"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

27 giugno 2018

Why cardinals have ranks, and how Pope Francis changed them

By Catholic News Agency
Andrea Gagliarducci

Pope Francis made an unexpected change Tuesday in the structure of the College of Cardinals, adding some curial officials to the rank of “cardinal bishops,” the highest rank within the college.
The College of Cardinals is structured in three orders, or ranks: the order of “cardinal deacons,” the order of “cardinal priests,” and the order of “cardinal bishops.”
There are customarily six cardinal bishops from the Latin Church, who are given a particular ceremonial title as the “titular bishops” of Rome’s ancient suburbicarian sees. The dean of the College of Cardinals is also assigned as titular bishop of the Roman see of Ostia.
Eastern Catholic patriarchs who are cardinals are also cardinal bishops.
Though, in modern times, cardinal bishops do not actually govern the suburban dioceses in the vicinity of Rome, the custom of corresponding the rank of cardinal bishop to those dioceses is ancient.
The pope’s new appointments break with that custom, which is established in canon law, as he has appointed cardinal bishops who will not be ceremonially connected to those suburbicarian sees. In fact, those sees already have titular bishops, each of whom is a cardinal bishop over the age of 80, the age at which cardinals are no longer eligible to vote in the conclave that elects a pope.
Those elevated to the rank of cardinal bishop are Cardinal Pietro Parolin, Vatican Secretary of State; Cardinal Leonardo Sandri, Prefect of the Congregation for the Eastern Churches; Cardinal Marc Ouellet, prefect for the Congregation of Bishops; Cardinal Fernando Filoni, Prefect of the Congregation for the Evangelization of People.
Among these new cardinal bishops, Cardinal Filoni was until now a cardinal deacon, while the others were all cardinal priests.
The Pope’s June 26 rescript says that popes have “always looked with fraternal fondness to the College of Cardinals,” as they “offer a particular support to the mission of the Successor of Peter, bearing the valuable contribution of their experience and of their service to the particular Churches spread all over the world.”
The rescript then noted that “in the last decades” the College of Cardinals has expanded, thus increasing the number of cardinal priests and deacons, while the number of cardinal bishops has stayed untouched with time, and so the pope made the decision to expand that group.

The decision derogates from canons 350 and 352 of the Code of Canon Law, and will come into effect since the next June 28.
All three ranks within the College of Cardinals have ancient historical roots. Cardinal deacons were anciently entrusted with the administration of the six offices of the Lateran Palace (the See of the Bishop of Rome, the Pope) and of the the seven departments of Rome, including care for poor. After Pope Sixtus V, they became 14, two for departments, and were given a “deaconry” of administration, that is, a church in Rome for which they were responsible.
The cardinal priests were those entrusted with the care of the most ancient Churches in Rome, called “titles,” and are by tradition connected with a Roman parish. After ten full years as a cardinal deacon,”a cardinal can “opt” to become a cardinal priest.
There were originally seven cardinal bishops, the bishops of Rome’s suburbicarian sees.
The present cardinal bishops, in addition those named today, are Tarcisio Bertone (Frascati), José Saraiva Martins (Palestrina), Roger Etchegaray (Porto Santa Rufina), Giovanni Battista Re (Poggio Mirteto) and Francis Arinze (Velletri-Segni).
Cardinal Patriarchs of Eastern Catholic Churches, who are also cardinal bishops  are Patriarch Bechara-Boutros Rai, of Antioch of the Maronites; Patriarch Pierre Sfeir, emeritus of Antioch of Maronites; Patriarch Antonios Naguib, emeritus of Alexandria of the Coptics.
Cardinal-Elect Louis Raphael Sako, Patriarch of Babylon of the Chaldeans, will be added to the list after the June 28 consistory.

Meeting di Rimini: presentata a Roma l'edizione 2018 dedicata al tema del cambiamento


«Sarà una sorpresa anche per i visitatori più affezionati - annuncia la presidente della Fondazione Meeting, Emilia Guarnieri - per una manifestazione che, per restare fedele alla sua natura di evento aperto al dialogo e all'incontro, si evolve e muta di anno in anno». Alla presentazione erano presenti oltre all'ambasciatore Pietro Sebastiani e alla presidente Guarnieri, anche il ministro dell'Istruzione, università e ricerca, Marco Bussetti, il patriarca Louis Raphael Sako, che il prossimo 28 giugno sarà elevato a cardinale da Papa Francesco, e il presidente dell'Agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston.
«La formazione è fondamentale per fornire ai giovani strumenti attraverso i quali gestire e governare le sfide che li attendono - ha affermato il ministro Bussetti -. Un'istruzione di qualità è determinante per favorire la crescita di persone protagoniste e libere che concorrano, attraverso il loro agire, a ‘muovere la storia' nella direzione giusta».
Il patriarca Sako ha parlato della difficile condizione dei cristiani in Medio Oriente. «Prima della caduta del regime i cristiani in Iraq erano un milione e mezzo - ha ricordato - oggi sono circa 500mila. Nel 2014 120mila cristiani sono stati cacciati dalle loro case da Mosul e dalla piana di Ninive. Sono rimasti circa tre anni nei campi. Oggi Mosul e la piana di Ninive sono state liberate e la Chiesa ha potuto restaurare le case e le scuole con l'aiuto delle agenzie e della carità di tante persone». Se, da un lato, si registrano progressi sul fronte della sicurezza, altrettanto non si può dire per quello che riguarda i segni che consentano di sperare in un futuro migliore. «La nostra preoccupazione come Chiesa è tenere questi cristiani sul posto e assicurare loro una vita libera e dignitosa - ha aggiunto il patriarca Sako -. Le religioni devono svolgere un ruolo importante, ma soprattutto devono svolgerlo i veri credenti, se vogliono dare una testimonianza forte e significativa al loro Creatore, Dio di tutti gli uomini e fonte di ogni misericordia. Coloro invece che invocano la vendetta devono tacere e convertirsi alla pace».

Acs e Carabinieri: concerto per i cristiani perseguitati. Testimonianze da Iraq e Pakistan

Photo Mons. Basel Yaldo
By Vatican News
Gabriella Ceraso

"L'Iraq, la mia patria, la Siria e altri paesi del Medio Oriente, hanno vissuto e vivono ancora episodi di guerre atroci che minacciano la vita di semplici cittadini che non sono gli attori, ma le vittime quotidiane".
E' forte la testimonianza che da Baghdad porta a Roma il cardinale designato Louis Raphael I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei. La sua voce si alternerà questa sera ai brani di Verdi, Franck e Perosi fino al momento in cui la piazza d’Armi della legione Allievi Carabinieri si illuminerà di rosso in ricordo del sangue versato, ancora oggi, da tanti cristiani in tutto il mondo, così come erano stati illuminati Fontana di Trevi nel 2016 e il Colosseo lo scorso 24 febbraio.
I cristiani cercano dignità e libertà
Il patriarca ricorda l'opera dell'Arma dei Carabinieri impegnati in Iraq nella formazione delle forze di polizia locale e anche nella difesa della diga di Mosul e dunque nella difesa dell'acqua che è vita per la popolazione. Quindi traccia il quadro della realtà del Paese. Dalle parole del patriarca emerge la necessità di tutti i cristiani del Medio Oriente di un ambiente sicuro dove vivere in dignità e libertà come cittadini. Più volte rimarca che "non importa essere musulmani o cristiani, importante è essere cittadini: la mentalità settaria non è giusta. Occorre arrivare ad una dichiarazione ufficiale nel mondo musulmano per dire che tutti hanno gli stessi diritti: la religione va considerata fatto privato non deve toccare la sfera politica". (Ascolta l'intervista al patriarca Sako sui cristiani perseguitati)
La politica internazionale pensi al popolo 
Altra azione necessaria- obiettivo anche del Concerto offerto dalla Banda dei Carabinieri- è sollecitare un cambiamento di mentalità a livello internazionale. "Non seguire solo interessi economici o guadagni sicuri col traffico di armi, ma avere a cuore il bene dei popoli" è l'auspicio di Sua Beatitudine Lous Raphael I Sako. La guerra condotta dalle grandi potenze in territorio iracheno ha portato solo distruzione, dice, ora deve lasciar spazio al dialogo: nelle parole del patriarca il racconto di città rase al suolo, di chiese ridotte in macerie e di responsabilità anche occidentali. La pace, afferma, sarà raggiunta solo attraverso gli sforzi di tutti "contro l'ignoranza, l'oscurantismo e il fanatismo". 
Tanti segni di speranza 
Nella parole del patriarca anche i segni di speranza da cogliere nella realtà irachena attuale. Come vescovo confessa di essere tenuto a "cogliere i piccoli positivi cambiamenti in corso" e cita la voglia di un "regime civile" che coinvolge anche i giovani musulmani, la richiesta comune di una riforma constituzionale, l'attenuarsi dei toni di odio dei predicatori nelle moschee o, ancora, il fronte compatto dei musulmani contro l'estremismo dell'Isis. Poi, nelle sue parole, l'incoraggiamento a tutti i cristiani affinchè prendano parte alla vita civile e politica e si impegnino in prima linea a cambiare le cose.

26 giugno 2018

Testimonies of Three Iraqi Students from Qaraqosh


Iraqi Testimonies During my visit to Iraq last month, three students from the predominantly Christian town of Qaraqosh — Sally Salim, Rahma Jacob and Rashel Garo — shared their views on the challenges facing the Northern Iraqi city since it was liberated from ISIS in 2016 (see video below). 
The students, currently studying at the Catholic University in Erbil, also gave a rendition at the end of the Lord's Prayer in Aramaic, the language Jesus spoke.

Patrimonio liturgico


Sette riti o famiglie liturgiche orientali sono in uso oggi: il rito armeno, il bizantino, il copto, l’etiopico e tre riti siriaci: l’assiro-caldeo, il siro-antiocheno e il siro-maronita. Sono nati e si sono sviluppati attraverso le usanze liturgiche delle zone culturali dell’Impero romano d’oriente e dei paesi limitrofi nel Caucaso, nella Mesopotamia e nell’Etiopia. Una volta si designavano come alessandrino, antiocheno, o bizantino secondo il luogo della loro presunta provenienza. Il rito liturgico, linguaggio in cui una Chiesa particolare esprime la sua identità, assomiglia alla lingua parlata: sia il rito che la lingua provengono da rito e lingua più antichi, come le lingue romanze vengono dal latino volgare.
Il rito bizantino
Siamo abituati a credere che il rito bizantino sia la tradizione liturgica formatasi nella nuova città capitale di Costantinopoli, fondata da Costantino nel 324 nell’entroterra del porto di Bisanzio. Ma il rito bizantino è ibrido. La sua liturgia eucaristica e degli altri sacramenti è sintesi delle usanze liturgiche “cattedrali” di Costantinopoli.
Rinomato per la sontuosa solennità del suo cerimoniale e per la sintesi di simbolismo e di iconografia liturgica, il rito bizantino eredita gli splendori imperiali della Costantinopoli giustinianea (527-565) e la sintesi teologico-simbolica gradualmente attuata tra il ix e il XIV secolo nei monasteri ortodossi, a partire dalla vittoria sull’iconoclasmo. Quale rito orientale più diffuso, il rito bizantino è l’unico rito pluriculturale dell’Oriente cristiano. Si è esteso al mondo greco dell’antico Impero romano d’oriente compresa l’Italia meridionale, come pure ai Georgiani, ai Romeni, agli Ungheresi, ai popoli dei Balcani, a tutta la Rus’ di Kiev e a diversi popoli slavi, e agli Arabi.
Il rito armeno
La culla storica dell’Armenia cristiana è sulle coste del lago Van, a oriente della Cappadocia greca e a nord dell’Osrhoene e Adiabene siriache. Dal III al v secolo l’influsso cristiano nella formazione del patrimonio liturgico armeno raccolse a sud l’eredità siriaca della Mesopotamia e quella greca proveniente dalla Cappadocia. Benché questo cristianesimo armeno esistesse già prima dell’evangelizzazione attribuita a san Gregorio l’Illuminatore (ca. 231-325), tuttavia, dopo che Gregorio venne consacrato vescovo da Leonzio di Cesarea in Cappadocia intorno al 302, era predominante l’influsso greco cappadoce sulla formazione del rito armeno, soprattutto sulla liturgia eucaristica e sull’Ufficio divino, mentre prima c’era stato l’influsso cristiano siriaco sui riti d’iniziazione. In seguito, dal v al VII secolo, quando la tradizione cristiana armena locale era nella sua epoca d’oro, ci fu anche l’efficace influsso di Gerusalemme. Quindi seguì un periodo di forte bizantinizzazione, dal ix al XIII secolo, quando l’influsso politico ed ecclesiale costantinopolitano era particolarmente attivo. Per questo il rito armeno conserva una chiara impronta bizantina, fino al punto che potrebbe sembrare imparentato a quello bizantino.
Il rito armeno, ancora celebrato in Grabar, lingua armena classica, è noto per il carattere “cattedrale” del suo Ufficio divino, nonché per lo splendore dei suoi paramenti e la bellezza del suo canto liturgico.
Il rito assiro-caldeo
La relazione tra le tre famiglie liturgiche siriache — assiro-caldea, siro-antiochena, siro-maronita — è complessa. Tre centri liturgici principali hanno avuto maggior influsso sul formarsi di questi riti: Antiochia, Gerusalemme ed Edessa. Di questi, solo Edessa era centro di lingua e cultura siriaca; le altre due erano città greche, benché avessero una minoranza di lingua siriaca.
Il rito della Mesopotamia, che costituisce l’attuale rito assiro-caldeo, è siriaco e le sue origini si possono probabilmente rintracciare in Edessa. Usato oggi dai membri della Chiesa d’Oriente, che si dicono Assiri, dai Caldei e dai cattolici malabaresi, il rito corrisponde agli antichi usi della Chiesa mesopotamica dell’Impero persiano, che aveva il suo centro ecclesiastico nel catholicosato di Seleucia-Ctesifonte sul fiume Tigri, una cinquantina di chilometri a sud di Baghdad, nell’attuale Iraq.
Si sa molto poco sulla prima formazione del rito assiro-caldeo, sebbene esso contenga ancora composizioni attribuite a padri siriaci antichi, come Efrem († 373) e il suo contemporaneo Giacomo, vescovo di Nisibi, il catholicos Simeon bar Sabba’ê († ca. 341-344), Marutha di Maipherkat († ca. 420), e Narsai († 502).
La disposizione liturgica della chiesa, con il bema al centro della navata per la liturgia della Parola, l’antichissima anafora degli apostoli Addai e Mari, e i riti liturgici come il canto «Laku Mara» (A Te, Signore) e la sua colletta, conservano fino a oggi carattere di rara antichità. La liturgia assiro-caldea delle ore, come quella armena, è rimasta ampiamente “cattedrale”. Sebbene l’Ufficio di oggi rechi tracce d’influsso monastico, le tre ore del mattutino “cattedrale”, dei vespri e della vigilia festiva “cattedrale” hanno mantenuto integra la loro purezza originaria.
L’evento storico più significativo nella formazione di questo rito fu indubbiamente la riforma promossa dal catholicos Isho’yahb III nel 650-651 e attuata nel monastero superiore o convento di Mar Gabriele a Mossul.
II rito siro-antiocheno
Il rito siro-antiocheno o siro-occidentale costituisce la tradizione degli ortodossi siriaci nel patriarcato di Antiochia e in India, così come dei cattolici siriaci e malankaresi. È una sintesi dell’elemento siriaco originario, soprattutto degli inni e delle altre parti corali, con materiale tradotto da testi liturgici greci di provenienza antiochena e agiopolita. Questa sintesi venne attuata da comunità monastiche di lingua siriaca, non calcedonesi, nel Tur ‘Abdin, nell’entroterra della Siria, della Palestina e di parti della Mesopotamia, oltre che in città greche del litorale mediterraneo.

Iraq: Nomina dell’Amministratore Apostolico “sede vacante” dell’Arcieparchia di Baghdad degli Armeni

By Zenit

Il Santo Padre ha nominato Amministratore Apostolico sede vacante dell’Arcieparchia di Baghdad degli Armeni (Iraq) il Rev.do Nersès (Joseph) Zabbara, del clero di Aleppo degli Armeni.
Rev.do Nersès (Joseph) Zabbara
Il Rev.do Nersès (Joseph) Zabbara è nato ad Aleppo (Siria) il 6 giugno 1969. È entrato nel Seminario di Aleppo nel 1990 e in quello di Roma nel 1992. Dopo l’anno integrativo presso il Pontificio Istituto Orientale, ha proseguito il percorso di filosofia e di teologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, ottenendo il baccellierato in entrambe le discipline. Il 31 ottobre 1999, è stato ordinato sacerdote per l’Arcieparchia di Aleppo. Ha ricoperto differenti ministeri pastorali: Vice-parroco della Parrocchia di Santa Barbara di Aleppo (1999-2002), Direttore di scuola (2002-2004), Parroco della Parrocchia della Santa Croce (2004-2016), insegnante nell’Istituto di Teologia Cristiana di Aleppo. Nel 2016, è stato nominato Amministratore Eparchiale dell’Arcieparchia di Baghdad. Oltre all’armeno e all’arabo, parla italiano, francese e inglese.

L'Arcieparchia armena di Baghdad è stata precedentemente retta dal 2007 al 2017 dall'Arcivescovo Emmanuel Dabbaghian.
Nota di Baghdadhope

Patriarca Sako: Il futuro dei cristiani irakeni è in Iraq

By Asia News
Fady Noun

È il fiore più bello del clero delle Chiese orientali, la “colomba” di Mosul, colui che papa Francesco eleverà in via officiale al rango di cardinale il 29 giugno, insieme ad altri 14 vescovi. Per il patriarca Sako, il capo della Chiesa caldea di Iraq (70 anni), il titolo sarà onorifico; ma questa carica, che egli condivide con il patriarca maronita Béchara Raï, lo associa al collegio elettore che potrebbe eleggere il prossimo papa.
Conoscere bene il patriarca Sako significa misurare la modestia di un uomo dalla voce sommessa e dalle maniere affabili, che è contrario alle tradizioni e comodità del clero del suo tempo, e ha voluto farsi ordinare il Primo Maggio, festa dei lavoratori, per affermare una volta per tutte che, come sacerdote, è il fratello degli operai e un lavoratore lui stesso.
Eletto nel 2013, il patriarca Sako è anche il capo della Chiesa orientale, che più di tutte ha sofferto gli attacchi dell’Is (Stato islamico). Questo è l’uomo che ha patito più di tutti vedendo il suo gregge disperso; l’uomo che ha pianto vedendo il suo Iraq, la gioia dei suoi occhi, separato in tre: un Iraq curdo, un secondo sciita e un terzo sunnita. “Non avrei mai immaginato che degli eventi così terribili potessero toccare così il nostro popolo” ha confidato un giorno al giornale La Croix, comparando la catastrofe che si è abbattuta sulla sua Chiesa e il popolo irakeno, il 6 agosto 2014, quando 100mila persone sono scappate di notte verso il Kurdistan, a quello che hanno sperimentato i “primi apostoli” al tempo dei romani.
Resta l’amaro, senza illusioni, per il cinismo di un occidente che egli giudica complice, perché è obnubilato dai propri interessi economici al punto di accettare senza fare nulla che un popolo intero venga cacciato dalla propria terra.
Certo, oggi lo Stato islamico è scomparso dal territorio e la città simbolo di Mosul si è arresa, a caro prezzo, alla sua popolazione, ma il patriarca Sako continua a tremare, perché la disgregazione del suo Paese non è ancora completamente finita, e perché i suoi fedeli - potrebbe ben alzare la voce! -, rifiutano ancora di tornare in Iraq, giudicando, spesso giustamente, che il virus del fanatismo continui a minarlo, anche se gli anticorpi bellici sembrano aver avuto ragione.
“Più peso”
Come vede il patriarca Sako la sua nuova missione di cardinale? “Mi darà più peso e possibilità di portare i problemi di giustizia sociale, di uguaglianza e di cittadinanza ” ha dichiarato all’agenzia del Vaticano, dopo aver appreso la notizia. Per lui, tutto è in questo “peso” che il titolo di cardinale comporta, e che egli spera di poter giocare in Vaticano. Egli spera anche che dopo gli anni di separazione questa nuova funzione aiuti ad accelerare la riunificazione dell’Iraq e il ritorno dei fedeli della sua Chiesa. Ma se egli crede al dialogo, non è certo quello “dei salotti”, ma a un vero dialogo che incoraggi i cristiani in Iraq a rimanere nel loro Paese, o a ritornare. Altrimenti “al di sotto di un certo numero, la loro presenza non avrà alcun effetto”.
Coefficiente d’apertura
Alla presenza dei cristiani d’Iraq il patriarca Sako attribuisce un importante coefficiente d’apertura. Si tratta di “aiutare l’islam ad aprirsi, aiutarlo a sviluppare una nuova lettura dei testi sacri, una lettura realistica che li collochi nel loro contesto storico e culturale”. Per questo conta su dei “risvegli qui e là”, e rende particolare omaggio a studiosi come Hani Fahs, di cui si dispiace di non aver seguito la scuola. Apprezza allo stesso modo i contributi di Al-Azhar per un aggiornamento dell’islam, così come la persona e il pensiero dell’Ayatollah Ali Sistani. “Noi dobbiamo rimanere vicini a tutti questi sforzi, per difenderli, per fermare i pregiudizi e l’islamofobia”, avverte.
I due fronti
All’indomani delle elezioni legislative di maggio 2018 che hanno ricomposto il panorama della politica irakena, la Chiesa caldea dovrà lottare su due fronti: nazionale ed ecclesiale. Sul piano nazionale, dovrà stare attenta e lontana dalla politica. Il patriarca Sako sostiene una riforma costituzionale che privilegia la cittadinanza e rinforza la libertà di religione. Egli è cosciente della differenza tra la fede vissuta e quella identitaria. Quest’ultima può condurre al fanatismo e al fondamentalismo. “L'esperienza irakena ci ha insegnato molto – spiega – Certo, la Chiesa deve rimanere sensibile alle principali questioni politiche, ma deve stare attenta a non essere politicizzata. Guardate l’Islam. La sua politicizzazione è stata la sua fine. La politicizzazione di una religione finisce per snaturarla. Credo in una Chiesa al servizio degli altri, come quella di papa Francesco, una Chiesa povera, semplice, una Chiesa delle periferie”.
Ostile all'immagine dei cristiani orientali come “gruppo minoritario”, il patriarca Sako ci rimanda a una lettera sotto forma di rapporto pubblicato nel 2015 in cui aveva preso una posizione ferma contro le milizie “assire” attive in Iraq e in Siria. Non bisogna “pensare che la soluzione dipenda dalla creazione di fazioni di eserciti isolati che stanno combattendo per i nostri diritti”, dice come avvertimento.
Richiamando a trarre delle “lezioni dalla storia”, sostiene, al contrario, l’ingaggio di forze regolari come l’esercito irakeno ufficiale o i peshmerga curdi. “Dobbiamo renderci conto che il nostro destino è legato a quello di tutti gli irakeni e questo è l'unico modo per assicurare il nostro futuro insieme”, scrive in questo documento, invitando i cristiani a “stare nella stessa barca del resto del Paese per arrivare sani e salvi”.
“La nostra ambizione è costruire (...) una società civile democratica, in grado di gestire la diversità, rispettare la legge, proteggere i diritti e la dignità di ogni cittadino, indipendentemente dalla sua appartenenza etnica, religiosa o dal peso della propria comunità nella popolazione totale”, conclude il testo.
Il piano ecclesiale
Sul piano ecclesiale, pur essendo consapevole che il fascino dell'occidente è irresistibile per molti, il capo della Chiesa caldea combatte perché la grande marea umana che è fuggita da Mosul, Qaraqosh e la Piana di Ninive in una notte di terrore inenarrabile, ritorni nei territori abbandonati e non emigri.
Egli cerca anche di convincere alcuni membri del suo clero che sono fuggiti dall'insicurezza, in una sorta di insubordinazione troppo umana (e molto poco cristiana), di tornare in patria al servizio dei fedeli. La “preoccupazione per tutte le Chiese” che ossessionava san Paolo è onnipresente nella sua vita. Deplora il fatto che il suo clero “non preghi abbastanza”, invoca una riforma liturgica che metta la fede alla portata dei fedeli del XXI secolo e teme il contatto del relativismo e della “dissoluzione” con il suo gregge arrivato in occidente. Constata il fatto che i suoi fedeli sono affascinati dal comfort materiale e dai diritti civili che trovano lì, al punto da dimenticarsi del relativismo morale trionfante e del suo effetto distruttivo su quella che è la perla dei suoi occhi: la famiglia, e ancora di più, il significato e i valori della famiglia. “Perdere loro vuol dire perdere tutto”, avverte.
Segni dei tempi
Il discorso del patriarca Sako invita infine a una lettura dei segni dei tempi. “La voce del sacerdote - dice - deve avere un respiro profetico affinché la liturgia sia carica di anima e speranza”.
“Ho imparato molto da papa Francesco in termini di semplicità e vicinanza”, dice il patriarca Sako, “egli non ha di certo solo amici in una Chiesa che è ancora molto clericale e formalista. È a questo prezzo che possiamo rimanere in Iraq e che la nostra presenza avrà un senso. Dobbiamo anche aiutarci l'un l'altro a rimanere. Ho l’intima convinzione nel Signore che, prima o poi, la libertà religiosa verrà e diventerà legge. Nel frattempo, dobbiamo pazientare, rimanere e agire”, conclude.

25 giugno 2018

Giornata riflessione e preghiera Medio Oriente: card. Parolin, “Papa Francesco ci tiene molto. L’iniziativa parte da lui”

By AgenSIR

“Papa Francesco ci tiene molto. L’iniziativa parte da lui. Ha cercato di coinvolgere tutti i capi delle Chiese cristiane e di coinvolgerli in un’opera comune a favore della pace, sottolineando il contributo che le Chiese cristiane a livello ecumenico possono portare alla soluzione dei tanti problemi del Medio Oriente, soprattutto nei conflitti e nella ricerca della pace”.

Così il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha presentato al Sir la Giornata di riflessione e preghiera sulla situazione drammatica del Medio Oriente che si terrà il 7 luglio a Bari, finestra sull’Oriente, città che custodisce le reliquie di san Nicola. La Giornata, che vedrà la presenza dei capi delle Chiese cristiane della regione mediorientale, vuole lanciare innanzitutto – ha sottolineato Parolin – “un messaggio di vicinanza e di incoraggiamento. I cristiani del Medio Oriente molto spesso hanno bisogno di sentire davvero vicini i loro fratelli e le loro sorelle del mondo intero. A volte, non si possono dare soluzioni immediate, però è importante che sappiano che la loro situazione sta a cuore alle Chiese. Poi certamente, sottolineeranno il contributo che le comunità cristiane possono portare alla soluzione dei problemi in rispetto dei diritti di ogni persona e di ogni gruppo”.

Libertà religiosa: card. Sandri, “i cristiani di Siria, Iraq, Libano, Egitto, Turchia non sono persone di seconda categoria”

By AgenSIR

“I cristiani di Siria, Iraq, Libano, Egitto, Turchia, amano il loro Paese, vi sono legati, e lo vogliono servire perché in esso non si sentono ospiti o stranieri: ma vogliono viverci a pieno titolo, non come persone di seconda categoria, che vedono preclusi alcuni posti di lavoro o ruoli di responsabilità all’interno delle amministrazioni”.
È quanto ha dichiarato il card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, al Simposio “Defending International Religious Freedoom: Partnership and action” organizzato a Roma, dall’ambasciata Usa presso la Santa Sede con la Comunità di Sant’Egidio e Aiuto alla Chiesa che soffre. Per il prefetto “vanno bandite tutte quelle forme subdole di affermazioni di dominio o sottomissione, come alcuni progetti di legge approvati o in discussione in alcuni Paesi del Medio Oriente, circa la rettifica o la corretta registrazione della propria appartenenza religiosa. Solo in questo modo – ha sottolineato – si libereranno autenticamente tutte le componenti della società, cristiane e non, che finalmente potranno non sentirsi costrette a legarsi più o meno palesemente al potente di turno per vedere garantita la propria sopravvivenza, atteggiamento che forse troppo frettolosamente noi ci permettiamo di giudicare sulle nostre comode scrivanie in Occidente”.

22 giugno 2018

What about Mosul’s Jewish and Christian sites?

By Rudaw
Chris Johannes

Through the three-year military campaign to retake Iraq's second-largest city of Mosul from ISIS, many old Islamic, Jewish, and Christian historical sites were damaged. As the city becomes stabilized, people returning are just unearthing the scale of the damage and cultural loss.
Notably, Al-Nuri Mosque and its Al-Hadba Minaret were destroyed in late June of 2017 as ISIS was surrounded and detonated the 12th century Islamic structures. ISIS denied they were responsible for its destruction and the US-led coalition said they did not target any religious sites, even though many were used by the extremists.

In 2014 ISIS blew up the Mosque of Nabi Younis, or the Prophet Jonah, where he is believed to have been entombed. ISIS said the mosque, which had previously been used as an Assyrian church, had become a place of apostasy and not of prayer.

The United Arab Emirates, Iraq, and UNESCO announced a $50 million partnership at the Iraqi reconstruction conference in February to rebuild "the cultural heritage of Mosul," as part of the 'Revive the Spirit of Mosul' programme.

"Education, culture and heritage will also be key elements for successful reconstruction. UNESCO's initiative to coordinate international efforts for the reconstruction of the Old City of Mosul deserves our full support," UN Secretary-General Antonio Guterres said at the time.

Mosul and its surrounding areas are historically some of the most diverse in the Middle East — at different times home to Babylonians, Assyrians, Jews, Arabs, Kurds, and other groups who have followed Abrahamic religions and other faiths like the Yezidis.

The conflict monitor Mosul Eye tweeted photos on Monday of engravings from the west or right bank of Mosul: "Anyone can read and translate the Hebrew inscription, please? One of the Jew's houses in old Mosul, unfortunately, it was destroyed by an airstrike, and this is what's left of it."
Yona Sabar, originally from Zakho in the Kurdistan Region of Iraq, is professor a emeritus at the University of California Los Angeles (UCLA) where he specializes in Hebrew and Aramaic in the department of Near Eastern Languages & Cultures. He told Rudaw English the inscriptions mostly come from Deuteronomy.
"The Lord shall command the blessing upon you in your barns, and in all that you set your hand unto... with long life, peace and success... May God bless you and open His good treasure for you ..." translated Sabar.
He revealed that one of the inscriptions reads: "May the name of Hakham (Rabbi) Yihya son of Meir Daddo, who donated this inscription in honor of his late father, be remembered for his good deeds."
A book written in Hebrew by Ezra Laniado in Haifa in 1981 details that Daddo was the mukhtar, or local representative, of Mosul's Jewish community during World War I.
The book explains that Daddo's son, Yihya, was very altruistic, including donating money to build the southern section of Sasson Synanogue in Mosul, which is where Sabar believes the inscriptions originated before being turned into a house.
Between 1948 and 1951, more than 121,000 Jews left Iraq for the Holy Land in the so-called Operation Ezra and Nehemiah as Israel airlifted tens of thousands of Jews following Iraqi government's intensified persecution of Jews, after the establishment of the State of Israel.
Mosul Eye later tweeted more Hebrew inscriptions from Mosul's war-torn Old City, although the destruction has not just been limited to Jewish and Muslim holy sites.


Through the ISIS conflict, the extremists often used places of worship, schools, hospitals, and community centers as command centers, because the coalition and the Iraqi military made concerted efforts to not target such sites, in line with the fundamental rules of war.
Many sites believed to be historical places of worship for Iraq's dwindling Christian population had suffered from a lack of upkeep and were also converted to dwellings or built over in Mosul's densely populated right bank. Some of the Christian sites destroyed in the conflict were the Mother of Aid in central Mosul, Church of Virgin Mary, and Saint George's Monastery.
Photo Ali al-Baroodi in Mosul Eye

On Tuesday, Mosul Eye shared a photo taken by Ali al-Baroodi of a Catholic Church tower in West Mosul.
"[The] Dominican Order Latin Church's Tower is about to collapse, it requires an immediate action or we will lose it forever. Save the Heritage of Mosul,"
tweeted the conflict monitor.
Baroodi is a teacher by trade and works at the University of Mosul. He photographs the city's destruction and its rebuilding. Baroodi told Rudaw English there has been little done to preserve lesser known religious sites across Mosul.
"Not the Jewish ones, not the Islamic ones, not anything. There is only a survey of the damaged heritage sites in Mosul, so there is not any kind of preservation,"
Baroodi said. "UNESCO is supposed to work on Al-Hadba Minaret and the Church of the Clock, but nothing happens on the ground yet.
"The tower is in danger to fall if there is not any kind of preservation soon."

Concerto per i cristiani perseguitati: Il Palazzo della Legione Allievi Carabinieri illuminato di rosso per i martiri cristiani

«È un evento unico e importante che testimonia l’impegno dei Carabinieri in favore della pace, in linea con la loro missione di peacekeeping, in difesa di tanti innocenti in Iraq e nel mondo». Così il cardinale designato Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei plaude al Concerto della Banda dell’Arma dei Carabinieri dedicato ai Cristiani perseguitati organizzato dal Comando delle Scuole dell’Arma dei Carabinieri in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre.
La serata, che si terrà a Roma martedì 26 giugno alle ore 20.30, presso la piazza d’armi della Legione Allievi Carabinieri in Viale Giulio Cesare 54/P, vedrà per la prima volta la banda dell’Arma dei Carabinieri suonare per i cristiani che soffrono in ragione per la propria fede.
Il patriarca Sako ricorda in particolar modo l’opera dell’Arma in Iraq, dove i carabinieri sono impegnati nella formazione della locale forza di polizia e anche nella difesa della diga di Mosul.
«Proteggere questa diga significa proteggere l’acqua, ovvero un elemento essenziale per la vita dell’Iraq.  Così come è essenziale la formazione della nostra polizia. In Iraq, con la caduta del regime, sono state sciolte tutte le forze di sicurezza. La missione dei Carabinieri è davvero nobile: una forza militare che interviene in un altro Paese non per fare la guerra, ma per difendere la vita e la dignità delle persone».
Nell’ambito della manifestazione il Palazzo della Legione Allievi sarà illuminato di rosso, in ricordo del sangue versato ancora oggi da tanti cristiani in tutto il mondo, così come erano stati illuminati Fontana di Trevi nel 2016 e il Colosseo lo scorso 24 febbraio. «In entrambe le due occasioni mi sono unito in preghiera, assieme alla mia comunità», afferma Sako che, a Roma per ricevere la berretta rossa dalle mani di Papa Francesco il prossimo 28 giugno, sarà presente al concerto assieme al cardinale designato Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi in Pakistan. «Stavolta potrò partecipare personalmente e portare la mia testimonianza e quella dei cristiani in Iraq. Anche noi abbiamo un’importante missione di pace in tutto il Medio Oriente». 

21 giugno 2018

Aid Worker: Persecuted Christians in Middle East Continue to Need Aid, Support

By National Catholic Register
June 18, 2018

Edward Pentin

Many Christians have left Iraq, and more want to leave, due to seemingly perpetual conflict, instability and a lack of jobs.
But in Syria the situation is very different, and the reason is mainly because President Bashar Assad guarantees Christians’ survival. “If there’s a regime change in Syria,” warns Sebastiano Caputo, head of SOS Chrétiéns d’Orient in Italy, a Catholic humanitarian charity, “Christians will go, as they’ve done in Iraq.”
That’s why, he adds, it’s “very important to offer humanitarian help, but at same time make people aware in the West about their situation and get their message out to our countries.”
Caputo recently helped set up an Italian branch of the charity that has grown rapidly since it was founded by a group of young French Catholics in 2013. It now has more than 1,400 volunteers working in five countries.
In this interview with the Register in Rome last month, Caputo explained more about the charity’s work, how the needs of Christians vary widely across the Middle East, and why SOS Chrétiéns d’Orient could at some point also direct its help to Christians in the West, where he says the persecution is “psychological” rather than physical.
SOS Chrétiéns d’Orient has expanded now to Italy. How did this come about, and how did you get involved?
I’m a journalist. I work for [the Italian daily newspaper] Il Giornale and Treccani, an encyclopedia where I’ve written about foreign policy and relations between states, with a focus on the Middle East. So I’ve traveled a lot over the past three years. When I was in Damascus in 2015 — in September, during a conference — I was with the chief of mission of SOS Chrétiéns in Syria. I knew him through all the travel I’ve made in the Middle East: Egypt, Lebanon, Iraq and Syria. I saw how this association worked with Christians in the Middle East. So when I came back to Italy last month, I called on Charles De Meyer and Benjamin [Blanchard, founders of the Paris-based SOS Chrétiéns d’Orient] and asked if Paris was interested in creating a representative office in Rome.
How did they react?
They were very happy about that because Rome is the city of the Vatican and Italy is a country in the middle of the Mediterranean and has an important Mediterranean culture. So they helped me to set up this office. On April 26, the co-founder of SOS, Charles De Meyer, came to Rome and we held a press conference to introduce the Italian members. There were 100 people there interested in the venture. Now the goal is to send a team of 10 Italian volunteers to join the French missions throughout the Middle East where SOS is present. Secondly, the goal is to work to build a network for donors, because SOS only works with private donors. They collect donations, and the volunteers seek donations in the field. So it’s very transparent: It’s good for the donors, but also the volunteers. They’re very young Westerners, tired of doing nothing [to help those in need], and these people go to these countries where Christians face a difficult situation, war principally, but not only that.
Is the term “Christian persecution” too broad?
Yes, it’s very simple to speak about Christian persecution, but all the countries are different: Some suffer from war and discrimination, but Lebanon is a multiconfessional country. In Iraq, the problem was when Daesh (ISIS) was there. Most Christians have left the Nineveh Plain, but in Syria, Christians have a good social position. The good thing about SOS [volunteers] is that when they go to a country, they respect the society and try not to put Christians in danger. They respect the society and a multiconfessional society. They work for the survival of a multiethnic and confessional society.
Some Muslims also work with SOS, is that right?
Yes, when they work with local people, it’s often with Christians, but also with Muslims — for example, in Syria and other Muslim countries, so they don’t meet discrimination. They respect all the people there, and that’s a good thing.
What practical help do you give, say, in Iraq compared to Syria?
Part of it is humanitarian work: We give food to the people and help other Christian communities to rebuild churches or help projects such as scouts, and they help to rebuild schools or hospitals. And when they rebuild hospitals and schools, it’s not just for Christians, but all the population. We don’t ask if they are baptized. The differences in Iraq and Syria are not great, as both countries have been at war with Daesh. So it was more about emergency help, food and water while in Egypt and Lebanon, which are not at war. We offer help teaching English and French to young people, or just live with them. It’s important that they know the West is with them, important that we know each other, and they feel our presence there.
Do Christians in Iraq and Syria want to stay?
This is a very important question because Iraq has experienced war since 2003. Many there have only ever known war and don’t know what peace is, and so they want to leave because they don’t have the past anymore. In Syria, it’s different. They’ve had war for eight years, but before that, society was very tolerant, multiconfessional and peaceful. So people have a memory of what life was like before the war and want to stay. So it’s completely different: All the Christians in Iraq want to go; in Syria, most Christians want to stay. It’s very interesting. I noticed that when I went to Syria. Before and during the war, they always have had a good relationship with the government and the government respects the Christian communities.

Iraq: la lenta rinascita della Piana di Ninive

Luisa Urbani

Nel 2014 la Piana di Ninive è caduta sotto il controllo dei miliziani jihadisti del sedicente Stato islamico. Violenze, conflitti, case distrutte. Una situazione che ha portato all’allontanamento di decine di migliaia di persone. Così nell’agosto del 2014 è iniziato l’esodo dei cristiani. Nell’estate del 2017, dopo tre anni dalla fuga dei cristiani, il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha annunciato che le truppe irachene avevano liberato Mosul, la più grande città irachena che era controllata dallo Stato Islamico.
L'Iraq, un Paese in ginocchio L’Iraq del dopo Isis, però, è un Paese in ginocchio che deve ripartire da zero. A Ninive le macerie si stagliano per chilometri e chilometri: case, ponti, strade, ospedali, chiese. Poco è sopravvissuto alla furia del Califfato e ai mesi di combattimenti per strappare all’Is la roccaforte di Mosul e i villaggi cristiani della Piana.
La paura di tornare
Nonostante siano mesi che tutta la città di Mosul e l’intera pianura di Ninive sono state liberate dal dominio dei jihadisti, ancora molte città della Piana di Ninive sono quasi vuote perché molti cristiani hanno paura di tornare in quei luoghi. “Oltre 6.000 famiglie sono rientrare nei villaggi della Piana  – spiega nell'intervista mons. Basilio Yelda, vescovo ausiliare di Baghdad – però sono ancora molte le persone che hanno paura di rientrare nelle proprie abitazioni".
Mancano servizi e strade “La rinascita è lenta, c’è ancora molto da fare. È essenziale accelerare i lavori di ricostruzione. C’è ancora un clima di incertezza, non c’è sicurezza e soprattutto mancano scuole, ospedali, acqua ed elettricità. Oltre alle case bisogna ricostruire anche il tessuto sociale ed economico. Abbiamo bisogno – prosegue il vescovo ausiliare di Baghdad - di interventi di urbanistica e ristrutturazione. L’accesso a molti villaggi è bloccato per via della mancanza delle strade”.
Il lavoro, il sogno più grande “Il desiderio più grande delle famiglie tornate nelle loro cittadine è il lavoro. Tutti vogliono lavorare per tornare ad avere una vita come prima. Bisogna garantire un futuro attraverso il lavoro.  La mancanza di occupazione getta un’ombra sul futuro e sulla rinascita di tutta la zona. Ricostruzione e ripresa delle attività sono i fattori chiave per il rientro delle centinaia di migliaia di esuli". 
Il futuro è buio “Non c’è un futuro chiaro per queste persone e questi villaggi. Qui, ogni giorno succede qualcosa che non permette di capire quale sarà il destino di questi villaggi. A quattro anni dall’ascesa dell’Is - prosegue mons. Basilio Yelda  - e a un anno dalla loro sconfitta militare, il futuro resta ancora incerto per noi. Abbiamo bisogno – dichiara – dell’intervento del Governo”.
L’importanza del cristianesimo in Medio Oriente “Avere i cristiani nel Medio Oriente – spiega – è di fondamentale importanza perché anche loro hanno costruito la cultura di queste terre. L’importanza dei cristiani – prosegue - è emersa anche nel corso delle ultime elezioni politiche: tutti i partiti volevano avere almeno un membro cristiano. Questo perché le persone sono consapevoli che i cristiani sono persone buone e pacifiche”.
L’appello dell’ONU Dello stesso avviso del vescovo ausiliare di Baghdad è anche Antonio Guterres, segretario generale dell'ONU, che, in occasione del colloquio avuto il 20 giugno con il Patriarca Kirill, Primate della Chiesa ortodossa russa, ha sottolineato come il cristianesimo sia “parte integrante” della cultura mediorientale e occorra “assicurare il ritorno dei cristiani e dei membri di altre minoranze religiose”, garantendo la stabilizzazione della situazione politica in Iraq.

Medio Oriente: Guterres (Onu), “favorire il rimpatrio dei cristiani fuggiti da Iraq e Siria”

By AgenSIR

Il cristianesimo è “parte integrante” della cultura mediorientale, e occorre “assicurare il ritorno dei cristiani e dei membri di altre minoranze religiose” allontanatisi dai propri Paesi d’origine a causa di situazioni di violenza e persecuzione, garantendo in particolare la stabilizzazione della situazione politica in Iraq e Siria.
Lo ha dichiarato Antònio Guterres, segretario generale dell’Onu, in occasione del colloquio avuto mercoledì 20 giugno a Mosca con il Patriarca Kirill, Primate della Chiesa ortodossa russa. Guterres – riferiscono fonti e agenzia russe riprese da Fides – ha espresso parole di apprezzamento per l’impegno profuso dal Patriarcato di Mosca nel dialogo interreligioso, e pur ribadendo il giudizio generalmente condiviso su regimi mediorientali come quello siriano, ha ammesso che quei regimi, a modo loro, sotto certi aspetti rappresentavano un fattore di protezione per le minoranze religiose. Durante la sua visita a Mosca, il segretario generale dell’Onu ha incontrato anche il presidente russo Vladimir Putin e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

20 giugno 2018

US aid to Iraqi Christians, Yazidis on fast track via Catholic Relief Services

By Crux
Courtney Crogan

The United States Agency for International Development has announced it is investing $10 million into coalitions led by Catholic Relief Services and Heartland Alliance to help rebuild Christian and other minority communities in Iraq who suffered attempted genocide under the Islamic State.
“In Iraq, although the coalition has largely driven ISIS from the battlefield, much of Northern Iraq now faces the daunting task of repairing broken infrastructure and rebuilding a shattered social fabric,” said USAID Administrator Mark Green as he announced the funding at the Interaction Forum in Washington, D.C., June 14.
The announcement came one week after reports that Vice President Mike Pence was “incensed” over the “bureaucratic delays” in delivering aid promised to the Christian and Yazidi communities in Iraq.
The United States government will stop using “slow, ineffective and wasteful United Nations programs and to instead distribute assistance through USAID in order to provide faster and more direct aid to Christian and Yazidi communities in Iraq,” according to the vice president’s press secretary.
Pence has directed Green to travel to Baghdad and Erbil in the coming weeks to “report back with an immediate comprehensive assessment addressing any issues that could delay the process of aid distribution.”
Kevin Hartigan, Catholic Relief Services’ regional director for Europe and the Middle East, told CNA that “We are grateful for this new funding that provides greater assistance for Christians and other religious minorities returning to northern Iraq.”
“It will allow Catholic Relief Services to continue and expand the projects we began in 2014, working with Caritas Iraq to provide critical assistance to Christians, Yazidis and many other Iraqis of various faiths who had been displaced by violence and are now returning to their homes,” he continued.
Since 2014, Catholic Relief Services and Caritas Iraq have served more than 300,000 Iraqis affected by the conflict through their offices in Baghdad, Kirkuk, Mosul, Dohuk, and Erbil.
CRS will use the most recent funds to “assist the Catholic Church of Iraq to help all war-affected families with the provision of shelter, emergency assistance and education and trauma healing for children,” said Hartigan.
Iraq’s Christian population was devastated by the Islamic State in 2014. Two thirds of the approximately 1.5 million Christians who formerly inhabited Iraq either fled or were forced out by the violence, according to In Defence of Christians.
“ISIS fighters used most of the 45 churches in the old city for shelter, target practice, and torture and, in the case of the Dominican church, as a place to hang their victims from inside the bell tower,” wrote Father Benedict Kiely after visiting Mosul last month.
Iraqi military forces regained control of Mosul from the Islamic State in July 2017; yet only ten Christian families have returned to Mosul’s old city, which had more than 3,000 Christian families in 2014, according to Kiely.
“Across the Nineveh Plain, where Christians trace their roots back to the time of the Apostles, many Christians have returned nonetheless,” noted Kiely.
Archbishop Bashar Warda, the Chaldean Archbishop of Erbil said earlier this year that Christians are “scourged, wounded, but still there.”

Iraqi iconographer honors his Syriac roots

By Catholic News Service
Doreen Abi Raad

When Islamic State fighters overran Qaraqosh, Iraq, in the summer of 2014, Mothana Butres was able to grab only a single volume from his father's collection of thousands of Syriac books and manuscripts.
The handwritten, 600-year-old book of Syriac hymns now inspires much of Butres' work as an iconographer.
From a modest walk-up apartment in Zahle, Lebanon, a city not far from the Syrian border, the Syriac Catholic iconographer and refugee creates his sacred art in a sparsely furnished living room. As he works, he sings the hymns he has committed to memory from the sole book he managed to save.
Butres is the creator of the Our Lady of Aradin icon, a centerpiece of the first Catholic shrine dedicated to persecuted Christians. The shrine is housed in St. Michael's Church in New York City and was dedicated June 12.
"The inspiration when I was working on Our Lady of Aradin was that it was the Virgin Mary who was protecting the Christians," Butres told Catholic News Service.
He chose to present Mary in the traditional wedding dress of the Aradin area of Iraq "to represent that the Virgin Mary will always be a part of the Christians in Iraq and that she is the protector of Christians in Iraq and all the Middle East," Butres said.
He said that when faced with an ultimatum by Islamic State fighters, Iraq's Christians gave up their land but refused to give up their faith.
"The people who were persecuted, their blood is a stronger message than anything I could ever convey," he said. But the recent persecution and the oppression suffered by his ancestors led him "to the way I think and the way I do my work."
Butres said he believes his icons can be an instrument for intercessory prayer. The prayers of the people who visit the shrine in New York and pray before the icon of Our Lady of Aradin are joined with those of the persecuted Christians.
"Based on what Jesus told us, that 'if two people are gathered in my name, I will be among them,'" he said.
The Syriac book Butres treasures from his father's library collection also awakened him to the lost practice of writing books by hand, especially in the Syriac language, which is spoken by Christians in certain areas of Syria and Iraq, including Qaraqosh. Syriac also is used in the liturgy of some Eastern churches, including the Syriac Catholic, Syriac Orthodox and Maronite Catholic churches. The language is related to Aramaic, the language of Jesus.
"I'm trying to revive the value of the handwritten texts. Books used to be handwritten," Butres said.
As part of an ongoing personal project, Butres intends to write out the entire Bible in Syriac on a long scroll of leather just over a foot wide. In three months of work, the tiny, intricate text he has etched extends 16 feet in length and comprises the first five chapters of the Old Testament.
"I believe that in writing out the Bible, we can discover it in a new, deeper perspective, more than just reading it," he said.
In his icons, Butres often incorporates streams of handwritten text related to the image, which contributes to preserving the Syriac language, heritage and spirituality. The icon of Our Lady of Aradin, for example, includes the Hail Mary in Syriac.
Butres' introduction to iconography began at age 12; a deacon at his church in Qaraqosh taught him the ancient art as well as formulas for producing colors and varnishes from natural products, for example, using eggs and wine for shades of red, using beeswax for varnish and using deer musk to give the icon a scent.
Prayer and religious formation were part of Butres' daily life growing up in a Syriac Catholic family as one of 16 children.
"We were very close to the church," said. "Every day at dusk, we went to the church to pray," he recalled, adding that for "anyone who didn't participate, there was no dinner." The same went for missing Sunday Mass: no lunch and dinner.
That pious upbringing fostered vocations, he said. One of Butres' sisters became a Dominican nun. His brother, Nimatullah, is a priest serving the Syriac Catholic Diocese of Our Lady of Deliverance, which is based in Bayonne, New Jersey. Father Butres attended the dedication ceremony for the Our Lady of Aradin shrine in New York.
The artistic Butres became a deacon at age 20 and studied theology at Holy Spirit University in Lebanon, earning a bachelor's degree.
Butres intended to complete his master's degree in theology, carrying out his research in Qaraqosh, but had to abandon all he had accomplished there when Islamic State attacked his childhood home.
That home, overtaken, gutted and ruined by Islamic State, is under repair now. From Lebanon, Butres created the Our Lady of Qaraqosh icon as a gift for his family, intending it as "a protector of the house where she was always present."

Incertezza, paura e speranza fra i cristiani che tornano a Mosul

By Asia News

Dopo quattro anni “vi è ancora un clima di incertezza” fra i profughi di Mosul e della piana di Ninive, perché l’opera di ricostruzione “prosegue, ma con lentezza” e oltre alle case “bisogna garantire un futuro attraverso il lavoro”.
È quanto racconta ad AsiaNews don Paolo Thabit Mekko, descrivendo la lenta rinascita di Mosul e della piana di Ninive a un anno dalla vittoria - militare - sulle milizie dello Stato islamico (SI, ex Isis) che hanno fatto della metropoli del nord per lungo tempo la loro roccaforte. “La situazione generale di incertezza che si respira nel Paese - aggiunge il sacerdote - acuita dallo stallo nella formazione del nuovo governo e le accuse di brogli, contribuiscono a complicare ancor più la situazione e generano paura”. 
Dopo anni di violenze e terrore perpetrati dalle milizie di Daesh [acronimo arabo per lo SI], oggi nel settore orientale di Mosul la vita è normale ed è anche molto più facile spostarsi all’interno dei quartieri occidentali. Dalle aule delle scuole alle fabbriche, alle piccole imprese, la rinascita della metropoli del nord passa attraverso il rilancio della scuola, del lavoro e dell’apertura di spazi commerciali impensabili all’epoca del “califfato”. Fra questi un “caffè letterario” dedicato all’incontro e alla lettura.
In queste ultime settimane, riferisce don Paolo, “almeno 100 famiglie cristiane” sono rientrate nel settore orientale di Mosul, sulla sponda sinistra del fiume Tigri, che ha patito meno le devastazioni dell’Isis.  “Un primo gruppo - prosegue - anche se non si può ancora parlare di stabilizzazione. L’obiettivo è la riapertura nelle prossime settimane della chiesa caldea di san Paolo. Sarà un momento significativo per tutta la comunità”. 
In città la situazione delle case abitate un tempo dalle famiglie cristiane “è buona”; poche sono andate distrutte e la gran parte è stata occupata da musulmani. Ora si sta cercando di ottenerne la restituzione. Nella piana di Ninive, sottolinea il sacerdote, la realtà è “diversa” perché i “danni sono molto maggiori, molte sono state bruciate” ed è essenziale “accelerare i lavori di ricostruzione”. 
Fra i pendolari vi sono anche gli studenti universitari di Karamles che, ogni giorno, compiono il tragitto che li separa dalla cittadina della piana di Ninive alla loro università. “La situazione in città - racconta il sacerdote - è di relativa stabilità e vi è libertà di movimento. Questo vale per entrambi i settori, orientale e occidentale, dove sorge la città vecchia ed è maggiormente colpito. Nei giorni scorsi mi sono recato di persona nella zona, per incontrare alcune famiglie di dignitari musulmani e festeggiare la fine del Ramadan. Con loro abbiamo parlato della rinascita di Mosul, che non può prescindere dalla presenza dei cristiani come chiesto espressamente dai leader islamici moderati”.
Intanto la Chiesa caldea rinnova la propria missione volta a “proteggere, promuovere e integrare” quanti hanno perso tutto, a partire dalle loro case, per mano jihadista. Molte di queste famiglie sono tuttora sfollate interne o emigrate all’estero, in condizioni di estrema precarietà e incertezza. E' di conforto l’invito di papa Francesco nel suo Messaggio 2018 per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, mentre oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata del Rifugiato lanciata dall'Onu.
“La gran parte dei rifugiati - racconta don Paolo - vive ancora oggi nel Kurdistan irakeno. Uno dei problemi più gravi è la disoccupazione, la mancanza di un lavoro che getta un’ombra sul futuro e sulla rinascita di tutta la zona. Ricostruzione, ripresa delle attività sono fattori chiave per un rientro delle centinaia di migliaia di esuli, soprattutto di quanti sono fuggiti all’estero”. “A quattro anni dall’ascesa dell’Isis - conclude - e a un anno dalla loro sconfitta militare, il futuro resta ancora incerto per noi”.