"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

10 maggio 2009

Alla messa della Prima Comunione il Papa predica il coraggio nel seguire Gesù


By Cindy Wooden

Tradotto ed adattato da Baghdadhope

L'unica messa pubblica di Papa Benedetto XVI in Giordania è stata uguale a quelle usuali in molte parrocchie nel mese di maggio: era la domenica dedicata alle prime comunioni. Vestiti di bianco e seduti nei pressi dell'altare decine di bambini provenienti da tutta la Giordania hanno ricevuto l'Eucarestia per la prima volta durante la messa celebrata dal Papa nell'International Stadium di Amman.
Peter Mihko, 15 anni, e sua sorella Cecilia di 11, hanno fatto parte del gruppo di 40 bambini e ragazzi della parrocchia caldea del Sacro Cuore di Amman che hanno ricevuto la prima comunione. Come molti nel gruppo i fratelli Mihko sono rifugiati dall'Iraq.
"Riceverò la mia prima comunione dal Papa" ha detto Cecilia prima della messa "Wow! E' davvero incredibile, un sogno che si avvera".
Suo fratello ha detto: "Le parole non possono descrivere quello che provo a ricevere la mia prima Comunione dal messaggero di Dio, dal messaggero della pace".
Nella sua omelia Papa Benedetto ha predicato la necessità della fedeltà e del coraggio nel seguire Gesù, nella scoperta della propria vocazione, nella costruzione di una famiglia, nel promuovere il dialogo con la maggioranza musulmana giordana e nella realizzazione di atti di carità.
"Gesù conosce le sfide che dovete affrontare, quali prove voi sopportiate e il bene che fate in suo nome" ha detto Papa Benedetto alla folla riunita nello stadio che contiene 25.000 persone.
In piedi di fronte a un quadro di Gesù, il Buon Pastore, il Papa ha incoraggiato i 109.000 cattolici giordani a fidarsi di Gesù, ad avere fiducia nel suo amore per il suo gregge ed a "perseverare nella vostra testimonianza per il trionfo del suo amore".
"La gente dovrebbe essere grata" ha detto "per l'amore di Dio che può essere vissuto in famiglia, con l'amore dei nostri padri e delle nostre madri, dei nostri nonni, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle".
"Possa ogni famiglia cristiana crescere nella fedeltà alla sua vocazione ad essere una vera scuola di preghiera dove i bambini impirano un sincero amore per Dio, dove maturino nell'auto-disciplina e nella cura dei bisogni degli altri e dove, plasmati dalla saggezza nata dalla fede, contribuiscano alla costruzione di una società sempre più giusta e fraterna " ha pregato il Papa.
Notando come la chiesa locale sia quasi alla fine di un anno speciale dedicato alla famiglia, che ha dedicato particolare interesse alla dignità delle donne, Papa Benedetto ha esortato il popolo a riconoscere "quanto la vostra società debba a tutte quelle donne che in modo diverso ed a volte coraggioso hanno dedicato la loro vita a costruire la pace e promuovere l'amore."
"Con il suo pubblico rispetto nei confronti delle donne e la sua difesa della dignità innata di ogni persona umana la Chiesa in Terra Santa può dare un importante contributo alla promozione di una cultura di vera umanità ed alla costruzione di una civiltà dell' amore" ha detto.
Una delle mamme presenti alla Santa Messa era Kardsheh Mariana, arrivata da Madaba con il marito ed i figli, tra cui Natalie, di 8 anni, che ha fatto la sua prima Comunione durante la liturgia.
"Non è stato un caso" che Natalie sia stata scelta per essere tra i bambini che hanno ricevuto il sacramento durante la messa papale ha detto Kardsheh.
Lei e suo marito - al tempo non avevano figli - avevano assistito alla messa celebrata ad Amman da Giovanni Paolo II nel 2000.
"Sono arrivata fino alla papamobile. Lui mi ha guardato, ho visto i suoi occhi ed ho detto una preghiera" ha detto Kardsheh. Due mesi più tardi mentre dormiva fece un sogno: "Aprii gli occhi e vidi un angelo e sapevo che mi sarebbe nata una bambina."
Kardsheh è convinta che la nascita di Natalie sia stata una risposta alla preghiera da lei recitata alla presenza di Papa Giovanni Paolo II e che fosse giusto che Natalie ricevesse la prima comunione durnate la messa celebrata da Papa Benedetto.
Con cattolici che assistono alla Messa e che provengono da tutto il Medio Oriente, compreso l'Iraq martoriato dalla violenza, Papa Benedetto ha detto che sa che i cristiani della regione soffrono per "difficoltà e incertezze."
"Possiate non dimenticare la grande dignità che deriva dal vostro patrimonio cristiano e possiate sentire l'amorevole solidarietà di tutti i vostri fratelli e sorelle nella Chiesa in tutto il mondo", ha detto.
La famiglia Naiomi, caldei cattolici fuggiti ad Amman da Mosul in Iraq tre anni fa, era tra la folla per la Messa. "Vogliamo che il papa dia un messaggio di pace in modo che le persone possano di capire che la religione cristiana è una religione di pace." ha dichiarato il ventiquattrenne Saif Naiomi.
"Vorrei che il Papa potesse andare in Iraq ma non può perchè non c'è sicurezza" ha aggiunto.
Papa Benedetto XVI ha incoraggiato i fedeli a rimanere in Medio Oriente, a lavorare per il bene dei loro paesi e rimanere saldi nella fede della loro comunità fondata dai discepoli di Gesù.
"La fedeltà alle vostre radici cristiane, alla missione della Chiesa in Terra Santa, esige da ciascuno di voi un particolare tipo di coraggio: il coraggio della convinzione, nato dalla fede personale e non mera convenzione sociale o tradizione familiare" ha detto.
Essere cristiano significa avere "il coraggio di impegnarsi nel dialogo e di lavorare fianco a fianco con gli altri cristiani a servizio del Vangelo e per la solidarietà verso i poveri, gli sfollati e le vittime di profondi drammi umani," ha detto il papa.
I cristiani devono costruire ponti verso i membri di altre fedi e culture, aprire un dialogo che "arricchirà il tessuto della società" ha aggiunto.
Ed in una regione dilaniata dalla violenza e dal terrorismo Papa Benedetto ha detto ai presenti alla Messa che essere fedeli "significa anche testimoniare l'amore che ci spinge ad impostare la nostra vita al servizio degli altri, contrastando così le forme di pensiero che giustificano la morte di vite innocenti ".

Con il contributo di Doreen Abi Raad da Amman

At first Communion Mass, pope preaches courage in following JesusBy


By Cindy Wooden

Pope Benedict XVI's only public Mass in Jordan was a liturgy like that found in many parishes in May: It was first Communion Sunday. Dressed in white robes and seated close to the altar platform, dozens of children from all over Jordan received the Eucharist for the first time during the pope's Mass May 10 in Amman International Stadium. Peter Mihko, 15, and his sister Cecilia, 11, were part of the first Communion group of 40 young people from Sacred Heart Chaldean Catholic parish in Amman. Like many in the group, the Mihko siblings are refugees from Iraq."I'm going to receive my first Communion from the pope," Cecilia said before Mass. "Wow! This is something really amazing; it's a dream come true."
Her older brother said, "Words cannot describe what I am feeling at receiving my first Communion from the messenger of God, from the messenger of peace."In his homily, Pope Benedict preached about the need for fidelity and courage in following Jesus, in discovering one's vocation, in building a family, in promoting dialogue with Jordan's Muslim majority and in carrying out acts of charity."Jesus knows what challenges you face, what trials you endure and the good that you do in his name," Pope Benedict told the crowd in the stadium, which holds 25,000 people.
Standing in front of a picture of Jesus, the Good Shepherd, the pope encouraged Jordan's 109,000 Catholics to trust Jesus, to trust in his love for his flock and to "persevere in your witness to the triumph of his love."
People should be grateful, he said, for the love of God that can be experienced in the family, "from the love of our fathers and mothers, our grandparents, our brothers and sisters."
"May every Christian family grow in fidelity to its lofty vocation to be a true school of prayer where children learn a sincere love of God, where they mature in self-discipline and concern for the needs of others and where, shaped by the wisdom born of faith, they contribute to the building of an ever more just and fraternal society," the pope prayed. Noting that the local church was nearing the end of a special year of the family, which included a focus on the dignity of women, Pope Benedict urged the people to recognize "how much your society owes to all those women who in different and at times courageous ways have devoted their lives to building peace and fostering love."
"By its public respect for women and its defense of the innate dignity of every human person, the church in the Holy Land can make an important contribution to the advancement of a culture of true humanity and the building of a civilization of love," he said. One of the mothers present at the Mass was Mariana Kardsheh, who came from Madaba with her husband and children, including 8-year-old Natalie, who was making her first Communion during the liturgy."It's no coincidence" that Natalie was chosen to be among the children receiving the sacrament at the papal Mass, Kardsheh said. She and her husband -- childless at the time -- were at Pope John Paul II's Mass in Amman in 2000. "I made my way to the popemobile. He looked at me, I saw his eyes and I made my prayer," Kardsheh said. Two months later she was asleep and dreaming, she said; "I opened my eyes and saw an angel and I knew it was a girl," who would be born.Kardsheh is convinced that Natalie's birth was an answer to the prayer she made in the presence of Pope John Paul and that it was fitting that the girl's first Communion Mass would be celebrated by Pope Benedict. With Catholics attending the Mass from all over the Middle East, including the violence-torn Iraq, Pope Benedict said he knows that the region's Christians are affected by "difficulties and uncertainties." "May you never forget the great dignity which derives from your Christian heritage or fail to sense the loving solidarity of all your brothers and sisters in the church throughout the world," he said. The Naiomi family, Chaldean Catholics who fled to Amman from Mosul, Iraq, three years ago, was part of the crowd at the Mass. Saif Naiomi, 24, said, "We want the pope to send a message of peace so that people can understand that the Christian religion is a peacemaker, I wish the pope could go to Iraq, but he can't because there is no security," he said. Pope Benedict encouraged the people to stay in the Middle East, work for the good of their countries and remain solid in the faith of their communities founded by Jesus' disciples."Fidelity to your Christian roots, fidelity to the church's mission in the Holy Land, demands of each of you a particular kind of courage: the courage of conviction, born of personal faith, not mere social convention or family tradition," he said. Being Christian means having "the courage to engage in dialogue and to work side by side with other Christians in the service of the Gospel and solidarity with the poor, the displaced and the victims of profound human tragedies," the pope said. Christians must build bridges to members of other faiths and cultures, opening a dialogue that will "enrich the fabric of society," he said. And in a region torn by violence and terrorism, Pope Benedict told those at the Mass that being faithful "also means bearing witness to the love which inspires us to lay down our lives in the service of others, and thus to counter ways of thinking which justify taking innocent lives."

Editors: Contributing to this story was Doreen Abi Raad in Amman.

L'incoraggiamento del Papa ai cristiani della Giordania nella Messa ad Amman. L'omaggio alla testimonianza di fede e amore delle donne di Terra Santa


“Che il coraggio di Cristo … vi sostenga quotidianamente nei vostri sforzi di dare testimonianza della fede cristiana e di mantenere la presenza della Chiesa in queste antiche terre”: è quanto ha detto il Papa stamani nell’omelia della Messa da lui presieduta nell’International Stadium di Amman, alla presenza di almeno 30 mila persone.
Benedetto XVI ha poi voluto rendere omaggio alle donne della Terra Santa e alla loro testimonianza di fede e di amore. Oggi è la terza ed ultima giornata del viaggio del Papa in Giordania. Domani il trasferimento a Gerusalemme.
Il nostro inviato ad Amman Pietro Cocco: E’ stata una festa grande oggi ad Amman per la Messa celebrata da Papa Benedetto nello Stadio della città. Trentamila le persone che hanno trovato posto all’interno della struttura sportiva e che hanno potuto pregare con il Papa di domenica, nel ‘Giorno del Signore’. E’ stata l’occasione anche per esprimergli tutta la gioia e la riconoscenza per la sua presenza e il suo incoraggiamento. "Ho pregato, ha detto infatti il Papa, perché la Chiesa in queste terre possa essere confermata nella speranza e fortificata nella sua testimonianza al Cristo Risorto, il Salvatore dell'umanità": "
"Ho a lungo atteso questa opportunità di stare davanti a voi come testimone del Salvatore risorto, ed incoraggiarvi a perseverare nella fede, speranza e carità, in fedeltà alle antiche tradizioni e alla singolare storia di testimonianza cristiana che vi ricollega all'età degli Apostoli. La comunità cattolica di qui è profondamente toccata dalle difficoltà e incertezze che riguardano tutti gli abitanti del Medio Oriente".
Di tutti questi sentimenti si è fatto portavoce, all’inizio della celebrazione di stamattina, il Patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, rivolgendo il suo saluto al Papa a nome di tutti i cittadini giordani, musulmani e cristiani, dell’Assemblea dei vescovi e patriarchi della Terra Santa, e con tutti i fedeli giunti dai Paesi arabi vicini. “Siamo ansiosi di mostrarLe, ha aggiunto, la nostra ospitalità arabo-giordana". Riferendosi poi alla giornata di preghiera per le vocazioni che si celebra oggi in Giordania, il Patriarca ha scherzato dicendo che c’è un problema con i seminaristi in Terra Santa, perchè il seminario di Beit Jala, per la prima volta, è troppo pieno!
Il Patriarca Twal ha ricordato anche le migliaia di migranti che sono giunte in Giordania per lavoro, specialmente dall’Asia, come pure i milioni di rifugiati, in gran parte palestinesi, che sono stati accolti in questo Paese. A cui si sono aggiunti circa un milione gli iracheni, tra cui quarantamila cristiani, ai quali la Chiesa insieme alla Caritas assicura assistenza materiale e spirituale.
Una realtà ben presente al Papa, che ne ha preso spunto per rivolgere un forte invito alla Chiesa giordana e a tutta la Terra Santa: "La fedeltà alle vostre radici cristiane, la fedeltà alla missione della Chiesa in Terra Santa, vi chiedono un particolare tipo di coraggio: il coraggio della convinzione nata da una fede personale, non semplicemente da una convenzione sociale o da una tradizione familiare; il coraggio di impegnarvi nel dialogo e di lavorare fianco a fianco con gli altri cristiani nel servizio del Vangelo e nella solidarietà con il povero, lo sfollato e le vittime di profonde tragedie umane; il coraggio di costruire nuovi ponti per rendere possibile un fecondo incontro di persone di diverse religioni e culture e così arricchire il tessuto della società".
Questo, ha proseguito il Papa, significa anche dare testimonianza all'amore che ci ispira a "sacrificare" la nostra vita nel servizio agli altri e così a contrastare modi di pensare che giustificano lo "stroncare" vite innocenti. Ed al tema dell’amore, quello con il quale Dio ci ha amati, Benedetto XVI ha poi dedicato l’altra parte della sua omelia, parlando della vocazione della famiglia e della dignità e della missione delle donne nel piano di Dio: "Le forti famiglie cristiane di queste terre sono una grande eredità tramandata dalle precedenti generazioni. Possano le famiglie di oggi essere fedeli a questa grande eredità e non venga mai a mancare il sostegno materiale e morale di cui hanno bisogno per attuare il loro insostituibile ruolo a servizio della società". Benedetto XVI ha poi voluto rendere omaggio alle donne della Terra Santa, ricordando che la Chiesa in queste terre deve molto alla loro testimonianza di fede e di amore. Innumerevoli madri cristiane, suore, maestre e infermiere, e tutte quelle donne , ha detto ancora il Papa, che in diverse maniere hanno dedicato la loro vita a costruire la pace e a promuovere l'amore!"
"Sfortunatamente, questa dignità e missione donate da Dio alle donne non sono state sempre sufficientemente comprese e stimate. La Chiesa, e la società nel suo insieme, sono arrivate a rendersi conto quanto urgentemente abbiamo bisogno di ciò che il mio predecessore Papa Giovanni Paolo II chiamava 'il carisma profetico' delle donne (cfr Mulieris dignitatem, 29)". Un carisma che si manifesta nel loro essere portatrici di amore, maestre di misericordia e costruttrici di pace, comunicatrici di calore ed umanità ad un mondo che troppo spesso giudica il valore della persona con freddi criteri di sfruttamento e profitto. Nel dare una pubblica testimonianza di rispetto per le donne e nella difesa dell'innata dignità di ogni persona umana, ha concluso, la Chiesa in Terra Santa porta un importante contributo allo sviluppo di una cultura di vera umanità e alla costruzione della civiltà dell'amore.

L'appello del Papa a non dimenticare i cristiani iracheni. Najim: speriamo che la comunità internazionale si svegli


Benedetto XVI
durante il suo viaggio in Giordania più volte ha espresso la sua vicinanza ai cristiani iracheni: quelli che sono rimasti nel loro Paese e quanti sono fuggiti. Ha chiesto il sostegno per i profughi e ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale perché faccia “tutto ciò che è possibile per assicurare all’antica comunità cristiana di quella nobile terra il fondamentale diritto di pacifica coesistenza con i propri concittadini”.
In Giordania sono oltre 40 mila sono cristiani. Quali sono le loro difficoltà?
Sergio Centofanti lo ha chiesto al corepiscopo Philip Najim, visitatore per i fedeli Caldei in Europa:
"Le difficoltà sono enormi e, essendo ospiti in quel Paese, approfitto dell’occasione per ringraziare il governo e Sua Maestà, il Re di Giordania, per questa accoglienza ai nostri iracheni sia musulmani che cristiani. Nonostante tutto, sappiamo che il Paese è piccolo e limitato nelle sue risorse, quindi gli iracheni si trovano in grande difficoltà e in grande sofferenza: è molto difficile per loro vivere una vita normale. Speriamo che un giorno la comunità internazionale si svegli, attraverso anche l’appello del Santo Padre, e dia una mano a questi profughi iracheni, perché possano vivere la loro vita con dignità."
Qual è la situazione pastorale di questi profughi cristiani?
"E’ una situazione veramente molto difficile, perché non si trova un luogo di culto specifico per questi migranti iracheni. Noi abbiamo una un sacerdote messo a loro disposizione, al loro servizio, perché possa dare ancora questa speranza: che la Chiesa vive e vive ancora nel cammino di fede di queste persone che speriamo possano anche attraverso la loro sofferenza dare una testimonianza di Cristo, la testimonianza di essere attaccati a Cristo e di vivere la Parola di Cristo."
Il Papa ha lanciato un appello a non abbandonare i cristiani in Iraq, che vivono momenti di grandi difficoltà...
"Questi cristiani devono essere sostenuti, devono essere incoraggiati, devono essere aiutati e non devono essere dimenticati. Tutto l’Iraq non deve essere dimenticato. La comunità internazionale deve continuare a sostenere questo popolo che ancora soffre."
Continuano le violenze anticristiane in Iraq?
"Ci sono violenze non soltanto anticristiane, ci sono violenze anche contro le altre etnie. Ci sono delle forze oscure che vogliono creare una divisione del popolo iracheno, perché creando queste divisioni rallentano il processo di pace, rallentano il processo dello sviluppo dell’Iraq. Perciò chiediamo al popolo iracheno di essere unito e di dimenticare gli interessi personali, per alleviare questa sofferenza."

9 maggio 2009

40 bambini cristiani iracheni riceveranno la prima comunione in occasione della Messa celebrata dal Santo Padre

By Baghdadhope

Domenica 10 maggio
Messa dallo Stadio di Amman e recita del “Regina Coeli.
Diretta su Raiuno, a cura del TG1 e Rai Vaticano, a partire dalle 8,55.

Il Papa: la comunità internazionale difenda i cristiani iracheni

Fonte: ZENIT

di Mirko Testa

La comunità internazionale compia ogni sforzo necessario per assicurare ai cristiani iracheni il giusto diritto di cittadinanza nel loro paese. E' stato l'appello lanciato da Benedetto XVI nel visitare questo sabato mattina la Moschea “al-Hussein bin-Talal” di Amman.
Nel discorso rivolto per l'occasione di fronte ai Capi religiosi musulmani, al Corpo diplomatico e ai Rettori delle Università giordane, il Santo Padre ha richiamato il dramma dei fedeli iracheni, salutando Sua Beatitudine Emmanuel III Delly, il Patriarca di Babilonia dei Caldei, presente all'incontro insieme a mons. Shleimun Warduni, Vescovo ausiliare di Babilonia dei Caldei.
“La sua presenza richiama alla mente i cittadini del vicino Iraq, molti dei quali hanno trovato cordiale accoglienza qui in Giordania”, ha detto il Papa.
L'invasione delle truppe statunitensi in Iraq nel 2003 ha spinto circa 1,8 milioni di persone a trovare scampo nei paesi limitrofi. In particolare, i rifugiati iracheni di religione cristiana, che vivono attualmente in Giordania, sono in tutto all'incirca 20 mila.
“Gli sforzi della comunità internazionale nel promuovere la pace e la riconciliazione, insieme con quelli dei leader locali, devono continuare in vista di portare frutto nella vita degli iracheni”, ha sottolineato il Santo Padre.
Successivamente il Pontefice ha espresso il proprio “apprezzamento per tutti coloro che sostengono gli sforzi volti ad approfondire la fiducia e a ricostruire le istituzioni e le infrastrutture essenziali al benessere di quella società”.
“Ancora una volta
– ha concluso – chiedo con insistenza ai diplomatici ed alla comunità internazionale da essi rappresentata, come anche ai leader politici e religiosi locali, di compiere tutto ciò che è possibile per assicurare all’antica comunità cristiana di quella nobile terra il fondamentale diritto di pacifica coesistenza con i propri concittadini”.
A testimoniare la sensibilità del Santo Padre su tali questioni, 40 bambini della comunità caldea dei rifugiati iracheni – secondo quanto rivelato dall'agenzia SIR – riceveranno la Prima Comunione dalle mani Benedetto XVI, domenica 10 maggio, nel corso della Messa nell’International Stadium di Amman.
Le parole del Papa riflettono un dramma che continua a consumarsi nel silenzio di gran parte della stampa, nonostante l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) abbia annunciato di voler rivedere, per la prima volta dalla fine del 2007, le linee guida che stabiliscono i criteri di accettazione dei richiedenti asilo iracheni, alla luce del miglioramento della situazione in Iraq.
Nella sua Relazione 2009 la Commissione negli Stati Uniti sulla Libertà Religiosa Internazionale (USCIRF) ha infatti indicato l'Iraq come un paese che continua ad essere fonte di preoccupazioni.
E' notizia del 26 aprile scorso l'uccisione di tre cristiani a Kirkuk, a opera di alcuni uomini armati, che segue da vicino l'omicidio di altri 4 cristiani a Kirkuk, Baghdad e Mosul.
Secondo quanto riferito dal sito “Baghdadhope” i Vescovi che hanno partecipato al recente Sinodo della Chiesa caldea tenutosi nel seminario di Ankawa, nel nord dell' Iraq, hanno chiesto al governo iracheno di facilitare il ritorno dei rifugiati e degli sfollati iracheni cristiani anche attraverso una politica di compensazione che rafforzi la presenza cristiana.

Pope urges world to protect Iraq Christians

Source: AFP

7 maggio 2009

Gli iracheni cristiani sono troppo spaventati per rivelare tutta la verità sulla violenza


By Michelle A. Vu, 7 maggio 2009

Tradotto ed adattato da Baghdadhope

La paura mantiene silenti gli iracheni cristiani circa il grado di persecuzione che la piccola minoranza sopporta, ha detto martedì un arcivescovo cattolico iracheno in un incontro privato con alcuni esperti di libertà religiosa e giornalisti.
Questi cristiani non solo hanno paura di parlare per la propria sicurezza ma anche di ritorsioni nei confronti dei loro correligionari in Iraq, ha spiegato Mons. Jean Benjamin Sleiman, a capo della chiesa di rito latino in Iraq, durante una colazione offerta dall’Hudson Institute. Questa mentalità ha fatto sì che anche gli iracheni cristiani negli Stati Uniti e in altre nazioni occidentali siano rimasti silenziosi sulla grave persecuzione dei cristiani nella loro patria.
E’ come se gli iracheni cristiani parlassero due lingue diverse, ha spiegato l'arcivescovo al piccolo gruppo di americani riuniti per l’evento ad inviti. Al Papa dicono di essere perseguitati ma all’opinione pubblica dicono di vivere bene con solo occasionali problemi.
"Credo che in Iraq io abbia sofferto di mancanza di libertà e di verità," ha affermato Sleiman. "Capisco perché e non rivolgo delle accuse. Il mio predecessore era solito dire di non capire la politica ma io ho capito qualcosa di reale: io vedo le persone soffrire. Lui non ha mai risposto a domande politiche", ha detto l'arcivescovo.
A partire dalla guerra a guida USA all’Iraq nel 2003 più di 200 cristiani sono stati uccisi, decine di chiese sono state attaccate, e più della metà della popolazione cristiana irachena ha lasciato il paese. A marzo dello scorso anno il secondo più alto prelato cattolico in Iraq, l’Arcivescovo Paulos Faraj Rahho, fu rapito e poi assassinato nella città settentrionale di Mosul. Nel mese di ottobre più di 15.000 iracheni cristiani furono cacciati dalla stessa città dopo che 13 appartenenti alla comunità erano stati uccisi in quattro settimane, compresi tre in un solo giorno.
E solo la settimana scorsa tre cristiani sono stati attaccati ed uccisi a Kirkuk.
"C’è vera e propria paura, un sentimento dominante che spinge molte persone a lasciare il paese", ha affermato Sleiman. "Anche se non hanno difficoltà personali pensano che ora è il loro vicino ad avere problemi e forse domani sarà la loro famiglia".
Nina Shea, direttore dell’Hudson Center for Religious Freedom, ha criticato il governo iracheno per non avere fatto abbastanza per proteggere la minoranza cristiana del paese. Ha detto che anche se il vice presidente iracheno ha pubblicamente esortato i cristiani a rimanere in Iraq e promesso loro protezione non si fa nulla per rendere ciò possibile. La chiesa, ha detto l'Arcivescovo Sleiman, non può essere responsabile della sicurezza degli iracheni cristiani.
"Credo che la chiesa stia ancora dando un aiuto", ha affermato Sleiman, "ma uccisioni e rapimenti dipendono dal potere politico e non dalla chiesa. La sicurezza non può davvero essere il nostro dovere", ha aggiunto rilevando come la chiesa non possa fare nulla contro la paura. L'arcivescovo iracheno, pur rifiutando di commentare la politica e la presenza militare degli Stati Uniti in Iraq, ha raccomandato che gli Stati Uniti aiutino i cristiani iracheni in campo culturale come l'istruzione e l'occupazione. Egli ritiene che la battaglia in Iraq sia di tipo culturale perché anche se ci sono buone leggi non verranno applicate a meno che le menti dei cittadini non cambino. Molti cittadini continuano a non capire il concetto di democrazia e votano per i membri del proprio gruppo piuttosto che per un candidato, ha spiegato.
Sleiman è a Washington questa settimana per incontrare i membri del Dipartimento di Stato ed alcuni leaders del congresso per discutere della perseguitata popolazione cristiana in Iraq. Ha inoltre in programma di partecipare al National Catholic Prayer Breakfast a Washington venerdì prossimo.
L'Iraq è un paese indicato come fonte di particolare preoccupazione nella Relazione 2009 della Commissione negli Stati Uniti sulla Libertà Religiosa Internazionale(USCIRF). Shea, un’esperta della libertà religiosa in Iraq è commissario per l’USCIRF

Iraqi Christians Too Scared to Reveal Whole Truth on Violence

Source: Christian Post

By Michelle A. Vu, May 7th, 2009

Fear keeps Iraqi Christians quiet about the extent of persecution the tiny minority group endures, said an Iraqi Catholic archbishop Tuesday at a private meeting with religious freedom experts and journalists.
These Christians do not fear only for their own safety, but they are afraid of retribution against fellow believers in Iraq if they speak out, explained the Most Rev. Jean Benjamin Sleiman, the head of the Latin mass church in Iraq, at a Hudson Institute hosted luncheon. This mindset has kept even Iraqi Christians in the United States and other western nations relatively quiet about the severe Christian persecution in their homeland.
It is as if Iraqi Christians speak two different languages, the archbishop told the small group of Americans gathered for the invitation-only event. To the pope they say they are being persecuted, he said, but to the public they say they are living well with occasional problems.
“I think in Iraq I suffered from lack of freedom and the truth,” Sleiman said. “I understand why, I don’t accuse. My predecessor used to say I don’t understand politics but I understand something realistic, I see people suffer. So he never answered political questions,” the archbishop said.
Since the US-led Iraq war in 2003, more than 200 Christians have been killed, dozens of churches have been bombed, and more than half the Iraqi Christian population have left the country.
Last March, the second most senior Catholic cleric in Iraq, Archbishop Paulos Faraj Rahho, was kidnapped and then murdered in the northern city of Mosul. Then in October, more than 15,000 Iraqi Christians were reportedly driven out of the northern city of Mosul after 13 local Iraqi Christians were killed within four weeks, including three within 24 hours.
And just last week, three Christians were attacked and killed in Kirkuk, Iraq.
“There is a real fear and now the fear spirit is still dominating and pushing many people to leave the country,” Sleiman said. “Even if they don’t have personal difficulties, they say now my neighbor has difficulty maybe tomorrow my family.”
Nina Shea, the director of Hudson’s Center for Religious Freedom, criticized the Iraqi government for not doing enough to protect the country’s Christian minority. She said even though the Iraqi vice president has publicly urged Christians to stay in Iraq and vowed protection, nothing is being done to make this possible.
The church, said Archbishop Sleiman, cannot be responsible for the safety of Iraqi Christians.
“I think the church is still helping,” said Sleiman, “but when you have killing and kidnapping, it is something that depends on the political authority not on the church."
“Security cannot really be our duty,” he said, noting that the church cannot do anything about the fear.
The Iraqi archbishop, while declining to comment about US politics and military in Iraq, recommended that the United States help Iraqi Christians through cultural aspects such as education and employment. He believes that the battle in Iraq is a cultural one because even if there are good laws, they will not be applied unless the minds of citizens change. Many citizens still do not understand the concept of democracy and vote for their group member rather than a candidate, he said.
Sleiman is in Washington, DC this week to meet with members of the State Department and congressional leaders to discuss the persecuted Christian population in Iraq. He also plans to attend the National Catholic Prayer Breakfast in Washington on Friday.
Iraq is listed as a country of particular concern in the US Commission on International Religious Freedom’s (USCIRF) 2009 Annual Report. Shea, an expert on religious freedom in Iraq, serves as a commissioner for USCIRF.

La violenza diminuisce in Iraq ma i problemi restano, dice un arcivescovo di Baghdad


By Regina Linskey, 6 maggio 2009
Tradotto ed adattato da Baghdadhope

Anche se la situazione in Iraq è migliorata di recente un arcivescovo cattolico di Baghdad ha dichiarato che le sfide per i cattolici permangono. "La situazione in generale sta migliorando … la violenza è davvero diminuita … ma per me il problema c’è perché c’è ancora violenza" ha detto l'Arcivescovo di rito latino di Baghdad Jean Sleiman che ha incontrato alcuni cappellani militari degli Stati Uniti a Washington il 4 maggio.
Definendo la violenza "la lingua della politica" in Iraq l'arcivescovo ha detto che molti problemi politici - vecchi e nuovi - non sono stati risolti. Il rapporto tra arabi e curdi è teso, ha dichiarato, come quello all'interno della comunità araba musulmana tra sunniti e sciiti.
La nuova libertà acquisita dalla chiese cristiane dopo la caduta del regime del dittatore iracheno Saddam Hussein è stata una fonte di conflitto e confusione perché "molte chiese irachene non sono abituate alla libertà", ha detto Mons. Sleiman. Prima che gli Stati Uniti invadessero l'Iraq nel 2003 le persone erano protette dal regime di Saddam quando rimanevano tranquille, e "la paura avrebbe tenuto lontana la verità", ha spiegato.
Ora "abbiamo la libertà ma non ne stiamo godendo" perché gli iracheni cristiani "non ci sono abituati". "Siamo minacciati quando ci sentiamo liberi."
Il rapporto tra un pastore ed i suoi sacerdoti è cambiato così come quello tra le 14 chiese cristiane irachene, ha spiegato l'arcivescovo. Anche il ruolo della Chiesa nella società irachena è cambiato, ha aggiunto. Sotto Saddam le scuole furono nazionalizzate ma ora la chiesa gestisce 10 scuole a Baghdad, ha spiegato Mons. Sleiman. Per la prima volta i cattolici in Iraq stanno pensando alle scuole ed all’istruzione - tra "confusione e violenza". Le chiese cristiane hanno un ruolo importante nella società irachena in quanto istituzioni sociali, ha spiegato. La maggioranza degli studenti nelle scuole cattoliche di Baghdad, ad esempio, è musulmana.
Mons. Sleiman ha ricordato di quando parlando ad un altro prelato disse che "i gesuiti stavano per tornare in Iraq" e di una donna musulmana che aveva ascoltato e che disse di essere entusiasta dell’opera che i gesuiti avevano svolto nel paese. I cattolici non parlano la lingua della politica con la violenza, ha chiarito il prelato, aggiungendo che i vescovi rimangono fuori dalla politica e si occupano della società irachena e che sebbene le istituzioni cattoliche siano aperte a tutte le fedi è difficile per cristiani e musulmani lavorare insieme. "E 'più facile per i cristiani essere aperti verso i musulmani che il contrario. ... Loro (i musulmani) hanno la psicologia di una maggioranza e non capiscono i problemi di una minoranza".
L’Arcivescovo Sleiman ha spiegato come l'emigrazione sia la più grande sfida che la chiesa locale deve affrontare. Ufficialmente nella sua arcidiocesi sono registrati 5000 cattolici ma secondo lui probabilmente solo la metà sono ancora a Baghdad. I cristiani iracheni sono fuggiti a migliaia nei paesi vicini e nel nord dell'Iraq. Le famiglie sono partite ed ora, per la prima volta, gli anziani rimasti sono diventati un problema nel paese, ha detto l'arcivescovo. Dopo la riunione l'Arcivescovo Sleiman ha dichiarato al Catholic News Service che la chiesa non può fare molto per prevenire l'emigrazione. "Dobbiamo rispettare la libertà delle persone se vogliono emigrare", ha detto. "Ci sentiamo molto limitati in ciò che possiamo fare". I vescovi hanno cercato di dare l’esempio al loro gregge rimanendo nel paese e sviluppando nuovi progetti sociali ed economici per i cattolici.

Iraqi violence decreases but problems remain, says Baghdad archbishop


By Regina Linskey, May 6th, 2009

Although the situation in Iraq has improved recently, a Catholic archbishop from Baghdad, Iraq, said challenges for Catholics remain.
“The situation is improving generally … violence has really decreased … but for me, the problem is still there because the violence is still there,” said Latin-rite Archbishop Jean Sleiman of Baghdad, who met with US church officials in Washington May 4. Calling violence “the language of politics” in Iraq, the archbishop said many political problems — new and old — have not been resolved. The relationship between Arabs and Kurds is tense, he said. Within the predominantly Muslim Arab community, the relationship between Sunnis and Shiites is tense, he said. Christian churches’ new freedom since the fall of the regime of Iraqi dictator Saddam Hussein has been a source of conflict and confusion as well because “many Iraqi churches are not accustomed to freedom,” he said.
Before the United States invaded Iraq in 2003, people were protected by Saddam’s regime when they stayed quiet, and “fear would keep away the truth,” he explained. Now “we have freedom but we are not enjoying it” because Iraqi Christians “are not accustomed to it,” he said. "And we are threatened when we feel free.”
The relationship between a pastor and his priests has changed, and the relationship among Iraq’s 14 Christian churches has changed, the archbishop said. The church’s role in Iraqi society also has changed, he said. Under Saddam, schools were nationalized, but now the church runs 10 schools in Baghdad, Archbishop Sleiman said. For the first time, Catholics in Iraq are thinking about schools and education — all amid “confusion and violence,” he said.
Christian churches serve an important role in Iraqi society as social institutions, he explained. For example, the majority of the students in the Catholic schools in Baghdad are Muslims. Archbishop Sleiman recalled when he was telling another church official that the “Jesuits were coming back to Iraq,” a Muslim woman overheard and said she was so excited because of the work they used to do in the country.
Catholics do not speak the language of politics with violence, he said, adding that Iraq’s bishops stay out of politics and are concerned with Iraqi society.
Although Catholic institutions welcome all faiths, it is difficult for Christians and Muslims to work together, said Archbishop Sleiman. “It is easier for Christians to be open to Muslims than the contrary. They (Muslims) have the psychology of a majority and do not understand the problems of a minority,” he said.
Archbishop Sleiman said emigration is the greatest challenge the local church faces. Officially, 5,000 Catholics are listed in his archdiocese, but he estimated that probably only half of that number remain in Baghdad. Iraqi Christians have fled by the thousa
nds to neighboring countries and northern Iraq. Families have left and now, for the first time, the elderly left behind have become a problem in the country, the archbishop said. After the meeting, Archbishop Sleiman told Catholic News Service the church is limited in what it can do to prevent emigration. “We have to respect the freedom of people if they want to emigrate,” he said. “We feel very poor and limited in what we can do.”
The bishops have tried to set examples to their flock by staying in the country and by developing new projects to provide for Catholics socially and financially, he added.

UNHCR: In Iraq la situazione è migliorata ma non è ancora normale. Minoranze ancora a rischio

By Baghdadhope

Secondo quanto dichiarato da Ron Redmond, portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) nel corso di una conferenza stampa tenuta il 5 maggio presso il Palazzo delle Nazioni di Ginevra, il miglioramento della situazione in Iraq ha portato l’UNHCR a rivedere per la prima volta dalla fine del 2007 le linee guida che stabiliscono i criteri di accettazione dei richiedenti asilo iracheni. Linee guida che in ogni caso rappresentano per i governi che ospitano sul proprio territorio dei rifugiati iracheni solo un suggerimento e non un obbligo.
Precedentemente, secondo il parere dell’UNHCR tutti gli iracheni provenienti dai governatorati del centro e del sud del paese - a parte coloro che appartenevano a categorie escluse come chi aveva commesso crimini di guerra - dovevano essere considerati rifugiati. La differenza nelle linee guida ora riviste è che per quanto riguarda gli iracheni di quei governatorati la valutazione dell’accettabilità di richiesta di rifugio non sarà automatica ma da valutare caso per caso.
Diverso è però il caso di quegli iracheni che pur provenendo dal centro e dal sud appartengono a gruppi specifici identificati come a rischio e che dovrebbero “ricevere un trattamento di favore”. Questi gruppi includono i membri delle minoranze religiose ed etniche, i pubblici ufficiali, coloro che si pensa siano oppositori dei gruppi armati e delle fazioni politiche, coloro che hanno avuto rapporti di lavoro con le forze multinazionali o con compagnie straniere, alcuni professionisti (non specificati), coloro che lavorano nel campo dell’informazione, per le Nazioni Unite o per le ONG, gli attivisti dei diritti umani e gli omosessuali.
Nel caso degli iracheni provenienti dai governatorati di Baghdad, Diyala, Kirkuk e Salah Al-Din, così come per quelli provenienti dai tre governatorati di Dohuk, Erbil e Sulaymaniyah (costituenti la regione autonoma del Kurdistan) ma che non sono originari di quei luoghi l’UNHCR suggerisce la protezione internazionale ed invita i governi stranieri a non obbligarli a tornare in Iraq, mentre per quelli che sono originari dei tre governatorati componenti il Kurdistan il suggerimento dell’UNHCR rimane quello della valutazione dei singoli casi.
Il miglioramento della situazione in Iraq, comunque, non è secondo l’UNHCR sufficiente a giustificare una politica di incoraggiamento al ritorno in Iraq dei rifugiati all’estero o l’applicazione generica delle clausole di esclusione che di fatto cancellano lo status di rifugiato. Per questa ragione il suggerimento è che coloro che già beneficiano della protezione internazionale mantengano lo status di rifugiati.

UNHCR: In Iraq the situation has improved but it is not yet normal. Minorities still at risk.

By Baghdadhope

According to what Ron Redmond, spokeperson of the UNHCR, said during a press briefing held on May 5 at the Palais des Nations in Geneva, the improved situation in Iraq led the UNHCR to review for the first time since the end of 2007 the guidelines setting out the criteria for accepting Iraqi asylum seekers. Guidelines that for the governments hosting on their territories Iraqi refugees are in any case only a suggestion and not an obligation.
In the past according to UNHCR all Iraqis from the central and southern governorates of the country - apart from those belonging to banned categories such as those who had committed war crimes - had to be considered as refugees. The difference in the guidelines now revised is that with regard to the Iraqis coming from those governorates the evaluation of the acceptability of their refugee requests will not be automatic but individually assessed.
The case is different however for those Iraqis who even if coming from the center and the south belong to specific groups identified as at risk and who “should receive favourable consideration.” These groups include the members of ethnic and religious minorities, the public officials, those who are perceived as opponents of the armed groups and political factions, those affiliated with the multinational forces or foreign companies, some professionals (unspecified), media, UN and NGO workers, human rights activists and homosexuals.
As for Iraqis coming from the governorates of Baghdad, Diyala, Kirkuk and Salah Al-Din, as well as those from the three governorates of Dohuk, Erbil and Sulaymaniyah (comprising the autonomous region of Kurdistan) but who did not originate there UNHCR suggests the international protection and calls on foreign governments not to force them to return to Iraq while for those who originated in the three Kurdish governorates UNHCR’s suggestion is the evaluation of the individual cases.
According to the UNHCR the improvement of the situation in Iraq, however, is not sufficient to encourage the massive return of the refugees or to allow for the general application of the cessation clauses removing refugee status. For this reason the suggestion is that those who already enjoy international protection can maintain their status.

Pope to the Holy Land: Moussalli Chaldeans Jordan) "40 Iraqi children will receive first holy communion from the Pope"

Source: SIR

Forty children from the Chaldean community of Iraqi refugees will receive their First Holy Communion from the hands of Benedict XVI on Sunday 10 May during the Mass at Amman Stadium. The news is released to the SIR by Mgr. Raymond Moussalli, patriarchal vicar of the Chaldeans in Jordan. “Jordanian children will also be with them. Their desire is to pray with the Pope for the gift of peace and reconciliation in Iraq,” added the priest in charge of receiving Iraqi refugees in the Hascemite Kingdom. “It will be an important moment for our faithful, not only in Jordan, but also in Iraq. Everyone is expecting words of consolations and support from the Holy Father. They wish to see him in Iraq, but we do not know if and when this will be possible.” “There is great expectation among Iraqi refugees in Jordan,” said Moussalli “and today a group of Iraqi intellectuals, scholars and professors, from Christian and Muslim origin, who are living in Jordan sent a letter to Benedict XVI asking him to turn his eyes to the sufferings endured by the Iraqi church and its people. They called upon him to prevent Christians from fleeing the country. The letter was delivered to the Nuncio.” In the meanwhile, card. Emmanuel III Delly, Chaldean Patriarch of Baghdad, and his vicar, Mgr. Shlemon Warduni, have both arrived in Amman to meet Benedict XVI.

Papa in Terra Santa: Moussalli (Caldei Giordania" "40 bambini iracheni riceveranno la prima comunione dal Papa"

Fonte: SIR

40 bambini della comunità caldea dei rifugiati iracheni riceveranno la Prima Comunione dalle mani di Benedetto XVI domenica 10 maggio, nel corso della messa nello stadio di Amman. A rivelarlo al Sir è il segretario del vescovado caldeo di Giordania, mons. Raymond Moussalli. “Con loro ci saranno anche bambini giordani. Il loro desiderio è pregare con il Papa per l’Iraq riconciliato e in pace – aggiunge il sacerdote che da tempo si occupa dell’accoglienza dei rifugiati iracheni nel regno ascemita – sarà un momento importante per i nostri fedeli non solo in Giordania ma anche in Iraq. Tutti confidano in parole di conforto e di sostegno da parte del Santo Padre. Il loro desiderio è quello di vederlo in Iraq ma non so se questo sarà possibile e quando”. “L’attesa è grande tra i rifugiati iracheni in Giordania – afferma Moussalli – e proprio oggi un gruppo di intellettuali e docenti cristiani e musulmani iracheni che vivono in Giordania hanno scritto una lettera in cui chiedono a Benedetto XVI di volgere lo sguardo alle sofferenze del popolo e della chiesa irachena e perché si adoperi per fermare la fuga dei cristiani dal Paese. La lettera è stata consegnata al Nunzio”. Intanto ad Amman sono arrivati, per incontrare Benedetto XVI, il patriarca caldeo di Baghdad, card. Emmanuel III Delly ed il suo vicario mons. Shlemon Warduni.

Rimanere cattolici e fare volontariato nel caos di Baghdad

Fonte: Huffingtonpost

By Mark Schnellbaecher *


Tradotto ed adattato da Baghdadhope

Ho passato gli ultimi sette giorni a Baghdad alloggiando in un convento cattolico caldeo in un quartiere sciita di fronte alla zona verde. Le due suore qui - protette notte e giorno da guardie di loro scelta pagate dal governo iracheno - lasciano il piccolo edificio solo per andare al mercato o per la messa. Le 20 orfane affidate alla loro cura sono state trasferite nel relativamente sicuro nord dell'Iraq alla fine dello scorso anno. Il mio collega ed io non abbiamo dormito molto in convento a causa del rumore prodotto dagli elicotteri che volano bassi per tutta la notte e del generatore che non smette mai di funzionare.
Baghdad è una città di filo spinato, barriere di cemento, posti di blocco, recriminazioni e paura tangibile. Non c'è niente di normale qui, e tutti lo sanno. Tranne alcuni.
Lo scorso mercoledì sono andato ad una festa in uno cadente ricovero per anziani abbandonati creato dalla chiesa siro-cattolica e chiamato Beit Anya. Per quanto ho capito non c'era alcun motivo particolare per festeggiare, se non quello che un gruppo di volontari mobilitati dalla Caritas Iraq voleva fare qualcosa di diverso per le 48 vecchie signore - sunnite, sciite e cristiane - che dormono in sei in ogni stanza.
Una donna che credeva di essere la cantante beirutina Fairouz ha cantato per me una vecchia canzone d'amore egiziana. Ho anche cercato di aiutare un'altra signora a ricordare dove, negli Stati Uniti, aveva studiato 50 anni fa, restringendo alla fine il campo all'Indiana o a Manhattan.
"Se non fossi volontariato per la Caritas lascerei questo paese. Me ne andrei in Svezia, negli Stati Uniti, in Canada, in Cile o in Australia - ho parenti in tutto il mondo. Ma questo è il mio posto, e questo è il mio mondo" ha detto uno dei volontari. Fare volontariato sembra essere un affare di famiglia qui - gli uomini ballano con le vecchie signore in sedia a rotelle, le loro mogli ascoltano i segreti del passato di Baghdad mentre i loro figli distribuiscono dolcetti.
Sono venuto qui aspettandomi, da tutto ciò che avevo sentito e letto, di trovare una comunità cattolica martoriata, con i bagagli pronti per emigrare. Ho trovato invece molti iracheni cattolici che nel caos e nella paura che ancora oggi è Baghdad non solo insistono nel rimanervi ma sono anche decisi a vivere pienamente come iracheni cattolici.

* Direttore Regionale per il Catholic Relief Services in Europa e Medio Oriente, scritto dall'Iraq.

Staying Catholic, Volunteering in Baghdad's Chaos


By Mark Schnellbaecher *


I've been the last seven days in Baghdad, lodging in a Chaldean Catholic convent in a Shiite neighborhood across from the green zone. The two nuns here - protected round the clock by guards of their own choosing who are paid by the Iraqi government - leave their small compound only to go to the market or to Mass. The 20 orphan girls under their care were taken to the relative safety of northern Iraq late last year. My colleague and I didn't get much sleep in the convent, some combination of the low-flying helicopters all night long and the non-stop generator.
Baghdad is a city of concertina wire and concrete barricades and checkpoints and recriminations and fear you can feel. There is nothing normal about this place, and everyone here knows it.
Except some of its people.
I went to a party last Wednesday at a ramshackle home for abandoned elderly people established by the Syrian Catholic Church, called Beit Anya. As far as I could tell, there was no special reason for the party, other than that a group of volunteers mobilized by Caritas Iraq wanted to do something different for the 48 old ladies - Sunni, Shiite and Christian - who sleep six to a room.
I was serenaded with an old Egyptian love song by a woman who thought she was the Beiruti singing sensation Fairouz , and tried to help another lady remember where it was in the US that she did her undergraduate studies 50 years ago. We narrowed it down to Indiana, or Manhattan.
"If I wasn't volunteering with Caritas, I would leave this country. To Sweden, the US, Canada, Chile, Australia - I have relatives everywhere. But this is my place, and this is my world," said one volunteer.
Volunteering seems to be a family affair here - men dancing with old ladies in wheelchairs, their wives hearing secrets about life in Baghdad way back when, their children handing out sweets.
I came here expecting, from all I have heard and read, to find a battered Catholic community, all packed and ready to emigrate. Instead, I found a whole lot of Iraqi Catholics who, in the fear and chaos that is Baghdad still today, insist not only on staying in Baghdad but, more than that, are determined to live fully as Iraqi Catholics.

* Regional Director for Catholic Relief Services in Europe and the Middle East, writes from Iraq

6 maggio 2009

Il patriarca caldeo incontrerà Benedetto XVI ad Amman venerdì

By Baghdadhope

Secondo quanto dichiarato giorni fa dal Nunzio Apostolico in Iraq e Giordania, Mons. Francis A. Chullikat, non è prevista nessuna visita in Iraq del Papa mentre una delegazione di vescovi caldei lo incontrerà ad Amman.
Mons. Shleimun Warduni ha confermato oggi a Baghdadhope che lui ed il patriarca della chiesa caldea, il Cardinale Mar Emmanuel III Delly, lasceranno Baghdad per Amman domani per incontrare il Papa. Secondo Mons. Warduni nessun altro vescovo caldeo è atteso in Giordania per l'incontro.

The Patriarch of the Chaldean church will meet the Benedict XVI in Amman on Friday

By Baghdadhope

According to what the Apostolic Nuncio to Iraq and Jordan, Msgr. Francis A. Chullikat, declared some days ago no visit of the Pope is planned to Iraq while a delegation of Chaldean bishops will meet him in Amman.
Msgr. Shleimun Warduni confirmed today to Baghdadhope that he and the patriarch of the Chaldean church, Cardinal Mar Emmanuel III Delly, will leave Baghdad for Amman tomorrow to meet the Pope. According to Msgr. Warduni no other Chaldean bishops is expected to be in Jordan for the meeting.

Sinodo della Chiesa Caldea. Mons. Warduni: "La grazia di Dio ci ha guidati in spirito di concordia per il bene della Chiesa e dei fedeli".

By Baghdadhope

Terminato il sinodo della chiesa caldea ad Ankawa. Sul sito del Patriarcato Caldeo è stata
pubblicata la relazione dei lavori sinodali firmata dal Segretario del Sinodo Mons. Jacques Isaac.
Secondo la relazione i punti trattati sono stati molti.
I vescovi hanno auspicato l'unità all'interno della stessa chiesa caldea così come quella con le chiese sorelle sia in Iraq che all'estero in campo ecumenico e pastorale, ed il superamento della ricerca degli interessi personali.
I vescovi sono stati invitati a consolidare buone relazioni con i musulmani e con tutte le altre componenti irachene al fine di rendere il paese un'oasi di coesistenza e coesione.
Speranza è stata espressa che la pace e la stabilità possano tornare a regnare in Iraq e che i rifugiati possano far ritorno alle proprie case.
Il sinodo ha espresso la richiesta che nella nuova costituzione del Kurdistan la componente caldea possa essere inclusa indipendentemente dalle altre così come l'articolo 125 della costituzione irachena garantisce i diritti amministrativi, politici e culturali delle varie nazionalità come i turcomanni, i caldei e gli assiri. La richiesta è che tale articolo possa quindi essere incluso anche nella costituzione del Kurdistan così da permettere ai caldei di continuare a contribuire politicamente, culturalmente e socialmente alla nascita di un Iraq prospero, democratico e pluralista.
Esaminando la situazione dei rifugiati e degli sfollati iracheni cristiani il sinodo ha ringraziato tutte le istituzioni che hanno contribuito ad alleviarne le pene sottolineando l'importanza di continuare a dar loro supporto spirituale e materiale ed auspicando un loro ritorno alle proprie case ed alle proprie attività. Il sinodo a questo proposito chiede al governo iracheno di facilitare questo ritorno anche attraverso una politica di compensazione che rafforzi la presenza cristiana, nel " nostro amato paese."
In campo amministrativo il sinodo ha stabilito la creazione di un consiglio patriarcale permanente formato da 4 vescovi che sia di sostegno all'opera del patriarcato. All'attenzione del sinodo anche il Babel College, l'unica facoltà di filosofia e teologia cristiana in Iraq, l'Istituto di Scienze religiose per la formazione dei catechisti e la formazione e la crescita del clero sia in Iraq che all'estero.
La dichiarazione del sinodo non contiene riferimenti ai nomi dei 4 vescovi che formeranno il consiglio patriarcale permanente nè, come da legge canonica, alle eventuali nomine vescovili che, se sono state fatte, devono superare l'iter vaticano per le approvazioni del caso. Un passo questo necessario vista la situazione delle diocesi di Mosul, vacante dalla morte del compianto Mons. Faraj P. Rahho, e di quelle di Erbil e del Canada che mancano ancora di un vescovo titolare e che sono affidate per ora rispettivamente al vescovo di Amadhiya, Mons. Rabban Al Qas ed a Mons. Hanna Zora titolare emerito della sede di Awhaz (Iran).
E' ancora presto quindi per dire quali saranno gli sviluppi di tale sinodo che ha in ogni caso segnato un passo in avanti rispetto a quello precedente del giugno 2007 che era stato caratterizzato dalla mancata partecipazione ad esso di un nutrito gruppo di vescovi che in una dichiarazione inviata ad Asianews avevano spiegato i motivi del loro “boicottaggio” giustificandolo con una durissima critica alla gerarchia ecclesiastica caldea e con la mancata accettazione da parte del suo patriarca di posporre il sinodo stesso per avere più tempo per approfondire i temi dell’agenda suggeriti proprio da quei vescovi. Ma che soprattutto verrà ricordato come quello “bruciato” dalla notizie pubblicate che portarono ad una sorta di “congelamento” delle decisioni sinodali. Un congelamento che non ha mancato di creare tensioni tra le due parti allora avverse e che sembrerebbero essersi sciolte in questa dichiarazione comune.
Certo è che uno dei punti trattati dal sinodo: la richiesta di inclusione dell'entità caldea come separata dalle altre nella costituzione del Kurdistan non mancherà di suscitare scalpore tra i sostenitori della comune identità assiro caldea siriaca. A questa decisione non deve essere estraneo Mons. Sarhard Y. Jammo, vescovo dell'Eparchia della California che già nel 2004 si era dichiarato favorevole all'inclusione dei caldei come entità separata da quella assira nella vita dell'Iraq. Proprio Mons. Jammo che poco prima dell'inizio del sinodo aveva presenziato, insieme a Mons. Ibrahim Ibrahim, vescovo caldeo dell'Eparchia di San Tommaso Apostolo negli Stati Uniti dell'Est, ad un incontro del Chaldean National Council nella cui dichiarazione finale si è sottolineata la necessità di distinguere l'entità caldea dalle altre.
A questo proposito Baghdadhope ha sentito Mons. Shleimun Warduni che ha ribadito come "ogni etnia è cara ai suoi appartenenti" e che per questa ragione, in assenza di una denominazione comune che possa far risaltare parimenti le diverse entità che la compongono, la loro diversificazione, anche nella denominazione ufficiale, è necessaria.
Mons. Warduni ha anche spiegato i compiti del consiglio patriarcale permanente che si riunirà 2 o 3 volte all'anno per studiare, insieme al patriarca che naturalmente lo guiderà, i diversi temi da affrontare nei sinodi.
Interrogato sullo svolgimento del sinodo Mons. Warduni ha sottolineato come in questa occasione, seppure con le normali divergenze di opinione, la "grazia di Dio ci ha guidati in spirito di concordia per il bene della Chiesa e dei fedeli".

Synod of the Chaldean Church. Msgr. Warduni:"The grace of God guided us in a spirit of harmony for the good of the Church and the faithful."

By Baghdadhope

The synod of the Chaldean church ended in Ankawa. The report of the Synod, signed by the Secretary of the Synod, Msgr. Jacques Isaac was
published this morning on the website of the Chaldean Patriarchate.
According to the report the items discussed by the Synod were many.
The bishops called for unity within the Chaldean church as well as with its sister churches in Iraq and abroad in the ecumenical and pastoral fields, and for the overcoming of the pursuing of personal interests.
The bishops have been asked to consolidate good relations with Muslims and with all the other Iraqi constituents to make the country a haven of coexistence and cohesion.
Hope was expressed that peace and stability can return to reign in Iraq and that refugees can return to their homes.
The Synod expressed the request that in the new constitution of Kurdistan the Chaldean component can be included independently from the others as well as Article 125 of Iraqi constitution guarantees the administrative, political and cultural rights of different nationalities such as Turkmens, Chaldeans and Assyrians. The request is that an analogous article could be included in the constitution of Kurdistan in order to allow the Chaldeans to continue to contribute politically, culturally and socially to the birth of a prosperous, democratic and pluralistic Iraq.
Examining the situation of refugees and displaced Iraqi Christians the Synod thanked all the institutions that helped to alleviate their pains and stressed the importance of continuing to give them material and spiritual support and the hope that they can return to their homes and their businesses. The synod in this regard calls on the Iraqi government to facilitate this return also through a compensation policy that will strengthen the Christian presence in "our beloved country."
In the administrative field the Synod established the creation of a permanent patriarchal council composed of 4 bishops to support the work of the Patriarchate. The synod discussed also the situation of the Babel College, the only faculty of philosophy and Christian theology in Iraq, the Institute of Religious Sciences for the training of catechists and the formation and growth of the clergy in both Iraq and abroad.
The declaration of the synod contains no references to the names of the 4 bishops who will form the permanent patriarchal council nor, as for the canon laws, to the appointment of any other bishop that, if they were made, must overcome the Vatican iter for appropriate approvals. A necessary step given the situation of the diocese of Mosul, vacant since the death of the late Archbishop Faraj P. Rahho, and those of Erbil and Canada that still lack a titular bishop and are assigned by now respectively to the bishop of Amadhiya, Msgr. Rabban Al Qasr and to Msgr. Hanna Zora bishop emeritus of Awhaz (Iran).
It is too early to say what the developments of this synod will be. A synod that in any case marked a step forward compared to the previous one held in June 2007 which was characterized by the non-participation of a large group of bishops who in a statement sent to
Asianews explained the reasons for their "boycott" justifiying it by a severe criticism of the Chaldean church hierarchy and the refuse of its Patriarch to postpone the synod itself to have more time to explore the themes of the agenda suggested by those same bishops. But that will be especially remembered as the one "burned" by the news published that led to a sort of "freezing" of the Synod decisions. A freezing that created tensions between the then two parties and that seem to have been dissolved by this joint declaration.
Certainly one of the issues addressed by the synod: the request for the inclusion of the Chaldean entity as separate from the others in the constitution of Kurdistan will not fail to arouse uproar among supporters of the common Assyrian Chaldean Syriac identity. To this decision could have had a part Msgr. Sarhard Y. Jammo, bishop of the Chaldean Eparchy of California who already in
2004 advocated the inclusion of the Chaldeans as a separate entity from the Assyrian one in the life in Iraq. Msgr. Jammo who just before the start of the synod attended, along with Msgr. Ibrahim Ibrahim, bishop of the Chaldean Eparchy of St. Thomas the Apostle in the eastern United States, a meeting of the Chaldean National Council the final declaration of which stressed the need to differentiate the Chaldean entity from the others.
On this regard Baghdadhope talked to Msgr. Shleimun Warduni who reiterated that "every ethnicity is dear to its members" and that for this reason, in the absence of a common name that can bring out at the same level the different entities that compose it, a diversification even in the official name is required.
Bishop Warduni also explained the duties of the patriarchal permanent council that will meet 2 or 3 times per year to study, together with the Patriarch who guides it, the various topics to address to the synod.
Questioned on the course of the synod Msgr. Warduni stressed how on this occasion, albeit with the normal differences of opinion, the "grace of God guided us in a spirit of harmony for the good of the Church and the faithful."

4 maggio 2009

Papa in Terra Santa: Chullikat (Nunzio Iraq-Giordania) "Nessuna visita in Iraq"

Fonte: SIR

“Non so nulla a riguardo. Non ho nessuna informazione”. Così mons. Francis A. Chullikat, nunzio apostolico in Giordania e Iraq, commenta al Sir la notizia, riferita dal giornale al Sabah, secondo cui il Papa potrebbe recarsi in Iraq a metà di questo mese. Il giornale cita alcune fonti parlamentari irachene, definite “ben informate”. “Qualcuno avrà sentito qualcosa – aggiunge il nunzio – ma basta dire che quando ci sono notizie di questo tipo la Santa Sede le pubblica in anticipo, almeno due mesi prima. A quanto ne so io non c’è nessun programma del genere”. “E’ invece confermato – conclude - l’incontro di Benedetto XVI con una delegazione ufficiale di vescovi caldei, guidata dal Patriarca Delly, che avverrà ad Amman, in occasione del viaggio apostolico che comincia venerdì”.

Fonte: SIR

Secondo quanto riferito dal portavoce vaticano nel corso della tappa in Giordania “è lecito attendersi dal Papa qualche cenno ai rifugiati iracheni nel regno hashemita, tra i quali molti cristiani, anche se nel programma non è inserito, almeno fino ad ora, un incontro specifico con qualche loro rappresentante”.

The Pope in the Holy Land: Chullikat (Nuncio to Iraq-Jordan) "No visit to Iraq"

Source: SIR

“I do not know anything about it. I have no news”. This is how mgr. Francis A. Chullikat, apostolic nuncio to Jordan and Iraq, comments with SIR the news relayed by the newspaper Sabah that the Pope might go to Iraq in mid-May. The newspaper quotes some Iraqi parliamentary sources that have been defined as “well informed”. “Someone may have heard something – the nuncio adds –, but suffice it to say that, when there are such news, the Holy See publishes them ahead of time, at least two months earlier. As far as I know, there is no such plan”. “What has been confirmed instead – he concludes – is that Benedict XVI will meet an official delegation of Chaldean bishops lead by Patriarch Delly, which will take place in Amman, during the apostolic journey starting next Friday”.

Source: SIR
Translated and adapted by Baghdadhope

According to the Vatican spokeperson during the Papal visit to Jordan "it could be possible for the Pope to mention the Iraqi refugees living in the Hashemite kingdom, among whom many are the Christians, but no specific meeting with some of their representatives is scheduled, at least for now."

2 maggio 2009

Ankawa: besides the Synod three new priests for the Chaldean church



By Baghdadhope

In the church of St. Joseph in Ankawa at the presence of the patriarch of the Chaldean Church, Cardinal Mar Emmanuel III Delly, and of the bishops gathered in the same city for the synod three new priests from three dioceses were ordained: Father Hadil (Mosul) Father Aram (Kirkuk) and Father Stephen (Alqosh).

In the picture by Ishtar TV Patriarch Mar Emmanuel III Delly the three new priests and some of the bishops.

Ankawa: oltre al sinodo tre nuovi sacerdoti per la chiesa caldea



By Baghdadhope

Nella chiesa di St. Joseph ad Ankawa, alla presenza del patriarca della chiesa caldea, Cardinale Mar Emmanuel III Delly, e dei vescovi del sinodo riuniti nella stessa cittadina sono stati ordinati tre nuovi sacerdoti provenienti da tre diverse diocesi: Padre Hadil (Mosul), Padre Aram (Kirkuk) e Padre Stephen (Alqosh).

Nella foto di Ishtar TV il Patriarca Mar Emmanuel III Delly, i tre nuovi sacerdoti, il rettore del seminario di San Pietro, Padre Bashar Warda, ed i seminaristi.