"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

10 dicembre 2019

19 dicembre. Decimati: un viaggio nella persecuzione dei cristiani in Iraq con Lucia Annunziata su Rai3


Pensavo che il martirio alle comunità cristiane fosse una pagina archiviata. Invece no: solo nel 2018, 245 milioni di cristiani sono stati perseguitati nel mondo. Su 150 Paesi monitorati, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione "alta, molto alta o estrema". Alcuni anni fa erano 58. Al primo posto, la Corea del Nord, l'Afghanistan al secondo, la Somalia sul terzo gradino di questo triste podio. In Medio Oriente un cristiano su tre è perseguitato

Questo è quello che scrive Padre Enzo Fortunato, giornalista e direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi. Lo scrive nel suo Blog che cura per l'Huffington Post in occasione del suo viaggio in Iraq di alcuni mesi fa. Un viaggio che andava a documentare le condizioni dei cristiani che vivono in quelle zone. Questo suo viaggio sarà raccontato attraverso un documentario che verrà diffuso della terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo nella serata di giovedì 19 dicembre, precisamente in seconda serata.
Quello che potranno vedere i telespettatori che si vorranno sintonizzare sulle frequenze di Rai3, sarà un documento di straordinaria importanza che andrà a presentare le condizioni che devono affrontare e hanno affrontato i cristiani in Iraq. Un vera e propria persecuzione che ha colpito quel popolo, passato in pochi anni da un milione e duecentomila persone a duecentomila.
Il titolo di questo documentario "Decimati" sintetizza molto bene quanto scritto, il fatto cioè che i cristiani che hanno dovuto lasciare l'Iraq o che peggio sono stati ammazzati sono più di un milione. Il viaggio di Padre Fortunato è proprio nei luoghi in cui vivevano e vivono (con grande coraggio) i cristiani nell'Iraq di oggi.
Il documentario è prodotto dall'Huffington post che lo ha donato gratuitamente ai Frati francescani di Assisi. La Rai Radio Televisione Italiana non ha contribuito economicamente alla sua produzione e si limita solamente alla sua messa in onda. La voce narrante di questo documentario è quella del direttore dell'Huffington post Lucia Annunziata.

9 dicembre 2019

Iraq: card. Sako, “il futuro dei cristiani iracheni passa dalla pianura di Ninive”

By AgenSIR

Un appello per la Piana di Ninive che, dopo la sua liberazione dall’Isis, ha ancora bisogno di preghiera e di aiuto materiale. A lanciarlo è il patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphael Sako, che si rivolge a ong, istituzioni sociali, Chiese e governi: “Abbiamo bisogno del vostro aiuto affinché tutte le persone della pianura di Ninive rimangano nelle loro case e coloro che sono stati sfollati al di fuori della regione possano farvi ritorno”.
La sconfitta dell’Isis nella regione, annota il patriarca, “non significa che non c’è più bisogno di aiutare i suoi abitanti”. Al contrario, “vi è un bisogno cruciale di adoperarsi per garantire ai giovani un futuro nella loro patria. Affinché le famiglie possano sopravvivere e stabilirsi nell’area, è fondamentale disporre di una rete completa di servizi sanitari che vada da una piccola clinica all’ospedale”.
Da qui l’esortazione rivolta a tutti gli “attori a lavorare specificatamente per ripristinare la vita nella pianura di Ninive, ad esempio incoraggiando progetti in agricoltura, allevamento, commercio. Ciò può essere realizzato in collaborazione con i vescovi di Mosul e della pianura di Ninive e le loro squadre. Vale la pena ricordare che i caldei hanno un nuovo vescovo di Mosul e Akra, che risiede attualmente nella città di Karamles”.
“Poiché siamo all’inizio dell’avvento, vorrei invitare tutti i cristiani del mondo a pregare per l’Iraq, e in particolare per il popolo della pianura di Ninive: O Gesù Cristo, concedi energia a tutti coloro che hanno il desiderio di ritorno, in modo da ricostruirsi e vivere pacificamente nella bellissima pianura di Ninive. Il futuro dei cristiani iracheni passa dalla pianura di Ninive”.

An Appeal for Christian Relief in Nineveh Plain Towns


On the eve of two noticeable holidays in Nineveh Plain area, the feast of St. Barbara and St. Behnam, I would like to thank all the social institutions and organizations concerned with helping Churches, as well as the non-governmental bodies (NGOs) that have energetically contributed to the return of Christians in this region, which is the Historical cradle of Christians.
Whether we are descended from the mountains of northern Iraq, or residents of Baghdad or even Basrah, each of us, as an Iraqi Christian, feels that Nineveh Plain is part of his/her being. It is still so painful to remember the ISIS “jihadist” attack in 2014 forcing Christians to leave their home, followed by looting and destruction of houses, Churches, Schools etc. The only condolences for us at that time was to find a reliable support from different parts of the world.
Today, after two years of its liberation from ISIS, the Nineveh Plain area still needs the help of our brothers and sisters who can pray and give us a hand. Therefore, I am addressing this appeal to all NGOs; social institutions; Churches, and governments: We need your help so that all the people of the Nineveh Plain remain in their homes, and those who have been displaced outside the region can return to it. Knowing that ISIS defeat from the region does not mean that there is no need to help its inhabitants anymore.
In the contrary, there is a crucial need for helping youth to secure their future in their homeland. In order for the families to survive and settle down in the area, there is a vital need to have a comprehensive health services network starting from small clinic to hospital. I strongly urge all “actors” to work specifically to restore life to the Nineveh Plain, for instance, by encouraging projects in agriculture, livestock, trade, etc. This can be achieved in cooperation with the bishops of Mosul and the Nineveh Plain and their teams. It is worth mentioning that the Chaldeans have a new bishop of Mosul and Akra, residing currently in the town of Karmles.
As we are at the beginning of the advent, I would like to call upon all Christians of the world to pray for Iraq, and in particular for the people of Nineveh Plain: O Jesus Christ, grant energy to all those who have the desire to return, so that to rebuild themselves and live peacefully in the beautiful Nineveh Plain. Since the future of Iraqi Christians passes through Nineveh Plain.

Mosul: la prima chiesa riconsacrata dopo la liberazione dall'ISIS

By Baghdadhope*

Secondo quanto riportato dal sito Ankawa.com sabato 7 dicembre è stata inaugurata a Mosul la chiesa siro cattolica dedicata a Nostra Signora dell'Annunciazione, la prima chiesa ad essere ricostruita e riconsacrata dopo la liberazione della città dal regime dell'ISIS avvenuta nel luglio 2017. 
La celebrazione è stata condotta dal patriarca della chiesa siro-cattoloica Mar  Ignatius Yousef III Younan e vi hanno partecipato tra gli altri: Monsignor Philippe Barbarin, arcivescovo della chiesa cattolica di Lione; Mons. Shleimun Warduni in rappresentanza del patriarca della chiesa caldea Mar Louis Raphael I Sako; Mons. Youkhanna Boutrous Moshe, vescovo siro cattolico di Mosul, Mar Ephrem Yousef Abba, vescovo siro cattolico di Baghdad, vicario patriarcale per Bassora ed il Golfo Arabico e segretario del Sinodo, Mons. Nathaniel Nzar Seeman  vescovo siro cattolico di Hadiab - Erbil e tutto il Kurdistan; Mons. Ervin Lengyel, incaricato d'affari e segretario della Nunziatura Apostolica in Iraq; per la chiesa siro ortodossa erano presenti Mor Gregorius Saliba Shamoun, consigliere patriarcale della chiesa siro ortodossa; Mor Timotheues Moses Al-Shamani, arcivescovo del monastero di Mar Matti e Mor Nicodemus Matti Sharaf, arcivescovo della diocesi di Mosul e del Kurdistan; per la chiesa caldea era inoltre presente il vescovo di Mosul mons. Michaeel Najeeb Moussa mentre per la chiesa assira dell'est ha presenziato il vescovo di Erbil e Kirkuk nonchè vicario patriarcale Mons. Abris Youkhana.     



6 dicembre 2019

Il calice di una chiesa dell’Iraq che ha resistito alle pallottole dell’ISIS

Foto EWTN
By Aleteia
Zelda Caldwell

Il calice di una chiesa cattolica di Qarakosh, in Iraq, è ancora lì, anche se un proiettile lo ha forato su un lato.
È un promemoria eloquente e ispiratore della sofferenza dei 140.000 cristiani che sono stati costretti a fuggire dalla loro patria durante l’occupazione del nord dell’Iraq da parte dello Stato Islamico (ISIS).
Più di mille cristiani sono stati uccisi durante la guerra civile che ne è scaturita, e le chiese cristiane sono state saccheggiate e distrutte, mentre i terroristi islamisti cercavano di stabilire il proprio “califfato” in quella che una volta era una delle più antiche comunità cristiane al mondo.
Oggi si spera in un futuro cristiano in Iraq, perché grazie agli sforzi dell’organizzazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre e al sostegno di gruppi come i Cavalieri di Colombo, circa il 45% di chi era fuggito è tornato nella propria terra, ed è in corso la ricostruzione di chiese e scuole.
Il 23 novembre, i cattolici di Washington, D.C. (Stati Uniti) si sono inginocchiati davanti al calice danneggiato riunendosi in preghiera e riflessione per i martiri cristiani e tutti coloro che oggi vengono perseguitati per la loro fede.
Il servizio dei Vespri, intitolato A Night of Witness (Una Notte di Testimonianza), è stato sponsorizzato da Aiuto alla Chiesa che Soffre e si è svolto nel Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione di Washington.

4 dicembre 2019

UN Security Council: The situation concerning Iraq. Speech of Archbishop Bashar Warda

By UN Web TV

Speech of Archbishop Bashar Warda
Chaldean Catholic Archdiocese of Erbil
Kurdistan Region, Iraq
December 3, 2019
United Nations

What is the current situation?
The current protests in Iraq demonstrate the rejection by the majority of the Iraqi people of the post 2003 structure and government of the country. It is a rejection of a sectarian-based Constitution, which has divided Iraq and prevented it from becoming a unified and functioning country. Instead of bringing hope and prosperity, the current government structure has brought continued corruption and despair, especially to the youth of Iraq.
​It is very significant that young Iraqis have been the leaders in the protests. These young people have made it clear that they want Iraq to be independent of foreign interference, and to be a place where all can live together as equal citizens in a country of legitimate pluralism and respect for all.
​It is important to understand that Christians have not only sided with the protestors openly, but also that the Christians and other minorities including Yazidis, have been welcomed into the protest movement by the Iraqi Muslims. In a real sense, these protests have demonstrated the true richness of the historical Iraq. This opening of reconciliation between all Iraqis demonstrates real hope for positive changes in which a new government in Iraq, if there is a new government, will be much more positive towards a genuinely multi-religious Iraq with full citizenship for all and an end to this sectarian disease which has so violently harmed and degraded us all.
​In contrast, the non-violence of the protestors must not be overlooked by the international community. These courageous protestors have been committed to non-violence from the very beginning of the movement, even though there have been daily instances of extreme violence directed towards the protestors from militia forces who have continually attempted to provoke confrontation. Over 400 innocent protestors have now been murdered, and many thousands seriously injured. Yet the protestors still remain non-violent.

What is at stake?
At stake is whether Iraq will finally emerge from the trauma of Saddam and the past 16 years to become a legitimate, independent and functioning country, or whether it will become a permanently lawless region, open to proxy wars between other countries and movements, and a servant to the sectarian demands of those outside Iraq.
​If the protest movement is successful in creating a new government, with a new, civil constitution, respecting the diversity of its religions, and cultures, one not based in Sharia but instead based upon the fundamental concepts of freedom for all, freedoms enshrined in the Universal Declaration of Human Rights written by this organization where we all sit today, then a time of hope can still exist for the long suffering Iraqi people. Despite everything, the Iraqi people love their country, and they want it back.
​If the protest movement is not successful, if the international community stands by and allows the murder of innocents to continue, Iraq will likely soon fall into civil war, the result of which will send millions of young Iraqis, including most Christians and Yazidis, into the diaspora. In the crisis and the genocide of 2014, over four million Iraqis, Muslims, Yazidis and Christians fled to the Kurdistan region seeking refuge from the evil of ISIS, but still remained within the country. In another major conflict, we are likely to see the people flee from Iraq for good. We are indeed at perhaps the last chance for our country.
What can and should the international community do to help?
​The international community must not be satisfied with false changes in leadership which do not really represent change. It is clear that the ruling power groups do not intend to give up control, and that they will make every effort to fundamentally keep the existing power structures in place. The international community must clearly understand that the protestors will not accept this, and the international community must not take part in supporting any type of false change.
​This is not to say that certain groups do not have legitimate concerns regarding their proper representation in any new government. However, these concerns must be addressed in a way which reflects the reality of the current broken nature of Iraq's government, and its fundamental need for change and replacement.
​The first step must be the initiation of early elections. The protestors insist on this and the International community must fully support this. Unlike the very limited participation of past elections, these elections must involve the youth of the country - those who have stood up so courageously against corruption during the protests these past weeks.
In the period before and during the elections, the press, both Iraqi and international must be completely free to report on and discuss all the issues that need to be addressed by the elections. In this, the current blocking of news reporting, internet and social media, must end immediately.
​Finally, elections must be fully monitored by the United Nations, and observed by all major parties in Iraq so that the elections are legitimate, free and fair. Only in this way can a new government set a course for the future of an Iraq which is free of corruption and where there is full citizenship and opportunity for all.
​The young Christians of Iraq have been participants in these protests every day. They have been there because the protests have given them hope for a future, a future in which they belong as equal and contributing Iraqi citizens. Along with the millions of other marginalized Iraqis, they look now to the International community for your action and support. Iraq, the country which has so often been harmed, now looks to you all for help. We believe we have a future, and we ask you not to turn away from us now.
Thank you

Chaldean Archbishop: Christian Persecution Leads to ‘Many Thousands’ of Converts

By National Catholic Register
Edward Pentin

The persecution of Christians in Iraq has led to “many thousands” of Muslims converting to the faith in the country, according to the newly appointed archbishop of Mosul.
Chaldean Archbishop Najib Mikhael Moussa, a Dominican and Mosul native appointed to the formerly ISIS-occupied archdiocese in January, said that “many thousands of Muslims discovered the Person of Jesus Christ” after the “kind of violence” Christians faced there — persecution that led the faithful to become “stronger and stronger” in their faith.
“Yes, we lost everything except our faith in Jesus Christ,” Archbishop Moussa told participants at the Second International Conference on Christian Persecution in Budapest. ISIS occupied Mosul from 2014 to 2017, during which they committed many atrocities and drove almost every Christian from the ancient, once-Christian majority city. Only a handful of Christians have since returned.
To help the persecuted, Archbishop Moussa went on, “one must help the persecutors first,” by “releasing” Islamists from being “prisoners, real slaves of ideology,” through giving them the Gospel so they can “discover the God of love and help them get away from death and violence.”  
He also underlined the importance of preserving the region’s patrimony of Christianity that dates back 2,000 years — the “faith, liturgy, history, our mother tongue, our manuscripts, our documentation” — otherwise, “the tree will die if separated from its roots.” 

Card Sako: nella protesta e a Natale rinasce il popolo irakeno

By Asia News

Il Natale “non è solo per i cristiani, ma è per tutto un popolo” che aspetta una “soluzione positiva” alla crisi in atto; la festa di persone che vogliono vedere “un nuovo Iraq pluralista, pacifico, degno e rispettoso di tutti”. Così il patriarca caldeo, il card Louis Raphael Sako, racconta ad AsiaNews il clima che si respira pochi giorni dopo l'inizio dell’Avvento, in una realtà ancora segnata dalle proteste, represse con la forza dalle autorità. Gli irakeni, spiega il porporato, “vogliono una realtà diversa da quella vissuta prima e dopo la caduta del regime” [di Saddam Hussein, nel 2003] fatta di “rifugiati, morti, corruzione, povertà, miseria”. 
“Noi cristiani - esorta il primate caldeo - dobbiamo vivere nel contesto della nostra gente, non in un mondo teorico. Dobbiamo leggere i segni dei tempi” e rilanciare l’impegno “per la fratellanza, la collaborazione, la pace e la vita, senza avere paura come ha detto più volte anche Gesù, esortandoci a non avere paura”. Il Natale, prosegue il card Sako, richiede un maggiore impegno e un più grande coinvolgimento nelle vicende che stanno scuotendo la nazione, altrimenti “anche noi finiremo per essere settari”.
La venuta di Cristo “è per tutti” e “questa verità dobbiamo affermarla” prima di tutto mostrando vicinanza “ai sunniti, agli sciiti, alla gente morta: non possiamo essere indifferenti”. 
Dal primo ottobre l’Iraq è teatro di un vasto movimento di protesta contro il governo e le autorità del Paese, accusate di corruzione, malaffare, malgoverno che hanno ridotto in povertà gran parte della popolazione e fatto impennare la disoccupazione, soprattutto giovanile. Le proteste, represse con la forza dalla polizia, hanno portato alle dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi, ma i dimostranti - senza distinzioni etniche, confessionali, religiose - mirano alla caduta dell’intera classe politica. Il pugno di ferro della polizia si è rafforzato nell’ultima settimana, in seguito a un doppio assalto al consolato iraniano a Najaf. 
“La nostra sofferenza, la nostra tristezza è profonda” racconta il card Sako, addolorato “per gli oltre 430 morti e i 20mila feriti circa. L’atmosfera non è da festeggiamenti, non è di vittoria” e anche per questo il patriarcato caldeo ha deciso di annullare tutte le manifestazioni esteriori legate a Natale e Capodanno [alberi, luminarie, feste, decorazioni] e deciso di devolvere il denaro risparmiato a orfanotrofi e ospedali del Paese, per curare non solo i feriti delle manifestazioni di queste settimane.
“Con questo gesto - racconta il porporato - vogliamo testimoniare la nostra sofferenza, la tristezza. Una scelta accolta con favore dagli irakeni, in molti ci hanno scritto, anche fra quelli in piazza, per ringraziarci della vicinanza della Chiesa e il sostegno dei cristiani”. “Questo è il modo - aggiunge - che abbiamo trovato per dire che siamo vicini, che il Natale è per tutti devolvendo inoltre i soldi risparmiati a ospedali e orfanotrofi per dare un piccolo sostegno a tutti”. In questi giorni “ho sentito diversi leader [musulmani] a Najaf e Nassiriya” e detto loro che “non possiamo essere egoisti o indifferenti al dolore di tutti”.
Nelle piazze, a Baghdad come a Bassora, passando per tutti gli altri centri, “c’è il mosaico irakeno” afferma il primate caldeo e “anche la presenza cristiana è forte. Ci sono sciiti, sunniti, arabi, curdi, turcomanni”. Tuttavia, sottolinea il card Sako, “quello che colpisce è la presenza delle ragazze, delle donne, questa è la prima volta. Già a ottobre avevo detto di sottolineare il ruolo delle donne, che sono uscite e si sono messe in gioco in questa protesta, anche curando i feriti. E non si sono registrati episodi di violenze o abusi ai loro danni da parte degli altri manifestanti”. 
In Iraq, conclude, “sta nascendo un sentimento, una coscienza nuova. Nessuno parla di etnia o confessione, ma di popolo”. Certo, per risolvere la crisi “servirà tempo” per questo “chiedo ai cristiani e all’Occidente di sostenere le riforme in Iraq e in tutto il Medio oriente, in Libano, in Siria. Questo è importante: Gesù è venuto anche per restituire dignità alla vita umana, diritti. Dobbiamo dare una lettura cristiana a tutto quanto sta accadendo”.

3 dicembre 2019

Iraq: un Natale sottotono in rispetto dei martiri delle manifestazioni antigovernative

By Baghdadhope*

Il sito del Patriarcato caldeo ha pubblicato un annuncio riguardante le prossime festività natalizie e dell'avvento del nuovo anno.

Per rispetto dei martiri e dei feriti, civili e militari, delle manifestazioni antigovernative,  e come dimostrazione di solidarietà per le loro famiglie, le chiese e le piazze non saranno decorate da alberi di Natale, non si svolgeranno concerti e serate conviviali e il Patriarca non riceverà nessuno per gli auguri di rito.
Il patriarcato conferma le preghiere per le anime delle vittime, per la pronta guarigione dei feriti, per il veloce ritorno alla vita normale e per lo sviluppo del paese che includa quello di tutte le sue componenti e che sia basato sui valori del rispetto, dell'uguaglianza, della cittadinanza e del diritto ad una vita dignitosa.
Il patriarcato si appella inoltre a favore di donazioni per gli orfanotrofi e per gli ospedali, perchè vengano acquistate medicine per la cura dei feriti. 
L'appello si conclude con l'invocazione a Dio perchè salvi l'Iraq ed il suo popolo.


AgenSIR

Iraq: Patriarcato caldeo, Natale a ‘luci spente’ per rispetto dei martiri delle proteste

Mideast Catholic leaders call for peace, stability in region

By Crux
Doreen Abi Raad

Amid deadly protests in Iraq, a people’s uprising in Lebanon and continued suffering in Syria, Catholic leaders of the Middle East called upon officials of their homelands to “ensure safety, peace and tranquility and stability for their citizens.”
Meeting in Cairo November 25-29, the Council of Catholic Patriarchs of the East addressed political, economic and social difficulties that many countries are suffering as a result of unrest, violence, extremism and terrorism as well as the situation of displaced people and the inevitability of returning to their villages and homes.
Massive demonstrations against the political ruling class have plagued Iraq since Oct. 1 and Lebanon since Oct. 17.
Despite some confrontations with security forces and supporters of established parties, protesters in Lebanon have largely been spared the violent crackdown seen in Iraq. There, about 400 people have died and thousands have been wounded in protests.
In their final statement, the patriarchs called on the political authority in Iraq “to take courageous action to get the country out of this great crisis so that the bloodshed will stop and life will return to normal by building a strong state on sound foundations, in which true democracy, justice and human dignity prevails, combating corruption.” They also called for “revealing who killed and kidnapped peaceful demonstrators” and asked authorities to hand the killers “over to the judiciary.”
The patriarchs appealed to all to work to “uproot the terrorist ideology of the Islamic State.” While acknowledging the “adversity and tribulation” in Iraq, the patriarchs encouraged Iraqi Christians “to take root in their land and preserve the heritage” of their ancestors.

Iraq: card. Sako (patriarca), “la teologia della liberazione in piazza al Tahrir” a Baghdad

Foto Ankawa.com
“Un forte legame con la patria; la protesta pacifica; la richiesta di pace, stabilità e vita dignitosa; il prezzo del sangue”, sono questi per il patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphael Sako, le “caratteristiche teologiche” delle manifestazioni in corso in Iraq. Tratti distintivi che spingono il cardinale a parlare di “teologia della liberazione in piazza al Tahrir” a Baghdad, cuore pulsante delle proteste. Nella teologia della liberazione, afferma Mar Sako, “troviamo lezioni stimolanti per la nostra situazione attuale”.
In una nota, diffusa dal Patriarcato caldeo, il patriarca scrive: “È notevole che il principale fattore comune condiviso dai dimostranti dell’Iraq e del Libano (per lo più giovani di entrambi i sessi) sia quello di essere legati fortemente alla loro patria, difendere i loro legittimi diritti umani e il loro futuro, affrontando il settarismo, la discriminazione, l’emarginazione, l’esclusione e la corruzione che domina dal 2003”. Si tratta di “proteste pacifiche” come quelle, ispirate all’esempio di Gesù Cristo, del Mahatma Gandhi e Nelson Mandela, che hanno prodotto “un cambiamento nonostante un alto prezzo pagato”. E questo è “ciò che i manifestanti iracheni stanno facendo portando la bandiera irachena e gridando: ‘Le nostre anime e il nostro sangue sono il riscatto per l’Iraq’”.
Per il card. Sako le richieste di “pace, stabilità e vita dignitosa” potranno essere soddisfatte “inserendo nella nostra società un sistema costituzionale nazionale, libero dal settarismo, dove prevalgono la giustizia sociale e lo Stato di diritto così che nessuno sia oppresso, affamato, emarginato, sfollato o costretto a migrare”. “Una nobile missione” come quella di Cristo, pagata sulla Croce. “Questi dimostranti – scrive Sako – stanno pagando un prezzo inestimabile: oltre 430 martiri e quindicimila feriti. Credo che questo prezioso sangue e gli enormi sacrifici faranno sì che l’Iraq rinasca come una nuova patria dignitosa capace di abbracciare equamente tutte le sue componenti”. “Come cristiani – conclude – preghiamo affinché il messaggio della nascita di Gesù si avveri nella nostra Terra e nella nostra regione: ‘Gloria a Dio nella più alta e sulla terra pace alle persone di buona volontà’”.

Iraq, Tawfik: giovani in piazza contro corruzione e clientelismo

By Vatican News
Fabio Colagrande

L’Iraq insanguinato da oltre due mesi di rivolte popolari, che dal primo ottobre hanno causato almeno 420 morti e oltre 17mila feriti, vive ora una grave crisi politica. Domenica 1° dicembre il Parlamento ha accettato le dimissioni del governo guidato dal premier Adel Abdel Mahdi, che sperava così di calmare la rabbia delle piazze, ma violenti scontri tra polizia e dimostranti sono continuati da Baghdad ai maggiori centri urbani del Sud, come Nassiriya, Najaf, Kerbala, Kut e Bassora. I manifestanti considerano infatti tardiva e insufficiente la caduta del governo e chiedono le dimissioni dell’intera classe politica irachena per attuare un radicale cambiamento sociale ed economico. La sostituzione del premier era stata già auspicata dal grande ayatollah Ali Sistani, la più alta autorità sciita del Paese. Papa Francesco, domenica nel dopo Angelus, aveva invocato “pace e concordia” per l’Iraq affermando di avere “appreso con dolore che le manifestazioni di protesta dei giorni scorsi” avevano “ricevuto una dura reazione, che ha causato decine di vittime”. Sulle radici delle proteste popolari nel Paese, Radio Vaticana Italia ha intervistato Younis Tawfik, scrittore e giornalista iracheno, in Italia dal 1979.


La coscienza dei giovani e del popolo iracheno si è risvegliata finalmente dopo quasi 16 anni di sottomissione a regimi che non hanno fatto nulla per questo Paese, ma lo hanno anzi lasciato al suo destino, al degrado, pensando soltanto al loro benessere mentre la stragrande maggioranza del popolo iracheno vive nella miseria più assoluta. Le persone non trovano quasi il pane per mangiare, i giovani cercano patria, non sentono di avere una patria. Poi i laureati che non trovano lavoro, che fanno la fila davanti agli uffici di collocamento... Corruzione e clientelismo sono assoluti: se non sei iscritto a un partito, non riesci ad avere un lavoro. E così anche per quanto riguarda la sanità: i governanti non hanno costruito neanche un ospedale... Le scuole... Tutto quello che oggi esiste In Iraq risale a prima del 2003. Oggi questi giovani - i rivoltosi, ovviamente - sono accusati di appartenere al partito Ba’th e di essere una scia del regime di Saddam; ma in realtà spesso non sanno neanche chi fosse Saddam, sono nati dopo. Si sono ribellati perché si sono trovati senza patria.
Dopo le dimissioni del primo ministro, il parlamento domenica ha approvato questo passaggio e ora spetta al Presidente Barham Salih nominare un nuovo premier. Ma la rabbia della piazza non sembra essersi placata...
No, anche perché ci sono stati massacri e la gente vuole giustizia. Le dimissioni di Mahdi non risolvono nulla anche perché il Parlamento resta lo stesso. Il prossimo premier lo sceglieranno nuovamente tra di loro, per cui la gente sa che non cambierà niente. Bisogna trovare un governo di transizione fatto di tecnocrati, che non appartengono ai partiti, che portino avanti il Paese fino alle prossime elezioni. È l’unico modo per poter calmare la piazza. Ma il problema maggiore è che l’Iraq come la maggioranza dei Paesi arabi è costituita da tribù e queste chiedono giustizia ma il loro modo di chiederla è secondo lo stile “occhio per occhio”. Sono scesi nelle piazze con le armi e questo purtroppo minaccia di far scoppiare una guerra civile.
Qual è il ruolo che stanno avendo i cristiani in questo momento così difficile per il Paese?
Volevo ringraziare ed elogiare la presa di posizione del Patriarca e dei cristiani iracheni che sono scesi in piazza chiedendo alla Madonna di proteggere i manifestanti in piazza Tahrir a Baghdad. E questo è stato un gesto molto apprezzato dalla stragrande maggioranza del popolo iracheno perché finalmente i cristiani hanno preso possesso della loro terra natale e hanno partecipato attivamente per dare una mano ai manifestanti in modo pacifico, dimostrando di essere veri iracheni.
L’unica speranza per l’Iraq sembra essere dunque la strada verso nuove elezioni?
Questo risolverà una parte del problema perché comunque i partiti che oggi sono al parlamento perderanno il loro potere e questo potrà almeno cambiare qualcosa nella costituzione del prossimo governo.

Theology of Liberation in Al-Tahreer Square in Iraq: A Theological Reading of Iraqi demonstrations


Cardinal Louis Raphael Sako
Theology of liberation was born from the pain and agony of the countries in Latin America, as a result of the political, administrative and financial corruption in most of these countries. This kind of theology was inspired by Christian theology plus the political, social and economic requirements.
Theology of liberation focused on caring about poor, hungry and oppressed. It also demanded the political, administrative and economic liberalization of their miserable countries without stealing their national wealth. This kind of theology traced back to the 60s and 70s of the 20th Century. It was led by Christian faithful, with the blessing of some prominent theologians such as Gustavo Gutiérrez of Peru, Leonardo Boff of Brazil, and Juan Luis Segundo of Uruguay, who supported poor by demanding the values of social justice, citizenship and their rights for having a decent life. Every one of them was inspired by the example of Jesus Christ “revolution”. “I came so that they might have life and have it more abundantly” (John 10/10), and stated also: “The Spirit of the Lord is upon me, because He has anointed me to bring glad tidings to the poor. He has sent me to proclaim liberty to captives and recovery of sight to the blind, to let the oppressed go free” (Luke 4 /18). A theology in which we find inspiring lessons for our current situation.

Theological Features of the Iraqi Protests
It is remarkable that the main common factor shared by the demonstrators of Iraq and Lebanon (who are mostly young people of both gender) is to hold strongly to their homeland, their legitimate human rights and their future, facing sectarianism, discrimination, marginalization, exclusion and the inherent corruption that has been dominated since 2003.

Peaceful Protest
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Like Jesus Christ, who did not carry a sword, but said:  “all who take the sword will perish by the sword” (Matthew 26: 52). This example has greatly influenced Mahatma Gandhi in his peaceful fight against British colonialism in India, and Nelson Mandela who fought the anti-apartheid movement in South Africa. Eventually, the “change” took place, in spite of the priceless cost. This is what the Iraqi protesters are doing by carrying the Iraqi flag and shouting: “Our souls and blood are the ransom for Iraq”.

2 dicembre 2019

Ausiliare di Baghdad: l’appello del papa monito per i politici, conforto per tutti gli irakeni

By Asia News

L’appello di papa Francesco è fonte “di grande conforto” per tutti gli irakeni, non solo i cristiani, a maggior ragione in un momento in cui Europa e Stati Uniti “non fanno nulla e restano in attesa di vedere cosa succede”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Shlemon Audish Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad e braccio destro del patriarca caldeo, commentando il nuovo appello lanciato ieri dal pontefice che guarda con “preoccupazione” alla “situazione” in Iraq. I giovani in piazza, aggiunge il prelato, hanno bisogno di sentire “la nostra solidarietà e vicinanza” in un periodo di forte tensione e di cambiamento nella storia recente del Paese. 
Le parole del papa - aggiunge - vengono “da una persona che vuole il bene del nostro Paese e di tutto il mondo, senza interessi e senza fanatismo”. Quando il pontefice “dice di non far male ai manifestanti è una cosa molto bella” perché testimonia il fatto che “ha a cuore” il futuro di tutta la nazione visto che “la grande maggioranza delle persone in piazza sono musulmani”. 
Tuttavia, queste settimane di protesta anti-governativa “hanno mostrato che anche i cristiani sono vicini ai loro fratelli” e che tutti “possiamo vivere insieme. Anzi, è proprio nelle piazze - aggiunge mons. Warduni - che nascono nuovi rapporti di amicizia fra cristiani e musulmani. Vi sono tantissimi giovani che hanno bisogno di conforto, che hanno bisogno di star bene e diventare una comunità. Sono giovani che hanno scritto sui muri che ‘Dio è amore’”.
Sul fronte politico, intanto, ieri l’Assemblea ha accettato le dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi, travolto da settimane di manifestazioni anti-governative che, dal primo ottobre, scuotono il Paese e represse con la forza dalla polizia. Il capo del governo è stato oggetto di pesanti critiche anche della massima autorità religiosa sciita, il grande ayatollah Ali al-Sistani. “Il Parlamento irakeno - si legge in una nota - chiederà al capo dello Stato di nominare un nuovo Primo Ministro”.
I deputati hanno inoltre deciso che l’attuale esecutivo, compreso lo stesso Mahdi, resteranno in carica per l’ordinaria amministrazione fino alla nomina di un nuovo governo. Secondo quanto prevede la Costituzione, ora la palla passa al presidente Barham Salih che chiederà al blocco più numeroso in Parlamento di nominare un nuovo Primo Ministro, il quale dovrà poi formare l’esecutivo. Analisti ed esperti ritengono che questa nuova fase di incertezza politica e istituzionale rischia di sfociare in settimane di ulteriori tensioni e scontri fra fazioni diverse. 
Le dimissioni del capo del governo non basteranno però a placare gli animi della protesta, come emerge dalle cronache delle ultime ore. Ieri i manifestanti hanno incendiato, per la seconda volta in una settimana, il consolato iraniano a Najaf. Migliaia di persone continuano a riempire vie e piazze della capitale, Baghdad, e delle più importanti città del sud, regione a maggioranza sciita. 
Sempre ieri le forze di sicurezza hanno ucciso un manifestante a Baghdad, altri nove sono rimasti feriti. Due vittime si sono registrate anche a Nassiriya. In due mesi il numero dei morti ha toccato quota 450, migliaia di feriti in una lunga scia di sangue che non sembra avere fine. A Bassora una folla ha marciato per le vie della città vestita di nero, in omaggio alle vittime. Nel fine settimana sono scesi in piazza anche gli studenti universitari di Mosul, Tikrit, Anbar e Kirkuk, aree a maggioranza sunnita e meno coinvolte sinora nella protesta. Ieri gli studenti hanno voluto manifestare la loro solidarietà alle vittime delle proteste a Nassiriya, Najaf e Baghdad, rilanciando le immagini della marcia anche sui social.
“Dietro questo movimento di protesta - afferma mons. Warduni - vi è il popolo irakeno e la Chiesa è vicina ai loro sentimenti, alle loro richieste. Se il governo vuole davvero il bene della nazione deve affrontare i problemi dalle fondamenta. Cambiare il Primo Ministro o qualche nome nell’esecutivo non basta”. Ai governanti, conclude il prelato, “dico di fare tesoro delle parole del papa che esorta a non nuocere ai giovani che hanno diritto di lavorare, vivere una vita serena, pensare al futuro”.

Pope condemns Iraq's 'harsh' crackdown on protesters

By Reuters
Reporting by Philip Pullella, editing by Susan Fenton


Pope Francis
on Sunday criticised Iraq’s crackdown on anti-government protests, which have led to the deaths of more than 400 people since they erupted in Baghdad and other cities in October.
“I am following the situation in Iraq with concern. It is with pain that I have learned of the protest demonstrations of the past days that were met with a harsh response, causing tens of victims,” Francis said at his weekly Sunday blessing and message.
Iraqi security forces have used live ammunition, tear gas and stun grenades against protesters and last week saw some of the bloodiest incidents since the demonstrations began, with scores of people killed particularly in the southern cities of Nassiriya and Najaf.
Francis, who has said he wants to visit Iraq next year, told tens of thousands of people in St. Peter’s Square that he was praying for the dead and wounded and invoking God for peace in the country.
The unrest, which has killed mostly demonstrators, amounts to the biggest challenge for Iraq since Islamic State insurgents seized vast swathes of Iraqi and Syrian territory in 2014.
It pits mostly young, disaffected Shi’ite protesters against a Shi’ite-dominated government backed by Iran and accused of squandering Iraq’s oil wealth while infrastructure and living standards deteriorate.


29 novembre 2019

Nelle chiese in Iraq si pregherà per le vittime ed i feriti delle proteste

By Baghdadhope*

Come da precisa richiesta del Patriarcato Caldeo, in solidarietà con i fratelli sciiti e sunniti, durante le messe domenicali del 1° dicembre si pregherà per le vittime e per i feriti, civili e militari, delle proteste antigovernative a Baghdad, Najaf, Nassiriyah ed altre città irachene.
Il Patriarcato si augura che il sangue versato in difesa della libertà e per il diritto ad una vita sicura e dignitosa sia il seme di una soluzione radicale che porti alla costruzione di una patria forte, libera, indipendente e giusta in cui nessuno sia oppresso, e che eviti la deriva verso un futuro ignoto. 

The Assyrian mind

By Providence Mag
Peter Burns
October 14, 2019

On the streets of Bakhdida--a Christian village in Iraq's Nineveh Plains region that is rebuilding after the Islamic State (ISIS) was driven out--a local youth leader sees Athra and comes over to say hello. Athra slaps his hand in a huge handshake, and the two chat over a cigarette. A little boy comes out of his father's shop and stands with them listening; Athra pauses and flashes a funny face at the boy, one eyebrow cocked. Growing up with older brothers, he learned how to win with charm instead of force and when to hold his tongue.
After I visited the Nineveh Plains in 2018 and had the pleasure of getting to know Athra and to understand his Assyrian perspective, I felt compelled to write this profile to try to explain a very complex community to a world that often rejects them before truly understanding them. After spending time with Athra and other Assyrian activists, I grew to appreciate their passion and commitment to a national project. Attempting to appreciate the mindset that drives the Assyrian activist is worthwhile if you wish to understand the politics of northern Iraq.
Athra is Assyrian to his core. His day job is a linguistics teacher who studies the roots of Aramaic, the language Jesus spoke. He was a founding member of an Assyrian Christian Militia known as the NPU, which was formed to fight ISIS. He also serves as the party chairman for the local branch of the Assyrian Democratic Movement, a Christian political party. Athra was born under Saddam Hussein in Alqosh in northern Iraq, grew up during United States occupation, and became a leader of his people during the fight against ISIS. Athra is a man who knows what he believes is right and pursues that relentlessly. He isn't daunted by protocol or rank, charging ahead toward what should be, nor deterred by what is.
Northern Iraq is a patchwork of overlapping ethnic and religious traditions, made more complex by a web of nationalistic ambitions and international power struggles. This region is caught between Iran, which supports Shia militias to extend its influence (a billboard at a militia base in Bartella even sports Ayatollah Khamenei), and the US, whose unclear foreign policy broadly focuses on countering ISIS and Iran. Control of the Nineveh Plains is divided between the Iraqi army and Kurdish peshmerga with a few other armed groups playing security roles. While the Kurdish region remains under Baghdad's control, these two sides often operate with each other as hostile powers, watching each other from opposing checkpoints.
The Christians of the region are a mix of Chaldean Catholic, Syriac Orthodox, Syriac Catholic, and Assyrian Church of the East Christians, living alongside Shabak Muslims and Yazidis. All these ethno-religious minority groups are still reeling from the volcanic rise and fall of the ISIS caliphate, which ripped through their homes and destroyed the world they had known. In the aftermath, factional tensions run high as these communities dispute whether they are safest aligning with the Iraqi central government in Baghdad or the Kurdistan Regional Government (KRG) in Erbil. The Assyrians are a passionate subgroup within the Christian community. They see themselves as the direct descendants of the remains of the ancient Assyrian Empire, and dream of a day when they will again have autonomy within their homeland. They assert that all Christians in northern Iraq are Assyrian by heritage, while other Christian communities generally would not accept that label and counter this claim with more Iraq-centric or religious denomination-centric identity. Often, Assyrian nationalistic ambitions ruffle feathers within the Christian community, much of which prefers to avoid any conflict with authorities. But Assyrians are just one of the many ethnic groups in this region who desire independence. In the fall of 2017, the KRG held a referendum to secede from Iraq, and certain Shiite factions have called for a Shiite-majority southern region. In fact, one might consider Christians in the region who entirely lack territorial ambitions as more unique than their Assyrian brothers.
To understand the fire in Assyrian nationalists' souls, one has to understand their complex ethno-religious identity and historical claims. Most Christians of northern Iraq trace their Christian heritage back to St. Thomas and St. Thaddeus' ministries well before the arrival of Islam. They believe they traveled around the world to spread the Gospel to Afghanistan, Persia, and even as far as China. Assyrians view their roots as going even farther back, claiming direct linkage to the Assyrian Empire. These two factors create a powerful cultural narrative for this community. Their faith gives them a common set of customs they do not share with their Muslim neighbors. This isolated them in a Muslim-majority region and preserved their identity through the ages, but their history here is bloody, replete with generations of persecution, martyrdom, and genocides.

The Simele Massacre
Religious minorities in northern Iraq as a whole, and Christians specifically, see themselves as oppressed and constantly fighting for their lives against forces that wish to obliterate them. This is not just paranoia; it is the reality of their history in the region. Few examples better illustrate this fact than the Simele Massacre.

Proteste in Iraq. Card. Sako (patriarca): “Basta sangue. Governo e manifestanti dialoghino per trovare un accordo”

Photo Facebook Page بغداد
By AgenSIR
Daniele Rocchi

Sono almeno 44 le persone rimaste uccise ieri negli scontri scoppiati tra manifestanti e forze di sicurezza nel Sud dell’Iraq. Fonti della sicurezza parlano di almeno 33 persone morte a Nassiriya, capoluogo della provincia di Dhi Qar, mentre altre 11 sono decedute nella città santa sciita di Najaf, dove il giorno prima era stato dato alle fiamme il consolato iraniano. Un gesto che mostra in modo evidente come la crescente presenza e influenza iraniana nella politica del Paese – guidato dal premier sciita Adel Abdul Mahdi – siano sempre più mal digerite dagli iracheni. Dall’inizio delle proteste anti-governative dello scorso ottobre il bilancio parla di circa 400 morti e 15.000 feriti.
“Il bilancio della repressione delle proteste si aggrava ogni giorno di più – dichiara al Sir il patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphael Sakoed è tempo di dire basta alla violenza e alla repressione. Governo e manifestanti si ritrovino intorno ad un tavolo per trovare un accordo, un compromesso che salvaguardi la vita delle persone e il futuro del Paese. Siamo molto preoccupati – ribadisce il patriarca – se tutti continueranno a restare fermi nelle loro convinzioni il Paese si ritroverà in un vicolo cieco dal quale sarà tremendamente difficile uscire”.
Un vicolo nel quale l’Iraq sembra essere caduto già dal 2003, con l’invasione a opera degli Usa e della coalizione internazionale e il crollo del regime di Saddam Hussein…
L’Iraq paga 16 anni, dal 2003 ad oggi, di corruzione, malgoverno della classe politica settaria e confessionale. Per cui ogni gruppo ha sempre ricercato l’interesse particolare piuttosto che il bene del Paese. Partiti politici hanno soldi e milizie mentre tantissima gente non ha nulla e vive nella miseria.
Ieri morti e feriti a Nassiriya e Najaf. Il Governo sembra aver scelto la via della repressione, perché?
I manifestanti chiedono riforme, diritti, lavoro, servizi, vogliono giustizia, la fine della corruzione.
Il Governo è incapace di venire incontro alle richieste dei manifestanti.
Ma non c’è altra via che il dialogo. La via della repressione militare scelta dal Governo non risolve il problema, piuttosto lo complica, scatenando la vendetta. In questi Paesi la mentalità di vendetta è forte, per via del sistema tribale. Se qualcuno viene ucciso quelli della sua tribù cercheranno di vendicarsi. Occorre fiducia tra manifestanti e Governo ma è difficile ricrearla in questa situazione.
Dopo il bagno di sangue a Nassiriya si è dimesso il Governatore della provincia che ha preso le distanze dalla repressione. Per indagare sui fatti il Supremo Consiglio giudiziario iracheno ha istituito una Commissione di inchiesta…
Istituire Commissioni di inchiesta non convince nessuno. Dal 2003 ne abbiamo viste tante e senza nessun risultato. Non c’è giustizia. Ho telefonato a Nassiriya ieri notte per esprimere tutta la nostra solidarietà. Alle famiglie delle vittime manderemo degli aiuti per sostenerle in questo momento così difficile.
A proposito di dialogo: c’è spazio per una mediazione e chi, eventualmente, potrebbe mediare? Non più tardi di qualche giorno aveva parlato della formazione di un’unità di crisi comune per fermare lo spargimento di sangue e iniziare a costruire uno Stato forte…
Abbiamo sempre esortato al dialogo e all’incontro come via privilegiata per raggiungere la giustizia, costruire uno Stato di diritto dove tutti siano cittadini con eguali diritti e doveri.
Avevamo proposto di individuare un gruppo di saggi, riconosciuti da tutti, che potessero, da un lato porre fine alle proteste e alla repressione, e dall’altro guidare il Paese in una fase di transizione e preparare così il terreno alle necessarie e urgenti riforme, come chiede la volontà popolare. Ma non siamo stati ascoltati perché il Governo non è libero. Le pressioni sono tante.
Il 2 novembre scorso è stato a piazza Tahrir, a Baghdad, a salutare i manifestanti. Le proteste stanno colorando i muri delle città con migliaia di post-it sui quali i manifestanti scrivono i loro sogni e le loro richieste. Crede che un giorno queste verranno esaudite?
Abbracciamo e facciamo nostri i sogni degli iracheni. Sono molto colpito dal loro desiderio di vedere nascere un Paese libero, forte, stabile, sicuro, dove il progresso, la giustizia, l’uguaglianza e la cittadinanza sono i segni distintivi. I giovani sono la ricchezza del nostro Paese.
Mai dal 2003 ad oggi abbiamo assistito a proteste come queste, libere dai vincoli del settarismo e del confessionalismo, nelle quali i manifestanti si sono ritrovati uniti e stretti alla loro identità nazionale irachena che è stata riscoperta. Credo che siamo davanti ad una svolta epocale per il nostro Paese. Siamo vicini a questi giovani e ogni giorno preghiamo per loro e per tutto l’Iraq. Preghiamo che il Governo ascolti le loro richieste.
Tornerà a piazza Tahrir?
Per adesso no. Non per motivi di sicurezza ma perché la mia presenza potrebbe essere male interpretata. Andrò in ospedale a fare visita ai feriti civili e militari e alle loro famiglie. Come Chiesa preghiamo che la nostra terra, la terra di Abramo, torni ad essere la terra della pace, dell’amore e della fratellanza, in particolare l’anno prossimo quando entreremo nel primo centenario dell’indipendenza dell’Iraq.

Iraq, il premier getta la spugna: "Dimissioni in parlamento"

By Rai News

Il primo ministro iracheno Adel Abdel Mahdi ha annunciato che si appresta a presentare le sue dimissioni in Parlamento. L'annuncio arriva poche ore dopo che la massima autorità sciita in Iraq, l'ayatollah Ali Sistani, aveva esortato il Parlamento iracheno a ritirare la fiducia al governo.
L'annuncio di dimissioni del primo ministro iracheno, Adel Abdel Mahdi, è stato accolto da grida di giubilo e manifestazioni di gioia dei manifestanti raccolti da stamane a piazza Tahrir in pieno centro a Baghdad.
L'iconica piazza nel cuore della capitale irachena è stato l'epicentro delle proteste che, per due mesi, hanno chiesto una profonda riforma del sistema e una nuova classe politica in Iraq.

28 novembre 2019

Iraq: card. Sako (patriarca), “sradicare il fanatismo religioso e costruire una società pluralista”

By AgenSIR

“Costruire una società pluralista dove ci sia piena cittadinanza per tutti i cittadini; sradicare il fanatismo religioso proibendo discorsi provocatori e rimuovendo idee estremiste dai programmi educativi; ricercare, beneficiando dell’esperienza occidentale, un percorso moderno che dia sicurezza e diritti ai cittadini e una speranza alle generazioni future; ricostruire case e infrastrutture”: sono questi i suggerimenti che il patriarca caldeo di Baghdad, il card. Louis Rapahel Sako, elenca in un video messaggio indirizzato alla II Conferenza internazionale sulla persecuzione contro i cristiani in corso fino a domani (dal 26) a Budapest, in Ungheria. Nel video, diffuso dai media del Patriarcato, mar Sako ricorda che i “cristiani nei Paesi arabi hanno fatto esperienza di intolleranza, terrorismo e violenza incontrollata. Prima del 2003 i cristiani in Iraq erano circa 1.876.500. Attualmente sono meno di mezzo milione, numero ridotto a causa della persecuzione e dell’emigrazione”. Perché i cristiani abbiano diritto “alla loro identità, a vivere in pace con gli altri cittadini, devono essere consapevoli dell’importanza della loro presenza e del loro ruolo storico nella regione”. Per conseguire un tale risultato, il card. Sako propone di “costruire una società pluralistica aperta di mentalità che rispetti tutti i cittadini indipendentemente dalla loro religione ed etnia. Ciò può essere ottenuto attraverso una Costituzione democratica e moderna che garantisca la piena cittadinanza per tutti i cittadini”. Deve essere sradicato “il fanatismo religioso proibendo legalmente discorsi provocatori e rimuovendo idee estremiste dai programmi educativi che minacciano la sicurezza nazionale e persino regionale. Da rigettare anche pratiche tribali e sociali tipiche del VII secolo, come vendicarsi e considerare altre religioni come infedeli”. Per ricercare “un percorso moderno che dia sicurezza e diritti ai cittadini e una speranza alle generazioni future è importante ispirarsi al Documento sulla fratellanza umana firmato negli Emirati Arabi Uniti da Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayeb”. Infine occorre “concentrarsi sulla ricostruzione delle infrastrutture, delle case delle famiglie sfollate interne per assicurarne il ritorno. Importante, infine, incoraggiare gli investimenti nell’area della Piana di Ninive Plain mediante progetti legati all’agricoltura per assumere giovani”.

Dialogo teologico tra Chiesa Cattolica e Chiesa Assira dell'Oriente


La Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira dell'Oriente ha tenuto la sua sessione plenaria nei giorni 21-22 novembre 2019, presso il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità Cristiana a Roma.

I temi in questa fase di dialogo
La Commissione – si legge in un comunicato del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani - ha proseguito il suo lavoro sulla terza fase del dialogo, riflettendo sulla natura e la missione della Chiesa e sull'opera dello Spirito Santo nella Chiesa. Come affermato nel comunicato, il fine di questa fase di dialogo è comprendere come ricevere le rispettive formulazioni sul mistero della Chiesa. I membri hanno presentato documenti sulle immagini della Chiesa riscontrabili nelle due tradizioni, ciascuna delle quali ha sviluppato un’interpretazione complementare del mistero della Chiesa, come il Corpo di Cristo, il Pastore e il suo gregge, la Madre, l'Arca della salvezza, la Sposa e lo sposo, l'assemblea dei fedeli e l'ospedale spirituale.

Ricordato il 25° anniversario della Dichiarazione cristologica comune tra le due Chiese
La Commissione è co-presieduta da Sua Beatitudine Mar Meelis Zaia, metropolita dell'Australia, della Nuova Zelanda e del Libano, e da monsignor Johan Bonny, vescovo di Anversa. I membri della Commissione hanno ricordato con gratitudine il venticinquesimo anniversario dell'istituzione della Commissione mista in concomitanza con la Dichiarazione cristologica comune firmata da Papa Giovanni Paolo II e dal Patriarca cattolico Mar Dinkha IV l'11 novembre 1994.

Una Chiesa in gran parte emigrata in Occidente La Chiesa Assira dell'Oriente, di tradizione siro-orientale, trae origine dalla missione della primitiva Chiesa in Mesopotamia. La patria originaria di gran parte dei fedeli assiri è l'attuale Iraq, dove si trova la Sede Patriarcale, ma, a causa dei ripetuti periodi di persecuzione la maggior parte di essi è emigrata in Occidente.

Discorso di Sua Santità Aphrem II alla Conferenza sui Cristiani Perseguitati

By Ora Pro Siria blogspot

Discorso di Sua Santità Mor Ignatius Aphrem II

Patriarca di Antiochia e di tutto l'Oriente e capo supremo della Chiesa Siro-Ortodossa
alla seconda Conferenza Internazionale sui Cristiani Perseguitati
26 novembre 2019, a Budapest - UNGHERIA

(traduzione Gb.P. OraproSiria)

Eccellenza Primo Ministro Viktor Orban,
Santità ed Eccellenze,

Ospiti illustri,

Signore e signori,
Due anni fa, molti di noi erano riuniti in questa stesso luogo su invito di Sua Eccellenza Viktor Orban per la Prima Conferenza Internazionale sui Cristiani Perseguitati. Riteniamo che l'evento sia il primo del suo genere in Europa, in cui un Governo europeo prende molto sul serio la questione della persecuzione dei Cristiani e organizza una conferenza internazionale su questo problema. Dopo due anni, ci incontriamo di nuovo per la Seconda Conferenza Internazionale sui Cristiani Perseguitati; questo dimostra il costante impegno dell'Ungheria in merito alla questione della persecuzione dei Cristiani, nonostante le forti critiche che ha dovuto affrontare da diversi ambiti. D'altra parte, la passione e l'azione ungherese a favore dei Cristiani perseguitati sono diventate una fonte di ispirazione per alcuni altri Paesi che ora danno pubblicamente sostegno a questa causa, sebbene gli sforzi e le azioni ungheresi non siano stati ancora seguiti da altri. Desideriamo esprimere la nostra profonda gratitudine al Primo Ministro ungherese Sua Eccellenza Sig. Viktor Orban, nonché a tutti gli efficienti funzionari e al personale della Segreteria di Stato ungherese per l'Aiuto ai Cristiani Perseguitati e Hungary Helps guidati dal Ministro di Stato Mr. Tristan Azbej, per il loro costante supporto alle persone che soffrono a motivo del terrorismo, della violenza e dell'ingiustizia in tutto il mondo.
Negli ultimi cinque anni, capi di Chiese e leader religiosi cristiani del Medio Oriente hanno lanciato l'allarme per le minacce esistenziali contro la presenza ed il futuro dei Cristiani in Medio Oriente. Abbiamo messo in evidenza la persecuzione e la pulizia etnico-religiosa a cui siamo sottoposti, principalmente da gruppi armati, alcuni dei quali supportati e finanziati da poteri regionali e internazionali, in Iraq, Siria, Libano, Egitto e altri paesi del Medio Oriente. Tuttavia, le nostre grida non sono state ascoltate da molti. Sono stati fatti pochissimi passi concreti per contrastare questa reale minaccia alla nostra esistenza come popolazione originaria nella terra dei nostri antenati.

Ciò che abbiamo affrontato come Cristiani è a dir poco un genocidio. Più di cinque anni fa, improvvisamente, ISIS o Daesh emerse nella storica città di Mosul, causando l'esodo di tutta la sua popolazione cristiana che si rifugiò nelle città e nei villaggi delle pianure di Ninive (qui desidero lodare l'eroismo e coraggio di Sua Eminenza Mor Nicodemus Daoud Sharaf, che è qui tra noi, che è stata una delle ultime persone a lasciare la città dopo essersi assicurato che tutti i suoi fedeli fossero fuggiti). Queste stesse persone furono ancora una volta cacciate dal loro luogo di rifugio insieme agli abitanti della pianura di Ninive; circa 125.000 cristiani si ritrovarono senza casa e quando finalmente arrivarono nella regione curda dell'Iraq, furono ospitati da chiese locali, ma molti di loro, senza alcun riparo, dormivano per le strade e nei parchi sotto il sole cocente di agosto.

La tragedia del Nord Iraq, tuttavia, non è stata un singolo evento e non è iniziata allora e lì. Ricordiamo cosa era successo ai Cristiani durante la guerra civile in Libano e come la massiccia migrazione abbia indebolito la popolazione cristiana lì. Ancora oggi, il Libano sta vivendo molti disordini e i Cristiani potrebbero essere nuovamente costretti a migrare in gran numero a causa dell'instabilità politica e delle manifestazioni quotidiane che si svolgono in quel paese. Allo stesso modo, ricordiamo gli eventi in Egitto in cui le chiese furono attaccate e molti cristiani divennero martiri per la loro fede. Come possiamo dimenticare i 21 giovani decapitati sulla costa mediterranea in Libia per essersi rifiutati di rinnegare Cristo come loro Signore e Salvatore?

In Iraq, diversi membri del clero, come il vescovo Faraj Raho, padre Boulos Iskandar a Mosul e padre Youssef Adel a Baghdad, furono martirizzati per la loro fede. La chiesa di Nostra Signora della Salvezza (Sayyidat al Najat) a Baghdad fu teatro di un orribile crimine commesso da alcuni fanatici musulmani; due sacerdoti e circa 50 parrocchiani pagarono il tributo ultimo per la loro fede e divennero martiri per Cristo.