"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014
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28 gennaio 2010

Iraq: L'Arcivescovo di Mosul valuta le prospettive per i cristiani

Fonte: Aid to the Church in Need

By John Pontifex

Tradotto ed adattato da Baghdadhope*

Colui che è diventato il più giovane arcivescovo cattolico del mondo ha parlato di "speranza e fiducia" nell'assumere il ruolo di pastore di alcuni dei cristiani più perseguitati in Iraq.
Ad appena 42 anni, Amil Shamaaoun Nona è stato ordinato arcivescovo di Mosul, nel nord dell'Iraq, sostituendo Paulos Faraj Rahho, rapito davanti alla sua cattedrale quasi due anni fa e deceduto in prigionia 10 giorni dopo.
In una dichiarazione ad "Aiuto alla Chiesa che Soffre" l'organizzazione caritatevole cattolica per i cristiani perseguitati e che soffrono, il nuovo arcivescovo ha dato la sua risposta alla continua ondata di omicidi, rapimenti e attentati dinamitardi a chiese ed ad altri centri cristiani in tutta la città. L'Arcivescovo Nona, che fino alla sua nomina è stato sacerdote della vicina diocesi di Alqosh, ha scritto: "La mia nuova missione è dare speranza e fiducia ai cristiani di Mosul, rendendoli consapevoli della presenza di un padre e di ,un ministro accanto a loro nell'attuale situazione. "
L'arcivescovo, che è stato installato nella sua cattedrale venerdì 22 gennaio, circa due settimane dopo la sua ordinazione episcopale, ha dato una valutazione realistica delle enormi sfide per i cristiani della regione affermando che, a causa della recrudescenza delle violenze anti-cristiane e delle intimidazioni nel 2003, la comunità cattolica di rito caldeo nella città di Mosul si è ridotta di due terzi ed è ora di appena 5000 persone.
L' arcivescovo Nona ha avvertito che una diminuzione del numero dei cristiani potrebbe far sprofondare il cristianesimo di Mosul nelle catacombe.
Ha scritto: "Quando tutte le persone ricche che hanno un'attività in proprio, investimenti e fabbriche, lasciano la città, coloro che rimangono avranno un effetto trascurabile."
Mosul, sul fiume Tigri e legata alla biblica Ninive, è considerata come il cuore storico del cristianesimo in Iraq e tradizionalmente la città che vantava il maggior numero di fedeli nel paese.
Con le crescenti prove dell'attività di Al Qaeda e di altri estremisti nella regione i cristiani sono fuggiti in risposta all'aumento delle vittime tra loro, un problema aggravato dal loro essere etichettati come facile bersaglio negli scontri tra curdi e arabi della città. Nel suo messaggio ad Aiuto alla Chiesa che Soffre l'Arcivescovo Nona ha continuato a chiedere che i cristiani siano lasciati in pace e tenuti fuori dalla lotta politica per il controllo della regione.
Con un riferimento indiretto alle prossime elezioni generali di marzo ha scritto: "Come cristiani dobbiamo portare la nostra causa all'attenzione dei paesi influenti in modo da esercitare pressioni sui poteri politici in conflitto in Iraq perchè non si servano di noi per ottenere vantaggi politici. Questo è ciò che sta accadendo ora ".
Ai resoconti secondo i quali l'attacco ai cristiani è considerato dai gruppi radicali come uno stratagemma per attirare l'attenzione internazionale il vescovo ha aggiunto: "Ciò che è necessario è la pressione internazionale sui partiti forti ed influenti in Iraq perchè ci tengano lontani dalla loro lotta per il potere".
Un'ondata di violenza all'inizio dell'autunno del 2008 ha costretto circa la metà della comunità cristiana di Mosul a lasciare la città.
Molti vi sono tornati ma tra essi un gran numero è ripartito con il continuare delle violenze sporadiche. Ricordando le minacce ai cristiani in tutta la città l'Arcivescovo Nona ha sottolineato come la polizia stia proteggendo ogni chiesa e le case dei sacerdoti. I suoi commenti arrivano dopo l'impennata di violenza contro i cristiani a Mosul, in particolare nel periodo di Natale.
La serie di rapimenti e uccisioni ha avuto il suo culmine il giorno prima della vigilia di Natale quando una bomba ha danneggiato la Chiesa di San Tommaso (Mar Toma) che risale a 1.200 anni fa. Due persone sono state uccise e cinque sono rimaste ferite.
In risposta all'aumento della violenza anti-cristiana l'arcivescovo di rito latino di Baghdad, Mons. Jean Sleiman, si è scagliato contro ciò che ha definito un "silenzio dei media" sulla persecuzione della chiesa in Iraq.
In un'intervista all'agenzia di stampa SIR di lunedi 25 gennaio della notizia di due uomini cattolici uccisi a Mosul nel fine settimana l'Arcivescovo Sleiman ha detto: "Rompiamo il muro di silenzio che circonda l'uccisione dei cristiani a Mosul ed in Iraq. I cristiani vengono uccisi a Mosul mentre lo Stato non fa nulla. Le forze dell'ordine in servizio nei luoghi degli attentati e delle uccisioni non vedono, non sentono e non parlano".
In questo contesto l'Arcivescovo Nona ha sottolineato nel suo messaggio ad Aiuto alla Chiesa che Soffre come la chiesa sia stata per molti cristiani di Mosul l'unica fonte di speranza. Ha scritto: "L'unica cosa cui ancora i fedeli sono vicini è la Chiesa. Per questo motivo essa, rappresentata nella persona del vescovo, deve prendersi cura dei suoi seguaci ed aiutarli a sentirsi al sicuro attraverso la sua presenza tra loro."
Mons. Nona è nato nel novembre del 1967 ad Alqosh, un antico villaggio cristiano nella piana di Ninive nei pressi di Mosul, dove ha prestato servizio come sacerdote successivamente alla sua ordinazione avvenuta nel gennaio del 1991 all'età di 23 anni. Alcuni progetti pastorali per i quali ha lavorato in quella zona hanno ricevuto un finanziamento da parte di Aiuto alla Chiesa che Soffre - in particolare nel settore del lavoro giovanile e per la costruzione di un asilo nido.
Oltre a diventare il più giovane arcivescovo cattolico secondo http://www.catholic-hierarchy.org/ Mons Nona è il nono tra i vescovi cattolici più giovani nel mondo (il più giovane ha solo 39 anni).

Iraq: New Archbishop of Mosul assesses the outlook for Christians


by John Pontifex

The man who has become the world's youngest Catholic archbishop has spoken of his "hopes and confidence" as he takes up his role as shepherd to some of Iraq's most persecuted Christians.
At barely 42, Amil Shamaaoun Nona has been ordained Archbishop of Mosul in northern Iraq, replacing Paulos Faraj Rahho, who was kidnapped outside his cathedral nearly two years ago, dying in captivity 10 days later.
In a statement to Aid to the Church in Need, the Catholic charity for persecuted and other suffering Christians, the new archbishop gave his response to the ongoing spate of killings, abductions and bomb blasts aimed at churches and other Christian centres across the city.
Archbishop Nona, who until his appointment was a priest of nearby Alqosh diocese, wrote: "My new mission is to provide hope and confidence to the Christians in Mosul, making them aware of the presence of a father and a minister beside them in their present plight."
The archbishop, who was installed in his cathedral at a ceremony on Friday (22nd Jan) about two weeks after his episcopal ordination, gave a realistic assessment of the huge challenges facing the region's Christians.
He stated that, since the upsurge of anti-Christian violence and intimidation in 2003, the Chaldean-rite Catholic community in Mosul city has dwindled by two-thirds and is now down to as few as 5,000 people.
Archbishop Nona warned that a decline in numbers threatens to force Christianity in Mosul into obscurity.
He wrote: "When all the wealthy people who own businesses, investments and factories leave the city, those who remain will have an effect that is negligible."
Mosul, on the River Tigris and linked to the Biblical Nineveh, is seen as the historical heartland of Christianity in Iraq and traditionally it has been the city boasting the largest number of faithful in the country.
But, with growing evidence of Al Qaeda and other extremist activity in the region, Christians have fled in response to increasing victimisation, a problem compounded by their being labelled as easy targets in clashes between Kurds and Arabs in the city.
In his message to ACN, Archbishop Nona went on to plead for Christians to be left in peace and kept out of the political struggle for control of the region.
In an oblique reference to the upcoming general elections in March, he wrote: "We need to carry our cause as Christians to the influential countries so as to exert pressure on the conflicting political powers in Iraq not to use us to gain some political benefits. That is what is happening now."
Amid reports that attacking Christians is seen by radical groups as a ploy to attract international attention, he added: "What is required is an international pressure on the strong and influential parties in Iraq to keep us away from their struggle for power."
A wave of violence in early autumn 2008 forced about half of Mosul's Christian community to leave the city.
Many returned but of those a large number have left as sporadic violence continues.
Pointing out the threats to Christians across the city, Archbishop Nona stressed that police protection was now in place at every church and priests' house.
His comments come after a surge of violence against Christians in Mosul, especially over Christmas.
A number of kidnappings and killings took place climaxing on the day before Christmas Eve when a bomb blast damaged the city's St Thomas's Church (Mar Toma), which dates back 1,200 years. Two people were killed and five were injured.
In response to the rise in anti-Christian violence, Latin-rite Archbishop Jean Sleiman of Baghdad, spoke out against what he called a "media silence" on persecution against the Church in Iraq.
In an interview with SIR news agency given on Monday (25th Jan) amid reports of two Catholic men being killed in Mosul at the weekend, Archbishop Sleiman said: "Let us break the wall of silence that surrounds the killing of Christians in Mosul and in Iraq.
"Christians are killed in Mosul, while the State does nothing. The forces of order serving in the places of the attacks and killings don't see, don't hear, don't speak."
Against this backdrop, Archbishop Nona underlined in his message to ACN that the Church was for many Christians in Mosul the only source of hope.
He wrote: "The only thing that the faithful are still adhering to is the Church. For this reason, the Church, represented in the person of the bishop, has to care for its followers and help them feel secure through its presence in them and among them."
Archbishop Nona was born in November 1967 in Alqosh, an ancient Christian village in the Nineveh plain outside Mosul, where he ministered as a priest after his ordination in January 1991 at the age of 23.
A number of pastoral projects he has worked on in the area received funding from Aid to the Church in Need -- most notably youth work and funds to build a kindergarten.
As well as becoming the youngest Catholic archbishop, according to http://www.catholic-hierarchy.org/, he is also the ninth youngest Catholic bishop in the world (the youngest being only 39).

20 gennaio 2010

Iraq: Mons. Sleiman (Baghdad) "Rompere il silenzio che circonda le uccisioni dei cristiani"

Fonte: SIR

“Rompiamo il muro di silenzio che avvolge le uccisioni dei cristiani a Mosul ed in Iraq”. E’ l’appello lanciato dall’arcivescovo di Baghdad dei latini, mons. Jean B. Sleiman, dopo gli ultimi assassini, tra domenica e lunedì, di due cristiani a Mosul. “I cristiani sono assassinati a Mossul e lo Stato non fa niente – dice al SIR l’arcivescovo - le forze dell’ordine in servizio nei luoghi degli attacchi e degli eccidi non vedono, non sentono, non parlano”. Una cortina di silenzio, secondo mons. Sleiman, alimentata anche dai media: “fatta una o due eccezioni, i mezzi di comunicazione sono pesantemente taciturni su questi assassini”. La paura torna tra i cristiani che riprendono la loro fuga dal Paese: “un nuovo esodo sta per incominciare. Ancora una volta dei cristiani sono sacrificati sull’altare delle politiche radicali di questo Paese”. Dal 7 di dicembre 2009 ad oggi a Mosul si sono registrati attacchi a diverse chiese, una studentessa cristiana è stata rapita, gli omicidi sono stati circa dieci, una bomba ha distrutto un bus che trasportava studenti cristiani a scuola, senza contare autobomba in diversi punti della città abitate da cristiani. Ieri sono stati i Lineamenta del prossimo Sinodo per il Medio Oriente in cui, tra l’altro, viene segnalata la difficile situazione dei cristiani iracheni, senza, tuttavia, parlare di persecuzione.

Iraq: Sleiman (Baghdad) "Break the wall of silence surrounding the killing of Christians"

Source: SIR

“Let's break the wall of silence surrounding the killing of Christians in Mosul and in Iraq”: the appeal was launched by Latin Archbishop of Baghdad Msgr. Jean B. Sleiman, after the latest killing of two Christians in Mosul, between Sunday and Monday. “Christians are murdered in Mosul and the State does nothing – said the archbishop to SIR; - the police in service in the places of attacks and massacres don't see, don't hear, and don't speak”. It is a curtain of silence according to Msgr. Sleiman, strengthened by media, too: “except for one or two cases, media are perfectly silent on these murders”. Fear grips Christians again, who are starting fleeing the country again: “A new exodus is about to begin. Once again, some Christians are sacrificed to pay homage to the radical policies of this country”. From 7 December 2009 to present days, in Mosul, several churches were attacked, a Christian student was kidnapped, murders were about ten, a bomb destroyed a bus taking Christian students to school, and car bombs exploded in several points of the city, where Christians live. Yesterday, the Lineamenta of the next Synod for the Middle East were presented; among other things, the difficult situation of Iraqi Christians was pointed out, without nevertheless talking about persecution.

7 dicembre 2009

Mons. Sleiman (Baghdad) "Grazie ai giovani prossimo voto forse più laico"

Fonte: SIR

“La popolazione riesce a vivere grazie agli aiuti alimentari, altrimenti morirebbe di fame. C’è una grave emergenza lavoro, mancanza di infrastrutture, molti lavori di ricostruzione sono stati avviati e poi lasciati, le strade piene di buche. L’elettricità erogata a singhiozzo”. A fare il punto al SIR sulla situazione irachena, a poche ore dall’approvazione della nuova legge elettorale, è l’arcivescovo latino di Baghdad, mons. Jean B. Sleiman. Nel nuovo parlamento ci saranno 325 seggi, di cui 15 per le minoranze. L’accordo sulla maggiore rappresentanza delle componenti curde, cristiane e sunnite ha evitato l’apertura di una crisi politica e dato il via libera alle seconde elezioni dalla caduta di Saddam Hussein anche se la data non è stata ancora fissata. “La grande speranza dell’Iraq sono i giovani, la grande natalità e la sete di imparare, di conoscere, di rinascere, di uscire fuori da questa situazione. Sono esausti e delusi da quanto è successo. Le ultime elezioni hanno fatto emergere una voglia di cittadinanza, di razionalità non di integralismo e fondamentalismo. Questo potrebbe avere un peso sul prossimo voto, che a detta di molti analisti, dovrebbe favorire i moderati. Sarà un voto a scarso peso religioso, forse più laico con una scelta scevra da pressioni religiose”.

Mgr. Sleiman (Baghdad) "Next elections likely to be more lay thanks to the young"

Source: SIR

“The population would die from hunger if food aid were not provided. The employment situation is critical, there is a lack of infrastructure, reconstruction works were undertaken and then interrupted, streets are full of holes and electricity supply is discontinuous”. The Latin archbishop of Baghdad, Mgr. Jean B. Sleiman, takes stock of the Iraqi situation in an interview with the SIR, a few hours after the approval of the new electoral law. There will be 325 seats in the new parliament, 15 of which will be assigned to minorities. The agreement on the increased representation of Kurds, Christians and Sunnites prevented the outbreak of a political crisis and paved the way to the second elections after the fall of Saddam Hussein on a date yet to be confirmed. “The young are Iraq’s greatest hope together with a high birth rate, the longing for learning, for knowledge and for rebirth and the will to overcome this situation. The young are worn out and disappointed about what happened. In the latest elections, aspirations to citizenship and rationality prevailed over extremism and fundamentalism. According to the experts, this could have an impact on the upcoming elections and favour moderates. These elections are likely to be the result of lay choices, not influenced by religious pressure”.

7 maggio 2009

Gli iracheni cristiani sono troppo spaventati per rivelare tutta la verità sulla violenza


By Michelle A. Vu, 7 maggio 2009

Tradotto ed adattato da Baghdadhope

La paura mantiene silenti gli iracheni cristiani circa il grado di persecuzione che la piccola minoranza sopporta, ha detto martedì un arcivescovo cattolico iracheno in un incontro privato con alcuni esperti di libertà religiosa e giornalisti.
Questi cristiani non solo hanno paura di parlare per la propria sicurezza ma anche di ritorsioni nei confronti dei loro correligionari in Iraq, ha spiegato Mons. Jean Benjamin Sleiman, a capo della chiesa di rito latino in Iraq, durante una colazione offerta dall’Hudson Institute. Questa mentalità ha fatto sì che anche gli iracheni cristiani negli Stati Uniti e in altre nazioni occidentali siano rimasti silenziosi sulla grave persecuzione dei cristiani nella loro patria.
E’ come se gli iracheni cristiani parlassero due lingue diverse, ha spiegato l'arcivescovo al piccolo gruppo di americani riuniti per l’evento ad inviti. Al Papa dicono di essere perseguitati ma all’opinione pubblica dicono di vivere bene con solo occasionali problemi.
"Credo che in Iraq io abbia sofferto di mancanza di libertà e di verità," ha affermato Sleiman. "Capisco perché e non rivolgo delle accuse. Il mio predecessore era solito dire di non capire la politica ma io ho capito qualcosa di reale: io vedo le persone soffrire. Lui non ha mai risposto a domande politiche", ha detto l'arcivescovo.
A partire dalla guerra a guida USA all’Iraq nel 2003 più di 200 cristiani sono stati uccisi, decine di chiese sono state attaccate, e più della metà della popolazione cristiana irachena ha lasciato il paese. A marzo dello scorso anno il secondo più alto prelato cattolico in Iraq, l’Arcivescovo Paulos Faraj Rahho, fu rapito e poi assassinato nella città settentrionale di Mosul. Nel mese di ottobre più di 15.000 iracheni cristiani furono cacciati dalla stessa città dopo che 13 appartenenti alla comunità erano stati uccisi in quattro settimane, compresi tre in un solo giorno.
E solo la settimana scorsa tre cristiani sono stati attaccati ed uccisi a Kirkuk.
"C’è vera e propria paura, un sentimento dominante che spinge molte persone a lasciare il paese", ha affermato Sleiman. "Anche se non hanno difficoltà personali pensano che ora è il loro vicino ad avere problemi e forse domani sarà la loro famiglia".
Nina Shea, direttore dell’Hudson Center for Religious Freedom, ha criticato il governo iracheno per non avere fatto abbastanza per proteggere la minoranza cristiana del paese. Ha detto che anche se il vice presidente iracheno ha pubblicamente esortato i cristiani a rimanere in Iraq e promesso loro protezione non si fa nulla per rendere ciò possibile. La chiesa, ha detto l'Arcivescovo Sleiman, non può essere responsabile della sicurezza degli iracheni cristiani.
"Credo che la chiesa stia ancora dando un aiuto", ha affermato Sleiman, "ma uccisioni e rapimenti dipendono dal potere politico e non dalla chiesa. La sicurezza non può davvero essere il nostro dovere", ha aggiunto rilevando come la chiesa non possa fare nulla contro la paura. L'arcivescovo iracheno, pur rifiutando di commentare la politica e la presenza militare degli Stati Uniti in Iraq, ha raccomandato che gli Stati Uniti aiutino i cristiani iracheni in campo culturale come l'istruzione e l'occupazione. Egli ritiene che la battaglia in Iraq sia di tipo culturale perché anche se ci sono buone leggi non verranno applicate a meno che le menti dei cittadini non cambino. Molti cittadini continuano a non capire il concetto di democrazia e votano per i membri del proprio gruppo piuttosto che per un candidato, ha spiegato.
Sleiman è a Washington questa settimana per incontrare i membri del Dipartimento di Stato ed alcuni leaders del congresso per discutere della perseguitata popolazione cristiana in Iraq. Ha inoltre in programma di partecipare al National Catholic Prayer Breakfast a Washington venerdì prossimo.
L'Iraq è un paese indicato come fonte di particolare preoccupazione nella Relazione 2009 della Commissione negli Stati Uniti sulla Libertà Religiosa Internazionale(USCIRF). Shea, un’esperta della libertà religiosa in Iraq è commissario per l’USCIRF

Iraqi Christians Too Scared to Reveal Whole Truth on Violence

Source: Christian Post

By Michelle A. Vu, May 7th, 2009

Fear keeps Iraqi Christians quiet about the extent of persecution the tiny minority group endures, said an Iraqi Catholic archbishop Tuesday at a private meeting with religious freedom experts and journalists.
These Christians do not fear only for their own safety, but they are afraid of retribution against fellow believers in Iraq if they speak out, explained the Most Rev. Jean Benjamin Sleiman, the head of the Latin mass church in Iraq, at a Hudson Institute hosted luncheon. This mindset has kept even Iraqi Christians in the United States and other western nations relatively quiet about the severe Christian persecution in their homeland.
It is as if Iraqi Christians speak two different languages, the archbishop told the small group of Americans gathered for the invitation-only event. To the pope they say they are being persecuted, he said, but to the public they say they are living well with occasional problems.
“I think in Iraq I suffered from lack of freedom and the truth,” Sleiman said. “I understand why, I don’t accuse. My predecessor used to say I don’t understand politics but I understand something realistic, I see people suffer. So he never answered political questions,” the archbishop said.
Since the US-led Iraq war in 2003, more than 200 Christians have been killed, dozens of churches have been bombed, and more than half the Iraqi Christian population have left the country.
Last March, the second most senior Catholic cleric in Iraq, Archbishop Paulos Faraj Rahho, was kidnapped and then murdered in the northern city of Mosul. Then in October, more than 15,000 Iraqi Christians were reportedly driven out of the northern city of Mosul after 13 local Iraqi Christians were killed within four weeks, including three within 24 hours.
And just last week, three Christians were attacked and killed in Kirkuk, Iraq.
“There is a real fear and now the fear spirit is still dominating and pushing many people to leave the country,” Sleiman said. “Even if they don’t have personal difficulties, they say now my neighbor has difficulty maybe tomorrow my family.”
Nina Shea, the director of Hudson’s Center for Religious Freedom, criticized the Iraqi government for not doing enough to protect the country’s Christian minority. She said even though the Iraqi vice president has publicly urged Christians to stay in Iraq and vowed protection, nothing is being done to make this possible.
The church, said Archbishop Sleiman, cannot be responsible for the safety of Iraqi Christians.
“I think the church is still helping,” said Sleiman, “but when you have killing and kidnapping, it is something that depends on the political authority not on the church."
“Security cannot really be our duty,” he said, noting that the church cannot do anything about the fear.
The Iraqi archbishop, while declining to comment about US politics and military in Iraq, recommended that the United States help Iraqi Christians through cultural aspects such as education and employment. He believes that the battle in Iraq is a cultural one because even if there are good laws, they will not be applied unless the minds of citizens change. Many citizens still do not understand the concept of democracy and vote for their group member rather than a candidate, he said.
Sleiman is in Washington, DC this week to meet with members of the State Department and congressional leaders to discuss the persecuted Christian population in Iraq. He also plans to attend the National Catholic Prayer Breakfast in Washington on Friday.
Iraq is listed as a country of particular concern in the US Commission on International Religious Freedom’s (USCIRF) 2009 Annual Report. Shea, an expert on religious freedom in Iraq, serves as a commissioner for USCIRF.

La violenza diminuisce in Iraq ma i problemi restano, dice un arcivescovo di Baghdad


By Regina Linskey, 6 maggio 2009
Tradotto ed adattato da Baghdadhope

Anche se la situazione in Iraq è migliorata di recente un arcivescovo cattolico di Baghdad ha dichiarato che le sfide per i cattolici permangono. "La situazione in generale sta migliorando … la violenza è davvero diminuita … ma per me il problema c’è perché c’è ancora violenza" ha detto l'Arcivescovo di rito latino di Baghdad Jean Sleiman che ha incontrato alcuni cappellani militari degli Stati Uniti a Washington il 4 maggio.
Definendo la violenza "la lingua della politica" in Iraq l'arcivescovo ha detto che molti problemi politici - vecchi e nuovi - non sono stati risolti. Il rapporto tra arabi e curdi è teso, ha dichiarato, come quello all'interno della comunità araba musulmana tra sunniti e sciiti.
La nuova libertà acquisita dalla chiese cristiane dopo la caduta del regime del dittatore iracheno Saddam Hussein è stata una fonte di conflitto e confusione perché "molte chiese irachene non sono abituate alla libertà", ha detto Mons. Sleiman. Prima che gli Stati Uniti invadessero l'Iraq nel 2003 le persone erano protette dal regime di Saddam quando rimanevano tranquille, e "la paura avrebbe tenuto lontana la verità", ha spiegato.
Ora "abbiamo la libertà ma non ne stiamo godendo" perché gli iracheni cristiani "non ci sono abituati". "Siamo minacciati quando ci sentiamo liberi."
Il rapporto tra un pastore ed i suoi sacerdoti è cambiato così come quello tra le 14 chiese cristiane irachene, ha spiegato l'arcivescovo. Anche il ruolo della Chiesa nella società irachena è cambiato, ha aggiunto. Sotto Saddam le scuole furono nazionalizzate ma ora la chiesa gestisce 10 scuole a Baghdad, ha spiegato Mons. Sleiman. Per la prima volta i cattolici in Iraq stanno pensando alle scuole ed all’istruzione - tra "confusione e violenza". Le chiese cristiane hanno un ruolo importante nella società irachena in quanto istituzioni sociali, ha spiegato. La maggioranza degli studenti nelle scuole cattoliche di Baghdad, ad esempio, è musulmana.
Mons. Sleiman ha ricordato di quando parlando ad un altro prelato disse che "i gesuiti stavano per tornare in Iraq" e di una donna musulmana che aveva ascoltato e che disse di essere entusiasta dell’opera che i gesuiti avevano svolto nel paese. I cattolici non parlano la lingua della politica con la violenza, ha chiarito il prelato, aggiungendo che i vescovi rimangono fuori dalla politica e si occupano della società irachena e che sebbene le istituzioni cattoliche siano aperte a tutte le fedi è difficile per cristiani e musulmani lavorare insieme. "E 'più facile per i cristiani essere aperti verso i musulmani che il contrario. ... Loro (i musulmani) hanno la psicologia di una maggioranza e non capiscono i problemi di una minoranza".
L’Arcivescovo Sleiman ha spiegato come l'emigrazione sia la più grande sfida che la chiesa locale deve affrontare. Ufficialmente nella sua arcidiocesi sono registrati 5000 cattolici ma secondo lui probabilmente solo la metà sono ancora a Baghdad. I cristiani iracheni sono fuggiti a migliaia nei paesi vicini e nel nord dell'Iraq. Le famiglie sono partite ed ora, per la prima volta, gli anziani rimasti sono diventati un problema nel paese, ha detto l'arcivescovo. Dopo la riunione l'Arcivescovo Sleiman ha dichiarato al Catholic News Service che la chiesa non può fare molto per prevenire l'emigrazione. "Dobbiamo rispettare la libertà delle persone se vogliono emigrare", ha detto. "Ci sentiamo molto limitati in ciò che possiamo fare". I vescovi hanno cercato di dare l’esempio al loro gregge rimanendo nel paese e sviluppando nuovi progetti sociali ed economici per i cattolici.