mercoledì, maggio 04, 2016

 

La libertà più ferita

By Avvenire
Carlo Cardia
 
Diviene sempre più urgente una riflessione sulle sofferenze che la libertà religiosa patisce in tante parti del mondo, e sulle iniziative da assumere perché essa sia tutelata in territori abbandonati a una sorta di anarchia persecutoria.
Da tempo esponenti religiosi denunciano l’isolamento e l’abbandono avvertiti dai cristiani che vivono in Iraq e in Siria: «Siamo stati abbandonati da tutti, non c’è violenza o reato che non sia stato compiuto contro di noi, intere comunità sono a rischio di estinzione se non si interviene per ripristinare una condizione di pace e di rispetto minimo per i credenti». Intanto, la comunità internazionale assiste inerte alle feroci scorrerie che Boko Haram compie contro i cristiani in Nigeria, specie donne e ragazzi, per catturarli, schiavizzarli, farli scomparire, quasi inghiottiti in un orrore senza fine, come più volte documentato su Avvenire.
Quelli citati sono alcuni dei luoghi colpiti da continue devastazioni a causa di guerre vere e proprie, o di guerriglie condotte da bande organizzate. In altri territori e nazioni, come Sudan, Somalia, Kenia, le popolazioni vivono in condizioni di precarietà assoluta, con l’imposizione di una legge islamica che colpisce in particolare i cristiani, e lo sfaldamento di istituzioni statali che spesso non garantiscono tutela ad alcuno. Altre volte le violenze contro credenti in diverse fedi si mischiano alle guerre, al caos che ne segue, oppure si scatenano con obiettivi di pulizia religiosa, o intimidazione delle popolazioni, com’è accaduto in Pakistan, Ghana, Indonesia. Le offese alla libertà religiosa, così gravi e ripetute, sono oggi una «emergenza internazionale» che non consente più l’indifferenza denunciata da papa Francesco, e tanti leader religiosi.
Certo, non mancano prese di posizione dell’Europa, e dell’Italia, sull’argomento. Per stare ai tempi più recenti, con la Risoluzione del 17 dicembre 2015, il Parlamento europeo svolge un’analisi amara della realtà, «esprime preoccupazione per il fatto che alcuni Paesi ricorrono alla repressione di Stato, che può comprendere punizioni corporali, pene detentive, pene pecuniarie esorbitanti e persino la pena di morte, in violazione della libertà di religione e di credo»; chiede quindi di intensificare gli sforzi per «l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione religiosa (…)», nonché «azioni concrete per proteggere le minoranze religiose, i non credenti, gli apostati e gli atei vittime di leggi sulla blasfemia e invita l’Ue e gli Stati membri a impegnarsi per l’abrogazione di tali leggi». Si sofferma sul dialogo da sviluppare con tutti, ma chiede, ove esso fallisca, di «ricorrere a strumenti alternativi per favorire il progresso dei diritti umani». Ribadisce, quindi, «il suo sostegno all’introduzione sistematica di clausole sui diritti umani negli accordi internazionali tra l’Ue e i Paesi terzi», e «plaude all’utilizzo sempre più sistematico da parte del consiglio di misure restrittive nei confronti dei Paesi che violano deliberatamente» i diritti della persona. Si potrebbe dire che in qualche passaggio il documento è generico, tralascia di individuare luoghi e Paesi dove violazioni e violenze sono più frequenti; però è vero che non tace nulla e solleva la questione di ciò che si può fare per risolvere almeno le situazioni più drammatiche. E il problema oggi è quello di fare dei passi in avanti almeno in una duplice direzione: monitorare le violazioni della libertà religiosa, a cominciare dalle persecuzioni più gravi, avviare il cammino per una Convenzione internazionale sulla libertà religiosa, munita di strumenti di controllo e intervento nelle realtà nazionali.
E prevedere azioni mirate dell’Onu, e di istituzioni con forza di deterrenza e persuasione, nei casi di violenze efferate contro gruppi e comunità: crocifissioni, decapitazioni, annegamenti, riduzione in schiavitù. Non sono traguardi facili, ma sono gli unici che possono dare speranze e prospettive a chi è immerso in un mare di violenza senza fine. Da anni i Patriarchi in Medio Oriente denunciano la politica di pulizia religiosa che è in atto in Iraq e in Siria, al riparo di una situazione caotica, o di una vera guerra civile che sembra non finire mai, trovando impulso irrefrenabile dal cosiddetto Stato islamico. Nel 2014, il patriarca caldeo e presidente della Conferenza episcopale irachena, Louis Raphael I Sako, invocava interventi concreti per salvare cristiani e yazidi dal rischio d’estinzione nelle loro terre d’insediamento.
Ed è dell’ottobre 2015 un appello dello stesso Sako assieme ai patriarchi della Chiesa greco cattolica melchita, Gregorios III Laham, e della Chiesa di Antiochia dei Siri, Ignazio Joseph III Younan, perché si realizzi una «alleanza internazionale» per fermare le violenze e risolvere la crisi mediorientale, che fa da sfondo al dilagare dei fondamentalismi. Papa Francesco, nel messaggio del Natale del 2015, ha quasi riassunto l’ansia e la sofferenza della Chiesa per le vittime delle violenze, ricordando «i nostri fratelli, perseguitati in tante parti del mondo a causa della fede. Sono i nostri martiri di oggi!». E ha chiesto che l’attenzione della comunità internazionale «sia unanimemente rivolta a far cessare le atrocità nei Paesi» nei quali «tuttora mietono numerose vittime, causano immani sofferenze e non risparmiano neppure il patrimonio storico e culturale di interi popoli». Però, non è eludibile una questione: non devono più essere solo le Chiese a denunciare le sofferenze dei fedeli, invocare aiuto per le vittime e i perseguitati. Oggi spetta alle istituzioni internazionali farsi carico di quanto accade in tante parti del mondo, ponendo un problema di prospettiva, che è quello di riunirsi per elaborare un documento solenne, se non una vera Convenzione, vincolante per tutti gli Stati, ma anche disponendo interventi specifici, come previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, per bloccare aggressioni contro inermi e ricondurre territori e popolazioni in un ambito di legalità statuale e internazionale.

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