"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

22 gennaio 2021

Il Premier iracheno rimuove i vertici della sicurezza interna dopo il recente attentato kamikaze. Sempre più incerta la desiderata Visita del Papa


In Iraq oltre alle tragiche e dolorose conseguenze di morti e feriti nel doppio attentato kamikaze di ieri a Baghdad, nel mercato popolare di Piazza Al-Tayaran, si scrive molto sulle reazioni del governo del Premier e Capo delle Forze Armate, Mustafa Al-Kadhimi, proprio quando l'ISIS rivendica in queste ore, secondo la stampa locale, la nuova strage di innocenti.
Era da oltre 14 mesi che non si registravano attentati di questo tipo nella martoriata città capitale.
Il portavoce delle Forze Armate, Maggiore Generale Yahya Rasool, ha annunciato che il Premier Al-Kadhimi, ha emesso diversi ordini esecutivi per rimuovere immediatamente cinque importanti alti responsabili della sicurezza dello stato e ciò apre numerose incognite istituzionali per il Paese che si prepara per ricevere la Visita di Papa Francesco ma anche per un processo elettorale anticipato molto polemico e controverso. Le domande sul perché di queste decisioni sono tante e non riguardano solo questioni di efficienza. Rasool ha affermato che gli ordini di rimozione includono il Viceministro degli Interni per gli affari dell'intelligence, il Direttore generale dell'intelligence e della lotta contro il terrorismo presso il Ministero degli Interni, il Comandante delle operazioni di Baghdad, il Comandante della Polizia federale e il Direttore del dipartimento dell'intelligence e della sicurezza di Baghdad. Alcuni di loro erano in prima linea nell'organizzazione statale che si occupa della preparazione della Visita del Santo Padre dal 5 all'8 marzo prossimi. Intanto, come conferma il sito ‘shafaq news’, secondo il Ministero della Salute e dell'ambiente iracheno, queste misure politico-amministrative del Premier arrivano poche ore dopo che due attentati kamikaze hanno provocato 32 vittime e 110 feriti.

L’Isis rivendica gli attentato a Baghdad. Patriarca caldeo: ‘Riconciliazione’


Nella notte le milizie dello Stato islamico (SI, ex Isis) hanno rivendicato il sanguinoso attentato di ieri verso mezzogiorno a Baghdad, che ha causato almeno 32 vittime e 110 feriti, alcuni dei quali versano tuttora in condizioni gravi. Le modalità operative - un kamikaze, seguito da un secondo attentatore suicida - ricordano infatti tecniche già usate a più riprese in passato dal gruppo jihadista, sconfitto sul piano militare ma con cellule ancora attive sul territorio e in ripresa con la pandemia di Covid-19.
A distanza di alcune ore, su un account di Telegram riconducibile all’Isis è apparsa la rivendicazione dell’attacco. Nel messaggio diffuso dal gruppo jihadista si afferma che l’obiettivo dei radicali sunniti sono i musulmani sciiti, bollati come miscredenti e infedeli da colpire. Il gesto ha ricevuto una condanna unanime da leader politici e religiosi irakeni e internazionali.
Dopo papa Francesco, che proprio in Iraq dovrebbe compiere il primo viaggio apostolico all’estero a marzo dall’inizio della pandemia di Covid-19, vi è anche la nota del patriarcato caldeo che “condanna con fermezza” l’attacco suicida “che ha provocato decine di martiri e ferito civili innocenti”.
“La politica - si legge nel comunicato inviato ad AsiaNews - è una responsabilità onorevole per raggiungere la pace, la sicurezza e una vita dignitosa per i cittadini. Pertanto, dopo 18 anni di conflitti e sofferenze, è tempo che gli iracheni si riconcilino e si muovano per sollevare il Paese dal fondo del collasso, liberandolo da controversie politiche e partigiane, settarismo e quote”. Per il porporato, quello attraversato è “un momento fatidico e difficile” in cui “ogni cittadino” è chiamato a “voltare pagina e partire con entusiasmo per contribuire a costruire un Paese sano e forte”.
È compito di tutti, conclude, “costruire le nostre società con una cultura di cittadinanza, tolleranza, diversità, rispetto delle leggi e prestigio dello Stato”. Il presidente irakeno Barham Saleh ha manifestato la condanna unanime delle istituzioni nazionali, sottolineando he il governo “è fermo nel contrastare questi tentativi canaglia di destabilizzare il nostro Paese”. Sostegno e solidarietà arrivano anche dai vertici degli Stati Uniti, dell’Unione europea (Ue) e delle Nazioni Unite. Nel suo periodo di massima espansione l’Isis - apparso sulla ribalta internazionale nel 2014 - è arrivato a controllare 88mila kmq di territorio fra la parte orientale della Siria e il settore ovest dell’Iraq, imponendo il proprio dominio con violenza e terrore a quasi otto milioni di persone. A dispetto della sconfitta militare e della liberazione di gran parte del territorio a partire dal 2017, secondo fonti Onu vi sono ancora oggi almeno 10mila combattenti attivi nell’area.

Patriarca Sako su strage a Baghdad: messaggio di morte, forse nel mirino c’è anche il progetto elettorale

21 gennaio 2021

“Hanno voluto mandare un messaggio di morte, che forse ha a che fare con il ritiro dei soldati USA dal Paese, o con il progetto elettorale. Resta il fatto che, finora, non c’è nessuna dichiarazione o rivendicazione proveniente da chi c’è dietro queste esplosioni”.
Sono inquietanti, pur se telegrafiche, le dichiarazioni e le ipotesi che il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako rilascia all’Agenzia Fides in merito al duplice attentato che questa mattina, 21 gennaio, ha mietuto vittime tra le tante persone che a quell’ora affollavano il mercato di vestiti usati in piazza Tayaran (nella foto), nel centro di Baghdad, provocando una trentina di vittime e circa 90 feriti. Al momento, le autorità irachene hanno dichiarato che ancora non ci sono state rivendicazioni dell’attentato, perpetrato da due attentatori suicidi.
Il generale Kazem Selman, direttore della Protezione civile irachena, ha affermato che "l'attentato ricorda per modalità ed esecuzione quelli compiuti da Daesh (Stato Islamico, ndr)".
Era dal giugno del 2019 che il centro di Baghdad non veniva colpito da attentati di questo tipo. I jihadisti del sedicente Stato Islamico, che a partire dal giugno 2014 avevano conquistato Mosul e poi ampie regioni del Nord Iraq, erano stati dichiarati militarmente sconfitti in Iraq nel dicembre del 2017.
La strage di Baghdad fa cadere un’ombra di inquietudine anche sull’attesa trepidante vissuta dalle comunità cristiane locali in vista della visita apostolica di Papa Francesco in Iraq, in programma dal 5 all’8 marzo. Il 19 gennaio, a Baghdad, nella sede del Patriarcato caldeo, i vescovi cattolici in Iraq avevano partecipato a un incontro di preparazione della annunciata visita papale. Il Cardinale Louis Raphael Sako, in vista del prossimo “Digiuno di Ninive” – tre giorni di digiuno e preghiera tradizionalmente osservati dai cristiani caldei per fare memoria della conversione di Ninive a seguito della predicazione del Profeta Giona, giornate che quest’anno cadono dal 25 al 27 gennaio –aveva esortato tutti i battezzati caldei a “a pregare per la salvezza dall’epidemia di Coronavirus” e “anche per la buona riuscita della visita di Papa Francesco a marzo”. Intanto il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, a nome di Papa Francesco ha inviato al Presidente iracheno Bahram Salih un telegramma di cordoglio per le vittime della strage “Sua Santità Papa Francesco” si legge nel telegramma, diffuso dalla Sala stampa vaticana “è stato profondamente rattristato nell'apprendere dell'attentato di questa mattina in piazza Tayaran a Baghdad. Nel deplorare questo insensato atto di brutalità" prosegue il testo, il Papa "prega per le vittime decedute e le loro famiglie, per i feriti e per il personale di emergenza presente. Confidando che tutti continuino a lavorare per superare la violenza con fraternità, solidarietà e pace, Papa Francesco - conclude il cardinale Parolin - invoca sulla nazione e sul suo popolo iracheno la benedizione di Dio onnipotente".

21 gennaio 2021

Baghdad, 30 morti e 70 feriti in un doppio attacco. Il dolore del papa e di mons. Warduni

Foto Rudaw


Un attacco che “ha colpito nel centro della città” e che “ha sorpreso tutti quanti: non ce lo aspettavamo ed è difficile capire cosa sia successo”.
È quanto afferma ad AsiaNews mons. Shlemon Audish Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad e braccio destro del patriarca caldeo, commentando il grave attentato che ha colpito la capitale irakena questa mattina, dopo un lungo periodo di relativa calma.
Papa Francesco ha inviato in mattinata un suo telegramma di cordoglio. “Restiamo in attesa - aggiunge il prelato - di raccogliere maggiori informazioni, per il resto dobbiamo aspettare”.
Un doppio attentato suicida ha provocato oltre 30 morti e 70 feriti questa mattina in un mercato all’aperto in piazza al-Tayaran, nel centro di Baghdad, che da tempo non registrava fenomeni violenti di così vasta portata. Le due esplosioni sono avvenute verso le 12 ora locale.
Per i soccorritori il bilancio è ancora provvisorio e il numero delle vittime è destinato da aumentare nelle prossime ore. Diversi feriti, alcuni dei quali in condizioni gravi, sono stati ricoverati negli ospedali della città. Un analogo attacco nella stessa piazza nel 2018 aveva provocato 31 vittime. Dal giugno dello scorso anno non si verificavano attacchi sanguinosi di così vasta portata a Baghdad, una delle città interessate dalla visita di papa Francesco dal 5 all’8 marzo. Il pontefice segue da vicino l’evolversi della situazione irakena e, attraverso il Segretario di Stato card Pietro Parolin ha inviato un telegramma di condoglianze al presidente Barham Salih. Il papa esprimendo “profonda tristezza” deplora “questo atto brutale senza senso” e prega “per le vittime e le loro famiglie, per i feriti e per il personale medico” intervenuto. Egli richiama i valori di “fraternità, solidarietà e pace” per “superare le violenze” e invoca la benedizione per la nazione e il suo popolo. Al momento non si registrano rivendicazioni ufficiali ma i sospetti, anche in considerazione delle modalità d’azione, sono indirizzati verso lo Stato islamico (SI, ex Isis), sconfitti sul piano militare, ma con cellule ancora attive sul territorio e in ripresa con la pandemia di Covid-19.
Con la caduta di Mosul, ex roccaforte jihadista, l’Isis ha rivendicato solo la responsabilità di attacchi di piccola scala, effettuati perlopiù di notte contro postazioni militari in aree isolate. Secondo le prime testimonianze, due kamikaze imbottiti di esplosivo si sono fatti esplodere fra la gente. Il primo è entrato al mercato dicendo di non sentirsi bene e quando si è formato un gruppo di persone si è fatto saltare in aria; la deflagrazione ha attirato l’attenzione delle persone presenti, che si sono dirette nel punto dello scoppio. In quel momento un secondo attentatore ha azionato il giubbotto esplosivo. Per Baghdad è l’attentato più grave degli ultimi tre anni: il mercato era tornato ad affollarsi solo nell’ultimo periodo, dopo mesi di chiusure e restrizioni legate alle politiche di contenimento della pandemia di nuovo coronavirus. Intanto il Paese si prepara alle elezioni generali, occasione anche in passato di gravi episodi di violenze: infatti, l’attentato del 2018 aveva preceduto di qualche tempo il voto alle politiche. Il Primo Ministro Mustafa al-Kadhemi aveva indicato giugno come data per le elezioni, anche in risposta alle massicce proteste dell’ottobre 2019 e represse dal precedente esecutivo con la forza; tuttavia, per questioni organizzative e burocratiche la commissione elettorale ha posticipato il voto al prossimo mese di ottobre.

20 gennaio 2021

Iraq: card. Sako (patriarca), “trasformiamo la dolorosa esperienza della pandemia in una opportunità di grazia e di bontà”


Foto Patriarcato Caldeo

 
“Trasformiamo la dolorosa esperienza della pandemia di Coronavirus in una opportunità di grazia e di bontà, con un serio atteggiamento spirituale e solidale”. Lo scrive il patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphael Sako, in un messaggio ai fedeli caldei in occasione del “Digiuno di Ninive” o “Ba-oota d’ Ninevayee” che fa memoria della conversione a Dio degli abitanti di Ninive a seguito della predicazione del profeta Giona.
Il periodo di digiuno e preghiera si celebra il lunedì, il martedì ed il mercoledì della quinta settimana dell’anno solare – quest’anno il 25, 26 e 27 gennaio – due settimane prima dell’inizio della Quaresima.
In questi giorni i fedeli sono invitati a digiunare completamente o astenersi, dall’alba al tramonto, dal mangiare pesce, carne e derivati del latte. Nel testo, il patriarca esorta i fedeli “a pregare per la salvezza dall’epidemia di Coronavirus, a contemplare il significato della nostra esistenza e ad assumerci le nostre responsabilità verso i fratelli, a essere solidali con i malati di Coronavirus e altre malattie e con tutti coloro che hanno perso il lavoro e ogni forma di sostentamento”. Dal cardinale anche un forte invito a pregare per “la pace, la sicurezza e la stabilità dell’Iraq e della Regione messa a dura prova da guerre e conflitti. Preghiamo anche per la buona riuscita della visita di Papa Francesco a marzo. Ascoltiamo le sue parole come il popolo di Ninive udì quelle di Giona, così da avere una vita migliore”.

19 gennaio 2021

Riunione dei vescovi cattolici in Iraq in preparazione della visita papale.

By Baghdadhope*

Foto Patriarcato caldeo.

Si è svolta nella sede del patriarcato caldeo a Baghdad la riunione dei vescovi cattolici in preparazione della annunciata visita papale di marzo.
Riporta la notizia il sito del Patriarcato caldeo. 

Alla riunione erano presenti in tutto 17 porporati perchè, ricordiamo, a dicembre dello scorso anno Mons. Rabban Alqas, vescovo caldeo di Dohuk, è stato sostituito per motivi di salute dal vescovo di Mosul come amministratore pro-tempore. 
Per la chiesa caldea, la compagine ovviamente più numerosa, erano presenti il Patriarca, Cardinale Louis Raphael Sako, i suoi vescovi ausiliari, Mons. Basel Yaldo e Mons. Robert Jarjis, il vescovo ausiliare emerito di Baghdad, Mons. Shleimun Warduni, il vescovo di Bassora, Mons. Habib Alnaufali, il vescovo di Mosul, Mons. Najib Mikhael O.P. quello di Kirkuk, Mons. Thomas Yousef Mirkis, quello di Erbil, Mons. Bashar Matti Warda, quello di Alqosh, Mons. Mikha P. Maqdassi e quello di Zakho, Mons. Shabi Felix Dawood

Per la chiesa siro cattolica erano presenti Mons. Youhanna Butrous Moshe, vescovo di Mosul, Mons. Ephrem Yousef Abba, vescovo di Baghdad, Mons. Athanasius Firas Dardar, Vicario patrarcale per Bassora e il Golfo e Mons. Nathaniel Nizar Seeman, alla guida della diocesi di 
Hadiab - Erbil e tutto il Kurdistan.

La chiesa latina era rappresentata dal vescovo di Baghdad Mons. Jean Benjamin Sleiman e dal Nunzio Apostolico, Mons. Mitja Leskovar, e quella armena dall'amministratore patriarcale Mons. Yousef Nerses Zabarian.   
        

La Ministra cristiana Evan Jabro risponde alle polemiche sul processo di chiusura dei campi profughi

In Iraq il programma di chiusura dei campi profughi e il ritorno degli sfollati interni alle rispettive aree di provenienza procede a ritmi intensi, ma ai risultati positivi già pubblicizzati dalle autorità politiche irachene fanno da contrappeso critiche e polemiche di diversa provenienza.
A guidare il piano di chiusura dei campi di accoglienza profughi è la cristiana caldea Evan Faeq Yakoub Jabro, attuale Ministra irachena per l’immigrazione e i rifugiati.
In una recente intervista a al Monitor, Evan Jabro ha riferito che "Su 76 campi di sfollam (sic!) prima della formazione dell’attuale governo, solo 29 campi sono ancora aperti", confermando che le autorità governative irachene puntano a completare la chiusura di tali strutture entro la fine dell’anno.
Negli ultimi mesi, secondo le fonti ufficiali del governo, almeno 66mila sfollati interni iracheni avrebbero fatto ritorno alle proprie case. Ai numeri e ai risultati positivi vantati dal governo, fanno da contraltare le polemiche concentrate soprattutto sui metodi utilizzati per chiudere i campi e spingere i loro “ospiti” a far ritorno alle terre da cui erano fuggiti.
La ministra Evan Jabro, in interviste e dichiarazioni ufficiali, continua a ripetere che ogni ricollocamento dei rifugiati nelle proprie aree di provenienza avviene in maniera concordata con le autorità locali e sempre su base volontaria, potenziando anche l’assistenza e le misure di protezione sanitaria per chi rimane nei campi profughi.
Nel contempo, gruppi di rifugiati e volontari coinvolti nella loro assistenza segnalano casi – come quello del campo di Habbaniyah, nella Provincia di Niniveh – dove la chiusura della struttura ha lasciato centinaia di famiglie senza dimora e senza la possibilità concreta di trovare sistemazioni alternative. A novembre, il piano esposto dal governo di Baghdad prevedeva di completare la chiusura di tutti i campi profughi disseminati sul territorio nazionale entro marzo 2020.Ma la realizzazione del piano si è rivelata tutt’altro che agevole, e i tempio si sono allungati. Molti dei campi accolgono sfollati interni fuggiti dalle regioni nord-irachene che nel 2014 erano cadute sotto il dominio jihadista dell’auto-proclamato Stato Islamico (Daesh).
La volontà governativa di chiudere i campi risponde a esigenze economiche, sanitarie – legate alla pandemia da Covid-19 - e di ordine pubblico, e le difficoltà nella realizzazione del piano sono dovute in alcuni casi anche alle resistenze di molti profughi che non intendono fare ritorno alle rispettive aree di provenienza, dove la perdurante insicurezza e la mancanza di lavoro rendono difficile immaginare un futuro sereno per le proprie famiglie.
Evan Jabro, chiamata nel giugno 2020 a gestire le politiche del governo iracheno riguardo alla emergenza migratoria e del ricollocamento degli sfollati interni, insegna biologia e si è distinta in passato per l’attenzione alle emergenze sociali riguardanti le giovani generazioni, solitamente trascurate dai blocchi che dominano la politica irachena. In passato, Evan Jabro ha lavorato con la ONG Al-Firdaws, fondata da Fatima Al-Bahadly nel 2003, e impegnata a elaborare progetti sociali e di lavoro indirizzati soprattutto a donne e giovani. La Ministra ha ricoperto anche il ruolo di consigliere del Governatore di Mosul per le questioni relative alle minoranze, e alle elezioni politiche irachene del maggio 2018 aveva concorso come candidata all’assegnazione di uno dei 5 seggi riservati alle minoranze cristiane, secondo il “sistema delle quote”.

Iraq makes major progress in closing camps for the displaced

January 15, 2021

Three years after Iraq officially declared victory over the Islamic State (IS), a new batch of over 3,000 of those displaced by the terror group have returned to their homes from Salamiyah camp in Ninevah governorate.
The development is part of Iraq's Ministry of Migration and Displacement plan to close this camp and others, the ministry announced Jan. 9. The ministry is planning to close all the displacement camps across Iraq this year.
 “This is the first government to create a comprehensive plan to bring the displaced persons back to their areas of origin,” said Minister of Migration and Displacement Ivan Faiek Jabru, one of three female ministers in Prime Minister Mustafa al-Kadhimi’s government.
 “We accepted the responsibility to seriously implement this strategy,” she told Al-Monitor, pointing out that previous ministries had focused only on distributing food rations and providing health services.
“There were neither voluntary return efforts nor camp closures, and not even support to refugees abroad,” she added.
Over the past six months, more than 66,600 internally displaced persons (IDPs) have returned to their homes.
“Out of 76 displacement camps before the formation of this government, only 29 camps are still open,” said Jabru. “Still, we increased the food rations … to ensure food security and to cope with the impact of the coronavirus pandemic.”
Ninevah’s Salamiya camp and Anbar’s Amiriyat Fallujah camp will be shut down within days.
 “We still need time to solve security and tribal problems for Jada’ah camp, to the south of Mosul,” Jabru noted. “As for the Kurdistan Region’s camps, we are about to conduct a special visit to coordinate an effort to close 10 camps in the first phase [of closures]."
The minister emphasized that no one will be forced to go back home.
However, there was a great deal of criticism from IDPs and relief workers that the displaced are being forced to return home or to move to other camps. They also criticize the government for not ensuring necessary safeguards for their return. The government denies the accusations.
“It is 100% voluntary return,” confirmed Jabru. “We worked hard to remove the obstacles by creating a suitable environment, reconstructing their houses, providing job opportunities, holding national reconciliation workshops and establishing income-generating projects.”
After he fled his hometown of al-Qaim on the border with Syria to Turkey in 2014, Omar al-Ta’i's relatives and neighbors sought refuge in displacement camps inside Iraq. “Most of my relatives in al-Qaim and Rummana voluntarily came back to their homes,” the 27-year-old teacher told Al-Monitor. “Still, some are struggling financially. Their areas are safe now and the camps should be closed. But some want to stay there due to the lack of services, jobs or places to live.
Ahmed al-Ghurairi, a representative of the International Rescue Committee’s protection program who works in western Anbar, criticized the move. “Some were forced to leave the camps recently,” he told Al-Monitor. “Especially the families from al-Qaim. Most of them have neither homes nor jobs; the infrastructure is destroyed and the economy is in a deplorable state.” 
 Mustafa, a displaced man who lives and works in Habbaniyah displacement camp and gave a pseudonym for security reasons, told Al-Monitor, “About 100 families cannot go back home and might be forced to leave or move to Amiriyat Fallujah camp.” 
Although the Habbaniyah camp was officially declared closed in November 2020, over 200 families still remain since they have nowhere else to go. 
However, Jabru denied the use of force in returning the displaced to their homes. She told Al-Monitor that if families do not want to return home for any reason, “we do not force them at all.” She said that if a given camp only has a few families remaining, it may “ask them to move to another camp to maintain the quality of service provided to them." 
 The government hopes to ensure the return of all IDPs, some of whom have lived for six years in camps with poor educational and health services, and faced abuse. “We implemented sustainable solutions to bring the people back and guarantee their welfare while we continue providing relief for them,” Jabru said. “We have distributed 300 flats in Maysan governorate, in the southeast of Iraq, for displaced families; restored 1,600 houses in Anbar and Ninevah; built 490 caravans to house displaced families; and built 41 other caravans as makeshift schools in Ninevah and Diyala in the past six months." 
The ministry has resumed issuing approvals to allow people to return to their hometowns in tense areas like Sinjar and Jurf al-Sakhar, after working to prevent the release of former IS members. "The approvals to return home — needed to cross various checkpoints — took around 20 days to obtain,” 
Qahtan Shaqqo, a young Yazidi man who returned to Sinjar six months ago from a camp in Dahuk, told Al-Monitor. As of 2019, more than 250,000 Iraqis were awaiting asylum in neighboring countries. 
Due to the scope of this problem, Jabru has focused the ministry’s efforts on helping refugees whose asylum applications were rejected to return home. “Over the past three months, 800 citizens have returned from Turkey and Europe,” she said. “We have granted 379 land plots to some of these refugees along with a repatriation allocation of 4 million Iraqi dinars [$2,740] each to encourage them to come back.” 
 Another 13,000 internally displaced families were granted funding of 1.5 million Iraqi dinars ($1,025) each, Jabru noted. Shaqqo and Ta’i are hoping to obtain these grants, saying some of their acquaintances already have. “Most of the people in Ramadi got those grants,” said Ta’i. “However, those in the regions to the west of Anbar haven’t got them yet, including my father. We haven’t been compensated for the damage done by aerial bombardments on our house and brand-new car. We have lost almost everything.” 
While many IDPs like Fahad Sultan, a Muslim Kurd who returned to his village on the outskirts of Sinjar after six years in Dahuk, hoped to resume normal life, they encountered unemployment, destroyed cities and infrastructure, tribal conflicts and unexploded ordnance. Ghurairi said that IS militants have recently destroyed transmission towers in al-Qaim. “Some families live below the poverty line, and families who depend on female breadwinners are prone to exploitation,” he explained. 
The Migration and Displacement Ministry acknowledges these challenges and expresses determination to continue the efforts to resolve these obstacles. “We are organizing visits to the Kurdistan Region to facilitate the rapid return of families,” Jabru concluded. “The same goes for Jurf al-Sakhar, due to the area’s unstable security situation and the presence of unexploded ordnance. It is difficult for families to return at the present time.”

18 gennaio 2021

Il cardinale Sako: “L’Iraq aspetta il Papa, messaggi di pace anche per Siria e Libano”

By La Stampa - Vatican Insider
Salvatore Cernuzio 
15 gennaio 2021

«Papa Francesco verrà in Iraq, le precauzioni per il Covid non significano che ha cambiato idea. La gente, inclusi i musulmani, ha bisogno di una sua parola».
È quasi un appello, al Papa e a Dio, quello del cardinale Louis Raphaël Sako, patriarca caldeo di Baghdad, perché non salti il viaggio del Pontefice annunciato per il 5-8 marzo 2021.
Trasferta resa incerta dall’evoluzione dell’emergenza sanitaria ed eventuali problemi di sicurezza.
«Faremo di tutto per accogliere il Santo Padre nel migliore dei modi», dice a Vatican Insider - La Stampa il patriarca che ha diffuso una “Preghiera per la visita del Papa” da recitare ogni domenica durante le messe.

Eminenza, l’ultima dichiarazione di Francesco è stata: «Non so se il prossimo viaggio in Iraq si farà». Verrà il Papa nella vostra terra, sì o no?
«Sì, verrà. Speriamo a marzo, come annunciato, ma naturalmente tutto dipende dalla situazione sanitaria. Se l’ha detto, il Santo Padre lo farà. In Iraq verrà sicuramente. Lui conosce la situazione della pandemia e non vuole creare danno a nessuno, ma la cautela non significa che abbia cambiato idea, l’intenzione c’è. Nei giorni scorsi, poi, è arrivata a Baghdad la delegazione vaticana per i controlli di sicurezza. Sono andati ad Erbil, Mosul, Qaraqosh».
Si può dire che il Papa verrà principalmente per i cristiani perseguitati? È una chiave di lettura corretta o una forzatura?
«È una interpretazione settaria che ci fa anche del male. Papa Francesco viene per tutti gli uomini dell’Iraq, non farà discorsi solo per i cristiani. È naturale che loro avranno un posto speciale lungo tutto il viaggio: hanno sofferto per gli interventi militari, sono stati costretti a fuggire… Ma tutti gli iracheni hanno sofferto! Quindi il Papa incoraggerà, sì, i cristiani a perseverare e ricostruire la fiducia nel futuro, ma allo stesso tempo parlerà con i musulmani sul dialogo, sul rispetto delle religioni, sulla pace. Siamo “fratelli tutti” e non solo a livello religioso ma anche politico, quindi il Papa si rivolgerà ad ognuno di noi. E con i suoi discorsi parlerà anche a Paesi vicini come Siria, Libano, Yemen che vivono le nostre stesse situazioni».
Lei ha denunciato in diverse occasioni il rischio del settarismo da parte delle comunità cristiane. Perché?
«Per i cristiani è un vero e proprio pericolo ridursi a delle sette. Le manifestazioni atroci di violenza e persecuzione del passato hanno creato un’atmosfera di paura che impedisce loro di crescere e svilupparsi. È come se fossero una minoranza super protetta e ciò li rende quasi un corpo estraneo nel tessuto sociale. Questo non può avvenire per i cristiani che hanno insito nella loro missione l’aprirsi per aiutare e creare reti di solidarietà».
Crede che anche gli aiuti economici dall’estero o molte campagne a favore dei cristiani perseguitati siano, in tal senso, controproducenti
«L’esodo, purtroppo, ha creato una mentalità di chiedere aiuto sempre da fuori e le forme di sostentamento non danno certamente una spinta a lavorare, sviluppare sé stessi, fare qualcosa. Diciamo che è la mentalità di consumo che non aiuta, bisogna uscirne perché ora tocca ai cristiani aiutare gli altri. E già l’hanno fatto! Quando lanciamo qualche progetto, tante famiglie sono in prima linea per aiutare con il poco che hanno. Penso al terremoto a Cuba, qualche anno fa, o alla recente pandemia per cui hanno stanziato 10mila dollari. È una cifra simbolica ma pur sempre un gesto. I cristiani in Iraq oggi devono aprirsi e collaborare col governo per costruire uno Stato democratico, non settario. Devono, insomma, uscire e non aspettare che tutto venga dagli altri, ma anzi avere un ruolo attivo nella vita sociale e politica del Paese».
Dai giovani c’è una spinta al cambiamento? La mobilitazione pacifica di Baghdad dell’ottobre scorso è sembrata un segno del desiderio di partecipazione di tanti cittadini affratellati fra loro.
«Noto una presa di coscienza da parte delle nuove generazioni irachene, in particolare le donne che rivestono ruoli di leadership. Anche i responsabili di governo auspicano un cambiamento concreto. Non è una strada facile, ci sono ostacoli, prima di tutto le milizie e poi alcuni partiti settari con le loro ideologie fondamentaliste. Insisto: i cristiani possono contribuire al cambiamento, invece di aver paura e chiudersi in casa».
Ha parlato di una possibile visita del Papa a Najaf, città santa degli sciiti, per la firma con l’ayatollah Ali al-Sistani del documento sulla fratellanza umana di Abu Dhabi. Ha conferme di tale evento o rimane un’ipotesi?
«Condividiamo questo desiderio con gli sciiti e abbiamo parlato con la Santa Sede di quanto sarebbe importante una simile visita. I capi sciiti hanno un ruolo importante nella zona e il Papa è un uomo del dialogo, ha il carisma di parlare con i musulmani. Siglare un documento sulla fratellanza umana sarebbe un gesto enorme, con un impatto positivo anche per la presenza cristiana. Al momento, però, non abbiamo risposte».
Il programma ufficiale non è ancora stato reso pubblico, ma si sa che Francesco visiterà Baghdad, Ur, Mosul, Qaraqosh, Erbil. In questi appuntamenti saranno presenti anche rappresentanti ebraici?
«Sì, abbiamo suggerito che un capo delle poche famiglie ebraiche di Baghdad possa partecipare alla celebrazione interreligiosa di Ur. Si tratta di una preghiera comune alla quale saranno presenti cristiani e musulmani, sciiti e sunniti, ma anche yazidi, mandei e via dicendo. È molto importante che la presenza di giudei sia favorita e promossa, anche per evitare il rischio di politicizzazione e ghettizzazione».
Cristiani, ebrei, musulmani, tutti insieme con il Papa. Può realizzarsi così quel sogno di padre Paolo Dall’Oglio (che lei conosce bene) di un cammino delle tre religioni monoteiste da Ur sulle tappe di Abramo
«Più che un sogno credo che sia l’unica soluzione. Senza dialogo, senza unità, non avremo futuro. Noi siamo fratelli, nella fede crediamo in un solo Dio. Le assicuro che molti, soprattutto musulmani, aspettano una parola del genere. Negli ultimi anni in Iraq abbiamo sentito solo il clamore delle armi, il rumore della morte e della distruzione. Basta! Vogliamo la pace. I musulmani hanno sete di questo: i capi, come il popolo».
 Anche perché c’è una pandemia che, come ha sempre detto il Papa, mette tutti sulla stessa barca…
«La media dei contagi in Iraq è del 3%. Il coronavirus si è abbattuto in modo lieve sul Paese rispetto ad altri, forse perché abbiamo già sofferto tanto. L’emergenza ha però unito gli uomini, ho visto una grande solidarietà tra le persone. Parlo di aiuti alle famiglie a cui mancava il cibo, di iniziative dei giovani per i bisognosi o per i bambini. Ad esempio, a Natale alcuni ragazzi musulmani si sono travestiti da Babbo Natale e hanno distribuito regali, senza distinzione di religione. L’emergenza ha suscitato un risveglio morale, molti musulmani hanno fatto cose che prima facevano solo i cristiani tra loro. Sono stati proprio alcuni sciiti e sunniti ad aver suggerito una conferenza interreligiosa alla presenza del Papa a Baghdad, dove invitare sceicchi, capi religiosi, capi tribù, partiti politici. Tutti uniti come segno di riconciliazione. Per organizzare una cosa del genere però ci vuole tempo, ma l’annuncio del viaggio ci ha colto di sorpresa».
Oltre al Covid, ci sono rischi di sicurezza?
«Al momento non c’è nessun pericolo. Poi non so se domani scoppierà un conflitto tra Iran e Usa che complicherà tutto. Mi auguro di no… Il governo prenderà ogni misura possibile per proteggere il Santo Padre. Tutti lo aspettano, tutti gli vogliono bene, anche da Siria e Libano. Venendo in Iraq è come se visitasse anche quelle terre. Perciò lo incoraggiamo: Santità, la aspettiamo!».

14 gennaio 2021

Qaraqosh, una statua della Madonna sulla chiesa distrutta dall’Isis


Foto Ankawa.com

Questa mattina i cristiani di Qaraqosh, il più importante centro cristiano della piana di Ninive, nel nord dell’Iraq, hanno celebrato la posa di una statua della Madonna sul campanile della chiesa siro-cattolica della Vergine Maria. Un luogo di culto caro ai fedeli della zona, distrutto dai miliziani dello Stato islamico (SI, ex Isis) durante il periodo dell’occupazione dalla seconda metà del 2014 che lo avevano incendiato e nel avevano devastato tutti i simboli cristiani presenti all’interno. La struttura è stata ricostruita negli ultimi anni grazie agli sforzi e all’impegno di tutta la comunità locale. 
“Il campanile di questa chiesa, la più grande della piana di Ninive, era stato raso al suolo ai tempi della liberazione, con un missile o una bomba, non si sa di preciso” racconta ad AsiaNews don Paolo Thabit Mekko, responsabile della comunità cristiana a Karamles, nella piana di Ninive, nel nord dell’Iraq. “Del campanile - prosegue il sacerdote - era rimasta solo una parte, che è stata ricostruita e, questa è una novità, si è deciso di piazzare sulla sommità una statua della Madonna, come abbiamo fatto noi due anni fa a Karamles”.
La chiesa di Qaraqosh, nome mutuato dall’impero ottomano turco che i cristiani preferiscono chiamare con il nome aramaico di Bakhdida, è dedicata “all'Immacolata, alla purissima” spiega don Paolo, e per questo “al momento della ricostruzione si è voluto mettere anche una statua”. Ad eseguire l’opera, aggiunge, “è stato un artista cristiano locale, uno scultore chiamato Thabit Michael che ha realizzato in passato anche una statua della Madonna per la chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Baghdad”, teatro della strage per mano di al-Qaeda nel 2010.
Nell’estate del 2014 l’Isis ha invaso Qaraqosh distruggendo le case, devastando le chiese, la biblioteca e gli altri luoghi di interesse della città. Decine di migliaia di famiglie hanno dovuto abbandonare in tutta fretta le loro abitazioni, in quello che è stato a lungo il centro cristiano più importante della piana di Ninive. La cittadina è stata liberata dal giogo jihadista due anni più tardi, nel 2016. Al rientro - ad oggi ancora parziale - le famiglie hanno trovato i segni dei saccheggi e delle devastazioni. Gli uomini del “Califfato” avevano bruciato o depredato la gran parte del patrimonio culturale e letterario; tuttavia, grazie all’impegno di organizzazioni caritative cristiane e di altre realtà, fra le quali la Chiesa siro-cattolica, nel settembre dello scorso anno ha riaperto la biblioteca che, in poco tempo, è diventata un punto di riferimento per la zona.
“L’evangelizzazione nella nostra terra, che aspetta la visita di papa Francesco” fra dubbi e incertezze, spiega il sacerdote, “passa anche attraverso l’arte che è fondamentale per mantenere l’identità. E il nostro Thabit Michael non è solo un vero artista, ma è anche un cristiano devoto alla propria terra, che vuole farla rinascere anche attraverso le sue opere. A lui si deve anche la statua della Madonna nella più antica e importante chiesa di Mosul, che tutti noi speriamo di ricostruire dopo che è stata devastata dall’Isis”. 
Oggi la situazione nella ex roccaforte del califfato e nella piana di Ninive per don Paolo è “tranquilla, si registrano alcuni movimenti ma nulla di preoccupante”. Anche la pandemia non ha interrotto la vita delle comunità, a Karamles da due mesi non si registrano casi e in tutta l’area i timori delle persone sono rivolti molto più alla crisi economica e alle difficoltà legate alla ricostruzione: “Per noi - conclude il sacerdote caldeo - la preoccupazione è rivolta all’inflazione, all’aumento dei prezzi e del rapporto fra dollaro e valuta locale. Tutto questo rende molto più difficile il compito di ricostruire e rappresenta un ulteriore incentivo alla fuga per i giovani, che non vedono nuove prospettive”.

Papa Francesco e i vaccini per l'immunizzazione anti-Covid


Se sarà confermato che Papa Francesco ha ricevuto oggi il vaccino (BioNTech-Pfizer), nella postazione vaticana per le vaccinazioni anti Covid-19 dei dipendenti attivi e pensionati della Santa Sede (presso l'ingresso della Sala Paolo VI), vuol dire che tra tre settimane dovrà sottoporsi alla puntura del richiamo e quindi dovrebbe essere immune dall'11 febbraio in poi. 
Questo fatto rimuove un ostacolo attuale molto importante per il viaggio apostolico programmato in Iraq dal 5 all'8 marzo e dove ieri è continuata la visita, a Mosul, del team vaticano per la sicurezza. Questo sopraluogo non riguarda solo le questioni della sicurezza del Pontefice ma anche le insidie dell'epidemia in corso in tutto il mondo.

Preghiera da recitarsi durante le Messe delle domeniche per la visita di Sua Santità, Papa Francesco

Cardinale Louis Raphael Sako

Signore nostro Dio, concedi al Papa Francesco la salute e la prosperità, affinché possa svolgere con successo questa visita attesa. Benedici i suoi sforzi per rafforzare il dialogo e la riconciliazione fraterna e per costruire la fiducia, consolidare i valori della pace e della dignità umana, specialmente per noi iracheni, testimoni di avvenimenti dolorosi che ci hanno toccato.
 Signore, nostro creatore, illumina con la tua luce i nostri cuori, affinché vediamo il bene e la pace e iniziamo a realizzarli.
Maria Vergine, madre nostra, alla tua cura materna affidiamo la visita del Papa Francesco, affinché il Signore ci conceda la grazia di vivere in piena comunione nazionale, cooperando fraternamente per costruire un futuro migliore per il nostro paese e i suoi cittadini. Amen.

13 gennaio 2021

Iraq: intelligence italiana a Mosul per valutare la sicurezza prima della visita del Papa


Una delegazione italiana è arrivata oggi nella città di Mosul, nel nord dell’Iraq, per valutare la sicurezza della regione prima della visita nel Paese di papa Francesco, prevista per il periodo compreso tra il 5 e l’8 marzo prossimi. 
Lo riferisce una fonte del governatorato di Ninive, di cui Mosul è capoluogo, al portale internet iracheno “Shafaq”. 
Secondo la fonte, la delegazione - i cui componenti non sono noti - ha visitato la chiesa della cittadella, nella città vecchia di Mosul, e successivamente si è recata nella cittadina di Qaraqosh (nota anche come Bakhdida), che il Papa probabilmente vedrà durante il viaggio. 
 Ufficiali della sicurezza irachena accompagnavano la delegazione, il cui scopo era valutare se la situazione dei luoghi dal punto di vista della sicurezza consenta o meno la visita di Francesco. Secondo l’agenzia la delegazione ha rifiutato di essere seguita dai media, e ha impedito di effettuare riprese. In un’intervista rilasciata al “Tg 5”, papa Francesco ha sottolineato di non essere sicuro di poter visitare l’Iraq, a causa della situazione epidemiologica. Le tappe della visita del Papa in terra irachena dovrebbero essere, oltre alla capitale Baghdad, le città di Ur, Erbil, Mosul, e Qaraqosh, nella piana di Ninive.

12 gennaio 2021

Papa in Iraq: card. Sako (patriarca), “cresce l’attesa. Il Papa nella cattedrale siro-cattolica dove i terroristi massacrarono 48 cristiani”

Daniele Rocchi

“La preparazione del viaggio di Papa Francesco procede bene. Stiamo collaborando in maniera ottimale con le Autorità irachene. In questi giorni ho avuto anche diversi incontri: uno con la delegazione del leader sciita Muqtada al Sadr, e altri con rappresentanti della Commissione nazionale per i diritti umani e le minoranze e con esponenti del Consiglio iracheno per la pace e la solidarietà. Appuntamenti che preparano il terreno alla visita attesa di Papa Francesco a marzo. Un terreno che vede nascere primi piccoli frutti”.
A raccontare al Sir come cresce l’attesa in Iraq per il viaggio di Papa Francesco a marzo (5-8) è il patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphael Sako.
Non sembrano destare preoccupazione le parole dello stesso pontefice, durante una recentissima intervista televisiva, che non assicurava al 100% la realizzazione del viaggio che, come precisato anche dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, “terrà conto dell’evoluzione dell’emergenza sanitaria mondiale”. Già note le principali tappe papali: oltre alla capitale irachena, il Pontefice si recherà nella piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, a Erbil nel Kurdistan iracheno, a Mosul e Qaraqosh nella piana di Ninive, tradizionalmente abitata dai cristiani.
Come annunciato dallo stesso patriarca è allo studio la possibilità che il Papa possa visitare anche Najaf, città santa degli sciiti e incontrare la guida spirituale Ali Al-Sistani.
I due potrebbero firmare il documento di Abu Dhabi.
“Ancora non abbiamo conferme su questo appuntamento” dichiara il cardinale che annuncia che “si terrà il 5 marzo, nella cattedrale siro-cattolica ‘Nostra Signora della salvezza’ di Baghdad, l’incontro con il clero”.
Si tratta di un luogo significativo della Chiesa irachena perché, ricorda Mar Sako, “è la chiesa che venne attaccata dai terroristi il 31 ottobre del 2010. In quell’attentato morirono martiri decine di fedeli”, ben 48, tra cui due sacerdoti.
La fase diocesana della loro Causa di Beatificazione e Dichiarazione di Martirio si è conclusa a Baghdad il 31 ottobre del 2019. Tra loro si contano intere famiglie, genitori, bambini, un neonato di tre mesi e anche un bambino non nato, in grembo alla madre anche lei rimasta uccisa. Viva è la memoria di altri martiri iracheni come suor Cecilia Moshi Hanna, uccisa a Baghdad nel 2002, del sacerdote caldeo Ragheed Ganni e dei suoi tre diaconi freddati da un gruppo di terroristi a Mosul nel 2007. E poi mons. Faraj P. Raho, vescovo di Mosul rapito ed ucciso nel 2008.
 “L’incontro con il clero iracheno potrebbe essere – secondo Mar Sakoquello deputato a fare memoria dei nostri martiri dei quali auspichiamo la proclamazione. Ma sappiamo bene che il processo è ancora lungo”.

Diritti e minoranze.
Il patriarca caldeo esprime poi la sua soddisfazione per l’incontro con la delegazione del leader sciita iracheno Muqtada al Sadr. Quest’ultimo ha promosso un Comitato incaricato di raccogliere documenti e notizie su case e terreni sottratti abusivamente ai proprietari cristiani.
“Abbiamo consegnato alla delegazione sciita un nostro dossier sulle proprietà confiscate abusivamente ai cristiani. È un tema, questo degli espropri ai cristiani, che stiamo seguendo anche con esponenti del Governo. Nutriamo la forte speranza che tutto possa essere risolto in nome del diritto e della giustizia”.
E di diritto e giustizia il cardinale ha parlato anche con i rappresentanti della Commissione nazionale per i diritti umani e le minoranze: “Ho ribadito la necessità di difendere i diritti di tutti gli iracheni, tra i quali ci sono anche quelli di fede cristiana – sottolinea il patriarca caldeo -. Dobbiamo pensare a tutti i cittadini in quanto tali. Tutti hanno sofferto e per questo bisogna puntare al rispetto dei diritti umani”. “Ciò sarà possibile quando avremo uno Stato democratico, laico, secolare e non settario. Il Documento sulla fratellanza di Abu Dhabi e l’enciclica sociale del Pontefice, “Fratelli tutti”, indicano all’Iraq la strada da seguire. La visita di Papa Francesco sarà per il nostro Paese di grande incoraggiamento”.

Saad Sallum, accademico irakeno: Con lo sguardo ad Abramo, il Papa viene per tutti


Papa Francesco in Iraq è un evento “importante per tutte le minoranze”, perché manda un “segnale forte di grande sostegno” dopo le sofferenze “patite sotto Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico, SI]”
È quanto afferma ad AsiaNews Saad Salloum, giornalista e professore associato alla cattedra di Scienze politiche della prestigiosa università di al-Mustanṣiriyya a Baghdad, fra le più antiche al mondo. Co-fondatore dell’Iraqi Council for Interfaith Dialogue e presidente della Fondazione Masarat, specializzata nella tutela della diversità, egli ricopre numerosi incarichi in organismi, associazioni ed enti culturali impegnati nel dialogo fra fedi diverse. Nel 2018 ha vinto lo Stefanus Prize per la libertà religiosa. 
Autore di diversi libri e saggi sulla diversità, uno dei quali è dedicato proprio ai “Cristiani in Iraq” per il quale ha ricevuto un premio dal patriarcato caldeo, lo studioso pone l’accento “sulla visita alla storica città di Ur” dall’alto valore “simbolico”. È il luogo in cui “è nato il profeta Abramo”, una figura “capace di unire perché egli è il padre dei profeti di tutte le religioni dell’Iraq”.
Ieri, intanto, il patriarcato caldeo ha svelato motto e logo ufficiale del viaggio apostolico in Iraq, in programma dal 5 all’8 marzo. L’espressione “Siete tutti Fratelli” è tratta da un passo del Vangelo di Matteo (23,8) e le parole, in arabo, richiamano il titolo dell’ultima enciclica, la “Fratelli tutti”. Il logo, su sfondo bianco, reca l’immagine di papa Bergoglio mentre saluta, affiancato ad una mappa stilizzata della nazione, in cui emergono i suoi due principali corsi d’acqua: il Tigri e l’Eufrate, arricchiti da una palma, da una colomba bianca (sopra le bandiere irakena e del Vaticano) e un ramoscello di ulivo, simboli di pace. Proprio sui temi della pace e della fratellanza insiste Salloum, in questa intervista ad AsiaNews:

Professore, la visita di papa Francesco in Iraq è un evento storico per i cristiani. Vale lo stesso per le altre minoranze?
Certo! Si tratta di un evento importante per tutte le minoranze, perché manda un segnale forte di grande sostegno dopo le sofferenze patite sotto Daesh. In particolare per gli Yazidi, i turkmeni, gli Shabak, gli stessi cristiani. [Gli jihadisti] hanno attaccato anche musulmani sciiti e sunniti, quindi il messaggio del papa va a tutta la comunità irakena. Di particolare valore, anche simbolico, la visita alla storica città di Ur, nel sud, dove è nato il profeta Abramo. Un evento semplice, ma unico, anche questo capace di unire perché egli è il padre dei profeti di tutte le religioni dell’Iraq. 
In passato il pontefice ha compiuto numerosi gesti in un’ottica di dialogo con le altre fedi, soprattutto l’islam sunnita. Sarà l’occasione per una svolta nei rapporti con gli sciiti?
Penso che la prospettiva di una tappa a Najaf sarebbe assai importante, perché è il ‘Vaticano degli sciiti’, punto di riferimento di milioni di fedeli di tutta l’area mediorientale e del mondo islamico che guardano al [grande ayatollah Ali] al-Sistani e Najaf com modello ed esempio. Vedo diverse similitudini fra al-Sistani e il papa nel promuovere la pace, nella dimensione elevata di spiritualità. Molti irakeni, di comunità diverse, rispettano al-Sistani e i suoi discorsi, che valorizzano la diversità e sostengono la libertà di parola. Vedere papa Francesco che percorre quelle strade e varca la sua dimora umile, penso che sarebbe un messaggio fortissimo. 
Può essere l’inizio di una nuova era per il Paese?
Credo proprio di sì! Questo viaggio è davvero il segno di una nuova stagione, il dopo Isis, una nuova società che ha vinto Daesh e ora deve affrontare le nuove sfide: economiche, sociali, la stabilità. Penso a una nuova era, in special modo dopo le proteste popolari [dell’ottobre 2019] cui abbiamo assistito e che hanno provocato centinaia di vittime, soprattutto giovani. Un movimento sociale nuovo, una pulsione che forse rappresentava ciò che chiedeva la realtà irakena. Uno spirito patriarcale, dove le persone si possono riconoscere in una identità che sia nazionale. Il cambio di governo è uno degli effetti di queste proteste, penso davvero che la visita del papa possa essere un ulteriore segno di riconoscimento per questo spirito nuovo, per questa nuova era. 
Estremismo, fondamentalismo, ideologie violente e radicali come quella dell’Isis sono una minaccia ancora attuale?
La perdita dell’Isis sul piano della guerra si può dire raggiunta, ma la sua sconfitta dentro i cuori e le menti delle persone è altrettanto importante. Il papa può aiutare a diffondere l’amore e la coesistenza fra realtà diverse, lavorare per contrastare i discorsi di odio. Egli può racchiudere sotto il proprio ideale ombrello di pace tutte le anime del Paese, curando le ferite in occasione della visita alle città cristiane e yazidi, nella piana di Ninive e a Sinjar. In queste aree le persone non sono ancora rientrate tutte; una sua tappa può dare nuovo impulso alla coesistenza nei luoghi che sono epicentro della loro origine, dopo i momenti terribili vissuti sotto Daesh. 
Che ruolo possono giocare i cristiani e le altre minoranze per il futuro dell’Iraq?
Attraverso il dialogo e le relazioni reciproche cristiani e musulmani, come pure gli Yazidi, i Sabei possono valorizzare le differenze, far emergere tutti quegli aspetti diversi che caratterizzano l’Iraq e che possono rappresentare anche un suo punto di forza. Qui abbiamo una diversità maggiore rispetto a tutte le altre nazioni del Medio oriente, una sorta di soft power che deriva proprio da questa diversità fra le molte minoranze, diventando patrimonio comune sul piano religioso e non.

11 gennaio 2021

Papa Francesco a Canale 5: Non sono in grado di definire ancora il viaggio in Iraq.




















Il sito del Patriarcato caldeo pubblica il logo e il motto della visita di Papa Francesco in Iraq prevista dal 5 all'8 marzo 2021. 
Il motto è una frase presa dal Vangelo di San Matteo (23:8), "Siete tutti fratelli", in lingua araba, caldea e curda. Su uno sfondo bianco, appare Papa Francesco salutando l'Iraq con i suoi antichi simboli: la mappa del Paese, i fiumi Tigri ed Eufrate e una palma, mentre una colomba bianca simbolo della pace vola sopra le bandiere della Santa Sede e della Repubblica dell'Iraq, con nel suo becco un ramoscello d'ulivo simbolo della desiderata pace.
Va ricordato però che proprio ieri Papa Francesco, in un'intervista rilasciata a Canale 5 (Italia), ha detto di non potere, in questo momento, assicurare al 100% la realizzazione di questo viaggio, riflettendo in forma dubitativa sul Pellegrinaggio fissato per il 5 marzo prossimo.

Aspettando il papa nell’Iraq fragile e giovane (2 cittadini su 3 under 30)

Andrea Nicastro 
10 gennaio 2021

Nel marzo 2021 Papa Francesco vorrebbe andare in Iraq. L’intesa politica c’è e sarebbe la prima volta per un pontefice. Alla vigilia dell’invasione americana, ci aveva provato Giovanni Paolo II.
«Fu mio padre, Tarek Aziz, ministro degli Esteri di Saddam Hussein, ad invitare Sua Santità. Era stato in Vaticano nel 2000 e tutto sarebbe andato liscio se non fossero arrivate pressioni dall’estero per convincere Giovanni Paolo ad annullare il progetto. Evidentemente, già tre anni prima della guerra, stavano preparando l’attacco a Bagdad».
Oggi Ziad Tarek Aziz è un tranquillo ingegnere civile di 53 anni, lontano dalla politica e ormai in esilio dal “suo” Iraq.
Vive in Giordania e lavora negli Emirati, ma la vicenda del padre l’ha segnato. Tarek Aziz, cristiano, era il volto presentabile della dittatura. Morì in carcere anni dopo essersi consegnato agli americani. Il figlio Ziad passò mesi di latitanza con lui. «Mio padre si era convinto che l’invasione fosse stata decisa non per abbattere il regime o portare la democrazia, come dicevano, ma per distruggere l’Iraq. Eravamo troppo ricchi di acqua, cervelli e petrolio per non dare fastidio» dice ora il figlio. «Di cristiani non ce ne sono quasi più»
«Spero che papa Francesco vada finalmente in Iraq, ma si accorgerà che di cristiani non ce ne sono quasi più. Non so se l’intenzione fosse quella di distruggere il Paese, ma di sicuro ci sono riusciti».
In tema di Iraq, le riviste geopolitiche dibattono su due questioni. La prima è praticamente risolta, la seconda no. Quasi tutti ormai giudicano un errore l’invasione Usa del 2003: non ha portato democrazia, ma solo violenza e fanatismo religioso. Più incertezza, invece, sulla definizione di Iraq come Stato fallito. Quando i governi di Bagdad non tengono a freno le milizie, quando la guerra civile tra sunniti e sciiti miete decine di vittime al giorno, quando i fanatici dello Stato islamico conquistano Mosul, la capitale del Nord, senza incontrare resistenza da parte dell’esercito, allora l’idea che l’Iraq sia svaporato diventa forte. Negli anni, invece, in cui il prezzo del petrolio risale e finanzia un poco di ricostruzione, le volte in cui si aprono le urne elettorali o le SWAT irachene battono l’Isis, allora, prevale l’idea che l’Iraq resti ancora in piedi coraggioso ed eroico proprio come il film Mosul finanziato da Abu Dhabi e americani per Netflix.

Tammuin addio
A tre mesi della vista papale la lancetta dell’ottimismo continua ad oscillare. Prima di Natale sul centro di Bagdad sono caduti diversi missili. Le statistiche dicono che ogni giorno almeno un terrorista dell’Isis è arrestato o ucciso, eppure gli attentati non si fermano. La situazione economica è disastrosa. Il crollo dei prezzi petroliferi ha azzoppato le entrate, il dinaro è maturo per una svalutazione del 50%. Gli stipendi pubblici arrivano con mesi di ritardo. Per la prima volta Bagdad progetta di far pagare le tasse invece di distribuire dividendi petroliferi. È scomparsa anche la “tammuin”, la scatola di cibo che permetteva a tutti di mangiare gratis. La popolazione sfiora i 40 milioni, più del doppio degli Anni ‘80, ma le infrastrutture da allora sono solo peggiorate. Nel 2019 manifestazioni in stile “primavera araba” hanno accusato i partiti perché corrotti, legati agli interessi iraniani e incapaci di portare luce elettrica, lavoro, ospedali. Chi restava a casa, chi contestava i contestatori, li accusa di essere manovrati dagli Stati Uniti per limitare l’influenza di Teheran. «Papa Francesco, però, vuole esserci», assicura via Zoom da Bagdad il cardinale Louis Raphaël I Sako.
«Il momento è propizio: gli attentati nelle città sono diminuiti e anche la situazione politica, con le elezioni fissate per giugno, è stabile a sufficienza ».

 Il Paese giovane
Da Ramadi, al nord di Bagdad, cuore dell’Iraq sunnita, risponde lo sceicco Jaber Al-Jabri. «Anch’io ho una piccola parte di merito per il viaggio papale. Ci ho lavorato come parlamentare assieme alla Comunità di Sant’Egidio sin dal 2016. Il Papa troverà un Paese di giovani. Il 60% ha meno di 30 anni e non ricorda neppure Saddam. Vivono di Internet e social network come nel resto del mondo. Se solo il prezzo del petrolio risalisse, avremmo la chance per ripartire».
È cattolico, invece, Rahed Sami che risponde appena fuori dalla chiesa di Sayidat al-Nejat, Nostra Signora della Salvezza, nel quartiere di Karrade, al centro della capitale. «Dieci anni fa i terroristi di Al Qaeda uccisero quasi 60 fedeli in questa chiesa. Se il Papa facesse un giro nel quartiere capirebbe cos’è successo a questo Paese».
All’epoca di quell’attentato, l’Iraq pareva sul punto di dividersi in tre parti: l’oriente curdo, il nord sunnita e il sud sciita. Musulmani contro musulmani e musulmani contro tutti gli altri: cristiani, yazidi, curdi, turcomanni.
«L’Iran ha finanziato gli sciiti» sostiene Ziad Tarek Aziz
«l’Arabia Saudita i sunniti, gli Usa i curdi e nessuno i cristiani. Per questo siamo scappati in Australia, Germania, Gran Bretagna, Giordania, Stati Uniti, Canada».

Più religiosi che fedeli
La comunità cristiana è al lumicino. Erano 1,5 milioni ai tempi di Saddam, ora ne sono rimasti forse 500 mila.
«Mi sembra che ci siano più religiosi che fedeli» sorride amara sorella Yole, una suora siriana arrivata per rinforzare l’offerta di asili cattolici.
Per il cardinale Sako è un cruccio quotidiano: «Con l’arrivo degli americani si è sviluppato il settarismo: sciita, sunnita, arabo, cristiano, curdo, di questa o quella tribù. Con Saddam, l’Iraq era un Paese quasi laico, adesso la religione è diventata un ombrello per corruzione e violenza. Bisogna tornare al patriottismo. Le diverse “appartenenze” devono sciogliersi nel concetto di cittadinanza ».
I marciapiedi di Karrade * sono pieni di ambulanti. Vendono magliette, cavi per cellulari, popcorn, caramelle. Fuori dai ristoranti i lustrascarpe chiedono due dollari al paio. Alì Wahed Mohamed tiene un banco di frutta che era del nonno. È sciita, ma punta il dito contro Teheran.
«I partiti filoiraniani manovrano sui dazi e danno il via libera ai prodotti iraniani, più economici e industrializzati. I nostri contadini, abituati alle sovvenzioni di Saddam, sono finiti fuori mercato e i giovani disoccupati».
Il traffico asfittico è l’ideale per gli attentati. In via Karrade Dakhel *, moltissimi giornalisti e politici sono stati colpiti. «L’ultimo due anni fa» racconta sempre al telefono Said Alì, cameriere al Caffè Abu Halub. «Solo Allah mi ha risparmiato. Eppure i clienti hanno continuato a venire, inshallah, la vita non si è fermata». Chinare la testa Al Ponte del 14 luglio finisce Karradi. Al di là è Green Zone. Era il quartiere delle ambasciate e del potere di Saddam, è diventato un fortino per gli occupanti stranieri e poi per lo stesso governo iracheno. Le carceri delle torture del dittatore non hanno mai chiuso neppure in piena “democrazia” filoamericana.
«Gli Usa» spiega il cardinale «hanno cacciato una classe dirigente senza formarne un’altra. L’Iraq vive da 17 anni nell’anarchia con la gente che, per paura della violenza, torna alle certezze primarie della famiglia, della tribù, nella comunità religiosa. Ne è emerso un Paese dove lo Stato è fragile e a dettar legge sono le milizie. Persino i deputati cristiani devono affiliarsi a qualche partito sciita o sunnita per farsi proteggere da chi è armato. Filoiraniani, filoturchi, filosauditi sono infiltrati nell’amministrazione pubblica. Questo ministero appartiene a uno e quello all’altro. Per qualunque diritto devi chinare la testa e pagare».

Le «tasse» imposte dalle milizie
Le milizie chiedono tangenti per ogni appalto, ogni documento. È una tassazione segreta che non solo paralizza i progetti e costa miliardi, ma dà sempre più forza ai paramilitari. «L’Iraq è troppo debole per difendersi» dice Al Jabri, il capo tribù di Ramadi. Da anni, gli americani minacciano di lasciare il Paese, il Parlamento iracheno ha votato una mozione per espellerli, ma i marines sono sempre lì. Non se ne vanno perché stanno combattendo l’Iran sul suolo iracheno. I droni Usa hanno ucciso nel gennaio 2020 il generale iraniano Soleimani proprio all’aeroporto di Bagdad, i miliziani sciiti hanno risposto martellando da allora tutti i giorni le basi Usa. Piccoli attacchi, ma continui, sufficienti a spaventare i potenziali investitori stranieri. Una guerra sotterranea, meno appariscente degli attentati dell’Isis, ma capace di dissanguare l’Iraq con la disoccupazione e l’emigrazione.
Il Papa lo sa e, secondo il cardinale, «pregherà per il dialogo tra le religioni, per la pace e il rispetto da parte di tutti, in Siria, Iran, Iraq, Usa. Siamo fratelli non dobbiamo combatterci».

Mosul a sign that Christians and Muslims can cooperate in Iraq

By Crux
Inés San Martín
January 9, 2021

Dominican Father Olivier Poquillon is currently working in Mosul, Iraq, after serving as the General Secretary of the Commission of the Bishops’ Conferences of the EU (COMECE).
 It wasn’t his first time in the country: He taught at the state university in Mosul from 2003-2004, shortly after the U.S. invasion that toppled Saddam Hussein. “When I was in Mosul in 2003, our Church was still full, Masses were full, there were youth groups, catechesis, marriages… it was normal pastoral work, even in a place where there were heavy threats and casualties in the Christian communities, like among Muslims and Yazidi. But Christians still represented a critical part of Mosul,” he told Crux.
But things have changed, especially after the Islamic State (also called Daesh) began its offensive in Iraq in 2013. “Under Daesh, it became impossible to remain. The options were converting, leaving or dying. So Christians became IDPs in the Nineveh Plains, and then when Daesh took control of the Christian villages, they had to flee to Kurdistan or went abroad as refugees,” Poquillon said.
The Christian population in Iraq has since collapsed. Pope Francis is now planning to visit the country in March as a sign of solidarity to those that remain “Pope Francis will have the opportunity to see that we’re Christians of various denominations and Muslims engaged alongside one another. This is really fitting with his desire to see people of good will, working together for the common good. And this is a good illustration of what it’s possible to achieve incarnating the idea of human fraternity,” the priest said.
Poquillon spoke to Crux from Erbil, capital of Iraq’s Kurdistan region, discussing the upcoming March 5-8 trip of Pope Francis to Iraq, the future of Christianity in the Middle East, and the storming of the U.S Capitol on Wednesday. What follows are excerpts of that conversation.

Can you tell us about your arrival in Iraq?
I came here at the end of my mandate at COMECE in August 2019. I had been in Iraq in 2003-2004, teaching at the state university in Mosul. The first time I was assigned as a Dominican here, was just after the arrival of the US troops in 2003, just in the moment when they first arrived. So it was the fall of Saddam Hussein, he was still hidden, arrested, etc. At that time, the main threat was mostly Al Qaeda and other groups.
One of the things that has changed between that first time and now is the size of the Christian population in Iraq. How has it impacted your ministry to see so many families leave?
About the Christian population, we know that figures are not “trendy” in Scripture. When the people are trying to count and give accurate figures, God is not responding in a very positive way, so it’s always hard to speak about figures of Christians in the region. But we know that Christians began leaving the country before the U.S invasion. Before, they had to suffer from the Iraq-Iran war, with many Christians involved in the Iraqi forces. Then there were 13 years of embargo which really damaged the educational, economic and social context of the country. And it became harder and harder to live together, with less possibilities emerging and less future opportunities for the children. Then came the big shock of the invasion in 2003, when Christians who were considered as full members of the national community, historical part landscape, became targeted by terrorist groups and criminal activities. They found no real future in the land of their ancestors. When I was in Mosul in 2003, our Church was still full, Masses were full, there were youth groups, catechesis, marriages… it was normal pastoral work, even in a place where there were heavy threats and casualties in the Christian communities, like among Muslims and Yazidi. But Christians still represented a critical part of Mosul. Now, this is no longer the case: Christians have been expelled, first by sectarian and criminal violence and then by Daesh. Under Daesh, it became impossible to remain. The options were converting, leaving or dying. So Christians became IDPs in the Nineveh Plains, and then when Daesh took control of the Christian villages, they had to flee to Kurdistan or went abroad as refugees. So now, the pastoral activity in the city of Mosul itself is very limited. There are around 50 Christian families, one Syriac Catholic priest living full time, with others coming to say Mass and leaving. From 2014, the Christian population increased a lot in Erbil. Most Christians here are IDPs from the Nineveh Plain and Mosul as well as Syrian refugees. So a most of our pastoral activities revolve around them. As the Latin Parish for the North of Iraq, we are also in charge of the migrant workers mainly from the Philippines, India and Africa, who came to work in companies or houses following 2014’s events all together with International and NGO staff members, something we didn’t use to have. The face of the Christian community changed quite a lot in 20 years.
 What made me reach out to you was a tweet on the reconstruction of the Monastery of Notre Dame de l’Heure, in Mosul. At what point in the past 20 years was it destroyed?
Al Sah means “the hour,” comes from the prayer, Hail Mary and from the presence on the tower bell of our Dominican Convent of the first clock of Mesopotamia. Around 2006 the situation became really difficult in Mosul. It was slowly becoming impossible to live full time in the monastery. So the brothers moved the center of their activity to Quaraqosh, once the biggest Christian city in the Nineveh Plains. We were still commuting to celebrate Mass and care for the building. But when ISIS arrived, they took possession of the monastery and used it during all the occupation as a criminal Islamic court. That probably saved the building itself. The last restoration had been in the 1990s, so the building itself had been strong enough to resist blasts. It turned from a place of peace and encounter, where the first pontifical mission in Mesopotamia was based – before Iraq was Iraq – to one of violence. Historically, the monastery was also the place from where the first school for girls of Mesopotamia was established, also the first printing facility and the first clock. The clock was a gift from the Empress Eugénie of France, the wife of Napoleon III. It gave the name to the neighborhood and the crossroad. It’s really at the heart of the old city. It’s a place with a high historical value, not only for its architecture, but also as a place of encounter. It’s in the crossroad physically speaking, but also culturally speaking, historically speaking, and socially speaking. The building was partially destroyed during the liberation of Mosul by the Iraqi forces. During these fights, a missile fell on the rectory and the stairs. Prior to this, the tower bell, a symbol of Mosul, was partially destroyed. Daesh made a big hole inside to steal the bells and the clock, probably to sell them. Then after the fall of Daesh, there was a looting campaign to steal all the metal and stones. So the place became like a supermarket for thieves, because there was nobody left in the old city, only dead bodies, booby-traps, landmines and explosive devices. We still have the roof on the top of the church, which is quite exceptional. And the place is much less damaged than the other two places being rebuilt by UNESCO, with the funding of the United Arab Emirates, which are the great Mosque of al-Nuri, and the Syriac Catholic Cathedral. The minaret of the Great Mosque of al-Nuri was very famous. It was the main symbol of the city, printed on the Iraqi bank notes. It was blown up by DAESH, like all places of worship where Muslims, Christians, and in the past Jews, were worshiping God together.

Iraq Il Presidente del Parlamento iracheno riceve il Nunzio Apostolico

By Il Sismografo blogspot
9 gennaio 2021

Oggi il Presidente del parlamento iracheno, Muhammad al Halbousi, ha ricevuto la visita del Nunzio Apostolico in Iraq, mons. Mitja Leskovar.
Una dichiarazione dell'ufficio del signor Al-Halbousi sottolinea che "all'inizio dell'incontro, il presidente del Parlamento ha rinnovato gli auguri in occasione del Natale, auspicando che sia un anno di pace, sicurezza, amore, tolleranza, convivenza e stabilità".
Durante i colloqui si è discusso della prossima visita di Papa Francesco, prevista dal 5 all'8 marzo, e il rappresentante vaticano ha insistito sul fatto che questo viaggio rappresenta un importante evento storico a sostegno di tutto il popolo iracheno ed è un'espressione dell'unità di tutti gli uomini nell'affrontare l'estremismo e i conflitti, promuovere la diversità, la tolleranza e la coesistenza, ed è un messaggio di Pace per l'Iraq e tutta la regione.
Infine, durante l'incontro si è anche discusso della protezione e ripristino dei diritti dei cristiani in Iraq, e il Presidente del parlamento ha ribadito il suo sostegno alla risoluzione del problema e la necessità di avviare una serie iniziative pratiche iniziando con la presentazione di denunce alla magistratura da parte degli interessati per restituire le proprietà che sono state acquisite illegalmente, fornendo tutto ciò che è di sua competenza e in suo potere che possa contribuire alla risoluzione di questo dossier.
Come ricordava giorni fa l'Agenzia Fides, "il fenomeno della sottrazione illegale delle case dei cristiani ha potuto prendere piede anche grazie a connivenze e coperture di funzionari corrotti e disonesti, che si mettono a servizio di singoli impostori e gruppi organizzati di truffatori. Il furto “legalizzato” delle proprietà delle famiglie cristiane è strettamente collegato all'esodo di massa dei cristiani iracheni, seguito degli interventi militari a guida Usa per abbattere il regime di Saddam Hussein. Tanti truffatori si sono appropriati di case e terreni rimasti incustoditi, contando sulla facile previsione che nessuno dei proprietari sarebbe tornato a reclamarne la proprietà".

Pope unsure if March trip to Iraq can take place because of COVID-19

Philip Pullella
January 10, 2021

Pope Francis said he is not sure if his trip to Iraq in March can take place because of the COVID-19 pandemic.
 He cast doubt on the trip, which would be the first by a pope to the country, in an interview with Italy’s Canale 5 broadcast on Sunday night.
 Francis spoke in a section of the interview about how his life had changed because of the pandemic and how he had to cancel trips that had been planned for last year. “Yes, I had to cancel trips ... because in good conscience, I can’t be the cause of gatherings of people, right? Now I don’t know if the trip to Iraq can take place. Life has changed,” he said.
The March 5-8 trip is due to take the pope the capital Baghdad, as well as Ur, a city linked to the Old Testament figure of Abraham, and Erbil, Mosul and Qaraqosh in the plain of Nineveh.
Iraqi President Barham Salih said in a post on Twitter when the trip was announced last month that the trip “will be a message of peace to Iraqis of all religions & serve to affirm our common values of justice & dignity.”
 The 84-year-old pope is expected to get vaccinated against COVID-19 this week.
He said in the interview everyone who is able should get vaccinated. 

5 gennaio 2021

Il viaggio di Papa Francesco in Iraq in tempo di pandemia: una grande incertezza assediata di domande, interrogativi e dubbi. Si dovrà attendere fino al giorno della partenza


Non solo un'incertezza bensì molte e tutte aggrovigliate su sé stesse.
Così si presenta oggi, 5 gennaio 2021, a due mesi dalla partenza, l'importante Pellegrinaggio di Papa Francesco in Iraq per fare visita ai cristiani, in particolare ai cattolici caldei e al popolo iracheno (in maggioranza musulmano; 64% sciiti) e curdo.
A 58 giorni dalla partenza, venerdì 5 marzo 2021 (il rientro dovrebbe essere lunedì 8 marzo), il XXXIII Viaggio internazionale del Santo Padre si presenta coperto di problemi non risolti, dubbi e insidie, e tanti interrogativi.
Le persone del Vaticano preposte all'organizzazione della trasferta e della quale si occupa mons. Dieudonné Datonou, della Segreteria di Stato. responsabile dell'organizzazione di questo viaggio pontificio, sono molte e conoscono la realtà irachena. Secondo diverse fonti in questi preparativi lavora anche con la solita dedizione e severità mons. Rueda Beltz fatto rientrare dalla Nunziatura di Lisbona - tempo fa, prima dell'annuncio del viaggio - dove era arrivato pochi mesi fa, lavorano intensamente per mettere insieme tutti i pezzi del puzzle. (1)
Intanto in Iraq numerosi funzionari del governo del Premier Mustafa Al-Kadhimi fanno lo stesso.
Secondo il comunicato ufficiale, sino ad oggi il Pontefice dovrebbe visitare in 90 ore circa almeno 5 diversi luoghi (Baghdad, Piana di Ur, Erbil, Mosul e Qaraqosh-Piana di Ninive). Forse, per un incontro con il Grande Ayatollah Ali Al Sistani, sarà necessario organizzare una trasferta anche a Najaf a 160 km a sud della capitale.
Tra Roma e Baghdad in aereo si devono coprire 2.934 km, attraversando Grecia, Turchia e Siria. Poi all'interno del Paese il Pontefice dovrebbe coprire in aereo o elicottero altre distanze impegnative, almeno altri 900 km. Tutti luoghi dove le infrastrutture per una Visita papale sono inesistenti o precarie, e sono tuttora sotto l'attacco pandemico del coronavirus. Le statistiche confermano tassi alti di persone ammalate e di morti (Tabelle) mentre i servizi sanitari pubblici scarseggiano ovunque. Sulla scia di questa realtà si potrebbe – e lo faremo più avanti con un altro post – parlare sulla realtà socio-politica, sulla critica situazione economica e sull'incastro dell'Iraq nella realtà geopolitica regionale. L'Iraq che incontrerà il Santo Padre, se alla fine riuscirà ad arrivare, è una nazione di popoli devastati, distrutti e ridotti all'assoluta miseria nonostante le sue ricchezze naturali. Le principali nazioni dell'Occidente, con i testa Stati Uniti, Regno Unito e Spagna (G. Bush, T. Blair e J.M. Aznar) sono in gran parte i responsabili di questa realtà dalla quale, dopo la loro invasione del 20 marzo 2003, nacque l'ISIS.
Il viaggio del Papa in Iraq pone anche il problema della pandemia e dell'immunità di tutti coloro che dovrebbero viaggiare sull'aereo papale (prelati, dipendenti vaticani, giornalisti, tecnici e ovviamente il Pontefice stesso e il suo ridotto Seguito). Tutte queste persone, che alla fine potrebbero essere tra 80 e 100, hanno poco tempo per acquistare il biglietto aereo con prenotazione alberghiera (non in vendita ancora e probabilmente molto costoso) e le "finestre" per le due dosi obbligatorie del vaccino anti Covid19 sono limitate per ragioni tecniche. In Iraq queste persone dovranno presentarsi già immuni e dunque con il certificato sanitario del vaccino e del richiamo. Fra i due vaccini devono passare almeno 3 settimane circa e dopo il richiamo si deve attendere almeno una settimana per certificare l'immunità: dunque il processo dura un mese esatto. Chi va in Iraq con il Santo Padre su per giù dovrà avviare il suo processo d'immunità non al di là dell'ultimo giorno di gennaio. Con questi tempi e la disponibilità odierna di vaccini, solo il Vaticano può garantire ai giornalisti e ad altre persone del viaggio l'immunità richiesta nei tempi sicuri. ***

(1) Aggiornamento delle 11.23. Monsignor Dieudonné Datonou, incardinato nella diocesi di Cotonou, Benin, Prelato d’onore di Sua Santità dal 20 luglio 2009, consigliere di nunziatura di prima classe in servizio presso la Prima Sezione della Segreteria di Stato.

4 gennaio 2021

Il leader sciita Muqtada al Sadr crea un comitato per la restituzione dei beni immobiliari usurpati a proprietari cristiani


Il leader sciita iracheno Muqtada al Sadr, capo della formazione politica sadrista che gode di una forte rappresentanza nel Parlamento di Baghdad, ha disposto la creazione di un Comitato incaricato di raccogliere e verificare notizie e reclami riguardanti i casi di esproprio abusivo di beni immobiliari subiti negli ultimi anni da proprietari cristiani in diverse regioni del Paese. 
La decisione è stata comunicata con una dichiarazione, diffusa nei primi giorni del 2021, in cui si indicano i nomi dei collaboratori di Muqtada al Sadr scelti come membri del Comitato, e si comunicano anche gli indirizzi di posta elettronica e gli account whatsapp a cui i cristiani possono inviare i documenti di proprietà riguardanti beni immobiliari – case e terreni – abusivamente accaparrati negli ultimi anni da altre persone o gruppi di persone.
L’intento dell’operazione sponsorizzata dal leader sciita è quello di ristabilire la giustizia, ponendo fine alle violazioni lesive dei diritti di proprietà dei “fratelli cristiani”, anche quando a commetterle siano stati membri dello stesso movimento sadrista. 
La richiesta di segnalare casi di espropriazioni illegali subite è rivolta anche alle famiglie di cristiani che hanno lasciato il Paese negli ultimi anni, e le segnalazioni degli abusi da parte di proprietari cristiani defraudati potranno essere inviate al Comitato entro la fine del prossimo Ramadan. 
Nella mattinata di domenica 3 gennaio 2021, una delegazione inviata da Muqtada al Sadr e guidata dallo sheikh Salah al-Obaidi ha reso visita al Patriarca caldeo Louis Raphael Sako per offrire al Capo della Chiesa caldea un messaggio di felicitazioni per le feste del tempo di Natale, insieme a una copia del documento con cui il leader sciita ha istituito il Comitato incaricato di raccogliere documentazione su case e terreni sottratti abusivamente a proprietari cristiani. 
Il Patriarca e Cardinale Sako, dal canto suo, ha ringraziato Muqtada al Sadr per l’iniziativa volta a porre fine alle ingiustizie subite da cittadini cristiani espropriati illegalmente dei propri beni, sottolineando l’importanza di far prevalere la tutela del bene comune della Nazione, ponendolo al di sopra di qualsiasi interesse privato o settario.
Secondo quanto riferito da media iracheni, compreso il sito ankawa.com, Pascale Warda chiede a tutti i cittadini iracheni di sostenere la reintegrazione dei diritti dei proprietari cristiani appoggiata dal Muqtada al-sadr e per la quale si sono mobilitate anche organizzazioni della società civile come l'associazione Hammurabi per i diritti umani e il Coordinamento delle Donne irachene.
Il fenomeno della sottrazione illegale delle case dei cristiani ha potuto prendere piede anche grazie a connivenze e coperture di funzionari corrotti e disonesti, che si mettono a servizio di singoli impostori e gruppi organizzati di truffatori. 
Il furto “legalizzato” delle proprietà delle famiglie cristiane è strettamente collegato all'esodo di massa dei cristiani iracheni, seguito degli interventi militari a guida Usa per abbattere il regime di Saddam Hussein. Tanti truffatori si sono appropriati di case e terreni rimasti incustoditi, contando sulla facile previsione che nessuno dei proprietari sarebbe tornato a reclamarne la proprietà.
Già all’inizio del 2016 Muqtada al Sadr aveva sostenuto la necessità di restituire ai legittimi proprietari le case e i beni immobiliari sottratti illegalmente a tante famiglie cristiane a Baghdad, Kirkuk e in altre città irachene. Muqtada al Sadr è noto per essere stato anche il fondatore dell'esercito del Mahdi, la milizia – ufficialmente sciolta nel 2008 - creata nel 2003 per combattere le forze armate straniere presenti in Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein.
Gli analisti hanno registrato negli ultimi dieci anni diversi cambi di passo del leader, che nel 2008 ha sciolto la sua milizia e non appare allineato con l'Iran. In passato, Muqtada al Sadr è arrivato ad auspicare il superamento del “sistema delle quote” che dalla morte di Saddam fonda su basi settarie la gestione del potere in Iraq. Nel Paese stravolto negli ultimi anni dall'offensiva jihadista, dalla proclamazione del Califfato Islamico con base strategica a Mosul e dalla compresenza di forze diverse e potenzialmente rivali nel fronte eterogeneo che ha portato alla riconquista di quasi tutte le aree che erano cadute in mano alle milizie jihadiste, Muqtada al Sadr ha provato a profilarsi come un potenziale mediatore. In questa prospettiva venne interpretata anche la visita da lui compiuta nel luglio 2017 in Arabia Saudita per incontrare il Principe Mohammed bin Salman.