"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

28 gennaio 2013

En synode à Rome, l'Église chaldéenne se choisit son nouveau Patriarche

By Radio Vatican

La communauté chaldéenne s’est donné rendez-vous ce lundi au Vatican. Benoît XVI a convoqué le Synode des évêques de l’Église chaldéenne à partir ce 28 janvier avec pour objectif l’élection de leur nouveau patriarche. Présidé par le cardinal Leonardo Sandri, préfet de la Congrégation pour les Eglises orientales, le synode de cette Église principalement irakienne ne se tient pas à Bagdad pour des raisons de sécurité. Olivier Bonnel:

Ils viennent de Bagdad, Kirkouk ou Mossoul, mais aussi de la diaspora d’Amérique du Nord ou d’Europe, et représentent la diversité de cette communauté irakienne. Les 17 évêques venus à Rome vont devoir élire un nouveau patriarche de Babylone, après la démission du Patriarche Emmanuel III Delly au mois de décembre, pour raisons d’âge. Comme les autres communautés du pays, les chaldéens ont payé cher la guerre américaine lancée il y a bientôt dix ans et le chaos sécuritaire qui s’en est suivi. Cette Église comptait quelque 550 000 fidèles dans le pays avant l’invasion de 2003, 150 000 dans la diaspora. Aujourd’hui, après un exode massif, les proportions sont presque inversées.
Cette Église chaldéenne, que la tradition fait remonter à la prédication de l’apôtre Thomas, est à un tournant de son histoire. Dans un Moyen-Orient où les chrétiens s’inquiètent de l'avenir, les défis sont nombreux: comment prendre leur part dans une société irakienne toujours marquée par la violence ? Faut-il fuir ou rester ?

Un patriarche qui doit rassurer
« Nous avons besoin d’un chef qui nous aide à voir l’avenir, et qui rapproche les gens entre eux », estimait il y a quelques jours l’évêque de Kirkouk, Mgr Louis Sako. Un patriarche qui rassure une communauté fragilisée.
L’Église chaldéenne est la branche catholique de l’Église d’Orient qui avait refusé le Concile d’Ephèse en 431. Le patriarche Jean Simon Soulaka, élu en 1551, fut reconnu par Rome comme patriarche des Chaldéens. Mais l’union ne fut définitive qu’en 1830, lorsque Pie VIII confirma dans sa fonction le patriarche Jean Hormizd II avec le titre de patriarche de Babylone des Chaldéens.

Un nuovo Patriarca per la terra di Abramo


Inizia a Roma questa mattina, 28 gennaio, il Sinodo dei vescovi caldei, convocato dal Papa per eleggere il successore dell’attuale Patriarca di Babilonia dei caldei, il card. Emmauel III Delly, ottantacinquenne, dimissionario.
L’Iraq, la terra di Abramo, la terra dei due fiumi, terra insanguinata da troppe guerre (in alcune era coinvolta direttamente anche l’Italia, nel 1991 e nel 2003),  terra dell’embargo e delle armi all’uranio e al fosforo bianco. Terra che ha visto molti profughi fuggire, magari in altri paesi come la Siria, dove la tragedia continua. Terra di rapimenti e massacri. Terra dove le minoranze rischiano di essere cancellate, comprese i cristiani. Terra impregnata di petrolio, benedizione e maledizione per quel Paese. Terra di un dittatore, molto coccolato dall’Occidente, compresa l’Italia, a cui abbiamo venduto armi di ogni tipo.
Pax Christi da sempre coltiva molti legami con tante persone in Iraq. Molte volte, anche durante la guerra, siamo stati là, nelle loro case, chiese e moschee, semplicemente per dire loro che non si sentano dimenticati. Per questo seguiamo con apprensione, emozione e amicizia questo Sinodo. L’Iraq è un mosaico che rischia di essere distrutto. Qualcuno teme una ‘spartizione’, un Paese diviso in tre parti. Motivo in più per non lasciarli soli. Per ricordare i tanti amici rapiti e uccisi, uno per tutti: il vescovo di Mosul, mons. Rahho. Forse anche come Chiesa cattolica, cioè universale, dovevamo e potevamo fare di più. Non accontentarci della parole forti del Papa contro la guerra ‘avventura senza ritorno’, non limitarci a ricordare il Vescovo Rahho - ritrovato morto dopo il rapimento avvenuto alla fine del febbraio 2008 - in qualche flebile preghiera. Non accontentarci di mandare aiuti economici, importanti certo, ma non esaustivi di un bisogno di vicinanza umana, di comprensione e solidarietà che vanno oltre alle cose materiali.
Un bisogno di sentimenti condivisi, che vanno oltre alle ‘cose’ concrete e alle logiche delle cancellerie, politiche ed ecclesiastiche.
Per questo accompagniamo questo Sinodo, invochiamo lo Spirito e preghiamo - come qualcuno ha scritto nei giorni scorsi – “per un patriarca che sia padre e pastore per tutti: cristiani e non; un uomo aperto, ecumenico, che sa dialogare, coraggioso e capace di assumere buone iniziative. Una persona che unisce e non divide. Uno che conosce la situazione del Paese e la politica - nel centro, come nel Kurdistan - e che sia cosciente delle sfide. Che cerca, assieme a tutti gli uomini di buona volontà, soluzioni concrete. Desideroso di collaborare con le altre Chiese del Medio oriente per applicare l'Esortazione apostolica ‘La Chiesa in Medio oriente: comunione e testimonianza’, per un futuro migliore per tutti.”

d. Renato Sacco

Sinodo della Chiesa caldea. Il cardinale Sandri porta la benedizione del Papa


E’ iniziato oggi a Roma il Sinodo della Chiesa Patriarcale di Babilonia dei Caldei, convocato da Benedetto XVI per l'elezione del nuovo Patriarca che dovrà succedere al cardinale Emmanuel III Delly. Presiede il Sinodo il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali. Stamani, mons. Enrico Dal Covolo, rettore magnifico della Pontificia Università Lateranense, ha proposto ai presuli elettori una meditazione sulla prima comunità di Gerusalemme, icona della Chiesa e di ogni comunità cristiana.
Sergio Centofanti ha chiesto al cardinale Leonardo Sandri quali siano gli auspici del Papa per questo Sinodo:
Sono quelli di realizzare nella comunione e nella missione la vita nuova della Chiesa caldea, con l’elezione del nuovo Patriarca. Il Santo Padre ha inviato la sua benedizione e segue da vicino questo Sinodo che segnerà il futuro della Chiesa cattolica caldea. In questo Sinodo abbiamo la presenza del piccolo mosaico della sofferenza del Medio Oriente: i vescovi dell’Iraq, e sappiamo bene tutto quello che hanno sofferto e che soffrono; due vescovi dell’Iran, i vescovi della diaspora – negli Stati Uniti, in Canada, in Australia – uno del Libano e infine quello della Siria, dove la sofferenza la tocchiamo tutti i giorni attraverso i mezzi di comunicazione. Quindi, questa Chiesa sofferente è riunita, illuminata dallo Spirito Santo, per scegliere il nuovo capo che la guiderà nella collegialità e nella sinodalità per i prossimi anni. E il Papa auspica che nell’Anno della Fede sia proprio un momento di crescita, che porti frutti dopo tante sofferenze e tanti dolori.Quali sono le principali sfide che dovrà affrontare la Chiesa caldea?Le principali sfide sono quelle della Chiesa in generale: la fede e, nel caso particolare della Chiesa caldea, ovviamente, una grande importanza è riservata al dialogo ecumenico e al dialogo interreligioso. La carenza di fede, perché i cristiani sono pochi e molti dei nostri hanno dovuto fuggire, migrare, andare altrove per cercare quella pace e quella sicurezza che mancavano nella loro patria. In questa situazione di violenza e di sofferenza, la fede si è affievolita. In quest’Anno della Fede, il Papa ci chiama proprio a rinvigorirla e a viverla con tutta l’intensità in modo tale che sia non soltanto una fede intellettuale, di parole, ma una fede di vita che si trasmette attraverso il proprio esempio e la propria testimonianza.Lei è stato recentemente in Iraq. Quali impressioni ha riportato?Le impressioni sono che nonostante tutto quello che noi apprendiamo dalle notizie, per la situazione di violenza e di terrorismo, c’è una Chiesa viva, la Chiesa in Iraq che si manifesta sia attraverso la Chiesa caldea sia attraverso la Chiesa siro-cattolica, sia attraverso la Chiesa latina. Ci sono i nostri fratelli che vivono il Vangelo, che cercano di mettere tutta la loro vita nelle mani del Padre, attraverso Gesù Cristo, nella comunione dello Spirito Santo. E questo l’ho visto nelle divine liturgie alle quali ho partecipato e che mi hanno veramente rincuorato nella speranza di un futuro migliore. E poi, la sensazione di vedere che appartengono con tutto il loro animo alla Chiesa universale, alla Chiesa cattolica; sentono l’abbraccio paterno del Papa, sentono la vicinanza di lui a loro e di tutti noi, che con la preghiera e con l’affetto li seguiamo sempre con tanta ammirazione e con tanta fraternità.Nei Paesi arabi sta soffiando un vento islamista. Quale dialogo è possibile, oggi, con il mondo musulmano?Intanto il dialogo al quale ci chiama il Concilio Vaticano II: dopo aver parlato dei nostri fratelli ebrei, parla anche – in primo luogo – dei musulmani e di coloro che appartengono ad altre religioni. Con i musulmani, noi condividiamo la fede nel Dio unico. Ma c’è un impegno comune che può essere abbinato anche a questa cosiddetta Primavera araba, che è quello di dare tutta l’importanza alla dignità della persona umana, a quella sua dignità che si manifesta nella sua libertà, specialmente nella libertà religiosa, nella difesa dei diritti fondamentali degli uomini e delle donne.Ma ci sono dei timori per il futuro tra i cristiani?I cristiani, vivendo in un Paese a maggioranza islamica, possono avere dei timori, ma non tanto a causa dell’islam, perché anche l’islam è una religione che vuole la concordia e la pace; tutto quello che è deformazione dell’islam, come la violenza o il voler imporre con la forza la propria religione, quello non ha nulla a che vedere con l’islam. Con l’islam autentico c’è possibilità di dialogo e di intesa.

Vatican: Chaldean leaders gather for crucial election of new Patriarch


The ‘delicate historical moment’ that the ancient Chaldean Church of Babylon is experiencing and the need for unity in its leadership were the chief concerns expressed Monday morning as the Patriarchal Synod opened here in Rome. Emer McCarthy reports:

Convoked by Pope Benedict XVI, under the Presidency of Cardinal Leonardo Sandri, Prefect of the Congregation for Eastern Churches, the Synod has the task of electing a new Patriarch, Pater et Caput of the Chaldean Church, to succeed Cardinal Emmanuel III Delly.
Comprised of fifteen men, the bishops come mainly from Iraq, ancestral home of the Chaldean Church, but also from neighbouring Iran, Syria and Lebanon as well as representatives of the growing Chaldean Diaspora in Australia and North America.
Opening proceedings Monday morning, Cardinal Sandri underscored the crucial timing of the Synod. In his brief discourse the prelate, a bridge between the ancient Eastern Churches and Rome, had two main concerns: Firstly the ‘delicate historical moment’ of the Chaldean Church and secondly the need for unity in its leadership.
He stated: “this act of election of a new Patriarch of paramount importance before God, the Church and all the faithful … especially at this delicate historical moment, is the equal responsibility of each bishop”.
On this, he added, depends “the very future of the Chaldean Church, Her tradition and heritage, her ecclesial, social and historical circumstances, the elaboration and application of pastoral guidelines”.
Cardinal Sandri concluded: “The Chaldean Church invites you to make the necessary sacrifices through the eyes of faith, and to lay aside all personal interests for the benefit of your Church and the Universal Church…in the knowledge that what unites you in terms of spiritual, sacramental and pastoral care is far superior to what divides you so that the unity that strengthens is expressed in this election with all its force and effect”.
All 15 men will spend this week in strict segregation at the Sts. John and Paul retreat centre run by the Passionist Fathers on Rome’s Caelian Hill. Their deliberations begin Monday with day of retreat and meditation led by Bishop Enrico Del Covolo, Rector of the Pontifical Lateran University and Archbishop Rhino Fisichella, President of the Pontifical Council for the New Evangelization.
Tuesday will see the first round of debate and discussion on the current situation of the Chaldean Church in the Patriarchal territory and wider Diaspora. While Wednesday will see the first elections take place according to the Code of Canons for the Eastern Churches
The 15 participating bishops are:
Mar Hanna Zora,
Mar Ibrahim N. Ibrahim,
Mar Thomas Meram,
Mar Antoine Audo S.J.,
Mar Ramzi Garmou,
Mar Djabrail Kassab,
Mar Jacques Ishaq,
Mar Michel Kassarji,
Mar Shlemon Warduni,
Mar Rabban Al Qas,
Mar Sarhad-Yawsef Jammo,
Mar Mikha Pola Maqdassi,
Mar Louis Sako, Mar Amel Shamon Nona,
Mar Bashar Matte Warda.


Speaking before the Synod opening to Vatican Radio’s Sergio Centofanti, Cardinal Sandri expanded on what he sees as the main challenges facing the centuries old church in this “delicate historical moment’:
“The main challenges are those of the Church in general: the faith and in the particular case of the Chaldean Church, of course, a great importance is given to ecumenical and interreligious dialogue. The lack of faith, because Christians are few and many have had to flee, migrate, go elsewhere to seek the peace and security that were missing in their homeland. In this situation of violence and suffering, the faith has faded”.
You visited Iraq recently. What were your impressions?
“My impressions were that despite all we hear from the news, the violence and terrorism, there is a living, vibrant Church in Iraq, which manifests itself through the Chaldean Church and through the Syrian Catholic Church, and through the Latin Church. They are our brothers and sisters who live the Gospel, trying to put all their lives in the hands of the Father, through Jesus Christ, in the fellowship with the Holy Spirit. And I have seen this in the Divine liturgies I attended and I was really heartened by their hope for a better future. And then, seeing that they really feel that they belong to the universal Church with all their soul, the Catholic Church, they feel the Pope’s fatherly embrace, they feel close to him, as indeed, he feels close to them.
An Islamist wind is blowing in Arab countries. Is dialogue possible today with the Muslim world?
We share the belief in one God with Muslims. But there is a common commitment that can also be united with this so-called Arab Spring, which is to give importance to the dignity of the human person, the dignity that is manifested in freedom, especially religious freedom, in the protection of fundamental rights of men and women.But are there fears for the future of Christians?
Christians, living in a predominantly Muslim country, may have fears, but not because of Islam, because Islam is a religion that wants harmony and peace, all that is deformation of Islam such as violence or those who want to impose their religion by force, have nothing to do with Islam. With authentic Islam there is a possibility of genuine dialogue and understanding.

افتتاح أعمال سينودس الكنيسة الكلدانية لانتخاب بطريرك جديدة. خطاب عميد مجمع الكنائس الشرقية

By  إذاعة الفاتيكان

بدأت صباح اليوم الاثنين في روما أعمال سينودس الكنيسة الكلدانية لانتخاب بطريرك جديد خلفا للبطريرك عمانوئيل الثالث ديلي. وقد ترأس أعمال السينودس بتفويض من قداسة البابا بندكتس السادس عشر رئيس مجمع الكنائس الشرقية الكاردينال ليوناردو ساندري الذي ألقى كلمة في الجلسة الافتتاحية أكد فيها لجميع الأساقفة أن البابا بندكتس السادس عشر يرافقهم بالصلاة خلال أعمال السينودس، كما وجه تحية إلى البطريرك ديلي لافتا إلى أنه قاد الكنيسة الكلدانية خلال فترة حساسة. بعدها قال الكاردينال ساندري إنه يعي جيدا الأهمية التي يوليها جميع الأساقفة الكلدانيين لتقليدهم الروحي العريق وتقاليد الآباء مشيرا إلى أن كل أسقف مسؤول في عملية انتخاب البطريرك الجديد خصوصا خلال الفترة الراهنة لأن هذا الأمر يتعلق بمستقبل الكنيسة الكلدانية وتقاليدها وإرثها وأوضاعها التاريخية والكنسية والاجتماعية. تابع ساندري يقول: الكنيسة الكلدانية تدعوكم إلى تقديم التضحيات اللازمة بأعين ينيرها الإيمان بعيدا عن المصالح الشخصية وبحثا عن مصلحة الكنيسة الكلدانية والكنيسة الجامعة. وتمنى نيافته أن يقود الروح القدس عملية انتخاب البطريرك الجديد، لافتا إلى أن هذا السينودس يُعقد في سنة الإيمان التي شاءها قداسة البابا بندكتس السادس عشر كيما يفهم الجميع بصورة أفضل أسس الإيمان المسيحي كهبة ينبغي إعادة اكتشافها، وأمل أن يقدم هذا السينودس شهادة شركة كيما يعم الوفاق ويمجد الآب بيسوع المسيح من خلال الروح القدس. هذا ثم دعا رئيس مجمع الكنائس الشرقية الأساقفة الكلدانيين إلى احترام سرية الاقتراع مذكرا بنص المادية 183 من قانون الكنائس الشرقية التي تذكر الأساقفة بضرورة انتخاب الشخص الذي يعتبرونه الأنسب في هذا المنصب. وذكر نيافته المشاركين في السينودس بنقاط ثلاث: حرية الانتخاب، بعيدا عن أي تأثير؛ التصويت يتم أمام الله، الصوت يُمنح إلى المرشح الأنسب بمنأى عن أي اعتبار آخر باستثناء مجد الله وخير الكنيسة.

24 gennaio 2013

‘A Martyr’s Crown’: A wake up call to threats on religious liberty


Persecution of those who follow Christ is older than the Roman Catholic Church itself. History is replete with the great trials and tribulations of the faithful but, fortunately or not, those trials are all far removed from us here in twenty-first century America.
Joyce Coronel’s first novel, “A Martyr’s Crown,” reminds us, however, that true persecution is no further away than those among us who have traveled from the Middle East in the hope of escaping violent persecution at the hands of Muslim fanatics and even some governments in the region.
Coronel’s book is the story of two families — one Chaldean Catholic from Mosul, Iraq, and the other Roman Catholic from Phoenix. Aside from the faith, the two families share a common bond — the loss of a child.
For us here in America, the story reveals a burdensome dose of reality. The events, while largely fictitious, prey upon the unsuspecting reader, claw at the rose-colored glasses we all wear. They demand from us the attention that our mild, peaceful, religiously-free lives often ignore. As we follow the tragedy of the young Iraqi family literally fleeing bullets and death, Coronel reminds us that the “blood” of the cross is what manifests the symbol of our salvation.
Centuries have separated us from the true knowledge of our own American tribulation, allowing us to forget that the religious liberty we enjoy was also born by the blood of countless people who have gone before us and have left their memories in the red stripes of Old Glory.
Based upon actual events and the experiences wrought by two years of interviews of Chaldean Catholics in the Valley, Coronel shows us the bigger picture, the tenuous nature of our own religious liberty, and the steadfast nature of the human spirit given an eternal promise by God.
I’d like to call the book sweet, refreshing, a bit melodramatic, and even agonizingly triumphant, but I cannot. Circumstances move people to action when they face threats, when family members are killed, or when their clergy are tortured and exterminated simply for following Christ. For us in the United States, this book is a wake up call. It’s time for us to put on the armor of God and prepare for battle.
The narrator of the book, a journalist for a local newspaper, is moved by the plight of Chaldean Catholic refugees who come to Arizona. She writes a story on a local Chaldean Catholic parish. She enlists the interest of an Iranian-American friend who relates to their plight, having converted from Islam to Catholicism and, in doing so, lives under the threat of death within the context of Sharia law.
For us here in the United States, changing horses in the middle of the stream, as they say, is part of our religious liberty, but elsewhere, religion is life or death.
Our own religious persecution has begun, and we have access to the faith expressed by the Chaldean Catholics in the story who left difficult circumstances with virtually nothing and journeyed to this country, as all our own ancestors did before us. While we do not yet face bullets for our religious beliefs, we come from a long line of folks destined to wear the martyr’s crown.
As we see nativity scenes removed from the public square, prayer removed from schools, the fallacious separation of church and state used as a tool of secular religious tyranny, we find ourselves soothed by the wisdom expressed by Fr. George, the pastor of the Chaldean Church, who was kidnapped, tortured by fanatics, and left barely alive before being sent to the United States.
As a person, Fr. George battles with forgiving his tormenters, knowing that the judgment upon them is best left to God. Our narrator, who struggles with forgiveness in the death of her own child, is slowly transformed by the Father’s wisdom and the words of our Lord in Scripture.
Coronel’s book is well-written. Its characters and natural flow keep readers engaged to its unresolved ending. Such endings reflect our circumstances, our wants and needs, our troubles and triumphs, which ultimately reconcile themselves completely only when we are called home.
“A Martyr’s Crown” is just such a book of life, and a powerful one at that.

23 gennaio 2013

Appello dell'Arcivescovo Sako: “Quale futuro per i cristiani in Medio Oriente?”

By Fides

La situazione in Medio Oriente “è preoccupante, così come lo sono certi discorsi sulla primavera araba che si sentono da parte di certi dirigenti”. Con queste parole inizia l'appello sul futuro dei cristiani mediorientali lanciato oggi dall'Arcivescovo caldeo di Kirkuk, Louis Sako. Il messaggio, pubblicato in esclusiva dall'Agenzia Fides, auspica un'iniziativa della Santa Sede e della Chiesa universale per mobilitare la comunità internazionale a sostegno dei cristiani in Medio Oriente.
Secondo Mons. Sako, Il “miscuglio di etnie, religioni e lingue” presenti nell'area mediorientale comporta fatalmente tensioni e conflitti, poiché in quella regione del mondo “non si è mai affermato un criterio di cittadinanza in grado di integrare tutti, a qualsiasi religione o etnia appartengano”. I processi disgregativi oggi in atto in Iraq – e che in futuro potrebbero colpire anche la Siria – secondo l'Arcivescovo “peggiorano la situazione”, perchè nei vuoti di potere istituzionale la sicurezza non viene più garantita e si aprono spazi all'azione dei gruppi criminali e estremisti.
In questo contesto, per i cristiani in Medio Oriente l'incertezza si trasforma facilmente in inquietudine e paura. “Ci chiediamo se è ancora possibile pensare a una convivenza armoniosa e degna del suo nome” scrive l'Arcivescovo caldeo, accennando alle discriminazioni subite da chi non segue quella che lui definisce la “religione di Stato”. Una condizione che, secondo monsignor Sako, viene aggravata dalle strategie mediorientali messe in campo dai diversi soggetti geopolitici: “La comunità internazionale” annota l'Arcivescovo, con evidente riferimento al conflitto siriano “crede che si possa migliorare la situazione sostenendo un incerto programma per arrivare alla democrazia attraverso le armi! Il risultato è lo scontro tra una opposizione armata e un regime che distrugge tutto”.
La speranza manifestata da Mons. Sako è che il soccorso della Chiesa ai cristiani del Medio Oriente si manifesti in forme sempre più concrete. “Si dice che qui è fiorito il cristianesimo e che la nostra presenza è importante” nota l'Arcivescovo di Kirkuk, “ma non si dice mai cosa rende possibile perseverare nella speranza”. Secondo l'ecclesiastico iracheno, “queste Chiese di origine apostolica meritano un sostegno adeguato da parte della Chiesa universale nella loro missione di comunione e testimonianza”. Un “sostegno internazionale, favorito dalla Chiesa universale, sarebbe un grande aiuto per provare a garantire una vita degna per tutti”. In particolare, alla Santa Sede viene riconosciuto dall'Arcivescovo di rito orientale un “ruolo cruciale” per “garantire ai cristiani la possibilità di vivere nel proprio Paese e rimanere al proprio posto”. Ma vengono chiamate in causa anche le responsabilità dei cristiani autoctoni, così come quelle dei musulmani. Secondo mons. Sako, i cristiani mediorientali devono sottrarsi alla “trappola del nazionalismo” e riproporre sempre a tutti “le forme dell'amore vissute e predicate nel Nuovo Testamento”. Mentre i musulmani “devono aggiornare l'applicazione dell'insegnamento del Corano”. La formula ideale riproposta da mons. Sako è quella della "laicità positiva" che “rispetta la religione e può esprimere uno sguardo più adeguato sulla persona”. Uno sguardo – affiorato ad esempio nella Dichiarazione sulla libertà religiosa promulgata dal Concilio Vaticano II – per il quale “i diritti umani non rimangano sospesi in aria, separati dalle persone concrete che dovrebbero poterli esercitare”.
 

20 gennaio 2013

Inizia domani il Digiuno di Ninive.

By Baghdadhope*

Il 21, 22 e 23 gennaio alcune chiese orientali celebreranno il "Digiuno di Ninive" o "Ba-oota d' Ninevayee" in memoria di quando, guidati dal Profeta Giona, gli abitanti di quella città si convertirono alla fede in Dio.Dal libro di Giona.


3:1 Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: 2 «Alzati, va' a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò». 3 Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. 4 Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». 5 I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. 6 Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. 7 Poi fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: «Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. 8 Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. 9 Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo?». 10 Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.


In memoria di quando, spronati dal profeta Giona, gli abitanti di Ninive si convertirono alla fede in Dio, la chiesa caldea, come altre chiese orientali, celebra ogni anno il Ba-oota d' Ninevayee, o Digiuno di Ninive.
Il periodo di digiuno e preghiera, lontano dai 40 giorni biblici, si celebra il lunedì, il martedì ed il mercoledì della quinta settimana dell’anno solare, due settimane prima dell’inizio della Quaresima.
L’offerta dei fedeli varia, è può andare da un digiuno completo per i tre giorni, da un digiuno dall’alba al tramonto o dall’astenersi nel mangiare pesce, carne e derivati del latte.


“A paragone di quel pentimento il nostro è un sogno,
a paragone di quella supplica la nostra non è che un’ombra”


Con queste parole Mar Aprim il Grande descriveva, nel IV secolo, il digiuno dei fedeli della sua epoca paragonato a quello dei tempi biblici.


Dimenticata per un lungo periodo, la tradizione del Digiuno di Ninive fu rinnovata nel VI secolo quando i vescovi di Ninive e Beth Garmee decisero di riprenderla nella speranza che ciò potesse aiutare la popolazione piagata da una pestilenza. Ad essi si unì il Patriarca Ezechiele che dichiarando un digiuno di tre giorni ordinò che esso fosse osservato per sempre.
Dal punto di vista liturgico il Digiuno di Ninive nella tradizione caldea viene celebrato durante la Santa Messa con la III Anafora di Nestorio, usata nell’anno liturgico solo altre quattro volte: il Giovedì Santo, l’Epifania, il giorno della festa del Corpo dei Maestri Greci e di San Giovani Battista.


Fonti:


La nascita della Chiesa Caldea. Padre Fadi Philippe Habib.
Leggi anche su 30 giorni le parole dell'allora Prefetto per la Congregazione della Fede, Cardinale Joseph Ratzinger, sulla predicazione del profeta Giona nella città di Ninive.

« Assez, assez, assez »: le cri de Mgr Sako en Irak


« Assez, assez, assez ». C’est par ces mots que Mgr Louis Sako, évêque de Kirkouk (ville pétrolifère du Nord de l’Irak, réclamée à la fois par le gouvernement central de Bagdad et les autorités du Kurdistan irakien autonome) a inauguré dimanche 20 janvier 2013 un tout nouveau Centre socio-culturel. Destiné à l’organisation de rencontres et de congrès, ce lieu vise à accueillir « toutes les activités de l’évêché en faveur de la coexistence harmonieuse » des différentes communautés composant la province.
Bâti dans un complexe protégé incluant un jardin d’enfant, un centre sportif et une toute nouvelle école primaire chrétienne, le centre doit accueillir, dans une dizaine de jours, une première conférence sur le thème de « La coexistence pacifique entre les différentes composantes de la ville de Kirkouk ».
Devant le gouverneur et l’ensemble des responsables de la province, devant le clergé chrétien et musulman (chiite et sunnite), et alors qu’un nouvel attentat-suicide en pleine rue avait causé la mort mercredi 16 janvier de 30 personnes et en avait blessé 185 autres, Mgr Louis Sako s’est insurgé contre « ce sang versé, ces gens qui pleurent, ces morts innocents… » « On ne voit pas l’horizon », reconnaît-il, visiblement éprouvé par ce regain de violences.
Dimanche après-midi, il s’est rendu pour une visite de condoléances chez la famille d’un chrétien décédé dans cette attaque, auprès de sa veuve et de ses deux enfants de 10 et 7 ans. Jeudi, à la mosquée chiite, il avait assisté à une veillée organisée en mémoire de deux autres victimes. « Jusqu’à quand devrons-nous attendre ? Quand le Seigneur nous donnera-t-il la paix ? », a-t-il volontairement questionné l’imam.

Les chrétiens, « sel de la terre »

Dimanche, durant la cérémonie d’inauguration du centre, la chorale chaldéenne a entonné l’hymne national, suivis de trois chants « para-liturgiques » en faveur de la paix. « Les gens ont été touchés par cette spiritualité. Ils me disent : vous les chrétiens, vous êtes autre chose », a reconnu Mgr Sako, qui appelle volontiers ses fidèles à être ce « ferment », ce « sel de la terre » cités par les Évangiles.
« Il faudrait qu’eux aussi fassent pareil. Le problème est qu’ils ne bougent pas mais attendent toujours que nous prenions l’initiative. Depuis trois semaines, au lieu de dialoguer, de collaborer entre eux pour le bien du pays, ils restent chez eux, écrasés ».
À ses yeux, les violences récentes ne sont pas liées aux tensions intra-communautaires à Kirkouk même – « toute la famille de Kirkouk était là » – mais plutôt aux tensions entre le gouvernement central et le Kurdistan irakien, et aux tensions très fortes actuelles entre sunnites et chiites. « Aux musulmans que je vois, je demande : ‘quels sont ces musulmans capables de tels actes ?’ Eux aussi en ont assez de ce terrorisme ». Les politiques occidentales « qui ne regardent toujours qu’une moitié du problème, qui n’ont pas de vision globale », portent elles aussi leur part de responsabilité, selon lui.

Essayer jusqu’au bout

Inlassable défenseur du dialogue, Mgr Louis Sako doit reconnaître que beaucoup, en Irak, mais aussi en Égypte, en Syrie, « sont découragés ». « La situation des réfugiés syriens est misérable, surtout avec cet hiver très froid. Pourquoi sont-ils obligés de quitter leurs maisons, leur travail leur famille ? Sans doute y a-t-il une lueur à la fin, mais comment la voir ? » Lui refuse toutefois de baisser les bras. « Quand on me demande ‘Jusqu’à quand essayer ?, je réponds ‘jusqu’au bout’». 
En décembre, il avait invité le cardinal Leonardo Sandri, préfet de la Congrégation pour les Églises orientales, en visite en Irak, à venir à Kirkouk et notamment à s’exprimer dans la grande mosquée de la ville, située en face de l’évêché.
« Nous ne le savions pas mais tous nos discours étaient retransmis dans la rue, via les haut-parleurs du minaret », raconte Mgr Sako. « Le cardinal Sandri a redit qu’ensemble, chrétiens et musulmans, devaient être artisans de paix, que le pape leur demandait de faire le bien de leurs concitoyens ».
Lundi 21 janvier, l’Église chaldéenne entame les trois jours du jeûne de Ninive, une sorte de « grand Carême national », selon la formule de Mgr Sako. Les Chaldéens vont prier pour la paix, la stabilité du pays, mais aussi pour le synode de leur Église qui doit s’ouvrir à Rome le 28 janvier et qui verra l’élection d’un nouveau patriarche. « Nous avons besoin d’un chef qui nous aide à voir l’avenir, et qui rapproche les gens entre eux », estime l’évêque de Kirkouk.

Iraq opens Christian centre in ethnically-mixed city


Authorities on Sunday opened what they billed as the first Christian cultural centre in Iraq in a decade, despite a dramatic decline in the country's once significant Christian population.
The building was inaugurated in the northern city of Kirkuk, home to a diverse population of Arabs, Kurds and Turkmen, and is to host conferences and meetings to promote inter-faith communications between the city's Muslim and Christian communities.
"This centre is the first of its kind in Iraq since 2003, it sends a message of peace, and promotes the language of dialogue," said Louis Sakho, Chaldean archbishop of Kirkuk.
"The communities of Kirkuk are one family," he added.
Construction of the cultural centre, which lies next to Kirkuk's Chaldean church, began in early 2012 and was completed at a cost of around $305,000, officials said.
Iraq's Christian community is one of the oldest of its kind in the world, but they suffered persecution, forced flight and killings in the aftermath of the 2003 US-led invasion.Before 2003 there were more than a million Christians living in Iraq. Now they number around 450,000.
According to the UN refugee agency, many thousands fled after an October 2010 attack on a church in Baghdad.
From 2003 to May 2012, some 900 Christians were killed, while 200 were kidnapped, tortured and ultimately released for exorbitant ransoms, according to the Hammurabi Human Rights Organisation in Iraq.

17 gennaio 2013

Patriarca siro-cattolico di Antiochia: Stati Uniti, Europa e Paesi del Golfo fomentano l'odio in Siria

by Simone Cantarini

"In questa guerra, nata come una Primavera araba pacifica hanno una enorme responsabilità Stati Uniti, Unione Europea e Paesi del Golfo. Sostenendo la ribellione, che non ha un fronte unito,  essi fomentano l'odio fra la gente. Noi cristiani siamo molto delusi dal comportamento di questi Paesi, che con il loro denaro e petrolio hanno comprato le coscienze del mondo, giustificando la violenza". È quanto afferma ad AsiaNews,  mons. Ignace Joseph III Younan, dal 2009 Patriarca di Antiochia dei siri. Per il capo della comunità medio-orientale, "i cristiani rimasti in Siria sono gli unici che possono ancora testimoniare con la loro vita e i loro valori la possibilità di una riconciliazione, ormai esclusa a priori e dal regime e dai ribelli".   
Il patriarca sottolinea che la Siria è ormai a un punto di non ritorno, la sua stessa esistenza potrebbe essere cancellata e finire sotto i bombardamenti: "La situazione si fa ogni giorno più dolorosa e difficile. Qui non siamo più di fronte a una Primavera araba, ma a un conflitto confessionale fra la minoranza alawita e la maggioranza sunnita".
Nelle regioni controllate dall'esercito continuano gli attacchi suicidi delle milizie al-Nousra, gruppo terrorista legato ad al-Qaeda, responsabili dell'attentato di due giorni fa all'Università di Aleppo. Il bilancio parziale è di 87 vittime e centinaia di feriti. Due kamikaze si sono fatti esplodere ieri a Idleb, la principale città del nord ovest della Siria, uccidendo 22 persone.  Gli attacchi dei giorni scorsi hanno scatenato una dura offensiva dell'esercito, che sta utilizzando ogni mezzo a sua disposizione, comprese le bombe a grappolo, per riguadagnare almeno la provincia di Damasco. Testimoni, raccontano che un'offensiva senza precedenti è in corso a Daraya, a Sud-Ovest della capitale. Fino a prima della guerra la città aveva oltre 200mila abitanti, ma ora è deserta e i pochi sopravvissuti rischiano di morire sotto i bombardamenti. Ieri, Maher al-Assad, colonello dell'esercito siriano e fratello del presidente Bashar, ha dato ordine di "liberare Daraya dai ribelli, a costo di radere al suolo ogni abitazione". L'offensiva dell'esercito continua anche ad Homs, dove secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, i militari avrebbero compiuto un nuovo massacro della popolazione, uccidendo oltre 106 persone, fra cui molte donne e bambini. 
Mons. Ignace Joseph III Younan sottolinea che negli anni passati la Chiesa ha più volte invitato il regime a cambiare il sistema di governo totalitario, favorendo la democrazia. "Io stesso - dice - ho espresso questa opinione alla televisione di Stato siriana. Il cambiamento deve avvenire, ma  non con la violenza, frutto dell'odio confessionale, che potrebbe durare decenni anche a guerra finita". Per questa ragione il prelato indica che l'unica strada è una riconciliazione vera anche con la partecipazione di membri del regime. "Non si possono fare accordi - spiega - con delle precondizioni. In caso di una salita al potere dei ribelli, che vogliono la testa di Assad, la comunità alawiti scomparirebbe e forse anche le altre minoranze. Lo stesso rischio vi è con le condizioni imposte dal presidente che vuole cacciare dal Paese tutti i sunniti".
"Guardando ai fatti accaduti in Iraq - aggiunge - e alle conseguenze della guerra siriana in Libano, noi cristiani del Medio oriente siamo di fronte alla sfida più grande della nostra storia: restare nelle nostre città e parrocchie e convincere i nostri giovani a non fuggire. Il nostro ruolo è fondamentale per la riconciliazione di popolazioni divise dall'odio. Come ci ha indicato il Papa dobbiamo pregare e lavorare per la pace, il dialogo, la riconciliazione e la difesa dei diritti umani di tutte le comunità presenti in Siria". 
La comunità dei siro cattolici è presente in tutto il Medio oriente. La maggior parte dei fedeli vive in Iraq (42mila) e Siria (26mila), dove la comunità più importante risiede proprio ad Aleppo. Come il resto delle chiese mediorientali, la chiesa siro-cattolica soffre la diaspora dei suoi membri. Secondo le stime sono oltre 55mila le persone rifugiate nei Paesi occidentali.

Card. Sandri: Le Chiese d'Oriente ci insegnano la solidarietà e ci fanno riscoprire la fede


L'Oriente, vicino e lontano, "ha un impulso apostolico e missionario ammirevole, che aiuta l'Occidente a riscoprire la fede cristiana e i valori della solidarietà e dell'ospitalità. Anche nelle difficoltà che derivano dalla guerra e dalle necessità più stringenti, ripartono sempre dai valori cristiani. Sono un esempio". A parlare è il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali.
Il porporato, 69 anni, ha partecipato ieri alla presentazione in Italia della Cnewa (la Catholic Near East Welfare Association), l'agenzia nordamericana con sede a New York - la presiede il cardinale Timothy Dolan - che venne fondata nel 1926 da Pio XI e si occupa di sostenere il "Vicino Oriente cristiano", dal Medio Oriente all'Africa del Nordest passando per l'India.
Ad AsiaNews il cardinale dice: "L'ospitalità è la qualità principale che caratterizza i popoli di rito orientale, una qualità che qui in Occidente dovremmo valorizzare di più. Lo dimostrano l'accoglienza e l'amore che si vedono nei campi profughi. Ma soprattutto, vedendo questa miriade di profughi ed esiliati che deve fuggire dalle guerre - penso soprattutto a quella siriana - colpisce in maniera positiva la solidarietà che viene loro espressa anche da quei fratelli che hanno davvero poco da offrire".
Ma l'opera della Congregazione e della Cnewa non si limita al Medio Oriente: "Voglio mandare un messaggio di ammirazione alla Chiesa indiana, una Chiesa che non si restringe nei suoi tanti limiti ma che ha un impulso apostolico molto forte. Si spingono ad andare oltre tutte le difficoltà per annunciare il messaggio cristiano. Adesso si sta studiando un modo per aiutarli dal punto di vista pastorale, perché la diaspora indiana è una realtà con cui fare i conti. La Chiesa ha come obiettivo quello di essere vicina a tutte queste comunità, in modo che possano mantenere la fede che hanno ricevuto e che portano in Occidente".
"Per aiutarli in maniera concreta - conclude il presule - che cosa possiamo fare? Di certo non bastano le parole di commiserazione e vicinanza, per quanto sincere possano essere. Ci sono gesti concreti che si possono fare in maniera semplice, come donazioni e volontariato, attraverso tante istituzioni cattoliche che operano da tempo per il loro benessere. In questo senso voglio ringraziare AsiaNews per tutte le notizie che fornisce e che rendono conto della situazione in Medio Oriente, ma anche per la sua opera di sensibilizzazione nei confronti dei nostri fratelli qui in Italia". 

Some Turks feel influx of Syrians hampers efforts to aid other refugees


ISTANBUL (CNS) -- Hafiz Karim fled with his family to Turkey after extremists in Iraq threatened to kill them all if they didn't sell their Baghdad restaurant and move out of the neighborhood.
That was two years ago. The Catholic family of six now lives in a three-room basement apartment in an immigrant neighborhood of Istanbul, waiting for relocation to the United States or Australia.
"I told them we want to go to California, but they said, 'We will choose where you go,'" said Karim, referring to a November interview he and his family had with immigration officials at Istanbul's U.S. Consulate.
"They said we were accepted but didn't say how long we would wait," he told Catholic News Service in early January.
This year, unlike in the past, the family was not among the recipients of a parish stipend.
"Our church at Christmas gave money to 150 needy families, not like before" when all the parish's refugees got some, Hafiz's wife, Muntaha, told CNS.
"We give praise and thanks to God, all the same," she said.
The couple and their four daughters are among tens of thousands of refugees in Turkey facing longer waits for asylum to third countries and decreasing services from aid organizations, churches and charities. Several such refugee aid groups reported in early January to CNS that they were struggling to contend with the rapidly growing numbers of refugees in Turkey seeking help due to war, political tension and other instabilities in their home countries.
Worsening the situation, said these organizations, is the war in Syria, which has sent more than 200,000 Syrians into Turkey. Though many of them are being sheltered in Turkish government-run relief camps on the Turkish-Syrian border, an estimated 60,000 to 70,000 of them are not, estimated aid groups.
"All the numbers are increasing, the Afghans, Iraqis, Iranians, Syrians, and people coming from Africa. There is also an increase in the number of unaccompanied minors," said Belinda Mumcu of Caritas Turkey, a Catholic charitable agency that offers refugees basic medical, health, social and technical support, including the navigation of the U.N. asylum-seeking paper process.
"The process is slowing down ... people are waiting one year at least now. Before, the numbers were less, so people were not waiting as much. It is becoming more and more difficult," Mumcu said of efforts to meet the growing needs of more refugees who are now staying longer.
Msgr. Francois Yakan, who formed the organization Kader in 2005 to help Iraqi Catholics in Turkey, expressed similar concerns for refugees in the country.
"We had 418 new Iraqi families just last year," he said, adding that costs of providing medical and social services for refugees in general were rising due to increases in their numbers and to the waiting time for resettlement to third countries, which was now taking anywhere from two to four years, when before it was only one.
In talks with the U.N. recently, Msgr. Yakan, vicar of Turkey's Chaldean Catholic Patriarchate, said he had expressed fears that the international focus on the war in Syria and its refugees was coming at the expense of other equally vulnerable people, such as the 12,000 Iraqis -- half of them Christians -- he estimated were in Turkey.
"You must not forget the Iraqis," he said he pleaded to the U.N.
A U.N. spokesman in Turkey confirmed that the number of people seeking resettlement had "incredibly increased," but denied that the Syrian refugee crisis was negatively affecting the situation of other refugees and U.N. abilities to help them. He said 150,000 of the Syrian refugees in Turkey were in the border relief camps and were not even part of the asylum-seeking process.
"I don't think there is a linkage between the two groups," said the spokesman, Metin Corabatir of the U.N. High Commissioner for Refugees, which lends technical support to the Turkish border camps and the refugee asylum process.
Corabatir told CNS that a rise in the number of incoming refugees in general combined with the "limited capacities of NGOs" seeking to help them were making providing services to refugees in Turkey all the more difficult.
Such difficulties were immediately apparent at one Istanbul charity run by a network of Christian churches, where an aid worker said refugees were now being turned away because there were too many of them. Syrians who refuse to go the government-run camps were among those being turned away.
"We (once) could give them the food coupons, but we don't give now because we don't have the capacity," said the worker, who requested anonymity due to the sensitive nature of charities in Turkey, where all religious institutions are officially banned from doing humanitarian work.
A quick look at her charity's records showed an average of 354 refugees from 55 different countries receiving monetary, medical and social help per month -- up from 120 refugees per month four years ago.
Recent beneficiaries, the records showed, were from Nigeria, Ethiopia, Congo, Syria, Eritrea, Kyrgyzstan, Iraq, Senegal, Iran and the Philippines.
"When we can help them with doctors we do. When we can't, we can't," the aid worker said.

15 gennaio 2013

Piccoli pazienti in coda in Iraq. Da Vicenza il chirurgo dei bimbi

by Marino Smiderle


La fila dei piccoli pazienti e dei rispettivi genitori è sempre lunghissima. Vengono da tutti i villaggi che circondano Duhok, nella parte settentrionale del Kurdistan iracheno, nelle montagne ora coperte di neve della zona stretta tra Siria, Turchia e Iran. Anche oggi il prof. Alessandro Frigiola, il cardiochirurgo vicentino che ha fondato l’associazione Bambini cardiopatici nel mondo, ha cominciato a operare alle 10 di mattina e finirà alle dieci della sera.
I primi due interventi, quelli eseguiti ieri, sono andati bene ma i bimbi devono essere seguiti nel reparto di terapia intensiva sistemato di fronte alla sala operatoria dell’Azhadi Hospital di Duhok. «Non possiamo eseguire troppi interventi se la terapia intensiva è piena - spiega Frigiola mentre si infila la "divisa" da chirurgo - perché l’equipe di medici e infermieri che abbiamo portato dall’Italia rischierebbe di non seguire nel modo adeguato la fase post-operatoria. Bisogna sperare che il recupero sia rapido e così possiamo procedere con il lavoro di sala operatoria».
La giornata comincia però con un imprevisto. Mentre una bimba di 10 anni, primo intervento della mattina, è sotti ferri, all’ospedale si presenta una giovane donna in preda a una grave crisi cardiaca. Aveva subito un intervento al cuore nel 2002 a Baghdad ma adesso ha avuto una ricaduta, dovuta probabilmente a un cedimento dei tessuti su cui erano state eseguite le modifiche previste. «Può capitare - osserva Frigiola - ma bisogna intervenire subito. Siamo qui, non possiamo non tentare. Altrimenti per lei è morte sicura».
Eccolo il dilemma tragico cui si trovano di fronte i medici che decidono di andare di volta in volta a operare in paesi complicati, non dotati di strutture adeguate: chi operare? La scelta è angosciante. «Ma noi rispettiamo criteri precisi - argomenta Frigiola -. In questo caso alla giovane di Baghdad resta poco da vivere se non interveniamo. E, tra l’altro, non è detto che siano arrivati in tempo. Bisogna vedere quando apriamo».
In questo caso, pochi dubbi: la precedenza spetta a lei. Nel frattempo, mentre è in corso l’operazione sulla bimba di 10 anni, succede un incidente spiacevole: il compressore dell’aria si guasta. In sala operatoria si sentono dei suoni sinistri che segnalano il guasto. «Useremo direttamente l’ossigeno», ordina Frigiola. L’operazione va avanti. Succedesse una cosa del genere in Italia, i magistrati aprirebbero giustamente un'inchiesta. Qui si pensa solo a rimediare, non c’è tempo per trovare eventuali responsabilità.
Bastano pochi giorni al seguito del gruppo di Frigiola, composto da cardiochirurghi, cardiologi, anestesisti, radiologi, infermieri di grande professionalità e spinti da passione infinita per capire cosa vuol dire fare il medico in situazioni di difficoltà, in paesi, come il Kurdistan iracheno, che si stanno sforzando per uscire dalle macerie lasciate da quarant’anni di dittatura di Saddam ma che sono alle prese con ovvi problemi strutturali.
Il segreto di Frigiola è che i suoi non sono interventi spot. No, qui resterà qualcosa di più di un ricordo. A San Donato Milanese, dove Frigiola è primario di cardiochirurgia, sono stati preparati e saranno preparati nuovi medici curdi che presto prenderanno servizio permanente qui a Duhok. Tra questi c’è Halkawt Ali Nuri, che in questi giorni ha eseguito direttamente gli interventi seguito da Frigiola. «Ha 32 anni ed è il più bravo che io abbia mai visto - assicura il professore vicentino -. La sua è una storia incredibile e la si può vedere nel documentario girato su di lui».
Andate su youtube e cercate "Il pianista di Erbil": troverete il motivo per cui l’associazione Bambini cardiopatici nel mondo ha investito 150 mila euro per pagare i suoi studi. Andò via dall’Iraq dopo che suo padre venne ucciso da un’auto bomba in un Kurdistan non ancora messo in sicurezza. La madre lo spinse ad accettare l’offerta che arrivava dall’Italia e in questi giorni di febbrile attività a Duhok, in questi giorni che brillano per il numero di vite salvate, tutti hanno capito che Frigiola, 70 anni e non sentirli, ha sempre lavorato per il futuro.

14 gennaio 2013

Chaldean council demands fair representation

By The Daily Star Lebanon

The High Council for the Chaldean Church in Lebanon demanded Sunday that the electoral law in the making secures a fair representation for all Christian minorities in Parliament.
“The Chaldean sector is one of the 18 sects that form the Lebanese social fabric and its members have contributed like other sects in reinforcing the country’s economy and participating in activities that further enhanced Lebanon’s regional and international role,” said a statement issued by the council.
Chaldean, Protestant, Copt, Assyrian, Catholic Syriac, Orthodox Syriac and Latin sects are all represented by a single seat in Parliament, according to the 1960 electoral law.
The Chaldean council demanded that each Christian minority be represented by one seat in Parliament, expressing deep sorrow over “the statements of several MPs who asked that only two Christian minority sects be represented in Parliament by two seats thus depriving the remaining sects of this right."
The council also warned against “adopting such a proposal as this would inflict a deep wound and set a dangerous precedent in democratic societies.”

11 gennaio 2013

Mons. Sako: un Iraq diviso e violento è un “inverno arabo” per cristiani e musulmani

by Dario Salvi

In Iraq la religione riveste un "ruolo essenziale" ed è "sfruttata per finalità politiche". Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein ha preso piede "una mentalità settaria" nella quale "l'identità individuale vale più dell'unità nazionale". È quanto sottolinea ad AsiaNews mons. Louis Sako, in una lunga intervista in cui analizza la storia recente del Paese, del Medio oriente e della vita dei cristiani. Sono ormai trascorsi circa 10 anni dall'invasione internazionale (marzo 2003) che ha determinato la cacciata del rais; tuttavia, secondo l'arcivescovo di Kirkuk - nel nord del Paese, centro nevralgico in cui si gioca la sfida per il petrolio fra governo centrale e indipendentisti curdi - democrazia, pari diritti e libertà "restano un sogno" e la gente è "delusa".
Nei giorni scorsi le violenze hanno colpito anche la minoranza cristiana: il 7 gennaio la morte di una donna, sgozzata durante una rapina; il giorno seguente l'esplosione di un'autobomba, che ha ucciso uno studente universitario laureando in medicina. Episodi legati al clima tensione che si respira in tutto il Paese, teatro di una lotta confessionale fra sunniti e sciiti e di uno scontro di potere che ha per protagonisti arabi, curdi e turcomanni.
"Gli intellettuali musulmani e i cristiani vivono un inverno arabo", aggiunge il prelato, che vede nel nuovo patriarca (che verrà eletto a Roma a fine gennaio) una figura chiave "padre e pastore", chiamato a "prendere iniziative e promuovere riforme".
Ecco, di seguito, l'intervista rilasciata da mons. Louis Sako ad AsiaNews:
Eccellenza, nei giorni scorsi sono stati uccisi due cristiani a Mosul. Un clima che ricorda gli anni più bui (2004-2006) di violenze. Qual è la situazione?
L'Iraq è abitato da un miscuglio di etnie, religioni e lingue: arabi, curdi, turkmeni, cristiani e musulmani sunniti e sciiti. Questo è diventato un elemento di preoccupazione perenne per i politici irakeni, che sembrano incapaci di risolvere i problemi. Anche i vari referendum, le elezioni e la distribuzione dei posti sono solo una lotta interna fra loro. Si moltiplicano proteste, manifestazioni e marce. Le minacce e le violenze hanno creato un vero e proprio vuoto istituzionale, nel quale si sono infiltrati gruppi criminali ed estremisti aggravando il clima.
Al momento non si vedono soluzioni concrete all'orizzonte, anzi vi è una sempre più netta divisione anche fra gli stessi gruppi politici ed etnici. I sunniti arabi accusano gli sciiti e i curdi di violare i loro diritti. I turkmeni sembrano essere emarginati da tutti. E i cristiani si sentono perseguitati.
A 10 anni dalla caduta di Saddam Hussein il Paese sembra peggiorato, anche per i cristiani. Vi sono prospettive di miglioramento?
Il governo attuale ha passato gli ultimi 10 mesi tentando di darsi una forma e, ancora oggi, non è completato. L'esecutivo vorrebbe anche fare qualcosa, ma le altre parti non lo aiutano. Permane una mentalità tribale, in cui tutti vogliono essere capi (sheikh). C'è una lotta per il potere, alle volte senza nemmeno una competenza specifica. Il cambiamento avviene col dialogo e il negoziato, non attraverso le violenze e il disordine.
Qui la religione riveste un ruolo cruciale ed è sfruttata per fini politici. Un leader che si presenta come laico, va alla moschea, indossa una "gelabia" (il camice islamico) e comincia a cantare i versi del Corano. Legge, istituzioni e Costituzione sono interpretati in modo diverso. Sono una materia di conflitto. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein si è creata una mentalità settaria e confessionale con sciiti, sunniti, musulmani, cristiani, arabi, curdi, turkmeni. E l'identità individuale vale più di quella nazionale. Il fratello diventa avversario.
Temiamo davvero la divisione del Paese in cantoni! La malattia del presidente Jalal Talabani e l'influsso dei Paesi della regione aggravano la situazione; ogni gruppo, senza tenere conto degli altri, vuole imporre la propria agenda. Democrazia e libertà nei Paesi della Primavera araba sembrano ancora oggi un sogno e un lungo cammino. Siamo davvero delusi!
Come risponde la classe dirigente del Paese alla popolazione?
In un quadro simile, popolazione e classe politica sono sfiduciati. Per questo non è possibile avviare un vero cammino di riconciliazione, uno scambio reciproco in un'ottica di perdono. La mentalità che spinge alla vendetta regna anche al di fuori della legge e della legalità. I politici e i dirigenti non indicano un piano preciso e comune per lo sviluppo del Paese. Il conflitto a livello regionale e la lotta per il potere e la forza nell'islam politico, non permettono di intravedere in futuro una politica aperta, pluralista, in cui tutti i cittadini sono davvero eguali.
Intanto cresce il pericolo di divisione dell'Iraq. Quale ruolo possono avere i cristiani, da sempre un "collante" della nazione?
Il pericolo di partizione resta forte ed è rafforzato ogni giorno di più dalla situazione attuale in Siria ed Egitto. Non vi sono politici indipendenti. Ci sono invece partiti religiosi ed etnici che fanno i loro interessi e vogliono solo la loro autonomia. Le milizie complicano ancor più la situazione. Il numero dei cristiani continua a diminuire, l'esodo prosegue per tante ragioni. La Chiesa non fa niente e i partiti politici cristiani hanno fallito nel loro compito di aiutare i cristiani a rimanere, malgrado abbiano la grande possibilità di essere presenti, influire e creare ponti fra le varie componenti della nazione, grazie anche al loro livello di studi e formazione.
Né la Chiesa né i politici cristiani hanno una visione concreta, un piano chiaro e preciso, risposte concrete. Per questo si diffonde sempre maggiore sfiducia fra i fedeli e in generale nella popolazione. Sono delusi! La libertà religiosa non viene rispettata in modo eguale per tutti. Vi è la religione di Stato, che vale per tutta la regione del Medio oriente, mentre le altre sono "tollerate" nel senso dispregiativo del termine.  
E anche il petrolio, risorsa preziosa, invece di diventare un bene comune è fonte di scontro...
L'Iraq è un Paese ricco non solo di petrolio, ma anche di acqua, di terreni e potrebbe attirare un grande flusso turistico. Durante il vecchio regime i soldi venivano utilizzati per gli armamenti. Ora la nazione è impoverita. Il bene pubblico non viene rispettato. La gente è stanca e questo clima di sfiducia generale ha reso più debole la nazione.
Come si colloca l'Iraq nel contesto del Medio oriente e cosa è rimasto della Primavera araba?
Penso che la chiave di lettura sia l'idea di Medio oriente pianificato dagli Stati Uniti e dall'Occidente. Siamo al cospetto di un laboratorio ideato con la finalità di dividere su base etnica e religiosa. I Paesi della regione spingono a questo progetto, a seconda della specifica conformazione. In Siria la lotta è fra sunniti e sciti alawiti. Ed è una questione di vita o di morte! Purtroppo l'Occidente complica la situazione, invece di contribuire a migliorarla, appoggiando l'opposizione non aiuta a raggiungere una soluzione politica che sia valida per tutti. Per i cristiani e gli intellettuali musulmani è "l'inverno arabo", non la Primavera tanto sognata!
Eccellenza, come si prepara la Chiesa d'Iraq all'elezione del nuovo patriarca? E quali prospettive si possono aprire dopo il Sinodo e l'Ecclesia in Medio oriente di Benedetto XVI?
Noi e i nostri fedeli preghiamo per un patriarca che sia padre e pastore per tutti: cristiani e non; un uomo aperto, ecumenico, che sa dialogare, coraggioso e capace di assumere buone iniziative, fra cui riforme liturgiche, pastorali e spirituali per la formazione del clero. Una persona che unisce e non divide, avvicina e non scaccia via. Uno che conosce la situazione del Paese e la politica - nel centro, come nel Kurdistan - e che sia cosciente delle sfide. Che cerca, assieme a tutti gli uomini di buona volontà, soluzioni concrete. Desideroso di collaborare con le altre Chiese del Medio oriente per applicare l'Esortazione apostolica "La Chiesa in Medio oriente: comunione e testimonianza", per un futuro migliore per tutti. In tutto questo la Santa Sede ha un ruolo cruciale, anche e soprattutto per garantire ai cristiani la possibilità di restare nel proprio Paese e mantenere il proprio posto. Al riguardo, penso che la visita del card Leonardo Sandri in Iraq ed Egitto vada letta in quest'ottica. Aspettiamo fiduciosi lo Spirito Santo.

10 gennaio 2013

Veritas speaker to discuss courage of faith in Baghdado

By Holland Sentinel January 10, 2013
by Andrea Goodell

Iraqi Christians once numbered 2 million. Now, there are 200,000.
“Most have had to leave because they’re persecuted, targeted,” the Rev. Andrew White said.
White, known as “the Vicar of Baghdad,” has led St. George’s Anglican Church in the heart of Baghdad since 1998 and will be the featured speaker this weekend at Hope College’s Veritas Forum. The ninth biennial forum will explore “Courage and Crisis: Embracing a costly discipleship.”
“I’m going to talk about the risks the Christians of Iraq have taken and how we all as followers of Jesus need to be prepared to take risks,” White said Thursday in an interview. “In Saddam’s day, it was safe. You could walk down the street and there were no bombs, but everybody lived in fear. Saddam was evil.”
Even after the war, violence in Iraq continues.
“Every day there are bombs and rockets — literally all around us,” White said. “We are very much in a war zone, but we never give up, we keep going and we manage.”
But why live surrounded by violence for 14 years?
“I had a profound sense that is where I am meant to be,” White said.
He manages the embassy chapel, St. George’s and its 5,500 members, an attached school and clinic as well as working with the area’s Sunni and Shia Muslim leaders on reconciliation efforts between the two sects.
In 2010, White helped facilitate the first Sunni-Shia joint Fatwa against targeting minorities, such as the city’s Christians, in violent attacks.
White is also president of the Foundation for Relief and Reconciliation in the Middle East which exists to support his work at St. George’s and in reconciliation. When not in Baghdad or traveling, Andrew’s home base is in Hampshire with his wife Caroline and his two sons, Jacob and Josiah.
The Veritas Forum began at Harvard University in 1992 as a way to get students to think about what the school was founded upon: the Veritas, or truth, of Jesus Christ. Since then, dozens of campuses in the United States and abroad have emulated the Harvard model and held forums of their own.
“How do we think through courage now so when the crisis hits — and it will hit in all our lives — we are prepared” said Hope professor Marc Baer, one of the event’s founders.

L'Iraq ha bisogno di riconciliazione: Mons. Warduni (Baghdad)

By Baghdadhope*

Alla luce degli avvenimenti che stanno scuotendo il paese Mons. Shleimun Warduni, vescovo ausiliare caldeo di Baghdad, lancia attraverso Baghdadhope un ennesimo appello all’unità.
“Il distacco tra fratelli ci addolora” dice il vescovo, “e la nostra preghiera è perché l’unità e l’amore regnino nel paese intero, perché ci sia riconciliazione tra le parti per il bene di tutti gli iracheni. Bene che si raggiunge non attraverso la divisione, i contrasti o la forza, ma attraverso il perdono, l’operare comune a favore di tutti senza essere guidati  dalle logiche dell’appartenenza etnica.
Il nostro messaggio è rivolto al governo, ai capi tribù ed a quelli religiosi, a chi, quindi, ha il potere di spegnere il fuoco della divisione nel nome dell’armonia e della pace per il nostro amato paese.”  

9 gennaio 2013

Arcivescovo di Mosul: le violenze contro i cristiani e il miracolo di Natale


A Mosul si respira "un clima generale di forte tensione", che "non riguarda solo i cristiani, anche se finisce per investirli come il resto della popolazione". La gente "è stanca" per queste continue violenze e per la mancanza "dei servizi minimi come luce e acqua", mentre politica e istituzioni pensano solo "al tornaconto personale".
Così mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, nel nord dell'Iraq, descrive ad AsiaNews il clima di una città "da 10 giorni teatro di continue manifestazioni". Tuttavia, il prelato rilancia il valore primario "della fede e della speranza", come avvenuto durante le festività natalizie da poco concluse. "Per la prima volta dal 2003 - spiega - abbiamo celebrato la messa della notte alla presenza di centinaia di fedeli, che si è conclusa dopo le 11 di sera. Una vera fonte di gioia per tutti".
In questi giorni Mosul è stata teatro di una serie di violenze, che hanno investito in particolare la minoranza cristiana. Il 7 gennaio la morte di una donna, sgozzata durante una rapina. Ieri l'esplosione di un'autobomba, che ha ucciso uno studente universitario laureando in medicina. Episodi legati al clima tensione che si respira in tutto il Paese, teatro di una lotta confessionale fra sunniti e sciiti e di uno scontro di potere che ha per protagonisti arabi, curdi e turcomanni. Il tutto a spese delle minoranze, che non hanno alle spalle un sistema di potere o un movimento politico in grado di tutelarne gli interessi. In passato proprio la città di Mosul ha registrato alcune morti eccellenti fra i cristiani, fra cui il precedente vescovo mons. Faraj Rahho (nel contesto di un sequestro) e di p. Ragheed Ganni.
"Da 10 giorni a Mosul" racconta mons. Nona, "ci sono manifestazioni in diverse parti della città" e la polizia interviene, anche "in modo molto duro, per reprimerle". A scendere il piazza sono i gruppi sunniti, anche se essi rivendicano nei loro slogan "l'appartenenza alla città", piuttosto che sottolineare l'elemento confessionale. La tensione "non è un elemento positivo, soprattutto per i cristiani" avverte il prelato, in particolare nei periodi "che precedono le elezioni". Ad aprile si terranno infatti le amministrative del governatorato e la minoranza "rischia di essere coinvolta nel gioco degli interessi incrociati". "Così è successo negli ultimi anni - afferma il vescovo - e anche se speriamo per il meglio, da quello che si può vedere è concreto il rischio che succeda qualcosa".
In un quadro dalle tinte fosche è difficile mantenere la speranza. Come cristiani, avverte mons. Nona, dobbiamo credere che "la vita continua nonostante il male". Resta però la realtà dei fatti "e la gente è stanca". Negli ultimi 10 anni, sottolinea l'arcivescovo di Mosul, il clima non è mai cambiato: corruzione fra i gruppi politici, governo centrale impotente, partiti e movimenti che cercano accordi "finalizzati al tornaconto personale". E la popolazione, ribadisce il prelato, "è stanca e non ne può più: mancano gli elementi base della vita, fra cui elettricità, acqua, benzina e strade". "Se avessero pensato al bene comune - avverte - a garantire almeno i servizi minimi, questo non sarebbe successo. La gente è sul punto di esplodere, bisogna cambiare tutto a partire dalla mentalità".
Mons. Nona vuole condivide anche alcuni aspetti che restano fonte di speranza, testimonianze di piccoli miracoli che rafforzano la fede e invitano a continuare. Fra questi "le feste di Natale a Mosul", sottolinea l'arcivescovo ad AsiaNews, "molto belle e partecipate: sono andate benissimo!". "Ho celebrato la messa della notte della vigilia alla parrocchia di San Paolo, assieme a un sacerdote, davanti a quasi 600 fedeli". Vi era un "clima bello, di festa, che ha alimentato la fiducia e la speranza". Per la prima volta dal 2003, anno dell'invasione statunitense che ha portato alla caduta del rais Saddam Hussein, "abbiamo potuto celebrare la messa della sera e siamo rimasti davanti alla chiesa fino a tardi,le 11, come mai era successo in passato. Una bella festa". Dal 2003 in poi, a causa dell'insicurezza, le messe - anche quella di Natale - venivano celebrate nel pomeriggio.

8 gennaio 2013

Mosul, ancora sangue cristiano: autobomba uccide studente universitario


Ancora sangue cristiano a Mosul, nel nord dell'Iraq, dove un'autobomba ha ucciso uno studente universitario. L'assassinio segue il ritrovamento, avvenuto ieri, del cadavere di donna, Shdha Elias, insegnante caldea di 54 anni (cfr. AsiaNews 07/01/2013 Mosul: insegnante cristiana sgozzata, torna la paura in città). Il doppio omicidio contro la minoranza religiosa conferma il clima di violenza che si respira nell'area e in tutto il Paese, teatro di una lotta confessionale fra sunniti e sciiti e di uno scontro per il potere che ha per protagonisti arabi, curdi e turcomanni. Le precarie condizioni di salute del presidente della Repubblica - il curdo Jalal Talabani, colpito da ictus il mese scorso - e il clima di incertezza politica alimentano le tensioni, mente l'esecutivo a Baghdad appare sempre più impotente di fronte agli attacchi terroristi.
Fonti di AsiaNews a Mosul raccontano che l'autobomba è esplosa questa mattina davanti al supermercato di Al Alamia, nei pressi dell'università cittadina. La vittima è uno studente cristiano, Ayyoub Fauzi Auyyoub Al Sheikh, all'ultimo anno della facoltà di medicina del locale ateneo. I testimoni confermano che il giovane è deceduto sul colpo, decine i feriti e i danni materiali causati dalla deflagrazione.
Da due settimane nella città di Mosul si respira un clima di grande tensione, acuito dallo scontro fra i vertici dell'amministrazione locale con l'esecutivo centrale a Baghdad. Il governatore Athil Al Nujjaifi - sunnita e membro del partito islamista vicino ai Fratelli musulmani - è fratello del presidente del Parlamento, Ussama Al Nujjaifi. Esperti di politica irakena spiegano che "i sunniti detengono il potere nelle città di Anbar, DIala, Salah addin', Tikrit, Mosul e Kirkuk grazie al sostegno dei curdi"; una coalizione che costituisce un vero e proprio "movimento di opposizione contro il Primo Ministro sciita Nouri al Maliki". L'idea è quella di "dividere la nazione in cantoni".
Il tutto a spese delle minoranze, fra cui quella cristiana, che non hanno alle spalle un sistema di potere o un movimento politico in grado di tutelarne gli interessi. Dall'invasione statunitense del 2003, che ha determinato la caduta del rais Saddam Hussein, i cristiani sono più che dimezzati nel Paese. Tornando all'omicidio della donna, avvenuto ieri, alcune fonti (dietro anonimato) raccontano che "viveva sola" ed era "un facile bersaglio per i criminali", che "l'hanno uccisa con molta probabilità nel corso di una rapina". Il suo corpo è stato composto e seppellito sempre nella giornata di ieri. In passato Mosul ha registrato omicidi eccellenti all'interno della comunità cristiana: fra tanti, l'uccisione del vescovo mons. Faraj Rahho (nel contesto di un sequestro) e di p. Ragheed Ganni.
By Baghdadhope*




7 gennaio 2013

Mosul: insegnante cristiana sgozzata, torna la paura in città


La polizia di Mosul, nel nord dell'Iraq, ha rinvenuto il cadavere di una donna cristiana sgozzata. La macabra scoperta è avvenuta oggi, in un'area dove la minoranza religiosa da tempo è vittima di violenze e omicidi mirati, come avvenuto in passato con le uccisioni del vescovo mons. Faraj Rahho (nel contesto di un sequestro) e di p. Ragheed Ganni. Fonti di AsiaNews in città confermano la morte della donna, Shdha Elias, una insegnante caldea di 54 anni.
"Lavorava come insegnante - precisa la fonte - in una scuola del quartiere di al Bath, anche se abitava nel quartiere di bar Nirgal, vicino all'università". Anche questa donna "si aggiunge alla lunga lista dei martiri cristiani di Mosul". Tuttavia, non solo nel nord ma in tutto l'Iraq emerge sempre più "una tensione fortissima tra sunniti e sciiti" e, all'orizzonte, "non si intravedono soluzioni di pace e una vera riconciliazione nazionale".
Mosul è una roccaforte del fondamentalismo sunnita wahabita, che ha intrecciato stretti legami con l'Arabia Saudita. Esperti di politica irakena spiegano che l'obiettivo è quello di "formare uno Stato in cui vige la Sharia", con il Corano e la sunna come riferimenti legislativi e "l'islam quale unica religione di Stato". E ai fedeli di altre religioni non rimane altra scelta che convertirsi, oppure fuggire dal Paese o pagare la tassa imposta ai non musulmani. 
Da tempo la comunità cristiana nel nord dell'Iraq è vittima di uccisioni mirate, rapimenti a scopo estorsivo e di una guerra incrociata fra arabi, turcomanni e curdi per la conquista del potere e il controllo degli enormi giacimenti petroliferi racchiusi nel sottosuolo. In un decennio, le stime parlano di una minoranza "più che dimezzata" in seguito all'esodo "biblico" causato dagli omicidi in serie. Una personalità cristiana del governatorato di Mosul, che chiede l'anonimato per sicurezza, conferma che in città "tante famiglie cristiane" sono fuggite. "Hanno perso la fiducia in tutto - aggiunge la fonte - e il governo è incapace di fare qualsiasi cosa per proteggerli. Quale futuro si prospetta per i non musulmani, in questi Paesi in cui domina la logica della violenza!".

25 dicembre 2012

Christians in Iraq celebrate Christmas in Kurdistan

By RFI
by Hermione Gee

Iraq’s Kurdistan Region is home to one of the world's oldest Christian communities. In the last decade it has also welcomed Christians from the rest of Iraq who were persecuted for their religious beliefs. Christmas in Kurdistan takes on a special meaning for Christians knowing that not all their fellow citizens are free to celebrate the holiday.

You might think that one place you could avoid Christmas music in mid-December would be Iraq. But driving through Erbil, capital of the country’s Kurdistan Region, on a wet December afternoon, the local Babylon FM radio station has a full festive play list.
That’s because Kurdistan is very different from the rest of the country as many Iraqi Christian refugees have discovered in recent years.
Since the 2003 Iraq war, the Kurdistan Region has offered a safe haven to Christians fleeing religious persecution in

The St John Baptism Church in Ainkawa, Erbil, the capital of Iraq's Kurdistan region.
The St John Baptism Church in Ainkawa, Erbil, the capital of Iraq's Kurdistan region.
Hermione Gee
Baghdad, Mosul, Basra and other Southern Iraqi cities. The small suburb of Ainkawa lies on the edge of the region’s capital Erbil and about 90% of its 40,000 strong population is Christian, most of them Assyrians or Chaldeon Catholics.
Ninos Mishu is a priest at the Assyrian Church of the East, St John Baptism Church, in Ainkawa, Erbil.
“We have [on] 24th, Monday, we have a prayer beginning at 7.30 for celebration for  coming of Jesus. And at morning 7.30, Tuesday, 25 December, we have a holy mass.”
“We are free here in Kurdistan to use our church here to pray, to make a holy mass. We are so safe here. We are always celebrating our prayers or holy mass. And there is no problems recorded until now. Thanks for God, and for our government that love the Christian people. And our neighbors, the Muslims, they are always giving their greetings for us, in Christmas or Easter.”
Christmas hasn’t always been so easy for Father Ninos. He and many of his congregation came to Kurdistan in 2007 from Dora, a town south of Baghdad, where the situation was very different:
“More different, more different, yeah. We was attacked as Christians. We spent Christmas in big fear. Our church was bombed by the terrorism, so we used for Christmas another church. It was problem to reach to the church, really.”
Not only can Ainkawa’s many churches openly celebrate Christmas, the town has also been a riot of festive decorations for weeks – closer to Santa’s Grotto than the heart of the Middle East.
Elias Abel Achoul is the owner of the events planning company White Pro and has donated this year’s Christmas tree to the neighborhood. An enormous conical structure, it has pride of place on a busy main road at the entrance to the town.

The top of a large Christmast tree in Ainkawa, Kurdistan.
The top of a large Christmast tree in Ainkawa, Kurdistan.
Hermione Gee
“It’s 39 metres [tall]. It’s the biggest one in the Middle East. We’re trying to do something special. We want to do something for the people to make them happy, to enjoy Christmas. We are late little bit, but today we’re going to finish it. It’s not because Ainkawa is Christian only. We do it for Erbil. We don’t do it for Christian or Muslim – everyone here lives together. They don’t have any problem, I think.”
And while Christians and Muslims do live together in Kurdistan, the government and its security forces are still very vigilant around Christmas time, explains Bassim Hermes, a manager at the local Christian community television station, Ishtar TV, and a native of Ainkawa.
“Our tradition is different from others. When you come to Ainkawa, you cannot feel you are in a part of Iraq. You have lights, trees everywhere. Ainkawa, it’s something special. We have the biggest Christmas tree in the Middle East, so sure there will be some people who don’t like it, but we have the government supporting us. To avoid any sort of problems, anything that might happen that might not be good for those special days, therefore Ainkawa is totally surrounded – the security, the police. The main issue for the government is to let people celebrate, to live their life. They want these people really to enjoy this time, that’s the only reason. If you feel you are safe, if you are secure, that’s freedom.”
And even though Ainkawa’s Chrisitan population does feel free these days, Hermes says it’s important not to take their situation for granted:
“We are Christians living in Iraq. God forbid, if something happens here, if something happens to the Christian people in this region, there’s nowhere else to go, we have to leave the country. It’s our last destination here. God forbid, if something happens, then you cannot find any more Christians here.”