giovedì, gennaio 07, 2016

 

Sì alla guerra Ma solo per salvare i cristiani.

Gianandrea Gaiani

Le efferatezze compute dallo Stato Islamico in Medio Oriente e Libia e gli attentati terroristici in Francia sembrano aver modificato la percezione dell’opinione pubblica occidentale circa l’opportunità di partecipare a conflitti armati e di muovere guerra a questo nemico. Lo hanno ben dimostrato alcuni sondaggi che dopo la strage di Parigi del 13 novembre hanno fotografato la volontà di buona parte del campione di persone intervistate di accentuare le operazioni belliche contro l’Isis.

Il 15 dicembre gli americani favorevoli all'invio di truppe da combattimento in Siria e Iraq era salito al 42% (dal 31% della precedente rilevazione), mentre il 32% restava contrario e il 22% incerto secondo un sondaggio Ap/Gfk . Il 3 dicembre l'istituto tedesco Infratest Dimap registrò che il 58% degli interpellati si era dichiarato favorevole all'assistenza militare assicurata alla Francia mentre i contrari erano il 37%. Se questa maggioranza condivideva l'impiego di aerei da ricognizione e rifornimento, come stabilito dal governo di Berlino, il 34% sarebbe stato favorevole anche alla partecipazione diretta dell'aviazione tedesca ai bombardamenti mentre il 22% appoggerebbe l'invio di truppe di terra.

Il 19 novembre scorso un sondaggio pubblicato dal Daily Mail evidenziò che il 60% dei britannici era a favore dei raid aerei sulla Siria mentre in Russia il 22 ottobre Vladimir Putin ha raggiunto il record di popolarità dell’89,9% grazie all’intervento militare contro diversi movimenti jihadisti in Siria. In Italia i dati sono un po’ diversi e per molti versi sorprendenti come hanno rivelato i recenti sondaggi della società demoscopica Ferrari Nasi & Associati.

Un primo sondaggio mirato a comprendere la disponibilità degli italiani a combattere lo Stato Islamico ha registrato che solo il 28% di un campione di circa 600 persone di diversa età, provenienza e orientamento politico sarebbe pronto a combattere per aiutare a difendere un Paese europeo e il 39% sarebbe pronti a farlo per difendere l’Italia. Alla domanda se«sarebbe pronto a rischiare la vita in caso di attacco all’Italia» il 48% ha risposto no, il 30% si e il 22% è rimasto incerto.

La scarso spirito combattivo degli italiani sembra però venire smentito quando si tratta di difendere le comunità cristiane perseguitate nei Paesi islamici. La degenerazione delle “Primavere arabe” e alcune delle missioni militari internazionali degli ultimi anni hanno di fatto trasformato Stati formalmente laici, come l’Iraq, la Libia e la Siria, in Paesi dominati o comunque devastati dal fondamentalismo islamico. Dove prima esisteva tolleranza confessionale oggi stiamo assistendo a sempre più frequenti discriminazioni, violenze, devastazioni, massacri e al tentativo di estromettere le comunità cristiane da quei territori. Su questo aspetto, sottolinea l’istituto demoscopico, in Italia e in Europa la politica non ha mai preso una posizione decisa privilegiando interventi militari legati a interessi economici e opportunità politica più che a valori e identità culturale.

Secondo il sondaggio per tre italiani su quattro (73%) «l’Occidente dovrebbe organizzare missioni internazionali per proteggere le comunità cristiane perseguitate nei Paesi islamici». Un dato peraltro trasversale a livello politico, che nel centrodestra raggiunge mediamente quote attorno all’80% e nel centrosinistra attorno al 70%, con la punta minima in Sel che comunque non scende sotto il 60%. In pratica, i cittadini italiani accettano di inviare soldati in Medio Oriente, ma per proteggere i fratelli cristiani (non solo le dighe e i cantieri delle aziende italiane).
  
Un dato interessante tenuto conto dell’eco tutto sommato limitata che hanno avuto in Italia le persecuzioni dei cristiani attuate dai jihadisti in Iraq e Siria. Chiaro però il messaggio: l’opinione pubblica italiana è in gran parte restìa a combattere o a mettere a rischio la propria vita per combattere i jihadisti, ma vorrebbe vedere i nostri militari impiegati per difendere i “nostri simili” sul piano culturale e religioso, colpiti da persecuzioni e da una vera e propria “pulizia cultural-religiosa”. Una risposta basata sui valori rispetto a quello più materialista della classe politica.

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