"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

26 ottobre 2017

Christians who fled IS displaced again as Iraqi and Kurdish forces clash

By WorldWatch Monitor
October 25, 2017

Fighting has erupted between Iraqi and Kurdish forces in a predominantly Christian town in northern Iraq, causing residents to flee.
Around 900 families have fled Telskuf and its surrounding villages – part of the Nineveh Plains region of northern Iraq liberated last year from the Islamic State group – to seek refuge in Alqosh and Dohuk, further north.
Two teenage boys have been injured in the fighting – 12 and 14 years old respectively. Some ‘caravans’ (portacabins used to shelter internally displaced people during IS’s onslaught) are now in use again to host those who fled.
“This is a huge drawback and disappointment for the whole Christian community,” said a spokesperson for Open Doors, a charity that supports Christians under pressure for their faith. “During the time of displacement, Open Doors had supported a refugee camp through a local partner. Over the past months the camp had emptied down to only two families still living there… until yesterday.
“Now all the 40 caravans are filled again with families from those three villages that were hit. That two children of only 12 and 14 got wounded by this eruption of violence is making an especially deep impression on the Christians. We pray they will be okay.”
A local priest, Father Salar Kajo, refused to leave the town and called for aid.
A source told World Watch Monitor by email last night: “Iraqis intend to begin bombardment of Telskuf in the morning using heavy weapons. They sent word to Fr Salar that everyone needed to leave the town tonight. He has sent away all the families, but he has refused to leave. Several of his young workers are staying with him.”
Iraqi government forces continue to jostle with Kurdish forces for control of the region, which the Kurds helped to liberate from IS last year.
Christians have been on high alert since the recent Kurdish referendum, when Iraqi Kurds voted overwhelmingly in favour of independence, scared at the prospect of another wave of violence.
“We have the Kurds claiming territory that is not theirs, and the Iraqis claiming territory that is not theirs, and the Christians, whose land it rightfully is, being used as acceptable collateral damage once again,” the source added.
“It has been a very busy and terrifying 24 hours,” another source told World Watch Monitor by email. “It seems to have stopped now, but the damage has been done.”
The Open Doors spokesperson added that the latest fighting was “all the more disappointing because the Kurds have said they will freeze the results of the referendum and start dialogue to prevent it ending up in a war”.
Father Poulos, a priest from the town of Bashiqa, south of Telskuf, told World Watch Monitor last week he had been expecting a government response since the referendum.
The priest said the Peshmerga had told him they would withdraw from the town and, shortly after their departure, the Iraqi army arrived and took control.
He said he had a sleepless night and that people were afraid. “My phone kept ringing. Many people called me asking about the situation. I tried to comfort them telling them they shouldn’t worry,” he said.
Since IS’s defeat, small numbers of Iraqi Christians have started to return to the towns and villages in the Nineveh Plains region. Father Poulos and around 200 Christian families were among them, returning home to Bashiqa a few months ago.
As World Watch Monitor reported on 17 October, experts had warned that fresh large-scale fighting in the disputed territory could further drain the region of Christians.

Tensioni nella Piana di Ninive: nuovo appello al dialogo dei Vescovi iracheni

By Fides

Le “Brigate Babilonia” hanno attribuito alle truppe curde Peshmerga la responsabilità delle operazioni militari che la sera e la notte di martedì 24 ottobre hanno spinto gli abitanti di Telkeif* – centro urbano delle Piana di Ninive, abitato da cristiani – a lasciare precipitosamente le proprie case per trovare rifugio nelle città e nei villaggi vicini. Secondo i vertici delle “Brigate Babilonia” - formazione armata guidata da Rayan al Kildani (Rayan il caldeo), e comprende nelle sue file anche cristiani - sono stati lanciati dai Peshmerga i colpi di artiglieria che hanno raggiunto un quartiere abitato della città, ferendo anche alcuni bambini e provocando l'esodo immediato di più di 600 famiglie, che avevano potuto far ritorno alle proprie case solo dopo la sconfitta dei jihadisti dello Stato Islamico (Daesh). Altre fonti anonime, citate dai media, sostengono che l'evacuazione sarebbe stata messa in atto sulla base di indicazioni provenienti da emissari dell'esercito governativo, in vista di un aumento del livello di scontro con i Peshmerga. Nella città deserta, e priva di corrente, sono rimasti il sacerdote caldeo Salar Kajo e alcuni suoi collaboratori.
Intanto i Vescovi cattolici iracheni, alla fine del loro incontro annuale – svoltosi a Baghdad il 24 e 25 ottobre – hanno di nuovo espresso preoccupazione per le tensioni e le nuove minacce di conflitto a tutto campo che incombono in una delle aree di tradizionale radicamento delle locali comunità cristiane. Nel documento finale dell'incontro, pervenuto all'Agenzia Fides, i Vescovi cattolici iracheni hanno invitato i leader politici nazionali “a impegnarsi per la pace attraverso il dialogo”, e hanno chiesto che le città dislocate nella Piana di Ninive non diventino oggetto di spartizione tra forze militari contrapposte.

* Secondo il sito Ankawa.com che riporta la notizia si tratta del villaggio di Tellesqof e non di quello di Telkeif.
Nota di Baghdadhope

25 ottobre 2017

Nuovi venti di guerra sulla Piana di Ninive. I cristiani costretti ancora a fuggire

Foto Ankawa.com
By Fides

I cristiani di Telkaif, cittadina irachena situata nella Piana di Ninive, nella tarda serata di martedì 24 ottobre hanno abbandonato in massa le loro case e si sono trasferiti con automobili, furgoni e pullman ad al Qosh e in altri villaggi vicini, messi in fuga dagli allarmi sulle imminenti operazioni militari che potrebbero presto vedersi scontrare in quell'area le truppe dell'esercito iracheno e le milizie curde Peshmerga, che fanno capo al governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Foto Ankawa.com
L'agenzia di notizie Ankawa.com ha riferito che nella stessa giornata di martedì 24 alcuni colpi di mortaio erano già caduti sul centro abitato di Telkaif*, provocando, secondo fonti locali, anche la morte di due persone. Un esodo analogo ha coinvolto anche gli abitanti della vicina cittadina di Baqofah.
La fuga precipitosa da Telkaif e Baqofah richiama alla memoria l'esodo di massa che si verificò nella Piana di Ninive nell'agosto 2014, quando più di 100mila cristiani furono costretti ad abbandonare in fretta e furia i villaggi che da tempo immemore rappresentavano i capisaldi storici delle comunità autoctone nello spazio dell’antica Mesopotamia. Nella notte tra il 6 e il 7 agosto, a Qaraqosh, Kramles, Telkaif, Bartalla e negli altri centri della Piana, l’offensiva delle milizie dell’autoproclamato Califfato Islamico travolse la resistenza rappresentata dai Peshmerga curdi. Tanti fuggirono verso Erbil e Kirkuk, portandosi dietro solo i vestiti che avevano addosso.
Intanto, il governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno ha diffuso una nota in cui si dice disponibile a “congelare” i risultati del referendum indipendentista, svoltosi lo scorso 25 settembre per sancire la propria secessione di fatto dall'Iraq. L'iniziativa è stata presentata come un tentativo di aprire canali di dialogo con il governo centrale di Baghdad. I leader di Erbil hanno anche auspicato il “cessate il fuoco immediato”, dopo gli scontri armati registrati nei giorni scorsi tra esercito iracheno e Peshmerga curdi nella regione di Kirkuk. 


* In realtà si tratta, secondo il sito Ankawa.com del villaggio di Tellesqof e non di quello di Telkeif.
Nota di Baghdadhope 

23 ottobre 2017

Il ritorno dei cristiani nella Piana di Ninive

By La Stampa - Vatican Insider
Cristian Uguccioni

«Martedì 17 ottobre, a Qaraqosh, nella Piana di Ninive (Iraq), dopo settimane di lavori compiuti da un’impresa locale, abbiamo riaperto la nostra scuola elementare, che era stata saccheggiata e danneggiata dai jihadisti dell’Isis. Abbiamo accolto 400 bambini tornati qui con le loro famiglie. A breve – grazie al decisivo aiuto della Fondazione Avsi (che ci segue da tempo) – riapriremo anche l’asilo, che era stato bruciato». Sono le parole di suor Silvia Batras, domenicana irachena. Originaria di Alqosh, 36 anni, oggi vive a Erbil, nel Kurdistan iracheno: guida la comunità domenicana locale, insegna catechismo ed è vicepreside della scuola costruita per i profughi cristiani. Da Erbil segue il ritorno delle proprie consorelle nella Piana di Ninive, dove si reca spesso. A Vatican Insider racconta la fuga dei cristiani dopo l’invasione dell’Isis, i patimenti da loro vissuti, la speranza che li sostiene, la liberazione. Racconta vite passate attraverso il fuoco della tribolazione. E rimaste aggrappate al Signore.
Torniamo all’estate del 2014: lei quando fuggì dalla Piana di Ninive? 
«Venerdì 1 agosto 2014, con l’avanzata delle milizie dell’Isis, le mie sette consorelle ed io lasciammo il convento di Tilkef per rifugiarci ad Alqosh presso un’altra nostra comunità. Il giorno 6 iniziò a circolare la voce che l’Isis stava arrivando: le mie consorelle partirono in giornata; io rimasi per aiutare i miei familiari che vivevano in città: alle 23 decidemmo di scappare anche noi, insieme a migliaia di altri cristiani. E cominciammo a camminare: ricordo la paura, la rabbia, il dolore, l’affanno, il pianto dei bambini. Il mattino seguente eravamo in Kurdistan, salvi. Nei giorni successivi ci dissero che i cristiani fuggiti dalla Piana di Ninive erano circa 150mila: fu un vero esodo. Non dimenticherò mai quella notte: prego sempre il Signore che nessuno debba mai sperimentare ciò che abbiamo vissuto noi».  
Quali pensieri agitavano la sua mente quella notte? 
«Ero impaurita. Tutte le donne, in particolare, temevano di fare la fine delle yazide: rapite, violentate e vendute. Ero anche arrabbiata con il Signore perché non capivo cosa stesse accadendo, mi sembrava di essere finita in mezzo al mare su una barca squassata dalla tempesta. Poi, con il tempo, prestando soccorso ai profughi, ho compreso che Gesù è sempre stato sulla nostra barca, proprio come era sulla barca dei Suoi discepoli quando scoppiò la tempesta (Lc 8,22-25; Mc 4,35-41; Mt 8,18.23-27). Lui non ci ha mai abbandonato».  
Quanti cristiani, approssimativamente, sono tornati a vivere nella Piana di Ninive sino ad oggi?  
«Difficile dirlo, i numeri variano di settimana in settimana e non esistono dati ufficiali: penso comunque un buon numero. La Fondazione Pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre” (che di recente ha varato un importante progetto per sostenere il ritorno dei cristiani), citando fonti del Comitato per la Ricostruzione di Ninive, stima abbiano fatto rientro nelle loro case circa 3mila famiglie, ossia approssimativamente 15mila persone. Noi suore domenicane, obbedendo alla richiesta della Chiesa che voleva fossimo presenti per sostenere queste famiglie, ci siamo stabilite, per il momento, in due centri: tre suore vivono a Telskuf, dieci a Qaraqosh. Verso Natale, dopo aver finito di sistemare la casa, tre andranno a Bartella. Purtroppo, nessun villaggio della Piana è stato risparmiato dalla furia dell’Isis. Nei mesi scorsi, dopo la liberazione nell’ottobre del 2016, abbiamo potuto vedere ciò che l’Isis aveva fatto: uno scempio disumano». 
Può descriverlo? 
«La maggior parte delle case sono state saccheggiate o bruciate o lesionate dalle bombe, ci sono aree minate, le chiese sono state distrutte, i conventi dati alle fiamme, i cimiteri profanati. Quando le mie consorelle, dopo la liberazione, sono andate per la prima volta a Qaraqosh hanno trovato la scuola e il convento danneggiati: i miliziani dell’Isis avevano rubato o incendiato ogni cosa, anche i libri della biblioteca. Dopo una settimana le mie consorelle sono tornate perché volevano portare alcuni libri: hanno visto il convento quasi completamente distrutto: qualcuno, giorni prima, aveva portato lì un’auto imbottita di esplosivo e l’aveva fatta saltare in aria». 

Quali attività svolgono attualmente le sue consorelle?  
«A Qaraqosh lavorano nella scuola e nell’asilo. A Telskuf sono impegnate nell’asilo, frequentato da 70 bambini, e stanno finendo di sistemare il convento. Una di loro insegna nella scuola pubblica. In questi due centri inoltre affiancano i sacerdoti nell’attività pastorale facendo catechismo e sono sempre a disposizione di quanti cercano consolazione, sostegno, incoraggiamento». 
Qual è la situazione adesso nei centri della Piana di Ninive? 
«Si continuano a ricostruire o riparare le case e le chiese danneggiate, sono stati aperti diversi negozi, anche qualche ristorantino. In quindici scuole sono già riprese le lezioni. La vita, lentamente e faticosamente, sta ricominciando. Tuttavia resta moltissimo da fare. So che diverse famiglie originarie della Piana ora emigrate all’estero hanno offerto – per un anno a titolo gratuito – le loro case ancora in buono stato alle famiglie le cui abitazioni sono state danneggiate. Inoltre, dopo la liberazione, la Chiesa – che in Kurdistan ha pagato ai profughi la metà dell’affitto – si è subito resa disponibile a finanziare parte delle spese sostenute dalle famiglie per la ricostruzione delle abitazioni. Il senso della comunità non è andato perduto: le persone si aiutano, si sostengono reciprocamente».  
Qual è il desiderio più grande delle famiglie tornate nelle loro cittadine? 
«Desiderano la pace, sperano di vivere in tranquillità e di far crescere i loro figli in un ambiente sereno: tutti preghiamo che le armi tacciano definitivamente. L’opera di ricostruzione richiederà molto tempo: dovremo avere pazienza. Noi suore domenicane desideriamo continuare a portare la carezza di Gesù a queste persone che hanno molto sofferto: a volte basta poco per infondere coraggio, risollevare gli animi: un sorriso, una parola gentile, uno sguardo di comprensione». 
Le efferatezze compiute dall’Isis, la fuga precipitosa dalle loro case quali segni hanno lasciato nei bambini che frequentano le vostre scuole? 
«Avevamo appena aperto la scuola a Erbil quando un giorno scoppiò un forte temporale; tuonava: i bambini si spaventarono moltissimo, cominciarono a gridare che l’Isis stava arrivando e che dovevano fuggire. Nonostante siano passati tre anni, sono ancora spaventati. E purtroppo sono aggressivi, litigano spesso, si picchiano: noi insegnanti cerchiamo in tutti modi di calmarli, di farli sentire al sicuro, protetti, ma non è facile perché la loro vita è stata stravolta».   
La fede dei cristiani della Piana di Ninive è stata duramente messa alla prova in questo difficilissimo passaggio della storia. 
«L’Isis, durante l’invasione della Piana, costringeva i cristiani a scegliere tra una di queste tre opzioni: convertirsi all’Islam, pagare una tassa (la jizya) o lasciare la propria città. Dopo aver raggiunto il Kurdistan, molte persone – che avevano preferito fuggire piuttosto che rinnegare Gesù – hanno cominciato a domandarsi perché il Signore le avesse abbandonate, perché avesse permesso il male. La loro fede ha vacillato. È umano: una simile domanda affiora sempre sulle labbra di chi patisce soprusi, violenze, ingiustizie. Ricordo in particolare una mamma che non si dava pace: i miliziani dell’Isis avevano rapito la sua bambina di tre anni e con gli occhi colmi di lacrime continuava a chiedere perché Dio lo avesse permesso. Molte altre persone, invece, sin dall’arrivo in Kurdistan, hanno sostenuto con forza e convinzione che il Signore non ci aveva abbandonato, che se non fosse stato al nostro fianco saremmo morti. Tutte queste persone hanno continuato a confidare in Lui, certe della Sua vicinanza. E sono state quindi capaci di aiutare chi aveva iniziato a sentirsi abbandonato dal Signore». 
Avete avuto qualche notizia della bambina rapita? 
«Sì, è stata liberata quest’anno dai soldati dell’esercito iracheno. Purtroppo la piccola ha dimenticato quasi tutto della sua precedente vita in famiglia (ad esempio, non parla più l’aramaico ma solo l’arabo), tuttavia con l’amore e le cure dei genitori si riprenderà». 
In questi anni i cristiani della Piana di Ninive hanno sentito la vicinanza, il sostegno della Chiesa? 
«Sì, molto. Questo è stato un dono grande che il Signore ci ha fatto, del quale non finiremo di ringraziare. Non ci siamo sentiti abbandonati: la Chiesa si è presa cura di tutti noi con la preghiera e con opere e raccolte fondi realizzate da associazioni umanitarie e singole comunità. Vorrei menzionare in particolare l’aiuto (una benedizione!) profuso in Kurdistan dalla Chiesa locale, che sin dall’inizio ha aperto i propri edifici per accogliere i profughi e ha garantito molti servizi offrendo cibo e altri beni di prima necessità, e il sostegno grande che ci è stato offerto in questi anni dalla Fondazione Pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre”: ad esempio, nel 2014, pochi mesi dopo la fuga dei cristiani dalla Piana, ha fornito loro case prefabbricate, a Erbil ha aperto una clinica e anche un asilo e una scuola dove lavoriamo noi domenicane. Tutti gli aiuti ricevuti hanno mitigato i molti disagi e le privazioni che le famiglie hanno vissuto e ancora vivono in Kurdistan». 
Quale dono pensa stiano offrendo i cristiani della Piana di Ninive alle comunità cristiane del mondo? 
«Penso portino in dono il coraggio di stringersi al Signore qualunque cosa accada e la convinzione salda che Lui ci è sempre vicino. Racconterò un episodio: durante il primo anno di permanenza a Erbil organizzammo un incontro dedicato alla Parola di Dio con i giovani: un ragazzo volle leggere a tutti l’ultimo versetto del Vangelo di Matteo nel quale Gesù afferma: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Poi disse che queste parole, per lui, erano vere, che Gesù stava mantenendo la promessa, era davvero con noi tutti giorni e lo sarebbe stato sempre. Gli altri ragazzi annuirono. Questa è la nostra fede».

In Kurdistan 32 partiti difendono la linea “indipendentista”

By Fides

I rappresentanti di 32 Partiti politici presenti nel Kurdistan iracheno, comprese almeno 8 organizzazioni politiche animate da cristiani, si sono riuniti a Erbil ieri, domenica 22 ottobre, e hanno sottoscritto un documento di appoggio alla presidenza e al governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, deplorando le operazioni militari ordinate dal governo iracheno per riaffermare il proprio controllo sulla regione petrolifera di Kirkuk. Le sigle politiche, nel documento sottoscritto dai loro rappresentanti, hanno chiesto di “non rinunciare” agli effetti del referendum indipendentista svoltosi nella regione lo scorso 25 settembre, che ha sancito la volontà della leadership curda del Kurdistan di procedere verso la proclamazione di piena indipendenza dall'Iraq. Nel testo sottoscritto si deplorano anche le misure di embargo economico e politico disposte da Baghdad nei confronti del Kurdistan dopo il referendum. Si ribadisce la disponibilità al dialogo sulla base della Costituzione, accusando il governo di Baghdad di aver sabotato ogni apertura al confronto, ricorrendo al linguaggio “dell'aggressione e dell'arroganza militare”.
Tra i Partiti che hanno sottoscritto il documento figurano anche almeno 8 sigle politiche animate da dirigenti e militanti cristiani, come il Partito democratico “Bet Nahrain”, il Consiglio nazionale caldeo e il Partito democratico caldeo. Intanto, il partito curdo Gorran, principale forza d'opposizione all'attuale linea politica del governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, ha chiesto le dimissioni di
Ma'sud Barzani – attuale Presidente della Regione autonoma - accusandolo di aver gestito in maniera disastrosa i rapporti con il governo di Baghdad e di aver imposto il referendum indipendentista scegliendo male i tempi e ignorando le messe in guardia che provenivano da diverse potenze regionali, a partire da Turchia e Iran. Oggi, lunedì 23 ottobre, è in programma a Mosca un incontro tra il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, e il ministro degli esteri iracheno, Ibrahim al-Jaafari, per discutere della situazione creatasi in Kurdistan dopo il referendum indipendentista.

Da Aleppo e Karachi due vescovi scrivono ai benefattori ACS: «Il 2 novembre fate celebrare le sante messe per i vostri cari ai sacerdoti perseguitati»

By Aiuto alla Chiesa che Soffre

«Donando per la celebrazione di Sante Messe, i cattolici italiani offriranno sollievo non solo ai cari defunti, ma anche ai tanti sacerdoti nel mondo che, afflitti da persecuzioni o povertà, celebrano per loro e si sostengono con le loro offerte».
Così scrive monsignor Antoine Audo in una lettera indirizzata alle migliaia di benefattori di Aiuto alla Chiesa che Soffre, nella quale il vescovo caldeo di Aleppo invita, in occasione della commemorazione dei defunti del 2 novembre, a far celebrare Sante Messe per i loro cari da sacerdoti della Chiesa sofferente in tante regioni del pianeta, innanzitutto in Siria.
ACS offre infatti la possibilità ai propri benefattori di far celebrare delle Sante Messe, secondo le loro intenzioni, da sacerdoti della Chiesa che soffre. Tale sostegno costituisce l’unica “entrata” per migliaia di ministri di Dio che in molte aree povere del mondo non possono contare sulle offerte dei propri fedeli, ma al contrario devono sostenere anche economicamente il proprio gregge. Ogni anno ne vengono celebrate più di un milione. Nel 2016 sono state 1.435.888, ovvero una ogni 22 secondi. I contributi donati hanno permesso di sostenere 43.027 sacerdoti – ovvero uno ogni nove nel mondo – in particolare in Africa (14.403) e in Asia (11.293).
«Ancora grazie per la vostra generosità», scrive monsignor Audo ai benefattori italiani di ACS, ringraziandoli a nome delle «martoriate comunità siriane» e dei tanti «nostri fratelli nel mondo che con il vostro aiuto sono ancora presenti in alcune aree del mondo nonostante i fondamentalismi». «Questa realtà descrive magnificamente una comunità unita nella carità!»
Un ringraziamento ai benefattori ACS che donano per le intenzioni di Sante Messe giunge anche dal Pakistan, da monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e presidente della Conferenza episcopale pachistana. «È anche grazie a voi – scrive il presule – se in Pakistan la Chiesa cattolica consente alla comunità cristiana, tra le più povere del Paese, di far fronte alle necessità quotidiane e di istruire i più giovani».

20 ottobre 2017

Iraq, padre Benoka: a Ninive cristiani come rifugiati

By Radiovaticana

In Iraq la sconfitta delle milizie jihadiste del sedicente stato islamico non sembra ancora assicurare una stabile cornice di pace. Il futuro delle comunità cristiane, in particolare, è minacciato da varie incognite. La Piana di Ninive, dove molti cristiani sono tornati negli ultimi mesi, è al centro di forti tensioni tra l’esecutivo di Baghdad e il governo indipendentista del Kurdistan. Il patriarca caldeo Louis Raphael Sako, in un appello alla nazione consegnato al presidente della Repubblica Fuad Masum, sottolinea che la priorità è  “proteggere le persone prima ancora dei pozzi petroliferi”.
situazione dei cristiani in Iraq, si sofferma, al microfono di Fabio Colagrande, il sacerdote iracheno, padre Benham Benoka, raggiunto telefonicamente ad Ankawa, nel Kurdistan iracheno:


Non solo i cristiani di Ankawa, ma soprattutto quelli che vivono nella Piana di Ninive si sentono molto in pericolo, soprattutto in questa situazione, in cui un esercito prende il posto di un altro esercito.
Il patriarca caldeo Sako ha lanciato, nei giorni scorsi, un appello rivolto al governo di Bagdad ed ha chiesto che si ricordi sempre che il popolo viene prima dei pozzi petroliferi. Quindi ha detto: “No ai nuovi conflitti. I leader iracheni cooperino tra loro per evitarli”...
Il patriarca caldeo cerca di proteggere tutti gli iracheni e l’unità del Paese, ma anche e soprattutto i cristiani che sono i più deboli fra gli indifesi in questo Paese. I cristiani non sopportano più un minimo conflitto tra Bagdad e il Kurdistan o altre parti sui loro territori. Ora i cristiani sono veramente in grave pericolo; ogni conflitto può definitivamente svuotare l’Iraq dei cristiani.
Qual è la situazione della comunità cristiana di cui lei si occupa ad Ankawa? Si tratta di persone che avevano le loro abitazioni nella parte centrale dell’Iraq  e che non sono potute rientrare ancora nelle loro case?
I cristiani cercano di tornare nelle loro case, però hanno bisogno di aiuti che li sostengano a continuare la loro esistenza nella Piana di Ninive. Molti cristiani sono tornati nelle loro case, ma bisogna chiedersi in che condizione si trovano le loro case. Le case sono ancora bruciate, molte sono distrutte. All’interno delle città i cristiani della Piana di Ninive si trovano come i rifugiati.
Alcuni cristiani sono rimasti ad Ankawa?
Sì, alcuni sono rimasti, ma sono pochi rispetto a quelli che sono tornati.
E lei potrà tornare a Mosul? È già tornato?
A Mosul la situazione è ancora  gravissima. La questione non riguarda lo stato islamico. La gente non torna a Mosul a causa dell’ideologia che ha devastato la cultura della gente di Mosul. In alcuni casi, i cristiani si sono sentiti minacciati quando sono tornati nella città appena liberata.

I jihadisti sono stati cacciati, ma all'Università di Mosul si entra solo col velo

By Fides

Foto Ankawa.com
La città nord-irachena di Mosul non è più sotto il controllo delle milizie jihadiste dello Stato Islamico dal luglio scorso. Ma all'Università gli studenti continuano a doversi adeguare, almeno parzialmente, a costumi e regole di ascendenza islamica anche nel modo di vestire. Un grande cartello posto all'ingresso dell'Ateneo ricorda agli studenti il tipo di abbigliamento e l'acconciatura che devono osservare per entrare negli edifici universitari e seguire le lezioni. Il “dress code” obbligatorio prescrive l'uso del velo a tutte le studentesse, musulmane o non musulmane.
L'Università ha ripreso le proprie attività e gli studenti hanno ricominciato a frequentare i corsi, anche se ampie sezioni degli edifici universitari sono state distrutte dai bombardamenti e non risultano ancora ripristinate. Oltre ai disagi logistici, studenti cristiani – riporta l'Agenzia d'informazione Ankawa.com – esprimono preoccupazione per gli atteggiamenti di rigidezza intollerante espressi da alcuni dei loro colleghi musulmani.
Nell'Università di Mosul la pressione esercitata dal radicalismo islamista aveva costretto tante studentesse cristiane a indossare il velo già a partire dagli anni 2004-2005, ben prima che la città cadesse nelle mani di Daesh. Adesso, passata la parentesi tragica del regime jihadista, rientrano in vigore codici di comportamento e disposizioni che sembrano comunque connessi a un progetto di islamizzazione della vita sociale. Mentre si moltiplicano i segnali della crescente “delusione” delle comunità cristiane locali rispetto agli effetti delle campagne militari condotte per sconfiggere il sedicente Stato Islamico.

19 ottobre 2017

Appello del patriarca caldeo: Il popolo viene prima dei pozzi petroliferi, no a nuovi conflitti


In una lettera consegnata al presidente della Repubblica mar Sako auspica “cooperazione” fra leader irakeni. L’obiettivo è dar vita a una nazione “civile moderna e forte”, capace di avviare riforme economiche, sociali e cultura. L’esercito irakeno strappa ai curdi ampie porzioni di Ninive e Diyala. Timori per Teleskof e Alqosh. Serve una “cooperazione” fra i leader irakeni, per dare vita a un “fronte comune” contro il pericolo di “nuovi conflitti”, perseguendo l’obiettivo primario di “proteggere le persone prima ancora dei pozzi petroliferi”. È quanto sottolinea il patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako, in un appello alla nazione consegnato ieri al presidente della Repubblica Fuad Masum e inviato ad AsiaNews. Nella lettera il primate della Chiesa irakena auspica la creazione di una “nazione civile moderna e forte, sotto una consolidata guida politica”, in grado di “avviare riforme nei settori economico, sociale e culturale”. E rinnova l’invito già espresso più volte in passato di un dialogo sincero fra Baghdad ed Erbil, mettendo da parte “lo spirito di vendetta, il sospetto, le rappresaglie o i discorsi di fuoco”.
Intanto l’esercito irakeno dopo la presa di Kirkuk ha conquistato altre porzioni di territorio fino a poco tempo fa nelle mani dei curdi, concentrate nella provincia di Ninive e di Diyala. In una nota ufficiale i militari confermano che le forze governative “hanno ripreso il controllo di Khanaqin e Jalawla” e di Makhmur, Bashiqa, Sinjar e della diga di Mosul. Secondo alcune fonti le forze irakene avrebbero inoltre intimato ai Peshmerga (i combattenti curdi) di ritirarsi dalla piana di Ninive, in particolare dalle cittadine cristiane di Teleskof e Alqosh, Il timore è che possano divampare nuovi scontri nelle prossime ore.
In una situazione di forte tensione, mar Sako ha rinnovato l’invito alle parti per un dialogo sincero per trovare una soluzione alla crisi.
Di seguito, la lettera-appello del Patriarca caldeo.

In questi giorni il nostro Paese sta attraversando eventi mai sperimentati prima, i quali sono il risultato di tutto quello che è successo in Iraq, da nord a sud, nel corso degli anni e fino ad oggi. Pertanto, questa fase critica necessita di una collaborazione nazionale e a tutti i livelli, per poter andare oltre questa crisi e muoversi in direzione di una soluzione della stessa. Per la creazione di una partnership concreta e su scala nazionale; per la nascita di un nuovo Iraq.
Gli eventi che sono occorsi in quest’ultimo periodo sono parte di conflitti che hanno determinato una tensione permanente e il collasso della stabilità nel Paese. E come sempre, i civili innocenti sono le prime vittime di queste tensioni di cui non hanno alcuna colpa.
Se in queste ore l’unità dell’Iraq ha catturato l’attenzione della comunità internazionale, sia per benefici di natura strategica o quanto piuttosto per questioni di principio, questa stessa unità è il ritornello comune di tutti i partiti irakeni. Una unità che viene nominata in termini di responsabilità per la sua conservazione o come accusa per un suo eventuale fallimento.
Tutte le componenti originarie della terra irakena che sono interessate a una vita comune, in questo momento sono chiamate ad andare oltre questa situazione di fragilità adottando lo spirito di cittadinanza e lo stato di diritto, clemenza e perdono; al contempo è necessario mettere da parte lo spirito di vendetta, il sospetto, le rappresaglie o i discorsi di fuoco.
In questa dichiarazione, con senso della misura e di amore, noi ci rivolgiamo alla leadership irakena - al governo centrale e alle istituzioni regionali [curde] - per andare avanti e per salvare il Paese anche a fronte di ciò che è successo in questi ultimi anni. È responsabilità di tutti noi prenderci cura dell’Iraq e, oggi più che mai, vi è un estremo bisogno di un processo vero di riconciliazione nazionale, per indirizzare il processo politico sul giusto cammino. Serve instaurare un dialogo coraggioso, onesto, improntato alla civiltà, per discutere di tutte quelle materie che sono oggetto di confronto e basandosi sulla Costituzione. Questo è il volere sincero e comune del saggio popolo irakeno, e deve essere confermato da una autorità saggia nell’esercitare la sua leadership.
Questa riconciliazione nazionale può fornire rispose concrete e appropriate per uscire da questa crisi, e non solo per la questione legata al referendum. I problemi che investono questo Paese non riguardano stranieri provenienti da luoghi lontani, ma investono persone fra loro fratelli e cittadini che vivono nella stessa terra. Per questo la soluzione non può essere raggiunta senza il negoziato e la giusta elaborazione del pensiero.
Questo metodo porterà ad offrire coraggiose concessioni reciproche e la cooperazione fra i vari leader irakeni, dando vita a un fronte comune contro il pericolo di nuovi conflitti; vale a dire, per proteggere le persone prima ancora dei pozzi petroliferi. L’obiettivo è quello di formare una nazione civile moderna e forte, sotto una consolidata guida politica, che contribuisca a sviluppare l’establishment di governo e avviare riforme nei settori economico, sociale e culturale. Questo progresso sarà sostenuto da una rinnovata fiducia, dall’implementazione di misure di sicurezza, di stabilità, sostenendo il processo di ricostruzione, e preparando il terreno per il ritorno degli sfollati nella loro terra natale, in un Iraq basato sulla coesistenza e la civiltà.

Louis Raphael Sako

Patriarca caldeo di Baghdad e presidente della Conferenza episcopale irakena

A Call to Iraqi Leaderships


These days, our country is going through unprecedented circumstances that are the result of all that happened in Iraq from the north to the south for years and until now. Therefore, this critical phase requires a comprehensive and national collaboration to go beyond this crisis and move forward to the solution of the crisis, the creation of a national and real partnership, and the rise of a new Iraq.
The incidents that took place during the last period was a part of conflicts that led to permanent tension and the collapse of the stability. In every instance, the innocent civilians were the first innocent casualties.
If the unity of Iraq drew the attention of the international community, whether for strategic benefits or for principled stance, this unity is the share of all Iraqi parties, whether in terms of the responsibility of preserving it or in causing it to fail. As the original components in Iraq are concerned in common living, they are calling to bypass this fragile situation by adopting the spirit of citizenship and law, clemency and forgiveness, and not the spirit of revenge, suspicion, reprisal, or loud voices.
In this declaration, we in caution and love are calling the Iraqi Leaderships in the Center and the Region, to move forward to rescue what happened in the last years. For Iraq is the responsibility of us all, and it is in an urgent need now for a real, national reconciliation to ease the political process on the right path. A courageous, honest, and civilized dialogue should be initiated to discuss all matters on the basis of the constitution; this is a sincere wish of wise people, confirmed by the wise authority.
This national reconciliation can lead to practical and proper ways out of the whole crisis, not the referendum only. The problems occurring in the country are not between strangers from places afar but they are among brethren and citizens living in the same homeland. Therefore, the right solutions cannot be reached without negotiations and reform of thinking. This method shall lead to offering mutual concessions courageously and the cooperation of Iraq's various leaderships as one front against the danger of creating new conflicts; namely, to protect the people first before the oil wells. The goal is the rise of a modern and strong civil country under a consolidated political command to help develop the governmental establishment and to reform the economic, social, and cultural sectors. All this progress shall be supported by building confidence, developing security measures, securing stability, supporting the reconstruction process, and paving the way for the return of the displaced to the homeland, in the Iraq of coexistence and civilizations.

18 ottobre 2017

Card. Parolin: ad Acs, “rinnovo il mio sostegno al progetto per riportare i cristiani in Iraq”

By SIR

“Un’iniziativa degna di lode e assolutamente necessaria, che sostengo e raccomando di sostenere non solo ai cristiani ma a tutte le persone di buona volontà”.

Così il Segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, in una lettera indirizzata ai vertici di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs), torna a sostenere il progetto di ricostruzione della Piana di Ninive per consentire il rientro dei cristiani negli scorsi anni scacciati da Daesh. Nel testo, diffuso da Acs, il Segretario di Stato ricorda che “il Santo Padre, il quale segue da vicino la situazione in Medio Oriente che sente vicino al suo cuore, ha ugualmente espresso il proprio apprezzamento e incoraggiamento nei confronti di questo nobile e difficile impegno”.
Il cosiddetto “Piano Marshall” di Acs per i cristiani è stato ricordato anche dal Patriarca caldeo Louis Raphael I Sako in occasione dell’incontro del Pontefice con i Patriarchi e gli Arcivescovi maggiori. Nella lettera ad Acs, il card. Parolin ha ribadito l’impegno della Santa Sede in favore di quanti sono “devastati dalla guerra”, nella convinzione che “soltanto un impegno condiviso possa permettere ai nostri fratelli e sorelle iracheni di trovare e sperimentare quella pace a cui essi aspirano”.

17 ottobre 2017

Iraqi Priest Caring for Vulnerable Christians Issues Prayer Appeal

By Indipendent Catholic News
John Pontifex


A priest caring for persecuted Christians in northern Iraq has called on people to pray for peace in northern Iraq amid fears that a return to full-scale war could threaten the survival of one of the world's oldest Church communities.
Father Salar Kajo, who cares for Christians in towns and villages in northern Nineveh Plains, highlighted his fears following clashes outside the centre of Kirkuk between Kurdish Peshmerga forces and the Iraqi federal military.
With concerns that a descent into war may endanger Iraq's ancient Christian community, Father Kajo warned that numbers of faithful could continue to haemorrhage below 200,000 and called on people to pray for peace in the region.
Speaking in an interview with Catholic charity Aid to the Church in Need, Father Kajo, vicar general of Alqosh and parish priest of Teleskeof, Batnaya and Bakofa, said: "We hope very much that -- in spite of the violence we have just seen -- a peaceful path will be pursued between the Kurds and the Iraqi federal authorities.
"We must pray that, whatever happens, war does not break out."
"If full-scale war were to return to Iraq, we are afraid that Christians would not survive it."
His comments come amid fears that the violence could undo the work of resettlement in which thousands of Iraqi Christians displaced by Daesh (ISIS) have returned to their homes in Nineveh.
Father Kajo has overseen repairs to basic services and homes in Teleskeof and Baqofa, enabling the return of more than 1,000 Christian families to the district.
Stephen Rasche, who oversees Iraqi Christian resettlement programmes in Nineveh, working closely with Father Kajo, told ACN: "We will have to see how the next two to three days play out -- history shows that in this part of the world nobody's crystal ball works at all well.
"But we must all pray that the people who have suffered so much will not have more suffering inflicted upon them."
Aid to the Church in Need has prioritised help for Christians in Iraq, providing emergency help since they fled Nineveh in 2014 and helping rebuild homes in the region to enable resettlement to get underway.
To date, at least 15,000 Christians have returned to Nineveh, with 80,000 or more still in displacement.
The charity is also helping to repair churches desecrated in Nineveh, including Father Kajo's parish church of St George, in Teleskeof.
Father Kajo and Mr Rasche were keynote speakers at ACN events last week in the North-West of England and in London's Westminster Cathedral Hall, where the charity held a day of prayer and information on Saturday (14th October).

Nuovi venti di guerra sulla Piana di Ninive

By Fides

Le “Brigate Babilonia”, formazione delle milizie di protezione popolare che contano nei propri ranghi anche miliziani cristiani, hanno intimato alle milizie curde Peshmerga di abbandonare tutte le aree della Piana di Ninive sotto il loro controllo, ricevendo il rifiuto dei contingenti militari che rispondono al governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Nei giorni scorsi, proprio i Peshmerga avevano arrestato alcuni membri del clan familiare di Ryan al Keldani (Ryan “il Caldeo”), capo delle cosiddette “Brigate Babilonia”. Fonti curde hanno riferito che i Peshmerga dispiegati nella Piana di Ninive risponderanno militarmente a tutte le componenti armate che proveranno ad attraversare il confine delle aree da loro controllate.
Le intimazioni delle “Brigate Babilonia” e l'ipotesi di un loro attacco alle postazioni Peshmerga sono solo un sintomo dei nuovi conflitti che dopo il referendum indipendentista del Kurdistan sembrano incombere su ampie regioni nord-irachene appena liberatesi dall'occupazione o dall'assedio jihadista del sedicente Stato Islamico (Daesh).
Fra le “aree contese” tra il governo di Baghdad e le forze indipendentiste del Kurdistan, oltre alla regione petrolifera di Kirkuk, figura anche la Piana di Ninive, area di tradizionale radicamento delle comunità cristiane autoctone. Le tensioni tra “Brigate Babilonia” e i Peshmerga curdi alimentano preoccupazioni anche tra i cristiani che negli ultimi mesi erano tornati ai propri villaggi della Piana di Ninive, dopo aver vissuto a lungo come profughi, negli anni in cui Mosul e una parte della provincia di Ninive erano in mano ai jihadisti di Daesh. I profughi cristiani ritornati alle proprie case temono di vedere la Piana di Ninive di nuovo trasformata in terreno di battaglia, stavolta tra i curdi Peshmerga contrapposti all'esercito iracheno, o alle “Brigate Babilonia e a altre forze di mobilitazione popolare (prevalentemente sciite) che hanno preso parte alle operazioni militari contro i jihadisti di Daesh.

16 ottobre 2017

Chaldean Synod 2017 – Decrees


The Chaldean Synod was held in Rome between 5-8 October 2017. It was led by His Beatitude the Patriarch Mar Louis Raphael Sako and was attended by all the Chaldean bishops around the world except by the retired bishop Jacques Ishaaq for health reasons. The synod began with a special audience with the Holy Father Pope Francis the morning of 5 October. Then the sessions began with a brotherly atmosphere by all the participants. There were many debates and each was given the freedom to speak one’s mind. The body of Bishops were one working for the unity and the building up of the Church in service of her children and the glory of God.
1.    The first act was the election of a bishop for Mar Addai Chaldean Diocese in Canada. There was also a dialogue and debate regarding the current needs and problems in other dioceses including Mosul, Zakho, Tehran, Iran to name some. Many suggestions were given but for these other dioceses, all decisions were tabled for the next synod which will take place in the first half of 2018.
2.    Establishment of a Patriarchal Tribunal.
3.    The Liturgical texts that were approved in the 2014 synod were promulgated to be used in all of the Chaldean dioceses and parishes as the official approved text under trial (ad experimentum) for the next five years. After which, the Chaldean Church Fathers will review them and then will have them sent to the Holy See to have them finalized. The liturgical texts are the Mass (revised in 2016 and awaiting approval from the Eastern Congregation), Rite of Baptism, Rite of Marriage, and the form for absolution. The Chaldean Fathers also adopted the daily readings for the Mass that was prepared by the Patriarchate. This is also under trial with the knowledge that this particular lectionary is not found in the Chaldean Church but today’s needs call out for such a trial.
4.    The Chaldean Fathers chose the color white as the official liturgical color for the feasts of Christmas, Epiphany and Easter. This would entail that the celebrant and all the servers be vested in white, instead of the current practice of all different colors. First Communion celebration was also added to this list.
5.    The adoption of Chaldean ecclesiastical renaissance in the façade of the Church and when possible the usage of historical structures such as the Ishtar Gates in the Church architecture was emphasized for all new projects.
6.    The Fathers Studied the effects of migration and the unstable situation in the east on vocations to the priesthood as well as to the religious life especially in Iraq. The Synodal Fathers emphasized the necessary spiritual formation in the seminaries and monasteries as well as the ongoing formation of priests. A suggestion was given to have a gathering of all the Chaldean priests in the world.
7.    The Fathers carefully studied the current situation of the Chaldean monks. They sent a request to the Congregation of the Eastern Churches in this regard.
8.    The Synod Fathers studied the future of Chaldeans in Iraq, Syria, Iran and the new countries that they have migrated to. The Fathers stressed the Chaldean identity and language and rejected other labels and titles. They also renewed their support for the Chaldean League and identified a need for a lobby that would identify and seek help for the Chaldean needs in the world.
9 – The fathers studied the situation of the displaced Persons in Iraq and refugees in Lebanon, Turkey and Jordan and expressed their solidarity with them, and His Beatitude asked the diocese to help them.
10- The father studied the Canon 1036 art. 1, concerning the minimum and maximum amount of money that the bishop and the patriarch can use. The amount was set to the maximum limit of $250,000 and with the approval of the Finance office. The law also forbids the sale of houses and properties within the patriarchal geographical area except with the approval of the Patriarch and the Holy See.
11. The laws of sui juris of the Chaldean Church have not yet been translated into English to be decided by the Holy See.
12 The Father discussed the upcoming meeting with His Holiness Pope Francis The visit ad liminal on the 5th of February 2018. His Beatitude asked every Bishop of to prepare a report on his diocese and to send a copy of it to the Patriarchate and a to the congregation of the Oriental Churches Eastern Synod.
13. The final act of the synod was a Mass of thanksgiving followed by the writing of a pastoral letter for all the Chaldean faithful as well as a political statement.

Sako: i rischi di guerra Kurdistan-Iraq frenano il ritorno dei cristiani

By La Stampa - Vatican Insider
Gianni Valente

Non bastano le raccolte di fondi e le mobilitazioni di associazioni internazionali a garantire la permanenza di una presenza cristiana in Medio Oriente. Servono prima di tutto «soluzioni politiche» che assicurino stabilità e interrompano la spirale di conflitti e violenze che continua a violentare le vite di interi popoli. Il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, dopo aver presieduto il sinodo della sua Chiesa – svoltosi a Roma dal 4 all’8 ottobre – e dopo aver preso parte all’incontro di Papa Francesco con i Capi delle Chiese cattoliche orientali, delinea le incognite non rassicuranti che pesano sul futuro dei cristiani iracheni, con la Piana di Ninive che potrebbe trovarsi al centro di un nuovo scontro militare tra Baghdad e il governo indipendentista del Kurdistan. Nel contempo, il Primate della Chiesa caldea ripete che la permanenza dei cristiani in Medio Oriente è una questione che dipende dalla fede, più che da strategie politiche: «Noi cristiani vediamo come il Papa che l’unica nostra forza è la nostra fede. Non abbiamo nient’altro». 

La sconfitta dei jihadisti di Daesh non sembra garantire la pace in Iraq. E questo tocca anche la condizione delle comunità cristiane locali. Quale strada conviene seguire?  
«In Medio Oriente abbiamo bisogno di soluzioni politiche. Non ci servono solo aiuti economici e donazioni per un po’ di tempo. Le persone sono stanche di passare da una guerra all’altra, vogliono stabilità, vogliono vivere insieme in sicurezza, libertà e dignità. Ma all’Occidente questo non interessa. E dietro gli slogan su libertà e democrazia non c’è niente».
Da dove viene la difficoltà di comprensione in Occidente delle dinamiche mediorientali?  
«Ci sono due mentalità. L’Occidente ha come nuova religione l’ateismo pratico. Si percepisce un vuoto spirituale, e anche tanti cristiani appaiono tiepidi. All’opposto di questo c’è l’islam politico, in cui la religione si identifica e si fonde con la politica, viene assorbita dalla politica. I musulmani devono capire che il mondo è cambiato, che l’islam non è l’unica religione in Medio Oriente e l’unica strada per promuovere la convivenza e il progresso è un governo civile fondato sul principio di cittadinanza eguale per tutti».
C’è chi pensava di risolvere tutto «esportando» la democrazia con le guerre.
 
«La libertà e la democrazia in politica si acquisiscono accompagnando le persone in processi di formazione a lungo termine. Ma i capi politici dei nostri Paesi spesso perseguono solo i loro interessi personali di potere e di soldi, di corto respiro. Non si capisce dove stiamo andando, si capisce solo che a pagare sono i poveri e gli innocenti. Appena finita l’occupazione dello Stato Islamico, subito si è aperto un nuovo fronte di grande tensione e incertezza con il referendum indetto dal Kurdistan iracheno per proclamare la propria indipendenza».
Come vi ponete davanti alla questione curda?  
«In Iraq i curdi sono 5 milioni, ma nella regione, divisi tra Iraq, Iran, Siria e Turchia, sono 40 milioni. In linea di principio hanno diritto ad avere un loro Stato, ma questo deve essere preparato e negoziato tenendo conto dei contesti e dei momenti, trattando con i governi e la comunità internazionale, e certo non attraverso la politica dei fatti compiuti e con decisioni unilaterali».
I cristiani hanno appoggiato il referendum?
 
«Alcuni di quelli che si trovano in Kurdistan hanno appoggiato il referendum. Pensano che il loro futuro sia lì. È un loro diritto. Molti altri appaiono contrari».
Quali sono i problemi e i rischi?  
«Un problema irrisolto è quello delle cosiddette aree disputate, tra le quali c’è Kirkuk e anche la Piana di Ninive, la regione di tradizionale radicamento storico di tante comunità cristiane. È un problema che doveva essere risolto prima. Noi, come Chiesa, abbiamo sempre invitato le parti a confrontarsi dialogando. Temiamo che le strategie del muro contro muro finiranno per creare le condizioni di un nuovo conflitto, che sarebbe logorante e catastrofico».  
C’è pericolo che la situazione degeneri?  
«Si avverte una tensione già molto grande».
I cristiani della Piana di Ninive hanno davvero partecipato al referendum? E quanti?  
«Secondo me non molti. Proprio la Piana di Ninive adesso è un territorio diviso, per il modo in cui è avvenuta la liberazione dai jihadisti di Daesh. La parte nord è stata liberata dai curdi Peshmerga, e adesso è controllata militarmente da loro. La parte meridionale invece è controllata dall’esercito iracheno e dalle milizie di mobilitazione popolare, prevalentemente sciite, perché lì sono stati loro a sottrarla a Daesh. La situazione è delicata, gli equilibri sono fragilissimi». 
Il Comitato per il referendum del Kurdistan ha promesso ai cristiani l’autonomia nella Piana di Ninive. Una promessa che riaccende l’antico sogno di creare lì un’area autonomia protetta per i cristiani. Lei cosa ne pensa?
 
«Siamo abituati alle promesse da parte di tutti, sia da parte del governo centrale che da parte del governo regionale del Kurdistan. Occorre imparare le lezioni della storia. Non conviene fidarsi ciecamente o in maniera sentimentalista di chi fa promesse irrealiste. Anche perché loro non sono agenzie umanitarie. Se promettono qualcosa, lo fanno perché ciò rientra nei loro disegni politici».
Ci sono traffici di denaro per avere il sostegno delle sigle cristiane all’indipendenza del Kurdistan?
 
«La maggioranza dei partitini cristiani ricevono sovvenzioni, anche da persone influenti e in contatto con il governo regionale curdo. Un ruolo importante in questo continua ad averlo Sarkis Aghajan Mamendo, cristiano assiro, già ministro delle finanze della Regione autonoma del Kurdistan, che in passato ha indirizzato tanti fondi per finanziare progetti che stavano a cuore alle comunità e alle gerarchie ecclesiali presenti in Iraq».
Anche Lei è stato attaccato da alcuni militanti politici cristiani di quei partitini. L’hanno accusata di interferire troppo in questioni politiche.  
«La Chiesa non ha nessuna voglia di fare politica. Ma nella situazione di vuoto che stiamo vivendo, e nella totale assenza di punti di riferimento, noi dobbiamo dire una parola di giustizia e di saggezza alle tante persone che la chiedono. Vengono da noi perché non hanno altri a cui rivolgersi, ci chiedono aiuto per trovare lavoro, o ci chiedono di aiutarli a ritrovare i loro parenti che vengono rapiti».
Anche i curdi sono divisi tra loro.  
«Anche questo contribuisce alla generale incertezza. In Kurdistan ci sono forze politiche che sono contro l’indipendenza. E temo che la divisione tra indipendentisti e anti-indipendentisti verrà ulteriormente esasperata dall’embargo contro il Kurdistan. Già sono stati eliminati i voli internazionali verso Erbil. Se la situazione economica si complica, dove troveranno i soldi per pagare gli stipendi a militari, funzionari e impiegati pubblici?»A livello internazionale, finora, nessuno ha riconosciuto l’indipendenza del Kurdistan.  
«Però vengono fatti circolare molti “messaggi doppi”. Il Presidente francese ha detto che non era contrario. I canadesi hanno manifestato il loro appoggio. Gli statunitensi hanno in Kurdistan i loro consiglieri e certi congressmen. E poi c’è la posizione favorevole di Israele…».
Organizzazioni internazionali e anche tanti leader e apparati politici dicono di voler aiutare i cristiani. Ma sembrano affidare la sorte dei cristiani solo ai rapporti di forza geopolitici e alle mobilitazioni e pressioni organizzate dall’esterno.  
«Il Papa, quando ha incontrato i capi delle Chiese cattoliche orientali, ha ripetuto che i cristiani in Medio Oriente sono vittime della “guerra a pezzi” voluta dal diavolo. E ha detto a tutti di affidarci alla preghiera e al Vangelo per chiedere che sia custodita la presenza cristiana nelle nostre terre. Non ha fatto cenno a nessuno strumento di potere o di pressione politica o geopolitica. La permanenza dei cristiani in Medio Oriente è una questione che dipende dalla fede e dallo spirito missionario, più che da strategie politiche. Noi cristiani vediamo come il Papa che l’unica nostra forza è la nostra fede. Non abbiamo nient’altro. Solo la fede può far riconoscere che la presenza cristiana ha una missione in Medio Oriente: siamo chiamati a mostrare agli altri che c’è un altro modo di vivere e di agire. Tanti nostri concittadini musulmani ci apprezzano per come viviamo in famiglia, per la nostra lealtà, per le nostre opere, come ad esempio le scuole. Riconoscono che la nostra presenza porta un contributo positivo e indispensabile alla coesistenza nelle nostre società, nelle forme storiche in cui questa presenza si è espressa. Per questo, chi ci vuole davvero aiutare deve favorire questa simpatia nei confronti dei cristiani, e non deve separare o addirittura contrapporre i cristiani ai loro concittadini musulmani e di altre religioni. Questo può anche essere pericoloso».
Lei in passato ha denunciato che alcuni Paesi occidentali stavano favorendo l’emigrazione dei cristiani mediorientali e in questo modo contribuivano a svuotare il Medio Oriente dei cristiani. Ma alcuni giorni fa alcuni rifugiati cristiani in Libano hanno organizzato una manifestazione di protesta, accusando i vertici delle loro Chiese di frenare e sabotare le loro richieste di espatrio verso l’Occidente, per paura di perdere fedeli. Le cose stanno davvero così?  
«Assolutamente no. Non abbiamo mai chiesto in maniera né diretta né indiretta o ufficiosa di non dare i visti ai cristiani che vogliono espatriare. Andar via o rimanere è una decisione personale, da prendere in coscienza, e tale decisione va rispettata. Ma io come Patriarca non posso certo promuovere o sostenere l’emigrazione massiccia dei cristiani mediorientali. Inoltre, la Chiesa deve impegnarsi più a fondo nella pastorale dei propri fedeli che emigrano, affinché non dissipino in poco tempo tutta la ricchezza spirituale legata alla propria appartenenza alla Chiesa d’origine».A tal riguardo, il papa ha detto che la Chiesa non è latina o slava o bizantina, ma è «cattolica». Viene valorizzata o trascurata la ricchezza spirituale delle Chiese d’Oriente cattoliche come strumento per far percepire la cattolicità di Chiesa?  
«Tutti facciamo parte della Chiesa cattolica universale, ma questa appartenenza non vuol dire omologazione alle forme e alle dinamiche della Chiesa occidentale latina. La diversità nella comunione di chi appartiene alla stessa Chiesa è una ricchezza, e noi abbiamo bisogno gli uni degli altri».  
Il ritorno dei rifugiati cristiani alle proprie case nella Piana di Ninive è davvero consistente, come dicono alcuni, anche per mostrare l’importanza delle proprie iniziative di sostegno, o è esiguo, come dicono altri osservatori?
 
«Non bastano le offerte a favorire il ritorno degli sfollati, serve anche ricostruire e sviluppare le infrastrutture distrutte, le scuole, i dispensari. Ma occorre soprattutto riconoscere che l’incertezza sul futuro della Piana di Ninive e il rischio di un nuovo conflitto tra esercito governativo e Peshmerga induce tanti di loro ad aspettare, a prendere tempo. Attendono di vedere come va a finire. Spero che prevalga il dialogo, e non il caos e le armi che uccidono e distruggono tutto».