giovedì, ottobre 08, 2015

 

Sako: «La Chiesa sia madre e non fabbrichi solo canoni»

By Vatican Insider - La Stampa
Francesco Peloso
 
Quello in corso nel Sinodo sulla famiglia è un dibattito aperto nel quale tutti intervengono e dicono liberamente quello che pensano, il Sinodo dello scorso anno è stato un buon punto di partenza ma ora la discussione va avanti; l'importante è che la Chiesa sia vicina alle persone, che dia incoraggiamento e un po' di gioia, non ci sono solo i canoni legislativi.

«Siamo pastori e viviamo a contatto con la gente».
È quanto ci dice il padre sinodale e patriarca di Babilonia dei caldei (Baghdad), Louis Sako che pure descrive le difficili condizioni della Chiesa in Iraq.

;Patriarca Sako, come sta andando il Sinodo, c'è una discussione vivace, sono emerse diverse posizioni?

«È molto importante dire che quello che si sta svolgendo è un dibattito libero, non ci sono polemiche fino a ora, dunque c'è tanta libertà di dire ciò che pensiamo. Soprattutto dobbiamo ricordarci di essere pastori, noi siamo pastori, siamo a contatto con la gente, vediamo la gente, le persone, sentiamo la loro sofferenza, così noi come pastori dobbiamo tenere conto della nostra fede e anche della misericordia, due cose insieme, alla maniera di Gesù, e la gente aspetta da noi una parola di speranza, di incoraggiamento. Noi cerchiamo di dare un impulso, un soffio, e poi vediamo il Papa cosa farà».

Il Papa fin dall'inizio del pontificato parla della misericordia come punto di riferimento per leggere il ruolo della Chiesa e il rapporto di quest'ultima con un mondo in profonda trasformazione, dal suo punto di vista, questo cosa significa?

«Io ho detto che noi dobbiamo dare un soffio, la misericordia è anche educare l'altro, non è fine a sé stessa. La Chiesa è anche Chiesa madre, mentre noi fabbrichiamo anche tanti canoni, la legislazione prende molto spazio nella vita della Chiesa, mentre oggi ci vuole più sentimento, più incoraggiamento, è necessario alzare il morale, lo spirito, della gente, oggi la gente ha bisogno di una parole d'incoraggiamento, di un po' di gioia, di solidarietà, ha bisogno di sentire la presenza della Chiesa, non dobbiamo vivere separati, come gerarchia, dalla popolazione, noi siamo una sola famiglia e come tale abbiamo parlato».

Secondo lei questa sua impostazione è condivisa all'interno del Sinodo?

«Sì, si, nei circoli minori noi abbiamo quasi tutti parlato di questo e anche della giustizia economica, della legalità, dello sfruttamento contro le donne e i poveri e la nostra causa è quella di difendere questi oppressi, e anche nel Sinodo c'è uno spirito così forte per un cambiamento».

Nel dibattito in corso le sembra che ci sia un'attenzione maggiore verso i problemi delle famiglie europee o occidentali, o sono emersi anche altri aspetti, problematiche relative alle famiglie di altre parti del mondo, come per esempio il Medio Oriente...

«Parleremo anche delle nostre sfide, del resto sempre quando si parla delle sfide parliamo delle sfide che riguardano la fede, non c'è altro come cristiani. Per noi (in Iraq e Medio Oriente, ndr) non c'è stabilità, c'è persecuzione, c'è emigrazione che significa che la famiglia è divisa. Ma certo dal nostro punto di vista conta anche l'atmosfera nella quale viviamo, la cultura musulmana ha un altro concetto della sessualità, della famiglia, c'è la poligamia e altro e tutto questo per noi è anche un problema».

Patriarca Sako, qual è oggi la situazione della Chiesa in Iraq, in un momento tanto drammatico?

«In Iraq c'è una Chiesa dinamica, che lavora, siamo noi i primi ad aiutare queste famiglie sfollate. E anche per il dialogo siamo lì e siamo molto apprezzati. Purtroppo direi la Chiesa universale, cattolica, doveva appoggiare di più questa nostra Chiesa che è provata e non lasciarla sola».

Un'ultima cosa: come valuta le operazioni militari contro l'Isis? Il patriarcato di Mosca ha parlato in proposito di guerra santa...

«Non è guerra santa, questo è sbagliato. Noi non possiamo cadere nella trappola di quei musulmani che parlano di Jihad. Dunque non c'è una guerra santa. Ma secondo me c'è un dovere di salvare tutte le vite di questa gente innocente, dunque io ho diritto a difendermi, lo Stato può difendermi, proteggermi. Secondo me questi bombardamenti non sono efficaci. A mio avviso serve un intervento di terra, servono truppe per mandare via l'Isis che è un pericolo perché vogliono distruggere la cultura, la storia, la vita. Hanno ucciso migliaia di persone. In Iraq abbiamo tre milioni di rifugiati. C'è allora un dovere morale della comunità internazionale di fare qualcosa sul serio, di cercare soluzioni politiche durevoli sul posto per permettere alla gente di vivere la propria vita e non scappare».

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