"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

27 aprile 2008

Un nuovo servo della chiesa irachena: Abuna Robert S. Jarjis

By Baghdadhope

Secondo quanto annunciato nella diretta del Centro Televisivo Vaticano sono 29 e non 28 i diaconi che stamani nella basilica di San Pietro sono stati ordinati alla vita sacerdotale per la Diocesi di Roma.
Tra essi, per il Patriarcato di Babilonia dei Caldei, l'iracheno Padre Robert S. Jarjis.
Ad assistere alla cerimonia per la chiesa caldea Monsignor Shleimun Warduni, vescovo di Baghdad, Monsignor Sarhad Y. Jammo vescovo dell'eparchia degli Stati Uniti occidentali, Monsignor Ramzi Garmou, vescovo di Tehran e Monsignor Philip Najim, Procuratore caldeo presso la Santa Sede.
"Eccomi" e "lo prometto". Queste le parole pronunciate dai neo sacerdoti in risposta alla chiamata del Pontefice durante le toccante cerimonia di cui rimane il ricordo delle lacrime che bagnavano il viso di uno dei giovani neo sacerdoti al momento della vestizione, le mani di tutti i nuovi servitori della Chiesa stretti tra quelle del Santo Padre al momento dell'unzione con il Crisma, e l'unica veste sacerdotale bianca ornata dalla croce caldea sulla schiena, quella di Padre Robert, a sancire la perfetta comunione della Chiesa Caldea con quella di Roma ma anche il rispetto per la sua antichissima tradizione di cui Padre Robert è chiamato, d'ora in poi, ad essere testimone. Rispetto dimostrato anche da Papa Benedetto XVI che, lasciando la Basilica di San Pietro per recarsi presso i suoi appartmenti per la recita dell'Angelus domenicale, ha stretto la mano e rivolto alcune parole a Monsignor Shleimun Warduni.

Assente alla cerimonia, invece, Padre Saad Sirop Hanna, il sacerdote caldeo sequestrato a Baghdad il 15 agosto 2006 che in quegli stessi momenti era ospite del programma di Rai 1 "A Sua immagine" dedicato ai martiri cristiani durante il quale, raccontando la sua terribile esperienza durata 28 giorni, ha denunciato l'obiettivo di svuotare il paese dai cristiani perseguito dai gruppi fondamentalisti che hanno fatto di quella minoranza la vittima di continue violenze, ha affermato di pregare per tutti, cristiani, musulmani e soprattutto proprio per i violenti, ed ha concluso il suo intervento affermando che pur avendolo invocato "non ho avuto la grazia del martirio" ricordando chi, invece, proprio per la fede è stato ucciso.

A new servant for Iraqi Church: Abuna Robert S. Jarjis

By Baghdadhope

As announced by Vatican Television Center the deacons who this morning have been ordained to priestly life for the Diocese of Rome in the basilica of St. Peter are 29 and not 28. Among them, for the Patriarchate of Babylon of the Chaldeans, the Iraqi Father Robert S. Jarjis.

To attend the ceremony for the Chaldean church were Mgr. Shleimun Warduni, bishop of Baghdad, Mgr. Sarhad Y. Jammo of the Eparchy of Western United States, Mgr. Ramzi Garmou, bishop of Tehran and Mgr.Philip Najim, the Chaldean Procurator to the Holy See.
"Here I am" and "I promise". These were the words uttered by the neo priests in response to the call of Pope during the touching ceremony of which it will remain the memory of the tears bathing the face of a young neo priest at the taking of habit, of the hands of all the new servants of the Church in those of the Holy Father at the moment of the unction with the Holy Chrism, and of the only white priestly vestment adorned on the back by the Chaldean Cross, that of Father Robert, to sign the perfect communion of the Chaldean Church with that of Rome but also the respect for its ancient tradition of which Father Robert is called, from now onwards, to be a witness. Respect showed also by Pope Benedict XVI who, while leaving St. Peter's Basilica to go to his apartments for the Sunday Angelus, shook his hands and exchanged some words with Mgr. Shleimun Warduni.

Absent in the ceremony, instead, was Father Hanna Saad Sirop, the Chaldean priest abducted in Baghdad on August 15, 2006 who in those moments was a guest of the TV programme "In His image" broadcasted by Italian Television dedicated to the Christian martyrs during which, recalling his terrible experience that lasted 28 days, he denounced the objective of clearing the country by Christians pursued by fundamentalist groups that have made that minority the victim of continuing violence, said he prays for everyone, Christians, Muslims and especially for the violent people, and concluded his speech by saying that despite having invoked it "I had not the grace of martyrdom" recalling who, on the other hand, because of the faith has been killed.

25 aprile 2008

Un nuovo sacerdote caldeo: Padre Robert S. Jarjis

By Baghdadhope

"Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo regno"


Con queste parole il diacono caldeo Robert S. Jarjis ha annunciato la sua prossima ordinazione, un' occasione di "immensa gioia e gratitudine".
La celebrazione si terrà domenica 27 aprile alle ore 9.00 nella Basilica di San Pietro a Roma e sarà officiata da Sua Santità Papa Benedetto XVI.
Per la chiesa caldea saranno presenti alla celebrazione Monsignor Shleimun Warduni, Vescovo di Baghdad, Monsignor Sarhad Y. Jammo, Vescovo della Diocesi degli Stati Uniti Occidentali, Monsignor Ramzi Garmou, Vescovo di Tehran e Monsignor Philip Najim, Procuratore caldeo presso la Santa Sede oltre a sacerdoti, monaci e suore caldee provenienti dall'Italia e dall'Europa.
Domenica 28 aprile alle ore 18.00, nella cappella del Collegio Pontificio Urbano di Roma Padre Robert S. Jarjis celebrerà la sua prima Messa

Ad Abuna (Padre) Robert, come sarà da oggi in poi chiamato, i migliori auguri di un sereno cammino lungo la strada che egli ha scelto.

La cerimonia potrà essere seguita in diretta su TELEPACE:
EUROPA:
Satellite Eutelsat Hotbird @ 13° E
Frequenza 12384 MHz
Polarizzazione Verticale
FEC 3/4
Symbol Rate 27.500 MSym/sec
Transponder Txp 84
PID Video/Audio V = 3027, A1 = 3037, A2 = 3097, SID = 3007

NORD AMERICA:
Satellite Intelsat Galaxy 25 @ 97° W
Frequenza 11874 MHz
Polarizzazione Orizzontale
FEC 2/3
Symbol Rate 22.000 MSym/sec
Transponder Txp K8
PID Video/Audio V = 2124, A1 = 2161, A2 = 519, SID = 229

Segnaliamo inoltre che sempre domenica 27 aprile, nella puntata del programma "A Sua immagine" che va in onda a partire dalle 10.30 su RAI 1 sarà ospite in studio la teologa Marinella Perroni, che spiegherà la diaspora dei cristiani perseguitati da Gerusalemme ad Antiochia, a partire dal martirio di Santo Stefano, il primo martire della storia dei cristiani.
Il racconto verrà attualizzato con le storie dei cristiani perseguitati oggi.
"In studio l'esclusiva testimonianza di un sacerdote iracheno vittima di un rapimento in Iraq."

A new Chaldean priest: Father Robert S. Jarjis

By Baghdadhope

"Our Father who art in heaven, hallowed be your name, your kingdom come"

By these words, the Chaldean deacon Robert S. Jarjis announced his next ordination, an occasion of "immense joy and gratitude."
The celebration will be held on Sunday, April 27 at 9:00 am in St. Peter's Basilica in Rome and will be officiated by His Holiness Pope Benedict XVI.
Present at the ceremony for the Chaldean church will be Mgr. Shleimun Warduni, Bishop of Baghdad, Mgr. Sarhad Y. Jammo, Bishop of the Diocese of Western United States, Mgr. Ramzi Garmou, Bishop of Tehran and Mgr. Philip Najim, the Chaldean Procurator to the Holy See, as well as priests, monks and nuns from Italy and Europe.
Sunday, April 28 at 18.00 pm, in the chapel of the Pontifical Urban College in Rome Father Robert S. Jarjis will celebrate his first Mass.

To Abuna (Father) Robert, as he will be called from today onwards, best wishes for a peaceful journey along the road he chose.

The ceremony will be broadcasted live by TELEPACE:
EUROPE:
Satellite Eutelsat Hotbird @ 13° E
Frequenza 12384 MHz
PolarizzazioneVerticale
FEC 3/4
Symbol Rate 27.500 MSym/sec
Transponder Txp 84
PID Video/Audio V = 3027, A1 = 3037, A2 = 3097, SID = 3007
NORTH AMERICA:
Satellite Intelsat Galaxy 25 @ 97° W
Frequenza 11874 MHz
Polarizzazione Orizzontale
FEC 2/3
Symbol Rate 22.000 MSym/sec
Transponder Txp K8
PID Video/Audio V = 2124, A1 = 2161, A2 = 519, SID = 229

24 aprile 2008

Tareq Aziz: "Arrivederci Roma... good bye... au revoir"

By Baghdadhope

Era aprile dello scorso anno, e Tareq Aziz, ex primo ministro, ex ministro degli esteri, ma soprattutto ex "volto presentabile" del regime di Saddam Hussein, sognava di poter vivere a Roma una volta scarcerato dagli americani che lo detengono a Baghdad dal 24 aprile del 2003, quando si consegnò nelle loro mani.
La realtà è però molto diversa dai sogni, e sempre ad aprile, ma il 29 prossimo, per Tareq Aziz inizierà un altro tipo di viaggio: quello che dalla prigione in cui è detenuto lo porterà al tribunale dove un giudice curdo - lo stesso che pronunciò la condanna a morte di Saddam Hussein - presiederà al processo che vede Aziz coinvolto, insieme ad altri gerarchi dell'ex regime tra cui il fratellastro di Saddam, Watban Ibrahim Al Hassan, nell'uccisione di 42 commercianti che nel 1992 vennero accusati di avere speculato sui prezzi dei generi alimentari.
Un'accusa che sa tanto di pretesto visto che ben altri sono i crimini di cui Aziz verrà probabilmente accusato magari non in quanto esecutore ma in quanto complice passivo.
Tareq Aziz quindi, l'8 di picche del famoso mazzo di carte che rappresentava i 52 ricercati più importanti del regime di Saddam, difficilmente potrà ancora avanzare richieste di sorta.
Non serviranno gli appelli del figlio Ziad che, dalla Giordania dove vive con il resto della famiglia, ha più volte chiesto la scarcerazione del padre per problemi di salute. Nè serviranno quelli
del Patriarca Caldeo, il Cardinale Mar Emmanuel III Delly che ancora lo scorso Natale ne aveva richiesto la liberazione in una più generale richiesta per coloro che erano detenuti in Iraq senza prove a loro carico.
Inevitabilmente questo processo, come gli altri che lo hanno preceduto, sarà dichiarato da molte voci nel mondo come irregolare e manipolato dal governo americano che di fatto controlla quello iracheno. Niente di più vero. La stessa, frettolosa esecuzione di Saddam Hussein, ha dimostrato il desiderio che non venissero alla luce i misfatti e le complicità dei governi stranieri con il regime iracheno.
E' anche vero però che un comportamento negativo non ne cancella un altro solo perchè ad esso precedente. I crimini americani in Iraq non cancellano quelli del regime di cui Aziz era parte importante.
Il cristiano caldeo Michael Yohanna, nato a Tel Keif nel 1936, colui che si creò un' identità araba cambiandosi il nome in Tareq Aziz e la cui stessa presenza nel gotha del potere iracheno veniva citata come prova della benevolenza del regime verso le minoranze potrà ripetere in aula le
parole di suo figlio: "Mio padre lavorava nel campo politico, non era responsabile nei confronti della gente, eseguiva gli ordini e non aveva potere decisionale."

Ma sarà inutile. E sarà poco. Perchè troppi iracheni non hanno avuto il potere per denunciare i crimini del regime. Lui invece l'ha avuto, ma non l'ha usato. Anche questo è un crimine.

Tareq Aziz: "Arrivederci Roma... good bye... au revoir..."

By Baghdadhope

It was in the month of April, last year, that Tareq Aziz, former prime minister, former foreign minister, but especially former public face of the regime of Saddam Hussein, dreamed of being able to live in Rome once released by the Americans who detain him in Baghdad since 24 April 2003, when he surrendered to US soldiers.
But reality is different from dreams, and always in April, but on the next 29 of the month, Tareq Aziz will start another kind of journey: from the prison where he is held to the court where a Kurdish judge - the same who read the death sentence of Saddam Hussein - will chair the process that sees Aziz involved, along with other hierarchs of the former regime including Saddam's half-brother, Watban Ibrahim Al Hassan, in the killings of 42 merchants who in 1992 were accused of having speculated on the prices of foodstuffs. A charge that appears as a pretext as others are the crimes Aziz will be probably accused of, maybe not as a performer but as a passive accomplice. Tareq Aziz then, the 8 of spades in the famous deck of cards representing the 52 most wanted hierarchs of the regime of Saddam, hardly will be able to make other requests. Unhelpful will be the appeals made by his son Ziad, who lives in Jordan with the rest of the family, who repeatedly demanded his father’s release for health problems. Neither will be those of the Chaldean Patriarch, Cardinal Mar Emmanuel III Delly who still last Christmas requested Aziz’s release in a more general request for those who were detained in Iraq without evidence against them. Inevitably this process, like the others that preceded it, will be declared by many voices in the world as illegal and manipulated by the American government that effectively controls the Iraqi one. Nothing could be more true. The same, hasty execution of Saddam Hussein demonstrated the desire to hide the misdeeds and the complicity of foreign governments with the Iraqi regime. It is also true, however, that a negative behaviour does not erase another just because it is prior to it. Americans crimes in Iraq will not erase those of the regime Aziz was an important part of. The Chaldean Christian Michael Yohanna, who was born in Tel Keif in 1936, the one who created for himself an Arab identity changing his name in Tareq Aziz and whose very presence in the elite of Iraqi power was cited as evidence of the benevolence of the regime towards minorities can repeat his son’s words: "My father worked in the political field, was not responsible for anything against his own people, he was following orders and had no decision-making power."

But it will be useless. And it will be little. Too many Iraqis did not have the power to denounce the crimes of the regime. He had this power, but he did not use it. This is also a crime.

23 aprile 2008

QUELLA NUOVA FORTEZZA NEL CUORE DI BAGHDAD. . .

Source: Misna




“Sembrerebbe che gli Stati Uniti occuperanno l’Iraq per sempre”: così una giornalista del canale televisivo ‘Nbc’ conclude il servizio dedicato alla “controversa” costruzione della nuova ambasciata americana a Baghdad, in via di completamento sulle rive del Tigri. I giornalisti l’hanno ribattezzata “Fortress America” ed è tutto un programma: una città nella città, della superficie di 42 ettari (come la Città del Vaticano), 27 palazzi, due campi da basket, una piscina e alloggi per almeno 600 dipendenti, senza contare i circa 200 agenti di sicurezza necessari per proteggere la ‘fortezza’. “Sarà la più grande ambasciata del mondo ed è già costata al contribuente americano 700 milioni di dollari, senza contare i 35 milioni da aggiungere alla fattura per i ritardi di costruzione e i due miliardi di dollari che costerà ogni anno” riferisce ancora il servizio della tv statunitense. “Un edificio del genere sarà sicuramente molto bello e dotato di ogni confort e garanzie di sicurezze, ma al di là delle mura di questa fortezza irraggiungibile si trova il popolo iracheno, un popolo che soffre ogni giorno di più, al quale è stata tolta ogni dignità: costretto alla fuga, sottoposto a un’insicurezza costante, in un paese ormai diviso, occupato e saccheggiato delle proprie risorse” commenta alla MISNA monsignor Philip Najim, iracheno, procuratore dei Caldei presso la Santa Sede.
“Sarebbe stata una bella vittoria per gli americani - dice ancora - se avessero costruito oltre all’ambasciata anche qualche bel palazzo per gli iracheni, scuole e ospedali, infrastrutture e pensato un po’ di più al benessere della popolazione nelle nostre città ormai diventate città di morte”. Da cinque anni, continua l’esponente della Chiesa caldea, “la comunità internazionale ci fa promesse di democrazia, di libertà, di dignità ma a guardare quello che succede ogni giorno nel paese ci chiediamo dove siano e soprattutto – insiste – chiediamo alla coscienza della comunità internazionale come mai sta accettando di vedere la democrazia andare nel verso sbagliato”. Noi, dice alla MISNA monsignor Najim, “non siamo contro gli americani in particolare, non siamo contro nessuno, ma siamo davvero dispiaciuti che non si prendano mai in considerazione gli interessi e le esigenze del popolo iracheno”.

Iraq: Warduni (Baghdad) "Il paese non può perdere i cristiani"

Fonte: SIR

“Apprendo con soddisfazione delle richieste che vengono da alcuni Paesi dell’Unione europea in merito all’accoglienza in Europa dei rifugiati cristiani iracheni ma occorre anche lavorare affinché i cristiani non lascino più l’Iraq”.
Lo ha dichiarato al Sir il vescovo ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni che avverte: “il Paese rischia di svuotarsi dei cristiani se non si lavora per garantire loro, come a tutta la popolazione, sicurezza e stabilità”. Per il vescovo, infatti, è “quanto mai urgente venire incontro alle centinaia di migliaia di rifugiati cristiani che si trovano sparsi tra Siria, Libano, Giordania ed altri Paesi limitrofi. Per questi si potrebbe prevedere una sistemazione rispettosa della dignità umana nei Paesi europei in attesa che facciano rientro in Iraq quando la situazione lo consentirà”. Allo stesso tempo “è necessario che la Comunità internazionale e il Governo iracheno facciano il possibile per dare sicurezza e stabilità ai cristiani che sono in Iraq, così come a tutta la povera popolazione vessata da questa guerra. E’ fondamentale – conclude - che i cristiani restino nel Paese e che quelli che sono fuori, sradicati, possano tornare alle loro case, al loro lavoro, ai loro affetti”.

Iraq: Warduni (Baghdad) "The country cannot lose its Christians"

Source: SIR

“I am glad to learn about the requests that some countries of the European union have made to us about taking in Europe the Iraqi Christian refugees, but we must also work so that Christians will never have to leave Iraq again”.
This was stated to SIR by the auxiliary bishop of Baghdad, mgr. Shlemon Warduni, who warns: “the country risks losing its Christians, unless we work to ensure them, as well as to all the population, security and stability”. According to the bishop, it is “more urgent than ever to help the hundreds of thousands of Christian refugees who are scattered all over Syria, Lebanon, Jordan and other neighbouring countries. They might find a form of accommodation that is respectful of their human dignity in the European countries, while they wait to go back to Iraq when the situation so allows”. At the same time, “the international community and the Iraqi Government must do all they can to give security and stability to the Christians who are in Iraq, as well as to all the poor population, tormented by this war. It is essential – he concludes – that Christians remain in the country and those who are outside, uprooted, may come back to their homes, to their jobs, to their loved ones”.

22 aprile 2008

Iraq: Mauro (PE) "Applicare la risoluzione sulla persecuzione delle comunità cristiane"

Fonte: SIR

"La situazione dei profughi in Iraq è in continuo peggioramento, ogni giorno che passa aumentano le violenze e le vittime, che sono soprattutto di religione cristiana". È l'ennesima denuncia del vicepresidente del Parlamento europeo, Mario Mauro, che si unisce così all'appello per l'accoglienza dei profughi portata avanti dal ministro Federale dell'Interno tedesco, Wolfgang Schaeuble.
"Le istituzioni internazionali, Unione europea e Nazioni Unite, insieme con gli stati membri dell'Unione europea, diano finalmente un seguito concreto alla Risoluzione sulla persecuzione delle comunità cristiane e di altre comunità religiose in tutto il mondo, approvata il 12 novembre scorso - prosegue - non si può negare che la situazione della comunità cristiana in Iraq sia particolarmente a rischio" conclude l'eurodeputato che replica anche alle affermazioni del ministro sloveno Dragutin Mate, secondo il quale non bisognerebbe creare un corridoio preferenziale per i cristiani. "I numeri – dice Mauro - parlano chiaro, essi costituiscono un bersaglio privilegiato e sono sicuramente più vulnerabili rispetto a tutte le altre minoranze in Medio Oriente". Nei giorni scorsi circa 4.000 persone erano scese in piazza a Bruxelles per protestare contro l'aumento delle violenze nei confronti dei cristiani in Iraq.

Iraq: Mauro (EP) "Enforcing the resolution on the persecution of Christian communities"

Source: SIR

"The situation of refugees in Iraq is getting worse all the time; every passing day, cases of violence and victims, who are mostly Christians, increase". This is the umpteenth denunciation from the deputy president of the European Parliament, Mario Mauro, who thus joins the appeal for accommodating refugees that was submitted by the German Federal Minister of the Interior, Wolfgang Schaeuble.
"The international institutions, the European Union and the United Nations, along with the other EU member states, should at last enforce the Resolution on the persecution of Christian communities and other religious communities all over the world, which was passed on November 12th last year – he goes on – We cannot deny that the situation of the Christian community in Iraq is particularly at risk", concludes the MEP, who also replies to the statements of the Slovenian Minister Dragutin Mate, according to whom no preferential corridor should be created for Christians. “The figures – says Mauro – speak loud; they are a preferential target and are certainly the most vulnerable minority in the Middle East”. Over the last few days, approximately 4,000 people had rallied in Brussels to protest against the rise in violence against Christians in Iraq.

19 aprile 2008

Iraq: Bruxelles, in 4000 manifestano contro le violenze sui cristiani

Fonte: Alicenews

(Ap) - Circa 4.000 persone sono scese in piazza nel centro di Bruxelles per protestare contro l'aumento delle violenze nei confronti dei cristiani in Iraq. Gli ultimi episodi, in ordine di tempo, sono gli omicidi di monsignor Paulos Faraj Ranho, arcivescovo caldeo di Mosul, a metà marzo, e del sacerdote, Youssef Adel, direttore di una scuola superiore mista di Baghdad, frequentata da cristiani e musulmani.
Intanto, ieri a Lussemburgo, non è stata accolta con grande entusiasmo dal Consiglio Giustizia e Affari Interni Ue, la proposta dei conservatori tedeschi di accogliere in Europa migliaia di cristiani, oggetto di persecuzioni in Iraq. Il progetto, già discusso a livello tedesco, è stato proposto agli altri 26 partner europei che hanno deciso di riparlarne nel giugno prossimo, senza prendere al momento alcuna decisione. La principale obiezione alla proposta tedesca è di averla circoscritta ai soli cristiani perseguitati, a scapito di altre minoranze o comunità religiose.
La stampa tedesca parlava nei giorni scorsi di circa trentamila profughi che potrebbero essere accolti in Europa. Secondo alcune stime, dall'inizio della guerra, cinque anni fa, la metà del milione e mezzo di cristiani che viveva in Iraq ha abbandonato il Paese.

18 aprile 2008

Il testamento di mons. Rahho: amore per i “fratelli musulmani e l’Iraq”

Fonte: Asianews
È una consegna piena, totale e senza limiti nelle mani di Dio il testamento di mons. Paulos Faraj Rahho, l’arcivescovo caldeo di Mosul, trovato morto dopo 14 giorni di sequestro lo scorso 13 marzo. Nel testo, pubblicato dal sito in arabo Ankawa.com e che porta la data del 15 agosto 2003, il presule ucciso dal terrorismo islamico lascia un forte messaggio di amore e di fratellanza per tutte le comunità religiose dell’’“amato Iraq” e ricorda con particolare tenerezza i disabili della “Fraternità di Carità e Gioia”, da lui fondata nel 1989: “Da voi ho imparato l’amore, voi mi avete insegnato ad amare”. Rivolgendosi poi ai suoi famigliari ammette con semplicità: “Io non possiedo niente e tutto quello che possiedo non è mio. Io stesso ero una proprietà della Chiesa, e dalla Chiesa non potete rivendicare niente”.
Commentando il testamento, p. Amer Youkhanna, sacerdote caldeo di Mosul si dice “molto colpito” dalle parole di quello che era il suo vescovo sulla morte: “Nell’indicare la vita dopo la morte come il proseguimento più grande e infinito del donarsi a Dio, egli vuole dirci che quello che ci attende non è solo una ricompensa ‘passiva’ ma una vita in cui il Signore ci rende attivi con Lui”.

Di seguito riportiamo alcuni stralci del testamento, tradotti dall’arabo da AsiaNews.
“Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore.” (Romani 14,7-8).
La morte è una realtà tremenda, la più tremenda di ogni altra realtà, ed ognuno di noi dovrà attraversarla. L’uomo, che dona la sua vita, se stesso e il suo essere e tutto ciò che possiede a Dio e all’altro esprime così la profonda fede che ha in Dio e la sua fiducia in Lui. Il Padre Eterno si prende cura di tutti e non fa mai male a nessuno. Perché il suo amore è infinito. Lui è Amore, ed è anche la pienezza della paternità. Così si comprende la morte: morire è interrompere questo donarsi a Dio e all’altro (nella vita terrena, ndt) per aprirsi ad un donarsi nuovo e infinito, senza macchia. La vita è il consegnarci pienamente tra le mani di Dio; con la morte questo consegnarci diventa infinito nella vita eterna.
Chiedo a tutti voi di essere sempre aperti verso i nostri fratelli musulmani, yazidi e tutti i figli della nostra Patria amata, di collaborare insieme per costruire solidi vincoli di amore e fratellanza tra i figli del nostro amato Paese, Iraq.

Il servo del Vangelo di Cristo
Paolo Faraj Rahho

17 aprile 2008

Non si ferma la diaspora dei cristiani dall'Iraq

Fonte: Radiovaticana

“Cristiani in Iraq: la Chiesa caldea ieri e oggi”: tema di un incontro ieri a Roma, organizzato da Pax Christi, presso la sede della comunità di San Paolo. Tra i partecipanti mons. Philip Najim, procuratore caldeo presso la Santa Sede, che ha messo in risalto le difficoltà che i cristiani sono costretti a vivere quotidianamente in Iraq. ''Prima dell'intervento americano del marzo di cinque anni fa - ha raccontato padre Najim - nessuno osava attaccare le chiese o le moschee, c'era un rispetto reciproco e non ci si chiedeva a quale religione si appartenesse perché si rispettavano le persone in quanto tali''. Oggi, ha constatato il procuratore caldeo, è tutto diverso: ''Io non vedo un Paese liberato dal dittatore - ha detto - ma vedo un Paese fantasma di se stesso, escluso dalla comunità internazionale, privo di ospedali e scuole e dove i cristiani non hanno più speranze per un futuro prospero''. Secondo alcune stime, fino agli anni '90, i cristiani in Iraq erano circa un milione, il 3% dell'intera popolazione, mentre oggi ne sarebbero rimasti meno di 400 mila, dopo un esodo in massa provocato dalla guerra e dalle violenze interconfessionali. ''Una diaspora'' l'ha definita padre Najim che ha aggiunto: ''Oggi siamo addirittura più numerosi fuori che dentro l'Iraq'', precisando che, oltre all'esodo forzato, questa situazione è frutto anche dello spirito missionario che compete da sempre alla tradizione caldea. Infine ha lanciato un appello alla comunità internazionale: ''L'Iraq non ha bisogno di soldi - ha spiegato - perché siamo un Paese ricco di risorse, non abbiamo bisogno di un atto umanitario ma umano'', che riconsegni l'Iraq e ''la dignità agli iracheni." Un antico detto iracheno recita: 'la religione è per Dio ma la Patria è per tutti' e suggerisce l'immagine di un Paese in cui le varie fedi convivono secondo i principi condivisi di tolleranza e rispetto. Una realtà lontana da quella che si presenta oggi: un Iraq, dove le chiese vengono attaccate, i preti rapiti quando non uccisi e dove i cristiani sono vittime di persecuzioni e intimidazioni. Ed è proprio l'Iraq della ''tolleranza e della pace che esisteva fino al 2003'', che rivorrebbe padre Najim.
Alle parole del procuratore caldeo, ha fatto eco mons. Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo latino di Baghdad, dopo che ieri non meno di 70 persone hanno perso la vita e più di 100 sono rimaste ferite in diversi attentati e scontri militari in più parti del Paese, in quella che è stata una delle tre giornate più cruente dall’inizio dell’anno. “Siamo scoraggiati e preoccupati” - ha detto mons. Sleiman all’agenzia Misna - “giornate come quelle di ieri danno il segnale che la guerra è lontana dall’avere una soluzione e che manca una vera strategia complessiva sia militare sia politica; ma anche la società è lontana dal risolvere le sue profonde divisioni interne ”.

IRAQ: Monsignor Rahho. Video

Source: H²ONEWS

15 aprile 2008

IRAQ - La forza della minoranza. Il ruolo della Chiesa nell’Iraq di oggi

Fonte: SIR

Di Daniele Rocchi

Uccisi, perseguitati, costretti a fuggire o ad emigrare, con i loro sacerdoti e vescovi rapiti e messi a morte: resta grave la situazione dei cristiani in Iraq. Un mese dopo (13 marzo) il ritrovamento del corpo dell’arcivescovo di Mossul, mons. Paulos Faraj Rahho, non si hanno ancora notizie sulle indagini che dovrebbero assicurare alla giustizia esecutori del delitto ed eventuali mandanti. Nonostante ciò la Chiesa irachena continua la sua missione facendosi sempre più apprezzare dai musulmani, quelli distanti dai terroristi e dai fondamentalisti, per i continui appelli alla riconciliazione e al dialogo. Nel momento della sua massima debolezza la Chiesa sta mostrando una forza nascosta, che la tiene legata disperatamente alla sua terra che abita dalle origini e dalla quale non vuole staccarsi, la forza del dialogo a tutti i costi. Ne abbiamo parlato con don Renato Sacco di Pax Christi Italia, conoscitore dell’Iraq dove è stato meno di due mesi fa per una visita di solidarietà con una delegazione italo-francese del movimento di cui fa parte.
Poco più di un mese fa veniva ritrovato morto mons. Rahho, ma sulla vicenda sembra calato un velo di silenzio. Perché?
“Sulle indagini su mons. Rahho c’è silenzio. Da Mossul giungono voci di una situazione drammatica. Non si sa a che punto siano le indagini, se hanno arrestato qualcuno o se è un modo per calmare la richiesta di verità. Ma questo silenzio sull’assassinio di mons. Rahho riflette anche quello che si registra per l’Iraq. In generale si avverte sul Paese un silenzio strano eppure ci sono oltre 4 milioni e mezzo di profughi iracheni, un numero enorme. Un terzo della popolazione è a rischio di vita per mancanza di acqua, medicinali e cibo, e cosa grave, non vedo un particolare interesse dell’informazione su questi temi. Dobbiamo invece informare e lavorare per la verità, per la giustizia e per non lasciare soli gli iracheni”.
Giudica insufficiente l’informazione che si dà sull’Iraq?
“Ci sono grosse tensioni in tutto il Paese e quello che si legge sono solo alcune notizie slegate e frammentate. Si parla di miglioramenti nella sicurezza nel Paese ma non sappiamo se sia veramente così. Non leggo riflessioni o analisi organiche sulla situazione in Iraq che diano un quadro di ciò che accade e che dicano veramente come si vive oggi in questo Paese. La rivolta di Bassora non è stata quella di uno sparuto gruppo di insorgenti ma qualcosa che vede l’Iran coinvolto. Nonostante l’eco della morte di mons. Rahho, vedo silenzio sia dal Governo iracheno che dalla comunità internazionale. Tante cose non trapelano, come per esempio, il recente ritrovamento in un deposito di armi della guerriglia di 20mila pistole di fabbricazione italiana. Chi l’ha vendute? Nessuno parla di disarmo. Io non ho sentito parlare di Iraq nell’ultima campagna elettorale”.
Cosa ha lasciato la morte di mons. Rahho e quali conseguenze sta avendo nella vita della Chiesa irachena?
“I giorni del rapimento dell’arcivescovo hanno rivelato l’amicizia e la vicinanza di tanti musulmani che chiedono e cercano il dialogo. Molti leader islamici di Mossul, e non solo, hanno espresso ferma condanna del rapimento. La morte di mons. Rahho ha ampliato lo spazio nel quale costruire una rete di dialogo che parte dal basso e questo processo continua anche se con la fatica e la paura di molti fedeli. Con il dialogo si possono creare i presupposti anche per accordi di natura politica che diano all’Iraq un futuro vero”.
Allo stato attuale dei fatti, con quale forza la Chiesa potrebbe intessere questa rete di dialogo e di incontro?
“Con la forza tipica di chi è minoranza. In particolare, la Chiesa in Iraq non è vista come parte politica in causa”.
Ci fa capire meglio...
“La Chiesa non ha truppe, non ha armi, non ha milizie; non rappresenta una preoccupazione per un eventuale, futuribile, stato sciita, sunnita o curdo, ed essendo fuori da questa logica di spartizione del potere può giocare un grande ruolo nel costruire ponti e far incontrare chi non riesce a dialogare. La Chiesa non sposa la causa di nessuna fazione perché così facendo perderebbe il suo ruolo di mediazione. Per questo chiede di essere sostenuta a restare in Iraq, per contribuire al futuro del Paese. E adesso avrebbe questa possibilità. A sostenerlo sono molti leader islamici che ho incontrato nel mio recente viaggio: la Chiesa può inventare modi di incontro e di dialogo nuovi. Gli iracheni non ce la fanno più stanno soffrendo da molto tempo, hanno fame di dialogo e di pace”.

14 aprile 2008

Cristiani in Iraq:la chiesa caldea ieri e oggi

Cantiere del Cipax
Centro interconfessionale per la pace
Un luogo di pace per ascoltare racconti, scambiare esperienze, costruire il futuro
Anno 2007/2008
L´incontro con le sapienze di altre culture
Storia, spiritualità e vita quotidiana dei Cristiani d´Oriente


Mercoledì 16 aprile 2008 ore 18
nella sala della Comunità di S. Paolo, via Ostiense 152 b

ne parleremo con
Mons. Philip Najim
Procuratore della Chiesa Caldea presso la Santa Sede e Visitatore Apostolico dei Caldei in Europa
Don Renato Sacco
di Pax Christi Italiana

Modera
Luigi Sandri

Seguirà un momento conviviale
Siete tutte e tutti invitati a portare le vostre specialità!


Informazioni: Cipax, via Ostiense 152, 00154 Roma, tel e fax 06.57287347
e.mail
cipax-roma@libero.it

Iraq: Don Sacco (Pax Christi) "Verità sulla morte di MOns. Rahho"

Fonte: SIR

E’ passato un mese dal ritrovamento, il 13 marzo, del corpo di mons. Rahho, l’arcivescovo caldeo di Mossul e non ci sono notizie sulle indagini e sui colpevoli. A chiedere verità e giustizia è don Renato Sacco, di Pax Christi Italia che al Sir denuncia: “sulle indagini su mons. Rahho c’è silenzio. Da Mossul giungono voci di una situazione drammatica. Non si sa a che punto siano le indagini, se hanno arrestato qualcuno o se è un modo per calmare la richiesta di verità”.
Per il sacerdote, che recentemente è stato in Iraq con una delegazione italo-francese di Pax Christi, “questo silenzio riflette anche quello in atto sull’Iraq, eppure ci sono oltre 4 milioni e mezzo di profughi iracheni, un terzo della popolazione è a rischio di vita per mancanza di acqua, medicinali e cibo. Dobbiamo informare e lavorare per la verità, per la giustizia e per non lasciare soli gli iracheni”. Nonostante le enormi difficoltà la Chiesa sta emergendo con una forza particolare, quella della “minoranza”, che, afferma don Sacco, la pone “fuori da ogni logica di spartizione del potere e così può giocare un grande ruolo nel costruire ponti e far incontrare chi non riesce a dialogare. A chiederlo sono tanti leader islamici per i quali la chiesa può inventare modi di incontro e di dialogo nuovi. Gli iracheni hanno fame di dialogo e di pace”.

11 aprile 2008

Iraq: Messa in Vaticano, Card. Sandri: "Dai martiri iracheni germogli la pace"

Fonte: SIR

Mons. Rahho, sottratto da mani e cuori violenti, ha seminato la Parola di Dio. Ora siamo pieni di speranza per il raccolto che si prepara”.
Lo ha detto il card. Leonardo Sandri, prefetto per la Congregazione per le chiese orientali, durante la messa celebrata questa mattina in Vaticano in suffragio dell’arcivescovo di Mossul, mons. Rahho e di tutte le vittime della guerra in Iraq.
“La sofferenza di oggi – ha ricordato il cardinale – prepara frutti di riconciliazione nella comunità ecclesiale e nella chiesa caldea, e in tutto l’Iraq. Che la morte di mons. Rahho, le cui ultime ore sono nel calice di Cristo, possa far germogliare la pace ad ogni livello, radicata nella preghiera e sia da stimolo per tutta la chiesa caldea con i suoi vescovi, sacerdoti e fedeli”. Al termine del rito, cui erano presenti, tra gli altri, diplomatici di Paesi accreditati presso la Santa Sede come Slovenia, Paraguay, Usa, Irlanda, Argentina, Albania, Cipro e Iraq, il procuratore caldeo presso la Santa Sede, padre Philip Najim ha letto una lettera di ringraziamento del patriarca caldeo di Baghdad, card. Emmanuel III Delly, in cui invoca “pace e tranquillità per l’amato Iraq”. La messa, presieduta da Sandri, è stata concelebrata dai cardinali Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e Bernard Francis Law.

Iraq: Mass in Vatican, Card. Sandri "Let peace sprout from the Iraqi martyrs"

Source: SIR

Mgr. Rahho, taken away by violent hands and hearts, has sown God’s Word. Now, we are full of hope for the harvest that is about to come up”.
This was said by card. Leonardo Sandri, prefect for the Congregation for the Eastern Churches, during Mass in the Vatican this morning, for the repose of the soul of the archbishop of Mossul, mgr. Rahho, and all the victims of the war in Iraq.
“Today’s suffering – recalled the cardinal – is preparing fruits of reconciliation in the ecclesial community and in the Chaldean Church and all over Iraq. Let the death of mgr. Rahho, whose last hours are in Christ’s Cup, make peace sprout, at all levels, rooted in prayer, and let it be a spur to all the Chaldean Church, with its bishops, priests and devotees”. At the end of the celebration, which was also attended by diplomats from countries accredited to the Holy See, such as Slovenia, Paraguay, USA, Ireland, Argentina, Albania, Cyprus and Iraq, the Chaldean procurator to the Holy See, father Philip Najim, read a thank-you letter from the Chaldean patriarch of Baghdad, card. Emmanuel III Delly, in which he begs for “peace and tranquillity for the beloved Iraq”. Mass, officiated by Sandri, was concelebrated by cardinal Jean-Louis Tauran, president of the Papal Council for Inter-Religious Dialogue, and by cardinal Bernard Francis Law.

10 aprile 2008

Iraq: Messa in Vaticano, una lettera del Patriarca di Baghdad Card. Delly

Fonte: SIR

Nel corso della messa che sarà celebrata domani in Vaticano in suffragio dell’arcivescovo di Mossul, mons. Rahho e di tutte le vittime della guerra in Iraq sarà letta una lettera scritta dal patriarca caldeo di Baghdad, il card. Emmanuel III Delly. A rivelarlo al Sir è lo stesso patriarca che ne anticipa il contenuto:
“Ho scritto alla Congregazione per le chiese orientali ringraziando il prefetto, card. Leonardo Sandri, per questa iniziativa – afferma Delly - siamo uniti a loro per chiedere al Signore la pace e la tranquillità e ringraziamo il Santo Padre per questa vicinanza a nome di tutta la chiesa, di tutto l’episcopato e popolo caldeo. Ringrazio di cuore tutti i presenti e tutti i fedeli che pregano per questa intenzione”.

Iraq: Mass at the Vatican, a letter by the Patriarch of Baghdad, Card. Delly

Source: SIR

During the Mass which is going to be celebrated at the Vatican tomorrow, for the souls of the Archbishop of Mossul, Msgr. Rahho, and of all the victims of the Iraqi War, a letter written by the Chaldean patriarch of Baghdad, Cardinal Emmanuel III Delly, will be read. SIR was told that by the patriarch himself, who talked about its content in advance:
“I wrote to the Congregation for Oriental Churches to thank the prefect, Card. Leonardo Sandri, for this initiative – stated Delly - we are together with them to ask the Lord peace and tranquillity, and we thank the Holy Father for this closeness in the name of the whole church, the whole episcopate, and the Chaldean people. I thank all the present people and all the believers who pray for this intention with all my heart”.

Riportare la pace in Iraq, impegno primario dell’ONU. Intervista con Staffan de Mistura


Nel panorama internazionale, l’Iraq rimane una delle principali emergenze politiche ed umanitarie, per la soluzione della quale urge un'azione immediata e ad ampio raggio delle istituzioni mondiali. Mentre la cronaca dal Paese del Golfo giornalmente offre notizie di scontri, violenze e vittime, l’ONU ripropone la sua presenza a Baghdad, affinché la sicurezza, la vivibilità e la pace tornino per tutte le realtà sociali e religiose del Paese.
Giancarlo La Vella ne ha parlato con Staffan de Mistura, rappresentante delle Nazioni Unite in Iraq:

E’ una situazione in cui ci sono ombre e luci. Le ombre sono chiaramente gli atti di violenza. Non dimentichiamo quello che è avvenuto al vescovo di Mossul, l’uccisione del sacerdote a Baghdad, quello che sta avvenendo a Bassora e a Sadr City; ma ci sono anche delle luci. Gli iracheni sono stanchi della violenza, l’economia sta migliorando e ci sono vaste zone nel Nord e altrove dove la vita, se non torna normale, comunque è molto migliorata. E c’è una volontà di prendere il futuro nelle loro mani, in poche parole: partecipare alle elezioni, partecipare alla vita quotidiana migliorata. La gente sta chiedendo servizi, acqua, luce; non vuole più vedere solo un dibattito violento.
Ecco: a fronte di un possibile disimpegno americano, sia pure in un futuro non ancora prossimo, si sta pensando ad un’assunzione di responsabilità dell’ONU in Iraq?
Sta già avvenendo! Con la risoluzione 1770, sulla base della quale il segretario generale Ban Ki-moon mi ha inviato in Iraq, l’ONU ha vaste responsabilità. Un esempio: siamo coinvolti in prima persona nell’assistere gli iracheni affinché ci siano queste elezioni che dovrebbero dare una voce a chi non ha una voce e che quindi non debba tornare ad essere violento per strada e perché la sua voce sia ascoltata. Due: la questione Kirkuk e dei territori contesi, che sono potenzialmente esplosivi. Tre: la questione dei diritti umani e dell’aiuto umanitario. In tutto questo, l’ONU è in prima linea.
Ogni situazione di crisi genera quasi sempre un’emergenza umanitaria. L’Iraq è un Paese dal quale si fugge, un aspetto – questo – che riguarda soprattutto la minoranza cristiana. Che cosa si può fare?
Sono 4,2 milioni tra rifugiati e sfollati, oggi, in Iraq. La maggior parte di loro sono sunniti, ci sono anche sciiti e la comunità cristiana. Sono fuggiti durante il periodo peggiore della violenza, che era quello dopo la distruzione della moschea di Samarra. Quello che si può e si deve fare è che ci sia prima di tutto stabilità e sicurezza. La gente – i cristiani – hanno bisogno di sapere che, dove stanno, possono continuare a vivere. Quello che si può fare, dunque, da parte nostra è insistere affinché il governo faccia il proprio dovere, quello di proteggere non soltanto in generale la comunità, ma le comunità e le minoranze. I cristiani sono una componente importante, rispettata, che ha dato molto – professionalmente – agli iracheni e che ha l’intenzione di rimanere in Iraq, ma hanno bisogno di sicurezza. Proprio in questi giorni sono stato nel Nord dell’Iraq: non ho sentito nessuno dei cristiani che mi dicesse: vogliamo andar via. Mi hanno detto: “Amiamo questa terra, siamo parte di questa terra, ma abbiamo bisogno di sicurezza”.
Quando lei ha assunto questo in carico, che cosa ha pensato di questa sfida così importante, di portare la pace in questo Paese così martoriato?
Non è stata una decisione facile! Ma non potevo dire di no. Per tre motivi: il primo è che il segretario generale, Ban Ki-moon, insisteva che ci fosse una missione con persone esperte dell’Iraq affinché l’ONU avesse e potesse avere l’occasione di dimostrare la propria utilità in un momento cruciale. Due: perché questo è un momento cruciale. Il 2008 è l’anno della verità, in Iraq, nel quale gli iracheni avranno la possibilità, ma anche la responsabilità, del proprio futuro. E tre perché lo debbo a degli amici, dei miei colleghi, che sono morti in Iraq: Sergio Vera De Mello ed altri. I quali non devono essere morti invano.

Restoring peace in Iraq, the primary commitment of the United Nations. Interview with Staffan de Mistura

Source: Radiovaticana

Translated b y Baghdadhope


In the international scene Iraq is still one of the main political and humanitarian emergencies, the solution of which requires an immediate and long range action by world institutions. While the daily news from the Gulf country report clashes, violence and victims, the UN reproposes its presence in Baghdad so that security, life and peace can be restored for all social and religious realities of the country. Giancarlo La Vella spoke with Staffan de Mistura, the UN representative in Iraq:
It’s a situation made of shadows and lights. The shadows are clearly the acts of violence. Let us not forget what happened to the Bishop of Mosul, the killing of the priest in Baghdad, what is happening in Basra and Sadr City, but there are also lights. Iraqis are tired of violence, economy is improving and there are large areas in the north and elsewhere where life, if not normal, in any case greatly improved. And there is their desire to take the future in their hands, I mean: to participate in elections, in the improved daily life. Iraqis ask for services, water, electricity, they don’t want to see only a violent confrontation.
Considering a possible American disengagement, albeit in a future not yet forthcoming, the assumption of responsibility of UN in Iraq is being weighed?
It is already happening! By resolution 1770, on the basis of which the Secretary-General Ban Ki-moon sent me to Iraq, the UN have big responsibilities. As an example: we are involved in first person in assisting the Iraqis so that elections can be held. The elections should give voice to those who do not have it, because they should not once again become violent to make it hear. Two: the potentially explosive questions of Kirkuk and of disputed territories. Three: the question of human rights and humanitarian aid. In all this UN are at the forefront.
Each crisis situation almost always generates a humanitarian emergency. Iraq is a country from where people flee, an issue that affects particularly the Christian minority. What can be done?
There are among 4.2 million refugees and displaced persons today in Iraq. Most of them are Sunni, there are also Shiites and the Christian community. They fled during the worst period of violence, after the destruction of the mosque in Samarra. What we can and must do is first of all to restore stability and security. People - Christians - need to know that where they are they can continue to live. What can be done, therefore, is for us to insist that the government do its duty to protect not only the community in general, but communities and minorities. Christians are an important and respected component that gave much - professionally - to Iraqis and that want to stay in Iraq, but they need security. In these days I have been in Northern Iraq: I never heard any of the Christians telling me: we want to leave. They told me: "We love this land, we are part of this land, but we need security."
When you accepted this task what did you think of such an important challenge as taking peace to such a tormented country?
It was not an easy decision! But I could not refuse. For three reasons: the first is that the secretary general, Ban Ki-moon, insisted that there was a mission composed by experts of Iraq so that UN might and could have the opportunity to demonstrate its usefulness in a crucial moment. Two: because this is a crucial moment. 2008 is the year of truth in Iraq, the year in which Iraqis will have the opportunity, but also the responsibility, for their own future. And three because I owe it to some friends of mine, to my colleagues who died in Iraq: Sergio Vera De Mello and others. They must not be dead in vain.

IRAQ: Domani messa in vaticano per Mons. Rahho e tutte le vittima della guerra

Fonte: SIR

Una messa in suffragio di mons. Paulos Faraj Rahho, arcivescovo caldeo di Mossul, e di tutte le vittime della guerra irachena, sarà celebrata domani (ore 9,00) nella basilica vaticana e presieduta dal prefetto per la Congregazione per le chiese orientali, card. Leonardo Sandri. “Alla preghiera per il riposo eterno del defunto pastore e di tutte le vittime della guerra irachena – si legge in una nota della Congregazione – seguirà l’implorazione al Signore perché conceda presto la pace, con un ricordo speciale di conforto per gli abitanti di quella nazione e di particolare incoraggiamento per i cristiani che in Iraq, in Terra Santa e in altre regioni del mondo vivono in condizioni di estrema prova a motivo della loro fede”.
Alla celebrazione sono stati invitati, tra gli altri, i membri della comunità caldea romana, quelli del Corpo Diplomatico e delle comunità religiose maschili e femminili orientali e latine.