lunedì, ottobre 28, 2013

 

Monsignor Giorgio Lingua: "Cristiani in Iraq tra paure e speranze"

By Baghdadhope*

Baghdadhope pubblica i testo integrali dell'intervento e dell'omelia di Mons. Giorgio Lingua, Nunzio Apostolico in Iraq e Giordania, in occasione dell'apertura dell'Anno Accademico 2013-2014 dello Studio Teologico Interdiocesano di Fossano (CN) l' 8 ottobre scorso.
Un intervento lungo ma puntuale dal punto di vista storico, politico e religioso, che pur elencando tutti i pericoli che corre la minoranza cristiana in Iraq invita alla speranza che essa possa sopravvivere nella terra dove è nata perchè, come dice il Nunzio, le stelle che brillano su di essa sono le stesse che Abramo ha provato a contare e "tutta la storia di amore tra Dio e l’umanità ha avuto inizio lì! Come posso pensare che Dio se ne sia dimenticato?"  

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Care Eccellenza, cari fratelli e sorelle,
come sapete, sono arrivato in Iraq a metà novembre 2010, due settimane dopo il terribile attentato alla Chiesa cattedrale siro-cattolica dove hanno perso la vita 44 fedeli, due sacerdoti, 5 forze dell’ordine e 5 terroristi. Questi avevano fatto irruzione nella Chiesa durante la Messa domenicale della sera tenendo in ostaggio i fedeli per oltre 4 ore. Tra i “martiri” anche un bambino di tre anni che dopo un po’ di tempo i genitori non sono più riusciti a trattenere. Uscito dai banchi, sotto i quali si erano tutti rifugiati, si è rivolto ai terroristi che avevano sparato anche sulle immagini religiose, tra cui un quadro del Sacro Cuore, gridando: “basta, basta, basta, avete rovinato Gesù!”. Anche lui è stato freddato senza pietà.
Il giorno dopo al mio arrivo a Baghdad mi sono subito recato a visitare quella Cattedrale, a duecento metri appena dalla Nunziatura Apostolica. La scena era desolante. Macchie di sangue sulle pareti e persino sul soffitto alto almeno 8-10 metri. Ho incontrato alcuni testimoni che erano rimasti in Chiesa per quelle interminabili 4 ore. Ero colpito dalla loro rassegnazione e dalla loro serenità. Proprio in quel momento, in fondo alla Chiesa, in un battistero semi-distrutto, si stava celebrando il battesimo di un bambino. Mi è sembrata una coincidenza molto significativa: la vita continua, c’è paura, ma c’è anche speranza, mi dicevo.
Il tragico evento, tuttavia, è stato uno schock per la comunità cristiana irachena, in particolare di Baghdad, già fortemente colpita negli ultimi anni.
Solo nella Capitale irachena una ventina di Chiese hanno subito attentati. In un giorno solo, il 1° agosto 2004, ben 5 Chiese sono state colpite in Baghdad ed una in Mossul.  Tra il 2004 e il 2010 una decina di sacerdoti sono stati rapiti, 4 di essi uccisi. Anche un Vescovo, Mons. Boulos Faraj Rahho, Arcivescovo caldeo di Mossul, è morto in mano ai rapitori.
È ovvio che in queste condizioni, che si sommano ad una situazione di disagio e insicurezza generale, molti cristiani se ne siano andati ed altri cerchino di lasciare il Paese.
Nell’Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente, il Papa Benedetto XVI ha sintetizzato bene, con pochi tratti, la realtà migratoria dei cristiani in Medio Oriente: “Mentre per necessità, stanchezza o disperazione, dei cattolici nativi del Medio Oriente si decidono per la scelta drammatica di lasciare la terra dei loro antenati, la loro famiglia e la loro comunità di fede, altri, al contrario pieni di speranza, fanno la scelta di restare nel loro paese e nella loro comunità. Li incoraggio a consolidare questa bella fedeltà ed a rimanere saldi nella fede. Altri cattolici infine, facendo una scelta altrettanto lacerante di quella dei cristiani medio-orientali che emigrano, e fuggendo le precarietà nella speranza di costruire un avvenire migliore, scelgono i paesi della regione per lavorare e viverci” (EMO, 35). Nelle difficili situazioni in cui vivono, il Papa evidentemente non se la sentiva di condannare quanti decidono di partire, ma lodava e incoraggiava “coloro che fanno la scelta di restare”, pensando anche a quanti, mossi da situazioni altrettanto disperate, arrivano in Medio Oriente in cerca di lavoro.  Anche in Iraq è in aumento il numero di cristiani provenienti da paesi poveri in cerca di lavoro. Badanti dalle Filippine, infermiere dall’India, manovali dallo Sri Lanka, etc. Certo, il fenomeno non è ancora particolarmente significativo, ma si registra una tendenza, a cui occorre porre attenzione.

Ma chi sono i cristiani nativi dell’Iraq?

Spesso, quando vengono a studiare in Italia, i sacerdoti e le religiose iracheni rimangono stupiti che qualcuno domandi loro: ma i tuoi genitori, erano musulmani?
I cristiani iracheni sono orgogliosi di essere invece discendenti delle comunità cristiane risalenti al primo secolo dopo Cristo. San Tommaso ha portato il cristianesimo in Iraq, dove è passato prima di recarsi in India e dove ha lasciato due suoi discepoli, Mar Addai (o Taddeo) e Mar Mari che hanno avviato le prime comunità.
Sembra che proprio in Iraq esista la Chiesa più antica del mondo, certamente una delle più antiche, costruita tra il 70 e il 110 dopo Cristo, a Kokhé (secondo le fonti siriache), antica Seleucia-Ctesifonte, come hanno dimostrato anche gli archeologi italiani Invernizzi e Gullini dell’Università di Torino che hanno operato degli studi nel sito nella metà degli anni 60 del secolo scorso.
Elenco rapidamente le chiese più significative per storia e numero di fedeli presenti in Iraq fino al 2003, le chiese cioè che il regime di Saddam Hussein aveva accettato e riconosciuto sul territorio. Non accenno, invece, perché non possiedo dati statistici attendibili, a quelle chiese, soprattutto evangeliche, nate nel paese dopo la caduta del regime e dell’arrivo dall’estero, specialmente dagli USA, di nuovi predicatori, attivi soprattutto nel Kurdistan iracheno dove raccolgono numerosi adepti anche tra i curdi di origine musulmana.

Chiesa Assira dell’Est
Diffusasi in Mesopotamia grazie alla predicazione di San Tommaso nel I secolo, fu dichiarata eretica dopo il concilio di Efeso del 431 quando abbracciò la teoria di Nestorio che si rifiutava di dare alla Vergine il titolo di Madre di Dio, riservandole solo quello di Madre di Cristo. È la seconda chiesa in quanto a numero di fedeli in Iraq ed è guidata dal Patriarca Mar Dinkha IV che risiede a Chicago, negli Stati Uniti d’America, anche se è in costruzione in Kurdistan una nuova sede patriarcale. Chissà che il suo successore non decida di ritornare nella terra di Abramo.

Antica Chiesa Assira dell'Est
Nel 1964 il Patriarca della Chiesa Assira, Mar Shimon XXIII, che già risiedeva negli Stati Uniti, decise di abbandonare l’uso del calendario giuliano a favore di quello gregoriano, che è usato nella chiesa latina. Così, quattro anni dopo, nel 1968 il Metropolita indiano della Chiesa Assira dell’Est, Thoma Darno, si recò a Baghdad dove fu eletto patriarca da chi non aveva gradito quello ed altri cambiamenti apportati dal patriarca negli Stati Uniti. La chiesa fu riconosciuta dal governo iracheno nello stesso anno, e dal 1970 è guidata da Mar Addai II che risiede a Baghdad. Pur essendosi separata di recente, ha comunque assunto il nome di Antica Chiesa Assira dell’Est perché è ritornata all’uso del calendario antico, quello giuliano. Nel 2010, tuttavia, anche questa Chiesa ha anticipato il Natale al 25 dicembre, secondo la tradizione latina del calendario gregoriano, mentre ancora celebra la Pasqua secondo il calendario giuliano.

La Chiesa Caldea
Anche la chiesa caldea si è separata dalla Chiesa Assira dell’Est. È nata, infatti, nel 1551 quando alcuni vescovi e fedeli in contrasto con la pratica della successione ereditaria del Patriarcato (zio–nipote), allora in uso, decisero di unirsi a Roma. È la più diffusa in Iraq (tra il 60 e il 70% dei cristiani sono caldei). Dal febbraio scorso è guidata dal patriarca Louis Rapahël I Sako, che è succeduto al Card. Emmanuel III Delly nominato patriarca di Babilonia dei Caldei nel 2003. In Iraq ha 7 diocesi ed è presente in Iran (2 diocesi), in Siria, in Libano, in Australia, negli Stati Uniti (2 diocesi), in Canada e in Europa, dove un Amministratore patriarcale segue i numerosi caldei emigrati recentemente. Svezia, Germania e Olanda sono i Paesi che hanno accolto il maggior numero di cristiani caldei.
Un grande contributo allo sviluppo della Chiesa caldea è stato dato dai monaci di Sant’Ormisda, passati in blocco dalla Chiesa Assira dell’Est all’unione con Roma. Attualmente hanno soltanto una quarantina di monaci, con un convento anche in Italia, a Roma, dove si recano per gli studi. Sono arrivati a contare fino a 500 monaci, soprattutto nel monastero scavato nella roccia nei pressi di Alquosh, dove si era ritirato il fondatore S. Ormisda in una vita di preghiera e penitenza. La Chiesa caldea ha poi due congregazioni religiose femminili di vita attiva, che si dedicano soprattutto all’educazione e alla catechesi: le Figlie di Maria Immacolata e le Figlie del Sacro Cuore.

La Chiesa Armena cattolica e Armeno ortodossa o chiesa armena apostolica
Gli armeni che vivono in Iraq sono i discendenti degli armeni fuggiti o forzatamente deportati dall’Armenia dopo il 1915 a causa delle violenze perpetrate dal regime dei Giovani Turchi. La Chiesa armena si ispira alla figura di San Gregorio l'Illuminatore che ha cristianizzato l'Armenia nel III secolo. San Gregorio convertì il re di Armenia che fece del cristianesimo la religione di stato. Vi sono due diocesi armene in Iraq, una cattolica ed una ortodossa o apostolica.

La Chiesa Avventista del Settimo giorno
All’inizio dell’800 negli Stati Uniti il battista William Miller, colpito dalle "profezie" del libro di Daniele, annunciò la prossima venuta del Signore tra il 1843 e il 1844. Nonostante il fallimento della previsione, l’attesa dell’evento diede origine a molti raggruppamenti, presto strutturati, tra cui la Chiesa Avventista del Settimo Giorno.

La Chiesa Cattolica latina
La presenza di una chiesa latina in Iraq, sebbene risalente a tempi ben più antichi, soprattutto grazie ai Padri domenicani e carmelitani, al giorno d’oggi è principalmente legata alla presenza di missionari e altri cattolici romani arrivati nel paese nel periodo che ha preceduto la guerra contro l’Iran (1980 – 1988).
Sono attualmente presenti in Iraq, come congregazioni di rito latino maschile: i Padri Redentoristi, i Domenicani, i Carmelitani, i missionari del Verbo Incarnato e i Rogazionisti. Per quanto riguarda le congregazioni religiose femminili, vi sono le Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria; le Suore Domenicane della Presentazione della Vergine di Tours, che fra l’altro gestiscono l’Ospedale di San Raffaele a Baghdad; le Suore Domenicane di S. Caterina da Siena, anche queste hanno un ospedale a Baghdad e ne stanno costruendo uno a Quaraqosh; le Piccole Sorelle di Gesù, e le Missionarie della Carità che, lavorando secondo il carisma di Madre Teresa di Calcutta, si occupano dei bambini portatori di handicap. A breve aprirà anche una casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi e ora guidata, come sapete, dal nostro con-diocesano Paolo Ramonda.

Copta ortodossa
La Chiesa Copta fu fondata grazie alla predicazione di San Marco che portò il cristianesimo in Egitto nel I secolo. Vi erano molti lavoratori egiziani in Iraq, ma la maggior parte sono rientrati nel loro paese dopo la caduta di Saddam. Rimane ora una piccola comunità con un Parroco residente. È in costruzione a Baghdad una nuova chiesa per questa comunità.

Chiesa Greco ortodossa
La chiesa greco ortodossa, che ruppe ogni contatto con quella cattolica al tempo dello scisma del 1054 e della rispettiva scomunica del Papa Leone IX e del Patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario, è divisa in Medio Oriente in 4 patriarcati (Alessandria, Damasco, Gerusalemme ed Istanbul). La chiesa greco ortodossa in Iraq dipende dal patriarca arabo Youhanna X, titolare della chiesa di Antiochia, la cui sede è a Damasco, fratello di uno dei due vescovi sequestrati ad Aleppo e tuttora in mano ai rapitori.

Chiesa Melkita
Con il termine melchita si designano i cristiani di rito bizantino dei patriarcati di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme. Oggi, nell'uso comune, il termine «melchita» è attribuito ai soli cattolici di rito bizantino e di lingua araba, dovunque risiedano. La comunità melkita irachena ha una sola parrocchia a Baghdad, con poche decine di famiglie, affidata alla cure pastorale di un religioso redentorista belga.

La Chiesa siro ortodossa
Conta in Iraq circa 50.000 fedeli, presenti nelle diocesi di Baghdad, Mosul e Mar Matta, la grande parte dei quali è costituita da ex-profughi provenienti dalle province meridionali della Turchia. I siro-ortodossi sono quei cristiani orientali che non accettarono il concilio ecumenico di Calcedonia, che condannava il monofisismo (in Gesù ci sarebbe soltanto la natura divina, che assorbe quella umana) (451).

La Chiesa Siro cattolica
È nata nel 1662 per la scissione dalla chiesa siro ortodossa, ed è oggi diffusa in Medio Oriente e nella diaspora. La sede patriarcale è a Beirut ed il Patriarca, Sua Beatitudine Mar Ignatius Joseph Younan III, ha il titolo di Patriarca di Antiochia dei Siri. In Iraq le diocesi siro cattoliche sono due: Baghdad e Mosul. L’attentato di cui parlavo all’inizio ebbe luogo proprio nella Cattedrale siro cattolica di Baghdad.
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I cristiani iracheni sono quindi in gran percentuale i discendenti dei più antichi popoli abitanti la mesopotamia, sumeri, accadi, assiri e babilonesi in particolare e sono tra le più antiche comunità cristiane nel mondo.
La maggior parte di loro parla un dialetto derivante dall’aramaico, il sureth, conosciuto comunemente come “cristiano”, tant’è che si dice che uno parla “cristiano” quando si esprime in dialetto sureth. In un villaggio del nord dove vivono cristiani e musulmani mi dissero: questi musulmani sono buoni, parlano perfino cristiano!
La lingua liturgica delle denominazioni cristiani maggioritarie (caldei, siri, assiri, di cui sopra) è il siriaco, anch’esso derivante dall’aramaico, in due versioni, quella orientale, usata dalla Chiesa dell’Est e dalla Chiesa caldea e quella occidentale, usata dai siro cattolici e siro ortodossi.

Riflessioni sulla situazione attuale.
Il 9 febbraio 2010 i capi religiosi delle Chiese cristiane presenti in Iraq hanno istituito il “Consiglio dei capi delle comunità cristine in Iraq”, allo scopo di creare una linea unitaria cristiana soprattutto per trattare con le autorità politiche.
I cristiani iracheni, infatti, come ho cercato di esporre, sono suddivisi in una grande varietà di confessioni e riti, che formano un bel mosaico variopinto. Questa bellezza ne costituisce però, allo stesso tempo, anche la debolezza. Non raramente, infatti, la diversità rischia di diventare competizione e, inoltre, all’interno di uno stesso ‘colore’, diciamo così, ci sono tante tonalità diverse, non sempre in armonia. Dire quanto questa frammentazione incida sulle difficoltà che attraversano queste chiese è difficile e non penso affatto che quanto hanno subito e, a volte, ancora subiscono sia da riportarsi alle divisioni interne. Una cosa però credo: che bisogna distinguere negli avvenimenti dolorosi che accadono o sono accaduti una causa prima ed una causa remota. In un attentato, ad esempio, la causa prima è il gruppo terroristico che ci sta dietro con i suoi obiettivi, la sua agenda, che può essere la partenza dei cristiani da Mossoul o Baghdad. Ma c’è una seconda causa, remota, che bisogna considerare. Credo che nulla, infatti, succede a caso, ma tutto si svolge sotto lo sguardo d’amore di Dio, persino il male che Lui permette. Occorre domandarsi, dunque, quale il messaggio vero, dall’alto, ci sta dietro. Se credo veramente nell’amore di Dio e nella sua onnipotenza (che potrebbe anche fermare la mano ad un attentatore…) devo pensare che dietro una sua permissione c’è un messaggio di salvezza, come dietro la morte in croce di Gesù c’era. E allora occorre domandarsi: cosa vuol dire Dio ai cristiani dell’Iraq oggi? a quelli di Baghdad, o di Mossoul?
E qui penso che una risposta la possiamo trovare nel Messaggio finale del Sinodo sul Medio Oriente. Lì si dice che prima esigenza di queste Chiese Orientali -  in questo momento parliamo di quella irachena - è proprio la comunione. Per me è chiaro che dietro le prove che attraversano queste chiese c’è l’appello di Dio alla comunione. Trovo molto significativo, parlando con i Vescovi iracheni, che tutti ritengono che sia urgente ed indispensabile una maggior comunione tra di loro. Questo è il primo passo da fare: prendere coscienza delle proprie divisioni, riconoscerle, per poi cercare le piste di comunione, il che non è facile perché non tutti hanno le stesse idee, le stesse strategie, le stesse priorità, gli stessi metodi, le stesse risposte, le stesse sensibilità. Su questo c’è molto da lavorare. Personalmente ritengo che la prima cosa da fare sia quella di cominciare dalla stima reciproca: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, secondo l’esortazione di San Paolo ai Romani. L’ho detto più volte e non mi stanco di ripeterlo, anche perché tanti anni di violenze interetniche tra gruppi che erano abituati a tollerarsi e che di colpo si trovano a combattersi, ha portato e continua ad alimentare tanti sospetti: non ci si fida più dell’altro.

È possibile fermare la fuga dei cristiani dall’Iraq?
Va detto innanzi tutto che il problema numero uno oggi mi pare sia quello della sicurezza. La signora cristiana che fa le pulizie in Nunziatura era intenzionata a partire per l’America. Avendo trovato difficoltà nel reperire un visto che le permettesse di uscire si era rassegnata a rimanere a Baghdad. A fine maggio scorso un’auto bomba scoppiata vicino al palazzo in cui abita ha gravemente danneggiato il suo appartamento, che in parte è andato in fiamme. Come volete che possiamo convincerla a rimanere? È ovvio che ora ripensi ad andarsene. Credo che bisogna lavorare molto sul disarmo della popolazione e su un maggior controllo delle frontiere. Troppe armi sono in circolazione e, purtroppo, le armi sono fabbricate e poi comprate per essere usate. Il conflitto in Siria ha evidentemente influito sull’aumento degli attentati in Iraq. Nel solo mese di maggio scorso oltre 1400 iracheni hanno perso la vita in attentati terroristici, il mese più violento dal 2008, e a settembre si è superata la cifra dei 1000 morti. Le armi se circolano prima o poi vengono usate. E quando diventano vecchie si vendono a prezzo inferiore, ma rimangono letali!
In secondo luogo penso che occorra creare posti di lavoro, eventualmente attraverso una azione positiva di favoreggiamento o di quote per le minoranze, anziché, come in certi casi succede, di discriminazione. Va dato atto al Governo che ha dimostrato sensibilità in questo senso. Ma si può fare sempre di più.
Terzo. Mi pare importante un’opera di educazione alla tolleranza ed un lavoro di formazione nelle scuole, soprattutto nei libri di storia adottati che, mi dicono, trascurano quasi del tutto la storia pre-islamica in questo Paese, che pure è ricchissima. Tutte le minoranze, cristiane e non, come gli yezidi, i sabei e i mandei, sono ben anteriori all’arrivo dell’Islam.
Mi pare un segno positivo il fatto che alcuni intellettuali sciiti della città di Najaf abbiano chiesto l’intervento del Vaticano per esplorare oltre 70 siti archeologici cristiani nei dintorni di quella città. Uno di questi ho avuto la fortuna di visitarlo pure io. Riscoprire le radici della propria storia anziché nasconderle può contribuire ad una maggiore tolleranza.
Infine, vorrei accennare alla proposta dei parlamentari cristiani (sono in 5 nel parlamento iracheno, più un Ministro, quello dell’ambiente) i quali stanno spingendo per la creazione di una nuova provincia nella piana di Ninive, dove i cristiani e le altre minoranze potrebbero autogarantirsi la sicurezza e facilitare lo sviluppo della regione. Su questo punto vorrei fare alcune precisazioni. Occorre premettere che ogni iracheno deve aver il diritto di vivere in pace e sicurezza in ogni punto del Paese e deve poter scegliere liberamente dove installarsi e lavorare. Se nel contesto attuale, però, la creazione di una nuova provincia, può offrire a chi intende lasciare il Paese, per ragioni diverse, una opportunità di fermarsi, ben venga, ma occorre tener ben presente che:
    - non deve essere una provincia ‘cristiana’, nel senso di una ‘riserva’ per cristiani, come troppe volte è stata presentata dai media occidentali e interpretata anche da alcuni iracheni;
    - non siamo di fronte ad un problema matematico dove, dati alcuni presupposti, si può trovare una soluzione definitiva e certa. Siamo nel campo di tentativi per rispondere ad una emergenza, dove nessuno può prevedere tutti i vantaggi e tutti gli inconvenienti;
    - ciò che è bene per qualcuno, non deve danneggiare altri, altrimenti non è una buona soluzione, diventa discriminatoria;
    - si tratta di una una questione politica, la cui decisione spetta in primo luogo ai cittadini, che dovranno esprimersi democraticamente tramite referendum.

Cosa possono fare i cristiani, in particolare, per fermare questa fuga?
Per quanto riguarda i cattolici iracheni, penso che debbano sentire la presenza come una missione e sviluppare scuole, investire in educazione e mezzi di comunicazione sociale, testimoniare la carità, sollecitare la solidarietà internazionale e gli investimenti soprattutto nelle zone con un’alta percentuale di cristiani: in questo momento sono particolarmente urgenti investimenti nel campo immobiliare.
Qualcosa si sta muovendo in questo senso. Ne sono eloquente esempio i due ospedali in costruzione, uno ad Erbil e l’altro, come già accennato, a Quaraqosh; una Università, sempre ad Erbil; la restituzione di molte scuole confiscate ai cristiani dal precedente regime a Parrocchie e Congregazioni religiose, etc…
Per quanto riguarda la Chiesa universale, molto è stato fatto con la convocazione del Sinodo sul Medio Oriente e la successiva Esortazione Apostolica.
La preghiera, ovviamente, ed il ricordo, l’organizzazione di conferenze per conoscere meglio la realtà, i viaggi in Iraq (per il momento, purtroppo, è consigliabile soltanto al nord, in attesa di maggior sicurezza nel resto del Paese) per esprimere la solidarietà e studiare insieme eventuali progetti.
Certo non bisogna farsi illusioni e tener presente che non è facile capire la realtà. Chi, per secoli, si è sentito trattato come “protetto” o “tollerato”, difficilmente si fida delle buone intenzioni dei musulmani, che pure, a mio avviso, ci sono. Al contrario, chi non ha subito torti tende a vedere il positivo anche dove si nasconde una trappola.
La differenza di approccio che esiste tra chi è cresciuto in contesto islamico e chi invece, pur conoscendo bene il mondo musulmano, lo ha “scelto” piuttosto che “subìto” è notevole. Un esempio, tratto dalla realtà giordana, in molti aspetti simile a quella irachena. Un brasiliano che vive ad Amman da tanti anni mi ha invitato a cena a casa sua. Al termine mi fa vedere dal balcone della sua casa, entrambi ben illuminati, un campanile ed un minareto molto vicini, dicendomi entusiasta: “guarda che bel segno, sembra che si abbraccino!”. In quel momento arriva un altro ospite, un sacerdote egiziano, quindi cresciuto in un ambiente ben diverso da quello brasiliano, il quale subito, spontaneamente, commenta: “ecco, ogni volta che facciamo una chiesa, devono metterci davanti una moschea!”. La stessa realtà, due interpretazioni alquanto diverse. Credo importante fare attenzione a non lasciarsi condizionare dalle apparenze, a non esprimere giudizi affrettati né in un senso né nell’altro.

Si può parlare di persecuzione dei cristiani in Iraq?
Onestamente credo che si possa dire che in questo momento non c’è persecuzione vera e propria. Ci sono, certo, fenomeni di discriminazione, come spesso avviene nei confronti delle minoranze, in tutti i Paesi del mondo, nei confronti, cioè, di chi non ha la forza o il peso politico ed economico per difendere i suoi diritti.
Ci sono, senza dubbio, alcune norme che andrebbero riviste, come la questione dei figli minorenni di persone che si convertono all’Islam che devono abbracciare la religione dei genitori.
È praticamente impossibile, inoltre, per un musulmano diventare cristiano e questo è intollerabile, è indice di mancanza di libertà religiosa e di coscienza. Vi consiglio di leggere, a questo proposito, un libro molto interessante, “Il prezzo da pagare”, di Joseph Fadelle, pubblicato in Italia dalla San Paolo. Figlio di una delle più importanti famiglie di Baghdad, Joseph ha pagato con l’esilio, dopo tentativi di tortura e persino di uccisione, la sua conversione al cristianesimo.
Oggi come oggi, nella maggior parte dei casi in cui i cristiani sono oggetto di atti violenti, mi sembra che si tratti piuttosto di fenomeni tipicamente mafiosi, che sfruttano l’integralismo religioso - e fioriscono in un contesto di mancanza di sicurezza - per portare avanti disegni criminali. Diverse possono essere le ragioni, come molteplici sono gli scopi del terrorismo. Tra questi citerei, senza entrare nei dettagli: indebolimento del Governo, controllo del territorio, ignoranza religiosa, sentimenti anti-occidentali, mercato immobiliare, etc.

Quale futuro per la Chiesa irachena?
Personalmente sono ottimista. Quando guardo quel cielo e provo a contare le stelle che vi brillano e penso che è lo stesso cielo che ha visto Abramo, sono le stesse stelle che lui ha provato a contare, mi commuovo. Tutta la storia di amore tra Dio e l’umanità ha avuto inizio lì! Come posso pensare che Dio se ne sia dimenticato? Credo che per il cristiano iracheno la fede in Dio che aveva mosso Abramo, la fede nel Suo amore, non si possa discutere. Per questo sono ottimista. Direi che “fede” e “missione” sono le due caratteristiche tipiche dei cristiani iracheni. Basta leggere la testimonianza dell’Arcivescovo maronita di Damasco circa i cristiani iracheni rifugiatisi in Siria alcuni anni fa, prima, ovviamente, che scoppiasse il conflitto nella Siria stessa. Sembra di leggere una pagina della lettera a Diogneto e invece si riferisce ai cristiani iracheni di oggi, ancora erranti come loro Padre Abramo, sempre credenti come lui: “riempiono le nostre chiese – cito dalla testimonianza di detto Arcivescovo -, rendono dinamiche le nostre parrocchie e rafforzano la fede cristiana in Siria portando un soffio nuovo alle nostre parrocchie… nonostante la loro povertà e la loro condizione di vita precaria, sono generosi e sanno condividere. Bisogna vederli all’uscita delle Messe offrire e donare con gioia, sorrisi e lacrime… questi rifugiati iracheni che sono soltanto di passaggio a Damasco sono missionari ambulanti che hanno segnato la chiesa di Siria che li guarda passare e si interroga sul proprio avvenire...”. Il rischio sarebbe lasciarsi vincere dal pessimismo e pensare che soltanto ‘altrove’ si possa continuare a vivere la propria fede e la propria missione. Se si tagliassero le radici, anche i virgulti che vengono esportati perderebbero presto la loro vitalità con lo smarrimento della loro identità.

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STI, inaugurazione anno accademico 2013-2014
Omelia

Arrendersi. Sperare. Discernere.
Arrendersi alla chiamata di Dio.
Sperare nella Sua misericordia.
Discernere la Sua volontà.


Arrendersi.
Giona ascolta l’invito di Dio ad andare a predicare a Ninive. Ma lo fa dopo essere scappato. Ha tentato di fuggire da Dio, ieri il Papa nella quotidiana omelia a S. Marta ha commentato: “Siccome «non voleva essere disturbato, con il metodo di vita che lui aveva scelto, nel momento in cui ha sentito la parola di Dio cominciò a fuggire. E fuggiva da Dio». Così quando «il Signore lo invia a Ninive, lui prende la nave per la Spagna. Fuggiva dal Signore». In fin dei conti, ha spiegato il Pontefice, Giona si era già scritto la propria storia: «Io voglio essere così, così, così, secondo i comandamenti». Non voleva essere disturbato. Ecco la ragione della sua «fuga da Dio». Una fuga, ha messo in guardia il Papa, che può vedere protagonisti anche noi oggi. «Si può fuggire da Dio — ha affermato — essendo cristiano, essendo cattolico», addirittura «essendo prete, vescovo, Papa. Tutti possiamo fuggire da Dio. È una tentazione quotidiana: non ascoltare Dio, non ascoltare la sua voce, non sentire nel cuore la sua proposta, il suo invito». (Omelia a S. Marta, 7 ottobre 2013)

Finalmente, dopo le peripezie della fuga che ben conosciamo con la tempesta e il pesce che lo inghiotte, si “arrende” a quella voce e accetta di obbedire e di andare a Ninive. I niniviti si convertono e cambiano vita, in modo sorprendente, inaspettato.
Quando ascoltiamo la voce di Dio, quando obbediamo alla sua chiamata, facciamo miracoli. Molti dei presenti hanno sentito la chiamata, si sono arresi, magari dopo tentennamenti e dubbi, dopo rifiuti e tentativi di fuga, alla Sua voce. Ricordate che farete miracoli nella misura in cui saprete “arrendervi”. Occorrerà “arrendersi” sempre, non una volta sola. Mi piace parlare di “arrendersi”, perché significa che c’è una lotta, perché non è facile obbedire subito. Spesso quella voce cozza con i nostri progetti, i nostri desideri. Arrendersi è stato l’atteggiamento di Maria, dopo il colloquio con l’angelo: “Avvenga di me secondo la tua parola”.
Origene applicando a sé stesso queste parole di Maria scriveva: “Io sono un foglio bianco, dove lo scrittore può scrivere ciò che vuole. Faccia di me ciò che vuole il Signore dell’universo”.
Nell’omelia di ieri al Santuario di Nostra Signora del Rosario di Pompei, il Sostituto della Segreteria di Stato, S.E. Mons. Angelo Becciu, così commentava questa citazione di Origene: “Anche noi vorremmo essere un foglio bianco, sul quale Dio possa scrivere quello che vuole, certi che quando lui scrive compone sempre un capolavoro. Non dobbiamo pensare che dire sì a Dio, obbedire a lui, significhi annullare la nostra persona e diventare schiavi. Al contrario, seguire Dio ci fa liberi, perché così si realizza il suo disegno su noi, pensato fin dall’eternità, e molto più bello e grande di quello che noi potremmo pensare per noi stessi”.
“Arrendersi” alla voce di Dio non è segno di sconfitta, è inizio di una vera liberazione, liberazione dall’uomo vecchio per essere creature nuove.

Sperare.Nel percorso intrapreso dopo aver ascoltato, dopo essersi arresi alla Sua voce, ci possono essere delle cadute, dei fallimenti. Si può sprofondare nell’abisso del peccato, essere inghiottiti dall’uomo vecchio. Abbandonare il cammino. È l’esperienza del salmista: “Dal profondo a te grido, Signore…” implora dopo essere sprofondato nel peccato. E poi aggiunge: “io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola”. Perché spera? Perché crede che “presso il Signore è la misericordia, grande presso di lui la redenzione”. Chi crede all’amore di Dio non perde mai la speranza, ricomincia sempre. Chi non sa ricominciare è perché dubita del perdono, della misericordia di Dio. Ma la Sua misericordia è inesauribile.
Sperare dunque, sempre, perché “la sua misericordia si stende di generazione in generazione su quelli che lo temono”.

Discernere.
“Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10, 41-42).
Il rimprovero di Gesù a Marta può ben essere rivolto a ciascuno di noi. Anche noi molte volte ci affanniamo e ci agitiamo per molte cose. Perché? Perché non sappiamo discernere l’essenziale dal secondario, ciò che è necessario da ciò che è superfluo, la volontà di Dio dalla nostra volontà.

C’è una differenza fondamentale tra “le molte cose” che preoccupavano Marta, e “l’unica cosa” di cui c’è bisogno, che aveva scelto Maria.
Abbiamo spesso molte cose da fare, molte di queste ci rendono affannati, ci agitano: gli studi, gli impegni pastorali, l’assistenza agli altri, ai poveri in particolare, per chi è sposato l’educazione dei figli… Non sono tutte cose buone? Non è bene dedicarsi con passione e intensità a queste cose? Il problema non sta nelle cose che facciamo, ma nel fatto che “ci affanniamo e ci agitiamo” per esse. “Affannarsi e agitarsi” significa dimenticare che Dio non ci chiede di fare due cose nello stesso momento, come se non ci desse il tempo sufficiente e la forza necessaria per fare quello che vuole da noi. Ci affanniamo e ci agitiamo quando, anziché concentraci nel compiere la volontà di Dio, vogliamo fare la nostra. Se ci sembrano sempre tante le cose da fare, è perché non sappiamo discernere, dimentichiamo che una cosa sola è necessaria. Quale? Fare quello che Dio vuole da noi nel momento presente. “Le molte cose”, sono le nostre piccole volontà, “l’unica cosa”, è la Sua volontà. Da questo punto di vista, il bene che non è volontà di Dio diventa male.
Ma non era forse cosa buona anche preparare il pranzo per Gesù? Non aveva ragione Marta chiedendo a Maria di aiutarla per poi, insieme, mettersi all’ascolto di Gesù?
Dando ragione a Maria, Gesù vuole avvertire Marta che nelle cose, per quanto buone e importanti, c’è una priorità e la priorità assoluta è ascoltare la Parola di Dio, per capire quello che Lui effettivamente vuole da noi. Senza ascolto della Sua parola non possiamo discernere l’essenziale dal superfluo, ciò che è prioritario da ciò che è secondario. Tante volte in quello che facciamo siamo preoccupati della bella figura, di non deludere le aspettative del prossimo, in realtà la ragione ultima del nostro impegno non è l’amore per gli altri, ma l’amore per noi stessi, la tentazione di fare bene le cose per dimostrare che siamo bravi. Per discernere quello che Dio vuole da noi dobbiamo liberarci da ogni attaccamento a noi stessi, è necessaria una grande umiltà.

Chiediamo alla Madonna che ci insegni ad arrenderci, a sperare e a discernere.
Maria, che hai detto: “Avvenga di me secondo la Sua Parola”, insegnaci ad “arrenderci” alla voce di Dio, Maria che hai detto: “di generazione in generazione la Sua misericordia si stende su quelli che lo temono”, insegnaci a “sperare” sempre nella Sua misericordia, Maria che hai detto: “fate quello che vi dirà”, insegnaci a “discernere” la Sua volontà su di noi ogni momento della nostra vita. Amen.

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