"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

22 febbraio 2019

Nomina di Membro del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso


Il Papa ha nominato Membro del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso Sua Beatitudine Em.ma Card. Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei.

21 febbraio 2019

Louis Sako, cabeza de la Iglesia católica caldea, a Infovaticana: “El acusado tiene derecho a defenderse”

By Infovaticana

Minutos antes que de comienzo la cumbre sobre abusos sexuales en el Vaticano, el cardenal iraquí Louis Raphael I Sako, Patriarca de Babilonia de los Caldeos y cabeza de la Iglesia católica caldea, ha señalado a Infovaticana en Roma que “hay que tomar medidas respecto a los abusos sexuales”.
“Tenemos que hacer justicia y también hay que tener misericordia. Un hombre que es acusado, a lo mejor es inocente, y tiene que tener el derecho a defenderse él mismo”, ha subrayado el cardenal a las puertas de la Plaza de San Pedro.
Asimismo, ha explicado que es algo que “depende de la Iglesia, que debe reunir la formación del clero. La formación espiritual es básica”.
Respecto al tema de la homosexualidad ligada a los casos de abusos sexuales dentro de la Iglesia, el Patriarca de Babilonia ha subrayado que “es algo muy limitado” y ha defendido que no se debe generalizar “si son unos cien sacerdotes y obispos…” Al mismo tiempo que ha asegurado que “la Iglesia es una institución divina formada por seres humanos y los seres humanos normalmente son débiles. Pero no tenemos que generalizar y crear un fenómeno. La Iglesia está siendo atacada, y no la persona, tenemos que nombrar a las personas por su nombre”, ha concluido.

18 febbraio 2019

Patriarchi al summit di Monaco: l’Occidente è corresponsabile dei conflitti mediorientali

By Fides

La 55esima Conferenza internazionale non governativa sulla Sicurezza, svoltasi a Monaco di Baviera dal 15 al 17 febbraio, ha ospitato anche una qualificata rappresentanza delle Chiese mediorientali: il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, insieme a Mor Ignatios Aphrem II, Patriarca siro ortodosso di Antiochia, con la loro partecipazione al summit hanno avuto modo di partecipare a molti incontri bilaterali con rappresentanti politici di diversi Paesi, e hanno svolto interventi articolati e di ampio respiro partecipando insieme a un panel sulla condizione delle comunità religiose in Medio Oriente, organizzato il 16 febbraio dalla Hanns Seidel Foundation.
Il Patriarca Sako, nel suo intervento, ha richiamato le cause di lungo periodo che hanno contribuito nell’ultimo secolo a rendere più precaria la condizione delle comunità cristiane autoctone mediorientali. Il Primate della Chiesa caldea, creato cardinale da Papa Francesco, ha ricordato che fin dal crollo dell’Impero ottomano le potenze occidentali occupanti non hanno mostrato alcuna intenzione di favorire in Medio Oriente la nascita di Stati di diritto, dove fossero garantiti a tutti i cittadini uguali diritti. Il Patriarca ha fatto riferimento al conflitto israelo-palestinese - come fattore storico che ha contribuito a alimentare l’islam politico – e al pregiudizio (risalente a vicende storiche lontane nel tempo, come le Crociate) che etichetta i cristiani mediorientali come “alleati” delle politiche e delle potenze occidentali in Medio Oriente.
Riferendosi alla situazione specifica dell’Iraq, il Patriarca Sako ha ripetuto che gli iracheni hanno sperimentato un vero e proprio caos a partire dalla caduta del regime di Saddam Hussein (2003), che ha prodotto una situazione di vuoto politico-istituzionale dove sono cresciute le piaghe del settarismo, della corruzione e della moltiplicazione di milizie e gruppi armati fuori dal controllo dell’autorità statale. “L’instabilità in Medio Oriente” ha rimarcato il Patriarca caldeo “ha contribuito al dilemma dei cristiani, a causa della ‘politica occidentale’ che incoraggia il conflitto in questa regione piuttosto che promuovere la democrazia e la libertà. In altre parole – ha aggiunto il Patriarca - i ‘decisori’ occidentali hanno fatto tutto il possibile per promuovere la loro economia e servire i propri interessi a scapito dei nostri Paesi. Per esempio, controllando petrolio e altre risorse naturali, così come la vendita di armi per entrambi i fronti dei conflitti”. Riguardo all’emergenza della Piana di Ninive, e dell’auspicato ritorno delle popolazioni cristiane fuggite da quell’area negli anni di occupazione da parte dei jihadisti dello Stato Islamico (Daesh), il Primate della Chiesa caldea ha rimarcato che il governo iracheno non ha fatto nulla per aiutare gli sfollati interni a far ritorno alle proprie case, anche a causa di prassi corrotte che spingono alcuni a chiedere soldi per il restauro di case e chiese distrutte durante il conflitto. “Abbiamo sofferto abbastanza” ha dichiarato il Patriarca caldeo, sottolineando che dall’attuale condizione di crisi i Paesi mediorientali possono uscire solo se si riconoscono l’uguaglianza dei diritti per ogni cittadino, se si emendano i programmi scolastici da ogni istigazione alla discriminazione, e se si punta a eliminare “l'ideologia della Jihad nell'Islam o della Guerra Santa nel cristianesimo e nelle altre religioni”.
Il Cardinale Sako ha anche auspicato che la recente visita di Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti e la pubblicazione del documento sulla Fraternità umana da lui sottoscritto insieme al Grande Imam di al Azhar possano contribuire a far scomparire le cause del fanatismo religioso.
Il Patriarca siro ortodosso Mor Ignatios Aphrem II, nel suo intervento dedicato alla situazione in Siria, ha ricordato i due arcivescovi di Aleppo – il greco ortodosso Boulos Yazigi e il siro ortodosso Mar Gregorios Yohanna Ibrahim – scomparsi durante il conflitto nell’aprile 2013, e ha lamentato l’assenza di rappresentanti del governo siriano tra gli invitati al summit sulla sicurezza. Il Primate della Chiesa siro ortodossa ha rimarcato che nell’attuale fase, le sofferenze della popolazione siriana chiamata alle prese con un Paese devastato dal conflitto vengono aggravate dalla politica delle sanzioni internazionali imposte da alcuni Paesi contro la Siria.
Alla conferenza internazionale di Monaco sulla Sicurezza hanno preso parte, tra gli altri, la cancelliera tedesca Angela Merkel (molto applaudita, alla fine del suo intervento, dalla platea dei circa 450 convegnisti), il vice-Presidente statunitense Mike Pence e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov.

Munich Security Conference (English)

Card. Sako: Costituzione, scuola e lavoro per il futuro dell’Iraq


Riformare la Costituzione e l’ordinamento del Paese, rafforzando l’obiettivo primario del “rispetto della vita”, eliminando divisioni e abusi che creano “cittadini di seconda classe”; cambiare il curriculum scolastico “aggiornando i programmi di religione” rispettando “le esigenze dei tempi moderni”; garantire “opportunità lavorative per i giovani”. Sono questi i punti delineati dal patriarca caldeo, il card Louis Raphael Sako, nel suo intervento alla 55ma edizione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, in Germania, in programma dal 15 al 17 febbraio. Nel suo intervento, inviato ad AsiaNews, il presule ha insistito sull’importanza di “eliminare l’ideologia jihadista” nell’islam e il concetto di “guerra santa” contro i cristiani e altre religioni. 
La conferenza annuale nella città tedesca rappresenta l’appuntamento più importante al mondo in tema di sicurezza e politiche internazionali. All’evento partecipano capi di Stato e di governo, politici di primo piano, organizzazioni internazionali e rappresentanti delle Forze armante, della società civile, degli affari e dei media.
Il primate caldeo è intervenuto su invito del presidente Msc Wolfgang Ischinger, ex diplomatico tedesco un tempo ambasciatore a Washington. Nel suo discorso, il card Sako ha ricordato che l’essenza del “messaggio” religioso in genere è volto alla coesistenza e alla cooperazione, alla pace e alla sicurezza, alla libertà e alla dignità. Tuttavia, per oltre un secolo i cristiani in Medio oriente hanno sperimentato un clima di “violenza senza fine”.
Dall’impero ottomano alla Prima guerra mondiale, passando per il conflitto israelo-palestinese e l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 che ha causato violenze, confusione e innescato una spirale di terrore, sono molte le cause che spiegano la persecuzione. In particolare, l’intervento americano ha provocato una situazione di “caos”, frutto della “dissoluzione dello Stato” e preparato il terreno per l’avvento dello Stato islamico (SI, ex Isis).
Il dramma dei cristiani è racchiuso nei numeri: 1225 fedeli uccisi in vari episodi di violenza in Iraq; un milione ha lasciato il Paese; 120mila sfollati da Mosul e dalla piana di Ninive, che hanno dovuto vivere per oltre tre anni nei campi profughi in condizioni di estremo bisogno (senza che il governo centrale di Baghdad sia mai intervenuto per provvedere ai loro bisogni); 58 chiese e molte moschee sono state bombardate o distrutte; circa 23mila proprietà cristiane, di yazidi e sabei sono state espropriate dalla “mafia” locale.
Per fermare questa spirale di odio, avverte il porporato, è necessario “eliminare l’ideologia del jihad” e incoraggiare i leader religiosi musulmani a superare l’interpretazione “letterale” del Corano e degli altri testi sacri. A questo si aggiunge la promozione di una “partecipazione umanitaria e nazionale” allo sviluppo del Paese “in uno spirito di fraternità”, cui si deve affiancare “il mantenimento del patrimonio dei cristiani”.
Il card. Sako sottolinea che è “essenziale” una “rapida stabilizzazione” della piana di Ninive ormai libera dalle milizie jihadiste, ma sulla quale pende la minaccia delle forze sciite che di recente hanno messo nel mirino i cristiani. “La comunità internazionale - conclude - deve assistere gli sfollati e sviluppare una efficace strategia di lungo periodo”, per garantire “pace e prosperità” a una nazione che “si suppone ricca di risorse”.

Chaldean Patriarchate
Friday, February 15, 2019

Address of Patriarch Sako at the 55th Munich Security Conference (MSC) 2019

Munich Security Conference
(English)

15 febbraio 2019

Address of Patriarch Sako at the 55th Munich Security Conference (MSC) 2019

By Chaldean Patriarchate

Munich Security annual conference is the world’s largest gathering of its kind, on international security policy and the list of its’ attendees includes Heads of States, Governments and International Organizations, Ministers, Members of Parliament, high-ranking representatives of Armed Forces, Science, Civil Society as well as Business and Media.
At the invitation of MSC President Wolfgang Ischinger, a former German Diplomat and former Ambassador to Washington, His Beatitude Patriarch Cardinal Louis Raphael Sako arrived Munich on Thursday 14 February 2019  to participate in this important Forum.

Below is the detailed speech:

The 55th edition of Munich Security Conference MSC 15-17 February 2019
Cardinal Louis Raphael Sako, Patriarch of the Chaldean Church

I would like to express my heartfelt thanks to the organizers of the 55th edition of Munich Security Conference (MSC). It is a pleasure to be here, promoting peace and dignity for all humankind regardless of religion, gender  and nationality.
Basically, we all agree that the core of religious “message” in general, is for people to coexist and cooperate; to achieve peace and security; to assure their freedom and dignity; and to protect environment as well. However, our region has been living in a “non-stop violence” for almost one century.
Therefore, I chose the following points to address my topic

  1. Reasons Behind the Deterioration of Christians’ Situation in Iraq
  2. Perspectives for the Future
  3. Role and Impact of the International Community.

Reasons Behind the Deterioration of Christians’ Situation in Iraq

Historically, the deterioration of Christians’ situation in the region started after the Ottoman Empire era and when the west occupied the Middle East after World War I, since the occupiers have no intention to build a state of citizenship, law, justice and equality. Especially that the population of these countries was not homogeneous, both religiously and ethnically. So, the situation was ready to explode at any time in countries like Iraq, Syria, Libya, Yamen etc.
Additionally, the Israeli – Palestinian conflict is creating tension, by making Muslims believe that the west is supporting Israel against Palestinians, which in turn has motivated political Islam to use violence for taking over this region,. On the other hand, there was a common confusion in the minds of Muslims that since Crusades, the loyalty of Middle – Eastern Christians was linked to the West, which is very wrong.
Later on and since 1980, Iraq was involved in a war with Iran for eight years that resulted in one million dead people, followed by Kuwait war in 1991 triggering destruction of the infrastructure; 13 years of economic embargo; and thousands of dead, among whom were vulnerable children and women.
Moreover, Iraqis have experienced a real “chaos”, upon the fall of the Iraqi regime in 2003 and due to the dissolution of the state; firing military and police; as well as the opening of Iraqi borders, which means opening the door wide for Islamic fanatics (terrorists). All this led to sectarianism, corruption, multi-militias! Liquidation of accounts and violence committed in the name of religion, including, bombing, threatening, revenge, kidnapping, murdering, etc.
Such circumstances encouraged politicians, interested in the acquisition of power and money, to create an economic, social and security crisis in Iraq. The consequence were:

  • 1,225 Christians have been killed in various violent incidents across Iraq
  • 1,000,000 Christians left the country
  • 120,000 people were displaced from Mosul and Nineveh Plain towns at one night to face difficulties in camps for three years and half.
  • 58 Churches and many mosques have been bombed, burnt or destroyed and looted, so as Christians’ homes.
  • 23,000 properties owned by Christians, Yazidis and Sabeans were seized by “Mafias”.

Perspectives for the Future
We have suffered enough. Therefore, we need at this “critical” turning point, to think carefully about reasonable ways that enable us to solve the “outstanding” problems and maintain a common ground, where, we can treasure the culture we have built together throughout history.
I would like here to highlight some suggested solutions.

«Dopo l’Isis sunnita, adesso abbiamo l’Isis sciita in Iraq»

By Tempi
Rodolfo Casadei

A lanciare l’allarme è stato un articolo dell’Associated Press pubblicato l’11 febbraio scorso sul New York Times e dall’agenzia di stampa curda online Rudaw: a due anni e passa dalla liberazione dall’occupazione dell’Isis, la popolazione cristiana di Bartella, storica cittadina della Piana di Ninive abitata in prevalenza da siriaci ortodossi, non starebbe rientrando nelle sue case. A trattenerli nelle città curde dove si sono rifugiati nel 2014 o a spingerli all’emigrazione fuori dall’Iraq sarebbero le provocazioni e l’insicurezza causate dalle milizie sciite che controllano la località dopo la liberazione dell’ottobre 2016 e che starebbero favorendo l’insediamento di sciiti di etnia shabak al posto dei cristiani.

Fino a trent’anni fa Bartella, sede di sei chiese e di un monastero e per lunghi periodi dimora della seconda carica della Chiesa siriaca ortodossa dopo il patriarca, era demograficamente cristiana al 100 per cento. Gli shabak, in grande maggioranza musulmani sciiti, vivevano esclusivamente nei villaggi a sud di Bartella e a est di Mosul, oltre che in quest’ultima grande città. L’afflusso di shabak e di altre minoranze all’interno e nei dintorni della cittadina è iniziato ai tempi di Saddam Hussein ed è proseguito dopo la sua caduta, soprattutto per l’insicurezza di Mosul e della regione adiacente.
Il fenomeno si sarebbe accentuato alla vigilia delle elezioni del 2005 e del 2009, allorché gli shabak delle campagne hanno acquistato case in città con fondi di dubbia provenienza: secondo alcuni cristiani di Bartella avrebbero usufruito di sovvenzioni da parte di gruppi sciiti di Baghdad desiderosi di islamizzare la piana di Ninive. Alla vigilia dell’attacco dell’Isis nell’agosto 2014, i 30 mila abitanti di Bartella erano per il 60 per cento cristiani e per il 40 per cento musulmani, prevalentemente sciiti shabak. Oggi invece i cristiani sono diventati la minoranza, perché mentre quasi tutti gli shabak sono rientrati, solo il 30-40 per cento dei cristiani hanno fatto la stessa cosa. E ciò sarebbe dovuto al clima di sfiducia sorto fra questi ultimi di fronte al fatto che tutti i controlli di polizia nella cittadina sono effettuati da milizie paramilitari shabak e arabe sciite (facenti parte delle Forze di mobilitazione popolare, Pmf, in arabo al-Hashd al-Sha’abi) e da una piccola milizia cristiana (le Unità di protezione della Piana di Ninive, Npu) che non è originaria del posto, mentre alla milizia cristiana locale che garantiva la sicurezza prima dell’occupazione dell’Isis (le Forze di guardia alla Piana di Ninive, Npgf) non è stato permesso di tornare.
Le piccole milizie cristiane a causa delle loro ridotte dimensioni e della mancanza di mezzi si sono dovute appoggiare alle forze maggiori sul terreno: alcune operano alle dipendenze delle forze del governo centrale, altre sono subordinate ai peshmerga fedeli al Pdk curdo (il partito del governatore del Kurdistan, Nechirvan Barzani) e altre ancora sono alleate delle milizie sciite (Pmf). Le Npgf di Bartella sono organiche alla polizia militare (zerevani) dei peshmerga, politicamente affiliata al Pdk, e pertanto seguono il destino dei curdi: siccome Bartella è stata ripresa all’Isis dalle milizie composte da sciiti arabi del sud del paese e da shabak della zona, con l’appoggio delle Npu, i peshmerga curdi e i loro alleati delle Npgf restano fuori.
Cittadini cristiani di Bartella e in un video il sacerdote siriaco cattolico Behnam Benoka denunciano la presunta volontà di espellere la componente cristiana da parte degli shabak, che si manifesta anche con molestie sessuali prossime allo stupro nei confronti di donne cristiane. Esponenti politici di alto rango della locale comunità shabak come il deputato Quasy Abbas cercano di sdrammatizzare la situazione, affermando che gli incidenti avvenuti coinvolgono solo responsabilità individuali di elementi indisciplinati e non sono l’espressione di una congiura volta a intimidire la componente cristiana della popolazione, ma molti residenti non sono della stessa opinione. Per raccogliere maggiori informazioni ci siamo messi in contatto con un cristiano siriaco residente a Bartella, che così ha risposto alle nostre domande.
Come è cambiata la composizione etnico-religiosa di Bartella dopo la liberazione dall’Isis nell’ottobre 2016?
Il 30 per cento delle famiglie cristiane non sono rientrate perché hanno timori per quel che riguarda la sicurezza, un altro 30 per cento ha abbandonato l’Iraq e si trova nei paesi vicini in attesa di emigrare in Occidente; solo il 40 per cento circa è rientrato. Invece il 90 per cento degli shabak, compresi quelli dei villaggi della regione, sono tornati a casa.

14 febbraio 2019

Nomina vaticana: Cardinale Sako membro del Consiglio per il dialogo Interreligioso

By Baghdadhope*

Il sito del patriarcato caldeo ha da poco riportato la notizia della nomina da parte di Papa Francesco del Cardinale Louis Raphael I Sako, patriarca della chiesa caldea, a membro del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso a riconoscimento dei risultati da lui ottenuti nel campo del dialogo islamo-cristiano.   

Ninive: dopo l’Isis, le milizie sciite Shabak minacciano il futuro dei cristiani

By Asia News

Non c’è pace per i cristiani nel nord dell’Iraq. Se, da un lato, è ancora viva la memoria delle violenze perpetrate dai jihadisti dello Stato islamico (SI, ex Isis), in queste ultime settimane si profila un’altra minaccia sul futuro della comunità: le milizie sciite legati agli Shabak, che stanno di fatto ostacolando un ritorno nei luoghi originari della piana di Ninive.
Epicentro di questo nuovo capitolo della persecuzione anti-cristiana è Bartella, cittadina in cui campeggiano con sempre maggiore frequenza per le vie e le piazze immagini di miliziani in lotta contro l’Isis, uniti a stendardi che ritraggono santi e figure sacre della tradizione sciita.
“Bartella è un problema, un caso speciale” racconta ad AsiaNews don Paolo Thabit Mekko, responsabile della comunità cristiana a Karamles. “In questi anni - prosegue - la presenza degli Shabak è aumentata a dismisura e i cristiani hanno paura a tornare. Almeno 600 famiglie fuggite ai tempi dello SI sono ancora a Erbil, nel Kurdistan irakeno, e non hanno al momento alcuna prospettiva di ritorno. Nella città è in atto un vero e proprio stravolgimento demografico, iniziato nel 2003 dopo l’invasione statunitense e che nell’ultimo periodo ha subito una accelerazione”.
La presenza di milizie locali sciite, aggiunge don Paolo, “crea disagio e le prospettive per il futuro destano malumore e preoccupazione”. Per il sacerdote vi sarebbe un tentativo da dietro le quinte di “modificare la demografia dell’area”, secondo alcuni un “disegno” orchestrato dalla leadership sciita e manovrato dall’esterno, con la complicità di una parte “dei politici Shabak e di esponenti a Baghdad che li sostengono”.
Fino a 30 anni fa, la popolazione di Bartella era per intero cristiana. I cambiamenti demografici degli ultimi decenni nel hanno stravolto la composizione, finendo per dividerla a metà fra cristiani e Shabak, una etnia musulmana in larga maggioranza sciita. Quando lo Stato islamico (SI, ex Isis) ha conquistato gran parte del nord dell’Iraq, compresa la piana di Ninive, l’intera popolazione di Bartella ha abbandonato l’area a causa delle persecuzioni dei radicali sunniti.
Oggi, a due anni di distanza dalla cacciata dei jihadisti del “Califfato”, meno di un terzo delle originarie 3800 famiglie che popolavano la cittadina hanno fatto ritorno. La maggior parte di esse è ancora in esilio e vi è timore a rientrate per le persecuzioni, le minacce e le intimidazioni perpetrate da alcuni esponenti della comunità Shabak, che presiede le milizie sciite che controllano l’area.

13 febbraio 2019

Patriarca caldeo: A Mosul caos ed instabilità

By Baghdadhope*

Foto Patriarcato Caldeo

Nonostante la fresca nomina dell'Arcivescovo caldeo di Mosul, il domenicano Mons. Najib Mikhail dopo un periodo di vacanza della diocesi iniziato con la cacciata dei fedeli da parte dell'ISIS nel giugno 2014 è lo stesso patriarca caldeo, Mar Louis Raphael Sako ad ammettere che la situazione a Mosul e nella vicina Piana di Ninive è ancora molto lontana dalla normalità.
E il sito patriarcale a riportare infatti le dichiarazioni di Mar Sako al sito di notizie Al Ghad Press a proposito di una situazione generale di "caos ed instabilità" in cui tutte le chiese di Mosul e della Piana di Ninive sono state distrutte perchè "bruciate o devastate" ed in cui è necessario "ricostruire l'essere umano" e lavorare per "la fine dell'estremismo ed il riconoscimento dell'altro con le sue specificità religiose, culturali ed etniche." Un'ammissione non facile considerando che è lo stesso Patriarca a ricordare come la nomina di un nuovo vescovo a Mosul dovrebbe servire proprio "ad incoraggiare i cristiani a tornare a vivere nella loro città." Un'impresa tutt'altro che facile.

Some Christian returnees again leave homes for IDP camps

By Rudaw

Zayoona camp for displaced Iraqis is seeing many Christians returning back to the camp because they have no livelihood in their places of origin.

Khlud Hanna is a Christian IDP who lived in Baghdad before ISIS.

"I need a salary or money to live. I have no one. How does one live? No one funds me. No one thinks of me. All my sisters live outside Iraq. They don’t have a good life either. I have no one," said Hanna.

She’s been alone for five years and hopes for the pre-ISIS life.

IDPs like Hanna say their hometowns are ruined and lack security and basic services. In the past week, 50 families have returned to the camp.

They say they are ignored by aid organizations.

"No one takes care of us. No one comes to say what we need to do. They come and collect data and never return. No one takes care of us. That’s the problem," said Sabriya Alyas, another Christian IDP.

Around 1.8 million Iraqis remain displaced nearly five years after ISIS began sweeping across the country.

Iraq’s Ministry of Migration and Displacement wants to send them back to their homes, but say they are cash-strapped.

"Unfortunately, we were shocked by the passing of the budget. The amount that was devoted for our ministry for 2019, which is 440 billion IQD ($370 million), was sent to provincial councils. This is the same as in 2018. Except some small changes, we don’t see a benefit to our ministry," said Star Newrozkhan, a migration ministry spokesperson.

Repeated displacement remains a concern in Iraq where basic services such as water, sewage, and electricity are lacking. 

Reporting by Halkawt Aziz

11 febbraio 2019

Iraqi Christians Fear Returning Home, Wary of Shiite Militia

By The Washington Post in AINA
Fay Abuelgasim

In the main square in the northern Iraqi town of Bartella stands a large cross, one of the few overt signs the town was historically Christian.
Nearby, a massive billboard shows Shiite Muslim martyrs alongside a photo of Iran's Ayatollah Khomeini. Posters of Iranian-backed Shiite militiamen killed in fighting with the Islamic State group hang on streets all around the city, along with banners to revered historical Shiite saints.
Thirty years ago, Bartella's population was entirely Christian. Demographic changes over the decades left the town split between Christians and an ethnic group known as Shabak, who are largely Shiites. When the Islamic State group overran the town and the rest of northern Iraq in 2014, Bartella's entire population fled -- since both communities were persecuted by the radicals.
But two years after Bartella was liberated from IS, fewer than a third of its 3,800 Christian families have come back. Most remain afraid, amid reports of intimidation and harassment by Shabak, who dominate the Shiite militias now controlling the town.
Catholic priest Behnam Benoka claimed that the Christian community is being pushed out by the Shabak. He also said multiple cases of sexual harassment have been reported to him and even one robbery of a little girl whose gold earrings were stolen. At one point, Shabak men fired guns in the air front of the town's church for over an hour.
Iqbal Shino, who moved back to Bartella with her family in November 2017, said a Shabak man grabbed her from behind in a market. She screamed and the man was caught by onlookers. She filed a complaint with the police but later dropped it to avoid problems.
"I feel like because I was a Christian, he assaulted me so that they can scare us to leave Bartella," she said.
The town's divisions point to the broader tensions around northern Iraq in the wake of the dispersal caused by the Islamic State group. Now that IS is gone, sectarian divisions are bubbling up the surface, and multiple political and armed groups are vying for power and influence, said Renad Mansour is a research associate at Chatham House, a think tank.
"That's the main priority now: Who can carve out the most influence in the area and naturally that creates a precarious security environment," he said.
Qusay Abbas, the Shabak representative in parliament in Baghdad, said incidents of harassment against Christians are just individual acts that don't represent the community of Shabak or the militias, which are part of the government-sponsored Population Mobilization Forces.
"The security apparatus has a lot of factions so it's inevitable that some mistakes would happen. There are some violations, and a lot of things, sometimes stealing, misusing their position to get money, we know that," said Abbas, who is based between Bartella and the capital. "But that doesn't mean that everyone is bad."
He said the Shabak suffered just as much as the Christians from IS.
"They both suffered collectively, so I say to the Christians brothers, please don't rely on some rumors and sectarian speeches," he said. "We can solve these problems we just need to sit down together."
The Christian community in Iraq has plummeted in the last 15 years because of attacks by Islamic militant groups, including al-Qaida and IS. An estimated 1 million Christians were living in Iraq before the U.S.-led invasion of 2003; today only a fraction remains. The Islamic State group takeover the north only worsened the disaster for the Christians, sending them fleeing for safety in the autonomous Kurdish region, where most remain.
Bartella's demographic changes began around 30 years ago, when Iraqi leader Saddam Hussein nationalized farmland that used to belong to Christians and gave it to families of soldiers killed in the Iran-Iraq war. This brought an influx of Shabak. After Saddam was toppled in 2003, another batch of Bartella land was given to families of Shabak Shiite martyrs.

7 febbraio 2019

Patriarca caldeo: riformare riti e tradizioni, per rispondere alle sfide della modernità

By Asia News
Ha collaborato p. Rebwar Basa

La Chiesa deve “dare delle risposte” alle domande e alle sfide che vengono poste dalla modernità, dal trascorrere del tempo e prepararsi per quelle “che verranno poste in futuro”. Per questo “non bisogna avere paura” di modificare riti e tradizioni, pur senza perderne la natura che “sin dalla sua formazione è missionaria”. È quanto scrive il patriarca caldeo, il card Louis Raphael Sako, in una lettera pastorale - inviata per conoscenza ad AsiaNews - incentrata “sulla originalità e sulla autenticità” del “rinnovamento” che sta interessando la Chiesa caldea.
Nella missiva il porporato esorta a non temere la “modernità” e a quanti criticano per una evoluzione dei riti, dei costumi, delle tradizioni chiede se “indossate ancora oggi l’uniforme che, un tempo, era popolare nei villaggi di origine”. Costumi e tradizioni non sono gli stessi “degli antenati” e questo cambio è fisiologico perché è un adattamento “alla nuova società”. Da qui, prosegue nella sua riflessione il card Sako, la necessità di “preparare i testi della nostra liturgia in arabo, curdo, inglese, francese, tedesco”, ovvero le lingue dei Paesi della diaspora dove sono nate in questi ultimi decenni nuove comunità caldee. Un esodo favorito, nel nuovo millennio, dall’invasione statunitense in Iraq prima e dall’ascesa dello Stato islamico (SI, ex Isis) che hanno provocato una vera e propria emorragia di fedeli.
L’intervento si inserisce in un quadro di polemiche e divisioni sulla riforma della liturgia che coinvolge molte delle Chiese orientali, alcune delle quali intendono rimanere legate in modo ostinato ai dettami della tradizione. In risposta, il porporato cita la Chiesa malabarese in India, che ha tradotto i vari riti dalla lingua originaria “caldea-siriaca, come la nostra” all’idioma malayam e ha promosso “una riforma” perché i riti “siano comprensibili ai loro credenti”.

6 febbraio 2019

Giuseppe Conte incontra a Baghdad i vertici della chiesa

By Baghdadhope

Nel corso della visita lampo in Iraq, e prima di partire alla volta della regione autonoma del Kurdistan iracheno, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha incontrato a Baghdad  il Cardinale Louis Raphael Sako, patriarca della chiesa caldea e vari esponenti religiosi tra i quali il Nunzio Apostolico in Giordania ed Iraq, Mons. Alberto Ortega Martìn e i due vicari patriarcali caldei, Mons. Basel Yaldo e Mons. Robert Jarjis.  Secondo quanto riferito dal Patriarcato Conte ha espresso apprezzamento per gli sforzi compiuti dalla chiesa caldea a favore del dialogo e della riappacificazione tra tutte le diverse componenti dell'Iraq. Da parte sua il Cardinale Sako ha ricordato l'importanza della recente visita di Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti, la sottoscrizione della dichiarazione congiunta firmata da lui e dallo sceicco Ahmed Al-Tayeb, massima autorità del mondo religioso sunnita, e l'impatto positivo che essa avrà nella regione, nel processo di apertura del mondo musulmano verso quello cristiano e viceversa e nella promozione della pace.
La discussione, ha ricordato il patriarcato, non ha mancato di toccare l'argomento della riscostruzione della Piana di Ninive e l'incoraggiamento che essa darà agli sfollati perchè vi facciano ritorno. 
 
Giuseppe Conte ed il Cardinale Louis Raphael Sako


Giuseppe Conte stringe la mano al Nunzio Apostolico in Giordania ed Iraq Mons. Alberto Ortega Martìn. Dietro di questi i due vicari patriarcali caldei, Mons. Basel Yaldo (di profilo) e Mons. Robert Jarjis

5 febbraio 2019

Iraq’s Prime Minister Adil Abdul-Mahdi visits St George’s Anglican Church in Baghdad


The Prime Minister of the Republic of Iraq, Adil Abdul-Mahdi, has paid a visit St George’s Anglican Church in Baghdad. The Prime Minister was greeted by the parish priest, Father Faiz Jerjes, who gave a tour of the church complex, including its clinic and school, and briefed him on the Anglican presence in the Country. St George’s has a long history of peace-building and reconciliation in the region.
In 2017, Father Faiz was recognised by the Iraqi Ministry of Culture as one of the country’s Distinguished Personalities of the Year; and last year the Iraqi Army presented him with an award in honour of “his outstanding contribution to peaceful co-existence in Iraq.” Now, the Iraqi Prime Minister has added his support, thanking “Father Faiz and his staff for all they do for the nation”, the Diocese of Cyprus and the Gulf said.
Iraq has experienced near-constant conflict for since the 1940s, culminating more recently with a series of insurgency attacks, including a concerted effort by Daesh – the so-called “Islamic State” – to take control of the country. The attempt was defeated by the Iraqi army with a range of international support.
St George’s Church in Baghdad has developed a reputation for its peace-building and reconciliation ministry. And it has continued to support the local community through the provision of healthcare and education facilities. Its social initiatives include work to reconcile people from different religious groups, and to confront hate speech.
Last year the Church expanded its education provision when the head of the Chaldean Catholic Church, Cardinal-Patriarch Louis-Raphael I Sako, Patriarch of Babylon, officially opened the new Anglican School of the Redeemer – al-Fadi – extending to primary-level the already popular infant provision. Some 90 per cent of the school’s students are from Muslim families.

4 febbraio 2019

New Iraqi archbishop: Rebuilding of Mosul must include hearts and minds

By Catholic News Service

The new Chaldean Catholic archbishop of Mosul, Iraq, faces a challenge of rebuilding, but not just structurally. What is also needed, he said, is a rebuilding of minds, hearts, coexistence and peace.
One of the most important challenges facing his new mission, Archbishop Najib Mikhael Moussa told Catholic News Service, is “to give hope to our families — all Christian families, not only Chaldeans — to come back to Mosul.”
He also said it was “important to rebuild the bridge” of coexistence between Christians and Muslims as well as with Yazidis and all minorities “and to rebuild the confidence and also peace.”
“We have the same blood and the same tears. That’s why we should live together, to rebuild our future together,” he said. “When we love each other, the confidence and also the future will be rebuilt.”
“It’s very important to have good relationships among all the citizens and at the same time to protect our Christian rights,” added the archbishop, who was installed Jan. 25.
Rebuilding Mosul and the Ninevah Plain pertains not just to reconstruction and infrastructure, he said. Education also needs to be rebuilt, from the curriculum in the schools to the preaching in the mosques.
Moussa noted that “the population for the last four years has been influenced by ISIS” and “this kind of ideology is very dangerous for the future.”
“That’s why we should start with the heart and the mind.”
“It’s not easy,” the archbishop acknowledged, but he stressed that many Muslims in Mosul “are very helpful and understand that ISIS is not the solution for the future and violence is not the solution for humanity.”
Before Mosul fell to Islamic State militants in 2014, it had a Christian population of around 35,000; now, “there are no more than maybe 10 families” living there, Moussa said. Additionally, there are around 50-80 Christians attending college or working in Mosul, but they do not remain in the city at night.
The city was liberated from IS in 2017, but today, in West Mosul, 85 percent of the houses are completely destroyed, the archbishop said.
“Most of the families can’t go back to Mosul because they have no more houses,” he said. They also need jobs and want to give their children a future.
However, he said: “Forgiveness is very important. God helps us. The Holy Spirit helps us.”
Although there are no exact figures, he estimates that around 300-350 families have returned to the nearby Ninevah Plain. That area had Iraq’s largest concentration of Christians, but they, too, were uprooted by IS in the summer of 2014.
For now, the archbishop is working from the nearby city of Karamlis. He noted that his counterparts — the Syriac Catholic and Syriac Orthodox archbishops — also hope to return their seats to Mosul. Moussa said the archbishops are working together as well as with the Assyrian and other Christian churches.
Moussa said he is hoping “for the help of the international community to help Mosul rebuild” and “to help us, especially, to support these families, to rebuild their future.”
Noting that Iraqi Christians feel “very near to the church around the world,” Moussa told Catholic News Service, “God bless all the people who try to help us with prayers and support.”

Chaldean Patriarch calls for unity among Iraqis of all faiths, calls for Iraqis to support UNITAD’s investigative work against Da’esh crimes


Photo by Chaldean Patriarchate
The Patriarch of the Chaldean Catholic Church, His Beatitude Cardinal Mar Louis Raphael I Sako received a delegation from the United Nations Investigative Team for the Accountability of Da'esh/ISIL (UNITAD) on Thursday, led by the Special Adviser and Head of the Investigative Team Karim A. A. Khan QC.
The Special Adviser explained the mandate set by the United Nations Security Council to collect, preserve, and store evidence in Iraq of acts that may amount to war crimes, crimes against humanity, and genocide committed by Da'esh. The Special Adviser also outlined UNITAD's responsibility to work with survivors, in recognition of their right to accountability for crimes committed against them, or against their families. UNITAD's work is carried out with full respect for the sovereignty of the Government of Iraq and its stakeholders.
The Cardinal expressed the importance of co-existence, explaining how Christians, Muslims, and members of other ethno-religious communities in the country have always worked together for the collective good, especially in difficult times.
The Cardinal and fellow senior clergy shared their support for UNITAD's work in Iraq, and called for Iraqis of all faiths to unite in the spirit of human kindness and generosity of spirit to share information relating to Da'esh crimes with the investigative team.

Card Sako: il Papa negli Emirati , un messaggio contro odio, violenze e persecuzioni

By Asia News

Le persecuzioni contro i cristiani nella regione mediorientale sono una delle principali preoccupazioni per il papa Francesco, come ha ricordato ieri all’Angelus prima di partire per gli Emirati Arabi Uniti (Eau), dove resterà fino a domani. È quanto ha sottolineato il patriarca caldeo card Louis Raphael Sako, commentando il primo viaggio di un pontefice in un Paese del Golfo. Ricordando le persecuzioni in Iraq, Siria e Yemen, aggiunge il porporato, il papa “cercherà di voltare pagina nelle relazioni fra cristiani e musulmani” e rilanciare un cammino di pace. 
Il 70enne porporato irakeno, originario di Zakho nel nord, ricopre un ruolo di primo piano nel dialogo interreligioso nel proprio Paese. “Papa Francesco - sottolinea a The National - ci sta dicendo che ne abbiamo abbastanza. Dobbiamo vivere in pace, amore, tolleranza e rinunciare alla violenza e all’odio”.
Il papa negli Emirati, prosegue, promuoverà l’incontro fra cristiani e musulmani e cercherà di contrastare con forza i discorsi fanatici, violenti e improntati all’odio. Secondo il porporato, egli lancerà un appello a tutti i fedeli di ciascuna religione perché prendano coscienza della situazione dei cristiani nella regione e ricorderà i valori sanciti nei testi sacri e nelle scritture, che invitano alla coesistenza fra esseri umani. 
“Gli Emirati Arabi Uniti - prosegue il cardinale - sono diventati un modello per altre nazioni. Possono vantare una economia fiorente. Il nostro messaggio ai cristiani negli Eau è di tenere fede a quel Paese, alle sue tradizioni e di creare legami con i musulmani”. “Le persone dovrebbero vivere - aggiunge - e sviluppare un profondo legame con Dio e con gli altri, personale e spirituale, mettendo da parte odio, divisioni e minacce. Queste ultime non sono in alcun modo legate alla fede”. 
Il card Sako ricorda che oggi in Iraq vi sono poco meno di 500mila cristiani: “Un tempo - prosegue - eravamo il 20% della popolazione, ma il numero è calato in modo repentino è oggi si aggira attorno al 2%”. Nel Paese, afferma, si è assistito a una violazione palese del diritto internazionale, ma la visita del pontefice negli Emirati potrebbe aiutare anche i cristiani irakeni e dare loro nuova fiducia per il futuro. 
“Hanno espropriato le nostre case, siamo stati vittime di sequestri” e sebbene la sicurezza stia migliorando e dopo mesi si sia giunti alla formazione di un nuovo governo, lo status dei cristiani resta incerto. “Tutto questo - conclude - ha spinto a credere che non vi fosse più un futuro […] Abbiamo convissuto in pace per 14 secoli, mi chiedo perché la mentalità [di una parte delle persone] sia cambiata in questo modo”.

Iraqi cardinal calls for end to persecution of Christians in the Middle East

By The National
February 3, 2019
Mina Aldroubi

The mistreatment of Christians in the Middle East remains one of Pope Francis' primary concerns, especially as the region remains engulfed in conflicts from Iraq to Syria and Yemen, according to the head of Iraq’s Catholic Church.
Cardinal Louis Raphael Sako, Patriarch of Babylon of the Chaldeans and head of the Chaldean Catholic Church, told The National that Pope Francis is seeking to turn a page in Christian-Muslim relations as the UAE prepares to host the pontiff in his first ever papal visit to the Arabian Peninsula, which begins on Sunday.
“Pope Francis is saying that this is enough. Let us live in peace, love, tolerance and to renounce violence and hatred,” Cardinal Sako said.
During his historic trip to Abu Dhabi, the pope will promote interfaith dialogue and will seek to combat religious fanaticism. He will call for all faiths to evaluate the situation of Christians in the region and emphasise the values found in holy books for a peaceful co-existence between mankind.
“The UAE has become a role model for other countries. It has a flourishing economy, our message to the Christians in the UAE is to hold on to that country, its traditions and to connect with Muslims,” Cardinal Sako said in a telephone interview to The National.
The Cardinal confirmed that he will not accompany the pope on his trip.
Iraq's persecuted Christian minority
Iraq’s Christian population has faced significant persecution since the US invasion in 2003, declining from over one million to a few hundred thousand, a process that accelerated following the rise of ISIS in 2014. The group threatened to end their 2,000-year history in the country.
“People should live and develop a personal, deep and spiritual bond with God away from hatred, separation and threats, which are not related to faith in any way,” the Cardinal said.
Christianity in Iraq dates back to the first century of the Christian era, when the apostles Thomas and Thaddeus are believed to have preached the Gospel on the fertile flood plains of Tigris and Euphrates rivers.
Today, Iraq has nearly 500,000 Christians, according to Cardinal Sako.
“At one point Christians represented 20 per cent of the Iraqi population, but the number firstly dropped to 10 per cent and it now stands at 2 per cent,” he said.
Under the insurgents' rule, Christians were faced with a choice to convert, pay a tax or die.
Many in the Nineveh Plains in northern Iraq chose to flee, seeking refuge in nearby towns and cities, but many sought permanent asylum abroad.
Although Baghdad declared victory over the insurgents in 2017, the damage done to Christian enclaves in the north has been extensive.
The destruction has left many wondering whether they could overcome their recent history.
“Christians in Iraq are searching for freedom, and this is painful,” he stressed.
In recent years, Iraq has endured in a state of chaos, corruption, lack of security and good governance that has given a rise to armed militias that have threatened the country’s minority groups.
“Christian homes were threatened, kidnappings took place,” he said.
Although the country’s security situation has improved with the formation of a new cabinet, the status of Christians remains uncertain.
“All this has driven Christians to believe that there’s no future for them and feel threats falling on their existence and belongings,” he stressed.
Cardinal Sako expressed that this is not only a loss for Christians but also for Muslims, stressing that laws must be regulated and applied to every person who commits an offensive act.
“Christians and non-Zionist Jews were slandered in some Friday sermons and in mosques, the Jews have a holy book and Christians too. They belong to this country long before Muslims,” he stressed.
Iraq is home to many different eastern rite churches, both Catholic and Orthodox, traditionally a sign of the country’s ethnic and religious diversity.
“We have co-existed in peace with each other for 14 centuries. I wonder why people’s mentality has changed,” the Cardinal said.
The Cardinal expressed the importance of co-existence, explaining how Christians, Muslims, and members of other ethno-religious communities in the country have always worked together for the collective good, especially in difficult times.
The 70-year-old was born in Zakho in northern Iraq and has played a central role in interfaith dialogue in the country.
Cardinal Sako was elevated to cardinal last May by the pontiff in a move that was seen as a means to support Iraq’s declining Christian population.
The College of Cardinals forms the senior ecclesiastical leadership of the Catholic Church, offering counsel to the pope and electing his successor.
Turning the page
Cardinal Sako stressed that religion and violence are incompatible and called upon Christians and Muslims to contribute to building reconciliation in order to defeat extremism and violence.
“The existing mentality is gruesome when people views each other as enemies and not brothers or neighbors. This mentality should change such and it can be done through education programs in schools, religious sermons and laws,” he said.
The Cardinal has been tasked with forming a multi-faith dialogue committee including Christians, Sunni and Shiite Muslims to discuss ways to abolish hatred.
“I am Iraqi, I can be a Christian or a Muslim or other. Whether I am a faithful person or not, this is between me and God. There should be justice in civil rights and equality should be implemented,” Cardinal Sako said.
What has happened to Iraqis in general has been a breach of international laws, he said.
But with the pope's visit to the UAE, the Cardinal is hopeful for a better future for Iraq’s beleaguered Christian minority.

1 febbraio 2019

Card. Sako: “In Iraq non c’è strategia per far nascere la pace"

By Vatican News
Federico Piana

Intervista al Patriarca caldeo card. Sako: “Un milione i cristiani iracheni fuggiti a causa di violenza, estremismo, odio. Ma non mancano i segni di speranza”

Dall’Iraq, la voce del Patriarca caldeo, il card. Louis Raphael Sako, arriva senza tentennamenti per consegnare al mondo intero l’ennesima denuncia: in pochi anni un milione di cristiani ha abbandonato il Paese. Colpa della violenza, dell’estremismo, delle incitazioni all’odio. E dell’indifferenza generale.
Non c’è una strategia per far nascere pace e stabilità
Cosa è accaduto sotto gli occhi delle potenze inerti del mondo, il patriarca lo spiega raccontando che “i cristiani hanno iniziato a fuggire ben prima dell’arrivo dell’Isis. Sono emigrati a causa della mancanza di sicurezza, dei continui rapimenti e dell’ingiusta confisca dei beni. A Bagdad, a Bassora a Mosul sempre le stesse scene. Dopo l’arrivo degli estremisti islamici, il fenomeno è aumentato: i cristiani hanno avuto ancora più paura, soprattutto per i loro figli. Non c’è stata, e non c’è, una strategia per far nascere la pace, per far rispettare la vita e la dignità delle persone”.
Mentalità sbagliata: qui l’altro è considerato un nemico
Gioca un ruolo negativo anche la mentalità prevalente tra la popolazione? “Certamente. E’ un modo di pensare strano. L’altro lo si considera un nemico, un avversario da battere. Invece dovrebbe essere un fratello. Questa è una cultura sbagliata che deve essere cambiata. Abbiamo tentato di invertire la tendenza con diversi musulmani, alcuni dei quali capi religiosi: un po’ la situazione è migliorata”. Ma ancora non basta, aggiunge il Patriarca, che per far capire quanto la situazione sia incandescente snocciola le cifre delle case e dei terreni confiscati senza motivo ai cristiani iracheni: “Più di 23 mila. Sono stati presi dalle milizie ma anche da semplici persone con la motivazione che i cristiani, e anche ad esempio gli Yazidi, sono degli infedeli, ed è quindi legittimo spogliarli dei loro beni. Noi abbiamo fatto uno sforzo enorme per recuperarli, in collaborazione con il ministro della giustizia iracheno. Devo dire che prima regnava l’anarchia, oggi c’è più legge”.
I cristiani fuggiti dall’Iraq potrebbero ritornare
Il Patriarca Sako è convinto che i cristiani fuggiti nelle nazioni vicine prima o poi possano tornare. La sua voce si carica di speranza : “Coloro che sono in paesi come Giordania, Libano e Turchia ed aspettano il visto è possibile che ritornino ma debbono poter rientrare nelle proprie case, trovare un lavoro. Si potrebbe aiutarli riparando le loro abitazioni e cercando di migliorare le condizioni generali di vita dell’Iraq stesso. Qualche segno di speranza c’è. Durante le feste di Natale una fatwa sciita e sunnita vietava di fare gli auguri ai cristiani. Ebbene, 4 milioni e mezzo di persone sono uscite in strada per fare gli auguri ai cristiani. Noi dobbiamo approfittare di questa apertura di una parte del mondo musulmano per far crescere la convivenza pacifica”.
In Iraq una costituzione basata sull’eguaglianza non sulla religione Infine una riflessione va alla costituzione irachena. Il Patriarca Sako sostiene la necessità che sia basata sull’ eguaglianza della cittadinanza e non sull’appartenenza religiosa. “Tutti gli iracheni sono cittadini uguali. Non bisogna dare priorità alla religione o alle sette. L’ Iraq è preparato per questo, il settarismo non è nel vero dna degli iracheni. Il settarismo è comparso dopo, con la venuta deli americani”.