"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

14 febbraio 2013

Il neo patriarca caldeo si rivolge a tutti gli iracheni: dialogo fondamentale

By Baghdadhope*


Ai miei amati fratelli: i vescovi, i sacerdoti, i  monaci, le suore, le figlie ed i figli della chiesa caldea, i capi delle chiese cristiane in Iraq, i fratelli musulmani ed i fratelli sabei e yazidi, così come ai cari fratelli iracheni:
“As Salamu makum” “La pace sia con voi”
Con queste parole che nella loro brevità già contengono l'invito al dialogo ed alla riconciliazione inizia il primo messaggio di
S.B. Mar Louis Raphael I Sako in qualità di nuovo Patriarca della chiesa caldea.
Un messaggio che contiene, nei suoi punti numerati, l’agenda del suo patriarcato già anticipata in alcune delle interviste rilasciate subito dopo la sua nomina a Roma lo scorso 1 febbraio ma che ora, pubblicata in arabo, sarà davvero accessibile a tutti i fedeli della chiesa caldea ed agli iracheni in generale.
Il primo punto è quello relativo alla necessaria riorganizzazione della chiesa caldea sulle basi dei canoni ecclesiastici che sarà discusso durante il Sinodo che si terrà a giugno a Baghdad.
Il secondo punto è l’apertura verso  le chiese sorelle ed in special modo nei confronti della chiesa Assira dell’Est attraverso il dialogo a favore dell’unità.  
Non meno importante il dialogo interreligioso trattato al punto tre che si basa sull’appartenere – cristiani e musulmani – alla stessa terra, alla stessa cultura ed alla stessa storia. Cristiani e musulmani che devono collaborare per consolidare la coesistenza ed i valori della pace, della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza sulla base della comune cittadinanza e dei diritti umani perché “Religione e patria sono per tutti” e perché “Noi cristiani vogliamo vivere nel nostro paese senza discriminazioni”.
Alla classe politica è indirizzato il quarto punto dell’agenda del patriarca caldeo. L’appello è infatti ai politici arabi, curdi e turcomanni perché collaborino a favore della nazione, della sua unità e sovranità e lo facciano attraverso il dialogo e la negoziazione. Un punto, il quarto, che si conclude con parole certamente nel cuore di molti se non di tutti gli iracheni:  Basta sangue.. basta distruzione.
Altri appelli di S.B. Sako sono contenuti in un’intervista ad Almadapress, come quello perchè le proteste contro il governo delle ultime settimane siano pacifiche in nome dei dieci anni di terrore e di uccisioni in cui si spera di non ripiombare, quello agli studiosi e religiosi musulmani perché parlino con una sola voce in cui prevalga il messaggio di pace, di tolleranza e di perdono, ed infine quello ai politici iracheni perché non provochino discordia ed odio affidandosi al dialogo per preservare l’unità del paese. 
Ciò che sta accadendo in Iraq, ha detto il patriarca caldeo riferendosi agli scontri tra governo e popolazione che in queste ultime settimane hanno infiammato parecchie regioni del paese “è molto triste perché l’Iraq è terra di civilizzazione, tolleranza e dialogo e non di autobomba, uccisioni e bombardamenti.”
Non c'è stato giorno, da quando il 7 febbraio il Patriarca ha fatto ritorno in Iraq dopo la sua nomina,
in cui non siano risuonate nei suoi discorsi le parole tolleranza e dialogo. Ad Erbil dove è stato accolto, ad Ankawa nella chiesa dove i fedeli lo hanno salutato, nel Seminario Maggiore caldeo ed al Babel College che ha visitato, a Kirkuk ed a Sulemanya  da dove si è congedato dopo dieci anni come arcivescovo prima di trasferirsi, proprio oggi, nella sede patriarcale di Baghdad dove alle 17.00 ora locale si terrà una grande celebrazione in suo onore nella chiesa di San Giuseppe, in attesa della cerimonia di intronizzazione che, come confermato da Monsignor Shleimun Warduni, vicario patriarcale, si terrà il giorno 6 di marzo. In tempo per permettere a S. B. Sako di partecipare alla messa a Roma per l'inizio del pontificato del Papa che verrà eletto dal prossimo conclave.

Il dramma senza fine dei cristiani iracheni


«A dieci anni dall’inizio della guerra, quasi nulla è cambiato». Queste le parole di monsignor Amel Shimon Nona ad Aiuto alla Chiesa che Soffre. L’arcivescovo caldeo di Mosul, città nel Nord dell’Iraq, si fa portavoce della completa perdita di speranza dei suoi fedeli, stanchi del perpetuarsi di tensioni, instabilità e insicurezza.
In questo decennio le divisioni tra i vari gruppi etnici e religiosi si sono acutizzate. «E ora tutti gli attori sociali sono schierati gli uni contro gli altri». La frammentazione della società e la mancanza di un’identità nazionale irachena si riflette anche nella composizione dei partiti politici, fondati in base all’appartenenza etnica e religiosa. «Una situazione che noi cristiani subiamo più degli altri, perché non esistono schieramenti che tutelino i nostri interessi. Il nostro unico strumento di difesa è la coesistenza pacifica.
»
L’arcivescovo riferisce ad ACS di come a Mosul il livello di sicurezza sia rimasto pressoché invariato negli anni. Le attività pastorali e le celebrazioni hanno tuttora luogo soltanto nelle Chiese e in alcuni locali parrocchiali. Inoltre monsignor Nona è costretto ad evitare la talare vescovile per far visita ai fedeli in alcune zone particolarmente difficili della città. «A volte devo nascondermi un po’, ma non ho mai cercato vie più sicure. Voglio percorrere le strade normali, le stesse battute ogni giorno dai miei fedeli per andare a scuola o al lavoro».
A Mosul il 2013 si è aperto con le proteste antigovernative dei gruppi sunniti, scesi in piazza per esprimere il proprio dissenso in vista delle consultazioni provinciali del prossimo aprile. Sono seguiti scontri e violenze che hanno colpito anche la minoranza cristiana. Un nuovo colpo per le speranze dei cristiani che il 24 dicembre scorso, per la prima volta dal 2003, avevano potuto celebrare la messa di sera. Negli ultimi anni in molte città irachene la messa della vigilia si è tenuta di pomeriggio per ragioni di sicurezza.
«Dieci anni dopo l’inizio della guerra, l’Iraq è ancora alla ricerca di stabilità. I fedeli non credono più nel cambiamento e continuano a lasciare il Paese». Prima del 2003 i cristiani a Mosul erano circa 35mila. Oggi sono meno di 3mila. Dalla caduta del regime di Saddam l’esodo dei fedeli non ha avuto fine ed è indicativo considerare che, seppure la minoranza cristiana rappresenti appena il 2% della popolazione, l’UNHCR riferisce che il 40% del milione e 600mila iracheni richiedenti asilo nel mondo è costituito da cristiani.
E il pensiero di monsignor Nona va anche «alla dolorosa situazione» dei tantissimi rifugiati iracheni in Siria.
Guardando al futuro, l’arcivescovo di Mosul intravede nell’elezione del nuovo patriarca della
Chiesa Caldea, Louis Raphaël I Sako, una speranza di cambiamento. «Il primo passo da compiere è comprendere che le divisioni tra le chiese cristiane non portano a nulla. Abbiamo bisogno di unità. In Iraq e in altri Paesi mediorientali noi cristiani siamo rimasti in pochissimi. E per testimoniare la nostra fede dobbiamo essere uniti».

11 febbraio 2013

Altre reazioni dall'Asia sulle dimissioni di Benedetto XVI

By Asia News

Sua Beatitudine Louis Raphael I Sako, Patriarca caldeo d'Iraq. 
Benedetto XVI è stato un modello per tutti noi, cattolici e non cattolici, e dobbiamo stimarlo ancora di più per questo gesto di umiltà. Il Papa ha mostrato tutta la sua grandezza al mondo, la meraviglia dei suo animo, compiendo un passo che tutti noi dobbiamo imitare quando il fisico e lo spirito impediscono di continuare. Ha compiuto una scelta che tutta la storia ricorderà, a partire da  noi uomini del clero e della Chiesa. Troppe volte non vogliamo lasciare la sede anche quando non possiamo compiere il nostro dovere.
Il Pontefice ha ricordato una volta di più che la sede è fatta per servire, non per essere serviti. Del resto già nei giorni scorsi, quando lo abbiamo incontrato all'indomani della mia nomina a capo della Chiesa caldea, erano emerse alcune piccole modifiche al protocollo che mostravano delle difficoltà: infatti, durante il ricevimento erano previste una celebrazione, poi il discorso del Papa e del Patriarca. Stavolta ci hanno detto che non si sarebbe tenuto e da lì ho capito che era stanco e faticava a reggere il peso e la fatica del compito.  

Per l'intero articolo di Asia News sulle altre reazioni alle dimissioni di Papa Benedeto XVi clicca sul titolo del post

8 febbraio 2013

L'arrivo del nuovo Patriarca caldeo in Iraq: festa ad Erbil

By Baghdadhope*

Dopo la tappa a Vienna nel suo viaggio di ritorno in Iraq il nuovo patriarca della chiesa caldea, Louis Raphael I Sako, è arrivato ieri ad Erbil, nel nord dell'Iraq accompagnato da Mons. Shleimun Warduni, vescovo di cura patriarcale e da Mons. Mikha P. Maqdassi, vescovo di Alqosh. Ad accoglierlo in areoporto Mons. Bashar M. Warda, arcivescovo della città, e diverse personalità politiche locali e del governo curdo.
Il patriarca, festeggiato da migliaia di fedeli, si è poi recato  nella chiesa di San Giuseppe ad Ankawa, un sobborgo di Erbil, per la cerimonia di benvenuto. 
Oggi invece Mons. Sako ha visitato le istituzioni che provvedono a formare i religiosi ed i laici cristiani: il Babel College, l'unica facoltà teologica cristiana in Iraq, ed il seminario maggiore caldeo cui il patriarca ha detto che "sarà molto vicino". 
 

7 febbraio 2013

Calorosa accoglienza del nuovo patriarca caldeo a Vienna

By Baghdadhope*

La prima tappa del viaggio che ha riportato in patria il nuovo Patriarca della chiesa caldea, Monsignor Louis Raphael I Sako, è stata Vienna, città molte volte visitata dall'alto prelato nell’ambito del suo impegno a favore del dialogo ecumenico ed interreligioso.

Accompagnato da Mons. Shleimun Warduni, vescovo di curia patriarcale e da Mons. Mikha P. Maqdassi, vescovo di Alqosh, Mons. Sako è stato accolto dai fedeli caldei in Austria nella chiesa di San Benedetto dove ha officiato la Santa Messa.
A rappresentare l’Arcidiocesi di Vienna è stato
Monsignor Franz Scharl, vescovo ausiliare della città e responsabile delle comunità cattoliche non austriache.
Presenti erano anche Padre Michel Harb, Superiore della Missione Maronita a Vienna, Padre Hanna Ghnaim della chiesa cattolica greco-melkita, e  molte organizzazioni con cui il Patriarca da anni ha contatti: l’AAI (Istituto Afro Asiatico) rappresentato da Alexander Kraljic, la Fondazione Pro Oriente di cui Mons. Sako è membro, l’ICO (Initiative Christlicher Orient) con il suo presidente, Hans Hollerweger, e il CSI austriaco (Christian Solidarity International-Österreich).

Nel corso della celebrazione Mons. Sako ha ringraziato l’Austria per il suo impegno a favore degli iracheni cristiani e soprattutto il Cardinale di Vienna, S. E. Christoph Schönborn, le organizzazioni umanitarie che hanno operato  a loro favore ed anche tutti i cattolici austriaci che hanno dato aiuto “non solo a parole ma con i fatti.”
Uno speciale ringraziamento è anche andato ai fedeli caldei che vivono in Austria e che sono rimasti legati alla loro chiesa ed ai valori tradizionali e che possono giocare un ruolo importante nella evangelizzazione della stessa Europa.
La nomina di Mons. Sako a patriarca è stata definita “Una benedizione per tutti noi” da Alexander Kraljic, Segretario Generale delle comunità afro-asiatiche e latino-americane dell’Arcidiocesi viennese, mentre Monsignor Scharl si è spinto a dichiarare di sperare che proprio Vienna possa un giorno diventare sede di una diocesi caldea.    

Fonti delle notizie: Ishtar TV
                                Ankawa.com 
                                Kathweb.at

6 febbraio 2013

Il neo patriarca caldeo torna in Iraq

By Baghdadhope*

Il nuovo patriarca della chiesa caldea, Mar Louis Raphael I Sako, sarà di ritorno in Iraq giovedì 7 febbraio. Il neo patriarca atterrerà ad Erbil, nel nord del paese, e sarà accolto dall'Arcivescovo della Diocesi, Mons. Bashar M. Warda, per una cerimonia nella chiesa di San Giuseppe. 
L'arrivo del Patriarca è stato anticipato dalle lettere di congratulazioni fattegli pervenire dal Consiglio dei Capi cristiani in Iraq, a firma del suo Segretario Generale, Monsignor Avak Asadorian, e dall'omonimo Consiglio di Terra Santa a firma del patriarca Latino di Gerusalemme, Monsignor Fouad Twal

Il Patriarca caldeo Sako: il settarismo può contagiare anche i cristiani

By Fides

Giovedì 7 febbraio, ad Erbil, il governo regionale del Kurdistan accoglierà con una cerimonia di benvenuto il nuovo Patriarca di Babilonia dei caldei, Louis Sako, appena sbarcato dal volo proveniente da Vienna. Le autorità civili e religiose incontreranno e saluteranno Sua Beatitudine Sako presso la Cattedrale caldea di San Giuseppe, ad Ankawa, sobborgo della capitale del Kurdistan iracheno. La settimana successiva, dopo essere passato per Kirkuk – la città del nord Iraq di cui era Arcivescovo, prima dell'elezione patriarcale – il nuovo Patriarca si trasferirà a Baghdad, dove la presa di possesso ufficiale della sede patriarcale è fissata per il prossimo 6 marzo.
Contattato dall'Agenzia Fides, Sua Beatitudine Sako mette da parte le ipotesi - circolate negli ultimi mesi sui media - di un possibile trasferimento in America del Patriarcato caldeo: “Risiederò a Baghdad, anche perchè voglio stare in mezzo ai nostri fratelli cristiani e a tutti gli altri che lì continuano a vivere tra difficoltà e sofferenze. Come Pastori dobbiamo dare l'esempio, e non cercare la nostra sicurezza, soprattutto nel momento critico vissuto dall'Iraq. Il prossimo Sinodo della Chiesa caldea si farà a Baghdad, e ho chiesto personalmente a tutti gli altri Vescovi, compresi quelli della diaspora, di non mancare. Anche questo può essere di sostegno per i cristiani, per il governo e per tutti gli iracheni: vedere che i Vescovi caldei possono fare il loro Sinodo, e andare a salutare il Presidente e il Primo ministro, sarà per tutti un segno che la Chiesa è presente, e non bisogna per forza andare via”.
Secondo il Patriarca Sako, nell'attuale fase storica anche i cristiani rischiano di essere contagiati dal settarismo che avvelena la convivenza tra i popoli del Medio Oriente: “Adesso purtroppo si sente qualcuno che dice: sono più armeno che cristiano, più assiro che cristiano, più caldeo che cristiano. E persiste qua e là una mentalità tribale, per cui ogni villaggio punta a avere il 'suo' Vescovo o il 'suo' Patriarca. In questo modo si spegne il cristianesimo. Noi, come Vescovi, dobbiamo essere vigilanti contro queste forme malate di vivere la propria identità”. A questo proposito, il nuovo Patriarca giudica fondamentale il legame di comunione tra la Sede Apostolica e le Chiese d'Oriente: “Ho chiesto a Papa Benedetto XVI di non lasciarci soli, isolati, come in un ghetto. Le nostre Chiese, anche se sono piccole nei numeri, hanno una grande importanza per testimoniare l'universalità della Chiesa. E sono essenziali anche nel rapporto con l'Islam, con cui esse hanno convissuto da sempre”.

Patriarca Sako: dal papa un appello, Chiesa irakena "ponte" per l'incontro con i musulmani

by Dario Salvi

La Chiesa caldea deve restare "un ponte" per favorire e rafforzare il dialogo fra cristiani e musulmani in Iraq, fra cittadini di etnie diverse, oltre che fra istituzioni e politica. Questo è l'invito che Benedetto XVI ha consegnato al nuovo Patriarca caldeo, come racconta in una lunga intervista ad AsiaNews lo stesso Mar Louis Raphael I Sako, nominato il 31 gennaio scorso in sostituzione del card. Emmanuel Delly III, dimissionario per raggiunti limiti di età. Al "mini Conclave" caldeo, iniziato il 28 gennaio scorso a Roma, hanno preso parte 15 vescovi caldei, di cui sette provenienti dall'Iraq, due dall'Iran, due dagli Usa, e uno rispettivamente da Libano, Siria, Australia e Canada. L'arcivescovo di Kirkuk - anche se a breve lascerà il nord, alla volta di Baghdad - conferma l'obiettivo di "unità e collaborazione" fra i vescovi caldei, premessa necessaria per trovare un punto di contatto e dialogo con i vertici irakeni, religiosi e politici. Fra i primi traguardi da raggiungere, spiega sua Beatitudine, vi è anche la riforma della liturgia, che oggi giudica "un caos".
Il neo Patriarca, di rientro oggi in Iraq, non dimentica al contempo il dramma dei profughi cristiani irakeni, ai quali vanno fornite "le condizioni" per il rientro in patria: casa, lavoro, scuole, infrastrutture e sicurezza. Storico fautore e promotore del dialogo interreligioso, Mar Louis Raphael I si dice "molto deciso" ad aprire un tavolo di confronto con la leadership della capitale, dopo aver ricevuto gli "auguri sinceri" dei capi religiosi e dei principali leader politici e dalle massime cariche istituzionali. E la speranza che, anche nel mondo islamico, possa "restare il messaggio" portato da Maometto e "il senso che dà alla nostra vita", non i sistemi o leggi che "finiscono per soffocare le libertà.
Ecco, di seguito, l'intervista del nuovo Patriarca caldeo ad AsiaNews:
Beatitudine, innanzitutto quale augurio le ha rivolto papa Benedetto XVI nel vostro incontro dopo la nomina?
L'attenzione del papa alla Chiesa irakena mi ha profondamento colpito. Ha dedicato del tempo a ciascuno di noi vescovi. Ho voluto ringraziarlo per la vicinanza e la preghiera e, in tono scherzoso, gli ho detto che "mi sento male" con questo rosso addosso (nella foto), non ci sono abituato. Benedetto XVI ha ribadito che continuerà a pregare per noi e si è detto "molto contento" per l'unità che è emersa all'interno dell'episcopato caldeo, una unione di intenti che è emersa anche in occasione del voto per l'elezione del Patriarca. Dunque, anche questo è un aspetto molto positivo e importante per una Chiesa che, fino al recente passato, era divisa. Abbiamo fatto una due giorni di incontri fra noi, con tutti i vescovi: si è parlato della situazione in Iraq, della pace e della sicurezza. Il Papa mi ha infine rivolto un appello, perché restiamo sempre - come in passato - un ponte per tutti, fra cristiani e musulmani e fra cittadini irakeni. Tra l'altro gli ho portato i saluti di due imam, uno sciita e uno sunnita, e lui è rimasto piacevolmente sorpreso e ha ringraziato. Direi che non ci sono stati grandi discorsi, ma è emerso il cuore; ciò che diceva, gli sgorgava dal cuore e non dalla penna.   

Anche nel nuovo incarico di Patriarca lavorerà - come in precedenza da vescovo -  per l'unità dei cristiani caldei?
Il valore dell'unità è necessario per i cristiani e per il tutto il Paese, perché non si può promuovere l'unità di un gruppo se tutti gli altri sono divisi. Certo è che una visione comune fra i cristiani può aiutare ed essere funzionale all'unità della nazione. Se saremo un solo corpo, con una posizione unitaria, potremo anche diventare un ponte per aiutare gli altri all'unità e al dialogo. I recenti attacchi nel Paese, gli attentati a Kirkuk, Mosul e Baghdad sono di matrice politica; per questo li ho sempre voluti condannare con forza. Anche perché, come avvenuto nei giorni scorsi nel nord (attentato a Kirkuk contro una sede della polizia con decide di vittime, ndr) in tutte le stragi sono sempre le persone innocenti le prime a morire. 
Altro problema annoso, l'esodo dei cristiani: qual è la situazione e cosa intende fare per arginarlo?
La situazione è critica e, ancora oggi, resta molto difficile. In questi giorni ho ricevuto moltissimi telegrammi: dal capo dello Stato, dal governo, dai ministri, dal presidente del Parlamento, dai leader religiosi musulmani (sunniti e sciiti) e tutti concordano nel dire che bisogna fare qualcosa per fermare o almeno frenare l'esodo dei cristiani. In questi giorni a Roma abbiamo fatto due incontri con tutti i vescovi presenti, parlando delle vie percorribili per frenare nel concreto questo esodo.
Prima di tutto è necessario andare a visitare e aiutare questi profughi in Siria, Libano, Giordania e Turchia. Al contempo, bisogna cercare un punto di incontro con i responsabili del governo del Kurdistan e stabilire condizioni in base alle quali i cristiani potranno tornare nella loro terra. Le premesse necessarie sono il fatto di fornire loro una casa, il lavoro, le scuole, le infrastrutture; tutto questo serve. E poi restituire loro fiducia nel
Paese, perché è proprio questo ciò che la gente ha perso: fiducia e speranza.

Quali direttive vuole dare da Patriarca alla Chiesa irakena: quali riforme sono urgenti e necessarie?
Prima di tutto la liturgia, che è un caos nella Chiesa Caldea. Prendiamo, ad esempio, la messa: ogni diocesi ha il suo messale, ogni prete celebra in una maniera diversa dall'altro. Avere una liturgia comune e riformata, unica per tutta la Chiesa ...  questo è un progetto al quale tengo molto. Con questo non voglio dire che no ci saranno libertà per le singole diocesi, ma su un punto non si può prescindere: che vi sia la medesima messa a Baghdad, a Kirkuk, nel Kurdistan e anche in tutta la diaspora caldea nel mondo. Se anche è tradotta nella lingua nazionale o locale non ci sono problemi, purché rimangano delle norme liturgiche da rispettare; anche questo diventa un elemento di unità.
Come dice San Giovanni Crisostomo, "la liturgia è per l'uomo" e non è l'uomo che deve restare subordinato alla liturgia. Vi è un movimento fra noi che vuole che la liturgia sia rigida, come se fosse la "Parola di Dio", ma non è così! Dunque, la riforma o, per meglio dire, l'aggiornamento è assolutamente necessario affinché la gente possa capire cosa avviene durante la celebrazione, che resta una festa, e i fedeli devono poterla comprendere appieno.

In tema di rapporti con l'islam, intende proseguire il cammino di dialogo avviato a Kirkuk?
Nel nord abbiamo avviato un dialogo intenso, non dimenticherò gli anni trascorsi a Kirkuk e il lavoro svolto, anche se ora il mio nuovo incarico mi porterà a Baghdad. Dalla capitale cercherò di dialogare col governo, mettere insieme sciiti, sunniti, curdi, arabi e turcmeni. Sono molto deciso ad aprire un dialogo con le autorità e i vertici di Baghdad, che hanno un peso maggiore rispetto ai leader di Kirkuk. Il terreno è preparato: loro mi hanno fatto gli auguri tramite televisione ed email,  penso che sia possibile un dialogo disinteressato, schietto e sincero. Perché c'è anche da parte loro amore e rispetto. Oltre alla consapevolezza che noi cristiani siamo in Iraq anche per i nostri fratelli musulmani. La religione è una cosa, mentre la cittadinanza è altro e diverso dalla fede.
Sarà possibile arrivare, un giorno, al concetto di "laicità dello Stato" anche nei Paesi musulmani?
Penso che sia molto difficile, perché hanno una concezione negativa e peggiorativa dello Stato laico, rispetto alla accezione che si dà nell'Occidente. Esso viene in qualche modo percepito come un annullamento ed equivale, in buona sostanza, ad uno Stato ateo che non è concepibile né ammissibile. Forse una società civile che rispetta la religione, senza mescolarla con la politica, potrebbe costituire un punto di forza.
Beatitudine, in questo "Inverno arabo" come lo ha definito lei di recente, quali prospettive emergono per il Medio oriente e i Paesi arabi?
All'inizio si è prospettata la possibilità di una Primavera araba per tutti, fatta di libertà, progresso, felicità e un cambiamento netto anche nella politica. Tuttavia, non si è trattato di un movimento organizzato e altri ne hanno approfittato. Ora l'obiettivo è creare nazioni e Stati fondati sulla Sharia, la legge islamica, ma è un'idea anti-storica: non è possibile vivere in uno Stato religioso, che considera tutti uguali nell'osservanza dell'unica fede, in un'epoca di pluralismo e di affermazione di anime diverse. Non è possibile annichilire la diversità sotto un unico manto dettato dalla religione. Resta il fatto che questa Primavera sognata dai promotori diventa sempre più un "terribile inverno".

Quindi la vera sfida consiste nel far dialogare le diversità...
Penso che coloro che vogliono uno Stato musulmano come nel VII secolo si sbagliano, perché non è possibile. Se sono sinceri con lo spirito dell'islam, devono distinguere - come hanno fatto i cristiani nel tempo - il messaggio, l'essenziale per la gente di oggi, dai canoni, dalla legge. Il messaggio è una cosa, la norme dettate dalla Sharia invece sono tutt'altro. Queste leggi che erano buone per la gente del VII° secolo, oggi non funzionano più e non si possono applicare allo stesso modo. Deve invece restare il messaggio, il senso che dà alla nostra vita e non i sistemi che finiscono per soffocare le libertà.

5 febbraio 2013

Siria: opposizione apre a dialogo con governo. Mons. Audo: serve ogni cosa, siamo allo stremo

By Radiovaticana

Il capo dell’opposizione siriana al Khatib ha aperto al dialogo, ma non con Assad. L’attenzione del leader in esilio è tutta rivolta al vice-presidente Faruq al Sharaa. Intanto le truppe governative hanno dichiarato di aver ripreso il controllo della cittadina chiave di Daraya, nei pressi di Damasco. Fra le località più colpite dal conflitto anche Aleppo.

Sulla situazione nella città siriana sentiamo, al microfono di Manuella Affejee, il vescovo caldeo di Aleppo, mons. Antoine Audo:

Abbiamo perduto la sicurezza e quando si perde la sicurezza si perde tutto. Tutti siamo divenuti poveri: senza lavoro, senza elettricità, senza riscaldamento … la situazione è veramente molto dura per la gente. Speriamo di trovare una soluzione a queste prove.
Come presidente della Caritas, cosa fa per aiutare la gente?
Ci sono tanti programmi che riguardano tutta la Siria. La Siria è divisa in sei regioni: Damasco, Aleppo, Homs, Horan, Jazeree e Latakia e Tartus. La prima cosa, adesso, la priorità è il cibo: è molto importante dare da mangiare, perché tutto è caro. La seconda cosa è la salute: medicinali e interventi chirurgici. La terza cosa, ora che è inverno: servono abiti per bambini, la scuola … Ecco, ci sono tanti programmi che operano su tutto il territorio della Siria.
Un suo pensiero sull’elezione di mons. Sako a Patriarca dei Caldei …
E’ un patriarca che è un vero iracheno, un vero caldeo, che ha vissuto per dieci anni a Kirkuk facendo un buon lavoro sia nella Chiesa sia nella società: ha creato canali di comunicazione tra arabi e curdi e turchi, e questa è l’immagine dell’Iraq. Penso che come Patriarca, a Baghdad, potrà fare ancora di più!
 

Chaldéens : les convictions de Mgr Sako

By Zenit
04/02/2013

« Renouveau, authenticité, unité » : c’est la devise patriarcale de Mgr Louis Sako, nouveau patriarche de Babylone des Chaldéens. Il en explique le sens et exprime son engagement pour le dialogue, sur Baghdadhope.
Renouveau, authenticité et unité 
Par « authenticité », le patriarche entend la « nécessité d’être vrai et sincère à l’égard de soi et des autres, d’être clair et de parler sans crainte ». Il s’agit aussi « d’être libre d’exprimer son opinion même si elle est contraire à celle de son interlocuteur », en utilisant cependant « la délicatesse et le tact nécessaire afin que la critique devienne constructive ».
« L'unité », ajoute-t-il, « doit être poursuivie au niveau personnel, ecclésiastique, œcuménique et interreligieux ». Mgr Sako insiste sur la nécessité du « dialogue », qui est « l’unique chemin à opposer à la violence » et l’unique chemin « d’avenir pour nous ».
Enfin, le « renouveau » implique « beaucoup d’engagement », estime-t-il : il préconise une attention spéciale à la formation « qualitative » du clergé, comme « inspirateur et porteur de dialogue, dans l’Eglise et à l’extérieur », mais aussi une attention « à la figure du laïc dans l’Eglise, qui est partenaire et doit devenir toujours plus partie intégrante des conseils pastoraux et diocésains ».
Mgr Sako souhaite par conséquent que « les barrières tombent entre clergé et laïcs » et que soit effacée « toute trace de cléricalisme lié à des traditions respectables mais anciennes ».
Dans l’esprit de sa devise, le patriarche désire être « simple et direct », et non pas « élever des barrières ». Même sa tenue vestimentaire sera simple : Mgr Sako ne portera par le "Shash", couvre-chef typique du clergé chaldéen.
Pour un langage de grâce et de joie
Le patriarche appelle son Eglise à « arrêter de vivre dans le passé » et à « incarner son message dans les temps présents et dans l’homme d’aujourd’hui ».
Il cite saint Jean Chrysostome : « la Liturgie est pour l'homme et non l'homme pour la liturgie ». Concrètement, précise-t-il, si l’Eglise chaldéenne a « une ligne pastorale et spirituelle de nature orientale », elle doit cependant « s’adapter aux temps modernes avec un langage plus direct, qui n’oublie pas notre tradition « d’Eglise des martyrs » mais qui parle aussi aux fidèles de grâce et de joie, de salut et d’espérance ».
Mgr Sako se prononce en ce sens « en faveur de l’utilisation de la langue arabe dans le domaine liturgique », ce pour « parvenir plus directement aux fidèles » : il souligne la « nécessité d’être proche des gens, non seulement en utilisant un langage simple, en mesure d’être compris » mais aussi « en utilisant la langue du lieu, qui peut être l'arabe mais aussi le kurde ou le persan ».
En revanche, il se déclare attaché aux traditions, donnant l’exemple de la "Croix Glorieuse", qui orne de nombreuses églises chaldéennes : cette croix ne porte pas le Christ, mais est ornée, sur chacun des quatre segments, de « trois cercles qui représentent la Trinité », leur ensemble symbolisant « les douze apôtres », les quatre cercles à l’intersection des segments représentant les Évangélistes et le cercle central « le Christ, commencement et fin de tout ».       
Le dialogue entre chaldéens et assyriens
Le patriarche confie également son souci du dialogue entre les églises chaldéennes et assyriennes : Mar Dinkha IV, patriarche de l’Eglise assyrienne de l'Est, a été l’un des premiers à le féliciter pour son élection, se réjouit-il.
En remerciant Mar Dinkha IV, Mgr Sako s’est défini comme son « Petit frère » : « parmi mes désirs depuis l’élection, j’ai celui de lui rendre visite à Chicago, siège de son patriarcat. Malheureusement les engagements urgents ici à Rome et en Iraq ne permettent pas de réaliser ce désir tout de suite », regrette-t-il.
Mgr Sako évoque à ce sujet le courant qui s’est développé récemment, sur l’affirmation que les chaldéens sont « différents des fidèles des autres Eglises en Irak, non seulement du point de vue religieux mais aussi ethnique ».
Pour le patriarche, « c’est un argument qui devrait être étudié de manière approfondie sur des bases historiques, scientifiques et linguistiques », même si « établir si les ancêtres de chaque irakien chrétien viennent de Babylone ou de Ninive n’est pas chose facile ».
Il invite chaldéens et assyriens à ne pas tomber « dans le piège du nationalisme aveugle » : « nationalisme et fondamentalisme, quelles que soient leurs origines, sont des obstacles sur le chemin du développement et de la paix ».
« Notre Eglise est à la fois locale et universelle et des termes comme 'Chaldéen' ou 'Assyrien' sont hérités du colonialisme qui visait à diviser une communauté avec des origines communes », conclut-il.
Le patriarche souligne par ailleurs que le prochain synode abordera la question de la création d’un diocèse pour « les dizaines de milliers de fidèles qui vivent en Europe ».

Il patriarca che rinuncia al "Shash"

by Andrea Tornielli 
04/02/2013

Sako ha incontrato il Papa insieme ai membri del sinodo caldeo che lo hanno eletto. Vuole favorire l'introduzione delle lingue locali nella liturgia

«Nazionalismo e fondamentalismo da qualsiasi parte traggano origine sono ostacoli sulla via dello sviluppo e della pace».
Lo ha detto il patriarca della Chiesa caldea, Louis Raphaël I Sako, eletto lo scorso 31 gennaio dal sinodo dei vescovi caldei riuniti a Roma che oggi ha celebrato la divina liturgia nella basilica di San Pietro. Il cardinale Leonardo Sandri, che ha partecipato alla celebrazione su incarico del Papa, ha detto: «Imploriamo speciali grazie e benedizioni su di lei perché come il Buon Pastore possa asciugare le molte lacrime del popolo iracheno, e poi consolare, incoraggiare, correggere, sempre pacificare fratelli e figli ed accompagnarli nella testimonianza». Successivamente Sako, insieme agli altri vescovi, è stato ricevuto da Benedetto XVI.
Il nuovo patriarca è stato intervistato
da Baghdadhope

Dalle parole di Sako emerge bene l'identikit di un pastore aperto, che vuole rilanciare il dialogo. Spiegando il suo motto patriarcale che contiene le parole autenticità, unità e rinnovamento, il pastore della Chiesa caldea ha detto: «La prima parola del motto è autenticità e con essa intendo la necessità di essere veri e sinceri nei confronti di se stessi e degli altri, essere chiari e parlare senza timori. Essere liberi di esprimere la propria opinione anche se contraria a quella del nostro interlocutore usando però la delicatezza ed il tatto necessari affinché la critica diventi costruttiva».
«Per quanto riguarda l'unità - ha aggiunto - anch'essa deve essere perseguita a livello personale, ecclesiastico, ecumenico ed interreligioso e per farlo - non mi stancherò mai di ribadirlo - è necessario il dialogo che è l'unica via da opporre alla violenza e perché solo in esso c'è per noi futuro. Per quanto riguarda il rinnovamento sarà necessario molto impegno. Bisognerà porre attenzione alla formazione sì quantitativa, ma soprattutto qualitativa, del clero insistendo sul suo compito di "ispiratore e portatore" di dialogo, interno alla chiesa ed all'esterno di essa. Bisognerà dare maggiore attenzione alla figura del laico nella chiesa, laico che è partner e deve diventare sempre più parte integrante dei consigli pastorali e diocesani. Perché questo partenariato funzioni devono cadere le barriere tra clero e laici eliminando ogni traccia di clericalismo legato a tradizioni rispettabili ma antiche. Si deve, insomma, smettere di vivere nel passato. Il messaggio della Chiesa deve essere incarnato nei tempi presenti e nell'uomo di oggi».
Significative anche le parole del patriarca sulla liturgia: « Come diceva San Giovanni Crisostomo: "La liturgia è per l'uomo" e non l'uomo per la liturgia. Noi siamo orientali e come tali abbiamo una linea pastorale e spirituale di natura orientale che però deve adeguarsi ai tempi moderni con un linguaggio più diretto che non dimentichi le nostre tradizioni di "Chiesa dei martiri" ma che parli al fedele anche di grazia e di gioia, di salvezza e speranza».
Rispondendo a una domanda sull'introduzione della lingua araba nella liturgia, Sako ha detto: «Noi tutti siamo legati e rispettiamo le tradizioni e la nostra storia proponendone in alcuni casi addirittura il recupero... Rispetto delle tradizioni, dunque, ma allo stesso tempo necessità di essere vicini alla gente non solo usando un linguaggio semplice in grado di essere compreso quanto anche nell'uso della lingua del luogo che può essere l'arabo ma anche il curdo o il persiano. La Buona Novella deve rinnovarsi».
Infine il nuovo patriarca ha risposto a una domanda sulle «spinte nazionalistiche» che soprattutto negli ultimi dieci anni hanno lacerato la chiesa caldea, con riferimento  al diffondersi dell'atteggiamento che vuole i caldei diversi dai fedeli delle altre chiese in Iraq non solo dal punto di vista religioso ma anche da quello etnico.
«E' un argomento - ha detto Sako - che dovrebbe essere studiato approfonditamente su basi storiche, scientifiche e linguistiche ed in ciò la Chiesa ed i laici possono dare un gran contributo. La nostra chiesa è allo stesso tempo locale ed universale e termini come 'caldeo' o 'assiro' sono retaggi del colonialismo che mirava a dividere una comunità con origini comuni... Nazionalismo e fondamentalismo da qualsiasi parte traggano origine sono ostacoli sulla via dello sviluppo e della pace».
Sako, dopo aver preannunciato una riorganizzazione delle diocesi caldee e la possibilità di crearne una in Europa, ha anche detto che non intende indossare lo "Shash", il tipico copricapo un tempo portato dal clero caldeo, che consiste una sorta di turbante: «Mi sembra una tradizione antica e legata al folklore locale. Voglio essere semplice e diretto, non alzare barriere nei confronti di nessuno ed anche un certo modo di vestire in un certo senso è una barriera. Niente Shash, magari qualcosa di più semplice».

El Patriarca que renuncia al “Shash”

by Andrea Tornielli
02/04/2013

Sako se reunió con el Papa en compañía de los miembros del sínodo caldeo. Pretende favorecer la introducción de las lenguas locales en la liturgia.

«El nacionalismo y el fundamentalismo, surjan de donde surjan, son obstáculos en el camino del desarrollo y de la paz».
Lo dijo el patriarca de la Iglesia caldea, Louis Raphaël I Sako, que fue elegido el pasado 31 de enero por el Sínodo de los obispos caldeos que se reunieron en Roma y que hoy celebraron la divina liturgia en la basílica de San Pedro. El cardenal Leonardo Sandri, que participó en la celebración como enviado del Papa, dijo: «Imploramos especiales gracias y bendiciones sobre él, para que, como el Buen Pastor, pueda secar las demasiadas lágrimas del pueblo iraquí, y después consolar, animar, corregir, pacificar a los hermanos y a los hijos y acompañarlos en el testimonio». Después, Sako y los demás obispos fueron recibidos por Benedicto XVI.

El nuevo patriarca fue entrevistado por Baghdadhope.

De las palabras de Sako se deduce claramente el perfil de un pastor abierto, que pretende impulsar el diálogo. Al explicar su lema patriarcal, que contiene las palabras “autenticidad, unidad y renovación”, el pastor de la Iglesia caldea dijo: «La primera palabra del lema es autenticidad y con ella entiendo la necesidad de ser verdaderos y sinceros en relación con nosotros mismos y con los demás, ser claros y hablar sin temores. Ser libres de expresar la propia opinión aunque sea contraria a la de nuestro interlocutor, pero usando la delicateza y el tacto necesarios para que la crítica sea constructiva».
«En cuanto a la unidad -añadió-, también debe ser perseguida a nivel personal, eclesiástico, ecuménico e interreligioso, y para hacerlo (nunca me cansaré de repetirlo) es necesario el diálogo, que es la única vía en contra de la violencia y porque solo en él hay un futuro para nosotros. En cuanto a la renovación, se necesitará mucho compromiso. Será necesario poner mucha atención en la formación sí, cuantitativa, pero sobre todo cualitativa, del clero, insistiendo en su tarea de “inspirador y portador” de diálogo, dentro de la Iglesia y fuera de ella. También habrá que poner mayor atención a la figura del laico en la Iglesia, laico que es socio y que cada vez más tendrá que ser parte integral de los consejos pastorales y diocesanos. Para que esta “sociedad” funcione deben caer las barreras entre el clero y los laicos, eliminando cualquier traza de clericalismo relacionado con tradiciones respetables pero antiguas. Es decir, es necesario dejar de vivir en el pasado. El mensaje de la Iglesia debe encarnarse en los tiempos presentes y en el hombre de hoy».
También fueron muy significativas las palabras del patriarca sobre la liturgia: «Como decía San Juan Crisóstomo: “La liturgia es para el hombre” y no el hombre para la liturgia. Nosotros somos orientales, y como tales tenemos una línea pastoral y espiritual de naturaleza oriental, pero que se debe adecuar a los tiempos modernos con un lenguaje más directo, que no olvide nuestras tradiciones de “Iglesia de los mártires”, pero que también hable a los fieles de gracia, de alegría, de salvación y de esperanza».
Al respodner a una pregunta sobre la introducción de la lengua árabe en la liturgia, Sako dijo: «Todos nosotros estamos vinculados y respetamos las tradiciones y nuestra historia, e incluso proponemos su recuperación en algunos casos… Con respeto hacia las tradiciones, pues, pero al mismo tiempo con la necesidad de estar cerca de la gente, no slo usando un lenguaje simple (que pueda ser comprendido) sino también en cuanto al uso de la lengua del lugar, que puede ser el árabe, pero también el kurdo o el persa. La Buena Noticia debe renovarse».
Sako, después de haber anunciado una reorganización de las diócesis caldeas y la posibilidad de crear una en Europa, también dijo que no pretende usar el "Shash", el típico tocado que usa el clero caldeo, una especie de turbante: «Me parece una tradición antigua y vinculada con el folklore local. Quiero ser simple y directo, no levantar barreras ante nadie y, en cierto sentido, vestirme de cierta manera es una barrera. Nada de Shash, si acaso algo más simple».

Chaldean Patriarch Sako ditches traditional headdress to embrace modernity

by Andrea Tornielli
February 4, 2013

Today Patriarch Sako met the Pope and the members of the Chaldean Synod that elected him. He favours the introduction of local languages to the liturgy.

“Whatever the origin of nationalism and fundamentalism, they hinder the path to development and peace.” The Patriarch of the Chaldean Church, Louis Raphaël I Sako, was elected last 31 January by the Synod of Chaldean Bishops who met in Rome and celebrated the divine liturgy in St. Peter’s Basilica today. Cardinal Leonardo Sandri, who attended the celebration on behalf of the Pope, said: “We ask for special mercy and blessings to be bestowed upon you so that the Good Shepherd may wipe away the tears of the Iraqi people and console, encourage, correct and always pacify brothers and sons and accompany them in their testimony.” Sako and the other bishops were then received by Benedict XVI and the new Patriarch was interviewed by Italian blog Baghdadhope.

Sako’s words painted a picture of an open-minded religious leader who wants to give new impetus to dialogue. The Patriarch explained his motto which contains the words “authenticity”, “unity” and “renewal”, he said: “The first word of the motto is authenticity and by this I mean the need to be true and sincere with ourselves and others, be clear and speak without fear. Being free to express one’s own opinion even if it contrasts with the opinion of the person we are speaking with but showing the necessary sensitivity and tact to make our criticisms constructive.”
“Unity must also be sought on a personal, ecclesiastical, ecumenical and interreligious level - he added – and I will never tire of saying that dialogue is essential in achieving this. This is because it is the only way of countering violence and and the only thing that can give us a future. Renewal is going to take a great deal of effort to achieve. Attention needs to be given to quantitative and above all qualitative training of clergy, focusing on the cleric’s role as an inspirer and representative of dialogue both within and outside the Church. There needs to be a greater focus to the figure of the lay person within the Church. The lay person is a partner who needs to increasingly become an integrated part of pastoral and diocesan councils. In order for this partnership to work, the barriers between the clergy and the laity need to come down, eliminating all traces of clericalism linked to respectable but dated traditions. Essentially, we need to stop living in the past. The Church’s message needs to be embodied in modern day life and in the people of today.”
The Patriarch’s comments on the liturgy were also important: “As St. John Chrysostom said, the liturgy was made for man, not the other way round. We are Easterners and as such, our pastoral and spiritual line of thought is Eastern, but needs to adapt tot he modern times, with a language that is more direct and does not neglect our traditions as “Church of the martyrs” but that also speaks to faithful about mercy and joy, salvation and hope.”
Answering a question on the use of the Arabic language in the liturgy, Sako said: “We are all tied together and respect our history and traditions, proposing improvements in some areas...Traditions must be respected, but at the same time, we also need to express our closeness to people, not just through the use of a simple language that can be understood by everyone, but also by using the language that is spoken locally. This could be Arabic, Kurdish or Persian. The Gospel needs to be brought up to date.

Finally, the new Patriarch answered a question on the nationalist currents that have been harming the Chaldean Church over the last ten years because of a widespread tendency to see Chaldeans as different from faithful of other religions in Iraq, from both a religious and ethnical point of view.
“This issue – Sako stated – needs to be looked into in great historical, scientific and linguistic detail and the Church and laity have a crucial role to play in this. Our Church is local and universal at the same time and terms such as “Chaldean” or “Assyrian” are the legacy of a colonialism that aimed to divide communities of the same origin... “Whatever the origin of nationalism and fundamentalism, they hinder the path to development and peace.”
After announcing the rearrangement of Chaldean dioceses and the possibility of one being created in Europe, Sako also said he does not intend to wear the Shash (a traditional Chaldean headdress) which was once worn by the entire Chaldean clergy: “To me it is a dated tradition that is linked to local folklore. I want to be simple and direct and avoid creating barriers with others. Even ways of dressing can form barriers to some extent. So no Shash but possibly something simpler.” 

Papa: il patriarca Sako sia stimolo alla pace per tutti gli iracheni


"In Iraq e nel mondo intero i cristiani e quanti credono nel Dio Unico e Misericordioso fermino finalmente l'inimicizia e rendano sicura la via della universale fraternità". Con questo auspicio il cardinale Leonardo Sandri - prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, delegato del Papa a rendere visibile la "Ecclesiastica Communio" - si è rivolto al nuovo patriarca caldeo, sua beatitudine Mar Louis Raphael I Sako­, nel corso della divina liturgia celebrata questa mattina nella basilica di san Pietro.
Nel corso del rito, il cardinale ha ricordato quanto scritto ieri da Benedetto XVI in un messaggio indirizzato al Patriarca per felicitarsi della sua elezione.
"Imploro il Signore affinché La ricolmi di ogni grazia e benedizione. Possa Egli illuminarLa nel proclamare instancabilmente il Vangelo nella viva tradizione che risale a San Tommaso Apostolo. Il Pastore Buono ed Eterno La sostenga nella fede dei padri e Le accordi l'ardore dei martiri di ieri e di oggi per custodire il patrimonio spirituale e liturgico della veneranda Chiesa Caldea, quale suo Pater et Caput".
"Il Suo ministero - concludeva il Papa - sia a conforto dei fedeli caldei nella madre patria e nella diaspora, ma anche dell'intera comunità cattolica e dei cristiani che vivono nella terra di Abramo, quale stimolo alla riconciliazione, alla vicendevole accoglienza e alla pace per tutta la popolazione irachena".
Del messaggio il card. Sandri ha sottolineato come sia menzionata "la grazia del martirio, non solo come prezioso dono dei tempi passati, bensì come permanente dimensione della autenticità cristiana".
Ricordata la visita recentemente compiuta in Iraq, il card. Sandri ha chiesto "speciali grazie e benedizioni su di Lei, perché come il Buon Pastore possa asciugare le molte lacrime del popolo iracheno, e poi consolare, incoraggiare, correggere, sempre pacificare fratelli e figli ed accompagnarli nella testimonianza. Col servizio pastorale mite e fermo, Vostra Beatitudine sia guida fedele, efficace e totalmente disponibile alla cura animarum. Alla scuola della Santissima Vergine Maria, voglia custodire il vangelo nel cuore per essere modello di sequela e segno di speranza".

Quali sono la storia e le sfide della Chiesa in Iraq?

by Padre Alberto Hisham Naoum

Nell’estate del 2009, sono uscito dall’Iraq per la prima volta per proseguire i miei studi superiori in una delle università pontificie a Roma. Nei primi giorni, di solito, i professori vogliono conoscere i nuovi studenti che vengono da tutti gli angoli del mondo. E rivolgono quindi sempre la solita domanda: “di che Paese sei? Da dove vieni?”. Io ero sempre più fiero ogni volta di rispondere: “sono iracheno e vengo da Baghdad”. Spesso, però, rimanevo colpito dalle espressioni di sorpresa sui volti degli altri nel sentire che c’era tra loro un “iracheno cristiano”, e non solo, ma addirittura prete! Una volta con una faccia perplessa uno mi chiese: “sei iracheno?! Ma ci sono cristiani in Iraq?!”; e un altro ancora: “Sono rimasti ancora dei cristiani in Iraq?”
L'impressione è che tanti ignorano la verità della presenza dei cristiani in Mesopotamia sin dal primo secolo, e la presenza della Chiesa più antica nel Medio Oriente, la “Chiesa di Kochi” nel sud di Baghdad, e la scoperta di numerosi monumenti cristiani e tombe a Najaf, una città risalente ai primi secoli. Ignorano inoltre che fino ad oggi ci sono cristiani a Baghdad, Mosul e Bassora, nonostante la piaga dell'emigrazione che sanguina ancora dal cuore dell'Iraq; cristiani che cercano di vivere la loro fede profondamente radicata in questa terra, come testimoniato anche dai loro fratelli musulmani.
Il cristianesimo ha messo radici in Mesopotamia nel primo secolo con San Luca, che ha annunciato la Buona Novella prima di recarsi in India, ed ha lasciato dietro di sé due discepoli che hanno continuato il suo cammino, come ci viene raccontato dalla storia. Nel quarto secolo, quando la Chiesa era già organizzata, vennero perseguitati duramente per 40 anni. I cristiani – che vivevano sotto il regime dell’Impero persiano – venivano accusati di essere fedeli all’Impero romano in Occidente, e venivano malvisti per il loro rifiuto di adorare re e principi. Per questo subirono una persecuzione che costò la vita a migliaia di martiri, tra cui il patriarca Shimon Borsobai che fu condannato a morte, insieme a un grande numero di vescovi e sacerdoti, uccisi il Venerdì Santo.
Con l’arrivo dell’islam, i cristiani hanno dato testimonianza di convivenza pacifica e di rispetto delle differenze ed hanno contribuito diffusamente allo sviluppo del movimento scientifico e culturale, in particolare nel periodo del Califfato abbaside, quando Baghdad divenne la capitale del Paese. I cristiani rivestirono, quindi, un ruolo notevole nella storia dell’interazione culturale nel mondo allora conosciuto e tutte le fonti storiche, antiche e moderne, ne riconoscono il contributo.
La storia della nostra Chiesa è stata macchiata, di generazione in generazione, fino ai giorni nostri, dal sangue dei martiri. Sangue di cui siamo fieri, perché ha sfidato la morte e le persecuzioni per portarci la fede. E come nei primi secoli la fede ha attraversato il mondo per arrivare fino in Cina, anche oggi nutriamo la ferma speranza che questa fede giungerà ai cuori assettati di Cristo, specialmente in questo Anno della Fede proclamato nella Chiesa da Benedetto XVI.
Nonostante le difficoltà e le sfide interne ed esterne che hanno colpito la sua storia, la Chiesa della Mesopotamia ha continuato a offrire testimonianza e martiri a Cristo, ed ha preservato le caratteristiche che l’hanno contraddistinta sin dalle origini: la sua cattolicità, perché non è mai stata una Chiesa nazionalista, ma ha sempre accolto popoli diversi dalla Mesopotamia fino alla Cina; ha preservato la lingua aramaica, la lingua di Cristo, che utilizza tuttora; i suoi fedeli hanno amato la loro Chiesa e non l'hanno mai abbandonata nonostante gli attacchi terroristici degli ultimi anni, gli attentati alle chiese, le minacce, i rapimenti e uccisioni di vescovi, preti e fedeli, le violenze per costringerli ad abbandonare le loro case, il furto della loro identità nazionale per ridurli a cittadini di serie B nel loro Paese di origine.

4 febbraio 2013

Mar Louis Raphael I Sako. Rispetto delle tradizioni ma soprattutto rinnovamento

By Baghdadhope*
Roma

L'indaffaratissimo nuovo Patriarca della chiesa caldea, Mar Louis Raphael I Sako, pur già impegnato nei lavori che la sua carica impone ha accettato di rispondere ad alcune domande di Baghdadhope.

Beatitudine, Lei è stato ordinato Arcivescovo di Kirkuk nel novembre del 2003 e fin da subito si è posto come una figura di rinnovamento nell'ambito della chiesa caldea non risparmiando critiche sulla sua organizzazione e gestione. Ciò è vero al punto che il motto patriarcale da Lei scelto contiene proprio la parola rinnovamento insieme ad autenticità ed unità.
Come pensa di attuarlo?
"La prima parola del motto è autenticità e con essa intendo la necessità di essere veri e sinceri nei confronti di se stessi e degli altri, essere chiari e parlare senza timori. Essere liberi di esprimere la propria opinione anche se contraria a quella del nostro interlocutore usando però la delicatezza ed il tatto necessari affinchè la critica diventi costruttiva. Per quanto riguarda l'unità anch'essa deve essere perseguita a livello personale, ecclesiastico, ecumenico ed interreligioso e per farlo - non mi stancherò mai di ribadirlo -  è necessario il dialogo che è l'unica via da opporre alla violenza e perché solo in esso c'è per noi futuro. Per quanto riguarda il rinnovamento sarà necessario molto impegno. Bisognerà porre attenzione alla formazione sì quantitativa, ma soprattutto qualitativa, del clero insistendo sul suo compito di "ispiratore e portatore" di dialogo, interno alla chiesa ed all'esterno di essa. Bisognerà dare maggiore attenzione alla figura del laico nella chiesa, laico che è partner e deve diventare sempre più parte integrante dei consigli pastorali e diocesani. Perché questo partenariato funzioni devono cadere le barriere tra clero e laici eliminando ogni traccia di clericalismo legato a tradizioni rispettabili ma antiche.
Si deve, insomma, smettere di vivere nel passato. Il messaggio della chiesa deve essere incarnato nei tempi presenti e nell'Uomo di oggi."
In questi progetti di rinnovamento che spazio ha la riforma liturgica?
.Come diceva San Giovanni Crisostomo: 'La Liturgia è per l'uomo' e non l'uomo per la liturgia. Noi siamo orientali e come tali abbiamo una linea pastorale e spirituale di natura orientale che però deve adeguarsi ai tempi moderni con un linguaggio più diretto che non dimentichi le nostre tradizioni di 'Chiesa dei Martiri' ma che parli al fedele anche di grazia e di gioia, di salvezza e speranza."
In passato Lei si è pronunciato a favore dell'uso della lingua araba in ambito liturgico perchè in grado di arrivare più direttamente al fedele ed anche per contrastare la sempre maggiore attrazione - da Lei sempre denunciata - esercitata da parte delle chiese evangeliche e protestanti che da subito l'hanno adottata. Anche questo fa parte del rinnovamento?
"Sì. Noi tutti siamo legati e rispettiamo le tradizioni e la nostra storia proponendone in alcuni casi addirittura il recupero . A Mosul ed a Kirkuk, ad esempio sono molte le chiese ornate dalla "Croce Gloriosa", la Croce della nostra tradizione che non porta Cristo ma che nella sua fattura è altamente simbolica perchè ognuno dei quattro bracci è ornato da tre circoli che rappresentano la Trinità e nel loro insieme i dodici discepoli, i quattro circoli all'intersezione dei bracci rappresentano gli Evangelisti e quello centrale ad essi Cristo, inizio e fine di tutto.        
Rispetto delle tradizioni, dunque, ma allo stesso tempo necessità di essere vicini alla gente non solo usando un linguaggio semplice in grado di essere compreso quanto anche nell'uso della lingua del luogo che può essere l'arabo ma anche il curdo o il persiano. La Buona Novella deve rinnovarsi."
Beatitudine, Lei ha parlato di unità. Come si concilia questo desiderio con le spinte nazionalistiche che soprattutto negli ultimi dieci anni hanno lacerato la chiesa dal suo interno? Mi riferisco alla nascità di un atteggiamento che vuole i Caldei diversi dai fedeli delle altre chiese in Iraq non solo dal punto di vista religioso ma anche da quello etnico.
"E' un argomento che dovrebbe essere studiato approfonditamente su basi storiche, scientifiche e linguistiche ed in ciò la Chiesa ed i laici possono dare un gran contributo. La nostra chiesa è allo stesso tempo locale ed universale e termini come 'Caldeo' o 'Assiro' sono retaggi del colonialismo che mirava a dividere una comunità con origini comuni. Stabilire se gli antenati di ogni iracheno cristiano provengano da Babilonia o da Ninive non è facile. Per l'armonia ed il dialogo - basi di partenza della collaborazione e quindi della crescita -  è necessario che le due parti in causa non cadano nella trappola del cieco nazionalismo. Nazionalismo e fondamentalismo da qualsiasi parte traggano origine sono ostacoli sulla via dello sviluppo e della pace." 
Una ricomposizione di questa dualità tra caldei ed assiri potrebbe far ripartire il dialogo tra le due chiese?
"Certamente. Tra i primi a congraturarsi con me ieri è stato proprio Mar Dinkha IV, il Patriarca della Chiesa Assira dell'Est, di cui mi sono definito, ringraziandolo, 'Piccolo fratello'. Tra i miei desideri dal momento della nomina c'era quello di fargli visita a Chicago, dove ha sede il Patriarcato. Purtroppo però i prossimi ed urgenti impegni qui a Roma ed in Iraq per adesso non rendono tale desiderio realizzabile."
Sempre per quanto riguarda il rinnovamento esso comprenderà la nomina di vescovi per le attuali sedi vacanti della chiesa caldea?
"Sì. Per una maggiore efficenza organizzativa si potrebbe pensare, ad esempio, all'unificazione di piccole Diocesi che potrebbero in questo modo contare su maggiori risorse, materiali ed umane. Così come si penserà a Diocesi come quelle del Cairo, Bassora e Diarbakir"
E l'Europa? Nel sinodo del 2007 si discusse della possibilità di creare una diocesi per le ormai decine di migliaia di fedeli caldei che vivono nel Vecchio Continente. E' arrivata l'ora per una diocesi qui, è ora necessaria?
"Sì. Nel prossimo sinodo si parlerà anche di questo."
Beatitudine, per finire una domanda 'leggera'. Qualche giorno fa Baghdadhope ha pubblicato un articolo sullo Shash, il copricapo indossato dal precedente patriarca. Lei lo userà?
"No. Mi sembra una tradizione antica e legata al folklore locale. Voglio essere semplice e diretto, non alzare barriere nei confronti di nessuno ed anche un certo modo di vestire in un certo senso è una barriera. Niente Shash, magari qualcosa di più semplice."  

3 febbraio 2013

Il Papa concede l’Ecclesiastica Communio al neo eletto patriarca di Babilonia Caldei


Lettera di felicitazione di Benedetto XVI al nuovo patriarca di Babilonia dei Caldei mons. Louis Raphael I Sako, finora arcivescovo di Kirkuk, eletto venerdì scorso del Sinodo della Chiesa Caldea, riunita a Roma.
"Il Suo ministero - scrive il Papa - sia a conforto dei fedeli caldei nella madre patria e nella diaspora, ma anche dell’intera comunità cattolica e dei cristiani che vivono nella terra di Abramo, quale stimolo alla riconciliazione, alla vicendevole accoglienza e alla pace per tutta la popolazione irachena."

Nella lettera, che porta la data del 1 febbraio, il Papa accoglie e concede l’“Ecclesiastica Communio”, che il patriarca di Babilonia neoeletto aveva richiesto al Pastore della Chiesa universale e Successore di Pietro.

2 febbraio 2013

Le tre strade per l'Iraq

By Sir
by Daniele Rocchi

Monsignor Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, è il nuovo patriarca di Babilonia dei Caldei. Ad eleggerlo, il 1 febbraio, è stato il Sinodo della Chiesa caldea, convocato a Roma, durante il quale i vescovi hanno anche dibattuto sulla condizione e sui problemi vissuti dalle comunità caldee nel territorio patriarcale e nella diaspora.
Nato 63 anni fa in un villaggio presso la città di Zakho, da giovane sacerdote ha completato i suoi studi teologici a Roma e Parigi. Incardinato nella diocesi di Mosul, è stato rettore del Seminario Maggiore di Baghdad insegnando contemporaneamente presso la facoltà teologica del Babel College. Il 14 novembre 2003 è stato ordinato arcivescovo di Kirkuk. Molto stimato da Benedetto XVI, che nel 2010 ha accolto la sua richiesta di un Sinodo per il Medio Oriente, sostituisce il card. Emmanuel III Delly, dimessosi per ragioni di età. Da arcivescovo, mons. Sako ha più volte denunciato l'esodo dei cristiani dal Paese, lanciato appelli in loro difesa alla Chiesa universale e alla comunità internazionale. Ha, inoltre, promosso incontri interreligiosi con le più alte cariche musulmane sciite e sunnite del Paese, consapevole che solo il dialogo e l’incontro possono contribuire alla riconciliazione e alla ricostruzione morale, oltre che materiale dell’Iraq. Una convinzione espressa anche nell’intervista concessa, subito dopo la sua elezione, a Daniele Rocchi per il Sir.
Come ha accolto questa elezione a patriarca?

“È un compito molto pesante quello mi accingo ad intraprendere, ma con l’aiuto del Signore, della Chiesa universale, dei miei confratelli vescovi e dei musulmani, sono certo di poterlo portare avanti. Lavorerò per la riconciliazione dei gruppi religiosi e di quelli politici, per il dialogo tra tutte le componenti della società irachena”.
In che modo?

“Credo che, innanzitutto, vada ricostruita la fiducia all’interno della società irachena, nei suoi strati sociali, politici, religiosi. Farò il possibile per cercare il bene del mio Paese. Il motto che ho scelto, ‘autenticità, unità, rinnovamento’, contiene le tre strade da percorrere per giungere a questo obiettivo. La situazione irachena è difficile ma non perdo la speranza di un cambiamento nel bene”.
La Chiesa caldea ha vissuto anni difficili anche a causa dell’esodo dei suoi fedeli, emigrati all’estero in cerca di condizioni di vita migliori e per sfuggire alle violenze settarie che li hanno visti vittime di violenze e abusi…

“L’esodo dei cristiani ci preoccupa non poco. Con i miei confratelli vescovi siamo seriamente impegnati nel cercare, anche con la preghiera, di creare un’atmosfera che spinga i cristiani, ma non solo loro, a restare e a impegnarsi per le sorti dell’Iraq. Confido nelle persone di buona volontà, cristiani e musulmani, affinché il Paese possa uscire dalla crisi attuale”.
Quanto è importante la collaborazione e la comunione tra le Chiese orientali per aiutare i cristiani mediorientali a restare nelle loro terre e a crescere nella fede?

“Tutti i capi religiosi cristiani devono lavorare insieme per avere una visione chiara della situazione mediorientale. Il dialogo è la chiave di volta per rinnovare le nostre terre, le nostre comunità. Ma credo che sia necessario dialogare anche con gli estremisti per far capire loro che la violenza non paga. Se vogliono far conoscere l’Islam devono eliminare tutto ciò che è violenza, rispettare la persona umana, i suoi diritti, ma soprattutto garantire la libertà, la cittadinanza, la democrazia. La formula ideale è rappresentata dalla laicità positiva che rispetta la religione e può esprimere uno sguardo più adeguato sulla persona”.
La primavera araba, con la deriva islamista assunta in diversi Paesi, tra cui l’Egitto, sta generando paura tra i cristiani. Si può parlare di fallimento?

“La primavera araba va costruita nel dialogo, nel rispetto e non applicando la Sharia. Non si può imporre la dittatura di una religione. Serve il dialogo per la convivenza. Cambiare un regime con uno più rigido non va bene. Primavera vuol dire uscire da un regime totalitario per andare verso uno democratico, aperto a tutti, indistintamente”.
Ora che è all’inizio, a chi affida la sua missione?

“Vorrei affidarmi anche al ricordo dei tanti martiri della Chiesa irachena, mons. Faraj P. Rahho, vescovo caldeo di Mosul, padre Ragheed Ganni e tanti altri. Il loro esempio ci invita a non avere paura a testimoniare l’amore fraterno di Dio, il perdono e la riconciliazione”.

1 febbraio 2013

Mar Louis Raphael I Sako

By Baghdadhope*


Fides

Asia News

Paxchristi

His Beatitude Louis Sako: the new Patriarch of the Chaldean Church

By Baghdadhope*
Rome

The new Patriarch of the Chaldean Church is Louis Sako, Archbishop of Kirkuk.
The piece of news, published in the early morning by the web site Ankawa.com and by all the Chaldeans web sites and social networks in the world has been published also by the official web site of the Patriarchate.
Everyone is waiting now for the officialization by the Holy See that should be in a short time.

 

Monsignor Sako was born in a village near the town of Zakho on July 4, 1949, and began his studies in the Dominican Seminary dedicated to St. John in Mosul.
Ordained priest the first of June, 1974, he was subsequently sent to Rome where he obtained his doctorate in Eastern Christian Studies with the thesis:
"Christological Letter of the Oriental Syriac Patriarch Iso'yahb II Gdala" from the Pontifical Oriental Institute of Rome in 1983, and the license in Islamic Studies from the PISAI (Pontifical Institute for Arabic and Islamic Studies) in 1984. Afterwards he moved to Paris where he obtained his doctorate in history from the Sorbonne with a thesis entitled: "The role of the Eastern Syriac
hierarchy in the diplomatic relations between Persia and Byzantium between the VI and VII centuries" in 1986.
From
1986 to 1997 he served as priest in Mosul and afterwards he became Rector of the Major Seminary in Baghdad until 2001, teaching at the same time in Babel College, the only Christian Theological University in Iraq. On November 2003, he became Archbishop of Kirkuk.
Member of the
Foundation "Pro Oriente" in Vienna Bishop Sako is also councilor of the Pontifical Council for Interreligious Dialogue.
Author of
21 books and more than 200 articles in addition to Arabic and Sureth, his mother languages, he speaks Italian, French, English and German. He also studied Latin, Greek and Hebrew.
In 2008 he
received the "Defender of the Faith" award promoted by the popular Italian magazine of apologetics "Il Timone"; in 2010 the
Pax Christi International award promoted by the homonymous organization based in Brussels and in 2011 the Stephanus Prize promoted by the charity bearing the same name based in Frankfurt and linked to the International Society for Human Rights (ISHR).


سيادة المطران مار لويس ساكو بطريركا على كرسي كنيسة بابل الكلدانية

 www.saint-adday.com
www.chaldeaneurope.org


Errata Corrige: In the first release of the post Mons. Sako was indicated as the Archbishop of Mosul instead of Kirkuk. Baghdadhope is sorry for the mistake.

Sua Beatitudine Louis Sako: nuovo patriarca della chiesa caldea

By Baghdadhope*
Roma

Il nuovo patriarca della chiesa caldea è Monsignor Louis Sako, Arcivescovo di Kirkuk.
La notizia, pubblicata già stamattina presto dal sito Ankawa.com e ripresa da tutti i siti ed i social network caldei del mondo è stata pubblicata anche dal sito ufficiale del Patriarcato di Babilonia dei Caldei.Si attende a breve l'ufficializzazione da parte della Santa Sede.  
Monsignor Sako è nato in un villaggio presso la città di Zakho il 4 luglio1949 ed ha iniziato i suoi studi presso il seminario domenicano di Mosul dedicato a San Giovanni.
Ordinato sacerdote il 1 giugno 1974 si è successivamente trasferito a Roma dove ha conseguito il dottorato in Studi Cristiani Orientali  con la tesi:
“Lettera Cristologica del Patriarca siro-orientale Iso’yahb II di Gdala" dal Pontificio Istituto Orientale di Roma nel 1983, e la  licenza in Studi Islamici presso il PISAI ( Pontifical Institute for Arabic and Islamic Studies) nel 1984. Trasferitosi a Parigi ha poi conseguito il dottorato in Storia presso la Sorbona con la tesi: “Il ruolo della gerarchia siriaca orientale  nei rapporti diplomatici tra la Persia e Bisanzio tra il VI e VII secolo” nel 1986.
Dal 1986 al 1997 ha prestato il proprio servizio sacerdotale a Mosul per poi diventare e restare fino al 2001 Rettore del Seminario Maggiore di Baghdad insegnando contemporaneamente presso il Babel College. Il 14 novembre 2003 è stato ordinato Arcivescovo di Kirkuk.
Membro della Fondazione “Pro Oriente” di Vienna  e consigliere del Consiglio Pontificio per il Dialogo Interreligioso. 
Ha pubblicato 21 libri e più di 200 articolo. Oltre all’arabo ed al sureth, sue lingue materne, parla italiano, francese, inglese e tedesco. Ha studiato inoltre il latino, il greco e l’ebraico.
Nel 2008 ha ricevuto il premio "Defensor Fidei" promosso dal periodico di apologetica popolare "Il Timone". Nel 2010 il premio Pax Christi International promossa dall'omonima organizzazione con sede a Bruxelles e nel 2011 il Premio Steohanus promosso dall'omonimo ente benefico con sede a Francoforte che fa riferimento alla Società internazionale per i diritti umani (Ishr).

Errata Corrige: Nella prima pubblicazione del post Mons. Sako è stato indicato come Arcivescovo di Mosul invece che di Kirkuk. Baghdadhope si scusa per l'errore.