"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

28 novembre 2013

La difesa dei cristiani in Medio Oriente (Prima parte)

By Zenit
by
Junno De Jesús Arocho Esteves

"Non ci rassegniamo a immaginare un Medio Oriente senza cristiani”.
Questo l’appello di papa Francesco durante l’udienza concessa la scorsa settimana ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione delle Chiese Orientali.
Poco prima dell’udienza, il Santo Padre aveva incontrato i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori del Medio Oriente per discutere della drammatica situazione sussistente in paesi come l’Iraq e la Siria. Gli attacchi perpetrati a danno dei cristiani hanno indotto molte persone a lasciare il proprio paese, facendo temere la totale cancellazione dell’identità cristiana in Medio Oriente.
Louis Raphael Sako, patriarca cattolico caldeo di Babilonia, è una delle molte voci che esortano i cristiani a rimanere nelle loro terre. Il patriarca Sako ha raccontato a ZENIT del suo recente incontro con papa Francesco e dell’attuale situazione in cui versa la Chiesa in Medio Oriente.
I Patriarchi delle Chiese Orientali sono stati a Roma per discutere il futuro dei cristiani in Medio Oriente. Quali sono state le sfide di cui avete discusso negli ultimi tre giorni?
Patriarca Sako: L’atmosfera è stata davvero molto positiva e rilassante. Siamo stati incoraggiati a discutere tutti i problemi che affliggono le Chiese Orientali, con i cardinali, la Curia e i membri delle Chiese Orientali. Di ciò vorrei ringraziare il cardinale Leonardo Sandri e i suoi collaboratori. C’è la percezione dell’importanza dei Cristiani in Medio Oriente. Forse i nostri problemi, e anche le comunità che vivono fuori dei loro paesi nella diaspora, aiutano la gente ad essere sensibile alla nostra esistenza e a come i cristiani possono sopravvivere lì.
Una delle sfide in Medio Oriente è la guerra. In Iraq, da 10 anni, non abbiamo più sicurezza. Continuano ad esserci attacchi, bombardamenti, rapimenti e così via. E ora lo stesso accade in Siria, dove vivono molti cristiani. I cristiani in Iraq sono ora circa 500.000, rispetto ai 1.264.000 prima dell’invasione americana. Un’altra sfida è come mantenere in contatto le persone coinvolte nella diaspora con le chiese madri. Come dare loro un ruolo pastorale ai fini di mantenere le loro tradizioni, le loro liturgie, i loro costumi e la loro fede. Questo non è facile. Ci servono parrocchie e anche sacerdoti ma, al tempo stesso, le dico che io, come patriarca iracheno, provo dolore perché se mandiamo preti e vescovi via dal paese, allora saremo più vulnerabili e ciò potrebbe incoraggiare i fedeli ad andare via anche loro.
Ci sono poi le altre sfide: ad esempio, l’Islam politico è in ascesa. Chi c’è dietro? Chi lo finanzia? Per non parlare della proliferazione delle armi… Sentiamo che alcune forze stanno premendo per creare tensione in Iraq. Forse c’è un piano per la cancellazione dei partiti cristiani.
Qual è l’attuale situazione della sicurezza per i cristiani in Iraq?
Patriarca Sako: Nessuna novità, al momento. C’è una lotta settaria tra Sciiti e Sunniti. Probabilmente le stesse tensioni si verificano in Siria. Vi sono due assi: Iran, Iraq, Libano e Siria, che sostengono gli Sciiti, e Arabia Saudita, Qatar e Turchia, che sostengono i Sunniti. Sono tutti musulmani, dovrebbero andare d’accordo e risolvere le loro controversie dialogando, perché a combattersi l’un l’altro non ci guadagna nessuno. La gente muore e le infrastrutture sono distrutte.
Il prossimo mese, lei terrà un discorso in una conferenza promossa dalla Georgetown University su uno dei principali problemi patiti dalla Chiesa in Medio Oriente: l’esodo di massa dei cristiani dalla violenza che continua a infuriare nella regione. Ci può anticipare ciò che dirà alla conferenza?
Patriarca Sako: L’esodo dei cristiani è una grande perdita per ogni paese del Medio Oriente. Il contributo dei cristiani è stato notevole in tutti i paesi. Quando i musulmani arrivarono in Iraq o in Siria, fondarono chiese, monasteri, scuole, ospedali, luoghi di studio. Quindi i cristiani li aiutarono a formare la loro cultura poiché, sebbene i musulmani sanno di adorare Allah, tutti adoriamo lo stesso Dio, anche se siamo di religioni diverse.
Anche durante il periodo del Califfato degli Abbasidi, i cristiani diedero molto ai musulmani. A Baghdad tutti i medici erano cristiani e avevano in cura i califfi e le loro famiglie. All’accademia Al Bayt al-Hikma (Casa della Saggezza) tutti erano cristiani all’inizio. Traducevano i testi filosofici e scientifici dal greco al siriano e all’arabo. Anche all’Iraq moderno, i cristiani hanno dato molto. Sono assai acculturati e fanno parte dell’élite. Hanno buone qualifiche, un’alta moralità, una mente aperta. Hanno aiutato molto i musulmani ad aprirsi.
Un’altra ricchezza di questa area geografica è la varietà linguistica e culturale, perché parliamo caldeo, siriano, armeno e questo è un aspetto multiculturale che ci è di grande aiuto per tutti.
In altre parole, i cristiani sono la spina dorsale della cultura irachena…
Patriarca Sako: Se rimanessero solo i musulmani, cosa succederebbe? Quindi, penso che la comunità internazionale dovrebbe aiutare i cristiani a non perdere la speranza e a rimanere. Dovrebbe proteggere non solo i cristiani ma tutte le minoranze e incoraggiarle a non andare via.

26 novembre 2013

Plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso: intervista con il card. Tauran

By Radiovaticana

Si sta svolgendo in Vaticano la plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso sul tema “Membri di differenti tradizioni religiose nella società civile”. Ha aperto la riunione il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del dicastero. Jean-Baptiste Cocagne ha chiesto al porporato quali siano le sfide per le religioni nella società attuale:


En Europe surtout on a l’impression que la religion est un problème ….

Soprattutto in Europa si ha l’impressione che la religione sia un problema. Le religioni sono delle ricchezze! Quando i credenti si mettono insieme sono fermento nella società e spesso - come ho detto nel mio intervento di apertura - le religioni costituiscono degli spazi di ascolto e di condivisione da cui tutta la società trae benefici: insegnano il rispetto della persona umana, il rispetto dei diritti fondamentali, l’attenzione al Creato e all’ecologia. Contribuiscono, inoltre, anche alla coesione sociale in un Paese. Quindi direi che le religioni sono un fattore del progresso umano.
 C’è anche un rapporto che analizza le attività dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso degli ultimi cinque anni. Quali sono stati gli eventi più importanti di questo periodo?

Ces cinq dernières années ont été surtout …

Questi ultimi cinque anni sono stati soprattutto di presa di contatto con la realtà. Ho viaggiato molto, ho incontrato le persone sul posto, e personalmente sono rimasto molto colpito dalla visita in Pakistan, dove c’è l’ammirevole comunità cristiana composta da fedeli che vanno a Messa e che non sanno neanche se faranno poi ritorno a casa… Credo siano un esempio per tutta la Chiesa.


C’è un Paese in particolare, l’Iraq, dove le violenze interreligiose tra sunniti e sciiti sono riprese. In questo quadro troviamo anche i cristiani d’Oriente … Avete affrontato il delicato tema dell’Iraq, qual è la vostra visione su questo Paese?

Nous avons récemment mis en place ...

Recentemente abbiamo creato una struttura di dialogo con i musulmani del Paese. Penso che i cristiani siano molto coraggiosi; il patriarca, in particolare, sa che i cristiani del Medio Oriente hanno una missione, una vocazione: testimoniare nella terra in cui Dio si è rivelato, perché ovviamente per noi questi luoghi non sono solamente dei monumenti, ma dietro questi monumenti ci sono comunità umane, con le loro ricchezze, il loro patrimonio, il loro folklore e artigianato: è per questo che vanno salvaguardate!

Proposte concrete per preservare gli equilibri demografici nelle aree a maggioranza cristiana

By Fides
La prima conferenza promossa dalla organizzazione “Amici di Bartala” per denunciare la manomissione degli equilibri demografici nelle aree dove sono storicamente concentrate comunità cristiane autoctone irachene (Erbil, 23-24 novembre) si è conclusa con la proposta di un pacchetto di richieste concrete per affrontare tale emergenza.
In particolare, l'organizzazione chiede la creazione di un Comitato congiunto che riunisca rappresentanti del governo federale, di quello regionale del Kurdistan e degli enti della provincia di Ninive per elaborare e porre in atto misure legali e amministrative miranti a incentivare il ritorno delle famiglie cristiane autoctone che hanno abbandonato la regione, proteggere i cristiani dell'area di Mosul – ancora esposti a prepotenze e violenze mirate – e a introdurre meccanismi di controllo per impedire che il mercato immobiliare e la vendita o le acquisizioni illegali di terreni assumano carattere intimidatorio nei confronti dei cristiani. Si è chiesto anche di combattere le forme di discriminazione strisciante che penalizzano i cristiani a livello di assunzioni negli enti pubblici.
L'Associazione “Amici di Bartala” si è costituita nell'aprile 2013 con l'intento di elaborare e proporre analisi e iniziative volte a documentare e contrastare i processi di lungo periodo destinati a modificare gli equilibri demografici in aree tradizionalmente abitate da comunità cristiane, come la rinomata piana di Ninive. Nei due giorni della conferenza svoltasi a Erbil, sono stati forniti dati statistici sui processi di alterazione degli equilibri demografici che negli ultimi tempi hanno visto ridursi significativamente la percentuale dei cristiani in città come Tall Afar e Bartala

25 novembre 2013

Il patriarca di Baghdad: la nostra Chiesa sobria e trasparente

By SIR
by Daniele Rocchi22 novembre 2013

Mar Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, dalle parole del Pontefice ha tratto ulteriore forza per continuare l’opera di rinnovamento e di risanamento. Tante decisioni, a partire dal "congelamento" dei beni. Poi la trasformazione del seminario maggiore in appartamenti da assegnare a famiglie bisognose. Maggiore disciplina dei preti che "non devono farsi servire dal popolo"
“Ricercare la giustizia”, tendere ad “uno stile di vita sobrio”, dare “il buon esempio” ai sacerdoti “nelle cose che riguardano Dio, come in ogni altra attività ecclesiale. Ci chiedono trasparenza nella gestione dei beni e sollecitudine verso ogni debolezza e necessità”. Sono le raccomandazioni di Papa Francesco ai patriarchi delle Chiese orientali cattoliche e agli arcivescovi maggiori ricevuti il 21 novembre in Vaticano. Tra loro era presente anche Mar Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei (Iraq) che dalle parole del Pontefice deve aver tratto ulteriore forza per continuare l’opera di rinnovamento e di risanamento avviata nella Chiesa caldea che guida dal 1 febbraio di quest’anno.
“Il popolo merita una chiesa pulita”. Nel discorso del Pontefice erano presenti diversi riferimenti all’Esortazione “Ecclesia in Medio Oriente” di Benedetto XVI (14 settembre 2012), frutto dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi (10-24 ottobre 2010). In modo particolare i punti 39 e 41 in cui si parla della credibilità della testimonianza delle figure del patriarca e del vescovo. A quest’ultimo (punto 44) spetta anche “assicurare una gestione sana, onesta e trasparente dei beni temporali della Chiesa”. Sin dalla sua elezione il patriarca di Baghdad - che per il suo motto patriarcale non a caso ha scelto le parole “Rinnovamento, autenticità e unità” - ha assunto vari provvedimenti, tra cui quello del “congelamento” dei beni della Chiesa con la richiesta ai responsabili delle sue istituzioni di seguire criteri di correttezza e trasparenza in materia finanziaria. Per questo motivo ha formato una commissione di controllo composta da clerici e laici preparati. Una scelta ribadita e spiegata più volte con molta chiarezza: “Purtroppo negli ultimi anni a causa delle precarie condizioni di salute del Patriarca emerito (Mar Emmanuel III Delly, ndr.) non in grado di esercitare il controllo sulle finanze della Chiesa, essa ha subito ingenti perdite che devono essere recuperate. Sono state vendute anche case e proprietà della Chiesa, non si sa dove sono spariti i soldi, e la gente crede che siano finiti nelle tasche di chi gestiva quei beni. Vescovi e preti devono controllare, ma è meglio che l’economo non sia un sacerdote. Noi dobbiamo annunciare il Vangelo, il nostro compito non è fare affari. Le cose economiche lasciamole a laici onesti, che possono fare meglio di noi. È importante che la Chiesa recuperi credibilità e fiducia tra i fedeli. Il popolo iracheno è un popolo generoso che merita una Chiesa pulita e al suo servizio”. In questa prospettiva va letta la decisione di trasformare il seminario maggiore patriarcale di Baghdad in appartamenti da assegnare a famiglie bisognose. Non meno indicativa è la nota diffusa il 7 novembre dal Patriarcato in cui si chiede ai vescovi e ai sacerdoti di redigere testamento per evitare problemi con gli eredi. Una richiesta motivata dalla necessità di tenere distinti i beni personali da quelli della Chiesa.
Servire con umiltà. Il risanamento delle strutture, nell’azione del patriarca di Baghdad, sta andando di pari passo con quello spirituale, come appare evidente da altre decisioni assunte nel corso del sinodo della Chiesa caldea, tenutosi agli inizi di giugno. In quella occasione Mar Sako ha ribadito che i sacerdoti non possono lasciare la propria diocesi senza il consenso del vescovo. Una decisione dovuta al fatto che “molti preti hanno abbandonato l’Iraq di propria iniziativa, senza chiedere niente a nessuno. La famiglia si trasferiva all’estero, e loro andavano con la famiglia. Altri magari avevano problemi col vescovo o col Patriarca, o dicevano di avere paura per la situazione del Paese, e andavano via. Un’anarchia che è segno di decadenza e di disordine spirituale. Abbiamo perso quasi la metà dei preti. Anche tra noi cresce un certo clericalismo, tanti preti si sentono come dei piccoli boss, si sottraggono all’autorità del vescovo e pretendono di farsi servire dai fedeli. Incontrando più volte i preti di Baghdad ho ripetuto che dobbiamo essere al servizio del popolo di Dio e del Vangelo, sacrificarci, e non accampare pretese come piccoli sceicchi”. Analogo richiamo è stato rivolto anche ai sacerdoti caldei in Europa: “Servite con umiltà, dando il buon esempio”. Nella sua seconda lettera al clero caldeo, diffusa il 31 ottobre, Sako ricorda che il compito dei sacerdoti è “essere servi e non principi. La vera dignità, consiste nel servizio e la condizione di sacerdoti non è garanzia di immunità”. Monito che si estende al denaro e ai beni materiali dai quali, avverte il Patriarca, “non dobbiamo farci sedurre”.

22 novembre 2013

Iraq's religious minorities and Shiite mourning holidays

By Al Monitor
by Ali Mamouri

The Islamic months of Muharram and Safar are marked by Shiite mourning — in commemoration of the martyrdom of Hussein bin Ali — that takes place in all social scenes of Iraqi Shiite areas. Black flags, banners and Shiite symbols prevail throughout villages and towns. Mourning prayers and chants are broadcast everywhere. People march in large mourning processions that begin from the farthest cities in southern and central Iraq and end in mass rallies on the 10th of Muharram and 20th of Safar in Karbala, 100 kilometers (62 miles) southwest of Baghdad.
This phenomenon constitutes an all-encompassing social power which makes it difficult for non-Shiites to distance themselves from it. Thus, non-Shiites would be left with two options to deal with this situation: Either they react positively toward it as a way to identify with the majority, or they become more dogmatically biased toward their own sect. Eventually, the practice of this phenomenon is seen as a social challenge to the different sects in Iraq in one way or another.
Before the emergence of sectarianism in Iraq, the Shiite phenomenon of mourning used to be a general cultural event, as other sects would join Shiites in carrying out these ceremonies out of sympathy rather than religious duty. This still happens to a certain extent in some areas, although they have dwindled due to sectarian ditching and extremism in carrying out these practices. As a result, this phenomenon has become linked to Shiite identity rather than a cultural humanitarian practice in which other people can participate.
Minorities feel that they are under siege and are being attacked within a dominating cultural environment. They feel they cannot be publicly present, unless within the cultural framework of the predominant religious majority. Thus, they try not to clash with this social power by refraining from taking any action that could be understood as being contradictory to the mourning phenomenon.
For instance, in recent years Christmas has coincided with the Shiite mourning period. Christian religious figures issued statements calling on their fellow Christians to limit celebrations within churches and avoid any aspects of joy, celebration and decoration in public spaces. These statements were widely welcomed by Shiite organizations that considered it as showing solidarity with Shiites.
Although this phenomenon represents a case of historical coexistence among Iraq's communities, it — on the other hand — shows the totalitarian authority of the majority over religious minorities, especially when this question is raised: Do Christians have another choice whenever Christmas coincides with the Shiite mourning period?
As an answer to this question, Christian figures are trying to look at the situation from a general humanitarian perspective in the context of historical coexistence between the different spectra of Iraqi society.
In an interview with Al-Monitor, Bishop Imad al-Banna — acting bishop of Basra and southern Iraq — said, "From our point of view, to avoid showing aspects of joy and celebration is not seen as a compromise, as much as it a deep sense of [solidarity] with our brothers in the homeland and embodiment of the general religious ethics and a concrete act reflecting the interfaith dialogue."
Shiites, on the other hand, are also trying to communicate with others through their mourning, namely with Christians who share with them a major tragic religious legacy — the story of the death of Christ, as opposed to the death of Hussein for Shiites. This is done through the use of communication tools, among other methods, such as the use of words that have a Christian background to refer to Shiite symbols. For instance, Imam al-Sajjad — the fourth Imam for Shiites — is called "the Monk." There are many stories that focus on the participation of Christians in mourning Hussein since the incident occurred in 680. This is not to mention the use of different graphic icons showing the tragic Christian-Shiite interaction or comparisons between Christian symbols — such as Christ himself and John the Baptist — and Shiite symbols of the Ashura tragedy.
Moreover, some minorities are trying to participate directly in the Shiite morning phenomenon, beyond linguistic and semiotic communications. On occasion, some Mandaeans and Christians of various persuasions march in mourning processions and rallies on their own.
Although Shiites usually greet these processions with great warmth, there have been exclusionary practices by some ordinary Shiites due to certain religious perceptions related to the relationship with non-Muslims.
Al-Monitor interviewed a few Mandaeans who had participated in these processions. They said some Shiites would clean or break the dishes and cups they had used because they believed they were impure.
With regard to Sunnis, on the other hand, their participation in the Shiite mourning has clearly lessened in the past few years, after it has been a common phenomenon for many centuries. This is due to "sectarian entrenchment," "militancy in carrying out these rituals” and the “spread of the extremist ideology, which considers the Shiite mourning as some sort of polytheism, among some Sunni groups."
What happened recently with the British worker who was attacked because he removed a mourning banner from a vehicle owned by a British company in Basra is further proof of the authoritarian image that has appeared in the Shiite mourning phenomenon in the past. There was widespread criticism among Shiites and Sunnis in two different directions. Shiite leaders and intellectuals denounced this act and called for being more rational and ethical in performing the Ashura rituals, while radical Sunnis tried to use it to spite Shiites.
In such circumstances, Shiite leaders are required to exert necessary effort to control the widespread radical mourning practices and prevent them from turning into a social authority imposed on others.
While the cultural and humanitarian aspects of this phenomenon have promoted it in the past, radical practices being imposed in the public space may lead to the rejection of this Shiite ritual in the near future.

Flight of Iraq Christians Resumes Amid Surge in Unrest

By The Jakarta Globe
by Prashant Rao

Awshalim Benjamin
is desperate to leave Iraq, where a sack of faded photographs is all that remains of the happy life he and his ancient, dwindling Christian community once knew.
The 74-year-old waits by the phone for the call that will tell him he can finally depart Baghdad to join his family in the United States -- and leave behind a 2,000-year-old community that has shrunk by more than half since the 2003 US-led invasion of Iraq.
The patriarch of the Iraq-based Chaldean church, due to join other Middle Eastern Christian leaders at a meeting with Pope Francis this week, has urged Christians to stay and spoken out against Western countries offering visas to the rapidly shrinking minority.
But many still say they have no choice, as their tenuous optimism after a brief improvement in security starting in 2008 has been dashed by a surge in bloodshed this year.
"If my chance came, (I would leave) today," Benjamin, a retiree who cares for an ill 33-year-old daughter, said.
"When they call me (and say) come, I will leave everything and go."
It wasn't always like this. The black-and-white photographs of Benjamin show a handsome young man who played the accordion and enjoyed pole-vaulting. He had a government job, got married and had a family.
But now those days are long gone.
Christians in Iraq are rarely explicitly targeted -- as they were during the height of the country's sectarian bloodletting in 2006-2007 -- but the daily attacks and bombings have made life unbearable.
"I won't stay in such a situation," said Benjamin, sitting in his home in the south Baghdad neighbourhood of Dura, the plastic bag full of photographs on his lap.
"Three days ago, they exploded a car on the street. Such things are making us leave this place."
Before 2003 more than a million Christians lived in Iraq. Now there are around 400,000, according to Chaldean Patriarch Louis Sako, head of one of the world's oldest Christian communities.
Baghdad has seen a dramatic fall in its own Christian population, which at one point numbered 600,000.
According to Archdeacon Temathius Esha, an Assyrian priest in Dura, the neighbourhood's Christian population has all but disappeared, from around 150,000 shortly after the 2003 US-led invasion to about 2,000 now.
Though home to seven churches -- Assyrian, Chaldean and Syriac -- Dura now has only two priests.
Esha's 500-capacity St. Shmooni Church attracted just 20 people for a recent Friday service, and he said only about 150 show up for Christmas or Easter.
The priest's own family lives in the town of Ainkawa in Iraq's northern Kurdish region, which has been mostly spared from the violence plaguing the rest of the country.
"Sometimes, of course, I feel I want to leave, but it's my job to stay with our people here," the 54-year-old said.
"It is my duty to stay here, and to make them (feel), at least, that life will be OK."
But when asked if he thought the situation would improve, Esha's only response was a resigned laugh.
The flow of Christians out of the country spiked in 2010, when thousands fled after Al-Qaeda massacred 44 worshippers and two priests in a Baghdad church in October of that year, according to the UN High Commissioner for Refugees.
Some 61 churches have been attacked in the decade since the US-led invasion, Sako said, with more than 1,000 Christians killed in violence, albeit not all in targeted attacks.
As Baghdad's Christian community has dwindled, the Christian population of Ainkawa has expanded to the point where the once tiny village is now effectively a suburb of the nearby Kurdish regional capital Arbil.
One of Ainkawa's three churches holds eleven masses on Sundays, and authorities want to build three more, according to Chaldean Archbishop Bashar Warda.
But he says his flock has little hope of returning to their ancestral homes.
"We don't have that much time to think about the golden days and the beautiful memories that we had in Baghdad," said Warda, who grew up in the Iraqi capital.
"I would say 99 percent of those families (who moved to Ainkawa) would not think to go back again... Maybe I am too pessimistic, but the reality is this."
Sako, the Chaldean Patriarch, has urged Christians to stay in the country and criticised Western nations for offering priority visas to members of the minority.
"This is our land," Sako told AFP. "We have been here (for) 2,000 years, and we have our history, our identity."
"We are also Iraqi citizens ... and we have a role to play here."
Asked what he told Christians who want to leave, Sako said: "I am telling them, you have to be patient and also to have hope in the future."
Those words ring hollow for Benjamin.
"Let him be in our place, and live in our situation, then let him decide whether we should leave or not -- he lives in a very secure place, not like us, in the street," he said.
"There were beautiful moments in Iraq, when there was a good security situation and safety... But for now, all those beautiful days have vanished. We live in a prison."

Oriente cattolico impegnato nel dialogo interreligioso nella quotidianità dei paesi del Medio Oriente

By Vatican Information Service

Si è conclusa oggi la Sessione Plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali, (19-22 novembre), dedicata ad un bilancio sullo sviluppo delle idee conciliari sull'Oriente cattolico a 50 anni dal Concilio Vaticano II.
"Il clima di svolgimento dei lavori - si legge in un Comunicato della Congregazione - è stato unanimemente apprezzato per la sua armonia. (...) Si può affermare che l’esperienza della sinodalità, così radicata nella tradizione orientale, abbia mostrato la sua fecondità come metodo di lavoro". È stata apprezzata la bellezza dell’ecclesiologia conciliare e il valore della diversità nell’unità sottolineando che il riconoscimento dell’origine apostolica è un’affermazione teologica e giuridica. Altro tema affrontato è stato quello del fenomeno migratorio che "rappresenta una sfida sia perché pone il serio problema della permanenza dei cristiani in Medio Oriente, fortemente penalizzati dagli effetti della guerra in Iraq, dall’attuale situazione in Siria, senza dimenticare l’irrisolta questione israelo-palestinese e il travaglio per la rinascita di un Egitto plurale. Sia perché pone il problema di come la piena dignità delle Chiese Patriarcali ed Arcivescovili Maggiori comporti che i Capi di esse, chiamati anche Padri, lo possano essere realmente (...), oggi ben oltre i confini considerati 'propri', e con le proprie rispettive tradizioni e discipline".
"Accanto alla significativa rappresentanza degli Arcivescovi Latini che sono anche Ordinari per i fedeli Orientali sprovvisti di un proprio Gerarca (...) andranno pensate e progressivamente sviluppate strutture amministrative ecclesiali proprie. (...) La dimensione ecumenica deve essere sempre mantenuta (...) assumendo un atteggiamento fecondo di autentica fraternità, paziente riconciliazione (...), senza però che ad essere penalizzati siano coloro che con la loro esistenza testimoniano ogni giorno che si può essere in comunione con il Vescovo di Roma, riconoscendone il primato, senza rinunciare al proprio modo di governarsi, di vivere il mistero della liturgia, di comprendere il mistero di Cristo".
Infine è stato ribadito che l’Oriente Cattolico è impegnato sul campo a far sì che il dialogo interreligioso sia vissuto anzitutto nella quotidianità dei Paesi del Medio Oriente.

21 novembre 2013

Non ci rassegniamo a pensare il Medio Oriente senza cristiani

By Vatican Information Service

"La memorabile assise del Vaticano II ebbe anche il merito di ricordare esplicitamente come nelle antiche liturgie delle Chiese Orientali, nella loro teologia, spiritualità e disciplina canonica 'risplende la tradizione che deriva dagli apostoli attraverso i padri e che costituisce parte del patrimonio divinamente rivelato e indiviso della Chiesa universale'", ha detto il Papa Francesco nel ricevere questa mattina i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori, con i Cardinali, i Metropoliti ed i Vescovi membri della Congregazione per le Chiese Orientali - il cui Prefetto è il Cardinale Leonardo Sandri - riuniti in questi giorni in Assemblea Plenaria per discutere del magistero del Concilio Vaticano II sull'Oriente cristiano.
"Dalla verifica del cammino compiuto, emergeranno orientamenti atti a sostenere la missione affidata dal Concilio ai fratelli e alle sorelle d’Oriente, quella cioè di 'promuovere l’unità di tutti i cristiani, specialmente orientali'. Lo Spirito Santo le ha guidate in questo compito sui sentieri non facili della storia, alimentandone la fedeltà a Cristo, alla Chiesa universale e al Successore di Pietro, anche a caro prezzo, non raramente fino al martirio. La Chiesa tutta vi è davvero grata per questo!" - ha esclamato il Pontefice - "Ponendomi nel solco tracciato dai miei Predecessori, voglio qui riaffermare che 'esistono legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità, tutela le varietà legittime e veglia affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudichi l’unità, ma piuttosto la serva'. Sì, la varietà autentica, la varietà legittima, quella ispirata dallo Spirito, non danneggia l’unità, ma la serve; il Concilio ci dice che questa varietà è necessaria all’unità!"
"Stamane - ha proseguito Papa Francesco - ho potuto apprendere dalla viva voce dei Patriarchi e degli Arcivescovi Maggiori la situazione delle diverse Chiese Orientali: la rifiorita vitalità di quelle a lungo oppresse sotto i regimi comunisti; il dinamismo missionario di quelle che si rifanno alla predicazione dell’apostolo Tommaso; la perseveranza di quelle che vivono in Medio Oriente, non di rado nella condizione di 'piccolo gregge', in ambienti segnati da ostilità e conflitti e anche persecuzioni nascoste".
Il Papa ha anche fatto riferimento al problema della diaspora - uno dei punti chiave della Plenaria - notevolmente cresciuta in ogni continente ed ha ribadito che: "Occorre fare tutto il possibile perché gli auspici conciliari trovino realizzazione, facilitando la cura pastorale sia nei territori propri sia là dove le comunità orientali si sono da tempo stabilite, promuovendo al tempo stesso la comunione e la fraternità con le comunità di rito latino. A ciò potrà giovare una rinnovata vitalità da imprimere agli organismi di consultazione già esistenti tra le singole Chiese e con la Santa Sede".
"Il mio pensiero si rivolge in modo speciale alla terra benedetta in cui Cristo è vissuto, morto e risorto. In essa (...) la luce della fede non si è spenta, anzi risplende vivace. È 'la luce dell’Oriente' che 'ha illuminato la Chiesa universale, sin da quando è apparso su di noi un sole che sorge, Gesù Cristo, nostro Signore'. Ogni cattolico ha perciò un debito di riconoscenza verso le Chiese che vivono in quella regione. Da esse possiamo, fra l’altro, imparare la pazienza e la perseveranza dell’esercizio quotidiano talvolta segnato dalla fatica, dello spirito ecumenico e del dialogo interreligioso. Il contesto geografico, storico e culturale in cui esse vivono da secoli, infatti, le ha rese interlocutori naturali di numerose altre confessioni cristiane e di altre religioni".
"Grande preoccupazione destano le condizioni di vita dei cristiani, che in molte parti del Medio Oriente subiscono in maniera particolarmente pesante le conseguenze delle tensioni e dei conflitti in atto. La Siria, l’Iraq, l’Egitto, e altre aree della Terra Santa, talora grondano lacrime. Il Vescovo di Roma non si darà pace finché vi saranno uomini e donne, di qualsiasi religione, colpiti nella loro dignità, privati del necessario alla sopravvivenza, derubati del futuro, costretti alla condizione di profughi e rifugiati".
"Oggi, insieme ai Pastori delle Chiese d’Oriente, facciamo appello a che sia rispettato il diritto di tutti ad una vita dignitosa e a professare liberamente la propria fede. Non ci rassegniamo a pensare il Medio Oriente senza i cristiani, che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù, inseriti quali cittadini a pieno titolo nella vita sociale, culturale e religiosa delle nazioni a cui appartengono. Il dolore dei più piccoli e dei più deboli, col silenzio delle vittime, pongono una domanda insistente: 'Quanto resta della notte?'. (...) Mi rivolgo, perciò, a tutta la Chiesa per esortare alla preghiera, che sa ottenere dal cuore misericordioso di Dio la riconciliazione e la pace. La preghiera disarma l’insipienza e genera dialogo là dove il conflitto è aperto. Se sarà sincera e perseverante, renderà la nostra voce mite e ferma, capace di farsi ascoltare anche dai Responsabili delle Nazioni".
Il Papa ha concluso il suo discorso rivolgendo il suo pensiero a Gerusalemme "là dove tutti siamo spiritualmente nati. Le auguro ogni consolazione perché possa essere veramente profezia di quella convocazione definitiva, da oriente a occidente, disposta da Dio".

Ai Patriarchi delle chiese orientali cattoliche: Ricercare sempre uno stile di vita sobrio a immagine di Cristo

By Vatican Information Service

Alle 10:00 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico, il Santo Padre ha ricevuto i Patriarchi delle Chiese Orientali Cattoliche e gli Arcivescovi Maggiori. È la prima volta, dall'inizio del suo Pontificato, che il Papa ha l'opportunità di intrattenersi con i Capi delle Chiese Orientali cattoliche e questo incontro ha offerto l'occasione "di rinnovare la grande stima per il patrimonio spirituale dell’Oriente cristiano". "Richiamo - ha detto Papa Francesco - quanto l’amato Benedetto XVI afferma circa la figura del Capo di una Chiesa nell’Esortazione post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente: voi siete - cito - 'i custodi vigilanti della comunione e i servitori dell’unità ecclesiale'".

"Perché la nostra testimonianza sia credibile - ha proseguito il Pontefice - siamo chiamati a ricercare sempre 'la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza'; ad uno stile di vita sobrio a immagine di Cristo, che si è spogliato per arricchirci con la sua povertà; allo zelo instancabile e a quella carità, fraterna e paterna insieme, che i Vescovi, i presbiteri e i fedeli, specie se vivono soli ed emarginati, attendono da noi".

Papa Francesco ha sottolineato il buon esempio che i Capi devono dare soprattutto ai sacerdoti che chiedono "trasparenza nella gestione dei beni e sollecitudine verso ogni debolezza e necessità. Il tutto - ha concluso il Papa - nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente".

20 novembre 2013

I cristiani in Medio oriente. Intervista a Rodolfo Casadei


Qual è la situazione dei cristiani in Medio oriente?
I cristiani in Medio oriente sono dovunque una minoranza. Anche dove erano maggioranza, come in Libano, non lo sono più da oltre un decennio. Assistiamo ad un fenomeno di lento esodo dei cristiani. In paesi dove, in passato, erano più del 20-30-40%, oggi hanno più che dimezzato la loro presenza. I motivi dell’esodo sono vari. Sicuramente vi sono dei paesi in guerra dove è molto forte una componente aggressiva di persecuzione anticristiana, in particolare da parte dei gruppi jihadisti, dell’estremismo islamico. Questa è la situazione di Iraq e Siria. Poi vi sono delle emigrazioni dovute soprattutto a motivi di carattere economico. Certo emigrano anche le popolazioni mussulmane di queste paesi, ma i cristiani, che rappresentavano in passato il gruppo più attivo economicamente, finiscono per essere maggiormente motivati all’emigrazione, anche perché hanno maggiori agganci attraverso parenti e amici all’estero presso i quali possono recarsi. E infine la riduzione del numero dei cristiani è dovuta al fatto che i vari nazionalismi del Medio oriente (arabo-turco-ebraico) hanno creato delle condizioni che per le minoranze religiose, in particolare per i cristiani, sono meno favorevoli di quelle del passato, di quelle dell’impero ottomano. E poi per il fenomeno, a cui assistiamo da un ventennio, dell’estremismo islamico, che ha un’idea della religione come qualcosa che deve essere imposto, che deve essere uniforme secondo l’islam sunnita e quindi tende ad espellere le minoranze religiose, cominciando da quella principale che è quella cristiana. Questa purtroppo è la situazione dei cristiani in tutti i paesi del cosiddetto Medio oriente.

Assistiamo al fenomeno del martirio in queste zone?
Ci sono sicuramente dei paesi e dei casi in cui è possibile parlare di martirio cristiano. Intanto c’è una persecuzione  contro i cristiani in alcuni paesi su larga scala: è il caso dell’Iraq, della Siria, oggi anche dell’Egitto. Poi abbiamo dei casi puntuali che riguardano la Turchia, che in passato hanno riguardato l’Algeria, che riguardano oggi la Libia. Sono fenomeni in parte di intolleranza sociale, ma spesso sono fenomeni con una matrice ideologica molto chiara che è quella islamista radicale. Nel caso della Turchia è un misto di nazionalismo e di islamismo. D’altra parte vi sono alcuni cristiani assassinati che possiamo definire, anche in termini canonici, come dei martiri perché sono persone che hanno deciso di rimanere sul posto, di rendere la testimonianza cristiana, consapevoli del pericolo per la loro vita, avendo subito minacce che si sono poi tradotte anche in atti estremi.
Può farci qualche esempio di questi martiri?
Di esempi ne ho molti perché negli ultimi dieci anni ho frequentato queste zone. Sono appena tornato da una missione in Egitto, proprio nella regione dove sono state colpite le chiese cristiane nel mese di agosto. Negli ultimi quattro anni  ho scritto due libri su questo argomento. Le figure che mi hanno colpito sono tante. In particolare mi ha colpito la figura di mons. Paulos Faraj Rahho, arcivescovo caldeo di Mosul, che io ho incontrato poche settimane prima che venisse rapito in Iraq e che morisse nelle mani dei suoi rapitori. Quando io l’ho incontrato lui aveva già ricevuto decine di minacce di morte, era già stata fatta esplodere la sede dell’arcivescovado, era già sfuggito ad un tentativo di rapimento. Io gli posi la domanda del perché restava nonostante queste minacce, questo grande pericolo che correva. E lui rispose che fino a quando ci fosse stato anche un solo cristiano nella sua città, lui si sentiva chiamato a essere il pastore del gregge e che si fidava della protezione che gli veniva dall’alto, dai santi e dalla vergine Maria. Aggiunse che di lui sarebbe stato quello che Dio avrebbe deciso. Quest’uomo ha sicuramente abbracciato il martirio in modo molto consapevole. Infatti molti giovani che entrano nei seminari caldei in Iraq e all’estero evocano la figura di mons. Rahho come l’ispiratore della loro vocazione sacerdotale.
Qual è la differenza tra il martire cristiano e il martire-kamikaze islamico?

Non c’è dubbio che nei paesi del Medio oriente troviamo un certo numero di persone disposte a sacrificare, a dare la vita, fino alla testimonianza del sangue. C’è però una differenza radicale tra il martire del jihadismo e il martire cristiano. Perché il martire cristiano sacrifica la sua vita, mentre i martiri jihadisti sacrificano anche le vite degli altri. Ricordano più i combattenti di certe guerre, come i kamikaze giapponesi, che uccidono se stessi per uccidere molti nemici. Pertanto questa volontà di uccidersi uccidendo è decisamente diversa dal dono della vita della vita del cristiano che muore martire, non per prendersi le vite degli altri, ma per generare vita attraverso il sacrificio della sua vita, se viene richiesto. Non quindi come obiettivo, come ideale, ma come condizione in cui ci si può trovare in una data condizione storica e purtroppo queste situazioni ricorrono per i cristiani nel Medio oriente.
Qual è l’origine di queste persecuzioni? La religione o un’ideologia politica?

È un’ideologia politica che usa la religione come suo fondamento. I cristiani vivono in terra islamica da circa 15 secoli, e per lo più ci vivono come cittadini di seconda classe, non con tutti i diritti della maggioranza mussulmana. Ci sono poi importanti differenze da paese a paese. Paesi dove i diritti civili dei cristiani sono quasi interamente rispettati, altri paesi dove i cristiani non hanno neanche la libertà religiosa, come nel caso dell’Arabia Saudita. Diciamo che mediamente sono dei cittadini di seconda classe o di terza classe e in alcuni paesi, si potrebbe dire in qualche modo, sono di prima classe B. I cristiani sono vissuti per secoli in queste condizioni. Da un trentennio si è diffusa un’ideologia politica-religiosa che mira a fare piazza pulita dei nemici e fra i nemici individua anche i cristiani. Vi è un progetto ideologico di purezza secondo il quale solo la religione islamica, nella versione estremista del radicalismo islamico, dovrebbe essere ammessa. Quindi le minoranze non sono più tollerate perché impediscono la purezza della dar el islam, del califfato, di un sistema politico religioso integralmente. Questa è una novità nel mondo islamico perché normalmente gli accomodamenti tra la maggioranza islamica e le minoranze, principalmente quella cristiana  ma anche gli ebrei, anche i drusi e le molte altre religioni presenti in oriente, era sempre stata una soluzione che tollerava le minoranze in una condizione di minorità. Il discorso degli estremisti islamici invece è eliminare, allontanare, fare in modo che non ci siano più le minoranze religiose. Allora gli atti terroristici, le persecuzioni mirano a questo, mirano, attraverso il terrore, a causare la fuga, l’esodo dei cristiani e delle minoranze religiose.
Nei cristiani prevale la disperazione o la speranza?
Bisogna essere pratici e realisti. La maggioranza dei cristiani si sente messa nelle condizioni di dovere abbandonare  il paese per la sicurezza propria e delle famiglie. Alcuni lo fanno perché hanno parenti all’estero e hanno la possibilità di emigrare, altri non lo fanno semplicemente perché non hanno i mezzi o non hanno punti di riferimento all’estero. Alcuni emigrano nei paesi vicini nella speranza di potere ritornare quando le condizioni miglioreranno. Poi c’è una minoranza di cristiani molto motivata che decide di stare nel paese, prendendo coscienza della loro identità cristiana, della loro vocazione cristiana. Per queste persone l’identità cristiana, che normalmente è sociologica (non si sceglie di nascere cristiani, così come non si sceglie di nascere mussulmani o ebrei), questa origine che è data, diventa una scelta consapevole. Nel momento della persecuzione bisogna decidere di essere cristiani perché è sempre possibile la conversione alla religione della maggioranza, ma questo è un fenomeno molto limitato. Sono molto pochi i cristiani che per sfuggire alle persecuzioni si convertono all’islam. C’è una parte molto motivata di cristiani che trova nelle persecuzioni nuova energia e nuovi motivi per restare nelle terre in cui sono nati, anche perché il cristianesimo in queste terre non è una religione importata, è una delle religioni più antiche, l’islam è arrivato molto secoli dopo che il cristianesimo era impiantato in questi territori. Il cristianesimo non è la religione dei colonialisti francesi e inglesi del XIX secolo, ma la religione delle popolazioni originarie. Vi è anche un piccolo fenomeno di rientro di  persone che erano immigrate all’estero, in attesa di un miglioramento della situazione.
Cosa dicono a noi occidentali questi martiri?
Innanzitutto ci offrono una testimonianza di cui dovremmo fare tesoro. La testimonianza che, per il proprio volto, per la propria identità, per ciò in cui si crede, si può essere disposti a rischiare, si può essere disposti addirittura a dare la vita. Questo è un messaggio che mette in difficoltà l’Europa relativistica: l’idea che abbiamo è che bisogna adattarsi, che non c’è niente per cui valga la pena soffrire, tanto meno qualcosa per cui valga la pena dare la vita, morire. La testimonianza dei cristiani del Medio oriente, invece, è che una persona può essere capace di vivere così. Infatti mi ha colpito molto quello che mi ha risposto mons. Amel Nona, il nuovo arcivescovo di Mosul, che vive in una condizione veramente difficile, di estremo pericolo, a cui chiesi in un’intervista: “qual è la catechesi che fate ai cristiani qui?”. Lui mi rispose: “insegniamo ai cristiani a non avere a paura di morire, ma per non avere paura di morire occorre sapere per che cosa si vive. Noi insegniamo per quale motivo si vive, che cosa si è chiamati a testimoniare, e così si supera la paura di morire”.

Iraq. Attentati a Baghdad e nel nord, 33 morti. Don Sacco: sperare è un dovere

Ennesima ondata di attentati oggi in Iraq, a Baghdad e nel nord del Paese. Almeno 33 persone sono rimaste uccise, 70 invece hanno riportato ferite più o meno gravi. Sette gli attacchi nella capitale, per lo più con autobombe contro mercati e strade affollate. Colpiti sia il quartiere a maggioranza sciita di Shaab che e quello a maggioranza sunnita di Adhamiyah. A conferma della guerra settaria in atto nel Paese, anche in vista delle prime elezioni politiche degli ultimi quattro anni. Sulla situazione in atto in Iraq, Salvatore Sabatino ha intervistato Don Renato Sacco, di Pax Christi Italia:
 
Credo ci sia davvero in atto una lotta di potere che usa la religione come copertura, quindi abbiamo questi attacchi sunniti, sciiti, che poi non risparmiano anche chi non si ritrova in queste categorie. Credo che la chiave di lettura sia una lotta senza confini, una guerra vera e propria per il potere perché - non lo dimentichiamo - l’Iraq è un Paese molto ricco di petrolio, ma non solo, e quindi questo potere viene diviso e combattuto per la conquista all’ultimo sangue, nel senso letterale. Ne pagano il caro prezzo le persone, le vittime innocenti.
Le vittime innocenti, la popolazione civile che vive una situazione drammatica: secondo lei, esiste ancora una speranza tra la gente, o c’è solo disperazione in questo momento?
La gente ormai ne ha viste talmente tante… Se torniamo indietro dalla guerra con l’Iran, poi la Guerra del Golfo, l’embargo, la Seconda Guerra del Golfo… di speranza non ne ha mai avuta molta. Credo che per forza, per dovere, dobbiamo ancora coltivare la speranza. Credo che la speranza sia quella di non dimenticare questa realtà che abbiamo ricordato solo quando c’era la guerra, quando vendevamo le armi. Poi, come spesso succede, si spengono i riflettori. Credo che la speranza si coltiva se si tiene viva l’attenzione e se la comunità internazionale entra in questa situazione non per i propri interessi, ma per aiutare a trovare un bene comune. Dobbiamo riconoscerlo, quasi sempre la comunità internazionale è entrata come parte coinvolta o con la guerra o con la vendita di armi o con gli interessi del petrolio, quindi non cercando il bene comune. Questo spegne la speranza, per cui poi molti vogliono scappare, i cristiani soprattutto e non dimentichiamo che lì vicino c’è la Siria. È un quadro problematico, ma credo che non dobbiamo perdere la speranza. E la speranza dipende anche da noi, se vogliamo guadagnarci con l’Iraq o vogliamo invece far guadagnare loro una speranza di vita.
A proposito dei cristiani in Iraq, negli anni abbiamo visto un esodo massiccio di cristiani verso altri Paesi. Nel 2003 erano un milione, oggi sono meno di 500 mila. Il patriarca Sako ha scritto una lettera per invitare i cristiani a tornare nel Paese, ed è un enorme atto di coraggio…
Sì, lo sentivo anche incontrando tantissime comunità, soprattutto a nord. Molti mi chiedevano di essere messi nella mia valigia per scappare. Dall’altra parte, però, molti dicevano: “Noi vogliamo restare”. E i vescovi, i pastori, dicevano: “L’unica speranza per l’Iraq è che il Paese resti multireligioso, multietnico”. E la presenza dei cristiani non è solo una garanzia per loro, per l’Iraq, ma anche un po’ per tutta l’area. Se passasse l’idea della pulizia etnica in Iraq o in Siria o da altre parti - lo stiamo vedendo - sarebbe un messaggio, ma sarebbe anche un crollo grande di una possibilità di vita. Per cui, davvero, la scelta dell’amico Louis Sako di scrivere e di ritornare è una scelta di coraggio e di speranza per dire: “Noi siamo qui. Tornate anche voi e insieme lavoriamo, lottiamo”. E, come direbbe Papa Francesco, “per un futuro comune di pace”.

19 novembre 2013

Al via in Vaticano la Plenaria della Congregazione delle Chiese orientali

By Radiovaticana

Al via oggi in Vaticano la Plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali, sul tema “Le Chiese Orientali cattoliche a 50 anni dal Concilio ecumenico Vaticano II”. I lavori si protrarranno fino a venerdì prossimo. Con il prefetto, il cardinale Leonardo Sandri, e i superiori del dicastero, partecipano 28 membri fra patriarchi e arcivescovi maggiori, cardinali, oltre ad arcivescovi e vescovi, rappresentanti dei riti bizantino, siro-orientale o caldeo, siro-occidentale e maronita, armeno, alessandrino. Al centro degli incontri, la riflessione sull’eredità del Concilio ecumenico Vaticano II circa l’Oriente cristiano e i documenti al riguardo, con l’obiettivo di verificare la crescente sensibilità della Chiesa universale per gli orientali cattolici, considerando soprattutto il fenomeno migratorio. Presentata anche l'attività del dicastero. Giovedì mattina, il cardinale Sandri presiederà una concelebrazione solenne per invocare la pace e la riconciliazione in Terra Santa, Siria, Iraq, Egitto e in tutto il Medio Oriente. Nella stessa mattinata, Papa Francesco incontrerà i patriarchi e gli arcivescovi maggiori, per poi ricevere in udienza tutti i membri della Plenaria. Domenica, infine, durante la celebrazione eucaristica conclusiva dell’Anno della Fede, i capi e i padri delle Chiese Orientali Cattoliche si uniranno al Pontefice nella concelebrazione.

Patriarchi delle Chiese orientali dal Papa per il futuro dei cristiani in Medio oriente


Il futuro dei cristiani in Medio oriente, il ruolo della Chiesa cattolica nei Paesi arabi colpiti dai conflitti, il rapporto con la Chiesa ortodossa e i problemi di stabilità della regione. Sono alcuni degli argomenti che verranno discussi nell'incontro fra il papa e i patriarchi delle Chiese orientali, presenti alla Plenaria del Dicastero per le Chiese orientali, di cui sono membri i Patriarchi e gli arcivescovi maggiori di rito orientale insieme ad altri cardinali, arcivescovi e vescovi latini. La riunione è in programma dal 19 al 22 novembre e ha come tema "Le Chiese cattoliche cristiane a 50 anni dal Concilio vaticano II", Fra gli altri partecipano: il card. Beshara al-Rai, patriarca della Chiesa maronita, Raphael Louis Sako I, patriarca caldeo e arcivescovo di Baghdad, mons. Gregorio III Laham, patriarca di Antiochia della Chiesa melchita, Ignatius Joseph III Younan, patriarca della Chiesa siro-cattolica e Nerses Bedros XIX, patriarca della Chiesa armeno cattolica.
Guidato dal card. Leonardo Sandri, presidente della Congregazione, l'incontro giunge in un periodo critico per la situazione dei cristiani in Medio oriente, dove le comunità sono vittime di continui attacchi da parte degli estremisti islamici, soprattutto in Siria. Fonti vaticane citate dal quotidiano libanese al- Joumhouria avvertono che l'incontro segnerà una cambio di rotta della politica vaticana in Medio oriente. Il comunicato finale, fra gli altri argomenti trattati, "rifletterà le preoccupazioni dei cristiani nella regione". Nel corso della plenaria si affronteranno anche tematiche legate alla situazione di altre Chiese orientali, come quella siro-malabarese e quella quella Greco-Cattolica Ucraina.
L'incontro del papa con i Patriarchi e arcivescovi maggiori sarà nella mattinata di giovedì 21, dalle ore 10 alle ore 12. Alla mattina la Messa delle ore 8 nella basilica Vaticana, presieduta dal cardinale Prefetto e concelebrata da tutti i membri della Plenaria, avrà come particolare intenzione la supplica per la pace in Medio Oriente.
Pochi giorni prima della partenza, Gregorio III Laham ha sottolineato in un'intervista ad Aiuto alla Chiesa che soffre: "Vogliamo consultarci con il Santo Padre sulla situazione in Siria e in Iraq, ma vogliamo anche discutere le questioni fondamentali riguardanti il ​​ruolo dei cristiani in Medio oriente, il dialogo inter religioso e l'ecumenismo in materia di ortodossia". Per il patriarca melchita il desiderio dei capi delle Chiese orientale è "creare un organo consultivo permanente con il Papa, con ricorrenza biennale". Secondo Gregorio III la situazione dei cristiani nella regione è drammatica e il Vaticano deve dare il via a una campagna diplomatica capillare attraverso i suoi nunzi e aiutare le Chiese orientali ad avere più rapporti con gli ortodossi.
"Siamo felici della nostra comunione con Roma -
ha aggiunto - ma il Vaticano non deve dimenticare che abbiamo radici ortodosse, siamo il ramo cattolico della Chiesa ortodossa". L'unione fra i patriarchi delle denominazioni cattoliche e l'ecumenismo con gli ortodossi è un argomento sottolineato anche da mons. Louis Raphael Sako, che parlando ad Acs "spera in una maggiore vicinanza verso le nostre Chiese in questi tempi difficili. Abbiamo bisogno di più sostegno da parte della Santa Sede, di maggiore incoraggiamento". Per il patriarca di Baghdad la crisi in Medio oriente sta costringendo i cristiani ad abbandonare le loro terre e ciò pone a serio rischio la sopravvivenza della Chiesa. "L'emigrazione - afferma - sta minacciando il nostro presente e il nostro futuro. Temiamo per la nostra sopravvivenza. I musulmani hanno bisogno della nostra testimonianza di valori umani e cristiani".

18 novembre 2013

Padre Dall’Oglio compie 59 anni È scomparso in Siria da luglio


Padre Paolo dall'Oglio, il gesuita rapito a Raqqa, in Siria, lo scorso 29 luglio, compie 59 anni. La sua sorte resta avvolta nel mistero da quando è stato rapito nella città di Raqqa, controllata dai ribelli, ma scossa dalle contrapposizioni tra i gruppi qaedisti e le altre formazioni che combattono Assad, dove si era recato a incontrare uno dei capi dell'Esercito Islamico dell'Iraq e del Levante (Isis) per una mediazione. Fin dall'inizio l'ipotesi ritenuta più probabile è che sia stato preso prigioniero da questa milizia legata ad al Qaeda, come del resto accaduto nella stessa città a decine di altri attivisti.
La vicenda del gesuita, da oltre trent’anni attivo in Siria per sostenere il dialogo tra islam e cristianesimo, è stata da subito considerata ad alto rischio. Dato più volte per morto le ultime notizie, fornite qualche settimana fa da un attivista antiregime che cita fonti vicine a un gruppo legato ad al Qaeda, lo indicano invece vivo e in buone condizioni di salute, avvistato nel Nord della Siria. Che il sacerdote sia ancora in vita lo ritiene anche la Farnesina, ma più per l'inattendibilità delle voci sulla sua morte che per prove dirette. Parlando di recente del caso il ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha dichiarato che la situazione di padre Dall'Oglio è più complicata di quella che ha avuto per protagonista l’inviato de ‘La Stampa’, Domenico Quirico, liberato lo scorso 8 settembre.
“I fili che stiamo tirando con l'intelligence si rompono più facilmente e anche le informazioni che ci arrivano spesso sono dei depistaggi e necessitano una contro-verifica molto puntuale e difficile», ha spiegato il ministro.
A Milano è stata organizzata una fiaccolata per ricordare l'impegno di padre dall'Oglio in favore del dialogo tra Cristianesimo e Islam, raccontato al Gr dal patriarca della Chiesa caldea, Louis Sako, e per tenere viva l'attenzione sul suo sequestro.

Patriarca Sako: Al governo e ai leader religiosi il compito di unire l’Iraq

By Asia News
di Joseph Mahmoud

La realtà irakena è ancora fonte di "preoccupazione" e negli ultimi mesi la situazione in tema di sicurezza è "peggiorata"; le divisioni di natura confessionale sono sempre più marcate, mentre forze "regionali e internazionali" alimentano le crescenti fratture interne al Paese. È quanto ha affermato il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako, nel discorso pronunciato ieri al Parlamento irakeno in occasione della Giornata per i diritti umani. L'intervento di Sua Beatitudine è stata occasione di incontro e confronto fra le diverse anime della nazione, per scambiare idee e progetti partendo dal tema "Le minoranze in Iraq: realtà e ambizioni".
Il Patriarca caldeo non ha mancato di sottolineare la crescita esponenziale "dell'estremismo a sfondo confessionale" che colpisce soprattutto cristiani, Yazidi e Sabi (minoranza concentrata nel sud dell'Iraq). Attacchi che hanno spinto all'emigrazione, tanto osteggiata a lungo da Mar Sako - fin dai tempi in cui era arcivescovo a Kirkuk - quanto "favorita" da alcune ambasciate straniere. "Un fenomeno - chiosa - che finisce per impoverire la nazione".Descrivendo la "realtà" attuale, il Patriarca caldeo punta il dito contro "la cultura della Maggioranza e della Minoranza" che egli bolla come "fallimentare", in quanto si riferisce a un ambito politico che comporta aspetti "di esclusione e di emarginazione". Impegnato a Roma nei prossimi giorni per l'assemblea plenaria delle Chiese orientali, Mar Sako traccia alcuni punti essenziali per la ricostruzione del Paese. Partendo, prima di tutto, dal ruolo "unico e insostituibile" delle autorità religione "nell'unire il popolo". I vari gruppi, ammonisce il Patriarca, devono "lavorare insieme per promuovere una cultura del dialogo e della pace in modo tangibile", puntando anche sul "riconoscimento reciproco".
Mar Sako guarda anche al governo, ai dipartimenti e agli uffici amministrativi che devono essere uniti e collaborare "per fornire sicurezza, protezione e libertà ai cittadini e alle varie etnie". Essi devono essere inoltre garanti di "riconciliazione e coesione sociale" fra tutte le anime. Perché la "cultura della pace", avverte il Patriarca, è anche frutto della "cura reciproca" fra persone, del "dialogo e della fiducia". Egli invita ciascuno ad assumersi "le proprie responsabilità nel costruire ponti piuttosto che muri" e adottare un "dialogo bilanciato, aperto a tutti e pronto a risolvere i problemi", perché tutte le anime dell'Iraq possano sentirsi "parte di un'unica famiglia".

Di seguito il testo del discorso pubblicato dal sito del Patriarcato Caldeo:

15 novembre 2013

Chaldean Patriarch ahead of meeting with Pope: "We fear for our survival"

By Aid to the Church in Need
by Oliver Maksan

Hopes are high, ahead of the meeting of the Catholic patriarchs of the Middle East with the Pope. Patriarch Louis Raphael I Sako, the head of the Chaldean Catholic Church, which is in full communion with Rome, recently spoke to the Catholic charity Aid to the Church in Need (ACN), remarking that he expects much from the meeting. "We are hoping for greater closeness towards our Churches in these difficult times. We need more support from the Holy See, more encouragement and more solidarity." Patriarch Louis Raphael expressly thanked Pope Francis and his predecessors for being on the side of the Christians in the Middle East. During the approaching Plenary Assembly of the Congregation for the Eastern-Rite Churches, which will take place in Rome from 19th to 21st November, the Eastern Catholic patriarchs and archbishops will confer together with Pope Francis and pray for peace in the Middle East.
The Patriarch, who resides in Baghdad, described it as a great challenge for the Christians in the Middle East to live as full and equal citizens of their countries. "Emigration is threatening our present and our future. We fear for our survival!", he said. In this connection, the Patriarch called on all the Churches to support the Christians of the Middle East so that they could be bridges of dialogue and peace where others were building walls. "The Muslims need our witness of human and Christian values", he added.

The Melkite Catholic Patriarch Gregory III Laham, who resides in Damascus, also expects much from the meeting in Rome. He told ACN, "We want to consult with the Holy Father on the situation in Syria and Iraq, but we also want to discuss fundamental issues regarding the role of Christians in the Middle East, interreligious dialogue and ecumenism with regard to Orthodoxy. We should endeavour to make this into a permanent consultative body with the Pope, which could perhaps meet every other year."
Gregory III described the situation in the Middle East as "dramatic". He therefore called on the Holy See to engage still more strongly than before for the cause of the Palestinians. "We need peace in the Holy Land at last. The Vatican has always spoken up for the rights of the Palestinians. But what is needed now is a concerted diplomatic campaign on the part of the Holy See and its nuncios around the world. The resolution of the Palestinian conflict, together with the question of Syria, is the key to peace in the region", he said. But in addition to the actual conflicts, he also wants to speak to the Pope about ecumenism in the Middle East. "We are very happy at our communion with the Holy See. However, Rome should not forget that we have Orthodox roots. We are the Catholic branch of the Orthodox Church."
Patriarch Gregory also expressed his gratitude for the Middle East Synod in Rome held by Pope Benedict XVI in 2010. "That was on the eve of the crisis, which exploded in 2011. I believe that divine Providence had arranged things that way. For the synod and its concluding document were for us a preparation for these difficult times. In this way we Christians were prepared for our role as witnesses in the Middle East." 

Iraq. Mons. Sako: visti facili per espatriare, forse c'è un piano per allonanare i cristiani


Mentre l’Iraq conta i morti dell’ennesima strage di sciiti – oltre 40 uccisi ieri in diversi attentati, nel giorno della loro importante festa religiosa dell’Ashura – la Chiesa nel Paese è molto preoccupata per la continua emorragia di cristiani. Il patriarca caldeo, mons. Louis Sako, stigmatizza il fenomeno dei “visti facili” concessi dalle ambasciate e denuncia la possibile esistenza di un “piano” inteso a favorire il flusso delle famiglie cristiane all’estero. Le sue parole al microfono di Hélène Destombes:

Ogni giorno, ci sono famiglie che lasciano il Paese sia qui a Baghdad, ma anche nel Nord del Kurdistan. E’ un fenomeno veramente molto preoccupante. Non si capisce perché: in questo periodo non ci siano pressioni contro i cristiani. E’ vero che c’è tensione fra sunniti e sciiti, ma per quanto riguarda i cristiani finora non è successo niente. Se tutti i cristiani se ne vanno, dunque, che cosa rimane? Se rimane lì solo qualche famiglia, la loro presenza non avrà alcun impatto e sarà una presenza molto fragile. Durante tutta la nostra storia ci sono stati problemi, anche persecuzioni, ma i nostri padri non hanno lasciato il loro Paese. E c’è anche una testimonianza cristiana, c’è un dovere: se noi siamo cristiani, dobbiamo restare lì anche come missionari, riflettere i valori del Vangelo. Noi vescovi siamo preoccupati di questo fenomeno. Ci sono ambasciate che danno facilmente il visto a questi cristiani, ma anche ai non cristiani. Noi siamo contro il fenomeno, ma non se ci sono casi seri.
Come spiegate questa moltiplicazione di visti, che sono stati dati ai cristiani dalle ambasciate?
Forse c’è qualcosa, c’è un piano dietro, perché anche durante le difficoltà che abbiamo vissuto, le ambasciate non hanno dato questi visti. La gente è andata in Siria, in Libano, in Turchia, in Giordania e ci sono ancora delle persone che aspettano lì.
Quali sono le misure concrete che pensate di mettere in atto per combattere questo fenomeno?
Noi durante le omelie parliamo sempre e incoraggiamo la gente a rimanere. Facciamo ciò che possiamo per l’alloggio e per il lavoro. La settimana scorsa ho presentato più di 150 nomi di giovani al governo per un lavoro. Aiutiamo la gente povera, quando viene qui. Stiamo facendo il possibile, ma non possiamo fare miracoli. Anche nel Nord ci sono case date gratuitamente alle famiglie che hanno paura o che sono andate lì. Bisogna avere pazienza, ma anche avere fiducia nell’avvenire.

14 novembre 2013

Conferenza sui cambiamenti demografici nelle aree abitate dai cristiani

By Fides

Si terrà il 23 e 24 novembre a Erbil, la capitale de Kurdistan iracheno, la prima conferenza promossa dalla organizzazione “Amici di Bartala” per denunciare i processi di manomissione degli equilibri demografici nelle aree dove sono storicamente concentrate comunità cristiane autoctone irachene di tradizione assira, caldea e sira.
L'Associazione “Amici di Bartala” si è costituita nell'aprile 2013 con l'intento di elaborare e proporre analisi e iniziative volte a documentare e contrastare i processi di lungo periodo destinati a modificare gli equilibri demografici in aree tradizionalmente abitate da comunità cristiane, come la rinomata piana di Ninive. Il nome dell'associazione fa riferimento alla città di Bartala, conosciuta anche come Bartella, abitata in maggioranza da cristiani siri e situata a 20 chilometri da Mosul, nella provincia di Ninive. All'Associazione hanno aderito fin dal suo esordio più di 130 tra scrittori, artisti, politici, giornalisti e accademici iracheni sia cristiani che musulmani. Il professore Kazem Habib è il presidente del Comitato organizzativo della conferenza, chiamata a interrogarsi sull'esodo dei cristiani da un Paese ancora dilaniato da esplosioni di violenza settaria, a dieci anni dalla fine del regime di Saddam Hussein.

13 novembre 2013

Orp accoglie invito Papa e promuove pellegrinaggio a Ur

By Affari Italiani


Accogliendo un appello del suo vescovo Francesco, la diocesi di Roma, attraverso l'Opera Romana Pellegrinaggi, dal 12 al 19 dicembre guidera' un pellegrinaggio in Iraq, al quale parteciperanno pero' solo giornalisti e sacerdoti, che nel paese ancora ferito dalla guerra del 2003 pregheranno per la pace nel paese, nel Medio ed Estremo Oriente e nel mondo. L'organismo pastorale del Vicariato di Roma, riprende cosi' la tradizione dei "gesti profetici".
La meta scelta e' la citta' storica di Ur, "casa di Abramo". "Questo pellegrinaggio spiega il vice presidente e ad dell'Orp, monsignor Liberio Andreatta - era stato gia' organizzato per il 1999 e da allora rimase incompiuto per le tragiche vicende belliche". Papa Francesco al termine dell'Udienza Generale del 30 ottobre 2013 aveva lanciato un appello: "Vi invito a pregare per la cara nazione irachena purtroppo colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza perche' trovi la strada della riconciliazione, della pace, dell'unita' e della stabilita'".
"Il Santo Padre - rileva oggi monsignor Andreatta - ha voluto riproporre a tutti i fedeli il dramma di un Paese non ancora rappacificato dopo oltre 10 anni dall'inizio della Seconda Guerra del Golfo che ha causato tra i 100 e i 150 mila morti, un milione mezzo di rifugiati, la fuga di circa la meta' dei cristiani, circa 500 mila". Secondo il vice presidente dell'Orp, "andare in Iraq rappresenta un ritorno alle radici, significa andare nei luoghi dove nacque e visse Abramo, Padre nella Fede di tutti i credenti". Ur, terra dei Caldei, la citta' simbolo delle promesse e della liberta' per tutti credenti nell'unico Dio, rappresenta le comuni origini che uniscono Ebrei, Cristiani e Musulmani. "Compiere questo gesto - sottolinea ancora monsignor Andreatta - vorra' dire ricominciare da dove ha avuto inizio per ripercorrere la strada di Abramo, cosi' a lungo preclusa ai pellegrini".
Guida lungo i passi di Abramo sara' la figura del Beato Giovanni Paolo II di cui il pellegrinaggio portera' una reliquia, un frammento della veste indossata dal Papa il giorno del suo attentato il 13 maggio 1981, e una sua effigie che prima della partenza verra' benedetta dal Santo Padre. Giovanni Paolo II durante la sua vita terrena tanto desidero' andare in Iraq ad Ur e questo pellegrinaggio vorra' cosi' dare compimento al desiderio del Beato. La statua di Giovanni Paolo II che verra' posta ad Ur lo ritrarra' come "Pellegrino di Pace".
Con questa iniziativa l'Orp, continua il suo vice presidente, vuol far comprendere che "e' possibile andare in pellegrinaggio in Iraq ad Ur, alla casa di Abramo, Padre di tutti i credenti". Nel 1991 l'Orp avvio' la tradizione dei "gesti profetici" che sono stati tutti benedetti dal beato Giovanni Paolo II. 1991: "Il Cero di Pace a Gerusalemme" al termine dell'Intifada in Israele. 1992: "La Vergine di Lourdes a Beirut", nel Santuario Harissa, per la ricostruzione spirituale e materiale del Libano, al termine della guerra civile. 1993: "Salviamo le Beatitudini", per la realizzazione di un progetto di salvaguardia dei luoghi evangelici della Galilea, nel lago di Tiberiade. 1994: "La Lampada della Pace" a Nazareth, in occasione dell'Anno Internazionale della Famiglia. 1995: "La Lampada della Pace" nella Cattedrale di Sarajevo al termine della guerra in Iugoslavia. 1996: "Il Candelabro di Fede e di Pace" nel Cenacolo di Gerusalemme. 1997/98: "Pellegrinaggio ad Hebron" dopo la strage presso le tombe dei Patriarchi ad Hebron. Nel 1999 era stato invece progettato un Pellegrinaggio sulle orme di Abramo "in Iraq" per preparare il viaggio che il Santo Padre Giovanni Paolo II avrebbe dovuto effettuare nel 2000, ma non e' stato realizzato a causa del conflitto in atto.
Nel 2000 il Papa polacco, infatti, fece solo un pellegrinaggio virtuale e spirituale nei luoghi di Abramo "padre di tutti i credenti". Tra i gesti profetici dell'Orp ebbe poi uno straordinario successo mediatico quello del 2001 quando la Croce del Giubileo fu portata al Polo Nord alla chiusura del Grande Giubileo dell'anno 2000. Alla spedizione - culminata con una celebrazione liturgia a meno 45 gradi - partecipo' con don Andreatta anche Mike Bongiorno.

11 novembre 2013

I Vescovi cattolici: le rappresentanze straniere favoriscono la fuga dei cristiani

By Fides

Tra i fattori che fomentano l'esodo dei cristiani dall'Iraq c'è anche la prassi adottata da diverse ambasciate e consolati stranieri che favoriscono la concessione di visti di asilo ai cristiani iracheni. Il fenomeno è stato di nuovo stigmatizzato con preoccupazione dai vescovi cattolici iracheni, riunitisi in Consiglio straordinario a Baghdad lo scorso 5 novembre su convocazione del Patriarca di Babilonia dei Caldei Louis Raphael I Sako. Lo riferiscono fonti ufficiali del Patriarcato iracheno, consultate dall'Agenzia Fides.
Il processo di “migrazione organizzata” (così viene definito nei comunicati del Patriarcato caldeo) è stato più volte denunciato con allarme dal Patriarca caldeo, che alla riunione della scorsa settimana ha proposto di consultare le altre Chiese e comunità cristiane presenti in Iraq per rispondere con misure concrete e condivise a questo fenomeno che contribuisce a mettere a rischio lo stesso perdurare di comunità di battezzati in diverse aree de Medio Oriente.

Extraordinary Session of the Council of Catholic Bishops of Iraq

8 novembre 2013

Il vescovo Audo: scontri alla centrale elettrica. Aleppo a rischio di catastrofe ambientale

By Fides

“Da tre giorni anche al centro di Aleppo manca la l'energia elettrica. Ci sono stati combattimenti alla centrale elettrica di al-Harrarieh, e si è creata una situazione molto rischiosa, visto che in quell'area sono dislocati materiali pericolosi”. Così riferisce all'agenzia Fides il vescovo caldeo di Aleppo Antoine Audo.
Nei giorni scorsi le milizie islamiste dello Stato Islamico di Iraq e Levante (ISIL) hanno assaltato la centrale elettrica di al-Harrarieh, che utilizza l'idrogeno per il raffreddamento dell'acqua. Se gli impianti a idrogeno venissero bombardati, le conseguenze sarebbero catastrofiche per un raggio di almeno 20 chilometri, con un effetto-domino di dimensioni non calcolabili (nei pressi della centrale è situata anche una fabbrica di cloro).
Il vescovo Audo descrive Aleppo come una città “sfigurata e stremata. Lo si legge negli sguardi dei suoi abitanti. Sono già quasi tre anni che tutti vivono in questo stato di logoramento continuo. Non c'è lavoro, tutti sono impoveriti. Come Caritas Siria (mons. Audo ne è il presidente, ndr) distribuiamo cibo e medicine, assistiamo gli anziani, paghiamo gli affitti per gli sfollati, portiamo avanti attività scolastiche. Il novanta per cento delle nostre energie pastorali è assorbito da questo lavoro di emergenza sociale. Ma non basta mai”.
Riguardo al conflitto, l'elemento nuovo rispetto al passato – riferisce il vescovo caldeo - “è che adesso non si capisce più chi sta combattendo contro chi. C'è l'esercito del governo, e poi ci sono le brigate curde, gli islamisti, le bande di fuorilegge, quelli che si definiscono 'Esercito Libero Siriano', tutte fazioni in lotta tra loro. In città sentiamo i rumori degli scontri e le esplosioni, ma non sappiamo cosa davvero sta accadendo. Anche se tra la popolazione prevale l'impressione che c'è stato un cambiamento della situazione a livello geo-politico. E che l'esercito governativo potrebbe alla fine prevalere sulle fazioni che lo combattevano”.
Nelle ultime ore, le forze armate fedeli a Assad hanno riconquistato ampi settori della cosiddetta “base 80”, incaricata della sicurezza dell'aeroporto internazionale di Aleppo, che era in mano alle milizia anti-regime dal febbraio scorso. 

4 novembre 2013

Mar Louis Raphaël Sako. Quale futuro per i cristiani dell’Iraq?

By Baghdadhope*

Di seguito il testo del discorso tenuto da Mar Louis Raphaël Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico del Pontificio Istituto Orientale di Roma lo scorso 26 ottobre.

1. Sul filo dei ricordi
    Sabato 26 ottobre ho avuto la gioia di presiedere, al mattino, l’apertura dell’Anno Accademico 2013/14 del Pontificio Istituto Orientale, “questo pezzo d’Oriente” nel cuore della Città eterna, con la liturgia dei beati apostoli Mar Addai e Mar Mari. Nel pomeriggio poi, ho partecipato alla presentazione del volume che riporta gli atti del Congresso Internazionale di Liturgia svoltosi il 25 e 26 ottobre 2011 in occasione del decimo anniversario dalla dichiarazione “Orientamenti per l’ammissione all’Eucaristia tra la Chiesa Caldea e la Chiesa Assira d’Oriente”. Il volume, ponderoso e accurato, raccoglie interventi volti a studiare le origini della preghiera eucaristica proprio alla luce della nostra anafora di Addai e Mari. A quanti si sono impegnati a far conoscere – come scriveva il beato Giovanni Paolo II – «le immense ricchezze che le nostre Chiese conservano nei forzieri delle loro tradizioni» (Orientale Lumen, 4) va tutta la mia simpatia.
    In quell’occasione mi è stato chiesto di spiegare come i cristiani dell’Iraq, che in chiesa pregano con questa liturgia, vivono di fatto la loro quotidianità fuori dalla chiesa. Prima di venire al tema, però, vorrei esprimere la mia riconoscenza ai professori dell’Istituto, quelli di ieri e quelli di oggi. Mi ha sempre colpito la loro passione per le nostre Chiese. Le loro pubblicazioni scientifiche restano per noi, figli d’Oriente, un punto di riferimento per una sempre ulteriore conoscenza delle nostre tradizioni, per una ricerca mirata a favorire le mutue relazioni e a incentivare il dialogo ecumenico. Insieme al compito di formare i futuri quadri delle Chiese, cattoliche e non cattoliche, tramite la crescita scientifica e umana di tanti sacerdoti, religiosi e laici, l’Istituto Orientale ha anche il dovere di far conoscere all’Occidente le nostre esuberanti tradizioni, la sacralità dei nostri riti, la nostra intensa spiritualità e le alterne vicende della nostra storia.

2. Avremo ancora un futuro?
    Pur dando atto che in Occidente non mancano persone sensibili alle sorti della nostra martoriata terra, dobbiamo tuttavia dire, in generale, che l’Occidente, considerato a livello di chi gestisce la cosa pubblica, non comprende le difficoltà e i timori che i cristiani provano oggi nei paesi del Medio Oriente. Il radicalismo religioso sta crescendo sempre più e i cristiani, indipendentemente dal loro impegno, sono vittime di una congiuntura internazionale che supera le loro forze. Gli estremisti vogliono approfittare della situazione attuale per svuotare il Medio Oriente della presenza cristiana, come se quella fosse un ostacolo ai loro piani. Bisogna perciò aprire bene gli occhi per vedere i timori e considerare le speranze che animano i cristiani in Iraq, in Siria, in Egitto e altrove. La situazione di incertezza e le continue difficoltà li spingono infatti a chiedersi: «Che sarà di noi? Quale futuro avremo, sempre che per noi vi sia qui ancora un futuro? Quale garanzia abbiamo di non essere uccisi o cacciati dalla nostra terra?».
Vorrei ora condividere con chi mi legge alcune riflessioni, anche alla luce della storia. Il cristianesimo è entrato in Mesopotamia (la “terra tra i due fiumi”), cioè nell’odierno Iraq, a partire dalla fine del primo secolo dell’era cristiana. Stando alla tradizione, l’apostolo Tommaso fu il primo a evangelizzare quelle regioni nel suo viaggio verso le coste meridionali dell’India. Sappiamo che gli Apostoli predicavano ovunque incontravano comunità ebraiche, agevolati dal fatto che parlavano la stessa lingua semitica e avevano la stessa mentalità. Tale affinità culturale sembra risalire al tempo in cui la terra di Abramo si trovò ad accogliere gli Ebrei al tempo dell’esilio babilonese (587 a.C.). La nostra Chiesa è stata una Chiesa eminentemente missionaria. I cristiani caldei, commercianti laici e monaci, sono andati ad annunciare il Vangelo fin nelle più remote regioni della Cina, seguendo l’antica via della seta. Essi avevano una fede profonda, che si sono preoccupati di inculturare con le proprie tradizioni. Per essi il Cristianesimo era “la Luce”, il Vangelo era “la Perla” e Cristo era ed è “l’Illuminatore”.
Quando l’Islam arrivò nel settimo secolo, i cristiani costituivano la maggioranza della popolazione in Iraq e in Persia. Abdisho († 1318), metropolita di Nisibi, elenca una ventina di sedi metropolite per un totale di circa 200 diocesi. Oggi purtroppo siamo un piccolo “resto”. Il martirio è il carisma della nostra Chiesa, che fin dalle origini ha sperimentato la persecuzione dei Persiani, poi degli Arabi, dei Mongoli e degli Ottomani. La nostra liturgia contiene numerosi inni per onorare, mattina e sera, i nostri martiri. È questa spiritualità che ci dà la forza di perseverare e di restare là dove siamo.

3. È in atto una strategia per dividere
Da dieci anni non si ferma l’ondata di attentati in Iraq. Le esplosioni con autobombe si ripetono. Le violenze sembrano inquadrarsi nelle sanguinose tensioni in corso tra sunniti e sciiti. Tutto ciò serve a creare confusione e mantiene questi conflitti sempre accesi contro ogni iniziativa di riconciliazione, che peraltro pare difficile da realizzare. Tutto è collegato alla situazione esplosa in Siria e in Egitto. Sembra trattarsi, purtroppo, di un conflitto “confessionale”, dove religione e politica si intrecciano e si confondono. Vi sono Paesi che non vogliono la cosiddetta “Primavera araba”, la democrazia e la libertà, perché tutto ciò rappresenta ai loro occhi una minaccia. Per quiesta ragione è nel loro interesse mantenere tensioni e conflitti. E' inoltre possibile che sia in atto una strategia per dividere il Medio Oriente in Paesi “confessionali”. C’è chi vorrebbe ridistribuire le province in Iraq secondo etnie e religioni.
La fragilità delle istituzioni e la debole percezione dell’identità nazionale, gli scontri e l’instabilità, mettono a repentaglio ogni giorno la vita di tutti i cittadini, soprattutto dei cristiani, proprio perché cristiani. Finora non vi sono segni che lascino intravedere una qualche schiarita. Molti cristiani hanno venduto le loro case ed i terreni ereditati dai loro padri e sono emigrati altrove per trovare un luogo migliore dove far crescere i loro figli. Questa decisione sofferta, se rappresenta una grande sfida carica di incognite per chi la tenta, determina anche un impoverimento per la comunità cristiana e per tutto l’Iraq. Secondo il censimento del 1987 i cristiani erano in Iraq 1.264.000; oggi sono meno della metà. Se circa 700.000 sono fuggiti, chi ha deciso di restare dà prova di coraggio. Di fronte alla precarietà determinata dalla guerra non vi è altra via d’uscita se non il dialogo. È indispensabile coltivare sentimenti di fratellanza e di solidarietà. È questo il desiderio della maggioranza degli Iracheni, cristiani e musulmani moderati. I cristiani e i musulmani credono tutti in un solo Dio, che è Creatore, che è Padre, che è “Misericordioso”. Perché non riconoscere alla luce del sole questa comunanza di fede?

4. Quel che attendiamo dalle Istituzioni
La comunità internazionale dovrebbe favorire l’instaurazione della democrazia, della tolleranza, dell’uguaglianza, senza contentarsi di sterili dichiarazioni di principio. L’Occidente ha l’impegno morale di spingere questi nostri Paesi a rispettare i diritti umani, come sono generalmente rispettati altrove. Deve cessare lo scandalo del vergognoso traffico di armi che distruggono la vita di innocenti. I Paesi occidentali devono dire a se stessi che non giova a nulla fabbricare e vendere armi; meglio sarebbe, per loro e per gli altri, fabbricare ciò che giova alla prosperità. La “Lega Araba”, la “Conferenza Internazionale Arabo-Islamica” e le autorità religiose dovrebbero promulgare un documento ufficiale nel quale riconoscono ai cristiani i loro diritti di cittadini uguali agli altri, separando finalmente la religione dalla politica. La religione infatti si fonda su verità e principi morali stabili; invece la politica, che si occupa delle questioni economiche e sociali, è sempre in movimento.
Noi, guide spirituali dei nostri fedeli, dobbiamo invogliare i laici a coinvolgersi maggiormente nella dimensione culturale, sociale e politica del nostro Paese, senza timore di rivendicare i propri diritti civili e l’uguaglianza di tutti i cittadini. Li dobbiamo stimolare ad analizzare i problemi e a suggerire nuove soluzioni per migliorare la situazione delle nostre città e dei nostri villaggi, per costruire nuove abitazioni, nuove strade e per creare lavoro. I cristiani iracheni devono unire i loro sforzi per mantenere la coesione nazionale e difendere il diritto alla libertà religiosa. Devono continuare a dare la loro testimonianza nella concreta situazione in cui si trovano quale segno di speranza ai loro concittadini, come chiede l’Esortazione Apostolica “La Chiesa in Medio Oriente: comunione e testimonianza”. A tutti deve essere assicurata una vita degna, libera dalla precarietà. Solo così si può contrastare l’emigrazione.
Perché non si incoraggiano i membri ricchi della comunità a investire sul proprio territorio? Che fare per introdurre nel Paese il rispetto della libertà religiosa e per riconoscere ai cristiani gli stessi diritti dei musulmani? Come partecipare in maniera attiva e costruttiva alla politica per servire il bene comune, e non gli interessi di parte? Non sarebbe forse possibile riunire tutti i partiti cristiani sotto un unico nome, ad esempio “Unione nazionale irachena cristiana”? Restando uniti, non si potrebbe forse lanciare una campagna nazionale, con un programma come questo: “La pace e la convivenza, il rispetto di tutte le religioni, per un’autentica democrazia”? Perché non costituire un “Consiglio politico cristiano” che si faccia carico dei problemi dei cristiani, senza trascurare quelli dell’intera nazione?
A queste domande e a tante altre urge dare risposta. Occorre formare centri di emergenza per intervenire immediatamente nel sostegno alle famiglie e per rispondere a quanti sono bersagliati da azioni criminali, quali omicidi, stupri, rapimenti, ruberie, incendi delle chiese e danneggiamenti delle abitazioni. Inoltre dobbiamo stimolare i cristiani della diaspora a mantenere il loro diritto di voto, così prezioso in tempo di elezioni. Occorre sollecitare i cristiani a entrare anche nei partiti non cristiani, a candidarsi anche in altre liste, soprattutto in previsione delle elezioni del 2014, così da accrescere il numero dei parlamentari appartenenti alla nostra comunità. Ci proponiamo mete troppo ambiziose? Forse; ma la situazione è talmente grave che risulta indispensabile sperare e volere l’impossibile.

5. O Padre dei Martiri, abbiamo paura…
Sapendo che la parola di Gesù “non abbiate dunque paura” (Mt 10,31) ci incoraggia ad essere segno di contraddizione e di sfida anzitutto là dove lui ci ha piantati, voglio concludere riportando il testo di una preghiera scritta dal mio segretario padre Albert Hisham Naoum in memoria dei nostri due confratelli uccisi il 31 otto-bre 2010 a Bagdad insieme ad altre 44 persone: «O Padre dei martiri, nostro Padre, che hai accolto gli spiriti dei martiri che professavano la loro fede nella chiesa di tua Madre e nostra Signora del Perpetuo Soccorso: essi sono stati uccisi difendendo la loro fede, irrigando la terra della nostra fede e la nostra speranza in te. / O Padre, abbiamo perso i nostri fratelli Thair e Waseem: da’ a noi la fiducia di avere amici che pregano sempre per noi dal cielo. / O Padre, siamo stanchi delle menzogne e dei mali del mondo e non abbiamo nessuna speranza: aiutaci a riporre la speranza solo in te. / O Padre, abbiamo odiato tutto e il buio ha spento i nostri occhi: semina in noi di nuovo il tuo amore senza fine. / Siamo tristi, Signore: insegnaci che la gioia viene solo da te, insegnaci ad impararla dai nostri martiri. / Abbiamo paura, Signore: concedici il coraggio dei nostri martiri puri che hanno affrontato la morte. / Siamo smarriti, Signore: guidaci sulla strada giusta, e nel percorso ci aiuti lo spirito dei nostri martiri. / In queste circostanze abbiamo bisogno di te, Signore: trasforma il nostro bisogno in una pre-ghiera permanente che rivolgiamo a te come figli. / Vogliamo essere fedeli a te, ai nostri fratelli, al mondo: compi la tua missione in noi tutti i giorni, perché possiamo testimoniare il tuo amore soprattutto ai nostri nemici. / O Padre, cercheremo di vivere ancora la tua vita in noi, così da continuare ad annunciarti a tutte le genti senza mai smettere. / Ci fidiamo di te, Signore, ti amiamo, speriamo in te, abbiamo bisogno di te e non abbiamo altro che te, Signore. Amen».

Padre Albert Hisham Naoum: "Siamo smarriti, Signore" 31 dicembre 2012

Patriarca Sako alla Chiesa caldea: Uniti in Cristo, per rispondere alle sfide della missione

di Joseph Mahmoud

"Ricordatevi sempre che siete sacerdoti" e per questo "vi invito a pensare alla meravigliosa missione alla quale siete chiamati", ovvero a essere parte di "un'unica Chiesa che è Santa, Apostolica e Universale".
Lo scrive il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako in una lettera al clero caldeo, pubblicata in data 31 ottobre e inviata ad AsiaNews nei giorni scorsi. Sua Beatitudine ricorda i 10 anni di episcopato, i nove mesi alla guida della Sede patriarcale e l'approssimarsi delle celebrazioni finali a chiusura dell'Anno della Fede. Per questo si rivolge una seconda volta, dopo la primalettera inviata nel maggio scorso, a tutti i vescovi, sacerdoti, religiosi e suore della comunità caldea, invitandoli "alla preghiera e al raccoglimento", sotto la protezione "della Vergine Maria".  
Il Patriarca caldeo ricorda il motto e i punti cardine del programma delineati a inizio mandato, ovvero "autenticità, unità e rinnovamento nello Spirito e nella Verità", e ringrazia quanti lo hanno sostenuto in questa missione. "Non temo nessuno - afferma Mar Sako - e resterò fedele alla mia vocazione e ai miei principi, qualsiasi siano le sfide e le critiche; perché non vi è vita, senza sfide".
Il documento ricorda poi che "la Chiesa non è una organizzazione non governativa o un gruppo della società civile" ma è profondamente diversa, perché "il suo nucleo essenziale è Cristo". "La Chiesa è ecumenica e inclusiva per natura" afferma Mar Sako, e "se si chiude perde la sua vera identità". Egli auspica che il cammino "iniziato nove mesi fa sia foriero di frutti" così come l'ascesa al soglio petrino di Papa Francesco, che rappresenta un invito alla "vicinanza al Vangelo" e all'unità in nome "della verità e della giustizia", non sulle "chiacchiere".
Sua Beatitudine sottolinea che il compito dei sacerdoti è di essere "servi", non principi, "anche se la vocazione arriva dal cielo". "Dobbiamo essere interamente e totalmente - scrive - devoti a Cristo e alla sua Chiesa, altrimenti non ha senso la nostra consacrazione". E rilancia le parole di Papa Bergoglio, il quale ricorda che "voi siete pastori, non funzionari. Siate mediatori, non intermediari". La vera dignità, aggiunge, consiste "nel Servizio" e la condizione di sacerdoti "non è garanzia di immunità", ma è un monito ulteriore a essere fermi per ciò che concerne "la morale, qualsiasi sia la posizione occupata all'interno della gerarchia".
Un richiamo che si estende al denaro e ai beni materiali dai quali, avverte il Patriarca, "non dobbiamo farci sedurre"; per questo è necessaria la massima "trasparenza" nella gestione dei fondi, che deve essere affidata a "laici onesti" che hanno "esperienza in materie economiche, non a vescovi o sacerdoti".
Infine, Mar Sako auspica il "ritorno dei monaci nei loro monasteri", per una vita dedita alla povertà, alla castità, all'obbedienza, in un'ottica di comunità che prega, medita e lavora. "La vita in un monastero non è fatta di isolamento - afferma il Patriarca - [perché] la vita comune rafforza lo spirito; e la grazia di vivere insieme agevola un migliore servizio a Dio e garantisce una vocazione pura". Da qui l'invito a essere "testimoni gioiosi" di Cristo, nutrimento "per voi stessi, per i vostri fratelli e i fedeli" oltre che guida e conforto per le suore in qualità di "padri spirituali". "La Chiesa caldea è chiamata alla santità - conclude Mar Sako - non arrendiamoci all'indolenza o alla frustrazione a causa della realtà attuale". 

Patriarch Sako Sends a Second Letter to the Chaldean Clergy