcosa di bello e buono. Purtroppo, a causa del Covid-19, non possiamo fare tutto quello che vorremmo. Le persone che possono partecipare agli incontri sono state scelte, necessariamente, da alcune commissioni. Tutti si stanno impegnando perché vada tutto a buon fine. Seguo in tv i documentari, trasmettono programmi su Ur, si parla anche dei precedenti viaggi del Papa per farlo conoscere di più. Ecco, ora viene da noi, proprio lui viene da noi.
A Ur dei Caldei è previsto un incontro interreligioso aperto a tutti per sottolineare il valore della fratellanza universale….
Io credo che senza il virus si sarebbe potuto fare di più, ma pazienza. La cosa che vorrei dire al Papa, quando scenderà dal volo a Baghdad, è questa: prima di baciare questa terra, Santità, pensi che su ogni centimetro è caduto il sangue di un’anima innocente. Lui camminerà non solo su un Paese che si chiama Iraq, ma su una storia molto intrisa di dolore. Non abbiamo avuto mai pace. La sua venuta qui è come quando arriva una colomba che porta notizie buone. Per noi l’Iraq non è solo un luogo dove ci sono siti con delle antichità, è un Paese che vive sul sangue delle genti. Anche pochi giorni fa sono morte altre persone a Ur. Sono morti tanti giovani per la libertà. Io credo e spero che sarà una visita di benedizione e che porterà la fraternità.
Il Papa porterà lo spirito dell’ultima enciclica Fratelli tutti…
Speriamo… Noi abbiamo vissuto tante guerre e vogliamo cambiare questa sequenza di guerre. Noi siamo un popolo che ama la vita. Speriamo che ci saranno sempre più persone che lavorano per la pace.
I giovani come cercano di fronteggiare la crisi sociale, economica del Paese?
Noi cerchiamo di sopravvivere. Ci aggrappiamo alla vita. Sono tanti quelli che sono riusciti a studiare e a ottenere titoli di studio ma poi sono costretti a fare lavori che non c’entrano nulla con la loro formazione e i loro sacrifici, lo fanno pur di sopravvivere. Per noi la vita è importante. Io spero che questi giovani trovino opportunità, che abbiano migliori chances. Spero che Dio ascolterà le nostre preghiere. Quando verrà il Papa vedrà i loro volti, vedrà che ci sono sorrisi sulla loro faccia. Ma non c’è persona, famiglia - tra i cristiani, tra i musulmani, i curdi… - non c’è nessuno che non abbia sofferto. Avere un'opportunità di essere contenti, lavorare insieme, questo speriamo. Ora basta, dobbiamo vivere insieme e preparare il Paese per le generazioni che verranno dopo.
Perché molti sono affascinati dall’Isis?
In tutto il mondo c’è questa cosa. Qui alcuni sono mossi dalla povertà. Sono usati e manipolati per fragilità psicologiche. Noi vogliamo la pace. Io voglio dire che da noi ci sono due parole per indicare la pace: ܫܠܡܐ Šlāmā (pace) e ܫܝܢܐ Šaynā (tranquillità interiore). La prima indica l’assenza di guerre, la seconda la pace interiore. Quella davvero importante, da cui deriva l’altra, è la seconda. Io spero che questi giovani ci pensino tanto prima di essere tentati di distruggere se stessi e gli altri.
Un tema che hai a cuore è quello che definisci la ‘teologia dei rifugiati’…
Nel 1991 anche io sono stata una rifugiata. Siamo scappati da Baghdad nel nord del Paese, siamo finiti alla frontiera tra Turchia e Iran. C’erano tanti cristiani e curdi con noi. Siamo rimasti a lungo in un villaggio turco. Era un momento difficilissimo per me. Avevo dieci anni. Chiedevo dove è Dio. Dopo siamo rientrati a Baghdad. Nel 2014 quando l’Isis è entrato a Mosul, io mi sono confrontata con altri cristiani nella mia città. Anche loro si facevano la stessa domanda, non perché non credono in Dio, ma per dire: "dove sei? ti vorrei accanto". In fondo, è la stessa domanda di Gesù sulla croce. Io ho vissuto quattro guerre. Ora posso dire che comunque la speranza c’è sempre. Non so come spiegare, sempre dico ai miei amici a Roma: "Io sento la presenza di Dio molto forte in questo Paese". Forse lui l’ha messa dentro i nostri cuori, ci ha messo un sogno dentro. La forza di andare avanti c’è ma speriamo che ci sarà anche l’opportunità di realizzarla.
Cosa di più brutto ricordi della tua vita finora e cosa di più bello?
La guerra è sempre brutta. Ero piccola e avevo paura di andare a scuola. Pensavo sempre che qualcuno mi avrebbe attaccato. Una volta è stata presa di mira una scuola, perciò ero stata traumatizzata… meno male che mia madre è sempre stata molto forte e ci ha sempre fatto andare a scuola. Vedere il tuo Paese caduto, che devi ricominciare da zero… questo è davvero brutto. Anche nel 1991… non dimenticherò mai le sirene. E' così forte quel suono di allarme. Tanta paura. Quando attaccavano i posti… Qualche volta quando guardiamo in tv dei documentari storici io non voglio guardare, non voglio tornare al passato. Voglio guardare al futuro. Ogni volta che ho studiato e sono riuscita nei miei studi per me è stato meraviglioso. Mi dico: ‘hai fatto bene i tuoi esami’ e sono contenta. E poi, essere insieme è importante. Vedere persone che hanno paura, che sono deboli, che non hanno cibo: aiutarle ti fa sentire veramente bene, felice.

Cristiani fedeli alla terra d'Iraq, aperti al mondo (II)


In Iraq è tutto pronto per l’imminente viaggio apostolico di Papa Francesco, atteso per domani in una nazione che sta cercando - a fatica - di risollevarsi da anni di conflitti e violenze confessionali. La visita si snoderà attraverso tre direttive principali: l’incontro con la comunità cristiana, il tema del rapporto e del dialogo fra religioni diverse, in particolare cristiani e islam sciita, e la crisi politica e istituzionale che attraversa la nazione araba da quasi un ventennio. Ieri il patriarcato caldeo ha organizzato una serata di preghiera nella cattedrale di san Giuseppe, a Baghdad, guidata dal patriarca card. Louis Raphael Sako.
AsiaNews ha raccolto una serie di voci e testimonianze, approfondendo i temi che caratterizzano il viaggio apostolico: incontrare la comunità cristiana; il rapporto tra religioni diverse; incontrare l’Iraq. E la forza di una nazione che cerca di risollevarsi e provare un po’ di gioia, dopo un anno di lockdown a causa della pandemia da nuovo coronavirus.
Abbiamo raccolto pensieri e aspettative grazie alla collaborazione di don Paolo Thabit Mekko, responsabile della comunità cristiana a Karamles, nella piana di Ninive, e di p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya, nel Kurdistan irakeno.
Ecco quanto ci hanno raccontato (Seconda parte. Per la prima parte clicca qui):
Eshak Yaqo Esho, contadino e pensionato, 72 anni, di Enishle (Kurdistan irakeno)
La visita del papa è un invito, rivolto a tutti noi cristiani, a restare in Iraq, a restare saldi alla nostra terra, la terra dei padri e dei nonni, perché i nostri figli possano mantenere viva questa eredità culturale e di fede. E perché possano continuare questa via di fede nella terra di Mesopotamia. Sul piano personale sono molto felice: quando ero bambino, nel vecchio villaggio quando si parlava del papa si pensava a qualcuno che vive in un altro mondo, o nel cielo. Comunque molto lontano, vicino a Cristo. Nonostante il coronavirus, voglio seguire questa visita e pregherò per il suo successo, perché di questi tempi è una benedizione divina. Spero anche che possa rafforzare la convivenza pacifica, come fratelli nell’umanità: abbiamo sofferto molto, ma vogliamo vivere in pace e mi aspetto che il papa ci ricordi che siamo responsabili di questa terra. Soprattutto i giovani, tocca a loro mantenere viva la presenza cristiana.
Rami Saddeeq, 30 anni insegnante universitario, Karamles
Siamo molto eccitati per la visita di sua Santità papa Francesco in Iraq. Questo evento ha un grande significato e una importanza speciale per i cristiani che vivono in Iraq, perché darà loro speranza, forza e coraggio per restare in questo Paese. Noi qui abbiamo le nostre radici e diciamo a sua santità “Benvenuto in Iraq, benvenuto in Mesopotamia”.
Marvin Zaya Shamoon, impiegato governativo, 32 anni, di Amadya
Considero la visita del papa prima di tutto un sostegno per i cristiani dell’Iraq e la conferma dell’importanza della loro presenza. La loro esistenza continua, nonostante tutte le difficoltà. È sempre stato il mio sogno vedere un pontefice, ma a causa delle difficoltà dei visti non ho mai potuto andare in Vaticano e partecipare alla messa. Ora è il papa a venire e a realizzare il mio sogno, potrò vedere da vicino l’uomo della pace, il successore di Pietro, la nostra roccia, la nostra pietra su cui il Signore ha costruito la sua Chiesa. Tutte le tappe del viaggio sono molto interessanti e spero che tutti i responsabili religiosi e politici ascoltino bene i suoi discorsi, imparando cosa voglia dire “siamo tutti fratelli”. Mi aspetto che il papa dica ai responsabili del nostro Paese, specialmente quelli che sono a Baghdad, di preservare la presenza cristiana in Iraq e in Medio oriente, perché noi siamo origine e civilizzazione di questa antica nazione, nelle scienze e nella sapienza.
 Ashwaq Hannani 48 anni, segretario parrocchia, Karamles
La speranza più grande è che il papa, con questo suo viaggio in Iraq, possa portare dei cambiamenti nella mentalità dei politici del Paese. Prima di tutto ribaltando la loro attitudine farisaica, perché si adoperino davvero per un servizio alla nazione e al suo popolo.
 Zenna Yousif Toma, 30 anni, insegnate, Baghdad
Abbiamo vissuto l’attesa di Sua Santità con entusiasmo, gioia e partecipazione. La prima volta di un pontefice in Iraq è un evento storico. E le tappe della sua visita sono una motivazione ulteriore a lavorare nell’ottica del dialogo e della convivenza fra tutti gli irakeni. Aspettiamo, e confidiamo in questa visita, per diffondere la pace in tutta la nazione.
Samer Moner Butros, 25enne cantante della corale parrocchiale, Mosul
La visita del papa cambierà la prospettiva del mondo verso l’Iraq, che non è solo una nazione di guerra, ma aspira alla pace e alla convivenza. Lo aspettiamo colmi di gioia, in special modo in questa situazione instabile e difficile per la pandemia da nuovo coronavirus. Abbiamo bisogno di questa gioia, dopo un anno difficile fatto di molti lockdown. La sua presenza sarà di aiuto per far rinascere un Paese nuovo, grazie anche all’unione di intenti fra tutte le etnie, le sette e le religioni. E dal papa mi aspetto discorsi improntati a una convivenza concreta, e vera, una legge uguale per tutti, il fondamento comune della cittadinanza e il creare ponti fra gli irakeni e il mondo

Il monaco Jacques Mourad sul Viaggio del Papa in Iraq: “viene a portare Gesù a tutti, non solo ai cristiani”


“Dobbiamo pregare per questo viaggio. Non è un viaggio solo per i cristiani di lì, o per un solo Paese. E’ un viaggio per tutto il Medio Oriente. Preghiamo che aiuti tutti - sunniti, sciiti e anche cristiani – a essere sinceri nel dialogo”.
Così padre Jacques Mourad, monaco siro cattolico della comunità di Deir Mar Musa, si prepara a vivere e a seguire spiritualmente dalla Siria il viaggio di Papa Francesco nel vicino Iraq, che inizia domani. Padre Mourad, membro della comunità monastica fondata dal gesuita romano Paolo Dall’Oglio, nel 2015 è stato sequestrato e tenuto per lunghi mesi in ostaggio da miliziani jihadisti del sedicente Stato Islamico (Daesh). Dopo la sua liberazione ha vissuto per lungo tempo a Sulaymanyia, nel Kurdistan iracheno, presso la locale casa della sua comunità monastica. In quel tempo, ha assistito spiritualmente e materialmente tanti profughi cristiani iracheni fuggiti da Qaraqosh e da altre città della Piana di Ninive davanti all’avanzare dei jihadisti di Daesh. La sua saggezza spirituale di monaco siriano dona spunti preziosi per assaporare in pieno la portata dell’imminente visita papale.
“Papa Francesco” ripete a Fides padre Jacques “viene a portare Gesù. Porta Gesù a tutti, non solo ai cristiani. Gesù è per tutti, non solo per i cristiani. E il Papa porta l’amore di Gesù per tutti. Tutti possono voler bene a Gesù, e pregustare il suo amore per ognuno, gratuito e senza misura. Tutti hanno nel cuore il desiderio di Cristo”. 
Nell’orizzonte delle tribolazioni irachene, dove i settarismi gettano benzina sul fuoco della violenza e del rancore, secondo padre Jacques il miracolo della riconciliazione può fiorire proprio a partire dal tratto martiriale che connota il cammino di quelle Chiese: “Mi auguro” confida padre Mourad “che il Papa scenda nella cripta della chiesa del Perpetuo Soccorso, a Baghdad, la chiesa della strage. Spero che lì possa rendere tributo al sangue dei martiri, ma pensando anche ai loro assassini. A partire dal loro sangue, dal sangue dei martiri, occorre implorare che la commozione diventi non pretesto per riaprire ferite, ma per guardare anche gli assassini e offrire a tutti il perdono, nella contemplazione della loro gloria, della gloria de martiri. Questo è il miracolo che può avvenire, e che occorre implorare, proprio nella luce della gloria di Cristo in loro. Questo è il miracolo che potrebbe riaprire tante strade. Potrebbe tirar fuori il desiderio di pace che c’è in tutti, in mezzo a ferite e dolore”.
La visita di Papa Francesco in Iraq rappresenta per padre Mourad anche una occasione unica per riassaporare la singolare vocazione delle comunità cristiane autoctone del Medio Oriente: “La missione stessa delle Chiese nei nostri Paesi” . rimarca il monaco siriano “è il loro vivere con umiltà e povertà in mezzo ai musulmani. E così, in questo modo, custodire anche l'attesa di Gesù presente nei musulmani. Senza questa missione, la presenza dei cristiani in Medio Oriente può non avere senso. Tutto diventa difficile per i cristiani, e anche per gli altri, se i cristiani non portano con se la speranza di Cristo”. Vivendo proprio la sua esperienza di comunione con i profughi cristiani fuggiti dalle loro case di Qaraqosh, padre Mourad ha sperimentato ancora una volta quanto sia vano cercare sostegni e puntelli di ordine politico, economico o geopolitico come se fossero quelli i fattori indispensabili a garantire la permanenza delle comunità cristiane autoctone nella regione mediorientale: “L’ unica forza dei cristiani” ripete a Fides padre Jacques “è vivere l’amore di Gesù, e nessun altro amore, fino alla croce. E i cristiani iracheni hanno già vissuto e continuano a vivere la loro testimonianza cristiana in un modo straordinario, durante tutti questi anni di guerre. Ora, dunque, quelli che hanno partecipato così al mistero di Cristo non hanno altri interessi, non hanno da aggiungere altre parole. Vivono nelle loro giornate la la spiritualità della croce di Gesù, di cui ci siamo rivestiti quando nella cresima abbiamo ricevuto l’unzione con l'olio del miron, subito dopo il nostro battesimo, secondo i riti delle nostre Chiese. Proprio alla luce di questa partecipazione al mistero salvezza annunciato nel Vangelo, le parole sulla fratellanza scelte da Papa Francesco per parlare con i musulmani e con tutti non appaiono come espressioni di un vago idealismo sentimentale: “Soprattutto per noi in Medio Oriente” fa notare padre Jacques “nella parola ‘fratellanza’ si concentra tutta la teologia cristiana di cui abbiamo bisogno non solo per vivere ogni giorno, ma anche per testimoniare la nostra fede. Quando noi cristiani smarriamo la nostra vocazione alla testimonianza, perdiamo anche il senso del nostro vivere qui nei Paesi del Medio Oriente, insieme ai nostri fratelli. Gesù si è incarnato per questo, e tutto è possibile per quelli che Lui ama. Lui è venuto per dirci che Dio e la sorgente della nostra vita, e noi esseri umani siamo il popolo di Dio. Invece, ogni volta che un Paese e un popolo sono posti sotto la violenza e la guerra, questa vocazione di tutti gli uomini a scoprirsi fratelli viene negata. E questo è opera del diavolo, che vuole distruggere tutto quello che Dio ama”.

Papa in Iraq: John (Caritas internationalis), “segno di speranza per i cristiani e i musulmani”

La visita di Papa Francesco in Iraq “è un segno di speranza per i cristiani, è un messaggio di pace e riconciliazione per le diverse comunità, per costruire ponti con altre fedi”: è il commento di Aloysius John, segretario generale di Caritas internationalis, vicina al Papa nel pellegrinaggio in Iraq dal 5 all’8 marzo, che rappresenta “un momento cruciale per esprimere solidarietà ai cristiani nel Paese e in tutto il Medio Oriente. Un momento per chiedere dialogo e riconciliazione in una nazione che ha affrontato decenni di guerra”.
La confederazione si unisce al Papa in questa visita, che sarà “un forte segno di speranza sia per i cristiani che per i musulmani”. “La nostra forza – afferma il direttore di Caritas Iraq, Nabil Nissan, in un messaggio indirizzato a Papa Francesco – è ispirata dalla nostra fede e dalla nostra speranza che saranno entrambe rafforzate dalla sua visita. Siamo sicuri che lei non ci lascerà soli e ci ispirerà ad essere presenti ovunque vi siano dolore e sofferenza”.
Dal 1992, Caritas Iraq è in prima linea, servendo, difendendo e accompagnando i più poveri e vulnerabili senza alcuna distinzione di fede e costruendo pertanto ponti tra le diverse comunità in un Paese profondamente segnato dalle divisioni settarie. Attualmente Caritas serve più di 5.000 famiglie ogni mese e lavora in aree difficili e dimenticate quali Fallujah e Mosul. Da quando l’Isis ha iniziato la sua avanzata nel 2014, Caritas ha servito quasi 390.000 persone in Iraq. Caritas rappresenta un messaggio di dialogo tra le comunità e opera in quattro governatorati dell’Iraq (Baghdad, Anbar, Mosul, Duhok) grazie all’impegno di oltre 270 collaboratori e circa 200 volontari. Le iniziative in Iraq comprendono programmi per la pace e la riconciliazione, la fornitura di mezzi di sussistenza, la fornitura di alloggi, programmi di istruzione, il sostegno psicologico e sanitario –inclusi i programmi di sensibilizzazione per prevenire i contagi da Covid-19 – e i programmi per promuovere un ruolo attivo delle donne e dei giovani. Caritas Iraq è sostenuta dai diversi membri della confederazione Caritas.

Papa in Iraq: Custodia di Terra Santa, 4 giorni di preghiera per accompagnare la visita


 Alla vigilia della partenza di Papa Francesco per l’Iraq (5-8 marzo), il custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, ha invitato tutti i frati della Custodia che ha conventi e santuari sparsi in tanti Paesi, tra cui, Israele, Palestina, Cipro, Giordania, Libano, Siria, Egitto, ad accompagnare il viaggio con la preghiera. Da domani e fino a lunedì (giorno della partenza dall’Iraq), i frati sono chiamati “venerdì 5 marzo a offrire una giornata di digiuno e a pregare la Via Crucis; sabato 6 marzo la recita comunitaria del Rosario e la lettura del cap. VIII della ‘Fratelli tutti’ dedicato alle religioni a servizio della fraternità nel mondo; domenica 7 marzo l’Ufficio vigiliare al Santo Sepolcro e la successiva messa al Calvario saranno in suffragio per le vittime di guerra e per la pace nel mondo; l’8 marzo, giorno accompagneremo il rientro del Santo Padre con la preghiera personale”.

Papa in Iraq. Younan III (patriarca siro-cattolico): “Messaggero di pace e riconciliazione in un Paese segnato dal settarismo”


 “La visita del Papa è un evento molto significativo per il Paese che lo accoglie, per i cristiani locali e per la Chiesa universale. La speranza è che la presenza del Pontefice porti conforto ai cristiani iracheni che tanto hanno sofferto e il cui numero è drammaticamente calato del 60% negli ultimi tre decenni. Una emorragia provocata dai conflitti settari, dal radicalismo islamico e dal caos conseguente all’instabilità politica”.
Alla vigilia della partenza di Papa Francesco per l’Iraq (5-8 marzo), la prima storica visita di un Pontefice nella Terra di Abramo, a parlare al Sir è Ignace Youssif III Younan, patriarca siro-cattolico di Antiochia.
Sarà proprio il patriarca siro-cattolico ad accogliere Papa Francesco, prima nella Cattedrale di Nostra Signora della Liberazione a Baghdad, subito dopo il suo arrivo in Iraq (5 marzo), e due giorni dopo, nella città siro-cattolica di Qaraqosh, i cui abitanti furono costretti alla fuga dall’invasione delle milizie dello Stato Islamico nel 2014.
Secondo l’ultimo dossier di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) la popolazione cristiana in Iraq contava nel 2003 (prima dell’invasione Usa e della caduta di Saddam Hussein) 1.400.000 fedeli (6% della popolazione). Nel 2015 erano circa 300.000, nel 2020 meno di 300.000. La confessione cristiana più numerosa è quella cattolica caldea (67%), i siro-cattolici sono il 6,5%.
La Chiesa siro-cattolica, in Iraq, riunisce circa 45.000 fedeli quasi tutti nella pianura di Ninive, suddivisi in 4 diocesi: Baghdad, Bassora e Golfo, Mosul e Hadiab-Erbil.
La Chiesa siriaca in Iraq sostiene anche 4 comunità religiose, per lo più situate a Qaraqosh (Piana di Ninive) e dintorni.  Sono presenti anche i riti armeno, melchita e latino.
Sulla visita di Papa Francesco in Iraq il Sir ha intervistato Al patriarca Youssif III Younan.
Sua Beatitudine, siamo alla vigilia di una visita fortemente voluta dal Papa. All’udienza generale di mercoledì il Pontefice lo ha ribadito: “Da tempo desidero incontrare quel popolo che ha tanto sofferto, quella Chiesa martire. Non si può deludere un popolo per la seconda volta”. Chiaro il riferimento al viaggio programmato nel 1999 di Giovanni Paolo II purtroppo mai realizzato…
I cristiani avrebbero voluto accogliere il Papa in un’atmosfera più tranquilla in termini di sicurezza e con meno rischi per la pandemia, in modo da poterlo incontrare e pregare con lui. Il Medio Oriente ha bisogno di questa visita per ascoltare le parole del Capo della Chiesa universale che difende la verità nella carità e che ricorda i diritti dei cristiani e delle altre minoranze, all’interno di una maggioranza musulmana che non riconosce la separazione tra religione e politica.
Il tema della visita,  “Siete tutti fratelli”, parla di pace ad un Iraq duramente colpito da guerre, conflitti settari e attacchi mortali. Cosa chiede questo paese martoriato al Papa?
La grande maggioranza del popolo iracheno aspira alla riconciliazione, alla stabilità e alla ricostruzione del Paese sia sotto il profilo umano e sociale che infrastrutturale. Aspira a un sistema di governo basato su istituzioni democratiche. Il Papa, allora, potrebbe essere un messaggero di pace, di speranza e di riconciliazione in un Paese segnato dal settarismo. Sarà ricevuto ‘cerimonialmente’ con tutto il rispetto. Ci auguriamo che il messaggio di ‘fraternità’ venga veramente compreso da chi lo accoglie.
Sarà una visita alla Chiesa irachena, viva ma sofferente per le persecuzioni subite da Daesh, per le violenze e gli attentati patiti durante gli scontri settari dal 2003, con i suoi fedeli che attendono di essere considerati cittadini a pieno titolo dell’Iraq. Quali sono le attese dei cristiani iracheni per questa visita?
I cristiani in Iraq sono stati vittime innocenti di una terribile ecatombe mai vista in tanti secoli. Oppressioni di ogni genere, rapimenti, omicidi, sradicamenti. Tutto ciò lo fa sembrare un genocidio. La mia chiesa siro-cattolica ha subito relativamente i danni maggiori. A Qaraqosh, nella Piana di Ninive, dove si trova la più grande concentrazione cristiana in Iraq, la nostra comunità si sta preparando ad accogliere il Santo Padre con entusiasmo ed affetto. A Baghdad, invece, la partecipazione dei fedeli cristiani è minima, poiché il programma della visita papale è limitato agli incontri istituzionali e a raduni ristretti. A Erbil, in Kurdistan, sono attesi migliaia di fedeli per la Messa nello stadio, Covid-19 permettendo.
Il programma del viaggio vedrà il Papa a Baghdad, Ur, Najaf, Mosul, Qaraqosh, Erbil. In particolare Lei avrà il privilegio di accogliere il Papa, il 5 marzo, nella Cattedrale di Nostra Signora della Liberazione a Baghdad, dove morirono martiri 48 fedeli e poi, il 7 marzo, a Qaraqosh, i cui abitanti furono sradicati da Daesh nel 2014. Cosa dirà al Pontefice?
Il primo incontro di Papa Francesco sarà con il clero cattolico nella nostra cattedrale di Nostra Signora della Salvezza a Baghdad dove avrò il privilegio di accoglierlo con un breve saluto. Vorrei ricordare le parole di sant’Ignazio di Antiochia, patrono della nostra sede patriarcale, che nella sua lettera ai Romani scrive: “La Chiesa di Roma presiede alla Carità”. Un altro passaggio dice: “Sono un grano macinato dai denti delle bestie”. Per i cristiani dell’Iraq, il martirio di 48 bambini e adulti con due giovani sacerdoti e un centinaio di feriti, avvenuto il 31 ottobre 2010 in questa cattedrale, rappresenta un’icona che identifica la nostra Chiesa come testimone del Vangelo e come martire per amore di Cristo Redentore.
Uno dei momenti più attesi del viaggio sarà l’incontro interreligioso a Ur dei caldei, patria di Abramo, padre delle fedi monoteiste. Il sogno di Giovanni Paolo II di farsi pellegrino a Ur sarà realizzato adesso da Papa Francesco:  in che modo questo incontro si pone in continuità con Abu Dhabi (Documento sulla fratellanza umana) e con l’enciclica “Fratelli tutti”?
Mi dispiace dire che la stragrande maggioranza dei cristiani iracheni, così come quelli del Medio Oriente, ha scarso interesse per le riunioni e cerimonie di alto livello. Essi non credono al dialogo teorico delle religioni, che purtroppo rimane un monologo di buone intenzioni da parte dei cristiani. Gli uomini possono dialogare, le religioni si studiano per comprendersi. Dobbiamo puntare con chiarezza e fermezza, evitando il linguaggio del ‘diplomaticamente corretto’, su una convivenza basata sul rispetto dei diritti civili, poiché tutti i cittadini devono essere uguali, anche nei paesi a maggioranza musulmana, come sancito dalla Carta dei diritti delle Nazioni Unite.
Restando in tema di dialogo: quanto è importante la visita di Papa Francesco al Grand Ayatollah Sayyid Ali Al-Husayni Al-Sistani a Najaf? Lei crede che da questa visita possa nascere un cammino analogo a quello che ha portato alla firma del documento di Abu Dhabi (papa Francesco e Al Tayyeb)?
Non va dimenticato che l’Islam non separa religione e politica. Le dichiarazioni possono essere viste come un modo per riaffermare che l’Islam è una religione aperta a tutti. Ma c’è ancora tanta strada da fare. Per evolvere verso la vera tolleranza degli altri cosiddetti ‘non credenti’, bisogna vivere la fraternità, non basta una dichiarazione!
Quali frutti Lei spera potrà portare all’Iraq e al Medio Oriente questa visita?
Speriamo “contra spem” che la visita del Santo Padre avvenga in tutta sicurezza e che un gran numero di cristiani possa incontrarlo, anche a distanza, nonostante l’epidemia. Le attività pastorali sono già iniziate nelle nostre parrocchie, in particolare da parte dei giovani che sono molto entusiasti dell’idea di accogliere il Sommo Pontefice come Padre e Pastore. Sono fiduciosi che Papa Francesco saprà ispirarli col dono della fortezza, per rimanere saldi nella fede e radicati nella terra dei loro antenati. Per noi pastori delle Chiese, oggi la sfida più grande è convincere i nostri giovani a restare, rinnovando la loro fiducia nel futuro dell’Iraq, come terra di pace e di vera fraternità. Il loro contributo è molto importante per la sopravvivenza delle Chiese apostoliche orientali.

3 marzo 2021

Papa in Iraq: Comunità di Sant’Egidio, il 5 marzo veglia di preghiera per accompagnare la visita


Rispondendo all’appello di Papa Francesco a pregare per la sua visita in Iraq, venerdì 5 marzo, alle 20, la Comunità di Sant’Egidio promuove una veglia di preghiera nella basilica di Santa Maria in Trastevere. Chiunque potrà seguirla non solo in presenza, ma anche online, per accompagnare un viaggio di rilevanza storica per i cristiani e tutti i credenti della Terra di Abramo. Un evento tanto atteso da tutto il popolo iracheno, dopo che – come ha ricordato oggi lo stesso Francesco nell’udienza generale – venne annullata, nel 1999, la visita di San Giovanni Paolo II: “Non si può deludere un popolo per la seconda volta”, ha detto il Papa invitando a pregare perché questo viaggio “possa svolgersi nel migliore dei modi e portare i frutti sperati”. La preghiera verrà trasmessa in live streaming multilingue sul sito www.santegidio.org e sui canali social della Comunità di Sant’Egidio.

I cristiani di Bartella: «Stanno islamizzando la nostra città. Il Papa ci aiuti»

Leone Grotti

 «Siamo felici che arrivi il Papa perché qui aspettiamo un difensore, qualcuno che dica alle autorità politiche, religiose e militari: basta perseguitare i cristiani. Perché quello che stanno facendo qui ha un solo nome: pulizia etnico-religiosa». La città di Bartella dista appena 15 chilometri da Qaraqosh, ma sembra di entrare in un altro mondo. Gli stessi pali della luce che nella città principale della Piana di Ninive ospitano i cartelloni di benvenuto a papa Francesco, qui sono disseminati di bandiere nere e immagini del generale iraniano Qasem Soleimani, ucciso dagli americani a Baghdad il 3 gennaio dell’anno scorso.
È un chiaro segnale di chi comanda ormai nella città storicamente cristiana: gli shabak, etnia di fede sciita. Come Qaraqosh, anche Bartella ha subìto le angherie e le violenze dell’Isis, e anche qui solo il 30-50 per cento dei cristiani che vi abitavano prima del 2014 ha fatto ritorno. Gli shabak invece sono aumentati di numero e sono riusciti a prendere il controllo della città, sia dal punto di vista amministrativo che militare. La forza di polizia che controlla la città, infatti, è formata dalla 30esima Brigata delle Pmf (Forze di moblitazione popolare), che è formata da shabak e da membri dell’organizzazione Badr (sciiti filo-iraniani del Sud), che non perdono occasione per discriminare e angariare i cristiani.

«Parlano già di uno Shabakistan»
Di fianco alla parrocchia di San Giorgio è di stanza il distaccamento di una milizia cristiana, a guardia della chiesa e della zona circostante. La loro presenza è fondamentale: nel 2018 un commando di shabak si è presentato davanti alla chiesa armato di kalashnikov, sparando in aria, poi ha fatto irruzione dentro i locali della parrocchia, terrorizzando i fedeli. Nessuno è stato ferito, lo scopo era lanciare un avvertimento: dovete andarvene. Chiediamo ai soldati cristiani il permesso di girare la città, per fotografare come gli sciiti se ne sono impossessati, ma non ce lo permettono. La tensione è troppo alta e percorrere le strade con una telecamera è sconsigliato. Accettano solo di farci vedere il quartiere attorno alla chiesa, distrutto dalla guerra, ma solo sotto scorta di un soldato armato. L’impronta dell’Isis, come a Qaraqosh, è dovunque: palazzi sventrati, case diroccate, crateri grandi quanto campi da tennis, polvere e macerie dappertutto immerse in un silenzio surreale. Padre Behnam Benoka è nato nel 1978 a Bartella e denuncia senza mezzi termini quello che sta avvenendo in città: «L’Isis è acqua passata. Qui il nostro incubo peggiore porta un altro nome: Shabak», ci confida accogliendoci in canonica. «Vogliono cacciarci dalla nostra città per islamizzarla. Stanno mettendo in atto un’operazione di pulizia etnico-religiosa. Ormai parlano apertamente di fondare uno Shabakistan. Le loro bandiere nere non hanno scritte, ma sono uguali a quelle dell’Isis. I cristiani hanno paura: si sentono estranei a casa loro».
Saddam, il califfato, l’invasione musulmana
L’invasione degli shabak a Bartella è iniziata negli anni Ottanta sotto Saddam Hussein, che ha creato nelle città della Piana di Ninive dei quartieri per i militari, confiscando la terra ai cristiani e costruendovi sopra case e moschee, laddove prima c’erano solo chiese. Era una strategia ben studiata: «Indebolire i cristiani per arrivare a cacciarli in futuro». La differenza tra Bartella e Qaraqosh è che in quest’ultima città i cristiani hanno subito raccolto un’ingente quantità di denaro per convincere i musulmani a rivendere loro la terra. Così sono riusciti a preservare l’identità cristiana della città: Bartella non è stata altrettanto fortunata o lungimirante. Fino al 2003, però, Saddam Hussein teneva a bada i musulmani stanziati nelle città cristiane. A partire dall’invasione americana, invece, la situazione è cambiata radicalmente. Gli shabak alzano al massimo il volume degli altoparlanti delle moschee, che vengono puntati verso le case dei cristiani e verso le chiese. La polizia molesta apertamente le donne e i bambini, per spaventarli nella speranza di convincerli ad andarsene. Dopo il 2003 l’amministrazione di Bartella, che è sciita, ha spostato da Mosul oltre 5.000 famiglie shabak, anch’esse perseguitate dai jihadisti sunniti, e invece di farle trasferire nei villaggi storicamente appartenenti all’etnia, le ha fatte risiedere in città, dando loro terre da coltivare su cui i musulmani hanno costruito, in barba alla legge, quartieri residenziali.
«Qui non succede come da voi in Europa. Magari dal Sud ci si sposta al Nord per studiare o lavorare, ed è normale. Qui invece i musulmani vengono spostati nella nostra città per invaderci e sbarazzarsi di noi», riassume padre Behnam.
Il risultato è che se fino a 30 anni fa la città era al 100 per cento cristiana, dopo il 2003 è diventata al 60 per cento cristiana e al 40 shabak. Dopo l’invasione dell’Isis, invece, i cristiani sono diventati una minoranza.
L’appello al Santo Padre: «Ci difenda lui»
Il cambiamento demografico è stato così imponente negli ultimi anni che se prima i cristiani riuscivano a eleggere 7 o 8 membri nel Consiglio distrettuale di Al Hamdaniya, che comprende molte città della Piana di Ninive, ora potrebbero non averne più neanche uno. A Bartella i cristiani erano più di 15 mila nel 2014: oggi forse raggiungono la metà. «Prima avevamo peso politico ed economico. Ora i musulmani ci rubano anche il lavoro e siamo diventati quasi dei mendicanti: ecco perché non possiamo ricostruire da noi stessi le case distrutte dall’Isis. L’ultimo elemento che rende gravissima la nostra situazione è l’emigrazione, non solo numerica, ma anche di qualità: a essere fuggiti all’estero sono i nostri medici, professori universitari, ingegneri».
Padre Behnam teme davvero che l’identità cristiana sarà presto cancellata ed è per questo che lancia un appello al Papa: «Noi proviamo sentimenti umani di grande simpatia per la sua visita, ma abbiamo bisogno che ci difenda. La sua visita è fondamentale perché faccia capire al governo e non solo che i cristiani hanno diritto a vivere nella loro terra e hanno il diritto di mantenere intatta l’identità storica delle loro città».
 Anche per questo, ci confida padre Rizkallah, sacerdote siro-cattolico di Bashiqa, città poco distante da Bartella e da sempre teatro di una armoniosa convivenza tra cristiani e yazidi, «l’incontro più importante che farà papa Francesco è quello con l’ayatollah sciita Ali al Sistani. Siccome anche governo e milizie sono sciite, tutti seguono le sue raccomandazioni. Non so cosa gli dirà il Papa, ma dovrebbe ricordargli che gli sciiti devono rispettare i nostri diritti, la nostra identità e le nostre terre
».

Papa in Iraq: Un Ponte Per (ong) “un messaggio di coraggio e speranza”


“La visita di Papa Francesco nella Piana di Ninive, luogo in cui Daesh si è macchiato di orribili crimini contro l’umanità, è importantissima. Si tratta di una scelta particolarmente coraggiosa, non solo per stare accanto alle comunità cristiane, che qui hanno un radicamento storico, ma per lanciare uno straordinario messaggio di speranza, fratellanza e dialogo inter-comunitario ed inter-religioso. Sarà di incoraggiamento non solo per l’Iraq, ma per tutto il Medio Oriente”.
Così Alfio Nicotra e Angelica Romano, co-presidenti di Un Ponte Per (Upp), organizzazione italiana presente in Iraq da 30 anni, ed in particolare nella Piana di Ninive, con programmi di costruzione della pace e coesione sociale attivi in ognuna delle aree che il Santo Padre visiterà.
“L’Iraq sta uscendo con fatica da quasi quattro decenni di guerra. Nel 2021 ricorre il triste anniversario della prima guerra del Golfo, che la nostra associazione tentò di fermare, nell’ambito del movimento pacifista di allora, e che ha lasciato tracce terribili e ancora attuali in Iraq”, proseguono Nicotra e Romano.
“Quella guerra, così come quelle seguenti, hanno avuto l’effetto di far esplodere quel mosaico multietnico e multireligioso che era stato per millenni la forza dell’Iraq. Hanno riempito i pozzi di odio, esasperato le contrapposizioni etniche, rafforzato il fondamentalismo religioso. Daesh è figlio di questa situazione e, anche se sconfitto militarmente, la sua influenza rimane viva”, aggiungono.
“Per questo è particolarmente importante che Papa Francesco abbia scelto di visitare proprio quelle terre che hanno pagato il prezzo più alto dell’occupazione di Daesh, con le persecuzioni inflitte alle comunità cristiane ed ezide, radicate da millenni in quel territorio”. “Tra le tappe di Papa Francesco che più ci sono care c’è quella a Qaraqosh domenica 7 marzo”, spiegano Nicotra e Romano. “Qui, nella chiesa dell’Immacolata Concezione, il Papa celebrerà la messa. In quella chiesa distrutta fummo tra i primi a rientrare dopo la liberazione dell’area da Daesh. Vederla tornare alla vita insieme alla città e alla sua gente è stato bellissimo”, ricordano.
“Questa visita di Papa Francesco verrà accolta con grandissima emozione dalla popolazione irachena. Sarà un messaggio di straordinario coraggio e speranza”, concludono Nicotra e Romano.

Papa in Iraq: mons. Yaldo (Baghdad), “una grande dimostrazione di sostegno a questo Paese”


“Una grande dimostrazione di sostegno a questo Paese”.
Con queste parole mons. Basilio Yaldo, vescovo ausiliare di Baghdad, ha introdotto oggi, nella capitale irachena, la conferenza stampa di presentazione del viaggio apostolico di Papa Francesco in Iraq che prenderà il via venerdì 5 marzo (fino all’8).
Mons. Yaldo, coordinatore della visita, ha parlato di un “Papa determinato a venire in Iraq nonostante la pandemia di coronavirus, la situazione legata alla sicurezza e, in questi giorni, il contagio del nunzio apostolico”.
Il coordinatore della visita ha passato in rassegna le tappe del viaggio sottolineando il significato dell’incontro tra il Papa e il grande ayatollah Al-Sistani a Najaf. La visita al leader sciita fa seguito a quelle con “i leader sunniti nei Paesi del Golfo, negli Emirati Arabi Uniti e in Egitto. Un evento che dona risalto all’Iraq. Al-Sistani è una delle figure più importanti dell’Islam sciita, sia all’interno che all’esterno dell’Iraq. Ha un vasto seguito tra la maggioranza sciita irachena e un’enorme influenza sulla politica e sull’opinione pubblica”.
Allo stesso tempo è importante anche la visita a Ur, patria di Abramo, e alla minoranza cristiana della Piana di Ninive (Mosul e Qaraqosh) perseguitata dai miliziani dello Stato Islamico. A Mosul le chiese portano ancora i segni del conflitto”.
 A vegliare sulla sicurezza del Papa, ha affermato mons. Yaldo, “saranno 10mila tra militari e forze di polizia. Nei suoi trasferimenti il Pontefice userà veicoli blindati”. Ultimo cenno mons. Yaldo lo ha dedicato alla partecipazione dei fedeli “necessariamente limitata a causa del Covid. L’evento più grande è previsto a Erbil, per la messa allo stadio, con 10mila fedeli”.

Il Patriarca caldeo Sako: Il Papa non viene a “difendere” i cristiani. I nostri martiri sono la nostra gloria


“Sono appena rientrato dalla cattedrale dove ero andato a vedere i preparativi. Lì c’era una donna, davanti alla grotta della Madonna. Una donna musulmana, che era venuta a pregare la Vergine Maria. Lei ha detto: “grazie a Dio, il Papa viene. E questa visita è come l’ultima speranza per gli iracheni”.
Alla vigilia della visita di Papa Francesco in Iraq, il Cardinale Luis Raphael Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, racconta all’Agenzia Fides le speranze vibranti di una comunità e di un popolo che attende l’arrivo del Vescovo di Roma anche come occasione per riscoprire i propri tesori e guardare con gratitudine al proprio futuro.
“C’è un entusiasmo straordinario, che coinvolge tutti. A volte” rimarca il Cardinale “sembra quasi che i musulmani siano più contenti dei cristiani… Noi abbiamo decorato le nostre chiese, ma tutti gli iracheni hanno decorato tutte le loro città…. Ci sono bandiere vaticane e manifesti di benvenuto dovunque, anche a Najaf, anche a Nassiriya… E a Mosul, la città che si presenta ancora con tutte le sue ferite. I musulmani hanno composto canti per accogliere il Papa… Bisogna dirlo forte, il Papa viene e non c’è paura, né per lui, né per gli iracheni. Questa visita è come un sogno che diventa reale. E noi siamo come dei bambini che si preparano a una festa. Dal più grande fino al più piccolo tra noi”.
Il Patriarca scandisce la frase dell’Ayatollah Alì al Sistani scritta sui poster in cui la foto della massima autorità sciita del Paese campeggia accanto a quella di Papa Francesco: “Al Sistani ha detto: ’Voi siete una parte di noi, e noi siamo una parte di voi’. E’ un modo suggestivo per dire che siamo fratelli”.
Il Primate della Chiesa caldea sgombra anche il campo da griglie interpretative del viaggio papale che ritiene fuorvianti, a partire da quelle che insistono a presentare la visita apostolica come una operazione volta a “rafforzare” la posizione sociale e politica dei cristiani nelle convulsioni mediorientali: “Il Papa” chiarisce il Cardinale iracheno nella sua conversazione con Fides, “non viene a difendere e proteggere i cristiani. Il Papa non è il capo di un esercito. Certo, Papa Francesco incoraggerà i cristiani, porterà loro conforto e speranza per aiutarli a perseverare, a sperare e anche a collaborare con gli altri cittadini. Il Papa non può fare altro che questo. Non viene a alimentare il settarismo, come fanno altri. Viene per tutti gli iracheni, non solo per i cristiani. Sa che tutti hanno sofferto, non solo i cristiani. E come Pastore, incoraggerà i cristiani a rimanere, a sperare, a ricostruire la fiducia con gli altri”.
Il Patriarca non condivide nemmeno le formule iperboliche di chi ripete che il Papa viaggia in Iraq per “fermare il genocidio” dei cristiani: “Se c’è stato un genocidio” ricorda il Patriarca Sako, “esso ha colpito tutti: i cristiani e ancora di più gli yazidi, ma anche sciiti e sunniti, in numero più alto. Non bisogna separare i cristiani dagli altri, le sofferenze dei cristiani da quelle degli altri, perché in quel modo si alimenta la mentalità settaria. Il Papa, invece, parlerà della fratellanza umana, e anche della fratellanza spirituale. Ad esempio a Ur, nell’incontro interreligioso, ripeterà che noi siamo fratelli perché ci rende fratelli la fede nell’unico Dio. E dirà basta a guerre, fondamentalismi, terrorismi. Chi tira in ballo l’espressione ‘genocidio’ spesso la fa per perseguire altri intenti, intenti politici”.
Nella sua visita in Iraq, il Successore di Pietro, l’Apostolo martirizzato sul Colle Vaticano, abbraccerà a Baghdad e Mosul anche le vicende di tanti nuovi martiri cristiani che imperlano il cammino di quelle comunità ecclesiali. Il Patriarca caldeo rende testimonianza di quale sguardo cristiano conviene rivolgere alle passioni dei nuovi martiri: “Il martirio” ricorda a Fides il porporato nativo di Zakho “non è un eroismo suicida. Il martirio è l’espressione più alta di amore. Noi delle Chiese orientali, nelle terre di quella che era l’antica Mesopotamia, non abbiamo mai goduto di uno splendore mondano. La Chiesa qui non è mai stata Chiesa imperiale, o Chiesa di Stato. Dunque la gloria e la bellezza di questa Chiesa è tutta interiore, risiede nella vita di fede dei cristiani. E questi martiri, non solo quelli del passato, ma anche quelli di oggi, hanno offerto la vita per amore di Cristo. Sono loro la nostra gloria, e la nostra bellezza. Sono loro il nostro dono per tutta la Chiesa di Cristo”.
In vista della visita papale, il Patriarca ha di recente fatto riferimento a lamentele e pretese circolanti anche in ambienti ecclesiali, mettendo in chiaro che “il Papa non viene a risolvere tutti i nostri problemi”. Nella conversazione con Fides, il Cardinale Sako chiama in causa la “mentalità sbagliata” di chi considera la Chiesa alla stregua di una “agenzia di servizi”, incaricata di risolvere tutte le esigenze abitative, educative, sanitarie e securitarie dei suoi affiliati: “Ci sono persone” riconosce il Patriarca caldeo “che anche verso la Chiesa si comportano come ‘consumatori’, non fanno niente e sembra che tutto gli è dovuto. Così si liberano da ogni responsabilità personale, mentre dovrebbero essere loro a contribuire alla crescita di uno Stato migliore, per non avere paura, anche per affermare i propri diritti, collaborando con tutti, aiutando tutti a mettere da parte il settarismo, a distinguere tra politica e religione, a non parlare più di maggioranze e minoranze e a riconoscere tutti come cittadini, per una convivenza fondata sulla giustizia, sulla cittadinanza e sul diritto”.
Il Patriarca Sako mette in guardia anche dai discorsi di chi dice che i cristiani non possono rimanere in Medio Oriente senza ricevere aiuti da fuori, e che il sostegno esterno è il fattore indispensabile per evitare l’estinzione delle comunità cristiane autoctone mediorientali. “Questo” ripete il Patriarca “è molto sbagliato. Noi possiamo rimanere qui come sono rimasti i nostri padri, che hanno dovuto affrontare difficoltà più grandi delle nostre. Noi adesso possiamo andar via, loro non potevano. Ai loro tempi non c’erano automobili e aerei. Loro hanno avuto pazienza, e tanta fiducia e speranza in Dio”.
Nessuno può certo costringere i cristiani del Medio Oriente a rimanere nelle loro terre contro la loro volontà. Ma i cristiani rimangono – riconosce il Patriarca - se assaporano che è bello continuare vivere la loro vita con Gesù nei posti dove sono nati. “La vita” aggiunge il Cardinale iracheno “qui è piena di problemi e cose dolorose, ma anche qui si possono vivere le Beatitudini, e scoprire proprio qui che il Vangelo non sono chiacchiere. In questo, le realtà ecclesiali hanno delle responsabilità, ci sono state delle carenze nel portare avanti l’opera apostolica in mezzo al popolo. E aiutare tutti a godere dei tesori della fede”.

Papa in Iraq: associazioni cristiane e musulmane salutano il Pontefice e ribadiscono il loro impegno “a servire il Paese”


“Continuare a servire e sostenere le persone esclusivamente sulla base delle loro necessità, rifiutando ogni forma di discriminazione, a rispettare i valori culturali e le convinzioni religiose degli altri; rifiutare ogni settarismo e proselitismo nelle nostre azioni e nelle nostre collaborazioni; rafforzare iniziative e approcci inclusivi che promuovano la coesione sociale; intensificare la collaborazione tra di noi al servizio dei bisognosi, mentre viviamo la nostra comune chiamata alla solidarietà”: è la carta di intenti sottoscritta da 29 organizzazioni di ispirazione religiosa – sia cristiana sia musulmana – che operano in Iraq e diffusa a due giorni dalla partenza di Papa Francesco per l’Iraq (5-8 marzo).
Tra i firmatari anche Caritas Iraq, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Ankawa Humanitarian Committee, Fondazione Avsi, Focsiv, Cnewa/Pontifical Mission, Islamic Relief Worldwide, Jesuit Refugee Service, Adyan Foundation e Assyrian Aid Society Iraq.
Nel documento le organizzazioni firmatarie salutano con soddisfazione la visita di Papa Francesco nella terra di Abramo, padre di molti nella fede. “L’Iraq – si legge nel testo pervenuto al Sir – è la culla della civiltà e un bellissimo Paese di ricco diversità culturale e religiosa dove per secoli molte comunità etniche e religiose hanno vissuto fianco a fianco”.
I 29 firmatari ricordano l’ascesa dell’Isis, le guerre e l’instabilità che hanno danneggiato il tessuto sociale del Paese, così come le sfide che attendono l’Iraq. Tra queste “il milione e 200mila iracheni sfollati interni e i circa 4,8 milioni di rimpatriati, molti dei quali hanno un disperato bisogno di aiuto”.
Nel frattempo, “la crisi economica, aggravata dalla pandemia Covid-19, sta spingendo molti verso la povertà e privando il governo delle risorse necessarie per assistere il proprio popolo”.
Le organizzazioni ribadiscono la loro adesione al messaggio di fraternità contenuto nella enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco e nel Documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana. “Crediamo fermamente – scrivono – che rappresenti una via necessaria per guarire le ferite del passato e costruire un futuro per le diverse comunità del Paese. Lavoriamo in collaborazione con le autorità nazionali e locali per aiutare le comunità a riconciliarsi, a costruire la pace e rivendicare il loro diritto alla sicurezza, ai servizi e ai mezzi di sussistenza”.
Da qui l’esortazione alla comunità internazionale “a mantenere il suo impegno a sostenere il popolo iracheno affinché superi le sfide attuali, in vero spirito di fratellanza umana e solidarietà”.

Papa in Iraq: Baghdad, dai quartieri più poveri si leva il grido “Ti aspettiamo”


Foto AgenSIR
“Ti aspettiamo!”: così si legge in uno striscione tenuto da alcuni bambini che chiedono al Pontefice di visitare i loro quartieri poveri e vedere così le condizioni di vita. Secondo quanto riferito da fonti locali al Sir “sarebbe il grido degli abitanti dei quartieri sud della capitale irachena”. “Chiediamo a Papa Francesco – si legge in uno striscione – di visitare le nostre zone popolari, per vedere le loro misere condizioni e le strade. Forse il Governo si vergognerà di questo e avvierà una campagna per pulire e pavimentare le strade, come ha fatto per le zone che Sua Santità visiterà. Ti aspettiamo”.

Papa in Iraq: Erbil, durante la messa allo stadio benedirà la statua di Maria profanata dall’Isis


Foto Ishtar TV
Durante la messa che celebrerà nello stadio di Erbil, domenica 7 marzo, Papa Francesco benedirà una statua della Vergine Maria vandalizzata dai miliziani dello Stato Islamico durante l’occupazione della Piana di Ninive.
 Secondo quanto riferito al Sir da padre Samir Sheer, direttore di Radio Mariam di Erbil, “la statua, che proviene dal villaggio cristiano di Karamles, è priva di mani perché mozzate dai terroristi. Originariamente la statua era anche priva di testa che è stata recuperata e riattaccata. In queste ore si sta ultimando il suo restauro. Dopo la benedizione la statua tornerà nella Piana di Ninive. La speranza dei cristiani locali è che la Madonna possa tornare presto ad abbracciare i suoi figli a Karamles”.
 Durante gli anni di occupazione di Mosul e dei villaggi della Piana di Ninive (2014-2017) l’Isis ha distrutto, fatto saltare in aria e profanato chiese, cimiteri, monasteri, incendiato case e negozi. Statue e immagini sacre sono state usate per il tiro a bersaglio. A Erbil, inoltre, Papa Francesco riceverà in dono un dipinto realizzato da un artista iracheno espatriato. L’opera ritrae il Papa in piedi a mani giunte tra la basilica di san Pietro e la ziggurat, simbolo di Ur, patria di Abramo, padre delle tre fedi, ebraismo, cristianesimo e islam. A terra si notano delle orme che rappresentano il cammino del popolo di Dio che è in Iraq, con i suoi martiri, e dei caratteri cuneiformi, richiamo al fatto che in Iraq è nata la prima scrittura del mondo. A Erbil la città è vestita a festa per l’arrivo del Papa.

Papa Francesco in Iraq. Card. Sandri: “Un balsamo di pace sulle ferite dell’Iraq e di tutto il Medio Oriente”

Daniele Rocchi

Venerdì 5 marzo (fino all’8) Papa Francesco partirà per l’Iraq, il primo viaggio di un pontefice nel Paese mediorientale. Una visita fortemente voluta da Bergoglio nonostante la pandemia e le tensioni che attraversano il Paese mai del tutto pacificato dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003. Nella delegazione pontificia ci sarà anche il prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, il card. Leonardo Sandri al quale il Sir ha chiesto di rileggere il programma del viaggio presentato ieri in Vaticano
Card. Sandri, finalmente un Papa in Iraq, nella patria di Abramo… Arrivando in Iraq Papa Francesco porta a compimento il grande sogno di Giovanni Paolo II, quello di recarsi pellegrino in Iraq, a Ur dei caldei, patria di Abramo, il padre delle tre fedi monoteistiche (Ebraismo, Cristianesimo e Islam). Il sogno di vedere la convergenza dei credenti delle tre fedi abramitiche per aprire gli orizzonti di un mondo nuovo fondato sulla fraternità, sulla pace e sulla giustizia, sul rispetto dei diritti umani e in particolare della libertà religiosa per poter assicurare la convivenza a tutti gli uomini. Papa Francesco arriva come ambasciatore di pace e di speranza per testimoniare che un mondo nuovo senza violenza e odio è possibile.
Il programma del viaggio, per tema “Siete tutti fratelli”, prevede il 5 marzo – dopo l’accoglienza e i saluti ufficiali con le autorità irachene – l’incontro con il clero e i religiosi e catechisti nella cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza a Baghdad, luogo simbolo della chiesa locale perché qui furono massacrati, il 31 ottobre 2010, 48 martiri iracheni in un attacco terroristico…
La comunità cattolica irachena, nelle sue varie denominazioni, ha patito molto la guerra, il terrorismo, la violenza disumana dell’Isis. Questa cattedrale riassume tutto il martirio dei cristiani iracheni, essa è un simbolo, un prototipo di tante sofferenze e testimonianze che sono arrivate fino all’effusione del sangue per Cristo e per la Chiesa. È significativo, dunque, che il primo atto sia rendere omaggio alle vittime dell’attentato, avvenuto una settimana dopo la fine del Sinodo per il Medio Oriente (10-24 ottobre 2010) convocato da Benedetto XVI. L’attacco fu il primo colpo a quel progetto di mettere in atto una Chiesa nuova fondata sulla comunione e sulla testimonianza. Il Papa renderà omaggio a quei martiri – tra loro uomini, donne, bambini, anziani, famiglie – anche per dire al mondo che essere fedeli a Cristo a volte richiede la chiamata al martirio.
Eminenza, nel dicembre del 2012 fu proprio lei a riconsacrare la cattedrale restaurata dopo l’attacco. Quali sono le sue emozioni ora che sta per farvi ritorno accompagnando Papa Francesco?
Sarà una grande emozione. Io tornai due anni dopo l’attentato per la riconsacrazione e molti lavori erano stati fatti, anche la cripta con il monumento ai martiri. Tornare con Papa Francesco sarà ancora di più un toccare con mano il martirio dei cristiani di oggi che purtroppo continua in tanti Paesi del mondo.
Il viaggio di Papa Francesco si connota anche per due momenti di dialogo molto significativi e attesi per le implicazioni future che potrebbero avere: la visita di cortesia al Grande Ayatollah Sayyid Ali Al-Husayni Al-Sistani a Najaf e l’incontro interreligioso presso la Piana di Ur dei caldei, patria di Abramo…
Due incontri dai messaggi che travalicano i confini iracheni. L’incontro a Najaf con Al-Sistani, il grande saggio dell’Islam sciita, non può non rimandarci con il pensiero a quello di Abu Dhabi, con il grande imam sunnita di Al-Azhar, Aḥmad Muḥammad Aḥmad al-Ṭayyib. L’incontro di Najaf metterà in risalto questa fraternità che va al di là di tutte le differenze religiose e che per noi si basa sulla creatura umana fatta a immagine e somiglianza di Dio. I figli di Abramo, i cristiani, gli ebrei e i musulmani, professano la fede in un Dio unico e questo è un vincolo che ci unisce.
A suo parere, dall’incontro con lo sciita Al-Sistani potrebbe nascere un cammino come quello con Al-Azhar e magari produrre un documento analogo a quello di Abu Dhabi?
Questo è nelle mani di Dio. Difficile prevedere gli sviluppi. Dobbiamo chiamare tutta la Chiesa a una preghiera corale intensa perché questo viaggio abbia successo. Quando dico successo intendo quello della carità, della fede e della fraternità con tutti. Il fatto di incontrarsi e di avere la possibilità di stare insieme è di per sé una porta che si apre verso il futuro. Speriamo che porti frutto come quelli sbocciati con la Dichiarazione di Abu Dhabi.
Papa Francesco celebrerà messa – prima volta di un Pontefice – in un rito orientale, quello caldeo. Che valore ha questo gesto?
È un gesto di ultra benevolenza del Pontefice verso la Chiesa caldea che ha sofferto tanto e che ora riceve il pastore universale della Chiesa cattolica. È Pietro che viene a confermare nella fede la chiesa irachena caldea.
Domenica 7 marzo altra giornata intensa: il Papa sarà in Kurdistan, a Mosul, città martire irachena scelta dall’Isis come sua capitale e a Qaraqosh, nella Piana di Ninive, teatro dell’esodo cristiano del 2014 causato dalle milizie dello Stato Islamico. Chiusura a Erbil con la messa nello stadio. Una giornata dedicata all’incontro e con la chiesa irachena…
Sarà un po’ la giornata dei discepoli di Emmaus: il Papa, come Gesù con i discepoli, cammina con la Chiesa locale nei luoghi dove un tempo c’erano tantissimi fedeli, Mosul, Qaraqosh, la Piana di Ninive. Sarà la giornata dell’intimità con i cristiani iracheni, un incontro vissuto tra le macerie della guerra che ancora provoca sofferenza e ferite aperte.
Quali sono i suoi auspici per questa visita che – ricordiamolo – arriva a pochissimi giorni dal decimo anniversario (15 marzo 2011) della guerra nella confinante Siria?
Sarà una visita di consolazione e un sigillo impresso sulla chiesa cattolica irachena nonostante le sofferenze patite. Al tempo stesso sarà una forte esortazione al clero, ai religiosi e ai laici a rafforzare i vincoli di unità, di comunione e di testimonianza. E la testimonianza è più forte e credibile quando si trasforma in servizio e amore verso tutti. Il Papa ha sempre un pensiero per il Medio Oriente sofferente. In Siria si combatte oramai da 10 anni. Il balsamo delle parole del Papa in Iraq sarà un balsamo anche per la Siria, per il Libano e per tutto il Medio Oriente. Non è possibile immaginare il Medio Oriente senza cristiani, il Papa lo ripete spesso. Preghiamo allora affinché Papa Francesco possa portare ai nostri fratelli cristiani in Iraq e in Medio Oriente un balsamo di pace, di serenità e un nuovo entusiasmo per essere testimoni  di Cristo.

Papa Francesco: udienza, “dopodomani andrò in Iraq”, “non si può deludere un popolo per la seconda volta”


 “Dopodomani mi recherò in Iraq per un pellegrinaggio di tre giorni”.
Lo ha confermato il Papa, al termine dell’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla Biblioteca privata del Palazzo apostolico vaticano.
“Da tempo desidero incontrare quel popolo che ha tanto sofferto, incontrare quella chiesa martire”, ha rivelato Francesco, che ha annunciato: “Nella terra di Abramo, insieme agli altri leader religiosi, faremo anche un altro passo avanti nella fraternità tra i credenti”. “Vi chiedo di accompagnare con la preghiera questo viaggio apostolico, perché possa svolgersi nel migliore dei modi e portare i frutti sperati”, l’appello: “Quelli che aspettava San Giovanni Paolo II, al quale è stato vietato di andare. Non si può deludere un popolo per la seconda volta. Preghiamo perché questo viaggio si possa fare bene”.

Cristiani, yazidi, musulmani: voci dall’Iraq che aspetta il papa (I)


 Un “sogno che diventa realtà” in una prospettiva di dialogo interreligioso e di convivenza che esce rafforzata e che deve “unire” tutti i cittadini irakeni. In un Paese che aspetta l’imminente viaggio apostolico di Papa Francesco, il tema del rapporto e del dialogo tra religioni diverse, all’insegna del motto “Siete tutti fratelli”, è uno degli aspetti principali e dibattuti.
Per la giornalista cristiana Mery Aoraha Marawge la sua presenza rafforzerà la “fede in un unico Dio, come figli di Abramo”. Per un 49enne Peshmerga yazidi, originario di Sinjar, uno dei centri su cui si è abbattuta con maggior forza la violenza dello Stato islamico (SI, ex Isis) Francesco “è un grande uomo sul piano spirituale” che in questi anni ha pensato “anche a noi”. Nori Faesl Youni, musulmano sunnita di Ninive, auspica che la visita porti “pace dopo le divisioni, il fanatismo, l’estremismo che ci è stato instillato” e “per questo vogliamo pregare assieme ai cristiani”. 
Questa serie di voci e testimonianze, approfondisce i temi che caratterizzano il viaggio apostolico: incontrare la comunità cristiana; approfondire il rapporto tra religioni diverse; incontrare l’Iraq.
Pensieri e aspettative sono stati raccolti grazie alla collaborazione di don Paolo Thabit Mekko, responsabile della comunità cristiana a Karamles, nella piana di Ninive, e di p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya, nel Kurdistan irakeno.
Ecco le loro testimonianze.
Mery Aoraha Marawge, giornalista cristiana in pensione, 56 anni, Enishke Il papa in Iraq, in Mesopotamia, nella mia terra, è un sogno che diventa realtà. Il valore della visita è nello slogan “Siamo tutti fratelli” nella fede in un unico Dio, come figli di Abramo. Questo aspetto ci dona forza ed energia positiva per vivere in pace, praticando le preghiere e la nostra fede in libertà. Spero che il suo arrivo possa portare pace, stabilità, sicurezza e rispetto reciproco tra tutte le religioni e che il viaggio si svolga in pace e in piena sicurezza.
Shamo Khoded Qolo, 49enne yazidi, militare Peshmerga di Sinjar Abbiamo approfondito questa visita studiando la figura del papa. Dopo che siamo emigrati qui a Enishke, nel Kurdistan, lo abbiamo amato ancora di più e apprezziamo la sua vicinanza, il sostegno alla nostra causa, il fatto che abbia inviato dei rappresentanti del Vaticano a farci visita. Il papa per noi Yazidi è un grande uomo sul piano spirituale. Noi siamo nel suo cuore, non siamo dimenticati perché lui pensa anche a noi. Condividiamo la felicità dei nostri fratelli cristiani e partecipiamo a questa attesa, perché siamo diventati una famiglia. Tutte le sue tappe sono un incoraggiamento a vivere insieme, accettarsi l’un l’altro, e hanno una grande dimensione spirituale, sociale e culturale. A Mosul vedrà le distruzioni, col volo in elicottero potrà vedere anche le devastazioni a Sinjar, la mia città natale, pregare dal cielo per tutte le vittime yazidi e lavorare per le donne che sono ancora nelle mani dell’Isis. Infine, spero che possa incoraggiare il governo alla ricostruzione di Sinjar e saremo accanto a lui nella difesa dei deboli e nella lotta per il bene degli oppressi.
Reeta Riyadh, casalinga cristiana di 26 anni, Karamles Accogliamo con gioia Papa Francesco in Iraq, una visita importante in una prospettiva di pace e di dialogo. Ciò assume un particolare significato per i cristiani, che vivono tempi difficili nel nostro Paese a causa delle violenze del recente passato.
Nori Faesl Younis, musulmano sunnita, insegnante, Ninive In quanto cittadino irakeno, la visita di papa Francesco ha un grande significato per me. L’Iraq ha sete di visite come questa, abbiamo bisogno di un rimprovero, di uno stimolo a rialzarci e ricostruire dopo le distruzioni e la corruzione. La sua venuta farà molto per il Paese, attirando l’attenzione del mondo su di noi, rafforzando le relazioni sul piano religioso e cultuale, catturando gli sguardi sulla nostra storia, la cultura, la civiltà, la convivenza fra religioni. Spero anche possa essere portatrice di pace dopo le divisioni, il fanatismo, l’estremismo che ci è stato instillato. E mi auguro anche che il suo motto “Siamo tutti Fratelli” prenda posto nel nostro cuore, in tutti gli irakeni, che possa piantare il seme della pace e dell’amore che Gesù Cristo ha insegnato all’umanità. Per questo vogliamo pregare assieme ai cristiani, perché anche loro restino attaccati a questa terra, la terra dei loro padri, e non pensino a migrare in nazioni straniere.
Riyadh Gilyana, 60enne cristiano padre di famiglia, Karamles Questo è un appuntamento storico, il primo papa che viene a visitare l’Iraq per vedere con i propri occhi e conoscere di prima mano la condizione dei cristiani. Ciò assume un valore ancora maggiore dopo tutte le violenze, le distruzioni, gli sfollamenti e la devastazione delle case [per mano dell’Isis e dei gruppi jihadisti]. Speriamo davvero che questo viaggio possa essere un gesto verso di benevolenza verso tutti i cittadini irakeni.
Shamy Hawel Iskharia, 34enne insegnante e catechista cristiana, Duhok La venuta del papa porta con sé tre messaggi: di speranza, di pace e di convivenza. Da tempo il Paese è in attesa della visita di un papa, un sogno per San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che trova compimento con Francesco, che realizzerà l’idea dei predecessori. Il suo motto è un invito che vale per noi e per tutto il mondo, quello di essere fratelli. E nell’incontro con tutti i leader religiosi a Ur, la terra di Abramo, darà una grande spinta, un forte incoraggiamento alla fraternità umana. Infine, vorremmo che il papa attraverso questa visita dicesse a tutti gli irakeni, a tutti i capi religiosi e ai politici che siamo fratelli e uniti in questa nazione che soffre. Basta rifugiati, basta violenze, basta uccidersi l’un l’altro!

Papa in Iraq: padre Jaje (Baghdad), “determinato a venire, il popolo attende da lui un messaggio di pace”

By AgenSIR
2 marzo 2021

 “Gli ultimi attentati e gli attacchi alle basi americane, la crisi sanitaria, la sicurezza. Sono stati tutti eventi che hanno messo a dura prova il viaggio del Papa in Iraq. Ma Francesco ha sempre dimostrato una grande determinazione a venire, per manifestare la sua vicinanza ai cristiani e a tutti gli iracheni di questo Paese, musulmani, sabei, yazidi, che hanno sofferto molto e da Papa Francesco oggi si aspettano un messaggio di pace”.
Padre Amir Jaje, domenicano, consulente per il dialogo con l’islam del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, racconta così il “clima” di attesa che si respira in queste ore in Iraq nel corso di una conferenza stampa organizzata dall’Œuvre d’Orient di Parigi. Padre Jaje si è collegato mentre era di rientro da Ur, dove si è recato per mettere a punto gli ultimi preparativi dell’incontro interreligioso di sabato 6 marzo con Papa Francesco e i rappresentanti sciiti, sunniti, cristiani, sabei e yazidi. Il domenicano smentisce le voci secondo le quali il Grand Ayatollah Sayyid Ali al-Husayni al-Sistani si sia rifiutato di firmare il Documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza Umana. “Non c’è stato abbastanza tempo per redigere un testo comune che richiede molta preparazione prima di una firma finale”, chiarisce padre Jaje. “L’incontro tra questi due grandi uomini di pace, il Papa e il Gran Ayatollah, ha un valore simbolico straordinario di fraternità. È la mano tesa del Papa verso il mondo sciita dopo l’incontro ad al-Azhar con il mondo sunnita. Si può dire che a Najaf, la Chiesa tende la mano a tutto l’islam”.
Riguardo alla presenza a Ur del Grand Ayatollah al-Sistani, padre Jaje risponde: “Non potrà essere presente ma semplicemente per ragioni di età e per difficoltà a camminare”. A Ur ci saranno momenti di preghiera, nello “spirito di Assisi”, tratti da testi biblici e dal Corano. Ci sarà solo il discorso di Papa Francesco e testimonianze dei rappresentanti religiosi sul vivere insieme.
Alla conferenza stampa, ha preso la parola anche mons. Pascal Gollnisch, direttore generale dell’Oeuvre d’Orient, in partenza domani anche lui per l’Iraq. Riguardo alla crisi sanitaria, Gollnisch ha assicurato che non ci saranno momenti di assembramento e folle (tranne la messa allo stadio di Erbil) e anche nelle chiese saranno rispettate le misure di restrizione previste dal confinamento. “Il Papa si è assicurato che non ci fosse rischio sanitario a causa della sua presenza”. D’altronde rimandare il viaggio era impossibile. “Il Papa parte per portare in questa terra un messaggio di speranza, unità e rispetto. Il rispetto è importantissimo perché un popolo umiliato è più soggetto al rischio della violenza. Un popolo rispettato si apre al dialogo”. Infine sulle misure di sicurezza, padre Amir Jaje precisa: “Non saranno gestite dagli americani ma dal governo iracheno in collaborazione con il personale vaticano”.

Papa Francesco in Iraq: p. Al-Jameel (orionino), “una grande benedizione. Speriamo nel ritorno della pace”

2 marzo 2021

 “Abbiamo accolto con grande gioia questa notizia della visita del Papa in Iraq. È da tanto tempo che il popolo iracheno cristiano stava aspettando questo avvenimento, perché già Giovanni Paolo II aveva espresso l’intenzione di venire, ma poi non fu possibile perché in quel momento il Paese viveva una situazione politica molto difficile. Ora finalmente è arrivata questa bella notizia, che rappresenta anche la ripresa dei viaggi del Papa, perché sarà la sua prima visita dopo lo scoppio della pandemia nel mondo”.
A parlare è padre Hani Polus Yono Al-Jameel, sacerdote iracheno dell’Opera Don Orione che in una video intervista al mensile Don Orione commenta la prossima visita di Papa Francesco in Iraq in programma dal 5 all’8 marzo.
“Tutto il popolo iracheno, sia cristiano che di altre religioni, – dice il sacerdote – è in grande attesa e accoglierà il Santo Padre con il cuore aperto. Sarà per noi una grande benedizione e speriamo rappresenti il ritorno della pace in modo completo, dopo che il Paese è stato per troppo tempo strappato da guerre e atti di terrorismo”. 
Nativo di Qaraqosh padre Al-Jameel si dice emozionato per la visita del Papa alla sua città natale dove “c’è grande ansia e attesa per questo momento”. “Come figlio spirituale di San Luigi Orione – conclude – ho un amore particolare per il Pontefice, perché noi abbiamo il quarto voto di obbedienza al Papa. Spero davvero di poter essere lì, dipenderà ovviamente dalle possibilità di spostamento con questa pandemia”.

2 marzo 2021

Ritorno a Mosul, fra le macerie lasciate dall’Isis nella comunità cristiana

Lorenzo Cremonesi

Ecco ciò che resta di una delle più antiche comunità cristiane del Medio Oriente: povere macerie lasciate dalla guerra, colonne di marmo sbrecciate in basiliche dissacrate, altari spezzati, croci ridotte in polvere, oratori trasformati in bivacchi per la soldataglia, quartieri vuoti e ingombri di rovine.
Ma soprattutto non ci sono più le persone, mancano i fedeli, azzerate le classi del catechismo e con loro sono spariti i sacerdoti, i rituali, i libri liturgici, le messe, le feste tradizionali.
Appare morto il senso di continuità dal passato al futuro. Un’intera fetta di cultura e storia ridotta all’ombra di se stessa, se non spazzata via del tutto.
«Non ci riprenderemo mai più. Le nostre Chiese irachene risalgono alla predicazione di San Tommaso nel primo secolo dopo Cristo. Sino all’invasione americana del 2003 vivevano ben oltre 50 mila cristiani a Mosul. L’esodo era iniziato subito dopo con la crescita dei rapimenti e degli attentati islamici. Isis occupandola nel giugno 2014 aveva causato la fuga dei 2 mila rimasti. Per tre anni non c’è stato più nessuno. Quindi, dalla sconfitta del Califfato nell’estate 2017, sono tornate una settantina di famiglie, per lo più anziani, che significa meno di 150 persone in tutto. Ma la paura regna sovrana, prevale la caducità. Tengono le valigie pronte in caso di allarme. Il dato più grave sta nella consapevolezza che coloro che sono fuggiti all’estero non torneranno indietro», spiega il 48enne Immanuel Kallo, sacerdote cattolico-siriaco che, grazie agli aiuti del cristianesimo mondiale, è riuscito a ricostruire una chiesa in periferia, ma tiene appese ai muri le foto della sua antica basilica distrutta nel cuore della città vecchia. Le sue parole riportano ai giorni concitati di quella terribile estate di sette anni fa. E ai racconti incredibili dei vecchi, che erano stati gli ultimi a lasciare le loro case. «Con i musulmani abbiano sempre convissuto. E ce la faremo anche con Isis», spiegavano.
Ma poi erano arrivate le tasse per i cristiani come ai tempi dei califfati medioevali, c’erano i fanatici che irrompevano nelle case rubando a piacimento, avevano disegnato in vernice nera croci e cerchi sulle porte minacciando che sarebbero tornati. Non erano mancati assassini mirati, erano iniziate le decapitazioni in piazza. Sino a che li avevano presi tutti e obbligati a marciare sotto il sole di luglio per venti chilometri verso le linee dei curdi sulla strada per Erbil.
Una misera processione di esseri zoppicanti, assetati, privi di tutto, alcuni erano caduti sull’asfalto bollente senza più la forza per rialzarsi. Nell’estremo atto di sprezzante offesa i jihadisti si erano presi collane, anelli, orologi, avevano frugato impietosi nei vestiti per rubare i portafogli, i risparmi di una vita nascosti nelle scarpe, negli slip, sotto le cinture.
«Potevo fare la fine di Paulos Rahho, il vescovo cattolico, e degli altri prelati uccisi in quegli anni. Provai a restare nel regno del terrore di Isis. Ci riuscii per un mese. Ma un giorno venni fermato sulla strada per Karakosh. Uno dei jihadisti mi disse chiaramente che dovevo sparire subito. Rischiavo la decapitazione pubblica se non mi fossi convertito. Intendevano islamizzare Mosul. Non c’era spazio per i cristiani. Poco dopo iniziò la devastazione sistematica delle oltre 30 chiese locali», continua Kallo. Anche qui verrà il Papa nel corso della sua prossima visita in Iraq. E infatti per lui sono stati accelerati i lavori di rimozione delle macerie.
Quelli principali avvengono nell’area della Hosh al-Bieaa (la piazza della chiesa), vi si affacciano quattro basiliche (armena, siriaco-ortodossa, siriaco-cattolica, caldea). La più antica risale al Dodicesimo secolo. Nessuna è stata risparmiata dalla furia dei combattimenti. Interi sotterranei nascondono ancora cadaveri e bombe inesplose. «Oltre il 90 per cento della città vecchia è distrutto. Le chiese vennero usate da Isis come centri amministrativi, oltre a tribunali islamici e prigioni», spiega Anas Ziad, ingegnere civile 29enne che per conto dell’Unesco dirige la ricostruzione «I lavori sono pagati soprattutto da fondi arrivati dagli Emirati. Ma ci vorranno ancora almeno due o tre anni per ridare forma a queste rovine. C’è anche un aspetto paradossale in questo luogo. I militanti di Isis non avevano esitato a distruggere le moschee che contenevano tombe di emiri o qualsiasi altro elemento che violasse la loro lettura purista del Corano. Erano per contro certi che la coalizione alleata non avrebbe sparato sulle chiese, che utilizzarono come rifugi. Si sbagliavano. Qui le bombe sono cadute più numerose. Isis non ha avuto scampo», aggiunge, mostrando le linee segnate in calce bianca sul terreno appena bonificato dove è previsto il palco papale. Tutto attorno la città vecchia sta lentamente riprendendo a vivere. Solo un quinto del suo mezzo milione di abitanti sono tornati. I danni più gravi vanno per circa 900 metri in linea d’aria dalle chiese alla zona della moschea Al Nuri, dove ai primi del luglio 2014 Abu Bakr al Baghdadi aveva per la prima volta annunciato pubblicamente la nascita del suo Califfato.
Tra i ruderi si scorgono ancora i resti delle auto-bomba e mucchi di cinture esplosive utilizzate dai kamikaze sono impilati all’entrata. Per i cristiani iracheni l’arrivo del Papa sarà l’occasione non tanto per sottolineare la distruzione degli edifici, quanto quella delle loro comunità: vent’anni fa erano oltre un milione e 600 mila, ora sono ridotti a meno di 300 mila. Potrebbe anche essere peggio. Non esistono censimenti precisi.
«Il grave è che restano le condizioni che potrebbero fare emigrare anche gli ultimi», ci spiega l’arcivescovo 51enne caldeo cattolico di Erbil, Bashar Matti Warda. «Occorre infatti modificare la costituzione irachena, che deve essere fondata non sulla legge islamica, ma sul diritto di cittadinanza come ogni altro Stato moderno. Oggi noi siamo considerati come una minoranza tollerata dalla maggioranza musulmana. In questo modo si fomenta il settarismo religioso. Non è ammissibile che un musulmano rischi la pena capitale se dichiara di volersi convertire ad un’altra fede. Vanno garantiti i diritti fondamentali dell’individuo. Senza una riforma radicale dello Stato, i cristiani saranno sempre minacciati».